Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Sicilia

  • Condanna per pedofilia, Randazzo  si schiera con don Vincenzo Calà

    Condanna per pedofilia, Randazzo si schiera con don Vincenzo Calà

    di PIPPO PORTALE

    RANDAZZO. Stupore, sgomento, rabbia, sono i sentimenti diffusi che nella giornata di ieri si sono scambiati i randazzesi per la condanna nei confronti dell’arciprete della Basilica di Santa Maria, accusato di pedofilia.
    In tutte le chiese, i parrocchiani hanno effettuato un volantinaggio, a conclusione delle celebrazioni Eucaristiche della domenica a sostegno del sacerdote «ingiustamente calunniato». A firmarlo sono stati i rappresentanti della San Vincenzo, della Corale Polifonica, dai Gruppi catechistico e liturgico, dal Terz’Ordine Carmelitano, dal Consiglio degli affari economici e dalla Confraternita Maria Santissima Annunziata.

    «Con dolore abbiamo appreso la notizia che il giudice ha condannato il nostro parroco, don Enzo Cala, al massimo della pena per aver tentato di abbracciare, toccare, baciare un minorenne di quasi diciotto anni, forse più alto e certamente più forte di lui. Il giudice ha dichiarato che questo giovane, oggi ventisettenne, è credibile anche se non ha portato alcuna prova e se viene contestato da tutti i coetanei che gli erano compagni di campeggio. Noi, come rappresentanti dei vari gruppi che operano in parrocchia, gridiamo forte la nostra indignazione, poiché il nostro parroco, in tutti questi anni di indagini, non è stato mai ascoltato dal giudice».

    Gli estensori del volantino sottolineano come tutti i fedeli hanno avuto la possibilità di stare vicino a don Vincenzo Calà e rendersi conto personalmente della delicatezza con la quale trattava piccoli e grandi, anziani e giovani, maschi e femmine. «Nei campeggi, che padre Enzo ogni anno ha organizzato con i giovani – dice il documento – aveva la presenza costante dei genitori che lo aiutavano, giorno e notte, nella gestione dell’attività estiva. Nessuno ha notato qualche cosa di anomalo che destasse il benché minimo sospetto di pedofilia. I genitori gli hanno sempre affidato i propri figli per il Grest e non ci sono mai state segnalazioni di alcun genere».

    I rappresentanti della San Vincenzo, della Corale Polifonica, dai Gruppi catechistico e liturgico, dal Terz’Ordine Carmelitano, dal Consiglio degli affari economici e dalla Confraternita Maria Santissima Annunziata, nel ribadire la loro stima al sacerdote, sono certi della sua innocenza e altrettanto che, «il Signore farà trionfare la verità anche davanti agli occhi di chi ha cercato di infangarla».

    Ovviamente, tutti i parroci della comunità ecclesiale di Randazzo, nel corso delle omelie delle Messe domenicali, non si sono tirati indietro nel commentare la vicenda nella quale è rimasto coinvolto il confratello della Chiesa Madre, definendo tale situazione nella quale si è venuto a creare a dir poco «incredibile». Gli hanno assicurato la loro preghiera nella certezza che la verità trionfi.

    In serata, un gran numero di giovani, che in passato sono stati seguiti nella sua attività parrocchiale da padre Vincenzo Calà, hanno organizzato un sit in di preghiera nella piazza antistante la chiesa dedicata a Cristo Re, nella frazione di Montelaguardia, proprio per testimoniare la loro vicinanza al loro parroco.
    Nel frattempo, la cura delle parrocchie Maria Santissima Assunta e Maria Santissima del Monte Carmelo, è stata affidata dal vescovo di Acireale, monsignor Antonino Raspanti, a padre Piergiorgio Rasano.

    http://www.gds.it/gds/edizioni-locali/catania/dettaglio/articolo/gdsid/357980/

  • Il solito prete pedofilo nel cuore della Sicilia dove nessuno ha visto niente

    Il solito prete pedofilo nel cuore della Sicilia dove nessuno ha visto niente

    Condanna a 4 anni per don Vincenzo Calà Impirotta, sacerdote di Randazzo in provincia di Catania (Che orrore!). Per tutti era un sacerdote integerrimo e di grande moralità, insomma una guida spirituale per i fedeli della sua chiesa, nel cuore della Sicilia. E invece, don Vincenzo Calà Impirotta, parroco della basilica di Santa Maria Assunta di Randazzo, paese sull’Etna in provincia di Catania, si è beccato una condanna a 4 anni per violenza sessuale su un minorenne. 

    A condannarlo è stato il gup Flavia Panzano e la sentenza è arrivata fra la sorpresa generale in paese, dove nessuno sapeva niente delle accuse mosse al prete e dove fino a ieri il parroco ha continuato a dire messa come se nulla fosse. E infatti, il sacerdote in tutti questi anni di vicenda processuale non è stato destinatario di alcun provvedimento di sospensione da parte del vescovo di Acireale don Antonino Raspanti, competente per il paese di Randazzo. E ci si chiede come mai…

    Secondo l’accusa, sostenuta dai magistrati Marisa Scavo e Lina Trovato, l’uomo di chiesa avrebbe più volte tentato approcci omosessuali con un giovane, fra il 2005 e il 2007, quando la presunta vittima era ancora minorenne. Fra gli episodi contestati che hanno comportato la condanna del religioso ce n’è uno che sarebbe avvenuto a Gerusalemme, durante un viaggio spirituale. L’inchiesta è scattata proprio a seguito della denuncia del giovane.

    I giudici lo hanno anche condannato all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici ma anche da ogni incarico in istituti scolastici di ogni ordine e grado, da uffici o istituzioni frequentati da minori e da uffici inerenti la tutela e la curatela. Don Vincenzo Calà Impirotta era difeso dall’avvocato Carmelo Galati e ha scelto di farsi giudicare con il rito abbreviato, regime processuale che prevede uno sconto di pena di un terzo in caso di condanna. (fonte: resapubblica.it)

    Quando si parla di argomenti simili per tipologia al caso del parroco di Randazzo, i detrattori della Chiesa sono tentati dal generalizzare mentre gli strenui difensori si giustificano con frasi del tipo “i pedofili non sono solo nella Chiesa ma sono di più in altre istituzioni educative” come se questo potesse lenire il dolore delle vittime che, come si è già detto, fossero anche solo due sarebbe comunque una tragedia.

    La pedofilia è un reato orribile che suscita la reazione più estrema perché è un obbrobbio commesso ai danni dei minori , ossia, dei più indifesi. La pedofilia è uno di quei reati per i quali anche i più miti e contrari alla violenza invocano. Premessa doverosa vista la delicatezza della notizia del parroco di Randazzo sotto accusa da una denuncia schiacciante che ha deciso di patteggiare la pena con un giudice terreno tralasciando la vera condanna che lo aspetta quando si troverà davanti al Giudice Celeste se non si ravvede dei suoi peccati.

    A nostro parere, fatti del genere sono  ancora più gravi, se esistesse un grado ancora superiore di gravità in reati di questo tipo, quando questa ignominia la compiono delle persone che fanno leva sulla fiducia non solo dei bambini o dei ragazzi a loro affidati ma anche su quella dei genitori.

    La colpa principale, quindi, della Chiesa cattolica è un’eccessiva tolleranza dell’omosessualità nei seminari e in secondo luogo è determinante anche il tema del celibato. Comunque, a scanzo di equivoci la Sacra Bibbia, per i servitori di Dio, non parla ne di seminario ne tantomeno di celibato, perche queste sono solo invenzioni dell’uomo e l’esempio più emblematico è quello dell’Apostolo Pietro sposato e con figli; perchè  il Signore Cristo Gesù ha benedetto il matrimonio e i figli che dall’uomo e dalla donna nasceranno.

    Con questa riflessione non intendiamo dare valore più di quello che meritano i freddi numeri dei pedofili o fornicatori all’interno delle chiese perché anche un solo caso al mondo grida giustizia, ma sull’impatto mediatico che si è fatto di questi casi nei riguardi di una Chiesa Cattolica che ha certamente le sue responsabilità. Lo sconcerto attuale relativo alla pedofilia tra il clero è ancora una volta sotto gli occhi di tutti, ma spesso pochi o quasi nessuno degli organi di informazione riportano dei dati statistici sul fenomeno che tuttavia sono disponibili.

    Ti ricordo, che viviamo in un mondo contaminato dai peccati della carne e da mille altre insidie che ci circondano. Quindi, apriamo gli occhi e facciamo attenzione alle insidie del diavolo anche nelle piccole azioni quotidiane. Il Cristiano, divenuto figliolo di Dio, non solo deve fuggire dalla corruzione mondana, che sono opere malvagie, Gal. 5; 19-21 ma deve anche mantenersi puro dalla concupiscenza della carne, capisci questo? Per tutti coloro che operano malvagiamente, un giorno  non molto lontano, si apriranno per loro le porte dell’inferno è saranno tormentati giorno e notte per l’eternità, leggi Luca 16; 24, Apac. 20; 11-15. Se uno non accetta Cristo, nel suo cuore come personale Salvatore non potrà mai avere la vita eterna ed essere un vero figliolo di Dio. Questa è la legge dello Spirito Santo. (Rom.8, 1-2).

  • Randazzo (CT). Don Vincenzo Calà Impirotta condannato a 4 anni per pedofilia. Sconto di pena, Prete cercò in più occasioni di abusare di minore, anche in pellegrinaggio a Gerusalemme

    Randazzo (CT). Don Vincenzo Calà Impirotta condannato a 4 anni per pedofilia. Sconto di pena, Prete cercò in più occasioni di abusare di minore, anche in pellegrinaggio a Gerusalemme

    CATANIA. Il Gup di Catania, Flavia Panzano, accogliendo la richiesta del procuratore aggiunto Marisa e del pm Lina Trovato, ha condannato a 4 anni di reclusione per violenza sessuale il parroco della basilica Santa Maria Assunta, la chiesa madre di Randazzo, padre Vincenzo Calà Impirotta. Il processo si è celebrato col rito abbreviato.

    Le indagini del commissariato della polizia di Stato di Adrano sono state avviate dopo la denuncia della vittima, quando è diventata maggiorenne, di abusi che avrebbe subito da minorenne. Secondo la Procura di Catania, il sacerdote avrebbe tentato più volte e in luoghi diversi, compreso in chiesa, di abusare del giovane, tra il 2005 e il 2007.

    Gli approcci omosessuali non sarebbero stati corrisposti dalla vittima, che avrebbe ricevuto ‘attenzionì anche a Gerusalemme, durante un viaggio spirituale in Terra Santa.Il Gup Flavia Panzano ha disposto anche un risarcimento provvisionale di 20 mila euro nei confronti della parte lesa. Padre Vincenzo Calà Impirotta è stato ordinato sacerdote nel 1995 e dal giugno del 2006 è parroco della chiesa madre di Randazzo.

    «È un giudizio civile che io ovviamente accetto e rispetto, anche se di primo grado e so che il sacerdote ricorrerà in appello, perchè si proclama fermamente innocente». Lo ha detto il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, sulla condanna a 4 anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di un minorenne comminata dal Gup di Catania al parroco della chiesa madre di Randazzo, don Vincenzo Calà Impirrotta.
    «Il sacerdote, per essere libero di difendersi e per la tutela di Chiesa e mi ha subito rassegnato le dimissioni – ha aggiunto il vescovo in un’intervista all’emittente Rai Tv – per cui non è più andato più a celebrare o ad amministrare, ed io ho provveduto a nominare un sostituto.

    È una soluzione provvisoria – ha sottolineato monsignor Raspanti – per l’estate per il popolo di Dio. Non ho ancora incontrato le persone del paese, perchè è una cosa accaduta adesso e dunque dovrò riflettere e pensare. Dovrò tornare a parlare con il prete per cercare di capire meglio l’accaduto».
    «Ho già incontrato il giovane che accusa don Vincenzo Calà – ha rivelato il vescovo di Acireale – ci siamo dette tante cose anche personali, ma naturalmente non posso ancora comprendere come sono andati realmente i fatti. Accolgo, come tutti, questa decisione in sospeso».

    http://www.gds.it/gds/edizioni-locali/catania/dettaglio/articolo/gdsid/357753/

  • “Non è detto che ogni volta lei si deve divertire” Così gli immigrati respingevano don Librizzi

    “Non è detto che ogni volta lei si deve divertire” Così gli immigrati respingevano don Librizzi

    TRAPANI – Si faceva chiamare dalle sue vittime “baba” don Sergio Librizzi: in ghanese o anche in indiano significa padre, persona rispettabile, maestro di se stesso in swami. “Pensa a essere amico buono, amico buono, cosi i tuoi i problemi sono i miei. Hai capito… Io come mi chiamo? Simpatico”. E poi, dopo la risposta: “No, mi devi chiamare Baba, è più bello Baba. Dove vuoi andare? Dove ti piace… A casa tua”.

    Deus ex machina della commissione, così si sarebbe presentato alle sue “vittime” il parroco che ricopriva anche l’incarico di direttore della Caritas trapanese.”Ascolta… ieri ho detto al presidente prendi le carte di E. e decidiamo. E abbiamo deciso, hai capito… Quindi ora tra qualche giorno, la questura ti deve fare il permesso di soggiorno, hai capito? Il problema è che le tue carte erano ferme, perchè c’era la Svizzera, hai capito? l problemi che c’erano in Svizzera. Quindi io ho detto al presidente, togli i problemi della Svizzera e diamo subito positivo, hai capito?”.
    L’interesse sarebbe stato garantito per tutti, anche per gli scafisti.
    Interlocutore: Però non è un problema di spaccio o rapina…
    Don Sergio: Lo so, lo so, lo so, peggio, è peggio, è più grave, scafista è più grave dello spaccio.

    Gli immigrati, stando alle intercettazioni, avrebbero accettato le sue condizioni ma erano anche pronti a farsi valere: “Non è detto che ogni volta che ho bisogno lei si deve divertire… Cosa? Che gli chiedo qualcosa. si deve divertire”. E più avanti il prete in modo rassicurante: “L’amore è medicina”. E in un’altra occasione con un altro uomo andato ad incontrare il prete dolorante perché qualche giorno prima aveva subito una aggressione: “Mi sono saliti sopra – racconta – io forza non ne ho neanche so se sono vivo o morto”. E don Sergio: “L’affetto è medicina… curati che ti do l’affetto e ti passa”. Oppure, un’altra volta:
    Don Sergio: …Questo è amore… l’amore è una cosa buona… hai amore?
    Interlocutore: Da quando ti ho incontrato…
    Don Sergio: Dimmi. Di cosa hai bisogno?
    Interlocutore: La commissione.

    Persona importante: don Sergio Librizzi era visto così un po’ da tutti quelli che si occupavano di immigrazione e gestione degli immigrati, dai centri di accoglienza alle cooperative apposta costituite per le case famiglia e il lavoro. Persona importante: un tunisino, secondo l’accusa dopo essersi visto toccato, si rivolse all’interprete chiedendo chi fosse il tizio: “È un sacerdote, un prete cattolico”, fu la risposta. L’immigrato replicava: “Ma è un prete come il Papa?”. La replica: “Non è come il Papa ma ha una importanza minore”.

    Ma c’è di più: secondo il gip Cersosimo il sacerdote avrebbe avuto coperture importanti: “Dalle indagini – scrive – è emerso come fatto inconfutabile e notorio come il Librizzi sia detentore di una posizione di grande potere e che lo stesso sia strettamente legato ai soggetti più potenti di Trapani nonché gestore di fatto dei centri di accoglienza e del sistema di cooperative connesso. Librizzi risulta essere unico ed incontrastato dominus di una complessa e articolata rete di cooperative, ipab e società attraverso le quali gestisce in regime monopolistico non solo i centri di accoglienza per extracomunitari ma anche l’intero universo del lavoro ad esso collegato generando e gestendo risorse e lavoro. Librizzi è al vertice di una ricca fiorente e incontrastata holding finanziata con denaro pubblico che gestisce per intero il business dell’assistenza ai migranti.

    È risultato che si è mosso sempre con determinazione per ostacolare e danneggiare i pochi coraggiosi che hanno avuto la forza di tentare di opporsi alle sue reiterate malefatte con intimidazioni minacce vere e proprie aggressioni condotte talvolta poste in essere da appartenenti alle forze dell’ordine i quali hanno invitato i soggetti che si erano rivolti loro a non sporgere denuncia e di mettere tutto a tacere con il chiaro effetto di creare intorno al Librizzi l’aura di soggetto intoccabile e impunibile”.

    E nell’ordinanza è finito anche il racconto di un teste, dipendente in uno dei centri di accoglienza nei quali don Librizzi si sarebbe mosso con “autorità”, che ha detto come la notizia delle periodiche ispezioni arrivava per tempo. Sarebbe stato ogni volta don Librizzi a preannunciare le ispezioni: “E quindi si metteva ogni cosa a posto”.

    Frasi legate a episodi che alcuni testimoni hanno denunciato ai magistrati: una ragazza che si occupa di immigrati un giorno si è ritrovata davanti alla porta di casa una busta con un proiettile. Un episodio che i magistrati collegano a un fatto accaduto qualche giorno prima: la ragazza, secondo la tesi dei pm, si sarebbe data da fare per aiutare un immigrato stanco delle pressioni del prete. Un’altra ancora ha denunciato di aver ricevuto minacce mentre si apprestava a denunciare un caso di presunta malasanità. Un’altra testimone ha invece raccontato ai pm una minaccia che avrebbe ricevuto dopo aver cercato di aiutare una presunta violenza sessuale.

    A compierla, secondo il racconto dell’immigrato riferito dalla testimone, sarebbe stato il sacerdote, al quale l’immigrato avrebbe detto di essersi rivolto per avere una coperta: “Una sera avevo appena lasciato a casa un collega e mentre ero ancora in auto, ferma, ero chinata a prendere il cellulare dalla borsa, sentii riaprirsi lo sportello posteriore e una persona salire, pensavo fosse ancora il mio collega, ma appena mi sono mossa per girarmi questi mi dissi di stare ferma di non girarmi… non era il mio collega ma uno sconosciuto (non era un italiano ma parlava la lingua in modo corretto) che mi apostrofò dicendomi tu lo sai perché sono qui perché tu stai disturbando… non devi rompere le pa… adesso te ne vai a casa la devi smettere di fare tutto questo casino, tu lo puoi fare il tuo lavoro ma senza rompere le pa… perché adesso io sono qui che ti sto parlando la prossima volta non sarà così perché si rischiano anche altre cose”.

    L’uomo non indicò alla donna i fatti per i quali lei stava subendo quelle minacce, “ma in quel periodo – ha spiegato la teste ai pm – sono certa che davo molto fastidio a don Sergio e lui diceva a tutti che io lo disturbavo”.

    Secondo l’accusa, gli assistenti e i mediatori culturali avrebbero lavorato solo se graditi al prete. Uno di quelli non graditi ha raccontato la sua storia ai magistrati: “Lui mi aveva insomma bandita dai centri gestiti, lì mi era impedito di entrare, anche se solo per parlare con i ragazzi lì ospitati… Mi ricordo che mi era impedito di entrare anche al centro di Salina Grande, dove riuscivo a entrare solo quando era di servizio un poliziotto mio amico.

    Anche quando cominciai a lavorare per Connecting People, nonostante fosse un mio diritto accedere al centro di Salina Grande, ho avuto problemi per l’ottenimento del permesso da parte della Prefettura di Trapani, nonostante Connecting People, ne avesse fatto regolare richiesta, da una mia telefonata alla dottoressa De Lisi (il vice prefetto, ndr) seppi che forse si era perduta la mia pratica, la stessa fu ritrovata dopo la mia telefonata, così dopo due giorni ottenni il permesso, dopo che era trascorso più di un mese dalla richiesta”.

    http://livesicilia.it/2014/06/30/non-e-detto-che-ogni-volta-lei-si-deve-divertirecosi-gli-immigrati-respingevano-don-librizzi_509768/

  • Don Librizzi risponde, l’Onu invece tace

    Don Librizzi risponde, l’Onu invece tace

    Il caso del sacerdote arrestato. L’alto commissariato per i rifugiati impedisce ai suoi funzionari di testimoniare. Il prete intanto oggi è comparso dinanzi ai pm.

     Ha cominciato a rispondere ai pm don Sergio Librizzi il sacerdote arrestato martedì scorso a Trapani accusato di violenza sessuale, concussione e tentata concussione. Stamane l’interrogatorio. E’ durato un paio di ore. Ma c’è un segnale chiaro che fa capire che è stato solo il primo. Il difensore del sacerdote, l’avv. Donatella Buscaino, ha confermato ai cronisti che nessuna richiesta di revisione della misura cautelare è stata avanzata.

    Don Librizzi per adesso resta quindi in carcere. Nessuna indiscrezione su cosa don Librizzi abbia detto ai magistrati. Ieri al gip Cerosimo aveva fatto dichiarazioni spontanee avvalendosi della facoltà di non rispondere. Facoltà che non ha utilizzato oggi in occasione dell’interrogatorio condotto dai pm Di Sciuva e Morri. Intanto c’è fitta corrispondenza tra Procura e l’alto commissariato per i rifugiati, organismo dell’Onu. L’ufficio di Roma dell’alto commissariato ha vietato ai suoi funzionari di testimoniare come la Procura di Trapani aveva chiesto. Ha opposto attraverso il nostro ministero degli Esteri l’immunità diplomatica della quale godono i funzionari Onu.

    La decisione ha sorpreso la Procura di Trapani che però spera che questa decisione venga rivista. L’alto commissariato di occupa dei rifugiati e della loro tutela sotto la lente dei diritti che devono essere loro garantiti. L’indagine in corso dimostrerebbe che proprio questi diritti in molti casi sono stati disattesi per la condotta fuorilegge che sarebbe stata tenuta da don Librizzi componente della commissione ministeriale incaricata del riconoscimento dell’asilo politico. I funzionari chiamati a testimoniare sono proprio quelli che si sono occupati nel tempo di questa commissione.

    Ci sono quindi interessi coincidenti, e per questo ha sorpreso il “no” alle testimonianze opposto dall’alto commissariato. La Procura non esclude di rivolgersi direttamente, tramite la Farnesina, al segretario generale Onu se permanesse tale decisione da parte dell’ufficio romano dell’alto commissariato. Ma gli inquirenti sperano che la decisione venga rivista. L’intervento del segretario generale sennò diventerebbe necessario, perché è l’unica autorità che può decidere di sospendere l’opposta immunità diplomatica.

    http://www.alqamah.it/2014/06/27/don-librizzi-risponde-lonu-invece-tace/

  • La storia a due facce di don Turturro: “Prego dopo la condanna”

    La storia a due facce di don Turturro: “Prego dopo la condanna”

    Abusi su minori: sentenza della Cassazione per l’ex sacerdote antimafia. Dovrà scontare tre anni. Gli avvocati: “Speriamo lo affidino ai servizi sociali”
    di Salvo Palazzolo – 8 giugno 2014

    Il telefonino di don Paolo Turturro non smette di squillare. I siti internet hanno diffuso da qualche ora la notizia della sua condanna definitiva per pedofilia, a tre anni, ma lui continua a ricevere attestati di solidarietà. Sacerdoti, volontari, professionisti più o meno noti della città bene. Il caso dell’ex parroco antimafia del Borgo Vecchio continua a dividere, anche ufficialmente: undici anni dopo la prima accusa della procura e le sentenze di condanna la Chiesa non l’ha neanche sospeso, ma solo allontanato.
    Adesso, lui vive al Borgo della pace di Baucina, che un tempo era il cuore delle attività con i bambini a rischio. E ci resterà fino a quando i giudici non decideranno la sua sorte: «Crediamo che ci siano tutti i presupposti per l’affidamento ai servizi sociali», dicono Vincenzo Gervasi e Ninni Reina, i legali del sacerdote originario di Bari che oggi ha 68 anni. Se non dovesse andare così, Turturro rischia il carcere o i domiciliari. Lui dice, sottovoce: «Continuerò comunque il mio impegno nel sociale, nella semplicità, nel silenzio e nella preghiera». Fa una pausa e riprende: «Il mio atteggiamento è stato sempre limpido». È la frase ribadita più volte in questi anni di udienze e processi, perché don Turturro si è sempre proclamato innocente e vittima di un complotto per il suo impegno nella chiesa di Santa Lucia.

    Ma tutti i giudici che si sono occupati di lui non hanno avuto dubbi, e hanno ritenuto «genuine e attendibili» le accuse dei due ragazzini del Borgo, oggi diventati giovani uomini. Il primo faceva il chierichetto, ha parlato di baci pesanti e insistenti del parroco, nella sacrestia e anche a Baucina: per questa accusa, Turturro ha avuto tre anni. Gli altre tre anni e sei mesi inflitti nel primo processo d’appello, per una violenza ancora più pesante, sono invece caduti per la prescrizione. Ma resta il racconto dell’altra vittima, che riporta alla fine degli anni Novanta, quando il sacerdote del Borgo Vecchio era il simbolo della Palermo che non si rassegnava alla violenza mafiosa.

    In quegli anni, don Turturro era già all’apice della notorietà. Innanzitutto per le sue denunce: la notte di Natale del 1993, aveva rivelato addirittura che uno degli assassini di Capaci gli aveva chiesto perdono, confessandosi. I magistrati lo interrogarono e lui si appellò al segreto.
    E i giornalisti di tutto il mondo cominciarono ad arrivare al Borgo per intervistarlo e per riprendere le sue manifestazioni. La più famosa era il giorno della celebrazione dei defunti: Turturro accendeva un grande falò davanti al carcere dell’Ucciardone e bruciava fucili e pistole giocattolo portati dai bambini del quartiere.
    Così, fra catene umane, fiaccolate e progetti di recupero per i minori lodati persino dall’allora presidente della Repubblica Cossiga, Turturro era finito al centro di tante minacce, gli fecero trovare persino due proiettili nel confessionale. E la prefettura gli assegnò subito una scorta. Due anni dopo, arrivarono i racconti dei bambini, che all’epoca avevano dieci anni, e partirono le indagini della sezione Minori della squadra mobile coordinate dal sostituto procuratore Alessia Sinatra.

    Così, la parabola di Paolo Turturro cominciò a scendere velocemente. Nonostante gli attestati di solidarietà e addirittura una fiaccolata al Borgo in sua difesa: quel giorno del settembre 2003, davanti alla chiesa di Santa Lucia, c’erano professionisti, politici ed esponenti della società civile per difendere il parroco antimafia. Erano gli stessi che fino a qualche anno prima affollavano la messa della domenica, alle 20: era diventata la messa antimafia di Palermo. Durante quella fiaccolata ripetevano: «Era un prete scomodo, hanno voluto fermarlo». Ma i processi che si sono susseguiti hanno spazzato via ogni ombra di tutti i possibili complotti. E sono rimasti i racconti dei due ragazzini di un tempo. Racconti amari di chi sperava di trovare in chiesa una via di riscatto e invece trovò l’inferno.

    http://www.antimafiaduemila.com/2014060849903/cronache-italia/la-storia-a-due-facce-di-don-turturro-prego-dopo-la-condanna.html

  • Pedofilia, definitiva la condanna del prete antimafia palermitano Turturro

    Pedofilia, definitiva la condanna del prete antimafia palermitano Turturro

    La Cassazione conferma la pena di tre anni per il sacerdote accusato di aver molestato dei ragazzini che frequentavano il suo oratorio. La parabola discendente: da simbolo della legalità a orco che ha insidiato dei bimbi.

    Alla fine la pena si è praticamente dimezzata: dai sei anni e mezzo inflitti in primo grado, ai tre di condanna in appello, adesso confermati dalla Cassazione. Ma con il visto della Suprema corte diventa definitiva la macchia su uno dei preti simbolo del dopo stragi palermitano, don Paolo Turturro. Ed è una macchia pesantissima, visto che si tratta di un sacerdote adesso condannato, in via definitiva, per pedofilia.
    Cala il sipario, undici anni dopo, su una delle vicende che più hanno scosso Palermo. Per i bimbi molestati, due ragazzini di 12 e 13 anni. Ma soprattutto per il sacerdote, uno dei volti più noti in città per l’impegno contro la mafia e per la legalità. Spaccò la città, nel 2003, la denuncia dei familiari dei ragazzini e l’apertura dell’indagine sul sacerdote. Lui, parroco all’epoca della chiesa di Santa Lucia al Borgo Vecchio, pochi passi dal carcere dell’Ucciardone, che con l’associazione Dipingi la pace si era inventato, in un quartiere dove la violenza regnava, una singolare iniziativa: il falò delle armi giocattolo, in occasione della Commemorazione dei defunti. Non solo. Forte anche l’impegno antimafia di don Paolo, barese d’origine e cugino in secondo grado dell’attore John Turturro, con ripetuti appelli ai boss a convertirsi e a pentirsi. Insomma, una vera e propria icona. Don Turturro si è sempre proclamato innocente, anzi vittima di un complotto Ma i giudici sin dall’inizio hanno creduto ai due piccoli accusatori, che avevano nove e dieci anni all’epoca dei fatti, tra il 2000 e il 2001. Complesso anche il processo. La condanna a sei anni e mezzo in Appello venne dimezzata. E nel 2012 la Cassazione ridusse ulteriormente la portata dei fatti dichiarando prescritta una delle molestie e di entità poco rilevante l’altra (si sarebbe trattato solo di un bacio). Adesso, comunque, il verdetto finale.
    Padre Turturro ha lasciato Palermo ormai da tempo. Subito dopo la notizia dell’indagine nei suoi confronti è stato allontanato dal quartiere in cui operava e trasferito a Messina. Ora la condanna definitiva, che potrebbe espiare con l’affidamento ai servizi sociali.

  • Pedofilia, cassazione conferma condanna a don Turturro

    Pedofilia, cassazione conferma condanna a don Turturro

     In primo grado il prete, di Borgo Vecchio, era stato condannato a 6 anni e 6 mesi per due episodi

    PALERMO – La Cassazione ha confermato la condanna per abusi sessuali su minori a don Paolo Turturro, ex parroco della chiesa di Santa Lucia a Palermo. In appello al sacerdote, erano stati inflitti tre anni di reclusione.

    In primo grado il prete, protagonista di iniziative per la pace destinate ai ragazzi del quartiere di Borgo vecchio, era stato condannato a 6 anni e 6 mesi per due episodi. Nella canonica della parrocchia, secondo quanto emerso dall’inchiesta, ha rivolto attenzioni sessuali a due minori di 12 e 13 anni.

    La denuncia dei familiari dei due ragazzi portò all’apertura di un’inchiesta e al contestuale allontanamento di don Turturro dal quartiere. La Cassazione dichiarò però nel 2012 prescritto il primo episodio e annullò la condanna per il secondo: in considerazione della ”minore entità del fatto” (ci sarebbe stato solo un bacio) disponendo un nuovo processo d’appello.

    Il parroco si è sempre proclamato innocente, sostenendo di essere vittima di un complotto. Turturro come scrive il Giornale di Sicilia è ora in attesa che il tribunale di sorveglianza si pronunci sulla richiesta dei suoi difensori che vogliono evitargli il carcere ipotizzando un affidamento ai servizi sociali.

    http://www.igiornalidisicilia.it/sicilia/blog/pedofilia-cassazione-conferma-condanna-per-parroco-palermo/

  • Scaduti i termini cautelari  Padre Nuvola torna libero

    Scaduti i termini cautelari Padre Nuvola torna libero

     PALERMO – E’ di nuovo un uomo libero. Non più prete libero perché è stato sospeso a divinis.Aldo Nuvola ha lasciato il carcere dell’Ucciardone per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Un recente pronunciamento delle sezioni unite della Cassazione ha risolto il contrasto sull’interpretazione dell’articolo 600 bis del codice penale stabilendo che “la condotta consistente nel promettere o dare denaro o altra utilità, attraverso cui si convinca una persona tra i 14 e i 18 anni a intrattenere rapporti sessuali esclusivamente con il soggetto agente, non integra l’induzione alla prostituzione minorile”.

    Su questa base, i difensori dell’indagato, gli avvocati Nino Caleca e Mario Zito ne hanno chiesto la scarcerazione. I pubblici ministeri Claudio Camilleri e Calogero Ferrara hanno dato parere favorevole. Ad una condizione, però, accolta dal giudice: l’obbligo di non allontanarsi da casa tra le 19 e le 9 del mattino. Proprio per evitare quegli incontri sessuali che rischiano di costargli una condanna a sei anni.

    A tanto ammonta la pena chiesta per Aldo Nuvola, arrestato a luglio scorso, per atti sessuali con minori. Il 9 giugno la sentenza davanti al Gup Riccardo Ricciardi. Gli investigatori hanno individuato cinque ragazzini con i quali il prete avrebbe avuto rapporti a pagamento o avrebbe tentato di averli. Le relazioni del sacerdote vennero fuori nel corso dell’indagine sull’omicidio dell’imprenditore Massimo Pandolfo, ucciso il 24 aprile dello scorso anno. I carabinieri intercettarono una telefonata tra il diciassettenne arrestato per il delitto e il prete. I due avrebbero avuto una relazione. Il minorenne chiamò don Nuvola pochi minuti dopo l’assassinio. Interrogato dai carabinieri il 17enne confessò i suoi rapporti col sacerdote che venne intercettato: da qui la scoperta del giro di prostituzione minorile che padre Nuvola frequentava. Come ha puntualizzato il pm nella sua requisitoria, il prete regalava i soldi per le sigarette o per la spesa e li convinceva a prostituirsi. Faceva leva sui bisogni delle vittime – adolescenti cresciuti tra povertà, ignoranza e degrado – le riempiva di sms, parlava di sentimenti, di amore. E tra un messaggio hard e l’altro assicurava che avrebbe pregato per loro. Il prete è stato già condannato dalla corte d’appello a un anno di reclusione per atti sessuali a pagamento con un altro minorenne.

    http://livesicilia.it/2014/05/13/scaduti-i-termini-cautelari-padre-nuvola-torna-libero_486718/

  • Sesso a pagamento coi ragazzi:  “Sei anni a padre Nuvola”

    Sesso a pagamento coi ragazzi: “Sei anni a padre Nuvola”

     Il pubblico ministero Claudio Camilleri ha chiesto la condanna a sei anni di reclusione per Aldo Nuvola. L’ex sacerdote della parrocchia Regina Pacis di Palermo è sotto processo, col rito abbreviato dinanzi al Gup Riccardo Ricciardi, per i reati di induzione alla prostituzione e atti sessuali con i minori. La vicenda è emersa un anno fa nel corso dell’indagine sull’omicidio dell’imprenditore Massimo Pandolfo, ucciso il 24 aprile dell’anno scorso.

    A inchiodarlo, lo scorso luglio, furono sms, conversazioni e intercettazioni. Tutto nell’auto di Nuvola. Il prete invece di far confessare, confessava le sue voglie. Secondo quanto accertato a seguito dei rapporti, non mancava mai il pagamento che avveniva sotto forma di piccole dazioni in denaro contante (20-30 euro), ricariche telefoniche oppure l’acquisto di cibo e bevande. Il suo giro era nella zona attorno alla Stazione centrale.

    Il sacerdote si trova all’interno del carcere Pagliarelli. Parecchio noto a Palermo, Aldo Nuvola per tanti anni ha insegnato religione al liceo classico Umberto I e al Vittorio Emanuele II. E’ stato parroco di Regina Pacis fino al 2009, e precedentemente sacerdote nella chiesa dello Spirito Santo in via Juvara.

    http://www.siciliainformazioni.com/96422/sesso-pagamento-coi-ragazzi-anni-padre-nuvola