Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Storie – Lettere di vittime e lettori

  • Santissimo Papa Francesco

    Santissimo Papa Francesco

    La lettera aperta del padre di una vittima a Papa Francesco

  • Sono rimasta in silenzio per quasi 30 anni, è ora di raccontare la mia storia.

    Sono rimasta in silenzio per quasi 30 anni, è ora di raccontare la mia storia.

    Sono rimasta in silenzio per quasi 30 anni, è ora di raccontare la mia storia.

    L’Associazione Rete l’Abuso ha una mail vittime&famiglie@retelabuso.org , mail che viene utilizzata poco, quasi sconosciuta.

    Eppure qualcuno ha deciso di scriverci, ha trovato il coraggio, dopo 30 anni, di raccontare la sua storia che ci ha autorizzato a pubblicare.

    Sono molteplici i sentimenti che suscita durante la lettura.

    Ma non è un romanzo. È vita reale. Sofferenza raccontata, le parole sono pesate, arrivano dirette al cuore come pugnalate, e meritano un ascolto in punta di piedi. “Ogni giorno è una lotta…”

    Grazie E… per aver condiviso con tutti noi, con grande fatica, tutto questo.

    Grazie perché darai ad altri il coraggio di parlare, di farsi aiutare, di urlare il proprio dolore, di dare un nome a tutto quello che hai subito: un ORCO. “La gente deve sapere”.

    Grazie per le tue parole di speranza.

    Grazie, Cristina

     

    Sono rimasta in silenzio per quasi 30 anni, è ora di raccontare la mia storia.

    Storia di un orco nascosto in famiglia.

     

    Definizione di ORCO che viene data dal dizionario:

    “Mostro protagonista di tante fiabe per l’infanzia, vorace di carne umana e specialmente di bambini, rappresentato come un gigante dalla testa grossa, la bocca enorme, la barba e i capelli ispidi e folti.”

    Voi avete mai conosciuto un orco nella vostra vita?

    Mi chiamo E….. e purtroppo ne ho conosciuto uno nella mia vita.

    Questo orco però, a differenza delle fiabe, non appariva così spaventoso ma si travestiva quasi da fata. Aveva un tono di parlare così dolce, affettuoso e pacato, a voce bassa, che nessun bambino si sarebbe mai spaventato.

    Pensate che tutti gli orchi si nascondano nelle caverne o nei luoghi paurosi? Vi sbagliate, a volte non si nascondono, anzi a volte fanno proprio parte della famiglia.

    Ero solo una piccola bimba e quell’orco di mio zio mi ha portato via la mia innocenza per sempre. Non so dirvi con precisione la mia età in cui l’incubo iniziò, so solo che mio papà aveva già lasciato la mia mamma quindi fu dopo i miei 4 anni di età ed andò avanti ogni sabato sera in cui frequentai quella casa fino a che non giunsi all’età di comprendere che ciò che faceva non era giusto. Nessuno se ne accorse e io non lo dissi a nessuno per molti anni. Avevo paura e vergogna, provavo ansia al pensiero che non sapevo quando sarebbe accaduto di nuovo.

    Lui mi portava nella stanza di suo figlio che non c’era, mi prendeva in braccio, mi faceva sedere sulla sua gamba sinistra e con la voce pacata e da uomo gentile che voleva fare un gioco e mi metteva la mano nelle mie mutandine. E voi vi chiederete “tu come ti sentivi E…? Hai mai provato a scappare?”. La risposta è che ho trovato un modo tutto mio di scappare. Visto che con il mio corpo non era possibile, l’ho fatto con la mente, mi sono “depersonalizzata” così da non provare nulla. Non ho ricordo di sensazioni proprio perché con la mente “uscivo” da quel corpo ed entravo in un’altra piccola E… che stava in piedi lì e non sentiva nulla, vedevo la scena da fuori il mio corpo, come se fossi una persona che osservava. Naturalmente è difficile da spiegare ed ancora di più da capire per voi che leggete.

    Il mio incubo non finisce qui perché lui dopo avermi toccata si masturbava davanti a me annusandosi le dita e provava a fare lo stesso con mia sorella che era ancora più piccola di me e sapete cosa facevo io? La tiravo giù dalla sua gamba e ci salivo io, mi sacrificavo per lei anche se poi purtroppo ho saputo che qualche volta ce l’ha fatta anche con lei.

    A questo punto sarete disgustati da tutto questo, bene ora pensate a me. Cosa vi passa per la testa? Cosa pensate di me? La potete sentire la mia sofferenza? Potete capire il perché mi arrabbio così facilmente o perché il mio umore è così altalenante? Ogni giorno è una lotta per me, convivere con tutto questo ma andare avanti, sostenere gli altri, avere 1000 responsabilità e cercare di essere gentile con tutti.

    Ci sto riuscendo, ho chiesto aiuto.

    Dopo quasi 30 anni ho deciso di non rimanere più in silenzio così l’ho detto a mia mamma ed ai miei amici e mi sono rivolta ad una terapeuta, la Jessica, il mio aiuto fatto persona.

    Vi chiederete perché lo sto dicendo a voi tutti che vi ritroverete a leggere e la risposta è che la gente deve sapere, per proteggere i propri bambini, per non sentirsi soli se anche loro hanno subito abusi fisici o psicologici, per trovare la forza di parlare anche se sono passati tanti anni.

    Vivo una vita costantemente all’erta che qualcuno possa farmi del male ma non sono più una bambina, ora sono in grado di difendermi e non sono sola, ho tante persone che sono dalla mia parte.

    Se potessi parlare con lui cosa gli direi?

    Ebbene zio, mi hai rovinato la vita! Mi hai “sporcato” per sempre, sei un orco schifoso e andavi fermato ma nessuno sapeva, avresti dovuto proteggermi e invece ti sei approfittato di me dicendo di non dirlo a nessuno, che era un gioco tra noi e mi hai fatto ammalare mentalmente creando un protettore e un critico dentro di me che quotidianamente mi parlano nella mia testa e mi dicono quanto io debba vedere il male negli altri e quanto io sia incapace nella vita. Hai fatto crescere in me una profonda sfiducia nella gente e una rabbia repressa che sfocia in violenza verbale e fisica a volte. Non c’è giorno in cui io non pensi allo schifo che fai, sei un essere ripugnante e spregevole, sei l’abominio fatto persona! Spero di vederti morire presto visto che sei malato e di venire al tuo funerale, spero ti sotterrino a terra così potrò ballare sulla tua tomba, sarò presente quando lo faranno, rimarrò fino all’ultimo momento in cui sarò sicura che non potrai mai più far del male a nessuno, gioirò per la tua morte!

    Lettera firmata

  • Ex sacerdote con un punto di vista privilegiato tra le 1.000 vittime nel rapporto sugli abusi del clero della Pa.

    Ex sacerdote con un punto di vista privilegiato tra le 1.000 vittime nel rapporto sugli abusi del clero della Pa.

    Come molte vittime di abusi sessuali da parte del clero, James Faluszczak è cresciuto in una casa di fede. Viveva a un tiro di schioppo dalla parrocchia di St. George a Erie, in Pennsylvania. Da bambino, ricorda le gite in bicicletta nel quartiere e le partite di kickball all’ombra della chiesa.

    Crescendo, Faluszczak è diventato sempre più legato alla chiesa, prima come chierichetto, poi suonando la chitarra durante la messa e lavorando in canonica.

    Dice che sua madre era immersa nella mitologia cattolica. I sacerdoti, per lei, non potevano sbagliare – e quindi era elettrizzata quando il suo figlio più piccolo di quattro anni ha iniziato a ricevere attenzioni extra da uno dei parroci – il reverendo Daniel Martin.  

    “C’erano momenti in cui tutti i preti erano fuori dalla canonica e, se mi vedeva per strada dalla finestra, mi faceva cenno di entrare”, ha detto Faluszczak di Martin.

    Da adolescente, Faluszczak ha detto che era arrabbiato e che c’erano tensioni tra i suoi genitori a casa. Martin divenne un adulto fidato a cui il giovane poteva rivolgersi, uno che già conosceva le difficoltà della sua famiglia dalle confessioni di Faluszczak e dei suoi genitori.  

    “Mi farebbe entrare e sedermi sulle sue ginocchia”, ha detto Faluszczak. “Mi baciava su tutta la faccia. Era sempre ubriaco quando succedeva, e finiva sempre con lui che diceva: “Jimmy, dimmi cosa ti dà fastidio”.

    Left: Monsignor Daniel Martin. Right: James Faluszczak’s senior portrait. Faluszczak says he was molested by Martin between the ages of 16 and 19 years old. (Images courtest of Faluszczak)

    L’abuso è iniziato quando aveva 16 anni e si è intensificato fino alle carezze sessuali. Continuò per tre anni.

    Anche dopo essere stato molestato, la fede e il legame di Faluszczak con la chiesa rimasero forti. Si è sentito chiamato a Dio ed è entrato in seminario. Prese la veste e trascorse 18 anni come sacerdote nella diocesi di Erie.

    Ma il trauma dell’abuso lo ha raggiunto. Si rivolse alla droga e all’alcol e rimase deluso dalla chiesa.

    “Mi sentivo come se non potessi funzionare. Non potevo vivere in un sistema che non proteggesse il membro più vulnerabile della comunità oi membri più vulnerabili della chiesa”, ha detto Faluszczak.

    Faluszczak ha lasciato il sacerdozio nel 2014 ed è uno delle dozzine di testimoni che hanno testimoniato davanti al gran giurì sulle loro esperienze di abusi. Nelle sue scoperte pubblicate la scorsa settimana , il gran giurì ha affermato che 301 “preti predatori” hanno molestato, violentato o approfittato di più di 1.000 bambini.

    Nel rapporto elencato sotto i delinquenti della diocesi di Erie c’è Daniel Martin.

    Faluszczak si sente sollevato dal fatto che la sua voce sia stata ascoltata e creduta, ma ha affermato che il rapporto non cattura completamente la sensazione di fidarsi profondamente di qualcuno, di essere estremamente vulnerabile e di essere poi sfruttato.

    “L’abuso emotivo era peggio dell’abuso fisico, l’abuso spirituale era la cosa peggiore di tutte. Ha manipolato la mia anima. Non è solo quello che mi ha fatto fisicamente”, ha detto Faluszczak. “Questo ha ostacolato il mio rapporto con Dio”.

    Il rapporto descrive anche la testimonianza di un’altra vittima secondo cui è stato molestato e aggredito sessualmente da Martin e da altri sacerdoti mentre si trovava al St. Mark’s Seminary di Erie.

    Identificato nel rapporto come “Vittima n. 2”, descrive gli abusi in seminario come parte di una “cultura della sessualità” tra i sacerdoti. Secondo il rapporto, la vittima n. 2 ha testimoniato che “sacerdoti che agivano come consiglieri spirituali dei seminaristi li avrebbero coinvolti in una cattiva condotta sessuale”. La diocesi di Erie ha pagato $ 34.500 per risolvere una causa civile sulle accuse di “Vittima n. 2”.

    “Promemoria costante”

    Il vescovo di Erie Lawrence Persico si è scusato con tutte le vittime di abusi in una conferenza stampa la scorsa settimana.

    “Hai sofferto nell’oscurità per molto tempo”, disse. “Come dimostra il rapporto del gran giurì, hai sperimentato un comportamento inimmaginabilmente crudele da parte delle stesse persone che avrebbero dovuto avere il maggior interesse a proteggerti”.

    Ad aprile, ha nominato pubblicamente Martin, morto nel 2006, e più di 60 altri membri del clero e dipendenti che la diocesi ritiene abbiano accuse credibili contro di loro .

    Da allora, Persico ha confermato che almeno un’altra vittima si è fatta avanti per accusare Martin.

    “Questo è il risultato di quando passiamo così tanto tempo a tenere le cose segrete. Ad esempio, l’intera idea di non rendere pubbliche queste informazioni, penso che faccia parte del nostro problema”, ha detto Persico. “Ecco perché è così importante che quando pubblicizzi i nomi, le persone si rendono conto che non la passeranno liscia”.

    Per Faluszczak cadono le scuse del vescovo e i discorsi sulla trasparenza. Quando era sacerdote, ha portato all’attenzione della chiesa tre accuse di abusi e cattiva condotta sessuale, compresa la sua.

    “Il vescovo Persico è diventato vescovo nel 2012 e ha aspettato sei anni per pubblicare quella lista”, ha detto Faluszczak. “Se era tutto sulla trasparenza, perché non ha pubblicato l’elenco nel 2012?”

    Faluszczak, che rimane cattolico, ha affermato che sono necessarie riforme interne più profonde della chiesa. Aveva un punto di vista privilegiato e non sopportava ciò che vedeva.

    “Ero contento dei miei incarichi, ero contento del mio lavoro. L’atmosfera era intollerabile: stare con altri preti che erano inquietanti o che ti guardavano con disprezzo o che ti facevano proposte”, ha detto Faluszczak. “C’erano solo costanti promemoria per me che questo è il modo in cui padre Martin è riuscito a farla franca con quello che ha fatto”.

    Ora vive a Buffalo, New York. E, come la maggior parte delle vittime di abusi sessuali da parte del clero, Faluszczak non ha ricorso legale.

    Nella sua relazione, il gran giurì ha stilato un elenco di raccomandazioni, inclusa l’eliminazione della prescrizione per gli abusi sessuali su minori. Ha anche chiesto una legge sulla “finestra civile”, che concederebbe a Faluszczak e ad altre vittime un periodo di due anni per chiedere un risarcimento retroattivo.

    Alcuni mettono in dubbio la costituzionalità di quest’ultima idea . E di fronte alla dura opposizione di gruppi come la Pennsylvania Catholic Conference, la legislazione che promuove tali misure non ha trovato consenso.

    Former priest with insider view among the 1,000 victims in Pa. clergy abuse report

  • Carcere a vita, o ALTERNATIVA al carcere?

    Carcere a vita, o ALTERNATIVA al carcere?

    Non è chiaro.

    Leggendo l’articolo di Padre Hans Zollner “Detenzione nelle case della chiesa proposta per preti abusatori” Emergono subito alcune questioni che non ci sentiamo, in coscienza, di tacere.

    Il riferimento a questi “luoghi” – una sorta di “carcere a vita” per i preti pedofili – risulterebbe una sorta di “obbligo”?

    Il presupposto dal quale parte l’autore di questa proposta, che è il Presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana (CCP), da poco trasformato in Istituto di Antropologia, studi interdisciplinari sulla dignità umana e sulla cura delle persone vulnerabili (IADC), è il fatto che il pedofilo ripete il reato, non si ferma. Ma di quale pedofilo si sta parlando?

    Quello “presunto”, ovvero quello per il quale non vi è ancora stata una condanna da parte dello Stato, quello che non è ancora stato denunciato o non lo sarà mai perché la vittima non riesce a denunciare? Oppure quello che “solo la chiesa” conosce perché la vittima si è rivolta ad un organismo ecclesiastico che mette tutto a tacere? Di quale categoria di prete pedofilo parliamo?

    Se non è ancora stato condannato e non ha scontato la sua pena in carcere si pongono almeno tre problemi:

    • Questi luoghi sono dunque una alternativa al carcere perché i preti hanno una sorta di privilegio rispetto agli altri cittadini che commettono lo stesso reato? (oppure sarebbero un “dopo-pena”?)
    • E chi stabilisce la loro colpevolezza se non subiscono un giusto processo? E se fossero, per assurdo, innocenti?
    • “Carcere a vita”, ovvero senza fine pena. E se i preti volessero andarsene? In base a quale norma/obbligo/motivo sarebbero costretti a rimanervi per sempre? Non sarebbe una sorta di abuso nei loro confronti? E i preti dimessi dallo stato clericale? Loro sarebbero “liberi”?

    Inoltre viene elegantemente glissato il tema delle vittime. Padre Zollner, con un doppio salto mortale, sposta l’attenzione sulla prevenzione: “Ogni volta che la Chiesa ha sottolineato che aveva anche il dovere di prendersi cura dei colpevoli, la gente l’ha subito accusata di pensare ancora una volta più ai colpevoli che alle vittime – ha detto Zollner – ma non era questa l’intenzione qui. Si trattava di impedire che più minori diventassero vittime”.

    Evita così di ricordare che le vittime reali esistono. Le vittime reali sono persone che hanno subìto dei danni che li accompagneranno per tutta la vita: il disturbo post-traumatico non si cura con l’Aspirina o un antibiotico per 10 giorni. Quanti non riescono ad affrontare un malessere così atroce e si suicidano? Ogni vittima ha provato almeno una volta a farla finita, ed è una tentazione sempre in agguato.

    Il danno subìto richiede un indennizzo. Padre Zollner ha abilmente scelto di non vedere l’altra faccia della medaglia, quella scomoda, quella fastidiosa, quella che mette il dito nella piaga di questa Chiesa che continua a far finta di affrontare seriamente il problema.

    Unico merito di questa proposta? Riconoscere, da parte di un organismo ecclesiastico, quale l’ “Istituto di Antropologia, studi interdisciplinari sulla dignità umana e sulla cura delle persone vulnerabili (IADC)”che il prete pedofilo non smette di essere tale, e che la chiesa ha il dovere di occuparsene a vita (ovvero non basta ridurlo allo stato laicale e lavarsene le mani!).

    Come Comitato Vittime & Famiglie della Rete L’ABUSO non ci accontentiamo di queste proposte che, ancora una volta, sembrano un goffo tentativo per illudere l’opinione pubblica.

    Quando la Chiesa si metterà davvero a fianco delle vittime?

    Cristina Balestrini

    Comitato Vittime & Famiglie della Rete L’ABUSO

  • Biografia di Francesco Zanardi – La recensione di Michele Del Gaudio

    Biografia di Francesco Zanardi – La recensione di Michele Del Gaudio

    di Michele del Gaudio – “Francesco Zanardi – biografia di Cristina Balestrini… Lo trovi su AMAZON – EDITORE

    “Lasciate che i bambini vengano a me” (Luca 18,16) dice il mio amico Gesù ed io vedo Francesco, anche oggi, nei suoi cinquantun’anni, fra quei bambini.

    Consiglierei però a Gesù nel prossimo Vangelo di rivolgersi a bambine e bambini, perché la Costituzione ha sancito la parità di genere! Anche se in tanti la calpestano.

    Non c’è da meravigliarsi che Gesù sia mio amico: gli parlo tutti i giorni! Non perché sia Dio, ma perché credo profondamente nel suo insegnamento e tento di praticarlo, anche se non riesco a credere che sia Dio.

    Sono un non credente come Francesco! Anche se David Maria Turoldo afferma: “Molti credenti non sanno di non essere credenti. Molti non credenti non sanno di essere credenti”. Allora anche Francesco ed io forse siamo credenti! E possiamo dialogare con Gesù!

    Il Nazareno è protagonista in questo libro: un sacerdote distrugge la vita di Francesco, ma è un altro sacerdote a ricostruirla e a dimostrare che, se c’è Giuda, c’è anche Pietro! Il male e il bene competono nelle giornate di tutte, tutti noi; il male aggredisce soprattutto nel buio, ma neanche il bene riposa e… anche alla notte più tenebrosa segue sempre il giorno.

    L’autrice è Cristina Balestrini, collaboratrice, colonna, madre, figlia di Francesco, il quale autografa direttamente alcuni capitoli. Il figlio di Cristina ha subito lo stesso calvario di Francesco… e di Gesù… il tormento è identico qualunque sia la causa e la forma.

    Il racconto scorre agile, comprensibile, trasparente, pur contenendo eventi atroci e riflessioni psicologiche, sociologiche, filosofiche, giuridiche… che però non ledono il coinvolgimento della lettrice, del lettore, che assaporano anche una poesia invadente e discreta, cruenta e quieta, prepotente e catartica.

    Francesco è una persona “scomoda”, si è arrampicato per vie inesplorate, già impervie ma incattivite dagli omertosi, insanguinate da coscienti aguzzini, puntellate da presunti cherubini.

    La tribù egoista e superficiale evita la scabrosità, predilige l’inerzia del silenzio, a volte assassino, la navigazione subacquea che non specchia, se non sbrigative maldicenze.

    Eppure si incontrano personaggi straordinari, come Stefano Milano, che rappresenta la tragedia di Francesco, e delle “sue figlie”, e dei “suoi figli”, più di novecento, accanto agli scaffali dei “suoi ospiti” cartacei, lampanti ed enigmatici, oppure nella piazze assolate ed assetate di saperi, ideali, sentimenti. (Pag. VI)

    E la magistrata Maria Monteleone (Pag. 128-130), stimatissima amica, con la quale ho condiviso il maestro, il giudice Mario Almerigni, che ci ha insegnato a combattere anche perdendo, perché è nell’impegno la “beatitudine”, a prescindere dal raggiungimento dell’obiettivo.

    E Luisa Bonello, che, “nell’esercizio della professione… si imbatte in alcune vittime… e come medico accoglie tutto il loro malessere, come cattolica accoglie tutto il loro dolore” (Pag. 75 ss..); giunge al sacrificio supremo, causato dalle sue denunce… ma chi la trafigge di lingua o di spada resterà negletto… mentre l’eroina è sì morta per la vita, ma è viva per la morte… viva finché è nel pensiero, nelle conversazioni, nelle scritture…

    La citazione di Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”, giunge a proposito, perché un vanto di Francesco è il rifiuto della maschera. Fino a trent’anni è stato costretto ad indossarla, anzi ad indossarne diverse: è il bravo chierichetto per don Carlo Rebagliati, l’amante in catene per don Nello Giraudo, il bambino introverso per la madre, il figlio adottivo imposto per il padre, l’amico di giochi, il compagno di scuola, il riparatore… prima di oggetti… oggi di viventi.

    La storia di Francesco è articolata, crudele, spietata, tormentata, implacabile, ineluttabile, intransigente, inattesa, lenta, graduale, inimmaginabile, imprevista, sorprendente, progressiva, tangibile, altruista, straordinaria, utopistica… la sintetizzo in pochi flash che non ne abbracciano l’immensità.

    Abbandonato alla nascita, inizia una vita in salita. (Pag. 14)

    Il padre adottivo non vuole figli ed abolisce le gioie infantili, compresi i compleanni.

    La madre, succube, con una fede ossessivo compulsiva, anche in tutti i preti, suicida. (37)

    La parrocchia torturatrice, ma con lo stanzino nel sottoscala ove esplora, smonta e rimonta.

    Il sacerdote che gli fa da papà, don Carlo.

    Il sacerdote carnefice, don Nello: “… è qualcosa che ti rimane fisso nel cervello, qualcosa che, anche se vuoi e ci provi con tutte le tue forze, rimane un ricordo indelebile, ogni particolare di ogni abuso sessuale ti rimane stampato nella memoria, e negli incubi notturni ricorrenti.

    Rimani completamente gelato, immobile, non puoi sfuggire, non hai scampo”. (Pag 26)

    Nei campeggi… “i bambini tra loro non ne parlavano, era un tacito macabro segreto, tutti sapevano cosa succedeva al “prescelto” della notte…”. (27) “È difficile spiegare tutto quello che crea nella testa di un ragazzino”. (30)

    Il bimbo cresce in fretta. (6)

    Il lavoro a sedici anni e la fine dell’incubo fisico, non mentale. (28)

    Germana, la fidanzatina asfaltata da una moto a diciassette anni. (13)

    L’omosessualità scoperta a trent’anni.

    Gli amori. (19 ss..)

    La droga. (30-31)

    Cacciato di casa. (33)

    Lo accoglie don Carlo, “l’unico padre che riconosce”. (40)

    Un prete lo devasta, un prete lo salva. (41)

    La comunità. (42) “Francesco non si sente come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto”. (Pag. 46)

    Al termine è di nuovo accolto da don Carlo.

    Le vicissitudini ecclesiali e giudiziarie. (52 ss..)

    Don Nello viene finalmente condannato! 61

    Prende vita il gruppo La COLPA. Otto ragazzi che hanno in comune almeno tre cose: la sciagura mai sopita, il bisogno di fare qualcosa di concreto, il desiderio che non accada ad altri. (69) Inizia lo screening delle vittime. (70)

    Quando il martirio eterno varca i confini del fenomenico, e si annida nella sterpaglia della psiche, è sordo, costante, pneumatico, con una qualità però: riconoscerne un altro e fare squadra e partorire un’energia fanciulla che si evolve in confronto adulto fino a renderlo nuova linfa.

    Certo la sofferenza non marina mai l’esistenza, ma accanto vi cammina un brio esile, convinto, consapevole…

    Le  atrocità sono inesauribili, ma “Negli uomini, le cose da ammirare sono più di quelle da disprezzare” sostiene Albert Camus, “La peste”, e di questo Francesco si è cibato passo dopo passo, disillusione dopo disillusione, sconfitta dopo sconfitta.

    Ma a volte perdendo si vince. Di una vittoria esangue, sì, ma foriera di nuova umanità.

    “La verità vi farà liberi”. Giovanni 8, 32. “Ancora con Gesù! – mi direte -. Ma sei fissato!”.

    Sì, sono inchiodato a Gesù falegname, non alla sua deità! Ed anche Francesco testimonia Gesù nel suo agire, ed anche la Costituzione. “Ricercare la Verità e la Giustizia è… un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa e non è quella che ti aspettavi” (Pag. 115).

    Francesco, il “cercatore”, le estrae dai guadi, dalle miniere, dalle caverne dell’anima e le stende al sole, come panni puliti e profumati, perché le verità non possono essere nascoste. In genere chi ostenta certezza si allontana dalla verità, mentre chi rincorre il dubbio le si avvicina; ma negli itinerari di Francesco la verità annienta il dubbio.

    Francesco la diffonde sul mare triste e soffia sulle onde la speranza. 

    Francesco offre sostegno, rifugio, come punto di partenza per ricominciare a sorridere e sentirsi parte integrante, non scarto… “cosa si può dire ad un amico… un fratello… quando semplicemente, in modo genuino e così umile ti “consegna” un dramma (XVI)… la sua vita ha davvero qualcosa da dire: restituisce dignità e coraggio a chi ha perso la forza di lottare”. (VII).

    Nascono “Rete L’ABUSO” e poi “Rete L’ABUSO Human Rights Connect”.

    Essere sempre forti davanti a tutto e tutti ha, però, un costo emotivo non indifferente, bisogna proteggersi con una corazza… (99) sia pure ornata con bontà e generosità.

    Francesco è vittima e contemporaneamente assiste le vittime; come volontario ha l’equilibrio per analizzare e valutare le situazioni con “freddezza” e trasmettere sicurezza alle persone spesso sgomente che gli si rivolgono. Come vittima ha la capacita di entrare in empatia, facendo sentire l’altra vittima “a casa”. (99)

    L’Associazione monitora gli spostamenti dei sacerdoti, offre difesa legale alle vittime attraverso avvocati su tutto il territorio nazionale, contrasta l’isolamento che destabilizza fino all’alcolismo, alla droga ed altri comportamenti di evasione dalla sventura.

    Se non si muore di cirrosi, overdose, suicidio, si sopravvive in condizioni accettabili… non serve…  fare cose eccezionali, basta vivere onestamente, soprattutto con sé stessi, e inevitabilmente si produrrà qualcosa di positivo e di valore per l’intera società. (130-132)

    L’instancabile dedizione consente a Francesco l’approdo, come relatore, alla Camera dei Deputati e all’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite: l’Alto Commissariato per i diritti umani rivolge delle “raccomandazioni” allo Stato italiano riprendendo molti concetti dell’intervento di Francesco.

    Manca solo papa Francesco, uno dei pochi alti prelati che può scagliare pietre. Francesco papa ha la tenerezza per entrare nel cuore più torturato, come quello di Francesco crocefisso bambino, e saprà trovare, in uno dei suoi angoli reconditi, Gesù fanciullo, rintanato di stracci e sputato d’ingiurie, ma vivo, oserei dire risorto!

    In queste righe non compare il sostantivo pedofilia, perché il libro recensito non è sulla violenza ma sulla resurrezione. Francesco è risorto assieme alle sue figlie e ai suoi figli… assieme a Gesù!

    Michele Del Gaudio – http://www.micheledelgaudio.com/

  • LETTERA APERTA A MONSIGNOR MARIO DELPINI  ARCIVESCOVO METROPOLITA DI MILANO   del 19 luglio 2021

    LETTERA APERTA A MONSIGNOR MARIO DELPINI ARCIVESCOVO METROPOLITA DI MILANO del 19 luglio 2021

    Egregio mons. Mario Delpini,

    siamo la famiglia della vittima di abuso sessuale da parte di don Mauro Galli condannato recentemente anche in appello a 5 anni e 6 mesi di carcere.

    La preghiamo gentilmente di non scrivere più che Lei e la diocesi “esprimete ancora una volta la vostra vicinanza alla vittima e alla sua famiglia” come puntualmente vi siete precipitati a scrivere sul sito chiesadimilano, il giorno della conferma della condanna introducendo per altro la nota con la frase: “La Corte di Appello ha riformato parzialmente la sentenza riducendo la pena…” lasciando intendere che il reato è stato ridimensionato.

    Vi siete guardati bene dallo spiegare invece che il reato è stato integralmente confermato cristallizzando l’abominevole abuso, la riduzione di alcuni mesi è relativa all’attenuante generica riconosciuta per legge per aver pagato i danni e le spese per 150.000 euro prima del processo  (art. 62.6 codice di procedura penale), al fine di far ritirare la costituzione di parte civile che riguardava in solido anche la Parrocchia e la Diocesi di Milano appunto.

    Ricorderà perfettamente del pagamento di tale importo, ricorderà che ha negoziato con la Procura il suo interrogatorio rilasciato alla polizia e dunque acquisito agli atti del processo, per evitare di comparire in tribunale come richiesto dal PM, interrogatorio da lei sottoscritto dove si assumeva tutta la responsabilità di avere spostato don Galli a Legnano ancora con i minori nonostante l’allora parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, le avesse segnalato l’abuso due giorni dopo il fatto come lei stesso ha riferito alla Polizia di Stato su esplicita domanda.

    Qualche mese fa, il giorno 17 gennaio 2021, dopo la nostra pressante insistenza ci ha concesso di poterla incontrare in occasione della visita pastorale a Rozzano.

    Ci ha concesso in tutta riservatezza ben 8 minuti e 50 secondi del suo tempo in presenza del suo portavoce don Walter Magni.

    Dopo dieci anni dall’abuso, dieci anni di assoluto silenzio, ci a concesso 8 minuti per non dirci nulla, ha aperto bocca solo per dire che non sapeva cosa dirci, che non aveva nulla da dirci e il suo portavoce concludeva che non c’era tempo…

    In dieci anni è mancato il tempo per dimostrare la vicinanza alla vittima e ai familiari, magari banalmente per chiedere scusa per aver protetto il pedofilo, per non aver avviato le indagini preliminari (dette indagini previe) obbligatorie per il diritto canonico, per aver consigliato a don Mauro di stare attentissimo perché sotto indagine, come si è appreso dalle carte del tribunale… “DOBBIAMO STARE ATTENTISSIMI”.

    Questa è la vicinanza sua e della diocesi di Milano a nostro figlio e alla nostra famiglia?

    La preghiamo dunque di non scrivere più falsità, non è e non è mai stato vicino a noi, la preghiamo di avere almeno il coraggio di rispettare il silenzio, non ha nulla da dire, allora non dica nulla e non faccia scrivere ai suoi portavoce cose diverse dal suo nulla.

    Se proprio devono scrivere qualcosa, allora raccontino la sua vicinanza ai preti pedofili, la sua difesa e disponibilità nei confronti di don Mauro, le risorse messe a disposizione, la difesa da parte dello studio Zanchetti da lei allertato durante le indagini preliminari come scoperto dalla polizia ed emerso durante il processo.

    Questa la vera vicinanza, non quella descritta dalla vostra laconica nota.

    Nel più recente caso che riguarda don Emanuele Tempesta oltre alla rinnovata vicinanza, ribadite l’impegno per garantire la migliore tutela dei minori (difficile in questo caso spostare il prete ancora con i minori una volta arrestato), ricordate i servizi della diocesi messi a  disposizione dal 2019 per i minori abusati, il referente diocesano… esiste ora la commissione diocesana per la tutela dei minori!

    Anche in questo caso omettete però di dire che proprio lei mons. Delpini nel febbraio 2019 quando ha costituito la commissione per la tutela dei minori, ha inserito nei suoi membri proprio l’avvocato Zanchetti che si vanta in tribunale di assistere i preti pedofili da oltre 20 anni collaborando con la diocesi, come ribadito con fervore nell’ultima “arringa”, ultimo tentativo estremo di difesa durato quasi un’ora in difesa di don Mauro Galli nel processo d’appello, ora concluso appunto con la conferma della condanna, introducendo anche in quell’occasione nuove falsità come la descrizione di nostro figlio che, a suo dire alla terna dei giudici e in presenza del procuratore generale, sarebbe stato ricoverato in psichiatria fin da piccolo ben prima dell’abuso, circostanza assolutamente falsa.

    Vedremo cosa inventerà nel caso di don Tempesta essendo ancora una volta incaricato della difesa del prete nonostante sia contemporaneamente membro della commissione diocesana per la tutela dei minori.

    Ci vediamo quindi costretti a tutela delle vittime di segnalare di non cadere nella trappola della diocesi che invita a confidare le proprie angosce, mostrando le fragilità proprio a coloro che si ritroveranno poi contro in tribunale, lo stesso avvocato o studio che poi difenderà il prete e la gerarchia ecclesiastica che farà di tutto, anche carte false come nel nostro caso, nel tentativo di screditare la vittima a protezione sia del prete di turno che dei suoi clienti.

    Occorre denunciare immediatamente i reati alla Procura della Repubblica o ai carabinieri e consigliamo di rivolgersi ad associazioni di vittime e familiari come la “Rete l’abuso”, unica in Italia per il sostegno alle vittime dei preti pedofili, non commettendo i medesimi errori che abbiamo commesso noi confidando inizialmente unicamente nella chiesa di Milano.

    I familiari della vittima

  • ROZZANO – incontro tra l’Arcivescovo e la famiglia di una vittima di prete pedofilo

    ROZZANO – incontro tra l’Arcivescovo e la famiglia di una vittima di prete pedofilo

    In tanti ci hanno chiesto “Com’è andata? Siete delusi?”. In realtà non si può essere delusi quando le aspettative sono azzerate da un pezzo.

    “Forse dovremmo essere grati del fatto che ci ha dedicato ben 8 minuti e 59 secondi”.

    Un passo indietro. L’annuncio della visita pastorale dell’Arcivescovo Mario Delpini nella nostra parrocchia, ci ha portato a scrivergli una lettera che abbiamo reso pubblica qualche giorno prima del suo arrivo. Uno dei sacerdoti ci ha informato che mons. Delpini ci avrebbe incontrato per qualche minuto prima della S.Messa delle ore 18, e così è stato.

    Abbiamo avuto la possibilità di porgli molte domande, di esprimere la nostra amarezza e il dolore in merito a come sono andate le cose in questi anni. Non abbiamo avuto bisogno di raccontare nei particolari: l’Arcivescovo era stato coinvolto dall’inizio. “Al mondo si può raccontare quello che si vuole, ma a noi no”.

    “Non c’è stata una parola di scuse da parte di nessuno, niente. Si poteva scrivere tutta un’altra storia. Si poteva prendere coscienza del male fatto, chiedere scusa e finiva lì. Non è stato fatto nulla di tutto questo. Dopo l’incontro che abbiamo avuto con lei, a ottobre del 2012, quando eravamo indignati perché dopo la denuncia del presunto abuso, ai tempi era un presunto abuso, lei aveva spostato don Mauro ancora con i minori, e avevamo chiesto un incontro, lei non ha comunque avviato l’Indagine Previa. L’indagine Previa è stata avviata nel 2015, dopo la denuncia penale, ma perché? Perché non c’è trasparenza? Perché? Questo fa perdere la fede. In questi anni noi abbiamo conosciuto altre decine e decine di vittime di preti pedofili: tutte allontanate allo stesso modo. Tutte. Non ce n’è una che la Chiesa ha preso dalla sua parte. La chiesa difende l’istituzione. Questa cosa fa male. Lei non ha idea del male che fa, non ha proprio idea.”

    “Alessandro non ha perso la fede per l’abuso sessuale ma ha perso la fede per come è stato gestito il tutto a livello di tribunale, quindi con l’avvocato che ha difeso il don Galli utilizzando come strategia difensiva quella di attaccare la credibilità della vittima. Far parte di una chiesa così è veramente una cosa allucinante. Una Chiesa che non ha mai tentato di riparare, che non si è mai presa cura della nostra famiglia”

    Gli abbiamo confermato che un sacco di gente chiede a noi dove è finito Don Galli.

    Abbiamo chiesto chiarezza, trasparenza, che intenzioni ha, cosa intende fare, cosa fa don Mauro, quale è stata la sentenza, perché l’avvocato che difende i preti è nella commissione a tutela dei minori (incredibilmente inaccettabile!)…

    L’Arcivescovo ci ha ascoltati, il suo portavoce, don Valter Magni, ci guardava attonito – chissà cosa avrà pensato? – e poi due  brevissime parole.

    Mons. Delpini si è detto dispiaciuto di essere causa della perdita della fede, ma ha anche aggiunto di non sapere cosa fare per aiutare il cammino di fede delle persone. Ha poi aggiunto che, essendo in corso la causa in Tribunale ogni sua dichiarazione può essere poi riportata ed intesa sempre come un disinteresse delle istituzioni. Ammette che poteva essere tutta un’altra storia…

    Che dire?

    Il nulla. Non ci aspettavamo nulla e il nulla è stato. La chiesa, nella rappresentanza dell’Arcivescovo, ha perso un’altra occasione per esserci vicina, per testimoniare che può esserci un cambio di rotta e una vicinanza alle vittime. Nulla. Ancora una volta.

    Come Arcivescovo non sa cosa fare in questioni di fede? Teme che le sue dichiarazioni possano essere usate? Ma usate come? Non dovrebbe essere un grande esempio di fede per tutti? Colui che guida la Diocesi e avvicina la gente a Dio? Non dovrebbe essere di esempio anche per i suoi sacerdoti?

    Abbiamo terminato l’incontro con l’invito a pensare, magari a contattarci se vuole, non poteva ovviamente risponderci in questa occasione… se non è riuscito a pensarci in 10 anni, magari gli viene un’ispirazione.

    E gli abbiamo consegnato la Lettera scritta e una copia del libro “Chiesa: perché mi fai male?”

    Certo, noi non potevamo tacere.

    Non potevamo tacere come tanti nostri amici, quelli veri, che hanno scelto di non esserci. La scelta di non essere presenti alla S.Messa celebrata da mons. Delpini è stata una decisione di “protesta silenziosa” perché la posizione della Diocesi si è ben delineata nella nostra vicenda: contro la vittima. Ma sono anche stati tanti i presenti alla celebrazione: la chiesa era piena, applausi e canti, il coro. Otto minuti e cinquantanove secondi per la famiglia della vittima, per scrollarci di dosso, e poi la festa con la gente, tutto a posto.

    I cattolici, in particolare in Italia, non sono vicini alle vittime dei preti pedofili:

    • il problema non interessa finché non ti riguarda personalmente?
    • ma ogni tanto ti domandi “cosa avrebbe fatto Gesù Cristo?”

    Sottile la differenza tra “Com’è andata?” e “E tu, come stai?”. Come sto, lo puoi percepire, se vuoi. Altrimenti, non importa. Il “nulla” è anche tuo.

    Cristina Balestrini

  • Delpini in visita a Rozzano, andrà a spiegare ai parrocchiani i motivi dell’assoluzione canonica di don Galli?

    Delpini in visita a Rozzano, andrà a spiegare ai parrocchiani i motivi dell’assoluzione canonica di don Galli?

    Rozzano (Mi) – Parrocchia S. Angelo, 17 gennaio 2021

    Buonasera Monsignore,

    è molto difficile per noi esprimere gratitudine per questa visita. La memoria ci porta all’incontro con Lei avvenuto nell’ottobre del 2012, in presenza di Don Alberto Rivolta. Allora esprimevamo il nostro sgomento per la decisione che avevate preso in Diocesi di spostare Don Mauro Galli ancora con i minori dopo la nostra denuncia di abuso sessuale. E nemmeno dopo quell’incontro Lei ha preso l’iniziativa di avviare l’Indagine Previa per accertare i fatti… l’indagine è stata avviata nel gennaio 2015, epoca successiva alla nostra denuncia alle autorità civili. Perché? Eppure quando è stato interrogato dalla Polizia ha dichiarato di essere stato subito avvisato dal Parroco di un presunto abuso sessuale, e si è precipitato in parrocchia addirittura la vigilia di Natale del 2011. Ricorda?

    Da allora ha scelto di interrompere completamente qualsiasi rapporto con noi. Qual è il nostro “torto”? Essere la famiglia di un minore violentato da un prete? Papa Francesco proclama continuamente la vicinanza della Chiesa alle vittime di pedofilia: ma quale vicinanza? Un unico incontro. Un incontro a cui ha fatto seguito il nulla. Completamente dimenticati. Anzi no. In Tribunale abbiamo avvertito la vicinanza della Diocesi attraverso la difesa del prete, contro la vittima. Triste e dolorosa realtà. Siamo una famiglia scomoda per la Chiesa, probabilmente.

    Anche questa parrocchia, la parrocchia che frequentiamo fin da quando eravamo bambini, ha scelto di non affrontare il tema della pedofilia (sebbene i casi di preti pedofili che “sono passati” in questa parrocchia siano almeno 4, e non osiamo pensare quante siano le vittime!), negli anni sempre la solita metodologia: spostare il prete altrove e far tacere tutto. Ma perché? Con il trasferimento di Don Alberto Rivolta a Rho (unico sacerdote che ci è stato sempre vicino) più nessuno ha avvicinato la nostra famiglia. Addirittura il nuovo parroco, Don Roberto Soffientini, ci ha detto che siamo gente che “sputa nel piatto in cui mangia” ancora prima di conoscerci. Questa è la vicinanza?  Monsignore, forse non ha mai conosciuto una vittima. Forse non ha la minima idea di come si conviva con un disturbo post traumatico. Negli anni abbiamo conosciuto tante e tante altre vittime, in tutta Italia, attraverso l’Associazione Rete L’ABUSO… e il copione è sempre lo stesso. Non abbiamo trovato una sola vittima che sia stata accolta dalla Chiesa. Violentati e allontanati. Dovremmo esserLe grati? Non riusciamo, monsignore. Sarebbe bastato mantenere i rapporti con noi, avere il coraggio di chiedere scusa, agire per affrontare seriamente questo dramma (che è profondamente e radicalmente esteso, ma Lei lo sa ben meglio di noi), e aiutare il prete a prendere coscienza del reato commesso (oltre ad essere un grave peccato, la violenza sessuale è anche un reato in Italia… ma questo evidentemente non è contemplato anche nel diritto canonico visto il risultato del processo canonico in prima istanza).

    E forse, monsignore, non ha idea di quanti preti ci abbiano contattato in questi anni per esprimere la loro vicinanza a noi e la negazione di qualsiasi sentimento di stima nei Suoi confronti. Ma non possono “esporsi”, già. Anche ex-preti ci hanno contattato: preti che hanno lasciato la Chiesa anche e soprattutto per come viene gestito il dramma della pedofilia.

    E la gente? In questi giorni qui Le faranno festa, una grande accoglienza. Ma ci saranno anche tanti assenti, gente che Lei non vedrà mai, che in questi giorni andrà a Messa altrove proprio per non partecipare alle celebrazioni da Lei presiedute. In tanti ci stanno scrivendo. Lo scandalo non è il fatto che avvengano gli abusi sessuali (dramma devastante per chi li subisce), lo scandalo è la gestione di tali abusi da parte della Chiesa. E per noi questa è la realtà che stiamo vivendo. Si poteva scrivere un altro pezzo di storia. Sarebbe bastato riconoscere i propri errori ed affrontarli. La Chiesa di Milano ha fatto un’altra scelta. Questa lettera verrà resa pubblica: non ha alcun senso tacere o riconoscere un dialogo personale ove non c’è mai stato.

    “La Verità vi farà liberi”, e non lo abbiamo detto noi…

    I familiari della vittima di Don Mauro Galli, (condannato a 6 anni e 4 mesi in primo grado nel Tribunale di Milano, assolto in prima istanza dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo)

  • Don Alberto:  che splendida persona

    Don Alberto: che splendida persona

    Molto stimato da tutti, così vicino alle esigenze dei giovani, amico ideale, prete attento al prossimo: è una sua priorità aiutare i più bisognosi, gli ultimi, sottovoce e con garbo riesce a riunire le comunità, a far sentire Dio presente nelle nostre vite, a darci una speranza per un mondo migliore in cui tutti noi siamo fratelli; ha accolto nella sua casa i senzatetto, ha creato comunità per i disabili. Un’immagine luminosa che si proietta a chi lo circonda.

    Ma la verità è celata sotto gli occhi di chi gli sta accanto; la realtà di chi lo conosce per davvero nel profondo, come me, è ben diversa: dietro questa “melassa” di buonismo e di perfetto cristiano esiste un lato molto oscuro.

    Nascosto agli occhi di tutti quelli che lo conoscono c’è un orco.

    Lo può sapere bene chi come me, in prima media, affidata come tanti altri bambini/e dai propri genitori alle sue cure durante i campeggi estivi, lo vedeva togliersi la maschera da prete integerrimo la notte, quando veniva a trovarmi nel mio sacco a pelo per sfogare tutte le sue perversioni, rindossandola la mattina, come se nulla fosse accaduto lasciandomi attonita.

    Uso la parola orco perché una bambina innocente, nella semplicità della sua infanzia, altro nome non può esserci per descrivere chi, svelandosi dal perfetto camuffamento, si rivela in tutto il suo orrore.

    Per anni soggiogata dai suoi ricatti psicologici “se vuoi denunciarmi fallo pure, solo ti chiedo prima di avvisarmi così mi tolgo la vita ”.

    Io, bambina introversa con un macigno sulle spalle, sola, con la paura di sentirmi sporca e non adeguata, nella solitudine di questo terribile segreto.

    Ho impiegato 30 anni per capire che non è stata colpa mia, per metabolizzare ed accettare quello che mi accadde, un lungo percorso di sofferenza, una vita rovinata, relazioni distorte.

    Spero che queste mie parole possano servire ad aprire gli occhi ai suoi attuali parrocchiani, per salvare altre bambine, altre vite…

    Siate sempre vigili perché… don Alberto è un lupo travestito da agnello !

    Lettera firmata

  • Un prete attacca le vittime: ma perché?

    Un prete attacca le vittime: ma perché?

    Ancora una volta. Ma quante volte ancora? Le pugnalate alle spalle fanno male, ogni volta la ferita si riapre. Tu che leggi, riesci ad immedesimarti in una vittima di prete pedofilo? Riesci ad immedesimarti in un familiare di una vittima? Forse no, sicuramente no. Non puoi avere idea di quanto la ferita sia profonda.

    Ricevere “quella” mail lapidaria: una sola frase. “VI DA FASTIDIO ANCHE METER?”

    È una mail indirizzata a Rete L’ABUSO, in risposta ad un articolo pubblicato poco prima. Ma non è una mail qualunque, è scritta da un sacerdote. Quelle cinque parole e la sua firma, nulla più.

    “ANCHE” presuppone che alle vittime dia fastidio “altro”. Eh sì, evidentemente per questo sacerdote le vittime, cioè quei bambini o ragazzini abusati (=violentati) dai sacerdoti cattolici, dovrebbero stare zitte e buone, far finta di nulla, stare male e basta, così, gratuitamente, senza alcuna colpa… e invece le vittime qualche volta trovano il coraggio di parlare, di denunciare, di esprimere tutto il loro dolore e disperazione. Ed è a quel punto che la Chiesa le allontana, in mille modi, ma ogni vicenda sembra un copione, una storia che si ripete. L’Associazione Rete L’ABUSO le supporta, le sostiene, le accompagna. Cosa c’è di sbagliato o di scandaloso a denunciare? Non è forse scandaloso e terribile essere chi ABUSA, ovvero il prete? È questo che bisogna tacere? Quanta ipocrisia in quell’ “anche”.

    Questo prete ha mai parlato con una vittima? Ha mai vissuto con qualcuno che ha più volte tentato di suicidarsi perché il dolore e la disperazione erano troppo grandi?

    Un prete che ha il coraggio di scrivere che alle vittime “dà fastidio” lo sporco che c’è nella chiesa, impressionante! A lui invece va bene così?

    Perché, se non è ancora chiaro, è bene chiarire. NON SONO LE VITTIME CHE ATTACCANO LA CHIESA, bensì il contrario: È LA CHIESA CHE ATTACCA LE VITTIME E SI SCHIERA CON IL PRETE PEDOFILO.

    Questo accade praticamente sempre, soprattutto quando la vittima trova il coraggio di denunciare e si arriva al processo in Tribunale.

    Come cattolica, praticante, mamma di una vittima di un prete pedofilo, non posso tacere. Quando ho conosciuto, qualche anno fa, questa Associazione, ho fatto subito una domanda a Francesco Zanardi: “Guardi che io sono credente e voglio continuare ad esserlo. Se questo è un problema, o se la finalità dell’Associazione è un attacco alla Chiesa cattolica, io non posso e non voglio farne parte”.

    Alle rassicurazioni hanno fatto seguito i fatti concreti di ogni giorno, e in un tempo ragionevolmente breve ho avuto la possibilità di sentirmi assolutamente a mio agio, compresa e accolta, tanto da ricevere la proposta di far parte dei Soci Volontari attivi, e di scrivere la biografia di Francesco Zanardi. La mia Fede non è stata giudicata o intaccata in alcun modo, ma ho scelto di non chiudere gli occhi. Nella Chiesa il Male è tanto, quel Male che percepisci in OGNI racconto di ogni vittima, quel Male che viene tollerato e coperto dalle gerarchie ecclesiastiche nonostante i proclami di cambiamento che vengono sbandierati dalla stampa che non approfondisce. È questo il Male che “dà fastidio” (per usare le parole di quel sacerdote) alle vittime, non la Chiesa stessa o la Fede.

    È un sogno sperare che un giorno i preti non pedofili si prendano cura delle vittime, accolgano il loro dolore e prendano posizione denunciando i loro “colleghi” che compiono reati?

    È un sogno sperare che non vi siano più Parrocchie che organizzano fiaccolate in sostegno del prete pedofilo passando sotto le finestre della vittima?

    Non si può tacere. Scegliere di chiudere gli occhi o di girarsi dall’altra parte, così come schierarsi dalla parte del prete a priori, fa male a tutti. Gesù Cristo ha parlato di macina al collo, non si può cancellare questa pagina di Vangelo.

    Cristina Balestrini