Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Lombardia

  • Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Confermata la rivelazione della “Verità”: monsignor Delpini fu informato subito dopo

    di Giorgio Gandola

    “Ho avvertito subito il mio vicario episcopale e ho chiesto che don Mauro venisse spostato”. Allora il giudice Ambrogio Moccia, presidente della quinta sezione penale del tribunale di Milano chiede: chi era il vicario episcopale? E il teste don Alberto Rivolta, responsabile della pastorale giovanile della parrocchia di Rozzano, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “Era don Mario Delpini”. Quel “subito” risuona nell’aula e catalizza per un attimo l’attenzione; significa che l’attuale arcivescovo di Milano nei giorni immediatamente successivi il 19 dicembre 2011 sapeva che don Mauro Galli aveva dormito con un ragazzino di 15 anni nel suo lettone e secondo l’accusa avrebbe abusato di lui.

    Al terzo piano di palazzo di giustizia va in scena la triste vicenda che mette in imbarazzo la curia di Milano. Al centro del processo c’è un diacono che invita un ragazzino a casa sua per confessarlo, trascorre la notte nello stesso giaciglio (nonostante nell’abitazione ci fossero un altro letto e un divano) e una volta accusato di abuso dal giovane sotto shock e dalla sua famiglia, si difende con i superiori dicendo di averlo “solo abbracciato per il petto per impedire che cadesse dal letto dopo aver avuto un incubo”. Invece di essere sospeso, avviato a un procedimento canonico che approfondisca l’accaduto e in ogni caso allontanato dai minori, viene spostato da Rozzano a Legnano, sempre in provincia di Milano, ad occuparsi della pastorale giovanile di quattro parrocchie. La decisione allunga un’ombra sul comportamento dell’attuale arcivescovo, come se la legittima e perfino nobile volontà di aiutare un prete a non annegare nello scandalo fosse preminente rispetto a quella di proteggere altre potenziali giovani vittime.

    Le parole di don Rivolta mostrano quanto fosse turbata la comunità parrocchiale. “Il giovane mi ha rivelato più avanti che oltre al petto si era sentito toccare i piedi e, molti mesi dopo, che era stato violentato. Il ragazzo portava su di sé la fatica di questo evento e non ha mai cambiato versione. La richiesta di allontanamento l’abbiamo fatta insieme io e don Carlo”. Don Carlo Mantegazza, parroco di Rozzano, anche lui chiamato a deporre. E anche lui conferma che “per me, per don Alberto e per don Mario Delpini aveva senso che don Mauro venisse spostato. Lui non ha battuto ciglio, con quello che era accaduto non poteva porre condizioni”.

    Nonostante un comunicato della diocesi – che continua ad essere la stella polare di (quasi) tutti i media – sottolinei che solo nel 2014 fu fatta luce su quella notte, gli atti processuali e le testimonianze dicono che l’arcivescovo venne subito informato della cupa vicenda.

    Ma la curia, allora guidata da Angelo Scola, non la portò fino in fondo, non seguì le regole del diritto canonico e gli inviti dei due papi. L’indagine conoscitiva interna è stata avviata solo nel 2015.

    L’udienza ha la sua star. È il professor Enzo Kermol, psicologo di fama internazionale, docente universitario a Trieste e Gorizia, esperto nell’individuare gli stati d’animo (per esempio se un teste dice la verità o mente) attraverso le microespressioni facciali. Affianca i difensori dell’accusato e non rimane indifferente quanto viene chiamata a deporre Laura Ricci, allora animatrice dell’oratorio e amica del cuore della vittima. È il momento più toccante. “Don Mauro aveva un gruppetto di preferiti e non c’erano femmine. Il giorno dopo il fatto il mio ex ragazzo era scosso, non riusciva a parlare. Ho pensato subito che don Mauro avesse abusato di lui. Era solare, aperto, ma dopo quella notte si è chiuso in sé stesso, stava male. Non voleva essere più abbracciato, neanche da me”.

    (trascrizione da LaVerità del 9 marzo 2018)

  • Preti pedofili: la Chiesa prima non crede alle accuse, poi compra il silenzio delle vittime

    Preti pedofili: la Chiesa prima non crede alle accuse, poi compra il silenzio delle vittime

    Ipocrisia. Parola dura, ma l’unica che può descrivere l’atteggiamento della Chiesa sulla presenza di pedofili tra le sue fila. Dietro l’abito talare, spesso si nascondono orchi, preti che approfittando della propria posizione ed immagine che dovrebbe essere “di garanzia”, adescano ragazzini e ragazzine, spesso anche disabili, per soddisfare le proprie perverse pulsioni sessuali.

    Un cancro, quello della pedofilia nella Chiesa, di cui si parla, sì, ma troppo poco e soprattutto male, perché affrontare l’argomento non è semplice, incontrando nelle istituzioni ecclesiastiche un insormontabile muro di omertà. Non è questa l’immagine della Chiesa che da cristiani vorremmo vedere, ma in qualità di uomini e donne, genitori, zii, educatori e anche da credenti, abbiamo l’obbligo di tentare ad infrangere quel muro ed epurare la Chiesa dalle proprie falsità.

    Perché le storie di cronaca sugli abusi sessuali da parte di curati, non testimoniano solo la presenza di singoli soggetti che si macchiano di tale abominevole reato, ma anche di una fitta rete di colpe e complicità che coinvolge la gerarchia della Chiesa a vari livelli. La Chiesa, infatti, anziché vigilare e condannare, spesso nasconde l’atto criminoso, discredita le vittime e compra il loro silenzio.

    Come è avvenuto ad esempio a Milano, dove la Curia ha offerto 150mila euro ad un giovane abusato all’età di 15 anni perché ritirasse la denuncia presentata contro don Mauro Galli, sacerdote della parrocchia di Rozzano. Come scrive Il Giornale, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, all’epoca dei fatti vicario, prese la decisione di istituire un fondo per le vittime di pedofilia, fondo che doveva servire per “risarcire” le vittime. La verità è che le Arcidiocesi spesso hanno usato tali fondi per comprare il silenzio delle vittime che ufficialmente non vengono credute, ma si tenta di mettere a tacere.

    La stessa cosa, come ha fatto vedere un servizio delle Iene di Canale 5, sarebbe successa a Napoli, in località Ponticelli, dove un giovane ha denunciato di avere subito per anni gli abusi del parroco don Silverio M. “Mi ha violentato quando avevo 13 anni. Diceva che il mio seme lo aiutava a stare meglio, a curarsi. Solo a 16 anni mi sono sottratto a questo dominio”. Queste le terribili parole del ragazzo abusato che è stato screditato in ogni modo ed umiliato con l’archiviazione del caso disposta dalla Curia di Napoli. Oggi il Vaticano ha chiesto gli atti dell’indagine avviata dall’Arcivescovo di Napoli, facendo intendere di volere riaprire il processo nei confronti di don Silverio. Milano e Napoli, sono solo due piccolissimi lembi di terra se messi a confronto con la diffusione del fenomeno della pedofilia nella Chiesa che ha suscitato orrore e scandalo in ogni parte del mondo. Una realtà sommersa che viene lasciata proliferare nell’ipocrisia dei vertici della Chiesa che per evitare la gogna pubblica, insabbiano ogni ipotetico caso. Questo atteggiamento omertoso è aggravato dal fatto che i sacerdoti accusati, continuano ad indossare l’abito talare, continuano a fare messa. Vengono semplicemente trasferiti da una parrocchia all’altra, lasciandoli a contatto con altri, bambini, altri adolescenti che diventano altre potenziali vittime di cui comprare il silenzio.

    Papa Benedetto XVI e Papa Francesco hanno pubblicamente affrontato il tema della pedofilia, hanno usato parole di condanna ed hanno inasprito le pene previste dal codice canonico… ma tutto questo a che serve? A costo di essere impopolari, non basta che il Pontefice maximus condanni genericamente la pedofilia, dovrebbe esaminare le statistiche di quanti processi per pedofilia affrontano i tribunali ecclesiastici, quante condanne vengono spiccate ogni anno? La risposta è pochissime, se non alcuna. È chiaro, dunque, che qualcosa non va e non andrà mai, fino a quando dai vertici del Vaticano non verranno pronunciate solo sterili parole di solidarietà, ma quelle che affermano che i preti pedofili, vanno immediatamente consegnati alla giustizia, destituiti dal loro incarico, processati e condannati come qualunque altro pedofilo stupratore. Questo deve essere la speranza non di atei progressisti, ma di qualunque cattolico professante, perché possa entrare in Chiesa a testa alta, senza vergogna. Gli scandali sessuali e le omertose compiacenze della Chiesa cesseranno solo se la sfera sessuale smetterà di essere demonizzata. Il filosofo Bertrand Russel scriveva che: “Nessuna religione odia di più l’uomo quanto quella cattolica”. Dietro la totale chiusura verso la libertà sessuale, si nasconde l’esigenza di un’Istituzione di preservarsi sempre uguale a se stessa. Il sesso è un tabù, ma si adotta una doppia morale: quella di vietarlo e quella di praticarlo, esasperandolo e dando l’assist a forme di abusi, di prostituzione, di tradimenti, perpetrati nella certezza di restare impuniti, difesi da una tonaca.

    https://www.lecodelsud.it/preti-pedofili-la-chiesa-prima-non-crede-alle-accuse-poi-compra-il-silenzio-delle-vittime

  • Prete alla sbarra per abusi. Chi mente tra la diocesi e l’arcivescovo di Milano?

    Prete alla sbarra per abusi. Chi mente tra la diocesi e l’arcivescovo di Milano?

    Processo imbarazzante: monsignor Delpini confessa al pm di aver trasferito il sacerdote accusato. Ma la sua curia nega.

    di Giorgio Gandola

    Un ragazzino invitato a dormire in casa del prete. Un diacono che lo abbraccia nel lettone “per non farlo cadere”. Una famiglia disperata e due alti prelati che decidono di non denunciare, ma di allontanare il pastore che sbaglia sperando di stemperare lo scandalo. Sarebbe una grigia e deprimente storia simile a tante altre dall’Australia al Canada passando per Catania, Locri, Treviso e Solza (Bergamo), se non fosse per due dettagli: gli alti prelati dono l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e il vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada. E i loro nomi aleggeranno questa mattina nell’aula della quinta sezione penale di Palazzo di giustizia a Milano, dove di tiene il processo per violenza sessuale su minori.

    La torbida vicenda si sviluppa nel dicembre 2011 a Rozzano, paesone alla periferia del capoluogo lombardo, quando don Mauro Galli (che all’epoca dei fatti ha 33 anni) chiede ai genitori di un ragazzo di 15 anni di mandarlo a dormire a casa sua, con un gruppo di adolescenti, per due impegni ravvicinati di preghiera, la sera e la mattina successiva in preparazione del Natale. La famiglia non ha niente in contrario perché non sa che, quella notte in casa del diacono, il figlio sarà l’unico ospite. La mattina successiva il ragazzino va a scuola e gli insegnanti che lo incontrano lo definiscono “in stato di shock”. Così chiamano la madre, che ne constata le condizioni, lo ascolta e si precipita nella parrocchia di Sant’Ambrogio a denunciare il fatto al parroco, don Carlo Mantegazza, e al coadiutore responsabile degli oratori, don Alberto Rivolta. Per tre anni la famiglia chiede giustizia alla chiesa con lettere e incontri e solo nel 2014 decide di denunciare il fatto all’autorità giudiziaria. Quando, come spiega l’avvocato Fulvio Gaballo del foro di Milano, “si rende conto che la gerarchia ecclesiastica, alla quale si è rivolta per tre anni, non dà nessun aiuto e nessuna garanzia di intervento”.

    Dalla ricostruzione della polizia giudiziaria contenuta negli atti del processo si scopre che immediatamente dopo la vicenda il parroco don Mantegazza e il coadiutore don Rivolta informano monsignor Delpini, allora vicario di zona, e monsignor Tremolada, ancora collaboratore per la Formazione permanente del clero. Quattro giorni dopo l’accaduto il futuro arcivescovo di Milano si precipita a Rozzano per approfondire l’imbarazzante storia. Ricostruisce così davanti agli investigatori: “Don Mantegazza mi aveva detto al telefono che un ragazzo aveva trascorso la notte a casa di don Mauro Galli. E aveva aggiunto che il ragazzo aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte. Io sono quindi andato a Rozzano e ho convocato don Mauro per chiedergli la sua versione dei fatti. Lui mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà familiari, perché quella notte non voleva dormire a casa dei genitori”. Poi aggiunge: “Ha peraltro ammesso di avere dormito con il ragazzo quella notte, di avere tenuto una condotta imprudente”.

    Per la Procura è difficile credere alla buona fede dell’allora diacono, perché nel suo appartamento ci sono altri due letti, uno in camera degli ospiti e un divano adattabile in soggiorno. Insomma, alternative al lettone ne aveva. In una dichiarazione giurata il responsabile degli oratori di zona, don Rivolta, spiega: “Ricordo che don Mauro mi confidò che nella notte il ragazzo probabilmente aveva avuto un incubo e che lui, per non farlo cadere, l’aveva preso per il pigiama cingendolo dal petto”.

    Lo scenario è ben chiaro agli occhi di monsignor Delpini, che torna da Rozzano e decide di trasferire don Mauro per questioni di opportunità. Non di stilare un rapporto perché venga avviata dalla Diocesi un’indagine previa, come previsto dal diritto canonico, da un documento specifico emanato dalla Cei e come fortemente richiesto dal Vaticano in questi anni difficili. L’indagine previa sarà aperta solo nel gennaio 2015, tre anni dopo, a scandalo scoperchiato dalla polizia. E con i due presunti controllori già nel cuore del Papa per la promozione a vescovi.

    Quel che più sorprende nel riavvolgere il filo è la destinazione di don Mauro, che stamane viene interrogato in aula dal pm e dall’avvocato della famiglia. Nel marzo 2012 il prete è nominato vicario parrocchiale in San Pietro a Legnano e incaricato della pastorale giovanile di altre tre parrocchie vicine. In pratica rimane a contatto con i minori. E non si occupa di due oratori come a Rozzano, ma di quattro. Questo dopo soli 24 giorni di accompagnamento psicologico e di colloqui spirituali. Un periodo propedeutico alla scelta, che monsignor Tremolada definisce “ben ponderata e oculata”. La destinazione viene decisa da monsignor Delpini, che durante le indagini preliminari dichiara: “Ho deciso di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. Da lì, a fine 2012, l’accusato passa alla Cappellania ospedaliera di Santa Maria Annunciata in Niguarda a Milano e infine in un istituto religioso a Roma abitato solo da adulti, dove ora attende gli sviluppi del procedimento canonico per presunti abusi sessuali su minori.

    L’inchiesta giudiziaria della Procura di Milano è nettamente più avanti e una volta aperto il fascicolo (nel 2014), don Mauro Galli viene messo sotto intercettazione telefonica. In una conversazione rivela a una terza persona che “monsignor Delpini mi ha detto che dobbiamo stare molto attenti, dobbiamo stare attentissimi”. In quei giorni non aveva ancora ricevuto l’avviso di garanzia.

    La diocesi di Milano ha provato a fare luce sulla complessa storia con uno scritto diffuso dopo l’udienza del 12 dicembre scorso e pubblicato in fotocopia dai media, dal titolo “Un comunicato per comprendere la verità dei fatti”, che in realtà ha ottenuto il risultato di raddoppiare l’imbarazzo del mondo curiale. Secondo il comunicato – che risponde a un articolo del Giornale, unico quotidiano fin lì a seguire le vicende processuali – cinque sono le obiezioni.

    1. Nel 2011 nessuno aveva ancora evocato la parola abuso (ma sappiamo che fu Mantegazza a pronunciarla subito con il futuro arcivescovo e fu al centro degli incontri con i genitori).
    2. In quel periodo si sapeva solo che don Mauro aveva ospitato il ragazzo (ma don Mantegazza  ha rivelato alla polizia “la sera stessa don Mauro mi disse cosa era accaduto e la sua versione coincideva con quella dei genitori del giovane”).
    3. Don Mauro viene trasferito da Rozzano con un provvedimento firmato dal vicario generale monsignor Carlo Redaelli (ma durante l’indagine preliminare monsignor Delpini spiega: “Il trasferimento fu deciso da me in persona. Sostanzialmente ho deciso io”).
    4. Si è operato nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane (ma l’indagine previa, alla quale è obbligato un vescovo – allora era Angelo Scola – deve procedere ogniqualvolta si abbia notizia, almeno probabile, di delitti. E fra questi ci sono i possibili abusi sessuali).
    5. La diocesi ha collaborato alle indagini (ma don Mauro intercettato dice di essere stato avvertito – “dobbiamo stare attentissimi” – prima della notizia dell’avviso di garanzia).

    Insomma, un pasticcio davanti al quale il lettore ha il diritto di porre il più semplice dei quesiti: avrebbe mentito l’arcidiocesi nell’intento di difendere legittimamente l’istituzione o monsignor Delpini all’autorità giudiziaria (molto improbabile)? La vicenda avrà oggi un passaggio decisivo, ma nessun alto prelato sarà in tribunale perché la famiglia del ragazzo ha ritirato la costituzione di parte civile nei confronti della diocesi e della parrocchia di Rozzano, a fronte d’un risarcimento di 100.000 euro più 50.000 euro di spese sostenute in questi anni. Don Mauro Galli alla questura aveva sostenuto di essere nullatenente.

    Rimane fuori dall’aula, ma dentro le coscienze di ciascuno, anche il motu proprio Come una madre amorevole: “Il diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico per cause gravi. Ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto con la presente lettera intendo precisare che tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili, previsti dal motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI”. Firmato papa Francesco.

    (LaVerità 8 marzo 2018)

  • Diffamazione aggravata e diffusione di notizie false, querelato il portale della Chiesa di Milano e tre testate giornalistiche.

    Diffamazione aggravata e diffusione di notizie false, querelato il portale della Chiesa di Milano e tre testate giornalistiche.

    Depositata ieri presso gli uffici della Questura di Milano una querela nei confronti del portale CHIESADIMILANO.IT, il giornale cattolico Avvenire, il Corriere della Sera e Vatican Insider.

    L’oggetto della querela si riferirebbe allo scorso 16 dicembre quando dopo la prima udienza che vede imputato con l’accusa di abusi sessuali a danno di un minore un prete milanese, don Mauro Galli, sul portale della CHIESADIMILANO.IT veniva pubblicato un comunicato stampa dal titolo “un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” il cui contenuto non tendeva a minimizzare, ma era integralmente falso e paradossalmente smentito dalla deposizione rilasciata agli inquirenti dallo stesso arcivescovo di Milano, Mario Delpini.

    Poche ore dopo, a riportare la Fake News, alcune testate nazionali nei confronti delle quali si è pensato subito ad una leggerezza giornalistica, quella di non aver sentito la controparte e verificato la notizia.

    La Rete L’ABUSO, che sta assistendo la presunta vittima ed i suoi familiari, ha immediatamente provveduto in loro tutela ad informare le testate responsabili, del contenuto gravemente diffamatorio, oltre che totalmente falso, chiedendo di esercitare il diritto di replica e fornendo il materiale a sostegno della contestazione . Parallelamente, l’avvocato Fulvio Gaballo che difende la presunta vittima nel processo Galli ha provveduto a diffidare il portale della CHIESADIMILANO.IT chiedendo la rimozione del comunicato, ancora oggi è online.

    Non è servito molto tempo per rendersi conto che anche le testate giornalistiche che avevano riportato l’articolo diffamatorio, probabilmente non erano vittime di una leggerezza perché non solo non hanno ottemperato in alcun modo al diritto di replica del nostro associato, ma pur sapendo, non hanno neppure tentato di riparare l’errore ai danni della vittima che ieri, essendo prossimo il termine di 90 giorni previsto per denunciare questo tipo di reati, ha sporto regolare querela.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Il prete pedofilo, la Curia e il fondo per zittire le vittime

    Il prete pedofilo, la Curia e il fondo per zittire le vittime

    Fondi riservati della Curia milanese per azzittire le vittime dei preti pedofili. È questa la cruda realtà che emerge dal processo a don Mauro Galli, il sacerdote imputato di violenza sessuale ai danni di un giovane parrocchiano.

    Centocinquantamila euro di risarcimento sono stati versati alla vittima perché ritirasse la sua querela. Non certo da don Galli, che risulta nullatenente. A officiare l’accordo è stato Mario Zanchetti, difensore dell’Arcivescovado. Tra le clausole imposte alla famiglia: non rivelare la provenienza dei quattrini.

    Ieri, nella nuova udienza del processo al prete, appare con chiarezza – nel racconto di altri due sacerdoti – il motivo che avrebbe spinto la Curia all’esborso. Sia don Alberto Rivolta che don Carlo Mantegazza, entrambi in servizio nella parrocchia di Rozzano dove si svolsero i fatti, hanno raccontato di avere informato immediatamente il vicario episcopale dell’epoca, ovvero l’attuale arcivescovo Mario Delpini. «Noi pensavamo che don Mauro andasse spostato a livello prudenziale non in un contesto di pastorale giovanile», ha raccontato il parroco, don Mantegazza: l’importante era tenere il prete lontano dai bambini. Invece don Galli venne trasferito a Legnano, proprio alla pastorale giovanile. A deciderlo, emerge dagli atti, fu Delpini: «Questa decisione l’ho presa io», ammette il prelato in una conversazione.

    Ieri in aula, i due preti-testimoni raccontano di avere appreso subito quanto era accaduto la notte del 19 dicembre 2011: don Mauro che invita il ragazzo a dormire a casa sua con il consenso della famiglia, ma invece che nella camera degli ospiti lo fa dormire insieme a lui nel letto matrimoniale. E nel cuore della notte allunga le mani. «Quando chiedemmo spiegazioni, ci disse che il ragazzo aveva avuto un incubo e lui lo aveva afferrato per non farlo cadere dal letto».

    Solo più tardi, il ragazzo (allora quindicenne) aggiungerà di essere stato violentato dal prete. Ieri si apprende che comunque, fin dall’immediatezza dei fatti, Delpini aveva saputo che don Galli si era portato a letto il ragazzino. Ma si guardò bene dall’accogliere la richiesta dei suoi sottoposti di allontanare don Mauro da ulteriori tentazioni.

    Anzi è lui stesso ad avvisare don Mauro dell’esistenza di una indagine a suo carico, e ad organizzargli la difesa. La prima circostanza è ammessa dallo stesso Delpini nel suo interrogatorio: «In quell’incontro dissi a don Mauro che c’era probabilmente un procedimento penale a suo carico»; e nelle intercettazioni don Galli parlando con un amico dice «ho ricevuto una mail da Delpini che diceva telefonami, scrivimi che ho bisogno di vederti”.. l’ho chiamato subito e mi ha detto non è il caso che parliamo per telefono, vieni qui che poi ti spiego, poi dobbiamo stare molto attenti”». Anche della seconda circostanza ci sono tracce chiare nelle intercettazioni: il 4 settembre 2014 don Mauro chiama l’avvocato Zanchetti: «Mario Zanchetti si presenta a Mauro dicendo di essere l’avvocato, gli dice che monsignor Delpini gli ha scritto due righe dicendo che Mauro lo avrebbe chiamato, gli chiede se voleva vederlo per una cosa un po’ delicata». Eppure un mese più tardi, interrogato dalla Mobile, Delpini dichiara: «L’avvocato Zanchetti non ha con me alcun tipo di contatto».

    Cosa fosse accaduto davvero quella notte, lo racconta ieri in aula la ragazza della vittima: «A. era andato a casa di don Mauro, si era confessato, una confessione lunga e profonda. Si era esposto, era vulnerabile, avrebbe fatto qualunque cosa. Don Mauro l’ha fatto andare nel suo letto, sono andati a dormire e nella notte A. si è svegliato urlando. Lo aveva abbracciato da dietro».

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/prete-pedofilo-curia-e-fondo-zittire-vittime-1502963.html

  • Milano, sacerdote accusato di violenza sessuale. Teste conferma gli abusi

    Milano, sacerdote accusato di violenza sessuale. Teste conferma gli abusi

    Deposizione in aula dell’ex fidanzata di un giovane, al momento dei fatti 15enne e presunta vittima della violenza nel 2011

    «Mi ha detto che don Mauro, la sera prima, lo aveva abbracciato da dietro e che a seguito di ciò era stato male e si era svegliato urlando». È un passaggio della deposizione in aula, davanti alla quinta sezione penale del Tribunale di Milano, presieduta da Oscar Magi, dell’ex fidanzata di un giovane, al momento dei fatti 15enne e presunta vittima di una violenza sessuale da parte di don Mauro Galli, che era sacerdote a Rozzano (Milano), avvenuta il 19 dicembre 2011. «Credo che si sia svegliato urlando – ha aggiunto la teste, rispondendo alle domande del pm Lucia Minutella – perché suppongo che si sentisse violato nella sua intimità». Dopo l’episodio, ha spiegato la giovane, il 15enne «ha iniziato a stare male e ad avere dei crolli di natura psicologica». Come riporta il capo di imputazione, il sacerdote, accusato di violenza sessuale aggravata, avrebbe abusato del ragazzo nella propria abitazione, dove aveva trascorso la notte «in vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo». Approfittando così, si legge ancora, delle «condizioni di inferiorità fisica e psichica della persona offesa (in relazione al divario di età, allo stato di soggezione ed affidamento legato al ruolo di sacerdote, padre spirituale, educatore ed insegnante del ragazzo)». Nella scorsa udienza il collegio ha acquisito il verbale di sommarie informazioni testimoniali reso, nell’ottobre 2014, dall’attuale arcivescovo di Milano Mario Delpini, al momento dei fatti vicario episcopale della zona pastorale numero 6 (che comprende i comuni da Abbiategrasso a Treviglio). Delpini aveva spiegato a verbale che, dopo avere appreso da un altro sacerdote che il ragazzo «aveva segnalato abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte», decise «di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano». Il processo tornerà in aula il prossimo 5 aprile.

    http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_marzo_08/milano-sacerdote-accusato-violenza-sessuale-teste-conferma-abusi-bab9a1f6-22e6-11e8-a740-dc76cebf8197.shtml

  • Serina, molestie a una bambina: condannato l’ex curato

    Serina, molestie a una bambina: condannato l’ex curato

    Serina (Bergamo), 22 febbraio 2018 – Finito a processo per molestie a una ragazza del paese, quando era ancora bambina, in primo grado don Marco Ghilardi, ex curato di Serina, era stato assolto, il 27 ottobre 2016, perché “il fatto non sussiste” (collegio presieduto dal giudice Antonella Bertoja). Per il sacerdote, ora in un convento di frati francescani, il sostituto procuratore Gianluigi Dettori aveva chiesto 12 anni di carcere. Lui, difeso dall’avvocato Roberto Bruni, si è sempre proclamato innocente. Il pm ha presentato appello e il sacerdote, in secondo grado, è stato condannato a sei anni. Il difensore ricorrerà in Cassazione.

    Tutta la vicenda era venuta a galla dopo che la giovane, che oggi ha 21 anni, aveva sporto denuncia ai carabinieri del paese nel giugno del 2013. Pochi giorni dopo aver compiuto i 18 anni. Ne erano passati otto dai fatti, avvenuti, secondo il suo racconto, quando aveva tra i 6 e i 10 anni, nella scuola dove don Ghilardi insegnava religione o nella sagrestia e all’oratorio. Oltre alla sua testimonianza, a processo erano state portate quelle degli ex fidanzati e delle amiche della ragazza, ma nessuna era diretta. Un punto che, nel processo di primo grado, aveva inciso nell’assoluzione di don Marco. Don Ghilardi si è sempre proclamato innocente.

    In questa vicenda, l’interrogativo a cui dare risposta riguardava in particolare come mai la ragazza avesse deciso di rivelare i presunti abusi nel giugno 2013, quando erano passati otto anni dai fatti. Che peso aveva questa circostanza, per la sua credibilità? Nulla secondo il pm, perché la «giovane appartiene a una famiglia molto religiosa, abita in una frazione di Serina, un ambiente in cui una bambina che avesse osato denunciare il sacerdote del paese si sarebbe esposta alla pubblica critica».

    Diverso il parere dell’avvocato Bruni, che aveva invocato l’assoluzione per il sacerdote: «Siamo di fronte ad un racconto infarcito di inverosimiglianze e discrasie. La denuncia otto anni dopo i fatti pesa perché i racconti non sono quelli di una bambina, situazione che sarebbe stata comunque delicata, ma di una bambina che è diventata nel frattempo adulta». Non solo. I riscontri che il pm ritrova nei testimoni, secondo il difensore dell’imputato, non esistono: «La ragazza si confida con sette persone, ma è sempre lei la fonte di accusa, solo lei».

    http://www.ilgiorno.it/bergamo/cronaca/molestie-prete-1.3739871

  • Scarcerazione in vista. A breve don Walter lavorerà in parrocchia

    Scarcerazione in vista. A breve don Walter lavorerà in parrocchia

    Attesa per l’udienza, poi i servizi sociali lontano da Mantova. Il sacerdote è in carcere da quattro anni. Visita di Buscadi Giancarlo Oliani

    MANTOVA. Scarcerazione in vista per l’ex parroco di San Leonardo don Walter Mariani, dopo la condanna a sei anni di reclusione sancita dalla Corte di Cassazione per violenza sessuale nei confronti di due prostitute.

    Il sacerdote infatti è in attesa dell’udienza, che si terrà a breve davanti al tribunale di sorveglianza, per l’affidamento ai servizi sociali.

    Una misura che viene concessa quando il residuo di pena è inferiore ai quattro anni, purché ci sia un anno di osservazione positiva in carcere.

    Il sacerdote, in questi mesi, ha ricevuto la visita anche dell’attuale vescovo di Mantova Marco Busca, oltre che di numerosi mantovani che non hanno mai smesso di sostenerlo e di credere nella sua innocenza. Più volte è andato a trovarlo anche il vescovo emerito Roberto Busti. Don Walter, però, anche quando sarà un uomo libero non tornerà più a Mantova. L’avrebbe confidato ai suoi parenti e al suo legale di fiducia.

    Con tutta probabilità, se otterrà di essere affidato ai servizi sociali – cosa pressoché certa – andrà a fare il volontario in qualche parrocchia lontana dalla nostra città.

    Don Mariani è in cella dal marzo 2014. Le violenze per le quali è finito in carcere sono avvenute tra il 2004 e il 2006 su due giovani straniere (per una terza, di origine lituana, la Corte d’appello lo ha prosciolto): una russa e una romena ospiti della Casa di Ruth di Curtatone per un programma di recupero di cui il sacerdote era responsabile.

    Quello non era stato il suo unico guaio giudiziario. A fine marzo 2012, infatti, aveva subito una seconda condanna dal tribunale di Ferrara: otto mesi di reclusione per aver indotto una testimone – una ragazza che lo accusava di violenza sessuale – a dire il falso, offrendole 3mila euro per ritrattare le accuse.

    Per questo l’avvocato Sandro Somenzi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello a Bologna. Un procedimento che non ha avuto seguito per avvenuto prescrizione del reato.

    http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2018/01/12/news/scarcerazione-in-vista-a-breve-don-walter-lavorera-in-parrocchia-1.16342951

  • Abusi del prete su minore, la Diocesi di Brescia risarcirà la vittima

    Abusi del prete su minore, la Diocesi di Brescia risarcirà la vittima

    di Mara Rodella

    Un’udienza lampo. Giusto per depositare al giudice il documento che testimonia e conferma l’intesa, concedere il rito abbreviato come chiesto dalla difesa e rimandare discussione e sentenza fra tre mesi.

    La Diocesi salderà il conto alla parte civile

    In aula, il caso dei presunti abusi sessuali ai danni di un ragazzino che all’epoca dei fatti aveva appena compiuto 14 anni da parte di don Angelo Blanchetti, 57 anni, parroco di Corna di Darfo e di Bessimo (finì agli arresti domiciliari il 14 giugno del 2016). In aula, per la prima data fissata a dibattimento, il giudice Roberto Spanò ha concesso il rito alternativo (condizionato all’audizione di una genetista). Preso atto dell’accordo di massima per il «ristoro» del danno nei confronti della parte civile: a saldarlo sarà la Diocesi di Brescia. Che si è sentita in dovere di affiancare il minore e la sua famiglia in un percorso di sostegno. Ritenendoli comunque «danneggiati» da questa vicenda. Pare che parte della somma concordata possa servire anche a sostenere il percorso di studi e la crescita educativa del ragazzino. L’iter giudiziario individuale, ovviamente, continua. Discussione e sentenza sono fissate al prossimo 24 aprile.

    L’inchiesta sul parroco nata grazie alla denuncia del ragazzo

    All’origine dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Ambrogio Cassiani ci sono proprio le dichiarazioni del minore. Che si confidò prima con un altro sacerdote milanese, poi con gli inquirenti. Dichiarazioni rese nonostante le intimidazioni che avrebbe ricevuto: «Guarda che se parli finirai all’inferno» lo avrebbe spaventato don Blanchetti. Le violenze, stando alle indagini, sarebbero continuate per quasi due anni: dal gennaio 2015 al maggio dell’anno successivo. Dentro le stesse mura che quel ragazzino avrebbero dovuto proteggerlo: nella cucina del parroco. «Due rapporti al mese» ha fatto mettere a verbale. E nella stanza, descritta accuratamente, gli investigatori hanno recuperato una coperta imbottita — identica a quella indicata dal ragazzino — che il sacerdote aveva l’abitudine di stendere a terra prima degli incontri. Ma anche, in cassaforte, preservativi e creme lubrificanti.

    Un’altra accusa su don Angelo: «Ma non c’entro nulla»

    Lui, don Angelo, ha sempre respinto le accuse: «Non c’entro nulla con questa vicenda». Ma nei mesi scorsi, a rafforzarle, è arrivata anche la testimonianza choc di un’altra potenziale vittima delle attenzioni del don. Prima affidata a un post su Facebook, poi cristallizzata davanti al magistrato, in sede di incidente probatorio (quindi valida e utilizzabile anche a processo): «Invece di affiancarmi nel percorso di catechesi necessario al conseguimento del battesimo abusò di me» ha raccontato questo ragazzo. Che in Rete, dopo l’arresto di don Blanchetti scrisse di essere «ancora in cura» pur dopo anni. Ne aveva nove all’epoca degli abusi, e don Angelo era viceparroco di Artogne, oggi ne ha 36. Il copione, secondo il racconto, era lo stesso di quello raffigurato oltre vent’anni dopo. «Mi faceva sdraiare su una coperta». Fotocopia anche le minacce. Nonostante don Blanchetti non possa in alcun modo essere accusato, visti i tempi, anche di tali presunte violenze.

    La sentenza a aprile

    A decidere sulla sua colpevolezza piuttosto che della sua innocenza sarà il giudice, appunto tra tre mesi. Il tempo necessario alle parti per formalizzare e concretizzare l’accordo raggiunto per il risarcimento del danno, indipendentemente da quale sarà la sentenza individuale a carico dell’imputato. Quindi anche eventuali provvisionali stabilite dal tribunale che inevitabilmente troveranno seguito, come sempre in questi casi, in sede civile. Per ora è stata la Curia ad accettare e farsi carico del risarcimento. Se ne riparla il prossimo 24 aprile.

    mrodella@rcs.it

    http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_12/abusi-prete-minore-curia-diocesi-brescia-paga-parte-civile-vittima-09f56d88-f770-11e7-8658-d0b955e4d0a9.shtml

  • Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Le più alte cariche della Chiesa in Lombardia sapevano del presunto abuso sessuale di un prete di Rozzano ai danni di un minore tre anni prima delle indagini della magistratura, ma non hanno mai denunciato l’accaduto.

    “Che cosa aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia? Aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia e poi cominciamo seriamente a guardare le cose, va bene, cioè, basta saperlo e ci adeguiamo, però già che possiamo farlo prima, facciamolo prima”

    A parlare sono due preti di Rozzano intercettati dai carabinieri. Un prete della loro parrocchia, don Mauro Galli, è accusato di abusi sessuali su un minore e la magistratura ha messo sotto controllo i loro telefoni. Il caso non è ancora di dominio pubblico, ma nell’ambiente ecclesiastico ha suscitato un polverone, tanto da dover richiedere l’intervento delle più alte cariche della Chiesa.

    È qui nell’hinterland milanese che inizia la vicenda che coinvolgerà l’attuale arcivescovo di Milano, monsignor Delpini, successore di Scola, e l’attuale vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada.

    A svelarlo sono gli atti del processo a carico del sacerdote che nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011 invitò a dormire nella sua abitazione un ragazzo di 15 anni che frequentava la parrocchia. Stando al racconto del ragazzo – che qui per tutelarlo chiameremo Fausto – in quell’occasione il prete dopo averlo abbracciato avrebbe tentato più volte di sodomizzarlo.

    La circostanza emerge al mattino seguente quando il ragazzo inizia a mostrare i primi segni del turbamento per quello che era successo. I familiari si rivolgono allora al parrocco di Rozzano, Don Carlo Mantegazza, che informa monsignor Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, che si precipita ad incontrare il sacerdote accusato.

    È da questo momento in poi che la storia inizia ad intricarsi. Monsignor Delpini, infatti, invece di denunciare l’accaduto decide di spostare Don Galli nella parrocchia di Legnano, a pochi chilometri da Rozzano, destinandolo sempre alla pastorale giovanile, ossia a contatto continuo con giovani e giovanissimi.

    Oggi però la diocesi, attraverso un comunicato pubblicato sul loro sito e ripreso dai maggiori quotidiani nazionali, offre una versione differente dell’accaduto, sostenendo che “né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato” e che “l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda”.

    Per queste affermazioni la Diocesi è stata diffidata dal legale della famiglia della vittima. Ci sono numerose prove, infatti, che smentiscono queste circostanze. Prima fra tutte l’interrogatorio del 24 ottobre 2014 disposto dal pm Lucia Minutella nel quale l’arcivescovo afferma: “Il trasferimento da Rozzano a Legnano fu deciso da me in persona”. “Don Carlo Mantegazza – aggiunge Delpini nel colloquio sotto giuramento avuto con gli inquirenti – mi disse al telefono che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte”.

    Quindi già dalla prima telefonata, intercorsa nel dicembre 2011, quasi subito dopo l’accaduto, Delpini viene messo al corrente che il prete è coinvolto in un presunto “abuso sessuale”, ma se non bastasse sarà lo stesso Don Galli che di lì a pochi giorni gli confesserà di aver dormito con il 15enne: “Ha peraltro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte” – si legge nel verbale.

    Nonostante queste evidenze, però, la decisione dell’allora vicario sarà quella di rimettere il prete a contatto con i minori, senza denunciare l’accaduto alla giustizia e senza avviare un’indagine conoscitiva interna, come previsto dalle direttive della Cei.

    Nel corso dell’interrogatorio con la squadra mobile si chiede:

    “Monsignore lei era consapevole che Don Mauro Galli nella parrocchia di Legnano si occupava di pastorale giovanile?”

    Delpini: “Sì certo, ne ero a conoscenza”

    Saranno gli stessi genitori di Fausto a mostrare delle perplessità rispetto a questa decisione e ottengono un incontro il 24 settembre 2012 con Delpini per avere delle spiegazioni. La discussione viene registrata ed oggi è agli atti del processo. L’arcivescovo esordisce ringraziando i familiari per non essersi ancora rivolti ai carabinieri e ammettendo più e più volte che quella decisione era stata presa espressamente da lui: “Ho deciso io”, “La destinazione di Legnano è stata scelta da me”, “L’emergenza è stata gestita da me” – ribadisce.

    Ma quando un familiare di Fausto gli fa notare che quella decisione poteva mettere in pericolo altri bambini, Delpini traballa:

    Delpini: “[…] Io sono molto allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla Luna”

    Familiare della vittima: “[…] Se dovesse accadere un caso analogo, in coscienza, penso che lei avrebbe dei problemi…”

    Delpini: “Non solo dei problemi, sono anche molto trepido, perché non mi sento neanche di dire ‘Sono in grado di garantire che abbiamo fatto una scelta che lo mette del tutto al sicuro’”

    Familiare della vittima: “È una cosa che io trovo inconcepibile”

    La discussione si accende e va avanti per quasi due ore, fino a che Delpini non ammette di aver sbagliato:

    Delpini: “[…] Avendo fondamentalmente stima del giovane prete naturalmente ho dato credito agli elementi che alleggerivano la versione”

    Ma a finire negli atti dell’inchiesta è anche un altro importante esponente della curia, si tratta di monsignor Pierantonio Tremolada, nominato pochi mesi fa da Papa Francesco vescovo di Brescia, ma che all’epoca dei fatti era collaboratore della formazione permanente del clero e responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (ISMI), che si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione, ossia quindi anche di Don Galli.

    I genitori di Fausto, preoccupati per le sorti degli altri bambini che entravano in contatto col prete, il 3 agosto del 2012 incontrano anche Tremolada e registrano la conversazione che ora è agli atti del processo.

    Tremolada rassicura sul percorso avviato da don Mauro e si prende la responsabilità di quello che potrà succedere:

    Tremolada: “Non me la sento di dire don Mauro è un pedofilo, cioè questa cosa mi fa un male, perché dico, forse qui c’è qualche cosa, lo dovremmo aiutare sicuramente, però da questo a dire sicuramente è così e quindi noi dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, perché altrimenti potrebbe far loro del male, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità.”

    Ma è da questo incontro che emerge il clima che l’attuale vescovo ha creato intorno alla vicenda. La famiglia chiede infatti a Tremolada che cosa era stato detto al decano di Legnano circa il trasferimento di Don Galli in quella parrocchia e che cosa il decano aveva detto ad un altro parroco del paese, don Pietro Re:

    Tremolada: “Gli ho raccontato quello che è successo… però questa cosa ce la teniamo per noi…”

    Familiare della vittima: “È cos’è che è successo, secondo lei?”

    Tremolada: “Questa cosa del letto, gli ho detto ‘te la tieni per te‘, è chiaro che lui a sua volta non può andare a raccontarlo a don Piero Re, sarebbe scorretto! E cioè, abbiamo anche comunque una persona che ha il diritto di non essere buttata in pasto, allora!”

    Familiare della vittima: “Perché, don Piero Re, se gli avesse detto la verità avrebbe chiamato noi, l’avrebbe messo in piazza…”

    Tremolada: “Io ho una grande stima di don Piero Re, ho una sacrosanta stima. Però a sua volta, don Piero doveva tenere il segreto, e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone.”

    Familiare della vittima: “Guardi, secondo me, la strategia, quella del segreto, non paga.    A questo punto…”

    Tremolada: “Voglio dire, però, capite?”

    Familiare della vittima: “No, no, è chiarissima…”

    L’intento dell’attuale vescovo di Brescia è chiarissimo: la vicenda non deve divenire di dominio pubblico: “Questa cosa del letto, gli ho detto: ‘te la tieni per te’” o ancora “Don Piero doveva tenere il segreto e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone”.

    Nei mesi successivi agli incontri con Tremolada e Delpini, la famiglia, ancora molto scossa per quanto successo a Fausto e preoccupata da come i responsabili della curia milanese gestiscono don Mauro, inizia una corrispondenza con l’allora arcivescovo di Milano, monsignor Angelo Scola. In una lettera del 13 marzo 2015, Scola allega una nota redatta dai suoi collaboratori, per spiegare lo spostamento di don Mauro.

    Dalla nota di Scola, però, la vicenda viene ricostruita in maniera molto diversa da come la raccontano gli stessi protagonisti nei verbali: il trasferimento di don Mauro a Legnano viene fatto risalire a Tettamanzi, predecessore di Scola, e il comportamento di don Mauro viene ritenuto consono addirittura fino al novembre del 2012, quando avviene il suo trasferimento da Legnano in un ospedale di Milano (per impedirgli di vedere minori) e poi a Roma, presso il Pontificio seminario lombardo, dal 1 settembre 2013.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Mentre Don Galli è a piede libero e salva bambini, Fausto dopo il trauma subito entra in una spirale depressiva che cerca di affrontare con degli specialisti, ma nel frattempo perde due anni di scuola e il contatto con i suoi coetanei. Quando però proverà a togliersi la vita per l’ennesima volta, durante i soccorsi rivela ai carabinieri il motivo del suo gesto estremo e denuncia Don Galli.

    Nel frattempo, Delpini e Tremolada, i responsabili del trasferimento e della mancata denuncia di don Galli, fanno carriera, scalando le gerarchie ecclesiastiche. Sarà proprio Papa Francesco a nominarli ai vertici della Chiesa lombarda. Lo stesso pontefice che nel 2015 aveva proclamato l’istituzione, mai avvenuta, di una sezione del tribunale ecclesiastico per giudicare i vescovi che coprono i loro preti per le violenze sui minori.

    Il Vaticano fu anche informato della vicenda dai genitori di Fausto che scriveranno una lettera alla Congregazione per la Dottrina della Fede, denunciando il comportamento di Tremolada e Delpini, e il loro ruolo nell’insabbiamento del caso. La risposta del nunzio apostolico è datata 22 marzo 2016: “Le accuse saranno debitamente esaminate” – vi si legge.

    Un anno dopo però, il 12 luglio 2017, Tremolada viene nominato vescovo di Brescia, mentre il 7 luglio è stato il turno di Delpini, promosso addirittura a successore di Scola, arcivescovo di Milano, una delle diocesi più grandi al mondo.

    di Sacha Biazzo e Simone Giancristofaro

    https://www.fanpage.it/pedofilia-l-arcivescovo-di-milano-coinvolto-nello-scandalo-don-galli-sapeva-degli-abusi/