Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Lombardia

  • Busto Garolfo, accusato di abusi: don Tempesta torna libero

    Busto Garolfo, accusato di abusi: don Tempesta torna libero

    Busto Garolfo (Milano)-  Don Emanuele Tempesta è tornato libero dopo quasi un anno trascorso agli arresti domiciliari a Rho. Il sacerdote 30enne di Cornaredo, responsabile dei giovani della parrocchia di Busto Garolfo, arrestato il 14 luglio dello scorso anno, avrà solo il vincolo di non uscire dal territorio di Rho e di non incontrare i familiari e le vittime dei presunti abusi. Il gup Tiziana Landoni ha accolto l’istanza del pubblico ministero Flavia Salvatori per la revoca dei domiciliari con il solo obbligo di dimora.

    La misura cautelare disposta lo scorso anno subito dopo l’arresto del sacerdote mentre era in vacanza con i ragazzi a Bardonecchia era ormai in scadenza e solo un ipotetico rinvio a giudizio avrebbe di fatto impedito la decadenza dei termini. Con ogni probabilità a settembre si aprirà il processo che sembrerebbe – per scelta del difensore di don Emanuele, l’avvocato Mario Zanchetti – orientato al dibattimento in aula con la parola anche ai testimoni che scagionerebbero il don dalle accuse di abusi su una decina di bambini dodicenni.

    Per le presunte vittime invece l’incidente probatorio eviterà di riaprire altre dolorose ferite: le testimonianze delle persone offese sono state già tutte messe agli atti e pertanto in sede dibattimentale le vittime non saranno chiamate a raccontare gli episodi che le avrebbero viste protagoniste. Entrerà nella fase processuale di settembre, chiamata in causa dagli avvocati di parte civile, anche la Diocesi di Milano come responsabile civile di quanto accaduto. La Curia milanese potrebbe quindi essere costretta, in caso di colpevolezza accertata del sacerdote, a risarcire le famiglie.

    Per contro don Tempesta da un anno ribadisce in ogni sede davanti agli investigatori e agli inquirenti la propria innocenza e la totale estraneità ai fatti. Stando all’impianto accusatorio, don Tempesta durante il lockdown a causa della pandemia avrebbe più volte invitato nel proprio appartamento al primo piano di via Mazzini a Busto Garolfo una decina di 12enni. Dalle testimonianze raccolte dagli investigatori gli abusi avrebbero avuto luogo durante questi incontri, avvenuti ufficialmente per divertirsi con i videogiochi. Fatti che don Tempesta ha negato ripetutamente.

    Con le nuove disposizioni il sacerdote potrà ricevere persone e muoversi nel perimetro cittadino di Rho in attesa che venga fissata la data della prima udienza durante la quale avrà la possibilità di replicare a tutte le gravissime accuse contenute nelle denunce che i genitori hanno depositato all’inizio dell’intera vicenda.

  • Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    di GIORGIO GANDOLA

    “Ora si rischia che la giustizia sfugga, nascosta dietro la prescrizione. Per noi sarebbe un nuovo dramma”. La famiglia del giovane Alessandro di Rozzano (Milano), vittima di abuso sessuale da parte di don Mauro Galli, vede all’orizzonte il pericolo principale dopo il pronunciamento di Cassazione che ha rimandato il caso in Appello per colpa di due parole. “Costrizione” e “induzione”, termini che galleggiano alternativamente dentro le sentenze di colpevolezza del sacerdote (condannato in secondo grado a 5 anni e 6 mesi) diventano improvvisamente macigni: definiscono lo stesso reato, conducono alla stessa pena (secondo l’articolo 609 bis del Codice penale), ma non sono la stessa cosa e vanno uniformate. Quindi, la sentenza va riscritta.

    La Cassazione ha accolto il tecnicismo dell’avvocato Mario Zanchetti, difensore di don Galli, membro della commissione diocesana per la tutela dei minori e storico legale dell’arcidiocesi di Milano. E, di fatto, ha sospeso l’esecuzione della condanna. La difesa chiedeva l’annullamento della sentenza di Appello e non l’ha ottenuto, ma l’impianto dovrà essere ridefinito e spiegato meglio. La violenza è stata confermata, il 99% delle richieste di don Galli sono state dichiarate inammissibili “perché entravano nel merito” (parole del procuratore generale), ma il cavillo è passato e si è infilato come un cuneo nella porta. Ora la procedura verso la fine di una vicenda che dura da 11 anni diventa una traversata nel deserto, al termine della quale potrebbe esserci la beffa suprema per la vittima e la sua famiglia, sfinite da questa impervia ricerca della verità. La prescrizione, obiettivo della strategia della difesa del sacerdote, attende come una tagliola nell’estate del 2023.

    Non riesce a chiudersi uno dei processi più dolorosi e scabrosi per l’Arcidiocesi di Milano coinvolta nella triste storia per proprietà transitiva. Dopo l’abuso sessuale fra il 19 e 20 dicembre 2011, don Galli non fu fermato e avviato a “indagine previa” come prevede il Diritto canonico dall’allora vicario episcopale Mario Delpini, oggi arcivescovo della metropoli lombarda, e dal responsabile dei giovani sacerdoti Pierantonio Tremolada, oggi vescovo di Brescia. Ma fu semplicemente spostato da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con gli adolescenti. Lo stesso arcivescovo di quel tempo, Angelo Scola, in una lettera di scuse alla famiglia stigmatizzò il “comportamento maldestro” dei suoi collaboratori. Dal giorno in cui il prete-catechista invitò Alessandro, allora quindicenne, a “dormire nel lettone” del suo appartamento privato, il lungo calvario della vittima e della sua famiglia non si è ancora concluso. E forse non si concluderà mai.

    La colpevolezza di don Galli, 50 anni, nato a Cislago in provincia di Varese, non è in dubbio, ma le vie del Signore non sono infinite. Ora la procedura somiglia a un ottomila himalaiano: si devono attendere i 90 giorni per le motivazioni della Cassazione, ci sarà la sospensione dell’esistenza agostana, il tribunale di Milano dovrà celebrare il processo di Appello bis in un’unica udienza (con accusa e difesa) al termine della quale dovrebbe esserci la sentenza con le parole al posto giusto. Ad andare bene potremmo essere già a gennaio 2023. Poi si dovranno attendere altri 90 giorni per le motivazioni di questa sentenza e 30 per consentire un nuovo ricorso in Cassazione con relativa tempistica prima della sentenza finale. Senza la pandemia, i 10 anni fra reato e prescrizione sarebbero già trascorsi.

    Così il piano inclinato consente al due volte colpevole di sperare di farla franca. L’intera vicenda è un esempio della discrepanza fattuale fra le indicazioni paradigmatiche di Papa Francesco riguardo ai reati sessuali dei sacerdoti e la realtà nelle parrocchie, il desino delle vittime, la possibilità concreta di ottenere una giustizia. A tutto ciò si aggiunge la sentenza assolutoria che, nonostante le due condanne in un tribunale italiano, don Galli ha ottenuto l’anno scorso nel primo processo canonico, quello istruito dal Tribunale ecclesiastico regionale lombardo.

    Per lui è stata usata la formula della “sentenza dimissoria”, che di fatto equivale all’insufficienza di prove. Il caso è stato poi trasferito in Vaticano, alla Congregazione per la dottrina della Fede, ed è scomparso dai radar, lasciando una lunga ombra sui proclami di ritrovata trasparenza da parte della Chiesa. Un atteggiamento da più parti stigmatizzato anche da chi è culturalmente vicino alla Santa Sede; per esempio dal libro “Agnus Dei” di Lucetta Scaraffia, Anna Foa e Franca Giansoldati.

    Il caso rimane aperto e la strada verso la conclusione sempre più stretta. C’è un dispositivo di Cassazione, ci sono due parole che litigano fra loro, c’è meno di un anno per metter ordine, c’è una vicenda evaporata nelle segrete stanze del Vaticano, ci sono due sentenze di colpevolezza. C’è anche un libro della mamma della vittima, Cristina, dal titolo eloquente: “Chiesa, perché mi fai male?”. In attesa di un risposta, c’è infine una famiglia che si sforza di credere nella giustizia umana e divina, ma non riesce a trovare la pace.

    (trascrizione da LaVerità del 15 giugno 2022)

  • Don Galli, il caso non è chiuso: “Nuovo processo d’appello”

    Don Galli, il caso non è chiuso: “Nuovo processo d’appello”

    Torna davanti alla Corte d’Appello di Milano, che dovrà celebrare un nuovo processo, il caso di don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano condannato in primo e in secondo grado per abusi avvenuti più di dieci anni fa su un 15enne. La Cassazione nella tarda serata di ieri ha accolto infatti il ricorso del difensore del sacerdote, ora sospeso, rimandando gli atti a Milano e disponendo un appello “bis”.

    “Sicuramente ci dispiace per questa decisione – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione Rete L’Abuso, che assiste le vittime – e attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza”. La vittima si era definita in passato “un sopravvissuto”, ha raccontato di aver tentato il suicidio cinque volte, di aver “perso anni di scuola” per le drammatiche conseguenze di episodi avvenuti quando aveva solo 15 anni. da parte sua, il sacerdote ha sempre negato gli abusi. il suo difensore, l’avvocato Mario Zanchetti, nei mesi scorsi aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Milano che aveva confermato , con una riduzione della pena, la condanna inflitta in primo grado.

    “Galli ha tradito gravemente il suo ruolo di sacerdote nonché la fiducia che la vittima riponeva in lui e ha approfittato delle condizioni di particolare fragilità, conseguente alla profonda e intima confessione cui proprio quella sera il ragazzo si era sottoposto”, si legge nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Milano impugnate dalla difesa del sacerdote. Cinque anni e mezzo la pena inflitta dai giudici milanesi, con la concessione delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti per aver risarcito la vittima e i suoi genitori, sostenuti dall’associazione Rete L’Abuso, con oltre 100mila euro. “Le prove che emergono dagli atti sono inequivocabili”, hanno motivato i giudici milanesi. Prima davanti agli inquirenti nell’inchiesta e poi nel suo interrogatorio in aula, don Galli aveva sempre ammesso di avere dormito nel letto matrimoniale con il ragazzo, ma aveva negato di averlo “toccato” o “abbracciato”. La difesa aveva sostenuto la “inattendibilità” del racconto del ragazzo. Dopo il processo di primo grado, la madre del giovane si era sfogata definendo “maldestra” la gestione della vicenda da parte dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che all’epoca era vicario episcopale della zona pastorale numero 6 (sotto cui ricadeva la parrocchia di Rozzano), e che nel 2012 aveva anche avuto un incontro con i familiari dell’adolescente.

    In seguito all’episodio don Galli era stato trasferito dall’Arcivescovado di Milano nella parrocchia di San Pietro a Legnano dove per qualche mese gli era stata affidata la pastorale giovanile. Attualmente don Galli resta sospeso da ogni incarico pastorale, in attesa dell’esito del procedimento. Fra gli atti, le relazioni che testimoniano i pesanti danni psicologici subiti dal ragazzo, più volte ricoverato in psichiatria per crisi. La patologia psichiatrica, scriveva il consulente della Procura nella sua relazione, “non presenta disturbi all’ideazione, non vi sono fenomeni allucinatori né alterazioni o fughe di pensiero, né interpretazioni paranoidee”. Non sussiste, quindi, “uno stato psichico che possa invalidare la capacità di riferire i fatti da lui vissuti”. Il ragazzo era stato ritenuto dai medici e dai giudici perfettamente credibile, ma il caso dovrà tornare davanti a una sezione della Corte d’Appello di Milano diversa rispetto a quella che ha già giudicato il prete colpevole.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/processo-parroco-violenze-1.7766782/amp

  • Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    C’è un doppio caso sessuale dietro la bocciatura di Delpini?

    Papa Francesco ha recentemente nominato 25 nuovi cardinali. Ma un po’ a sorpresa nella lista dei promossi non c’era l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. Dietro la mancata scelta – si legge su Libero – ci sarebbe un doppio caso di insabbiamento in una grave vicenda di preti maniaci sessuali. Sarebbero addirittura coinvolti due fratelli sacerdoti della diocesi di Milano.

    A seguito della condanna in primo grado da parte del tribunale diocesano di uno dei due – riporta il sito retelabuso – vengono riportate le dichiarazioni dello stesso tribunale diocesano che nel condannare a 5 anni don Alberto Lucchina sottolinea che il sacerdote che si era autosospeso, è recluso da un anno in un luogo isolato e quindi dovrà scontare solo 4 anni dei 5 inflitti.

    Ma i poveri parrocchiani – prosegue il sito test.retelabuso.org/ – non sanno che anche il fratello è stato denunciato per violenza sessuale, quest’altro però non a danno di minori, ma di una donna maggiorenne, con disabilità. E qui l’ultima delle drammatiche scoperte, lo scorso lunedì in una riunione con i parrocchiani si viene a conoscenza che i due fratelli sacerdoti stanno organizzando l’oratorio estivo, ad uno saranno assegnati i ragazzi delle medie, all’altro i più piccini.

    Nella stessa parrocchia di Milano due fratelli preti accusati di abusi

    Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘condannato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per violenza sessuale su una donna disabile.

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato il 7 febbraio ai carabinieri una violenza sessuale subita dal fratello don Maurizio nel 2015″. L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Si’, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio.

    “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”. In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato che presenterà opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera – don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/due-fratelli-preti-maniaci-sessuali-delpini-insabbia-il-caso-punito-dal-papa-798824.html

  • L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    Manuela D’Alessandro – AGI – Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘sanzionato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per abusi su una donna disabile.

    Don Maurizio conferma che il fratello vive in parrocchia

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete  aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa  – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato solo di recente ai carabinieri una violenza sessuale subita da don Maurizio nel 2015”.

     L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Sì, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio. “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”.

    In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato di avere presentato  opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato.  L’udienza deve ancora essere fissata. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    Le proteste dei parrocchiani

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare…”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera –  don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2022-05-31/storia-preti-fratelli-accusati-abusi-messi-stessa-parrocchia-16930884/

  • MILANO; I fratelli don Lucchina e le pericolose leggerezze dell’arcivescovo Delpini

    MILANO; I fratelli don Lucchina e le pericolose leggerezze dell’arcivescovo Delpini

    Una vicenda che ha dell’incredibile riporta alla luce ancora una volta le leggerezze della diocesi Ambrosiana e le recidività del suo arcivescovo, Mario Delpini, promosso tale da papa Francesco dopo aver insabbiato il caso di don Mauro Galli, oggi nascosto nel seminario di Seveso e già condannato in primo grado e in appello dal tribunale italiano, che con molta probabilità vedrà confermata in Cassazione il prossimo 9 giugno la condanna definitiva.

    Un caso che fece molto clamore soprattutto perché malgrado gli insabbiamenti noti in Vaticano, vide papa Francesco nominare Delpini comunque arcivescovo di Milano.

    Ma Delpini ci ricasca, in sprezzo oltre che alla salute dei minori affidati alle sue parrocchie, anche alle direttive di papa Francesco.

    Tutto accade a Milano dove poche settimane fa, a seguito della condanna in primo grado da parte del tribunale diocesano di uno dei due fratelli Lucchina, in questo caso Alberto, la Rete L’ABUSO che è titolare dei procedimenti avviati nei confronti dei due, pubblica la notizia della condanna di Alberto, riportando le dichiarazioni dello stesso tribunale diocesano che nel condannarlo a 5 anni sottolinea al nostro avvocato che il sacerdote che si era autosospeso, è recluso da un anno in un luogo isolato e quindi dovrà scontare solo più 4 anni dei 5 inflitti.

    Pochi giorni dopo la pubblicazione della notizia, diverse segnalazioni dei parrocchiani giungono alla Rete L’ABUSO,qualcuno addirittura ci accusa di mentire sulla vicenda dicendo che don Alberto Lucchina non è affatto sospeso, fa il sacerdote nel quartiere Isola da un anno, insieme al fratello Maurizio.

    Ma i poveri parrocchiani non sanno che anche il fratello di Alberto, Maurizio è stato denunciato per violenza sessuale, quest’altro però non a danno di minori, ma di una donna maggiorenne, con disabilità.

    Naturalmente nella sede operativa della Rete L’ABUSO a Savona lo sesso Presidente Zanardi è incredulo alle segnalazioni che in poche ore diventano parecchie e non si spiega, soprattutto perché in un periodo dove la CEI che è alla vigilia dell’elezione del nuovo presidente sta vantando l’efficienza degli sportelli diocesani, che qualcuno possa avere azzardato una simile idiozia e ordina al distaccamento operativo di Milano un’immediata verifica delle segnalazioni.

    Passeranno meno di 24 ore per accertare che le segnalazioni sono più che fondate. Immediatamente la sede operativa di Savona informerà sollecitamente la Procura Penale e quella minorile di Milano, continuando a presidiare le due parrocchie e scoprendo un terzo parroco don Aurelio, in realtà il titolare delle due parrocchie dove i Lucchina sono nascosti dalla Diocesi.

    E qui l’ultima delle drammatiche scoperte, lo scorso lunedì in una riunione con i parrocchiani si viene a conoscenza che i due fratelli sacerdoti stanno organizzando l’oratorio estivo, ad uno saranno assegnati i ragazzi delle medie, all’altro i più piccini.

    Zanardi

  • Milano, violentò una giovane parrocchiana: prete sospeso per 5 anni

    Milano, violentò una giovane parrocchiana: prete sospeso per 5 anni

    Milano, 5 maggio 2022 – «Lo può sapere bene chi come me, in prima media, affidata come tanti altri bambini dai propri genitori alle sue cure durante i campeggi estivi, lo vedeva togliersi la maschera da prete integerrimo la notte, quando veniva a trovarmi nel mio sacco a pelo”. Con queste parole, nel 2020, una donna accusò l’allora parroco di Inzago, don Alberto Lucchina, di averla violentata negli anni Novanta, quando era un giovane sacerdote nel Varesotto. Il procedimento davanti al Tribunale ecclesiastico della Lombardia nei confronti del religioso, che si è autosospeso quando la lettera della donna è stata pubblicata dall’associazione Rete L’Abuso e larcidiocesi di Milano ha avviato un’indagine, si è concluso con una condanna a cinque anni di esercizio del sacerdozio solo presso una casa di riposo per anziani, con sospensione dalle attività con minori.

    Ascoltata dal Tribunale ecclesiastico la donna, assistita dall’avvocato Daniela Cultrera, ha confermato le violenze sessuali. E il procedimento ha segnato anche un inedito, dal punto di vista giuridico. “Per la prima volta è stato concesso alla nostra assistita la presenza di un nostro avvocato ad affiancarla – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione che si occupa di abusi sessuali in ambienti ecclesiastici – mentre in altri casi chi ha subito le violenze si è trovato solo in aula, senza neanche un supporto”. Le decisione di sospendere don Alberto Lucchina per cinque anni “conferma la credibilità della vittima e la veridicità di quanto raccontato nella denuncia”.

    Anche il fratello di don Alberto, il sacerdote milanese don Maurizio Lucchina, è accusato di abusi sessuali, nei confronti di un’altra donna. Episodi non collegati fra loro. Il caso è approdato in Procura, dopo che la vittima ha denunciato episodi risalenti al 2016. Il pm ha chiesto l’archiviazione, in quanto la denuncia è stata presentata oltre il limite temporale. Istanza alla quale si è opposto il legale della donna che ha chiesto l’imputazione coatta del sacerdote 65enne, indagato per violenza sessuale.

  • MILANO – Don Alberto Lucchina condannato a 5 anni dal Tribunale ecclesiastico

    MILANO – Don Alberto Lucchina condannato a 5 anni dal Tribunale ecclesiastico

    Si è conclusa con una condanna a 5 anni di esercizio del sacerdozio solo presso una Casa di riposo per anziani, con sospensione da attività con minori, la vicenda di don Alberto Lucchina partita da una denuncia della vittima all’Associazione Rete L’ABUSO che pochi giorni dopo ha visto il sacerdote auto sospendersi.

    Un processo particolare dove per la prima volta è stato concesso alla nostra assistita la presenza di un nostro avvocato, Daniela Cultrera del Foro di Milano.

    Questa decisione conferma la credibilità della vittima e la veridicità di quanto raccontato nella denuncia, fatti poi ammessi dallo stesso sacerdote nel corso delle audizioni.

    Ora don Lucchina potrà decidere entro 10 giorni, se fare appello o meno alla sentenza di primo grado.

    Dalla curia fanno sapere che attualmente il sacerdote risiede in una struttura di accoglienza protetta.

  • Parliamo di un sacerdote della Diocesi di Milano, don Pierluigi Lia

    Parliamo di un sacerdote della Diocesi di Milano, don Pierluigi Lia

    Buongiorno,

    vi scriviamo perché vorremmo ricordare una storia che rischia di cadere nel dimenticatoio. Diciamo subito che non si tratta di un avvertimento perché il protagonista ci ha lasciati e non è più un pericolo. Parliamo di un sacerdote della Diocesi di Milano ed è don Pierluigi Lia (nato a Varese il 9 maggio 1959 e morto a Milano il 29 aprile 2019).

    In seminario dette motivo di preoccupazione ai superiori che gli fecero fare un anno in più di discernimento, così ricevette il sacro ordine con la classe successiva alla sua l’8 giugno 1985.

    Il primo incarico fu di coadiutore presso la Parrocchia Dio Padre a Milano 2, frazione di Segrate (MI), ove ebbe sempre rapporti turbolenti con i parroci (prima don Ruggero Camagni, poi dal 1989 don Franco Ocello), ma il suo forte carisma personale gli valse un grande successo con i giovani.

    Ben presto si generò una frattura insanabile all’interno della comunità parrocchiale, con i fedeli schierati con lui o contro di lui. Ci furono mille critiche, ma alcune già allora riguardavano i suoi comportamenti disdicevoli nei confronti di donne e ragazze, e si vociferava che i suoi interessi si estendessero anche ai ragazzi. Dopo che giunsero segnalazioni di abusi al Cardinal Martini, nel 1991 Lia venne allontanato dalla parrocchia senza comunicare ai fedeli i veri motivi dello spostamento. L’uomo era ambizioso e gli fu assegnato un prestigioso incarico di insegnamento della teologia in Università Cattolica, prima presso la sede di Piacenza, poi a Milano. Come sistemazione gli fu dato un posto come sacerdote residente presso la Parrocchia di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa a Milano. Il parroco era a quei tempi don Giulio Greco, anche lui di Varese e in buoni rapporti col Lia.

    Ben presto si ripropose la situazione conflittuale della parrocchia precedente. Anche nella nuova sistemazione Lia riuscì nell’intento di spaccare la comunità parrocchiale, ma questa volta la sua capacità seduttiva fu tale da ottenere la fiducia del parroco e del coadiutore, don Luca . Grazie al carisma e al prestigio di teologo e docente universitario riuscì a raccogliere presso di sé un gruppo numeroso di persone provenienti da Segrate, dall’Università Cattolica e dalla parrocchia in cui risiedeva. Sotto la protezione del parroco si ritagliò il compito di accudire il suo gregge personale e trasformarlo in un gruppo chiuso totalmente a lui fedele.

    Anche in quella nuova sistemazione, negli anni del cardinale Tettamanzi si diffusero voci sul suo modo di intrattenere relazioni ambigue con i giovani, ma venne sempre difeso a spada tratta e i suoi discepoli smentirono sempre ogni accusa come infamante.

    In quella parrocchia faceva il bello e il cattivo tempo e cominciò anche a predicare e poi realizzare l’ambizioso progetto a lungo coltivato di una casa comune. Dal 2008 al 2015 le persone e le famiglie a lui più legate andarono a vivere in una cascina a Bargano, in provincia e diocesi di Lodi. Lontano dal clero ambrosiano, nel territorio di un altro vescovo, all’interno di un recinto privato e chiuso in se stesso divenne il signore assoluto della “Domus Trinitatis”, cioè della vita di un centinaio di persone tra adulti, giovani e bambini.

    Nel frattempo, nel 2009, Lia era stato riassegnato alla chiesa di S. Cristoforo sul Naviglio Grande, ma poco cambiava, dato che la sua principale attività prosperava ormai in quel di Bargano. In quel contesto fece anche costruire una chiesetta non curandosi minimamente del diritto canonico. Tutto sembrava procedere senza ostacoli in quel suo piccolo regno quando nel 2016 l’ennesimo scandalo turbò quel docile gregge che però seppe infine aprire gli occhi e cacciare il lupo travestito da pastore. L’accusa alle autorità ecclesiastiche venne dalle sue stesse pecorelle nel 2017 e fu l’inizio del processo canonico. Silenziosamente, senza nulla spiegare ad alcuno, o adducendo false motivazioni, gli vennero tolti tutti gli incarichi compreso l’insegnamento in Università Cattolica. Quando ormai la sentenza di condanna era inevitabile e imminente, in un curioso incidente Lia rimase appeso a una corda. A tutti (soccorritori, forze dell’ordine, magistratura, credenti, curia, diocesi, discepoli) risultò conveniente credere mettere un pietoso velo su tutta la vicenda, processo compreso.

    Dopo aver creato tanti problemi Lia stesso aveva tolto le castagne dal fuoco a tutti, e tutti gliene furono grati, tranne coloro che aspettavano giustizia, almeno quella ecclesiastica. Si può vedere sulla pagina a lui dedicata il pensiero dell’arcivescovo Delpini che parla al massimo di “percorsi singolari” in modo di non far trapelare nulla se non per chi sa già tutto.

  • Audizione protetta per tre presunte vittime del prete

    Audizione protetta per tre presunte vittime del prete

    Tre minori sono stati ascoltati ieri in Tribunale a Busto Arsizio, in audizione protetta, perché presunte vittime di abusi sessuali da parte di don Emanuele Tempesta (nella foto), 29 anni, nativo di Cornaredo, sacerdote a Busto Garolfo ai domiciliari dal luglio 2021 con l’accusa di molestie sessuali ai danni di 7 minori, di età compresa tra gli 8 e i 12 anni. La prossima settimana si concluderanno le testimonianze dei ragazzini, dopodiché la Procura deciderà come procedere. Assistito dall’avvocato Mario Zanchetti, don Tempesta si è sempre professato innocente respingendo accuse definite “false e infamanti”.

    A far partire le indagini sono state le denunce di alcuni dei genitori dei piccoli, dopo aver raccolto le loro testimonianze. Sotto esame scrupoloso anche tutte le tracce presenti sui dispositivi elettronici usati dal sacerdote. Gli abusi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbero avvenuti durante la pandemia, quando i bimbi sono stati invitati a casa del sacerdote in piccoli gruppi. Durante i pomeriggi tra chiacchiere e videogiochi don Tempesta avrebbe approfittato di alcuni di loro.

    Le famiglie delle vittime, i sette minori fra gli 8 e i 12 anni protagonisti secondo l’accusa di otto episodi di violenza, non parlano. L’audizione protetta dei bambini è per ora la pietra angolare dell’inchiesta.

    La comunità, invece, prova già a voltare pagina. Nel silenzio. Dopo lo sconcerto dei primi giorni seguiti alla notizia diffusa direttamente dalla Diocesi di Milano, tra i cittadini di Busto c’è già chi fa esercizio di incredulità. C’è chi pensa al prete, fermato dalla Mobile di Milano a Bardonecchia dove era in vacanza con i ragazzini dell’oratorio, come a un “tradizionalista religioso” ma “incapace di fare male ai bambini” che – secondo l’accusa – sarebbero stati invece attirati nell’appartamento al primo piano dell’oratorio di via Mazzini con la scusa della playstation. L’ipotesi dell’orrore fatica a farsi strada in una comunità da sempre molto vicina alla Chiesa.

    E anche la parrocchia, con difficoltà, cercò di ripartire. Le attività estive 2021 si sono tenute regolarmente grazie anche ad alcuni sacerdoti venuti in soccorso del 71enne don Ambrogio Colombo, che si trovò nel giro di poche ore a guidare una comunità di poco meno di 14mila persone.

    Ra.F.