Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Francia, nuove norme dei vescovi contro la pedofilia

    Francia, nuove norme dei vescovi contro la pedofilia

    Dopo la bufera sul caso Barbarin la Conferenza episcopale annuncia l’istituzione di uffici diocesani e di un sito internet per il dialogo con le vittime di abusi commessi da sacerdoti, insieme a una commissione indipendente nazionale per la valutazione delle accuse. Impegno anche a riaprire i casi del passato.

    GIORGIO BERNARDELLI

    In una Francia scossa dalle accuse delle vittime al cardinale Philippe Barbarin per i casi dei sacerdoti della diocesi di Lione dal cui passato sono riemerse gravissime accuse di pedofilia, la Conferenza episcopale francese ha varato una serie di nuove misure contro la piaga degli abusi sessuali nei confronti di minori commessi da sacerdoti. Decise dal Consiglio permanente dei vescovi, le nuove iniziative sono state annunciate oggi in una conferenza stampa dal presidente mons. Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia.

    I vescovi francesi premettono di aver espresso già nel 2000 una «condanna assoluta» per gli atti di pedofilia, che se commessi da un sacerdote rappresentano «un doppio tradimento». Sostengono che «oggi queste vicende tragiche riguardano pochi preti, ma che anche un solo episodio è comunque troppo». Chiedono inoltre espressamente ai sacerdoti resisi responsabili di questi atti di «autodenunciarsi all’autorità giudiziaria».

    In questo quadro il Consiglio permanente afferma la «priorità dell’accoglienza e dell’ascolto delle vittime e il suo impegno a collaborare con la giustizia»; e proprio a tradurre meglio in pratica questi obiettivi mirano le nuove decisioni. La più significativa è l’istituzione a livello diocesano – o almeno in ciascuna delle Province ecclesiastiche – di «un luogo dove le vittime possano essere accolte, ascoltate e accompagnate». A questa struttura capillare di centri d’ascolto verrà affiancato un sito internet promosso dalla Conferenza episcopale: dedicato esclusivamente all’accoglienza delle vittime, conterrà tutte le indicazioni sulle realtà da contattare. Fin da subito è stato attivato a questo scopo l’indirizzo mail paroledevictimes@cef.fr.

    Le nuove strutture non si occuperanno solo del presente, ma anche dei casi passati, finiti al centro delle polemiche a Lione. «Nella storia delle diocesi – si legge nella nota dei vescovi francesi – restano situazioni particolari, anche vecchie, sulle quali è necessario fare luce. Ci impegniamo a svolgere quest’opera come lo stiamo facendo nei casi portati a nostra conoscenza, in particolare dalle vittime».

    Seguendo una strada già percorsa da altre conferenze episcopali, viene annunciata poi la costituzione di una Commissione nazionale di esperti indipendenti, presieduta da un laico qualificato e composta da ex magistrati, medici, psicologi, genitori. Suo compito sarà quello di consigliare i vescovi nella valutazione dei casi di preti accusati di aver atti riprovevoli. Questa commissione entrerà in carica entro l’estate 2016.

    Il Consiglio permanente dei vescovi francesi si impegna, infine, a proseguire l’opera di prevenzione della pedofilia tra gli educatori, gli animatori, i preti, gli insegnanti i seminaristi. Anche su questo verrà creato un sito internet ad hoc, insieme a un vademecum per i vescovi su tutte le procedure da seguire.

    Le decisioni annunciate da mons. Pontier sono state accolte con freddezza da La Parole Libérée l’associazione di vittime che da Lione ha fatto riesplodere lo scandalo pedofilia in Francia. «Sono belle dichiarazioni di intenti che abbiamo già sentito altre volte – ha replicato il fondatore Bertrand Virieux -. È appena il minimo sindacale. Ci aspettavamo, piuttosto, misure forti: tolleranza zero anziché un semplice indirizzo mail e dei centri d’ascolto».

    http://www.lastampa.it/2016/04/12/vaticaninsider/ita/nel-mondo/francia-nuove-norme-dei-vescovi-contro-la-pedofilia-dJ59svB6sMGwZeRzOQ6dTJ/pagina.html

  • Diocesi Usa, 250 vittime abusi sessuali

    Diocesi Usa, 250 vittime abusi sessuali

    Gran giurì Pennsylvania svela maxi copertura clero-polizia

  • Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco

    Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco

    38502 ROMA-ADISTA. Una «campagna diffamatoria» è in atto contro mons. Mansour Labaki, prete cattolico-maronita libanese di Beirut. Di tanto è convinto il patriarca maronita Béchara el Raïsecondo quanto ha detto rivolgendosi, alla vigilia della Festa di San Giuseppe (18 marzo), a sacerdoti, frati, insegnanti e alunni alla presenza del padre generale dei padri Lazaristi Ziad Haddad. Il sacerdote – fondatore in Francia del “Foyer Notre-Dame – Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani, e in Libano del “Foyer Notre-Dame du Sourire” (ma per il suodensissimo curriculum) – il 23 aprile del 2012 è stato condannato dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi in quanto riconosciuto colpevole dei reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre persone minori d’età all’epoca degli abusi (va detto che è stato denunciato di abusi anche su una ragazza maggiorenne). Varie le pene inflittegli: è stato privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresi la «facoltà di confessare» e «qualsiasi forma di direzione spirituale»; diffidato dal «celebrare i sacramenti» in pubblico e dal «prendere contatto con i media o con le vittime»; obbligato ad «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo». Le sanzioni sono state confermate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, quando, nel giugno 2013, la CdF ha rigettato il ricorso di Labaki contro il giudizio del Tribunale ecclesiastico parigino. La non osservanza delle pene, puntualizzava inoltre la CdF, avrebbe comportato per il prete la scomunica (v. Adista Notizie n. 34/13).

    Fatti che non contano, secondo il patriarca libanese, tanto da dichiarare agli astanti: «Io personalmente ho avuto tra le mani il fascicolo» e «l’ho presentato a sua santità papa Francesco» (Raï era a Roma il 29 febbraio). Questa la sua versione: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio subìto a Parigi – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche». Il patriarca libanese ha anche affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui».

    Parla una vittima

    Il discorso del patriarca e la ricostruzione che egli fa della vicenda fanno infuriare le vittime. Una di esse, libanese, di cui per ora è bene tacere il nome, ad Adista racconta assai diversamente i fatti riportati da p. Labaki: «Oltre ad aver stuprato ragazze minorenni fuori dal suo foyer fondato in Francia [chiuso nel 1998], Labaki lo ha fatto anche all’interno di questo foyer [in Libano, chiuso nel 2011] che raccoglieva maschi e femmine orfani. Tra questi, c’erano anche alcune ragazze francesi di famiglie benestanti, non orfane, una delle quali è stata stuprata da lui quando aveva 12 anni. Gli animatori della casa erano soprattutto donne e ragazze francesi. Labaki ha avuto relazioni anche con loro e soprattutto con una ragazza (è stata la prima ad aver reso la sua testimonianza non solo perché all’epoca minorenne, ma in quanto abbindolata da lui e dal suo potere diabolico di sottomettere sessualmente le donne) alla quale lui era molto attaccato per le sue capacità direttive e per il sostegno economico dei suoi genitori e dei loro amici (il sacerdote è stato sempre sostenuto dalla crema della società francese). Quando ha aperto la casa a Lourdes, ha chiesto a questa ragazza la direzione; in quel momento, lei ha cominciato a capire che qualcosa non andava in tutta quella faccenda di sesso e ha deciso di denunciarlo; per punizione, Labaki ha voluto toglierle la direzione della casa di Lourdes». «Ma ecco dove sta la grande bugia: Labaki è riuscito a convincere i suoi sostenitori che tutto il processo è una campagna di diffamazione contro di lui per aver tolto ai francesi la direzione della chiesa per affidarla ai libanesi».

    Furto delle mail e conseguenze

    Labaki, dopo la conferma della condanna da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede a non celebrare né confessare in pubblico, non si è certo dato pace e, patrocinato da uno dei più grandi, rinomati e certamente costosi avvocati a livello mondiale (Antoine Akl, che tra l’altro ha ricoperto la carica presidente dell’Unione Internazionale degli Avvocati), nel maggio 2014 ha citato in giudizio (civile) in Libano per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è mons. Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. La documentazione portata in tribunale era però frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte, in Francia, in Libano e ovviamente in Vaticano (v. Adista Notizie n. 19/14).

    Il processo, così viziato da un simile reato iniziale, non poteva approdare che nella irricevibilità della denuncia. Due comunque le conseguenze negative: una piccola per p. Labaki, in quanto è stato sospeso a divinis solo per sei mesi per aver accusato gli avvocati ecclesiastici (inoltre, nel novembre successivo, alla radio libanese ha paragonato i tribunali vaticani a quelli della Corea del Nord); l’altra ben più grave per le persone che hanno sporto denuncia: i loro nomi sono ora noti al sacerdote libanese («l’orco», come è stato soprannominato), e questi è persona così potente, beneficiaria di importanti sostegni all’interno della gerarchia maronita, della classe politica e del mondo degli affari, da generare paura, soprattutto in una società, quella libanese, dove la Chiesa maronita ha un’immagine identitaria nazionale forte. Tanto che – la nostra interlocutrice ci fa due esempi – «la nipote di Labaki», anch’essa abusata dallo zio, per aver testimoniato «è stata rigettata e rifiutata» anche dalla famiglia; e un’altra vittima e testimone libanese «è stata dimessa dal suo lavoro di insegnante di lingua francese dalla direttrice di una scuola a Tripoli (nord del Libano), amica di Labaki. Anche il marito ha perso il lavoro». A destare paura c’è in più un motivo di carattere socio-politico: chi fa emergere negatività del Libano e della Chiesa maronita viene additato quale filo-sionista, un “venduto” al più pericoloso nemico del Paese, cioè ad Israele. Labaki, spiega la “nostra” vittima, «ha giocato su questi registri: sono i sionisti che ce l’hanno con la Chiesa del Libano e che la vogliono distruggere tramite queste accuse a un sacerdote rappresentativo della santità della Chiesa; e c’è il progetto subdolo di distruggere la Chiesa per far trionfare le altre religioni». Insomma, ce n’è di che temere per la propria vita.

    Il patriarca non ascolta le vittime

    Il patriarca Raï, ci dice la nostra interlocutrice, «non ha voluto accogliere e ascoltare nessuna vittima», neanche dopo che, precisa, «gli ho scritto perché ricevesse me e la nipote di Labaki». D’altronde egli ritiene le vittime colpevoli di una campagna di menzogna e ipocrisia contro la Chiesa maronita. Che perciò difende con le unghie e con i denti. Ha buon ascolto in Vaticano? Difficile dirlo. Certo è che è la seconda volta che il gerarca cattolico si reca in Vaticano con il dossier Labaki sotto il braccio, chiedendo la revisione-cancellazione della sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede sul sacerdote. Ma è impensabile che la CdF arrivi a contraddire se stessa; e anche il papa nulla potrebbe fare senza riconvocare il Tribunale.

    Dal canto loro, le vittime chiedono alla Santa Sede, dopo che ha fatto formalmente giustizia condannando «l’orco», di essere salvaguardate dallo strapotere di Labaki facendogli terra bruciata all’interno della Chiesa, restituendo loro dignità e stima sociale. E ce ne sarebbe davvero bisogno soprattutto ora per l’impatto che le affermazioni di Rai hanno avuto in Libano: il discorso del patriarca è stato accolto con grande entusiasmo tra giornalisti che sono pro Labaki e che hanno diffuso il video del suo intervento a prova del “trionfo della verità” dell’innocenza di Labaki. «Non mi sorprenderebbe – è il timore della nostra interlocutrice – se nelle omelie di questi giorni alcuni preti riprendessero il discorso del patriarca per confermare l’innocenza del pedofilo e quindi sconfessare le vittime di fronte a quasi tutti i cristiani del Libano; e dico tutti i cristiani perché la fede dei libanesi è tradizionalista e solo i malati gravi non frequentano le chiese in questi giorni». Ci lascia con quest’ultima considerazione sul sacerdote: «Quest’uomo è potente per due motivi: un sacco di soldi in tasca e un sacco di segreti in pectore».

    * Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

    http://www.adista.it/articolo/56145

  • Pedofilia, perquisita sede della diocesi di Lione: cardinale indagato per aver coperto gli abusi di un prete

    Pedofilia, perquisita sede della diocesi di Lione: cardinale indagato per aver coperto gli abusi di un prete

    Gli inquirenti francesi muovono un nuovo, rumoroso passo nell’inchiesta sulle presunte omissioni di denunce di abusi su minori che coinvolge alcuni alti prelati, tra cui l’arcivescovo di Lione e primate delle Gallie, il cardinale Philippe Barbarin. La polizia ha condotto oggi una perquisizione nei locali dell’arcivescovado di Lione, residenza del card. Barbarin, finito nella bufera perchè accusato di aver coperto in passato almeno un sacerdote responsabile negli anni ’80 di atti pedofili in serie su diversi boy scout. «Nell’ambito delle indagini preliminari aperte dalla procura di Lione – si legge nel comunicato diffuso dalla diocesi transalpina -, la diocesi di Lione ha dovuto consegnare oggi agli investigatori venuti ad effettuare una perquisizione gli elementi di cui la giustizia intendeva disporre per fare luce su quegli avvenimenti dolorosi».

    Il card. Barbarin, ha spiegato sempre la diocesi, «ha espresso in numerose occasioni la sua volontà di collaborare in tutta trasparenza con la giustizia, di cui resta a disposizione con fiducia». «Egli rinnova la speranza – aggiunge la nota – che la giustizia possa agire nella serenità indispensabile per l’accertamento della verità e per la guarigione della sofferenza delle vittime». L’inchiesta è stata aperta parallelamente alle indagini nei confronti di un sacerdote, padre Bernard Preynat, accusato di una lunga serie di violenze sessuali risalenti su giovanissimi scout oltre 25 anni fa. Le vittime hanno denunciato Preynat e i responsabili della diocesi colpevoli, a loro avviso, di non aver informato la giustizia pur essendo al corrente dei fatti. Barbarin ha sempre respinto le accuse precisando che al momento dei fatti in questione non era ancora vescovo, rimandando in parte le contestazione ai suoi predecessori, e sostenendo che quando ebbe testimonianza diretta degli abusi di Preynat, oggi 71/enne, fu lui l’anno scorso a sospenderlo, prima ancora della denuncia delle vittime alla giustizia. Tra queste ultime, però, non manca chi chiede le dimissioni del porporato, che in una delle messe pre-pasquali della Settimana Santa ha anche chiesto «personalmente scusa» alle vittime dei preti pedofili.

    Interessando un prelato di così alto prestigio, tra l’altro uomo di fiducia dell’attuale Pontefice, il caso ha fatto molto rumore non solo in Francia, e anche le nuove perquisizioni di oggi intervengono ad agitare ulteriormente le acque. È diventato persino un caso politico, dopo che il premier socialista francese Manuel Valls ha ammonito Barbarin, in un’intervista radiofonica, affinchè «si assuma le sue responsabilità». «Se questo dibattito riguardasse il preside di una scuola – ha osservato Valls – che cosa avremmo detto? Saremmo stati implacabili, Un uomo di Chiesa, un cardinale, il primate delle Gallie ha un’influenza morale e intellettuale, esercita una responsabilità sulla nostra società: deve capire il dolore delle vittime». E al severo richiamo del premier ad «assumersi le sue responsabilità» e a «parlare e agire» il card. Barbarin, spalleggiato dai vescovi di Francia, ha dovuto subito reagire assicurando in una conferenza stampa: «Mai e poi mai ho coperto un qualsiasi atto di pedofilia».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/pedofilia_lione_perquisita_sede_diocesi-1639683.html

  • Il 63% dei francesi chiede le dimissioni del cardinale Barbarin

    Il 63% dei francesi chiede le dimissioni del cardinale Barbarin

    Barbarin non convince i francesci

    La maggioranza dei francesi dubita della buona fede del cardinale Philippe Barbarin , l’arcivescovo di Lione accusato di aver occultato dei casi di abusi (al momento tre) avvenuti nella sua diocesi tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso.

    Secondo un’indagine/referendum condotta dalla testata francese Le parisienne, il 63% della popolazione francese crede che l’arcivescovo di Lione, sulla cui condotta pesano tre denunce per aver taciuto sui crimini sessuali commessi da alcuni sacerdoti, dovrebbe dimettersi perché sia fatta veramente giustizia.  La testata, inoltre, accusa Barbarin di aver promosso a responsabile di decanato un sacerdote condannato nel 2007 a un anno e mezzo di carcere con la condizionale per aggressioni sessuali a due donne maggiorenni. Attraverso un comunicato, la diocesi di Lione ha risposto alle accuse specificando che “il giudice ha autorizzato questo sacerdote a proseguire le sue attività parrocchiali” e che “la funzione nel decanato è solo amministrativa”. Tuttavia, per rispetto alle vittime, la diocesi di Lione ha chiesto al prete interessato di prendersi un temporaneo periodo di riposo.

    Questo caso che da qualche settimana interessa la Francia intera, sta manifestando in effetti una scarsa fiducia nei confronti del clero cattolico, soprattutto per quanto riguarda il modo con cui sono stati gestiti i casi di abusi sessuali su minori. L’88% del campione preso in esame ritiene che i problemi sono “ignorati dalla gerarchia della Chiesa”, e l’86% denuncia un’insufficienza nel trattamento dei fatti. Tuttavia, anche se generalmente la popolazione ritiene che i problemi di pedofilia sono comuni nella Chiesa (67%), il 64% dei francesi ammette che i casi di pedofilia “sono presenti egualmente in altre strutture non cattoliche, come scuole o centri esterni”.

    L’arcivescovo di Lione Barbarin, uno dei cardinali più stimati del clero francese e della Chiesa cattolica, da qualche tempo si trova suo malgrado al centro di un caso mediatico-giudiziario che lo vedrebbe parte di quella schiera di vescovi che hanno occultato abusi sessuali e molestie, su minori e non, da parte di chierici. Lui, in particolare, è accusato di aver nascosto gli atti commessi da tre preti della sua diocesi. Il porporato è stato formalmente indagato con le accuse di “mancata denuncia, messa in pericolo della vita altrui e istigazione al suicidio”.
    Nelle ultime settimane al cardinale sono arrivati pochissimi messaggi di solidarietà, anzi in molti, come il premier francese Manuel Valls, hanno sottolineato la necessità di un’indagine specifica per comprovare il suo coinvolgimento.

    Barbarin è accusato in primis di aver coperto gli abusi sessuali commessi da padre Preynat negli anni ’80. Quest’ultimo il 27 gennaio è stato accusato per “aggressioni sessuali su minori inferiori ai 15 anni da parte di persona con autorità”. Il caso è stato denunciato da ex scout, oggi 40enni e 50enni, raccolti in un’associazione “La parole liberee”, che sostengono di essere stati abusati tra il 1970 e il 1990 dal sacerdote della parrocchia di Saint Luc, a Sainte-Foy-lès-Lyon. Le denunce contro il sacerdote sono state presentate nell’ottobre del 2015, quando i fatti denunciati erano ormai prescritti (la prescrizione record scatta 20 anni dopo il compimento da parte del denunciante del 18esimo anno di età) e solo dopo la sospensione ecclesiale di padre Preynat decisa da Barbarin il 18 maggio del 2015. Il gruppo delle vittime, inoltre, ha scritto una lettera a Papa Francesco chiedendo maggiore trasparenza nelle indagini e giustizia per quanti hanno sofferto nel corso di questi anni.

    Intervistato da La Croix, Barbarin si è difeso affermando che una persona cresciuta a Sainte-Foy-lès-Lyon nel 2007 gli ha raccontato dei comportamenti anteriori al 1991 di padre Preynat. “Io l’ho convocato – ha confessato l’arcivescovo – e gli ho chiesto se dal 1991 in poi fosse successa anche solo la minima cosa. Lui mi ha rassicurato: “Assolutamente niente”. Io gli ho creduto. Ho verificato se da allora ci fossero state lamentele o denunce, ma non c’era più stato niente» e così «mi sono fidato dei vescovi precedenti», che non l’avevano mai sospeso dopo il 1991”. “Quando nel 2014 – continua Barbarin – ho ricevuto per la prima volta una vittima venuta a raccontarmi dei fatti ormai prescritti, ho scritto a Roma e loro mi hanno consigliato di sospendere le funzioni di padre Preynat nonostante fossero passati 24 anni dai fatti. E io l’ho fatto”. Solo in seguito sono arrivate le denunce alla giustizia. Capisco il dolore e la rabbia delle famiglie, ha aggiunto il cardinale, “ma posso dire che da quando sono vescovo ogni volta che mi è stato segnalato un abuso ho reagito immediatamente”.

    Alessandro Notarnicola

  • Pedofilia, suicida padre Elizondo leader del movimento teologia della Liberazione

    Pedofilia, suicida padre Elizondo leader del movimento teologia della Liberazione

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  • Le accuse contro tre frati francescani in Pennsylvania

    Le accuse contro tre frati francescani in Pennsylvania

    Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti martedì 15 marzo i pubblici ministeri dello stato americano della Pennsylvania hanno accusato tre frati francescani di aver favorito abusi contro decine di bambini. Secondo i pubblici ministeri nonostante i tre accusati fossero a conoscenza delle accuse contro il frate Stephen Baker su presunti abusi sessuali risalenti agli anni Ottanta, i tre uomini avrebbero continuato ad assegnare a Baker incarichi che prevedessero contatto con dei bambini fino al 2010. Quando le accuse nei suoi confronti diventarono pubbliche nel 2013, Baker si suicidò all’età di 62 anni nel monastero dove viveva.

    Lunedì scorso i pubblici ministeri hanno annunciato che i tre uomini a cui era affidata la supervisione di Baker – i frati Anthony M. Criscitelli, 61 anni, Robert J. D’Aversa, 69, e Giles A. Schinelli, 73 – sono stati accusati di associazione a delinquere e di aver messo in pericolo l’incolumità di minori.
    «Queste persone sapevano che nella loro organizzazione c’era un uomo che abusava dei bambini. Ma hanno continuato ad affidargli incarichi in cui aveva moltissime possibilità di molestare dei bambini», ha dichiarato la procuratrice generale della Pennsylvania Kathleen Kane, «Il loro silenzio ha arrecato dolore e sofferenza smisurati a tantissime vittime. Questi uomini hanno finto di non vedere quello che veniva fatto a dei bambini innocenti che avrebbero dovuto proteggere». L’ufficio di Kane ha condotto anche un’indagine all’interno della diocesi di Altoona-Johnstown, in Pennsylvania, che questo mese ha portato a un rapporto incriminante del gran giurì. Il rapporto elenca dettagliatamente i presunti abusi commessi da 35 preti americani negli anni Cinquanta, senza però suggerire accuse formali contro nessuno di loro: la maggior parte dei preti citati nel rapporto sono morti, e in alcuni casi sono già scattati i termini per la prescrizione. Ma quando il gran giurì si è concentrato sul distretto amministrativo di Hollidaysburg in Pennsylvania, e in particolare sui frati francescani del terzo ordine regolare della provincia ecclesiastica dell’Immacolata Concezione, ha valutato che ci fossero gli estremi per accusare tre uomini che ricoprivano l’incarico di padri provinciali all’interno dell’organizzazione, che stando ai pubblici ministeri avevano il compito di decidere a che zona assegnare ogni frate. Criscitelli, D’Aversa e Schinelli furono quindi le persone che assegnarono a Baker gli incarichi che il frate sfruttò per molestare per anni dei minori.

    Secondo Marci Hamilton, una ricercatrice di diritto costituzionale della Yeshiva University e importante avvocato che si è occupata di casi di abusi sessuali su minori, la decisione della Procuratrice generale della Pennsylvania di accusare i supervisori di un presunto molestatore è un caso raro: «Stiamo assistendo a un graduale miglioramento nel modo in cui i pubblici ministeri considerano e gestiscono casi come questo. È un messaggio di sostegno concreto non solo per le vittime di Baker, ma anche per tutte le persone che hanno subito abusi negli Stati Uniti». Stando a Hamilton, negli Stati Uniti dei supervisori della Chiesa cattolica sono stati accusati di aver messo in pericolo dei bambini in soltanto altre tre occasioni. Il primo caso, sempre in Pennsylvania, portò all’arresto di un prete di Philadelphia nel 2012, e secondo Hamilton ha creato un precedente importante: «Il supervisore non deve necessariamente entrare in contatto diretto con i bambini per essere ritenuto responsabile della loro incolumità». Hamilton ha anche sottolineato che le recenti accuse sono le prime di questo genere a essere mosse contro un ordine religioso: ordini come quello dei francescani sono famosi per la loro segretezza, ma l’omogeneità nell’organizzazione dei monasteri a livello mondiale potrebbe aiutare i pubblici ministeri anche al di fuori degli Stati Uniti ad avviare procedimenti simili a quello della Pennsylvania. «È un fatto rivoluzionario: un pubblico ministero non aveva mai accusato un ordine di preti in passato», ha detto Hamilton.

    L’ordine francescano americano ha diffuso un comunicato sulla vicenda:

    Siamo profondamente rattristati dalla notizia diffusa oggi dall’ufficio della Pennsylvania della Procuratrice generale. Con compassione verso le vittime e le loro famiglie, e anche per la famiglia cattolica e l’intera comunità, la Provincia e la sua guida religiosa hanno collaborato con l’ufficio della procuratrice generale per l’intera durata dell’indagine, nella speranza di poter far luce su eventi che la stessa Provincia fatica a comprendere.

    La Provincia porge le sue più sincere scuse alle vittime e alle comunità colpite, invitando la comunità a unirsi alle sue preghiere per la guarigione e la comprensione, e per tutti i preti e i fratelli che onorano la propria vocazione e la Chiesa.

    Secondo il Pittsburgh Post-Gazette, prima della morte di Baker l’ordine francescano aveva raggiunto un accordo nell’ambito di una causa intentata da 11 persone che sostenevano di aver subito abusi da Baker negli anni Ottanta e Novanta, quando il frate lavorava in una scuola in Ohio. Successivamente altri 25 studenti della Bishop McCort Catholic High School di Johnstown in Pennsylvania – dove Baker aveva insegnato dal 1992 al 2000 – dissero di aver subito abusi da Baker. Secondo il gran giurì oggi oltre 80 studenti della scuola hanno dichiarato di aver subito abusi da Baker. Stando ai pubblici ministeri Baker faceva da allenatore di atletica agli studenti, nonostante non avesse la formazione per farlo. Baker poi toccava i genitali dei ragazzi e li penetrava con le dita.

    I pubblici ministeri hanno sottolineato come i preti avessero avuto diverse opportunità per fermare Baker: Schinelli aveva fatto sottoporre Baker a una perizia psicologica che aveva evidenziato che non sarebbe dovuto stare a contatto con i bambini, ma successivamente Schinelli assegnò Baker alla Bishop McCort. D’Aversa ritenne fondata un’accusa per abusi sessuali contro Baker e lo rimosse dalla scuola, per poi affidargli la gestione di alcuni rifugi notturni per ragazzi in giro per gli Stati Uniti e, nel 2008, assegnarlo al St. Aloysius College, dove il gran giurì ha scoperto che Baker abusò di tre minori. Sempre secondo i pubblici ministeri, infine, Criscitelli permise a Baker di lavorare in un centro commerciale, ancora una volta intorno a dei bambini.

    http://www.ilpost.it/2016/03/16/pedofilia-pennsylvania/

  • CHIESA E LO SCANDALO PEDOFILIA, RACCONTO CHOC: ‘TI AMO E TU?’, LA FRANCIA CONTRO L’OMERTÀ. E i cattolici italiani ?

    CHIESA E LO SCANDALO PEDOFILIA, RACCONTO CHOC: ‘TI AMO E TU?’, LA FRANCIA CONTRO L’OMERTÀ. E i cattolici italiani ?

    Ultime notizie Chiesa, mercoledì 16 marzo 2016: la Francia si scaglia contro il silenzio e l’omertà verso i preti pedofili, la testimonianza choc.

    Nuovo attacco alla Chiesa e allo scandalo pedofilia. Questa volta è la Francia, ed in modo particolare il primo ministro Manuel Valls, a scagliarsi contro monsignor Barbarin, reo di aver coperto un prete pedofilo, padre Bernard.

    Il racconto di una delle vittime, di nome Alexandre, rischia di provocare un vero e proprio terremoto all’interno della Chiesa francese.

    Valls contro Chiesa francese, news 16 marzo: ‘Deve prendersi le sue responsabilità’

    ‘Era una stanza piccola, buia’ racconta l’uomo, oggi sposato e padre di cinque figli. Non può dimenticare quando il prete lo abbracciava e gli toccava le sue parti intime, baciandolo prima sulle guance poi sulla bocca. Padre Bernard gli sussurrava ‘Ti amo, e tu? Sei il mio preferito, questo deve essere il nostro segreto’. Alexandre, all’epoca, aveva solo 10 anni, ora ne ha 44 e vuole la verità, vuole la verità sul silenzio della Chiesa.

    Il quotidiano ‘Repubblica’, in edicola oggi, mercoledì 16 marzo, riporta l’attacco deciso del primo ministro francese, Manuel Valls, nei confronti di monsignor Barbarin, colpevole di aver coperto un prete pedofilo: ‘Deve prendersi le sue responsabilità – ha dichiarato il premier transalpino – Se questo dibattito riguardasse il preside di una scuola, che cosa si sarebbe detto? Il nostro giudizio sarebbe stato implacabile’.

    La risposta del cardinale Barbarin e del Vaticano alle accuse

    Pronta la risposta di monsignor Barbarin che, davanti ad un vero e proprio muro di giornalisti e di telecamere ha dichiarato: ‘Mai, e poi mai ho coperto un qualsiasi atto di pedofilia. Le vittime sanno che penso a loro, prima di tutto’. Poi, riferendosi direttamente al primo ministro Manuel Valls, il cardinale non ha esitato a ribadire come egli ‘conosca certamente la presunzione di innocenza’.

    L’associazione delle vittime, ‘Parole libérée’ vuole andare fino in fondo al caso e capire se c’è omertà dentro alla Chiesa e con quale complicità.

    Intanto, ieri, il portavoce del Vaticano, padre Lombardi, ha dichiarato che ‘non passa attraverso la stampa la richiesta di un’udienza privata con il Papa‘. Ribadendo la fiducia al cardinale Barbarin, il Vaticano vuole ‘attendere i risultati dell’inchiesta giudiziaria’.

    http://it.blastingnews.com/cronaca/2016/03/chiesa-e-lo-scandalo-pedofilia-racconto-choc-ti-amo-e-tu-la-francia-contro-l-omerta-00838055.html

  • Pedofilia, cardinale Barbarin sotto accusa in Francia. Valls: “Si assuma responsabilità”

    Pedofilia, cardinale Barbarin sotto accusa in Francia. Valls: “Si assuma responsabilità”

    L’arcivescovo di Lione è accusato di aver coperto sacerdoti responsabili di molestie sui bambini. Lui si difende: “Mai nascosto casi”. I vescovi transalpini: “Prioritario fare verità”

    di ANDREA GUALTIERI

    IN Italia avevano imparato a conoscerlo ai tempi del conclave che ha eletto Bergoglio: Philippe Barbarin arrivava alle riunioni plenarie in sella alla sua bici,anche quando pioveva. Ora però, a tre anni di distanza, il cardinale francese arcivescovo di Lione si trova sotto ad un diluvio di polemiche. Su di lui è infatti piombata l’accusa di aver coperto due sacerdoti pedofili: il primo, padre Bernard Preynat, è accusato da un gruppo di ex scout; l’altro, padre Jérome Billioud, è accusato da un uomo da parte del quale è stata sporta ora una denuncia proprio contro Barbarin.

    Entrambi i casi, in realtà, sono avvenuti quando l’attuale cardinale non era alla guida della diocesi. Quello che viene contestato al presule, però, è di non aver rimosso i responsabili delle molestie sui bambini. L’uomo che accusa Billioud, in particolare, dopo anni di silenzio, aveva sporto denuncia a carico del prete pedofilo: era il 2009 e il reato era ormai prescritto, per cui il caso era stato archiviato. In quell’occasione però la vittima aveva incontrato Barbarin, che gli avrebbe detto di conoscere la vicenda e di sapere che il sacerdote aveva già subito una condanna per esibizionismo. Barbarin, racconta Pierre, si era “scusato a nome del prete”, ma non aveva preso nessun altra iniziativa “per proteggere i bambini, lo ha lasciato allo stesso posto”. Per questo, l’uomo ha deciso di denunciare il prelat e ha ottenuto l’apertura di un’indagine preliminare a suo carico.

    L’altra denuncia nei confronti del cardinale, quella relativa al caso di Preynat, arriva da un’associazione di vittime degli abusi che lo accusa di essere stato a conoscenza del fatto che il prete aveva abusato sessualmente di alcuni giovani tra il 1986 e il 1991 e di aver taciuto. Preynat, incriminato a gennaio, ha nel frattempo ammesso molte delle vicende che lo riguardano. Barbarin, invece, si difende in modo deciso: “Non ho mai nascosto alcun caso di pedofilia”. Il porporato, tramite una nota della diocesi, afferma che “pur comprendendo il dolore di ogni persona vittima di atti tanto più inammissibili in quanto commessi da un sacerdote” non può “non manifestare sua profonda incomprensione di fronte a questa denuncia”. La curia aggiunge che “è evidente che in nessun caso lui ha messo in pericolo la vita di altri né incoraggiato qualcuno a suicidarsi” e “chiede solennemente che si lasci la giustizia indagare con serenità”.

    Le pressioni però sono altissime, tanto che il premier francese Manuel Valls ha inviato il presule ad “assumersi le sue responsabilità”, “Parli e agisca”, ha detto l’esponente di governo che, a chi gli chiedeva se Barbarin debba dimettersi, ha risposto: “È una sua responsabilità, ma deve anche comprendere il dolore. Non mi aspetto parole, ma fatti”. Attacchi davanti ai quali il cardinale ha reagito affermando: “Consiglierei a Manuel Valls di moderare le sue affermazioni. Ma non ha altro da fare che pronunciarsi su un dossier che non conosce, visto che i magistrati non comunicano gli elementi della procedura? Sono stupefatto”.

    Uno scontro che sta creando imbarazzo anche nella Conferenza episcopale francese, riunita proprio in questi giorni: “Voglio dire, a nome di tutti, che i vescovi di Francia hanno una volontà: dire la verità alle vittime. È questa la priorità che deve guidare tutte le nostre azioni di fronte a queste vicende così dolorose”, ha detto monsignor Georges Pontier, presidente dei vescovi transalpini. E un commento è arrivato anche dalla Santa Sede, tramite il portavoce padre Federico Lombardi, che alla Radio Vaticana d’Oltralpe ha sottolineato: “Un tribunale francese ha recentemente aperto un’indagine, è opportuno attendere i risultati”. Nei giorni scorsi il Vaticano era stato scosso da un altro filone d’indagine sulla copertura della pedofilia, quello relativo al cardinale australiano George Pell. Appena ieri, invece, la Conferenza episcopale italiana ha inaugurato la riunione del consiglio permanente che ha all’ordine del giorno la riforma del clero e della sua formazione, perché, ha detto Bagnasco, “alla luce di alcune recenti circostanze ogni volta che si accerta un caso di pedofilia si rinnova in noi il dolore e la vicinanza alle vittime e ai familiari”.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2016/03/15/news/pedofilia_bufera_in_francia_sul_cardinale_barbarin_valls_si_assuma_responsabilita_-135554021/

  • Pedofilia, Manuel Valls: “Il cardinale Barbarin si assuma le proprie responsabilità”. Lo scandalo nella diocesi di Lione

    Pedofilia, Manuel Valls: “Il cardinale Barbarin si assuma le proprie responsabilità”. Lo scandalo nella diocesi di Lione

    Sullo scandalo nella diocesi di Lione, dove per anni secondo le accuse della magistratura i prelati coprirono un sacerdote pedofilo, interviene ora il premier francese Manuel Valls: “Il cardinale Philippe Barbarin dovrebbe assumersi le proprie responsabilità”.

    Barbarin, attuale arcivescovo di Lione, è indagato dai giudici dopo che un gruppo di vittime ha denunciato il sacerdote Robert Preynat, sospeso dalle funzioni soltanto nel 2015. Lunedì gli ex scout che dicono di avere subito violenze sessuali hanno scritto a papa Francesco per chiedergli una udienza privata.

    I firmatari vogliono “capire” perché si sia aspettato fino al 2015 per sospendere il parroco, in particolare perché l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Barbarin, non abbia preso provvedimenti già nel 2007, quando gli giunsero le prime informazioni sui comportamenti pedofili del prelato.

    Intervistato su radio RMC, il premier Manuel Valls si è detto “colpito e sconvolto” per le testimonianze delle vittime di “questi atti abominevoli”. Soprattutto si rivolge al cardinale Barbarin, accusato di aver coperto i fatti. “Se questo dibattito riguardasse il preside di una scuola (…) che cosa avremmo detto? Saremmo stati implacabili”, ha affermato il primo ministro della Francia, aggiungendo: “Un uomo di chiesa, cardinale, Primate delle Gallie, che ha un’influenza morale, intellettuale, che esercita una responsabilità maggiore sulla nostra società, deve capire il dolore”. “Il solo messaggio responsabile che posso far passare, senza prendere il suo posto, senza sostituirmi alla Chiesa di Francia, senza prendere il posto dei giudici” è che Barbarin deve “assumersi le proprie responsabilità, parlare e agire”, ha concluso Valls.

    Immediata la risposta di Barbarin: “Mai, mai ho coperto un prete pedofilo”, ha dichiarato, ricevendo il supporto della conferenza episcopale francese.

    Nei giorni scorsi Barbarin ha negato di volersi dimettere e ha spiegato che all’epoca delle violenze pedofile non occupava un posto di rilievo nella diocesi: gli abusi risalgono agli anni Ottanta.

    Nel frattempo una nuova denuncia è stata depositata contro Barbarin, accusato di “omessa denuncia” e “messa in pericolo della vita altrui” da un uomo vittima di molestie da parte di un prete, secondo cui il cardinale pur conoscendo la vicenda “non ha fatto nulla per allontanare questo prete dagli altri bambini”.

    Lo rivela il quotidiano Le Figaro, raccontando la storia di Pierre (nome di fantasia), oggi quarantenne, che afferma di essere stato molestato da adolescente, durante dei pellegrinaggi a Lourdes. L’uomo, dopo anni di silenzio, aveva sporto denuncia a carico del prete pedofilo, padre Billioud, nel 2009, ma il reato era ormai prescritto e il caso era stato archiviato.

    In quell’occasione aveva incontrato l’arcivescovo, che gli aveva detto che conosceva la sua vicenda e che sapeva che il sacerdote aveva già subito una condanna per esibizionismo. Barbarin, racconta Pierre, si era “scusato a nome del prete”, ma non aveva preso nessun altra iniziativa “per proteggere i bambini, lo ha lasciato allo stesso posto”. Per questo, l’uomo ha deciso di attaccare in giustizia il prelato, e ottenuto l’apertura di un’indagine preliminare a suo carico. Monsignor Barbarin ha reagito con un comunicato in cui si dice incredulo,e invita “solennemente ciascuno a lasciar lavorare la giustizia” e a rispettare “la presunzione d’innocenza”. Nel frattempo, l’arcivescovado ha assunto un consulente legale per gestire la spinosa vicenda, l’ex portavoce del ministero della Giustizia ed ex giudice d’istruzione Guillaume Didier.

    Le parole di Valls e la vicenda della diocesi di Lione arrivano in contemporanea con la deposizione del cardinale Pell alla commissione australiana incaricata di fare luce sulle responsabilità della gerarchia ecclesiastica cattolica sugli innumerevoli casi di pedofilia nella diocesi di Melbourne e Ballarat, dagli anni ’60 agli anni ’80. Anche in questo caso a far scoppiare il bubbone è stata una associazione di vittime che nelle scorse settimane ha viaggiato fino a Roma per sentire in viva voce la deposizione di Pell.

    http://www.huffingtonpost.it/2016/03/15/pedofilia-valls-cardinale_n_9467008.html