Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Lombardia

  • Don Inzoli indagato a Cremona. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Don Inzoli indagato a Cremona. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    CREMA Il procuratore, Roberto di Martino, ha aperto un fascicolo e per sapere che cosa abbia accertato l’autorità ecclesiastica, ha chiamato in causa la Santa Sede. Lo ha fatto con una richiesta di rogatoria al Vaticano attraverso il ministero della Giustizia.

    L’indagine su don Inzoli (Il prete in Mercedes), 64 anni, per 15 presidente della Fondazione banco alimentare, onlus assistenziale fondata da don Giussani, qualcuno dice anche confessore di Roberto Formigoni, nasce da due esposti, il primo presentato il 30 giugno scorso in procura da Franco Bordo, deputato di Sel. Un documento di ventotto righe, più tre allegati, con la richiesta finale di accertare se gli elementi emersi «siano meritevoli di approfondimenti investigativi e, qualora dall’esito degli stessi, dovessero emergere ipotesi di reato, che sia esercitata l’azione penale nei confronti di chiunque li abbia commessi o, a qualsiasi titolo, abbia concorso alla loro commissione».

    Il secondo invece presentato dalla Rete L’ABUSO il 9 luglio 2014. In questo secondo esposto di tre pagine e ben altre 43 di allegati, la Rete L’ABUSO chiede non solo l’acquisizione del materiale di indagine in possesso dell’autorità ecclesiastica, ma chiede anche che vengano approfondite le eventuali responsabilità omissive da parte dei superiori di Inzoli e della stessa Diocesi di Crema.

    Paradossalmente la Rete L’ABUSO fornisce anche un precedente creatosi a Savona che chiama in causa, ironia della sorte, l’attuale vescovo di Cremona, Dante Lafranconi che nel 2012 fu accusato dalla Procura della Repubblica di Savona, di essere stato al corrente delle tendenze pedofile di un suo sacerdote, Nello Giraudo, ma di non aver fatto nulla per impedire che questi continuasse ad abusare dei minori affidati alle cure dello stesso.

    Quella di Inzoli è una vicenda dai contorni molto simili a quella savonese. Attendiamo che la procura di Cremona faccia luce su quanto accaduto e soprattutto ci auguriamo che il Vaticano, viste le continue promesse di Papa Francesco accetti di fornire alle autorità italiane la documentazione richiesta tramite rogatoria.

    Il portavoce della Rete L’ABUSO

    Francesco Zanardi

    Esposto Franco Bordo Esposto-Procura

    Esposto Rete L’ABUSO l-abuso–diocesi-crema-mauro-inzoli

  • Calunnia a un parrocchiano: condannato don Mauro

    Calunnia a un parrocchiano: condannato don Mauro

    (m.pv.) Condanna in Appello per don Mauro Stefanoni nel processo “bis”.
    L’ex parroco di Laglio – già condannato in via definitiva per abusi su un minore che all’epoca dei fatti era minorenne (otto anni di pena) – doveva ancora definire il fascicolo per calunnia intentato contro il religioso da un parrocchiano. Procedimento che in primo grado si era chiuso con l’assoluzione davanti al giudice Gianluca Ortore.

    La Procura non aveva appellato la decisione del giudice, cosa invece fatta dalla parte civile (avvocato Monica Lurati). E quest’ultima alla fine ha avuto ragione in quanto il secondo grado, in parziale riforma della sentenza di Como, ha condannato don Mauro Stefanoni al pagamento in favore del parrocchiano della somma di 10mila euro come chiesto nelle conclusioni dalla parte civile.
    Una somma a risarcimento dei danni patiti dopo la denuncia di falsa testimonianza fatta dal religioso pur sapendo che il parrocchiano era innocente.
    Ovviamente, trattandosi dell’appello della sola parte civile e non della Procura, la Corte di Milano ha potuto intervenire sulle sole questioni civili.
    Il “don Mauro bis” nacque nel corso della deposizione di un testimone nel pieno del processo per violenza.
    La persona che, a detta di don Mauro, aveva consegnato al sacerdote una cesta di videocassette, una delle quali a carattere pornografico poi rinvenuta in una perquisizione dalla polizia. Il parrocchiano se ne assunse la paternità con un foglio scritto e firmato in calce.
    Davanti ai giudici del processo, tuttavia, lo stesso disse sì di aver firmato quella sorta di “liberatoria”, ma non nella versione esibita dalla difesa. E soprattutto il teste ribadì di non aver mai consegnato a don Mauro la cassetta dello scandalo. Da qui nacque prima un fascicolo per falsa testimonianza (archiviato) e poi il contropiede del testimone che a sua volta denunciò l’ex parroco di Laglio per calunnia.

  • Potente di Cl e confessore di Formigoni. I guai sessuali di Don Inzoli

    Potente di Cl e confessore di Formigoni. I guai sessuali di Don Inzoli

    L’INCHIESTA/ Presidente del Banco Alimentare, erede designato di Don Giussani e confessore di Formigoni. Don Mauro Inzoli è però anche invischiato in una brutta storia di abusi sessuali….

    Presidente del Banco Alimentare, erede designato di Don Giussani in Cl e, a quanto pare, confessore di Formigoni. E invischiato in una brutta vicenda di abusi sessuali su minori. È don Mauro Inzoli, conosciuto anche come “il prete in Mercedes”. Ratzinger l’aveva ridotto allo stato laicale, Bergoglio ha ridotto la pena a una “vita di preghiera e riservatezza”. Ma c’è chi vuole che anche la giustizia vada a fondo. L’associazione Rete l’Abuso Onlus presenta un esposto per ulteriori indagini alla Procura di Cremona e, sulla scia dell’ordinanza del gip di Savona (8 maggio 2012) sul caso Lanfranconi, chiede di accertare le eventuali coperture della curia.

    l-abuso–diocesi-crema-mauro-inzoli

    IL PRETE IN MERCEDES – La vicenda di Don Mauro Inzoli non è la (purtroppo ricorrente) storia del prete di provincia accusato di abusi sessuali. Don Inzoli è di tutto un altro spessore. Per tre decenni è stato uno dei punti di riferimento di Comunione e Liberazione in Lombardia. Ha fondato il Banco alimentare, che si occupa della raccolta di generi alimentari destinati ai più bisognosi all’interno dei supermercati italiani. Non solo. Inzoli, animatore della onlus cremasca “Fraternità”, pare sia stato per anni il confessore di Roberto Formigoni, un altro che in Cl ha sempre avuto un certo peso. Negli anni si era anche guadagnato l’appellativo di “don Mercedes” per la sua (pare) passione per auto di lusso e ristoranti alla moda.

    LE ACCUSE – Nel 2010 si diffondono delle voci su suoi presunti abusi sessuali a danni di minori. Due anni più tardi, arriva la durissima decisione della Congregazione per la dottina della fede che lo riduce allo stato laicale. Don Inzoli avrebbe dunque dovuto abbandonare lo stato clericale. Ma lui non si rassegna e fa ricorso contro la decisione. E solo poche settimane fa, dopo il passaggio da Ratzinger a Bergoglio, la sua pena è stata commutata in una “vita di preghiera e di umile riservatezza”. Il Vaticano riconosce e ammette la gravità dei suoi (presunti) comportamenti, tanto che spiega nella decisione: n considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale”. Ma allo stesso tempo Don Inzoli potrà mantenere gli abiti sacerdotali.

    L’ESPOSTO – Nel frattempo però la giustizia italiana non ha mai aperto alcun procedimento a carico del prelato. Il sindaco di Crema ha chiesto che venga disposta un’indagine sull’associazione Fraternità, presieduta da Don Inzoli, e l’associazione Rete L’Abuso ha presentato un esposto presso la Procura della Repubblica di Cremona per chiedere ulteriori approfondimenti di indagine. L’esposto, firmato dal portavoce della Onlus Francesco Zanardi, chiede in particolare di approfondire “perché né il vescovo, né il Vaticano che è stato investito della vicenda, gli organi direttivi della Cei guidata dal cardinal Angelo Bagnasco, abbiano ritenuto di comunicare i fatti all’autorità giudiziaria”. La tesi è che i vertici della curia locale fossero a conoscenza dei presunti abusi. Si legge nell’esposto: “C’è stata una condanna dal punto di vista canonico, è verosimile pensare che la Diocesi sapesse, o che almeno oggi sia in possesso di materiale di indagine, lo stesso materiale che ha portato Inzoli alla condanna canonica, tenendo conto tra le altre cose, che il Canone del Codice di Diritto Canonico violato (n. 1720) riguarda gli abusi sessuali su minori”.

    IL NODO DELLE RESPONSABILITA’ – Nell’esposto si chiede anche, qualora emergesse che la diocesi e/o altre strutture responsabili dei minori rimasti vittime, fossero a conoscenza delle tendenze pedofile dell’Inzoli, di valutarne le responsabilità. Come previsto dal secondo comma dell’articolo 40 del Codice Penale che recita “Non evitare un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”. In presenza di un non semplice quadro giudiziario, nell’esposto si fa comunque menzione di un caso di giurisprudenza, vale a dire l’ordinanza del gip del Tribunale di Savona, datata 8 maggio 2012, che pur respingendo un esposto e archiviando la sua posizione per avvenuta prescrizione, riconosce le responsabilità del vescovo Dante Lanfranconi in merito a un’altra vicenda di abusi sessuali. Si legge nell’ordinanza: “La sola preoccupazione dei vertici della Curia era quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti”. È la durissima considerazione del gip di Savona (contenuta nell’ordinanza dell’8 maggio 2012) sulla curia locale”. Anche per questo l’esposto sulla vicenda di Inzoli mira anche a capire se ci sono state responsabilità ai piani più alti. Non solo, sulla scia di una sentenza del Tribunale di Bolzano “si chiede anche in nome delle vittime che si intervenga, facendo intanto luce sui loro nominativi e che si proceda anche nei loro confronti al fine di ottenere un adeguato sostegno psicologico ed un legittimo risarcimento”.

     LEGGI L’ORDINANZA DEL GIP DI SAVONA

    http://www.affaritaliani.it/cronache/don-inzoli150714.html?refresh_ce

  • Don Mauro Inzoli. Un esposto della Rete L’ABUSO chiede alla Procura della Repubblica approfondimenti di indagine

    Don Mauro Inzoli. Un esposto della Rete L’ABUSO chiede alla Procura della Repubblica approfondimenti di indagine

     E’ stato depositato oggi presso la Procura della Repubblica di Cremona un esposto di tre pagine contenente diversi allegati, nel quale l’associazione Rete L’ABUSO Onlus chiede in riferimento al caso di Mauro Inzoli ulteriori approfondimenti di indagine.

    Come si legge dall’esposto, si chiede di approfondire in particolare modo il “perché né il vescovo, né il Vaticano che è stato investito della vicenda, né gli organi direttivi della Cei guidata dal cardinal Angelo Bagnasco, abbiano ritenuto di dover comunicare i fatti all’autorità giudiziaria”.

    Si sottolinea che dal momento che c’è stata una condanna dal punto di vista canonico, è verosimile pensare che la Diocesi sapesse, o che almeno oggi sia in possesso di materiale di indagine, lo stesso materiale che ha portato Inzoli alla condanna canonica, tenendo conto tra le altre cose, che il Canone del Codice di Diritto Canonico violato (n. 1720) riguarda gli abusi sessuali su minori.

    Nell’esposto si chiede anche, qualora emergesse che la diocesi e/o altre strutture responsabili dei minori rimasti vittime, fossero a conoscenza delle tendenze pedofile dell’Inzoli, di valutarne le responsabilità. Come previsto dal secondo comma dell’articolo 40 del Codice Penale che recita “Non evitare un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”.

    Questo è quanto emerge dalla ordinanza del GIP del Tribunale di Savona dell’8 maggio 2012, che ha ravvisato la responsabilità di un vescovo, Dante Lafranconi, ironia della sorte oggi vescovo della vicina Cremona, il quale ha coperto pedofili e non ha fatto nulla per impedire che potessero continuare ad abusare di minori.

    Si chiede anche in nome delle vittime che si intervenga, facendo intanto luce sui loro nominativi e che si proceda anche nei loro confronti al fine di ottenere un adeguato sostegno psicologico ed un legittimo risarcimento.

    Francesco Zanardi

    Portavoce Rete L’ABUSO

    Esposto Rete L’ABUSO Diocesi Crema caso Mauro Inzoli

  • Pedofilia, il caso Don Inzoli e le reticenze della Cei

    Pedofilia, il caso Don Inzoli e le reticenze della Cei

     FRANCESCO PELOSO

    Alcune norme contenute nel Concordato consentono ai vescovi italiani di evitare di collaborare con la magistratura in casi in cui siano coinvolti sacerdoti. E le nuove norme antipedofilia della Cei sono state giudicate insufficienti dalla Congregazione per la dottrina della fede. Il caso del religioso di Crema

    La ricerca della verità sugli abusi sui minori da parte del clero ha un ostacolo non indifferente nelle norme del Concordato che regola i rapporti fra Italia e Santa Sede. È in quei trattati che si può trovare qualche risposta in grado di spiegare la resistenza ecclesiale nel far chiarezza sulla lunga serie di sacerdoti accusati di pedofilia nel nostro paese. È anche vero, d’altro canto, che qualcosa sta cominciando a muoversi.

    L’ultimo caso riguarda don Mauro Inzoli, sacerdote di Crema, personalità storica di Comunione e Liberazione, fondatore e per diverso tempo presidente dell’Associazione Fraternità che si occupa appunto di sostegno ai minori. La vicenda ha fatto scalpore perché il Vaticano e la diocesi locale sono intervenuti aprendo un processo canonico che ha portato a provvedimenti fortemente restrittivi nei confronti di don Inzoli.

    Ma andiamo con ordine perché il piano locale, la diocesi di Crema, incrocia quello nazionale – cioè le misure prese dalla conferenza episcopale italiana per contrastare il fenomeno – e infine tocca in un punto decisivo dei rapporti fra Italia e Santa Sede.

    Da quando nel 2010 papa Ratzinger ha chiesto un’accelerazione sulla questione degli abusi sessuali, da parte dei vescovi italiani è stata messa in atto una strategia della lentezza in forza della quale la Cei ha faticato molto a mettere insieme le linee guida antipedofilia raccomandate a tutte le chiese locali del mondo dal Vaticano. La Congregazione per la dottrina della fede aveva inoltre espresso un invito deciso su un punto in particolare: quello della collaborazione con le autorità civili. In realtà l’ammonimento conteneva un appello di tipo etico generale a non nascondere, qualora vi fossero prove consistenti, i fatti, ad aprirsi insomma al rapporto con le autorità trovando le forme opportune.

    Ma le norme antipedofilia dei vescovi italiani proprio su questo punto inciampano. La loro faticosa elaborazione è cominciata nel 2011, sottoposte al giudizio del Vaticano, sono state respinte nel 2013 dell’ex Sant’Uffizio perché troppo evasive proprio sul punto relativo alla denuncia dei chierici alle autorità civili. La Cei le ha riscritte e ora attende una seconda valutazione da parte della Congregazione per la dottrina della fede. Nel frattempo però papa Francesco ha insediato un nuovo organismo la ‘pontificia commissione per la tutela dei minori’, la quale, secondo indiscrezioni, avrebbe già giudicato ancora “insufficienti” le linee guida della Chiesa italiana, un parere che peserà nel giudizio finale della Congregazione per la dottrina della fede.

    E qui s’inserisce il problema-Concordato che pone forti limiti alla collaborazione dei vescovi con la magistratura. Nel testo del 1984 firmato da Bettino Craxi e dal cardinal Casaroli, si legge infatti all’articolo 4: “Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”. Formulazione tanto generica quanto estesa; non a caso alla norma concordataria si fa esplicito riferimento nelle famose linee guida antipedofilia della Cei per sostenere che: “I vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero”. Lo stesso codice di procedura penale italiano, infine, stabilisce che non ci può essere obbligo a deporre per “i ministri di confessioni religiosi”.

    A questo punto la Cei ha fatto però filotto e ha precisato, nel testo antipedofilia si badi, che “eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro”. Ancora si ricorda “l’inviolabilità dell’archivio del vescovo” infine si fa comunque presente che il vescovo, non essendo pubblico ufficiale, non ha l’obbligo di denuncia, salvo, si chiosa in un inciso, “il dovere morale di contribuire al bene comune”. Il tema del Concordato italiano, quale limite per le indagini di pedofilia che coinvolgo sacerdoti, è stato sollevato dall’Onu nelle recenti audizioni della Santa Sede davanti al comitato per la tutela dei diritti del fanciullo.

    Ma torniamo a Crema e al caso di don Inzoli. Il processo canonico aveva dato un primo risultato nel 2012: dimissione dallo stato clericale, cioè spretato. Don Inzoli però ha fatto ricorso alla Congregazione per la dottrina della fede e qui la sorpresa: la diocesi di Crema spiega infatti che la pena è stata commutata in una “vita di preghiera e riservatezza”; il sacerdote dovrà restare lontano da tutti, non potrà dire messa, predicare, svolgere attività pubblica, tantomeno di accompagnamento ai minori, non potrà entrare nella diocesi di Crema e dovrà sottoporsi a 5 anni di psicoterapia.

    Punizione e misericordia, spiega il vescovo Oscar Cantoni, tuttavia brutalmente dobbiamo osservare: dalla riduzione allo stato laicale voluta da Benedetto XVI si è passati a una ritirata perpetua in convento secondo quanto stabilito da papa Francesco. La Chiesa ovviamente è libera di adottare i suoi criteri, che possono avere un senso o essere criticati, tuttavia non è chiaro in questa vicenda perché né il vescovo, né il Vaticano che è stato investito della vicenda, né gli organi direttivi della Cei guidata dal cardinal Angelo Bagnasco, abbiano ritenuto di dover comunicare i fatti all’autorità giudiziaria.

    D’altro canto stupisce l’immobilismo dell’autorità giudiziaria che poteva aprire autonomamente un procedimento una volta appresa la notizia del reato. Fra le novità importanti, frutto del clima diverso che vive la Chiesa, c’è l’ammissione pubblica dei fatti; la pena, si spiega, è stata comminata in modo perpetuo “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori”. E questa chiarezza messa on line è già di per sé una novità. A denunciare la vicenda alla Procura della Repubblica di Cremona ci ha pensato poi il deputato di Sel Franco Bordo mentre il sindaco, Stefania Bonaldi, ha avviato indagini sulle strutture gestite dal sacerdote che dovevano occuparsi di minori. Una volta tanto la politica è arrivata prima della magistratura.

    http://www.pagina99.it/news/societa/6281/Pedofilia–il-caso-Don-Inzoli.html

  • Pedofilia, il silenzio dei media sul boss di Comunione e liberazione

    Pedofilia, il silenzio dei media sul boss di Comunione e liberazione

    Di don Mauro Inzoli si trovano ritratti che lo dipingono come amante del lusso, ma soprattutto come potentissimo sacerdote di Comunione e Liberazione, l’erede di don Giussani, il presidente del Banco Alimentare, accreditato anche come confessore di Roberto Formigoni.

    Ha detto messa per 17 anni nella chiesa della Santissima Trinità a Crema. Un prelato potente, blandito e osannato da tutti, che dopo un periodo assenza (sabbatico si disse) due anni fa è finito brevemente agli arresti con un’accusa di appropriazione indebita, come peraltro numerosi altri esponenti di Comunione e Liberazione. Anche per questo nessuno all’epoca aveva gridato allo scandalo, un paio di settimane in prigione sembravano un modesto incidente di percorso visto che intorno a CL volavano accuse di altro calibro e molti degli arrestati avrebbero fatto la firma per rimanere il carcere solo due settimane.

    Ma poi Inzoli è stato investito da accuse ben peggiori e infamanti. Due anni fa infatti la Curia di Crema ha comunicato all’improvviso di averlo spretato, e lo ha fatto con un comunicato nel quale la sua colpa era indicata non tanto velatamente in un’infrazione del canone 1720 relativa agli abusi sui minori.
    Circostanza poi confermata nei giorni scorsi, quando dalla Santa Sede è arrivata una «condanna definitiva» nella quale gli abusi sui minori sono citati esplicitamente:
    “In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Don Mauro non potrà celebrare e concelebrare in pubblico l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’Eucaristia privatamente”.

    Curiosamente, se nel 2012 le testate nazionali avevano dato qualche attenzione alla sua storia, senza comunque cavalcare lo scandalo, questa volta nessuno ha ripreso la notizia, rimasta confinata nelle pagine della cronaca locale. Notizia che a ben vedere non è quella di una «condanna», semmai quella di un notevole sconto di pena rispetto alla prima sentenza, perché Inzoli non sarà nemmeno spretato e perché pare che tra qualche anno di penitenza potrà tornare a fare la vita di sempre.

    Commentando la notizia della «condanna definitiva» e cercando di approfondire, il caso ha assunto però un sapore del tutto inedito e diverso, perché a sorpresa è emerso che oltre all’indifferenza dei media, Inzoli ha goduto di un inspiegabili disinteresse della magistratura. A oggi non risulta attivato alcun provvedimento giudiziario contro il sacerdote che Benedetto XVI ha indicato come autore di gravi abusi sui minori. Sembra incredibile, ma nonostante l’evidente notizia di reato e nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale, a Crema e d’intorni non sembra che si sia trovato un magistrato con la voglia d’aprire un’indagine, a meno che questo non sia accaduto nel totale segreto.

    E invece è vero, tanto che oggi Franco Bordo, deputato cremasco di Sel, ha annunciato che presenterà un esposto alla magistratura:
    “Sono un parlamentare della Repubblica ed è uno dei miei compiti agire perché la legalità e l’uguaglianza di fronte alla legge siano sempre affermate e praticate. Per questo motivo e sollecitato oltre che dalle numerose richieste dei cittadini della nostra sbigottita comunità anche dalla lettera del vescovo Cantoni che con estrema trasparenza e chiarezza ha comunicato i gravissimi atti di cui, il Tribunale ecclesiastico, ha ritenuto Mauro Inzoli responsabile in via definitiva, ho deciso che nella mattinata di lunedì 30 giugno mi recherò presso la Procura di Cremona per depositare un esposto in merito alla vicenda. E’ il momento, finalmente, che anche la magistratura italiana azioni gli strumenti legali per fare chiarezza, ed eventualmente perseguire, su tali atti”.

    Una presa di posizione sacrosanta quanto unica al momento. Sia o meno innocente Inzoli, è un fatto che nessuno si è mosso per accertarlo, tutto è rimasto affidato alla giustizia della chiesa, che ora ha deciso che quello che ha condannato come predatore sessuale può tranquillamente rimanere in libertà e anche continuare a vestire la tonaca, basta che vada dallo psicologo e che non si faccia vedere pubblicamente a dir messa. Sembra quindi che a Crema sia concessa alla chiesa una giurisdizione esclusiva sugli orchi in tonaca o che ci siano dei magistrati molto distratti, insensibili anche al pericolo rappresentato da un uomo che sembra aver commesso gravissimi reati e che ora potrebbe continuare tranquillamente a commetterne di simili impunito, sfruttando l’abito talare per carpire la fiducia delle sue vittime o dei loro parenti.
    Delle due l’una, se Inzoli è innocente siamo di fronte alla vittima di una gravissima operazione calunniosa, ma se invece non lo fosse vuol dire che per almeno due anni la magistratura ha mancato a un suo preciso obbligo d’agire e lo stato al dovere di garantire per quanto possibile la sicurezza dei cittadini, in particolare dei minori indifesi.

    Oltre allo stupore per l’inazione della magistratura resta poi lo scandalo del comportamento omertoso delle istituzioni a Crema e dei media nel resto del paese, un comportamento omertoso e complice nel nascondere sotto il tappeto lo scandalo che ha investito una figura pubblica di rilevanza nazionale, che nemmeno oggi che c’è una «condanna definitiva» con tanto di sigillo papale, riesce a trovare la voglia di raccontare le gesta di quello che un tempo era «Un boss di Comunione e Liberazione» e che a lungo ha presieduto il Banco Alimentare e che, non poteva essere diversamente, era pubblicamente indicato come autore di abusi su minori già un lustro prima dell’intervento della Chiesa.
    L’inazione della magistratura appare gravissima, ancora più di quella dei media, che senza tonaca di mezzo avrebbero già sbattuto il mostro in prima pagina. E questo perché l’indifferenza della procura competente assume il tragico sapore del privilegio contra legem e di una devoluzione dei poteri dello stato, su tutti quello fondamentale del monopolio sull’amministrazione della giustizia. Un comportamento molto più scandaloso e preoccupante dei quello del presunto predatore sessuale ciellino.

    Mazzetta

  • “Don Inzoli, ora si muova la Giustizia”  L’esposto dell’on. Bordo alla Procura

    “Don Inzoli, ora si muova la Giustizia” L’esposto dell’on. Bordo alla Procura

    Presentato stamani, alle ore 10 e 30, presso la Procura di Cremona, l’esposto dell’onorevole Franco Bordo, in merito al caso di Don Mauro Inzoli (leggi qui).

    Franco Bordo, deputato in forza a SEL, cerca di fare chiarezza in merito alle vicende che hanno visto coinvolto il fondatore del Banco Alimentare: don Mauro Inzoli. La scorsa settimana, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha emanato la sentenza, concernente una denuncia esposta ormai due anni fa. Una condanna che, secondo parte della cittadinanza, non rendeva giustizia al reato: abusi su minore.

    Quanto chiesto dal deputato di SEL alla Procura di Cremona – si legge nell’esposto – è se gli elementi emersi nei giorni scorsi “siano meritevoli di approfondimenti investigativi, e, qualora dall’esito degli stessi dovessero emergere ipotesi di reato, che sia esercitata l’azione penale nei confronti di chiunque li abbia commessi, o, a qualsiasi titolo, abbia concorso alla loro commissione”.

    L’Onorevole, nel documento consegnato all’Ufficio Deposito Atti, si rifà sia al comunicato diramato dalla Diocesi di Crema, sia alla lettera inviata stamani dal sindaco, Stefania Bonaldi, alla Comunità Sociale Cremasca. In essa, il Primo Cittadino chiede “che si proceda ad una puntuale ed immediata indagine, anche eventualmente attraverso figure professionali esterne, presso i minori affidati negli anni in cui la Associazione era presieduta dal suddetto don Inzoli, al fine di fugare ogni dubbio rispetto ad eventuali abusi subiti dai minori affidati”.

    L’esposto presentato da Bordo – come lui stesso riferisce in conferenza stampa – parte dal presupposto che “se ci sono stati abusi su minori, il codice penale dice che per chiunque ne venga a conoscenza corre l’obbligo di denuncia”. Ed aggiunge: “penso che tutti si attendono sia fatta chiarezza”.

    Quasi un atto dovuto, secondo il parlamentare, il deposito dell’esposto in Procura. Un atto, comunque, affinché “alla città venga restituita la verità e la giustizia”. Dalla Procura, per ora, rassicurano: “la notizia verrà subito vagliata”.

  • Lo scandalo Inzoli, un pedofilo per il Papa, uno sconosciuto per media e magistratura

    Lo scandalo Inzoli, un pedofilo per il Papa, uno sconosciuto per media e magistratura

    Di don Mauro Inzoli si trovano ritratti che lo dipingono come amante del lusso, ma soprattutto come potentissimo sacerdote di Comunione e Liberazione, l’erede di don Giussani, il presidente del Banco Alimentare, accreditato anche come confessore di Roberto Formigoni.

    Ha detto messa per 17 anni nella chiesa della Santissima Trinità a Crema. Un prelato potente, blandito e osannato da tutti, che dopo un periodo assenza (sabbatico si disse) due anni fa è finito brevemente agli arresti con un’accusa di appropriazione indebita, come peraltro numerosi altri esponenti di Comunione e Liberazione. Anche per questo nessuno all’epoca aveva gridato allo scandalo, un paio di settimane in prigione sembravano un modesto incidente di percorso visto che intorno a CL volavano accuse di altro calibro e molti degli arrestati avrebbero fatto la firma per rimanere il carcere solo due settimane.

    Ma poi Inzoli è stato investito da accuse ben peggiori e infamanti. Due anni fa infatti la chiesa ha comunicato all’improvviso di averlo spretato, e lo ha fatto con un comunicato nel quale la sua colpa era indicata non tanto velatamente in un’infrazione del canone relativa agli abusi sui minori. Circostanza poi confermata nei giorni scorsi, quando dalla Santa Sede è arrivata una «condanna definitiva» nella quale gli abusi sui minori sono citati esplicitamente:

    “In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Don Mauro non potrà celebrare e concelebrare in pubblico l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’Eucaristia privatamente”.

    Curiosamente, se nel 2012 le testate nazionali avevano dato qualche attenzione alla sua storia, senza comunque cavalcare lo scandalo, questa volta nessuno ha ripreso la notizia, rimasta confinata nelle pagine della cronaca locale. Notizia che a ben vedere non è quella di una «condanna», semmai quella di un notevole sconto di pena rispetto alla prima sentenza, perché Inzoli non sarà nemmeno spretato e perché pare che tra qualche anno di penitenza potrà tornare a fare la vita di sempre.

     Commentando la notizia della «condanna definitiva» e cercando di approfondire, il caso ha assunto però un sapore del tutto inedito e diverso, perché a sorpresa è emerso che oltre all’indifferenza dei media, Inzoli ha goduto di un inspiegabili disinteresse della magistratura. A oggi non risulta  attivato alcun provvedimento giudiziario contro il sacerdote che Benedetto XVI ha indicato come autore di gravi abusi sui minori. Sembra incredibile, ma nonostante l’evidente notizia di reato e nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale, a Crema e d’intorni non sembra che si sia trovato un magistrato con la voglia d’aprire un’indagine, a meno che questo non sia accaduto nel totale segreto.

    E invece è vero, tanto che oggi Franco Bordo, deputato cremasco di SEL, ha annunciato che presenterà un esposto alla magistratura:

     “Sono un parlamentare della Repubblica ed è uno dei miei compiti agire perché la legalità e l’uguaglianza di fronte alla legge siano sempre affermate e praticate. Per questo motivo e sollecitato oltre che dalle numerose richieste dei cittadini della nostra sbigottita comunità anche dalla lettera del vescovo Cantoni che con estrema trasparenza e chiarezza ha comunicato i gravissimi atti di cui, il Tribunale ecclesiastico, ha ritenuto Mauro Inzoli responsabile in via definitiva, ho deciso che nella mattinata di lunedì 30 giugno mi recherò presso la Procura di Cremona per depositare un esposto in merito alla vicenda. E’ il momento, finalmente, che anche la magistratura italiana azioni gli strumenti legali per fare chiarezza, ed eventualmente perseguire, su tali atti”.

    Una presa di posizione sacrosanta quanto unica al momento. Sia o meno innocente Inzoli, è un fatto che nessuno si è mosso per accertarlo, tutto è rimasto affidato alla giustizia della chiesa, che ora ha deciso che quello che ha condannato come predatore sessuale può tranquillamente rimanere in libertà e anche continuare a vestire la tonaca, basta che vada dallo psicologo e che non si faccia vedere pubblicamente a dir messa. Sembra quindi che a Crema sia concessa alla chiesa una giurisdizione esclusiva sugli orchi in tonaca o che ci siano dei magistrati molto distratti, insensibili anche al pericolo rappresentato da un uomo che sembra aver commesso gravissimi reati e che ora potrebbe continuare tranquillamente a commetterne di simili impunito, sfruttando l’abito talare per carpire la fiducia delle sue vittime o dei loro parenti.

    Delle due l’una, se Inzoli è innocente siamo di fronte alla vittima di una gravissima operazione calunniosa, ma se invece non lo fosse vuol dire che per almeno due anni la magistratura ha mancato a un suo preciso obbligo d’agire e lo stato al dovere di garantire per quanto possibile la sicurezza dei cittadini, in particolare dei minori indifesi.

    Oltre allo stupore per l’inazione della magistratura resta poi lo scandalo del comportamento omertoso delle istituzioni a Crema e dei media nel resto del paese, un comportamento omertoso e complice nel nascondere sotto il tappeto lo scandalo che ha investito una figura pubblica di rilevanza nazionale, che nemmeno oggi che c’è una «condanna definitiva» con tanto di sigillo papale, riesce a trovare la voglia di raccontare le gesta di quello che un tempo era «Un boss di Comunione e Liberazione» e che a lungo ha presieduto il Banco Alimentare e che, non poteva essere diversamente, era pubblicamente indicato come autore di abusi su minori già un lustro prima dell’intervento della chiesa.

    L’inazione della magistratura appare gravissima, ancora più di quella dei media, che senza tonaca di mezzo avrebbero già sbattuto il mostro in prima pagina. E questo perché l’indifferenza della procura competente assume il tragico sapore del privilegio contra legem e di una devoluzione dei poteri dello stato, su tutti quello fondamentale del monopolio sull’amministrazione della giustizia. Un comportamento molto più scandaloso e preoccupante dei quello del presunto predatore sessuale ciellino.

     

  • L’On Bordo (Sel) va in procura per denunciare il comportamento di don Inzoli.

    L’On Bordo (Sel) va in procura per denunciare il comportamento di don Inzoli.

    La Congregazione della fede infatti ha riconosciuti gli abusi sui minori ad opera di don Mauro Inzoli

    Si legge nella sua nota alla stampa: “Sono un Parlamentare della Repubblica ed è uno dei miei compiti agire perché la legalità e l’uguaglianza di fronte alla legge siano sempre affermate e praticate. Per questo motivo e sollecitato oltre che dalle numerose richieste dei cittadini della nostra sbigottita comunità anche dalla lettera del Vescovo Cantoni che con estrema trasparenza e chiarezza ha comunicato i gravissimi atti di cui, il Tribunale Ecclesiastico, ha ritenuto Mauro Inzoli responsabile in via definitiva, ho deciso che nella mattinata di lunedì 30 giugno p.v. mi recherò presso la Procura di Cremona per depositare un esposto in merito alla vicenda. E’ il momento, finalmente, che anche la Magistratura Italiana azioni gli strumenti legali per fare chiarezza, ed eventualmente perseguire, su tali atti”.

    La Congregazione della fede infatti ha riconosciuti gli abusi sui minori ad opera di don Mauro Inzoli. “In considerazione della gravità dei comportamenti – si legge nel documento a firma del cardinale Muller – e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Don Mauro non potrà celebrare e concelebrare in pubblico l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’Eucaristia privatamente. Don Mauro non potrà svolgere accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano. Non potrà assumere ruoli di responsabilità e operare in enti a scopo educativo. Non potrà dimorare nella Diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale. Dovrà inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia.”

    Il Decreto  recepisce quanto papa Francesco, accogliendo il ricorso di don Mauro, ha stabilito ed è giunto al vescovo di Crema, Oscar Cantoni, il 12 giugno 2014.

    http://www.welfarenetwork.it/l-on-bordo-sel-va-in-procura-per-denunciare-il-comportamento-di-don-inzoli-20140629/

  • Abusi su minori, pena medicinale perpetua per don Mauro Inzoli. Dovrà seguire un’adeguata psicoterapia per almeno 5 anni, non potrà entrare nella Diocesi di Crema

    Abusi su minori, pena medicinale perpetua per don Mauro Inzoli. Dovrà seguire un’adeguata psicoterapia per almeno 5 anni, non potrà entrare nella Diocesi di Crema

    “Si è conclusa oggi la vicenda di don Mauro Inzoli, con la sentenza definitiva dellaCongregazione per la Dottrina della Fede, firmata dal prefetto cardinale Müller, che recepisce quanto Papa Francesco ha deciso in merito. La prima sentenza della Congregazione, resa nota nel dicembre del 2012, prevedeva che don Mauro Inzoli venisse dismesso dallo stato clericale. Don Mauro ha fatto ricorso alla Congregazione la quale, recependo quanto Papa Francesco ha stabilito accogliendo il suo ricorso, ha emanato il decreto definitivo”.

    La lettera del vescovo 

    Pubblichiamo in merito la lettera del vescovo monsignor Oscar Cantoni a tutta la diocesi e il comunicato ufficiale. “Crema, 26 giugno 2014. Cari Fratelli e Sorelle: la Congregazione della Dottrina della fede, su incarico di Papa Francesco, mi ha fatto pervenire un decretocon il quale infligge una “pena medicinale perpetua” nei confronti di don Mauro Inzoli. Molti e da tempo, si attendevano un pronunciamento definitivo e chiarificatore. Da parte mia, in questo momento in cui la nostra Chiesa è di nuovo provata, condividendo i sentimenti delle persone ferite, sento il dovere di intervenire perché la voce del Pastoreaiuti a interpretare nella giusta prospettiva il pronunciamento ecclesiale che viene ora diffuso in forma di “comunicato”.

    Verità e misericordia

    “Come cristiani – scrive il vescovo – siamo invitati ad accogliere sempre con un atteggiamento di fede le indicazioni che ci vengono offerte dalla santa madre Chiesa e a tradurle subito in preghiera, così da evitare inutili, quanto dannosi giudizi, che certo non contribuirebbero a creare un clima di distensione e di pace. L’invito che rivolgo è dunque di considerare il giudizio nei confronti di don Mauro alla luce di un binomio inscindibile: quello della verità e della misericordia insieme. Senza queste due componenti, a cui la Chiesa si rifà nella sua azione pedagogica, ci ridurremmo a classificazioni di parte, tipiche di una “mentalità mondana”, ma ben lontane da quello spirito ecclesiale, la cui finalità è sempre di accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna. In nome della verità, in questi anni, sono state eseguite rigorose ricerche, che hanno comportatopazienti e sofferti confronti con le persone che hanno riferito i fatti”.

    Un passaggio purificatore

    “La Chiesa ha preso atto della situazione, ha condiviso le sofferenze riportate, ha aiutato le vittime a ritrovare serenità e speranza, e ha concluso che don Mauro potesseriparare responsabilmente le ferite causate dal suo comportamento attraverso “una vita di preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza”. La pena inflitta dalla Chiesa, che doverosamente ha fatto verità, va coniugata, però, insieme alla misericordia, dal momento che Dio vuole la salvezza di tutti e non esclude mai nessuno dal suo amore. “Nessuna miseria è troppo profonda, nessun peccato terribile, perché non vi si applichi misericordia” (W. Kasper, Misericordia, concetto fondamentale del Vangelo, chiave della vita cristiana, Queriniana, 2013, pag. 208). Questa è la prospettiva a cui invito ciascuno a fare riferimento perché anche questo momento, doloroso e triste, che il Signore permette nei confronti della nostra Chiesa, sia considerato come un passaggio purificatore, ma insieme benefico e fecondo, dello Spirito di Dio”. + Oscar Cantoni, vescovo.

    Comunicato ufficiale

    In data 12 giugno 2014 è giunto al vescovo di Crema, monsignor Oscar Cantoni, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Decreto recante le disposizioni del Santo Padre a conclusione del caso del reverendo Mauro Inzoli, che diventanovincolanti a partire dal giorno di notifica del Decreto all’interessato (25 giugno 2014). Tale Decreto recepisce quanto Papa Francesco, accogliendo il ricorso di don Mauro, ha stabilito. In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo,provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”.

    Le restrizioni

    “Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale. Don Mauro non potrà celebrare e concelebrare in pubblico l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’Eucaristia privatamente. Non potrà svolgere accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano. Non potrà assumere ruoli di responsabilità e operare in enti a scopo educativo. Non potrà dimorare nella Diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale. Dovrà inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia“.

    http://www.cremaonline.it/cronaca/27-06-2014_Crema,+%22abusi+su+minori,+pena+medicinale+perpetua%22+per+don+Mauro+Inzoli/