Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Lombardia

  • Don Mauro Galli in aula “non sapevo di essere stato accusato di molestie”

    Don Mauro Galli in aula “non sapevo di essere stato accusato di molestie”

    Nell’udienza di ieri, 22-5-18, presso il Tribunale di Milano, è stato sentito per la prima volta in aula l’imputato, don mauro Galli, accusato di abusi sessuali ai danni di un ragazzo di Rozzano, all’epoca dei fatti 15enne.

    Premesso che l’imputato ha tutto il diritto di mentire per difendersi, premesso che la Rete L’ABUSO segue vittima e familiari il carteggio delle deposizioni lo ha letto, le risposte di don Galli sono state alquanto improbabili.

    Dopo una iniziale serie di domande utili a descrivere il ruolo e mansioni di don Mauro, tra le altre cose al suo primo incarico, l’attenzione si sposta non solo sul suo trasferimento da Rozzano a Legnano – avvenuto dopo la denuncia della vittima – che stando a quanto documentava anche la pagina internet della parrocchia sarebbe avvenuto il primo marzo del 2012, seguito poi da un secondo trasferimento nel novembre dello stesso anno presso l’ospedale di Niguarda, a loro dire un trasferimento temporaneo questo, in attesa di un terzo trasferimento del don Mauro a Roma.

    Tutti trasferimenti che don Mauro non solo ha dichiarato in aula di non sapere fossero collegati ad una denuncia di abusi, a suo carico, risalente al 2011, ma che sarebbe venuto a conoscenza di ciò, soltanto nel settembre del 2014, dopo quasi tre anni.

    Ovvia la conseguente domanda di come, ignorando i reali motivi del trasferimento, don Mauro si spiegava allora tutti quegli spostamenti in un lasso di tempo così ristretto. La risposta è stata disarmante: non si sarebbe mai posto la domanda, ma solo limitato ad obbedire ai suoi superiori.

    Invece, su quanto accaduto la notte del 19 dicembre 2012, don Galli ha soltanto ammesso di aver dormito nello stesso letto con la presunta vittima e che, durante la notte, questa fece un brutto sogno, si mise ad urlare nel sonno e lui si limitò a trattenerla per paura cadesse dal letto.

    Qui il racconto stride ancora una volta e fa sorgere una domanda: ma se quella notte non è accaduto nulla, perché don Mauro Galli non si è difeso da quelle che, a questo punto, sarebbero state le infamanti accuse della presunta vittima? Perché allora, prima di questo procedimento giudiziario, ancora in corso, avrebbe versato 150.000€, tra indennizzo e spese legali, grazie al quale la parrocchia di Rozzano e la stessa diocesi di Milano, responsabili civili nel processo, hanno potuto tirarsene fuori e il don Mauro, in caso di condanna, potrà usufruire dello sconto di un terzo della pena?

    Un indennizzo che ha fatto parlare parecchio, si è persino detto fosse un fondo della diocesi per “comprare il silenzio” delle vittime e ieri, in aula, la difesa del sacerdote rappresentata dal professor Mario Zanchetti, ha spontaneamente ritenuto di dover documentare agli atti i vari spostamenti bancari, a prova che quei soldi provenissero dal conto dei genitori del sacerdote e non dalla diocesi.

    Lo stesso sacerdote ha dichiarato che la provenienza è riconducibile a vari parenti che lo avrebbero aiutato.

    Francesco Zanardi

  • Prete pedofilo e svastiche le scritte ingiuriose comparse sul muro

    Prete pedofilo e svastiche le scritte ingiuriose comparse sul muro

    Imbrattato il muro di cinta dell’oratorio di San Rocco, nella notte tra sabato e domenica.

  • Pedofilia, il prete in aula “Fu Delpini ad avvisarmi che ero sotto inchiesta”

    Pedofilia, il prete in aula “Fu Delpini ad avvisarmi che ero sotto inchiesta”

    Don Galli è accusato di molestie su un minore E ha chiamato in causa l’arcivescovo di Milano

    Milano Don Mauro Galli è piccolo, esile, dimostra meno dei suoi trentotto anni. Per la Procura di Milano è un prete pedofilo, un sacerdote che ha approfittato del suo ruolo per portarsi a letto un ragazzino.

    Ieri, per la prima volta, appare nell’aula del processo. Lo interrogano, si difende: senza incertezze e senza emozioni apparenti. Ma don Galli sa che ormai nella sua aula non si celebra solo il processo contro di lui. Che sotto accusa ci sono i vertici della Curia ambrosiana che lo hanno coperto a lungo: a partire da Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano: cui, proprio per il suo coinvolgimento nella vicenda, nei giorni scorsi Papa Francesco ha negato la promozione a cardinale.

    Il giovane prete dichiara al tribunale che fu proprio Delpini, allora vicario generale della diocesi, a metterlo sull’avviso dell’inchiesta, allora segreta, aperta nei suoi confronti per violenza sessuale. «Nel settembre 2014 vengo chiamato dal vicario generale e mi dice che a Rozzano i preti hanno sentito di una possibile denuncia effettuata contro di me», racconta. Perché Delpini sente la necessità di mettere il prete sull’avviso?

    Le intercettazioni raccontano delle modalità con cui avviene la convocazione, con Delpini che convoca don Galli, lo ammonisce a non parlare al telefono, gli consiglia l’avvocato. Ieri, in aula, don Galli potrebbe approfondire il ruolo dell’arcivescovo. Ma il presidente del tribunale stoppa la domande del pm: «Sono temi estranei al capo di imputazione». Allo stesso modo, poco prima, il giudice aveva impedito al pm di scavare sul tema cruciale del comportamento della Curia, che dopo avere saputo di quanto accaduto a Rozzano (dove don Mauro aveva invitato a dormire a casa sua un quindicenne, lo aveva ospitato nel suo letto matrimoniale, e il ragazzo riferiva di essere stato abbracciato nella notte) invece di mettere al riparo il prete da altre tentazioni lo aveva spostato a Legnano, in un’altra pastorale giovanile. Neanche questo, dice il giudice, è il tema del processo.

    Così tutto si ferma alla ricostruzione della sera del 19 dicembre 2011, quando il giovane – animatore all’oratorio, ragazzo intelligente ma irrequieto, un po’ in rotta con la famiglia – dorme in parrocchia. Ci sono due stanze con i letti, ma ragazzo e prete finiscono nel lettone di quest’ultimo. Non le parve strano? «Col senno di poi sì. In quel momento non pensai ad altre sistemazioni». Cosa accadde? «Dormii male. Una volta mi svegliai perché lui russava La seconda volta vidi che stava per cadere dal letto. Lo presi e lo rimisi a posto». Nient’altro? «Nient’altro. Non l’ho abbracciato nè toccato nè ho compiuto gli atti che mi vengono contestati». Come si spiega che il ragazzo dica di essere stato violentato? «Credo che ripeta opinioni espressa da altri».

    Su quanto accadde dopo, sul ruolo della Curia, viene ammessa una sola domanda, dal difensore del prete: «Lei ha risarcito la famiglia del ragazzo. Dove ha preso i soldi?» «Erano dei miei genitori e di mia nonna». É un modo per dire che la Curia non c’entra, che non è stato Delpini a tacitare la vittima. Ma don Galli non spiega perché sulla fonte dei soldi venne imposto il silenzio, non dice chi gli sta pagando l’avvocato, non racconta perché nei verbali di interrogatorio si dichiarò nullatenente.

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/pedofilia-prete-aula-fu-delpini-ad-avvisarmi-che-ero-sotto-1530771.html

  • Prete sparito a Montù le madri non s’arrendono

    Prete sparito a Montù le madri non s’arrendono

    Hanno scritto anche al cardinale Sepe dopo la lettera a papa Francesco L’arcivescovo di Napoli: indagini in corso, nessun aspetto sarà trascurato

    MONTU’ BECCARIA. Non si ferma la battaglia delle mamme di Montù Beccaria per scoprire dove si è nascosto don Silverio Mura, il prete campano sospettato di abusi sessuali, rimasto in servizio per circa un anno nel paese oltrepadano sotto falso nome (si faceva chiamare don Saverio Aversano), per poi fuggire nel marzo scorso dopo un servizio de “Le Iene” che riprendeva il suo caso. Il gruppo di mamme montuesi, che aveva sollevato la questione, dopo aver scritto a Papa Francesco, chiedendogli di fare chiarezza sulla vicenda, nei giorni scorsi ha scritto anche al cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli. Le missive sono state consegnate al presule da Diego Esposito, una delle presunte vittime di don Mura, quando è stato in udienza dal cardinale ad invocare giustizia per la sua vicenda.

    «Abbiamo chiesto al cardinal Sepe di dirci dove si trova don Mura e soprattutto perché è stato mandato a Montù Beccaria, dove ha fatto per un anno catechismo ai nostri figli – spiegano le mamme -. Inoltre vogliamo sapere perché è ancora libero, visto che, se si fosse trattato di un laico, accusato di un reato così grave, probabilmente sarebbe già stato licenziato, allontanato e anche processato». La risposta dell’arcivescovo di Napoli non si è fatta attendere: «Attualmente è in corso una nuova fase delle indagini canoniche per verificare la fondatezza delle accuse rivolte a don Silverio – scrive Sepe -. Appena sarà terminata questa indagine, che va avanti con grande scrupolo e senza trascurare alcun risvolto, tutti gli elementi raccolti saranno nuovamente inviati alla Congregazione per le opportune valutazioni e determinazioni». Sepe garantisce alle mamme montuesi che «niente sarà nascosto» e che «chi ha sbagliato dovrà pagare»; ma, aggiunge, «fino a prova contraria non siamo in presenza di un mostro, ma soltanto di un accusato». Ancora: «In merito alle vostre legittime perplessità circa la presenza e l’attività di don Silverio a Montù Beccaria – ha precisato Sepe – dovrà essere il vostro parroco a dirvi della sua correttezza comportamentale o meno, visto che, fin dal 2010, è stato affidato alla Congregazione dei padri missionari della Divina Redenzione, di cui fanno parte l’attuale parroco di Montù e il suo predecessore.

    Ci può essere stato un difetto di comunicazione, ma non si è consentito, allora come oggi, che girasse libero per l’Italia e svolgesse senza controllo il ministero sacerdotale».

    Una risposta che, comunque, non convince fino in fondo le mamme.

    Oliviero Maggi

    http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/05/22/news/prete-sparito-a-montu-le-madri-non-s-arrendono-1.16869528

  • Prete a processo per abusi su un ragazzino: “Ho dormito assieme a lui ma non l’ho toccato”

    Prete a processo per abusi su un ragazzino: “Ho dormito assieme a lui ma non l’ho toccato”

    Nuova udienza del processo a don Mauro Galli, ex prete di Rozzano (Milano) accusato di violenza sessuale su un ragazzino che all’epoca dei fatti aveva 15 anni. Il sacerdote è stato ascoltato in aula: “Non l’ho toccato, non ho compiuto nessun atto sessuale”, ha detto il prete, ammettendo però di aver dormito nello stesso letto col ragazzino: “Mi sono accorto di aver commesso un errore, una leggerezza”.

    di Simone Giancristofaro

    “Non l’ho toccato, non ho compiuto nessun atto sessuale”. Così don Mauro Galli, a processo a Milano per violenza sessuale nei confronti di un ragazzo all’epoca dei fatti minorenne, ha risposto al pubblico ministero Lucia Minutella in merito a quanto accaduto nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011. Davanti alla quinta sezione penale del tribunale di Milano, il racconto di don Mauro Galli è iniziato con il suo arrivo a Rozzano e l’incontro con Fausto, la presunta vittima, con cui parla delle difficoltà nello studio del ragazzo: “Viveva un periodo di difficoltà a scuola, non riusciva a concentrarsi e spesso fingeva malori per saltare le verifiche”, ha spiegato don Galli in aula. Il rapporto con la presunta vittima diventa subito stretto e porta Fausto a nominare don Galli suo padre spirituale, fino alla notte tra il 19 e 20 dicembre 2011 quando il prete ospita il minore nella sua abitazione, d’accordo con i genitori del ragazzo, per proseguire un percorso di preghiera. Durante la notte, trascorsa nello stesso letto, nella ricostruzione di don Galli il ragazzo avrebbe urlato nel sonno e si sarebbe agitato. Davanti al rischio che sbattesse la testa sul comodino, il prete lo avrebbe riportato in una posizione di sicurezza. Alla domanda del pm, che gli ha chiesto se non gli era parso strano dormire nello stesso letto del minore, don Galli ha risposto: “Il pensiero non mi attraversò”.

    Per il prete la notte passata nello stesso letto col ragazzino è stata una leggerezza
    In un incontro successivo all’episodio, un altro parroco di Rozzano chiese spiegazioni a don Galli che, come ha raccontato in aula, rispose: “Mi sono accorto di aver commesso un errore, una leggerezza”, legata al fatto di aver dormito insieme al ragazzo, non commettendo però nessuna violenza. Di violenza, secondo quanto riportato da Don Galli si parlerà solo negli anni successivi, diversamente da quanto invece hanno riferito altre persone informate dei fatti, come l’ex capo scout della presunta vittima. Secondo don Galli, il ragazzo lo avrebbe accusato “perché avrebbe fatto sue opinioni sentite da altri su quello che era accaduto”. L’imputato ha ricordato anche di aver incontrato monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano e all’epoca dei fatti vicario di zona del cardinale Scola, all’inizio di gennaio 2012. Delpini decise di spostare don Galli in un’altra parrocchia, Legnano, perché, ha riportato don Galli in aula, dormendo con il ragazzo “avevo perso autorevolezza”. Lo stesso Delpini si era recato a Rozzano nei giorni successivi al presunto abuso, incontrando l’altro parroco di Rozzano che era stato avvisato dalla famiglia del ragazzo.

    Del presunto abuso e della successiva indagine nei suoi confronti, don Galli verrà a conoscenza da Delpini, nel settembre del 2014. Lo stesso Delpini, come raccontato in precedenza, verrà ascoltato dalla polizia nel mese di ottobre, parlando però esplicitamente di un presunto abuso che gli era stato riportato, telefonicamente, dal parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, mentre nelle ricostruzioni prodotte dalla Curia di Milano il presunto abuso viene relegato all’inizio delle indagini nei confronti di don Galli. L’udienza si è chiusa con il riferimento al risarcimento versato alla presunta vittima, soldi che, sostiene don Galli, “provengono dal conto dei miei genitori, dei miei nonni, della mia famiglia”. Stando alla documentazione bancaria depositata dall’avvocato Zanchetti, difensore di don Mauro Galli, i soldi dell’accordo tra le parti arriverebbero dalla famiglia di don Galli e non dalla Curia di Milano.

    continua su: https://milano.fanpage.it/prete-a-processo-per-abusi-su-un-ragazzino-ho-dormito-assieme-a-lui-ma-non-l-ho-toccato/
    http://milano.fanpage.it/

  • “Perdono don Mauro, ma non il vescovo” – L’intervista

    “Perdono don Mauro, ma non il vescovo” – L’intervista

    La madre del ragazzo che avrebbe subito molestie da parte del sacerdote punta il dito contro Delpini: “Parlare con lui è stata una delusione, mi ha fatto sentire una seccatrice. Provo pietà per quel prete, non per chi mette la gerarchia davanti alla verità”

    di Giorgio Gandola

    Tre metri di dolore. È difficile anche solo percorrerli con lo sguardo in un’aula del tribunale di Milano, fra avvocati, cancellieri, i due carabinieri d’ordinanza e qualche curioso. Tre meri di silenzio, la distanza siderale che separa don Mauro Galli, il sacerdote accusato di abusi sessuali nei confronti di un ragazzo di 15 anni, e la mamma della vittima. Sono seduti sulla stessa fila di panche, fra il pubblico, durante il processo che sta creando più di un imbarazzo all’arcivescovo Mario Delpini e al Vaticano.

    L’imputato è qui per la prima volta, ufficialmente “per farlo ambientare” prima dell’interrogatorio della prossima settimana (22 maggio, ore 14). Luisa invece è qui dal primo giorno, non ha mancato un’udienza. Se ne sta in un angolo, non perde una parola delle deposizioni, dei riti processuali, degli interventi del pm e di quelli dei legali a difesa. Quando le sfugge qualcosa se lo fa spiegare dall’avvocato Fulvio Gaballo, che la rappresenta, e dal fratello che la sostiene in questi sette anni di via crucis. Manca un testimone, la mattinata finisce nel nulla. Torna il silenzio su questa storia di abusi sottaciuti, di un prete spostato in tutta fretta (“e con un comportamento maldestro”, parola del cardinal Angelo Scola) da Rozzano a Legnano dal futuro arcivescovo di Milano, di depistaggi e denari, di pulsioni autodistruttive, di ombre. Torna il silenzio, ma oggi una mamma ha deciso di parlare.

    “Potevamo chiuderci nel nostro dolore o lasciare la Chiesa. Preferiamo lottare per cambiare le cose”

    Signora, cosa la induce a essere così tenace, così determinata?

    “Avevamo tre strade possibili. O chiuderci in noi stessi e tenere il nostro dramma solo nel nucleo famigliare, oppure uscire dalla Chiesa e rinnegare tutto ciò in cui la nostra famiglia cattolica ha sempre creduto. O infine approfondire quello che è successo, confrontarci con chi sta vivendo la nostra stessa esperienza, scegliendo di rimanere nella Chiesa e continuando a credere nella giustizia umana e divina. Stiamo percorrendo quest’ultima strada, forse la più faticosa. Ma sono convinta che sia la più pura”.

    Partecipare a ogni udienza, sentir parlare di particolari scabrosi non le riapre una ferita?

    “Rivivere tutto ogni volta è molto dura, ma per mio figlio lo è ancora di più. Quando arrivano i giorni del processo sta male, non riesce ad andare a lavorare (oggi ha 22 anni e fa il grafico, ndr). È ancora fragile, si è diplomato con due anni di ritardo. Gli devo rispetto. Lei mi vede minuta, ma ho le spalle larghe, lavoro da 30 anni nell’ambito psichiatrico, sono caposala in un istituto, sto costantemente a contatto con i malati. Piango anch’io, ho bisogno di telefonate di conforto, ho una cerchia di amici che sono meravigliosi salvagenti. Ma sono allenata. Solo chi ha vissuto una simile esperienza può capire cosa provo”.

    Stamane ha visto don Mauro. Non vi siete detti nulla?

    “No. Da quando se ne andò da Rozzano sette anni fa dopo quella notte l’ho rivisto dimagrito, tirato. È un dramma anche per la sua famiglia, prego per la mamma di don Mauro. Sa cosa le dico? Io don Mauro l’ho perdonato, e so che con questa frase mi attirerò le ire di molti. Ma non ho perdonato la Chiesa che continua a permettere che questo accada, non ho perdonato Mario Delpini perché non comprendo il suo comportamento”.

    Cosa l’ha maggiormente delusa?

    “La mancanza di umanità dell’arcidiocesi. Quando è accaduto il fattaccio noi avevamo la più totale fiducia negli organismi ecclesiastici e ci siamo affidati a loro; non avevamo bisogno di denunciare ad altri. Abbiamo chiesto un incontro con il cardinal Scola e lo abbiamo ottenuto tre anni dopo. Mi ha deluso il gelido distacco della gerarchia in tonaca, la sua lontananza da un percorso di fede e di comprensione. Le lettere ricevute si concludevano sempre con un “prego per voi” che non era pietas cristiana, ma solo una formula di saluto”.

    Come sono stati i colloqui con monsignor Delpini?

    “L’ho incontrato una sola volta e mi ha trasmesso un senso di delusione. Era il 2012 e mi diceva “Adesso ho capito come stanno le cose”. Ma io sapevo che il parroco di Rozzano gli aveva spiegato tutto il giorno dopo l’abuso. Ho avuto la sensazione che la seccatura fossimo noi, più che intraprendere un percorso di verità. Da quell’incontro sono uscita più determinata ad andare avanti. Voler anteporre l’immagine dell’istituzione alla verità è il danno supremo per la Chiesa stessa”.

    In questa battaglia vi siete sentiti soli?

    “Chi ci è più vicino ci sostiene, ma sono in molti anche su Facebook a dirci di lasciar perdere, a sottolineare la nostra ingenuità nel metterci contro il potere ecclesiastico. Gli agnostici, gli atei ci dicono: siete sciocchi a chiedere giustizia, andatevene e basta. Ma io voglio rimanere dentro la Chiesa perché credo profondamente nella parola di Dio, vado a messa, mi confesso”.

    Ha trovato conforto anche nei preti che frequentava?

    “Si, la loro solidarietà sembra un paradosso, ma c’è ed è forte. Molti sacerdoti, semplici parroci senza potere, mi esortano ad andare avanti. Uno da Bergamo mi ha scritto: “Ricorda sempre che le lacrime dei giusti e dei poveri non saranno lasciate cadere dal Signore. Quanto alle minacce, non avere paura di renderle pubbliche”. La base della Chiesa è con noi. Ci hanno accusato di avere registrato gli incontri con i prelati. Sa chi ci ha consigliato di farlo? Un sacerdote”.

    Lei ha chiesto di incontrare il Papa, che ha nominato Delpini arcivescovo pur essendo a conoscenza (i suoi uffici lo erano) della cattiva gestione della vicenda. Cosa direbbe a Francesco?

    “Gli direi che facciamo tutto questo perché non succeda ad altri ciò che è successo a noi. Poi gli chiederei com’è finita l’inchiesta ecclesiastica su don Mauro; se non c’è alcuna conseguenza, significa ammettere che un prete può portare a letto un ragazzino. È tollerabile? E lo è rispetto alla tolleranza zero chiesta da sua santità? Papa Francesco dice che ogni venerdì parla con le vittime di abusi, ma chissà chi invita, perché di nostra conoscenza non c’è nessuno. Eppure facciamo rete, ci conosciamo, ci sosteniamo”.

    Mi hanno detto che sta scrivendo un libro.

    “S’intitola Chiesa, perché mi fai male?. È tutto documentato. E le carte inviate in Vaticano sono anche più di quelle del processo di Milano. Per finirlo attendo la sentenza di primo grado.

    Perché avete accettato di ritirare la costituzione di parte civile in cambio di 100.000 euro?

    “Perché la parte civile si costituisce per ottenere un risarcimento e se l’avessimo rifiutato saremmo stati accusati di avere un secondo fine, di volerci accanire contro don Mauro e l’arcidiocesi. In questi sette anni, fra perizie, visite, cure e altro ne abbiamo spesi anche di più”.

    La settimana prossima depone don Mauro. Lei sarà ancora qui?

    “Certo. Lo ascolterò con tristezza e con un senso di pietà. Sono convinta che adesso anche lui sia una vittima”.

    (trascrizione da La Verità – 18 maggio 2018)

  • Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Il muro di omertà all’interno della diocesi si è sgretolato, forse più di una “talpa” non ce la fa più a convivere con troppi compromessi tra bugie e verità, valori, fede, vangelo e “omertosa” obbedienza…

    “Siamo stati imprudenti”… “se c’è qualcuno con cui prendersela è Delpini!”.

    Don Carlo Mantegazza parroco di Rozzano all’epoca dei fatti (dicembre 2011), fatti che riguardano l’ipotesi di reato di abuso sessuale aggravato, ai danni di un minore, da parte di don Mauro Galli sacerdote a lui affidato e oggi sotto processo, non usa mezzi termini, accusa chiaramente il suo Vescovo, l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini:

    “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini perché è Delpini che primo, ha preso molto superficialmente la vicenda“.

    D’altra parte don Carlo lo sa bene, è lui che ha chiamato per primo mons. Delpini, ha telefonato il giorno seguente il presunto abuso parlando direttamente con il Vescovo, lo ha incontrato immediatamente nei giorni successivi, gli ha spiegato bene cosa era successo la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 a casa di don Mauro Galli, il neo sacerdote suo collaboratore a cui aveva appena affidato la pastorale giovanile.

    Don Mauro ha portato a letto un ragazzino, a casa sua, a pochi passi dall’abitazione di don Carlo, nella stessa parrocchia di Rozzano, ingannando i genitori facendo loro credere che fosse un’attività di tutto il gruppo di ragazzini che si stava preparando a vivere cristianamente bene il Natale.

    Li aveva ingannati in modo da ottenere il loro consenso per il pernottamento in oratorio senza destare sospetti.

    È don Carlo che racconta personalmente a Delpini la vicenda del presunto abuso sessuale come poi dichiarerà il Vescovo stesso alla polizia quando nel 2014 verrà interrogato.

    “…don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che il minore aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano…”

    Don Carlo Mantegazza sapeva ovviamente bene ciò che aveva detto al suo superiore: la questione era seria tanto da dover intervenire subito (Delpini si precipita a Rozzano il 24 dicembre, la vigilia di Natale nonostante i fitti impegni in diocesi per la veglia e la messa di mezzanotte che si sarebbe celebrata poche ore dopo).

    Il Parroco non poteva rimanere altro che sbalordito dalla superficialità con cui Delpini aveva deciso, in pochi giorni, di insabbiare il caso, non riusciva e non poteva rendersi conto, in quel momento, che la fretta di Delpini non era dettata dallo scrupolo di affrontare personalmente la questione seria del presunto abuso da lui segnalato, quanto invece la strategica velocità di mettere a tacere il caso prima che potessero trapelare informazioni scomode da gestire.

    Il parroco era rimasto incredulo e basito (come dirà poi, e in Tribunale riferirà: che il solo fatto di portarsi a letto un minore “…è una cosa un po’ più grave, parecchio più grave” della “leggerezza” rubricata superficialmente da Delpini), non poteva capacitarsi della decisione del suo Vescovo.

    Non era concepibile spostare semplicemente don Mauro in un’altra parrocchia (Legnano), ancora a contatto con i bambini come se nulla fosse, non era accettabile in particolare proprio per don Carlo, perché lui sapeva bene che Delpini era stato adeguatamente informato, lo sapeva con certezza perché lo aveva informato lui personalmente (non potevano esserci scuse o fraintendimenti, don Carlo lo sapeva!).

    Per questo don Carlo non ha dubbi, il responsabile con cui prendersela è sicuramente Delpini, non vi è dubbio.

    Grazie al servizio di Fanpage.it si scopre che don Carlo lo esplicita chiaramente già nel 2015 in presenza anche dei familiari, ben prima che mons. Delpini fosse nominato Arcivescovo di Milano: chissà se aveva informato anche il Vaticano, chissà se nel procedimento canonico a carico di don Mauro, il parroco di Rozzano avrà riferito della grave gestione del suo superiore mons. Delpini.

    Eppure nel 2016, nel processo canonico a carico di don Mauro, vengono ascoltati, oltre al parroco, lo psichiatra del minore (lo ha rivelato spontaneamente la scorsa udienza), i genitori della presunta vittima che, in quella circostanza, già denunciarono il comportamento dei due Vescovi mons. Delpini e mons. Tremolada, o meglio anche in quella sede denunciarono alla “Gerarchia della Chiesa” il comportamento omissivo dei due Vescovi: infatti, in realtà, avevano già presentato formale denuncia anche nel 2015 direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina Della Fede.

    Al procuratore don Desiderio Vajani viene consegnato il materiale comprovante la gestione maldestra dei due Vescovi ma non solo: lettere, documenti, registrazioni audio, una chiavetta USB con tutto quanto a loro disposizione, una documentazione corposa a disposizione, quindi, anche del Vaticano, probabilmente ben più ricca di quella consegnata nel 2014 alla procura della repubblica quando, durante le indagini preliminari, venivano ugualmente interrogati.

    Gli audio inediti riprodotti nel servizio di fanpage, infatti, risalgono al 2015, diversamente da quelli del 2012 acquisiti in aula giudiziale nelle scorse udienze.

    Sarebbe interessante capire “l’anello debole” del sistema, auspicabile che ciascuno avesse il coraggio di contribuire per il proprio ruolo e responsabilità nella ricerca della verità, e sarebbe un forte segnale di cambiamento che lo facessero o potessero fare pubblicamente nella massima trasparenza e coscienza.

    Tuttavia ben venga ugualmente che ci siano sacerdoti che, pur nell’anonimato, in coscienza non riescono più a rimanere indifferenti e compromessi nel terribile silenzio omertoso “imposto” per obbedienza.

    Sacerdoti magari non coraggiosi al punto di uscire allo scoperto, ma comunque combattuti interiormente che si domandano cosa possono/devono fare e cercano di darsi una risposta (certamente non incoraggiata dalle gerarchie ecclesiastiche fatta eccezione, per quanto dichiarato da Papa Francesco, che delinea l’identikit del buon prete, quello che sa denunciare con nomi e cognomi).

    Esattamente come è avvenuto, per esempio, con la segnalazione del caso don Mauro alla trasmissione di Quarto Grado, partita appunto da un sacerdote che conosce don Mauro, forse uno dei pochi veri amici che, probabilmente, ritengono sia più utile, cristiano e giusto affrontare la realtà piuttosto che nasconderla e far finta di nulla, magari grazie ad un semplice trasferimento da una parrocchia all’altra come disposto da mons. Delpini.

    Don Carlo rappresenta “il buon prete” descritto dal Pontefice che sa esporsi raccontando la verità?

    Certo è che in Tribunale, nel corso del procedimento penale, solo poche settimane fa, don Mantegazza non aveva fornito la versione svelata dalle registrazioni, non aveva denunciato con nomi e cognomi affermando che “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini”: in quella occasione, viceversa, si era limitato a dire che aveva avvisato i suoi superiori e che aveva saputo subito della nuova destinazione decisa da Delpini, precisando la relativa identica mansione del don Galli, a beneficio del giudice rispondendo alla precisa domanda: (DOMANDA) “Sempre in ambito parrocchiale?” (RISPOSTA) “Sempre in ambito di Pastorale Giovanile come si dice con i ragazzi…”.

    A dispetto di quanto esortato dal Santo Padre, si è quindi guardato bene dal riferire che: “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini…”

    Lo ha omesso perché non gli è stata fatta una precisa domanda nel merito???

    (GIURAMENTO) “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”.

    Cosa significa “non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”???

    Non erano importanti i particolari di ciò che sapeva don Carlo tanto da ritenere Delpini MOLTO SUPERFICIALE?

    L’arcivescovo di Milano è dunque molto superficiale? Chissà se emergeranno nuove illuminanti conferme inconfessabili?

    Fortunatamente però ci sono anche altri sacerdoti meno visibili, ma più autentici, che non ce la fanno più a nascondere, ad insabbiare, a omettere, a non dire o far sapere, a non…

    Speriamo dunque che, grazie a queste persone, questi uomini “veri” ancor prima che preti, si possa riempire il puzzle di tutti i tasselli mancanti (se ancora ne mancano) di questa triste vicenda che probabilmente ci riserverà altre sorprese, altre rivelazioni inedite?!?

    Se don Carlo non ha voluto rivelare al giudice i dettagli da lui riferiti a Delpini che lo hanno indotto a non avere dubbi sulla leggerezza del Vescovo stesso, motivo per cui è con lui che bisogna prendersela… perché non gli è stata posta l’esplicita domanda, allora speriamo che lo faccia almeno per dignità…

    Certo comunque non sarebbe ne il primo, ne l’unico a non dire “tutta” la Verità, a non riferire se non esplicitamente domandato, come se non fosse importante o pertinente.

    Emblematico infatti quanto dichiarato da mons. Tremolada in un incontro con i familiari della vittima nel 2015 in presenza anche di don Carlo: “…è vero, lo abbiamo destinato a Legnano in un oratorio, è vero, e di questo SIAMO STATI IMPRUDENTI, lo diremo se ci verrà detto: «MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?»”

    Forse anche a mons. Tremolada che ha gestito insieme a Delpini l’insabbiamento, non è mai stato chiesto: “MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?”

    Che saccenza, che ostentazione di impunità: Tremolada mandato a parlare con i familiari che chiedevano conto del maldestro spostamento quando, viceversa, a loro era stato garantito che il Galli non poteva essere ancora a contatto con i bambini, non ritiene di dover dare spiegazioni.

    Chi si credono di essere i genitori della vittima? Non sanno che i Vescovi non si devono giustificare? Come osano chiedere? Come si permettono di voler sapere? Di volere spiegazioni? “PARLERANNO SE MAI QUALCUNO GLI DOMANDERÀ: MA PERCHÉ, PERCHÈ AVETE DECISO DI INSABBIARE IL CASO”???

    Che fortuna per i due vescovi, nessuno di “quelli” evidentemente titolati per chiedere spiegazioni, ha mai posto la fatidica domanda prima che fossero nominati: lui stesso, Tremolada Vescovo di Brescia e Delpini Arcivescovo di Milano….

    Ma ora la domanda nasce spontanea… ma cosa aspettano a chiederglielo? Cosa aspetta la Santa sede a chiedere: “MA PERCHÉ LO AVETE FATTO?”

    Ci permettiamo dunque di suggerire, esortando papa Francesco, di chiederlo a mons. Tremolada: pare che già del 2015 fosse disposto a spiegarlo ma nessuno si preoccupa di chiedere!!! Forse era più opportuno saperlo prima di nominare i due Vescovi per cariche così importanti, fare un passo indietro è sempre fastidioso… possibile che nessun’altro, per esempio la Congregazione per la Dottrina della Fede, o don Carlo Mantegazza stesso, abbia voluto offrire questo servizio al papa e alla Chiesa come lo stesso Pontefice esorta (“nomi e cognomi”, “evidenze”… il Cile insegna, 34 Vescovi dimissionari!)?

    Speriamo che anche Delpini e Tremolada sappiano cogliere positivamente l’umile suggerimento dei loro colleghi d’oltre oceano… a quel punto potrebbero anche non spiegare… sarebbe già abbastanza “evidente”!!!

    Redazione

  • Rozzano, il prete accusato di abusi su un minore spostato in oratorio dai vescovi: “Siamo stati imprudenti”

    Rozzano, il prete accusato di abusi su un minore spostato in oratorio dai vescovi: “Siamo stati imprudenti”

    In attesa della nuova udienza del processo a don Mauro Galli, l’ex prete di Rozzano che, secondo l’accusa, avrebbe abusato di un minore, escono due nuovi audio risalenti al 2015, registrati dai familiari della presunta vittima a colloquio con l’attuale Vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada: “È vero, lo abbiamo destinato a Legnano, in oratorio, e di questo siamo stati imprudenti”, sono le parole rivolte da don Pierantonio Tremolada alla famiglia di Fausto, il ragazzo, all’epoca dei fatti minorenne, che sarebbe stato abusato da don Galli. Tremolada si riferisce alla decisione di spostare il sacerdote, ora accusato di abusi, nuovamente a contatto con dei minori, nella parrocchia di Legnano.

    I presunti abusi

    Il sacerdote, la notte tra il 19 e 20 dicembre 2011, ospita Fausto nella sua abitazione e durante la notte, secondo Fausto, avrebbe provato a sodomizzarlo. Nei giorni successivi all’episodio don Galli viene allontanato da Rozzano. Il sacerdote però, scoprono i genitori di Fausto a gennaio, si trova ancora in zona, questa volta a Legnano, e nuovamente a contatto con i minori. La famiglia di Fausto, incredula dopo aver appreso la notizia, viene ricevuta da Tremolada, all’epoca responsabile della formazione del clero. I genitori del ragazzo scoprono che, soprattutto per scelta di monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano e all’epoca dei fatti vicario di zona del cardinale Angelo Scola, don Galli si trova a Legnano.

    Gli audio inediti
    Degli audio dei primi incontri con Tremolada e Delpini (che risalgono al 2012), registrati dalla famiglia di Fausto, Fanpage.it ha dato conto in precedenza. Nell’inedito del 2015 invece, Tremolada fa capire per la prima volta quanto la scelta di destinare don Galli nuovamente a contatto con minori fosse sbagliata. Nell’audio successivo, è presente anche don Carlo Mantegazza, parroco di Rozzano, secondo il quale “se c’è qualcuno con cui prendersela è sicuramente Delpini, perché è Delpini che primo ha preso molto superficialmente all’inizio la vicenda”. L’attuale Arcivescovo di Milano è stato il primo a recarsi a Rozzano, nei giorni precedenti al Natale del 2011, dopo il presunto abuso, sollecitato dai responsabili della parrocchia del paese alle porte di Milano e sarebbe stato anche il primo a decidere di spostare don Galli.

    https://milano.fanpage.it/rozzano-il-prete-accusato-di-abusi-su-un-minore-spostato-in-oratorio-dai-vescovi-siamo-stati-imprudenti/

  • Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Una lettera della Congregazione per la dottrina della fede, datata marzo 2016, dimostra che Roma conosceva la pessima gestione in occasione del caso del sacerdote accusato di molestie. Il pasticcio è stato insabbiato?

    di Giorgio Gandola

    “Codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici”. Protocollo numero 3304/16, lettera su carta intestata della Nunziatura apostolica in Italia, spedita da Roma il 22 marzo 2016 destinazione Rozzano, in provincia di Milano. È la missiva del Vaticano in cui si risponde alle numerose sollecitazioni di due genitori disperati, che vedono il loro figlio in preda a depressione, incubi e volontà autodistruttiva, incapace di metabolizzare la notte più buia della sua vita.

    Era quella in cui, a pochi giorni dal Natale di cinque anni prima, il giovane prete don Mauro Galli lo aveva invitato a casa sua per confessarlo, lo aveva fatto dormire “nel lettone” (pur essendoci nell’appartamento una camera per gli ospiti e un divano letto in soggiorno) e avrebbe tentato di abusare di lui. Il ragazzo aveva 15 anni. La vicenda, oggetto in questi mesi di un processo in tribunale a Milano, ha attirato ancor più l’attenzione per il coinvolgimento dell’arcivescovo milanese Mario Delpini e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, allora rispettivamente vicario di zona e responsabile dei giovani sacerdoti della diocesi. I due alti prelati decisero di non denunciare l’abuso e si limitarono a spostare don Mauro da Rozzano a Legnano, togliendolo dalla pastorale giovanile di due oratori per mandarlo a contatto con gli adolescenti in quattro. Sono nel gennaio 2015, sette mesi dopo la denuncia della famiglia ai carabinieri, partì l’iter dell’indagine previa, conclusa con un processo il cui esito è ignoto.

    La lettera ha un valore particolare perché dimostra che il 7 luglio 2017, quando papa Francesco nominò Delpini arcivescovo di Milano, i suoi uffici erano a conoscenza della gestione censurabile della delicatissima vicenda, che il cardinale Angelo Scola (in uno scritto di scuse alla famiglia della vittima) aveva definito frutto di “scelte maldestre”.

    È il periodo in cui i genitori chiedono giustizia inviando la documentazione al Vaticano senza conoscerne il destino. Un primo contatto avviene via mail il 6 maggio 2015, quando l’ufficio del cardinal Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione, risponde: “Accusiamo ricezione della documentazione relativa alla dolorosa vicenda concernente vostro figlio, che verrà sottoposta in andata odierna al cardinal Müller”. Passa quasi un anno ed ecco che il 22 marzo il nunzio apostolico Adriano Bernardini scrive che le lettere sono arrivate a destinazione e messe agli atti.

    “Le vostre missive sono regolarmente lì giunte (alla Congregazione per la dottrina della fede, ndr), codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici ed essa rimane la suprema istanza decisionale cui si potrà adire nei termini previsti dalla legge”, spiega Bernardini. “Inoltre, circa le accuse da voi mosse a collaboratori dell’arcivescovo, esse saranno debitamente esaminate a tempo debito al termine dell’istanza in corso e raccolte le necessarie informazioni”. Dopo la precisazione procedurale, ecco le rassicurazioni morali: “La Congregazione ha preso a cuore il vostro caso, come fa con tutti i casi che vengono lì quotidianamente presentati. Il vostro dolore è compreso e condiviso e vi si ringrazia per la vostra sincera apertura e il vostro coraggio, mentre ogni giorno le vittime vengono affidate al Signore nella preghiera perché esser e i loro famigliari possano ritrovare equilibrio e serenità”.

    Il Vaticano sa che a Milano c’è una pesantissima accusa di abuso. Sa che Delpini e Tremolada erano stati informati subito dai parroci di Rozzano. Sa che in un interrogatorio alla polizia, Delpini spiega: “E’ stata mia la decisione di spostare don Mauro Galli dopo che don Carlo Mantegazza al telefono mi aveva detto che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”. Il Vaticano sa anche altro. Per esempio che monsignor Tremolada dovette dare una motivazione al decano di Legnano, trovatosi ad accogliere un sacerdote a gennaio, mese inusuale per un trasferimento. Così l’attuale vescovo di Brescia spiega ai genitori della vittima in un colloquio privato: “Gli ho raccontato quello che è successo, però questa cosa ce la teniamo per noi. Questa cosa del letto. Gli ho detto: te la tieni per te. Abbiamo una persona che non può essere buttata in pasto…”. Così a Legnano di diffonde la storia assurda di “una famiglia di disgraziati con un figlio problematico scappato di casa” che don Mauro aveva ospitato, tentando di ricucire i rapporti.

    Nonostante tutto questo il Santo Padre ritiene che non ci siano ostacoli alla promozione di Delpini e Tremolada con un dubbio impossibile da sciogliere: Francesco era stato reso edotto di tutto ciò da chi lo circonda? Proprio lui che negli ultimi anni si è speso contro il silenzio e l’omertà nei casi di pedofilia. Proprio lui che ha inaugurato un tribunale per i vescovi che si macchiano dell’abuso d’ufficio. Proprio lui che nel motu proprio “Come una madre amorevole” definisce cause gravi (passibili di rimozione) anche negligenze e omertà. Proprio lui che il 22 giugno 2017 tuona: “Il buon prete sa denunciare con nomi e cognomi”. Due mesi e mezzo dopo monsignor Delpini celebra la sua prima messa da arcivescovo in Sant’Ambrogio.

    (Trascrizione dal quotidian La Verità, 4 maggio 2018)

  • Presunti abusi sessuali su 14enne, chiesti dieci anni per don Angelo Bianchetti

    Presunti abusi sessuali su 14enne, chiesti dieci anni per don Angelo Bianchetti

    La Diocesi ha già versato il suo “contributo” alla famiglia della presunta vittima. Ma potrebbe essere ben più salato il conto per don Angelo Bianchetti, il sacerdote di Corna di Darfo a processo con l’accusa di aver abusato ripetutamente di un giovanissimo fedele della sua parrocchia: uno straniero che all’epoca dei fatti aveva soltanto 12 anni.

    Secondo la pubblica accusa, condotta da Ambrogio Cassiani, il prete avrebbe molestato e approfittato del giovane per almeno due anni, ricattandolo moralmente affinché continuasse a cedere alle proposte e non rivelasse a nessuno quanto stava accadendo. Per questo, al termine delle indagini, nel giugno 2016 era scattato l’arresto di don Bianchetti, finito ai domiciliari.

    Ora, a processo avviato, il pm ha chiesto una pena di dieci anni di carcere per il sacerdote. Mentre la difesa ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste. In attesa di quanto stabiliranno i giudici, la Diocesi – coinvolta esclusivamente sul versante civile – ha comunque deciso di versare una cifra alla famiglia.

    http://www.bsnews.it/2018/04/24/abusi-sessuali-su-14enne-chiesti-dieci-anni-per-don-angelo-bianchetti/