Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il vescovo di San Rafael si dimette. Ora, giudizio e punizione

    Il vescovo di San Rafael si dimette. Ora, giudizio e punizione

    Sono state annunciate oggi le dimissioni di Mons. Carlos María Dominguez, OAR, vescovo di San Rafael. E anche la nota con cui annuncia la decisione ai suoi follower.

        Per rispetto dell’incommensurabile dolore delle vittime, non diremo altro che quanto segue:

    Noi laici abbiamo un ruolo da svolgere nella Chiesa. Non siamo e non saremo clericali, come ci ha insegnato Papa Francesco. Per questo motivo, CHIEDIAMO UN PROCESSO E UNA PUNIZIONE ESEMPLARI per de Dominguez. Il fatto non può essere considerato una semplice dimissione dovuta a un mal di stomaco, e nel giro di un paio di mesi verrà assegnato come parroco in qualche paese della provincia di Buenos Aires, con la protezione dei suoi confratelli nell’episcopato e del Fratello Maggiore. E ancora meno probabile è ciò che è accaduto al suo collega Gustavo Zanchetta, che si è trovato una comoda baracca all’interno delle mura vaticane.

    Frate Carlos María Dominguez deve essere processato da un tribunale canonico e condannato. Se padre Alejandro Gwerder è stato espulso dallo stato clericale qualche giorno fa per il semplice fatto di non aver obbedito alla linea pastorale di Francesco, Domínguez dovrebbe ricevere almeno una punizione simile.

    Non resteremo in silenzio. Basta sopportare questa mandria di degenerati che si impongono a noi come vescovi.

    https://caminante-wanderer.blogspot.com/2025/02/renuncio-el-obispo-de-san-rafael-ahora.html?m=1#comment-form

  • Condanna definitiva e “fuga a Roma”, lo scandalo Zanchetta continua

    Condanna definitiva e “fuga a Roma”, lo scandalo Zanchetta continua

    Il mistero Zanchetta continua. All’inizio del mese si è tornati a parlare del vescovo emerito di Orán per la conferma della condanna pronunciata dalla corte d’appello di Salta: quattro anni e sei mesi di reclusione per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi e aggravato dal fatto che è stato commesso da un ministro di culto. I giudici Virginia Solórzano e Pablo Arancibia hanno respinto il ricorso presentato dai legali di Zanchetta contro la sentenza del 2022 del tribunale di prima istanza di Orán.

    La corte d’appello ha avvalorato le testimonianze delle vittime ritenendole «un elemento incriminante di grande valore, in quanto i loro racconti sono coerenti e forniscono dettagli sulle situazioni in cui si trovavano». Un riconoscimento importante per i due giovani che, oltre al trauma degli abusi, in questi anni hanno dovuto fare i conti con un clima non facile che li ha indotti a perdere la vocazione. Uno di loro, orfano, poverissimo e con l’unico genitore malato, ha manifestato tutta la sua rabbia per l’atteggiamento delle autorità ecclesiastiche, in particolare di monsignor Luis Antonio Scozzina, successore del vescovo condannato ad Orán. «Ho sempre pensato e presumibilmente ci hanno insegnato che i vescovi sono successori degli apostoli e quindi devono continuare con l’annuncio profetico e non essere successori di Pilato nel lavarsi le mani», si è lamentato coi suoi amici virtuali una delle vittime.

    L’ex seminarista si è fatto un’idea precisa del perché sia stato così difficile per Scozzina “scaricare” del tutto Zanchetta nonostante le testimonianze contro di lui e l’indirizzo preso da processo: «la Chiesa ha così tante regole, leggi, regolamenti, diritti canonici e rubriche per i suoi fedeli. Ma quando c’è un amico che è vestito di bianco si omettono tutte», si è sfogato il giovane. Inutile negarlo: l’elefante nella stanza del caso Zanchetta è proprio la sua amicizia con il Papa.

    Uno degli snodi principali di questa vicenda c’è stato nel dicembre 2017 con la nomina del presule argentino, cinque mesi dopo le sue misteriose dimissioni dalla guida della diocesi di Orán, ad assessore dell’Apsa (l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Una carica inventata ad hoc per lui e senza alcun potere, come ammesso dalla stessa Santa Sede («incarico che non prevede comunque responsabilità di governo del Dicastero», si giustificò più tardi la Sala Stampa).

    Nel gennaio del 2019, poco dopo le prime rivelazioni fatte dalla giornalista Silvia Noviasky, che su “El Tribuno” ha seguito più di tutti il caso, la comunicazione vaticana sostenne che all’epoca della nomina all’Apsa si conoscevano le accuse di autoritarismo, ma non quelle di abusi sessuali. Una versione messa in grossa difficoltà un mese dopo da un documento pubblicato da Noviasky e risalente al 22 aprile del 2016 in cui due vicari generali, il rettore del seminario e altri due monsignori denunciavano formalmente, su richiesta dell’allora nunzio apostolico in Argentina monsignor Emil Paul Tscherrig (poi trasferito in Italia e creato cardinale), gli strani atteggiamenti di Zanchetta nei confronti dei seminaristi (preferenze per i più attraenti, richieste di massaggi, ingressi nelle loro stanze) e facevano riferimento ad una prima segnalazione interna del settembre del 2015 a seguito del ritrovamento casuale da parte del segretario cancelliere della diocesi, Luis Diaz, di fotografie ritraenti Zanchetta nudo e mentre si masturbava. I vicari generali hanno poi presentato una nuova denuncia nel 2017, parlando questa volta di veri e propri abusi sessuali.

    Alla Nuova Bussola risulta che al tempo della chiamata in Vaticano, il Papa manifestava anche in privato la convinzione dell’innocenza del suo amico argentino, credendo alla versione fornitagli di fotografie ritoccate per metterlo in difficoltà evocata pubblicamente in un’intervista a Televisa. Al tempo stesso, però, Francesco non avrebbe nutrito alcuna fiducia nei confronti delle sue capacità gestionali per via delle accuse di tipo economico che si aggiungevano al bagaglio di ombre sulla sua esperienza ad Oràn ed avrebbe sconsigliato qualsiasi suo coinvolgimento sul piano decisionale. Per questo motivo la scelta di un incarico che, come aveva voluto precisare la Santa Sede, non prevedeva «responsabilità di governo». È un dato di fatto che il periodo in cui Zanchetta ricoprì l’incarico in Curia coincida con lo sviluppo delle indagini in Argentina su di lui, non senza tensioni con la magistratura argentina che lamentava la difficile reperibilità dell’imputato.

    Nel settembre del 2021 l’addio formale al posto all’Apsa e pochi mesi più tardi la condanna a quattro anni e sei mesi ora confermata dalla corte d’appello.  Tradotto in carcere dopo la condanna, Zanchetta ci è rimasto per quattro mesi ed ha poi ottenuto gli arresti domiciliari per motivi di salute, prima in una clinica privata e poi addirittura in un monastero. Il suo trasferimento al monastero Nuestra Señora del Valle, luogo situato nella stessa diocesi in cui si sono svolti i fatti che lo hanno portato alla condanna, ha provocato le proteste dei fedeli che hanno fatto appelli al vescovo Scozzina ma lamentano di non essere stati ascoltati.

    Il quadro clinico di Zanchetta non ha solamente impedito la sua permanenza in prigione ma è anche al centro dell’ennesimo capitolo misterioso di questa vicenda. Lo scorso novembre, infatti, siamo stati informati dall’Argentina che il vescovo condannato aveva chiesto ed ottenuto dalla corte d’appello – dopo il no del tribunale di primo grado – il permesso di lasciare il Paese per raggiungere Roma e ricevere cure mediche nella capitale, presumibilmente per un intervento chirurgico. Una fonte vicina ad ambienti giudiziari argentini ci ha riferito che Zanchetta avrebbe ottenuto il permesso per sottoporsi probabilmente ad un intervento chirurgico al Policlinico Gemelli, l’ospedale dei papi. Il presule continua ad essere iscritto al Fas, il Fondo Assistenza Sanitaria vaticano.

    Non è stato reso noto quale sia la malattia del presule che renderebbe inevitabile un intervento fuori dall’Argentina, ma in passato il rilascio dal carcere e lo spostamento alla clinica privata erano stati possibili per problemi di ipertensione. Alla Nuova Bussola risulta che Zanchetta avrebbe chiesto alla giustizia argentina di andare al Gemelli per risolvere i problemi cardiaci di cui soffrirebbe. Se tra il 2017 e il 2020 era facile imbattersi nel vescovo all’interno del piccolo Stato, specialmente nella residenza Santa Marta in cui viveva, questo suo ritorno a Roma sembra avvenuto all’insegna del massimo riserbo. Nulla si sa del suo eventuale ricovero al Gemelli, ospedale in cui effettivamente ci risulta essere stato in cura fino al 2021. Fonti vicine agli ambienti giudiziari argentini ci hanno informato che i giudici attendono il suo ritorno in patria questa settimana. La conferma della sentenza, dunque, sarebbe avvenuta mentre il vescovo si trovava in Italia grazie al permesso della stessa corte d’appello che ha ribadito la sua condanna.

    Molti fedeli di Orán, intanto, continuano ad essere sul piede di guerra anche di fronte alla prospettiva che Zanchetta torni a scontare la sua pena all’interno di un monastero della sua ex diocesi, in quegli stessi locali in cui viveva un missionario sardo firmatario di una lettera contro la condotta dell’allora vescovo.

    https://lanuovabq.it/it/condanna-definitiva-e-fuga-a-roma-lo-scandalo-zanchetta-continua

  • Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

    Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

    Il Tribunale di Prima Istanza, Sezione II del Distretto Giudiziario di Orán ha confermato la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione per Mons. Gustavo Zanchetta, Vescovo Emerito di Orán (Argentina), per abuso sessuale aggravato.

    La sentenza originale, emessa nel marzo 2022 dal Tribunale di Giudizio di Orán, è così diventata definitiva, dopo il rigetto del ricorso presentato dalla difesa.

    Nel loro verdetto, i giudici hanno sottolineato l’importanza della testimonianza delle vittime, due seminaristi della diocesi, e la corretta valutazione delle prove. Inoltre, hanno ribadito la validità della sentenza del 2022, ritenendo che le critiche sollevate dalla difesa non siano sufficienti per ribaltare la condanna.

    “La sentenza impugnata è valida e non presenta vizi di arbitrarietà né difetti nei processi di formazione della convinzione, poiché gli elementi probatori più rilevanti sono stati valutati secondo le regole della logica. La critica avanzata nel ricorso per cassazione si limita a un’analisi parziale e decontestualizzata delle prove e non è sufficiente per annullare la condanna”, ha dichiarato il Tribunale di Impugnazione.


    Dal Vaticano alla condanna

    Mons. Zanchetta aveva rassegnato le dimissioni dalla diocesi nel 2017, adducendo motivi di salute. Tuttavia, pochi mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, venne nominato consigliere dell’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) in Vaticano, come riportato da AICA.

    Nel 2019, quando le accuse a suo carico divennero pubbliche, fu sospeso dall’incarico e sottoposto a un’indagine preliminare condotta dall’Arcivescovo di Tucumán, Mons. Carlos Alberto Sánchez. Lo confermò il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, in una nota del 4 gennaio di quell’anno.

    “Durante l’indagine preliminare, Mons. Zanchetta si asterrà da qualsiasi incarico”, precisò Gisotti.

    Nel 2020, tuttavia, tornò in Vaticano per riprendere il suo ruolo presso l’APSA. Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, dichiarò allora a CNA (agenzia in inglese del gruppo ACI) che questo “non interferisce in alcun modo con le indagini”.

    Quando nel 2022 la giustizia civile argentina condannò Mons. Zanchetta, la Conferenza Episcopale Argentina espresse vicinanza alle vittime e un “forte e sincero” appello di perdono.


    Prigionia e concessione della detenzione domiciliare

    Pochi mesi dopo la condanna, ottenne il beneficio della detenzione domiciliare, che scontò in una casa per sacerdoti anziani nel Monastero Nostra Signora della Valle di Nueva Orán, appartenente all’Ordine delle Concezioniste Francescane.

    L’alloggio in una struttura ecclesiastica sollevò polemiche, ma il Vescovo locale, Mons. Luis Antonio Scozzina, difese la decisione, affermando che doveva essere vista come “un atto di carità”.

    “Al di là della condanna civile, nella Chiesa la responsabilità è anche quella di prendersi cura della persona condannata, non di espellerla”, spiegò Mons. Scozzina.

    Alla fine del 2024, la stampa argentina ha riferito che la giustizia gli avrebbe concesso il permesso di recarsi a Roma per cure mediche, senza poi fare ritorno a Orán. Tuttavia, ACI Prensa non ha potuto confermare questa informazione.


    Papa Francesco sul caso Zanchetta

    Papa Francesco si pronunciò sulla vicenda in un’intervista del 2019 con la giornalista messicana di Televisa, Valentina Alazraki.

    Rispondendo alle critiche sulla gestione del caso, il Papa spiegò che prima delle dimissioni di Zanchetta da Orán, vi erano state accuse riguardanti immagini intime inviate dal suo telefono cellulare. L’allora vescovo si era difeso affermando di essere stato hackerato.

    “Si difese bene. Allora, di fronte all’evidenza e a una buona difesa, resta il dubbio. E in dubio pro reo (in caso di dubbio, a favore dell’imputato)”, disse il Papa.

    Le accuse nei confronti di Zanchetta riguardavano anche cattiva gestione economica e maltrattamenti al clero.

    “Quando emersero queste denunce, lo feci venire e gli chiesi di dimettersi. Chiarissimo. Lo mandai in Spagna per una valutazione psichiatrica”, raccontò Francesco.

    Su consiglio dei medici, Zanchetta avrebbe dovuto recarsi a Madrid una volta al mese per proseguire il trattamento, quindi “non conveniva che tornasse in Argentina”, e per questo rimase in Vaticano come consulente.

    Quando Mons. Scozzina divenne il nuovo vescovo di Orán, Papa Francesco ordinò un’indagine previa sulle accuse e affidò l’incarico all’Arcivescovo di Tucumán.

    “Quando ricevetti i risultati, ritenni necessario un processo. Così trasmisi il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Non sono rimasto fermo un solo momento di fronte a questa vicenda”, concluse il Papa.

    Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

  • La diocesi di Brooklyn citata in giudizio per abusi sessuali da parte di sacerdoti

    La diocesi di Brooklyn citata in giudizio per abusi sessuali da parte di sacerdoti

    La diocesi cattolica romana di Brooklyn, è stata citata in giudizio da quattro persone che hanno dichiarato di essere state abusate sessualmente da alcuni sacerdoti durante la loro infanzia, tra gli anni ’60 e ’80.

    Le cause legali, depositate la scorsa settimana, sostengono che i religiosi avrebbero sfruttato le loro posizioni di fiducia all’interno della Chiesa per abusi, in un luogo che avrebbe dovuto essere sicuro. I querelanti, ritengono l’Istituzione rea di non averli protetti, e di non aver portato alla luce le azioni commesse dai suoi rappresentanti.

    Questi nuovi casi si aggiungono a un numero crescente di accuse contro la Chiesa cattolica, sia a livello locale che nazionale. Le denunce sono state presentate in base al Gender-Motivation Violence Act di New York City, che consente alle presunte vittime di citare in giudizio individui e istituzioni che le hanno danneggiate a causa del loro genere. La legge, che negli ultimi due anni ha permesso a molti abusati di intentare causa oltre la scadenza della prescrizione, si avvia a chiudersi e offre un’ultima opportunità a coloro che non erano pronti a chiedere giustizia in passato.

    Gli avvocati della parte lesa hanno sottolineato che la diocesi di Brooklyn non solo non ha protetto i bambini, ma ha anche consapevolmente ignorato la sicurezza dei minori a favore della protezione dei soprusi. Tracey Cowan, uno dei legali che rappresenta i denuncianti, ha dichiarato che i sacerdoti coinvolti avevano un’influenza smisurata sui giovani, e che la comunità religiosa ha favorito il silenzio e l’occultamento dei reati anziché fare giustizia.

    Parallelamente, le autorità civili e legali hanno continuato ad esaminare le politiche della congregazione, spingendo verso l’adozione di misure più rigorose a protezione dei ragazzi e di altri gruppi vulnerabili. L’accordo con la diocesi prevede ora l’introduzione di un osservatore del clero con esperienza nelle forze dell’ordine e nella consulenza per garantire che vengano rispettate le politiche preventive contro gli abusi sessuali.

    La diocesi di Brooklyn citata in giudizio per abusi sessuali da parte di sacerdoti

  • Card. David ai fedeli: ‘Non esitate a denunciare i preti colpevoli di abusi sessuali’

    Card. David ai fedeli: ‘Non esitate a denunciare i preti colpevoli di abusi sessuali’

    Manila (AsiaNews) – “Contro i membri del clero che si rendono colpevoli di abusi, non esitate a presentare denunce sia in ambito civile che ecclesiastico”. È l’appello che il card. Pablo Virgilio David, vescovo di Kalookan e presidente della Conferenza episcopale delle Filippine, ha lanciato oggi intervenendo sul clamore suscitato dalla diffusione il 29 gennaio da parte dell’osservatorio americano BishopAccountability.org di un elenco di 82 sacerdoti e religiosi pubblicamente accusati di abusi sessuali contro minori ma contro i quali non sarebbero stati presi adeguati provvedimenti. Si tratta sia di sacerdoti filippini accusati di abusi nelle Filippine o all’estero, sia clero straniero che ha prestato servizio nel Paese.

    In una nota diffusa dalla Conferenza episcopale di Manila, il card. David ricorda che “la responsabilità è un aspetto importante dell’appello di Papa Francesco per una maggiore sinodalità nella Chiesa. Si aspetta che i vescovi si assicurino che tutte le nostre istituzioni ecclesiastiche siano spazi sicuri, specialmente per i minori e gli adulti vulnerabili”.
    “Accogliamo con favore le iniziative volte a responsabilizzare le persone in qualsiasi forma di autorità, compresa la Chiesa – aggiunge ancora il porporato -. Questo fa parte dell’appello del Papa per una Chiesa più sinodale. La Chiesa, essendo un’istituzione umana, non è esente dal peccato e dalla corruzione. Ed è vero che la mancanza di responsabilità compromette la nostra autorità morale e spirituale”.

    Il presidente della Conferenza episcopale filippina ricorda che – dopo gli scandali sugli abusi emersi in Europa e in America – la Chiesa universale si è impegnata “per affrontare il problema in modo organico e creare strutture che garantiscano che le nostre istituzioni siano mantenute come spazi sicuri per i minori e gli adulti vulnerabili. Papa Francesco – ricorda – è stato più deciso nell’imporre azioni disciplinari a noi vescovi se trova prove che non stiamo nemmeno muovendo un dito per imporre sanzioni disciplinari ai nostri sacerdoti che sbagliano. Naturalmente – aggiunge – non sempre riusciamo in questo intento e abbiamo bisogno dell’aiuto e della partecipazione dei nostri laici, compresi i giornalisti che sono nostri alleati nella ricerca della verità, nel fact-checking e nella lotta contro la disinformazione. Teniamo i ponti aperti tra di noi”.

    Il card. David riconosce infine uno dei problemi specifici sollevati dal rapporto di BishopAccountability.org: “In un certo senso – scrive – è vero che non sappiamo come comportarci con gli ecclesiastici accusati di reati negli Stati Uniti che potrebbero nascondersi nelle Filippine. È importante che i vescovi delle diocesi in cui sono stati incardinati negli Stati Uniti informino noi vescovi delle Filippine di questi casi, in modo da poter prendere provvedimenti adeguati se si nascondono nelle nostre diocesi o se tentano di esercitare il ministero nelle Filippine anche se sono stati sospesi negli Stati Uniti”.

    ‘Non-esitate-a-denunciare-i-preti-colpevoli-di-abusi-sessuali’-62402.html

  • John Perumbalath, il vescovo di Liverpool si dimette per abusi: tsunami nella Chiesa Anglicana (ancora in cerca di un capo)

    John Perumbalath, il vescovo di Liverpool si dimette per abusi: tsunami nella Chiesa Anglicana (ancora in cerca di un capo)

    Lo tsunami sollevato dagli abusi del clero continua a scuotere la Chiesa Anglicana che dalla sua fondazione non è mai stata tanto messa in discussione come ora. Dopo le dimissioni di Justin Welby, arcivescovo di Canterbury, costretto a lasciare per avere insabbiato un caso di pedofilia, oggi un’altra dimissione eccellente getta altro fango sull’istituzione. Si tratta del vescovo di Liverpool, John Perumbalath che ha annunciato un passo indietro per una brutta storia di aggressione e molestie. Perumbalath inizialmente ha negato le accuse ma la pressione dell’opinione pubblica era tale da non poter più essere arginata.

    Perumbalath, primo presule convertito d’origine indiana a seguito di un’inchiesta giornalistica di Channel 4 è stato tirato in ballo per una presunta vicenda di molestie e aggressione sessuale risalente ad alcuni anni fa.

    Accuse che Perumbalath nega, richiamandosi a indagini già condotte dalla polizia e conclusesi a suo tempo con un’archiviazione, ma di fronte alle quali ha comunque gettato in queste ore la spugna: dicendosi vittima di «un processo mediatico» che rende la sua posizione «insostenibile».

    L’arcivescovo 69enne Justin Welby aveva già annunciato le sue dimissioni a novembre dopo che lo scandalo era venuto alla luce, lasciando le redini della Chiesa anglicana all’arcivescovo di York, Stephen Cottrell, che ha assunto temporaneamente i doveri di Welby. Per il successore potrebbero volerci ancora mesi. Il processo di selezione è nelle mani della Crown Nominations Commission, un comitato composto da 16 membri votanti. Selezionerà un candidato e una riserva. A far parte della commissione anche Jonathan Douglas Evans, ex capo del servizio di intelligence nazionale britannico MI5.

    Welby quando ha lasciato l’incarico ha ammesso pubblicamente di avere la responsabilità personale e istituzionale per gli errori commessi negli ultimi anni. In pratica era a conoscenza di decenni di abusi da parte di un aiutante nei campi scout il 2013. Tuttavia, non è stato fatto nulla per aiutare a chiarire la questione.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/john_perumbalath_vescovo_liverpool_abusi_chiesa_anglicana_molestie_sessuali_pedofilia-8626096.html

  • Federazione protestante di Francia pronta ad agire contro gli abusi

    Federazione protestante di Francia pronta ad agire contro gli abusi

    In seguito alle recenti rivelazioni pubblicate nell’articolo del portale Mediapart intitolato “#MeToo: i protestanti francesi esaminano la loro coscienza”, nel quale vengono citati alcuni episodi di abusi a sfondo sessuale avvenuti nell’ambito delle chiese evangeliche transalpine, la Federazione protestante francese (Fpf) attraverso un comunicato «ribadisce il suo profondo sostegno a tutte le vittime di violenza sessuale e spirituale».

    «La sofferenza delle vittime non può essere ignorata e le loro parole devono essere ascoltate e riconosciute – si legge nel testo – . Rendiamo omaggio al loro coraggio e alla loro determinazione nel denunciare situazioni intollerabili».

    Di fronte a questa realtà, la Federazione protestante francese «ribadisce il suo impegno ad agire per prevenire questa violenza, sostenere le vittime e promuovere un ambiente sicuro e rispettoso in tutte le comunità protestanti». A tal fine, sono in fase di elaborazione e saranno attuate diverse misure concrete quali un numero telefonico dedicato per offrire accoglienza, consulenza e supporto professionale a tutte le vittime di violenza nell’ambito del protestantesimo. La Federazione ha inoltre avviato corsi di formazione per pastori, leader ecclesiastici e membri della comunità, per prevenire e individuare meglio possibili episodi di violenza. Questi moduli riguardano l’etica dell’autorità e la lotta ai comportamenti abusivi. Inoltre, è stata organizzata una prima sessione di sensibilizzazione nel quadro interreligioso, a cui hanno partecipato leader di tutte le religioni presenti in Francia.

    «La prossima Assemblea generale annuale della Federazione protestante di Francia deciderà di adottare un quadro di riferimento sulla condotta da adottare in caso di denuncia di violenza sessuale o di abuso spirituale, incoraggiando così tutti i suoi membri ad agire per attuare le condizioni per realizzare un ambiente sicuro e rispettoso in tutte le comunità protestanti. A tal fine è in fase di pubblicazione anche una guida rivolta al grande pubblico: “Comprendere e combattere la violenza nel protestantesimo”».

    «Come Federazione siamo determinati a trarre insegnamento da questi eventi e a lavorare instancabilmente per sradicare questa violenza» si legge ancora.

    «La Federazione protestante francese incoraggia tutte le vittime e i testimoni a farsi avanti, affinché le loro voci siano ascoltate e sia fatta giustizia.Insieme dobbiamo costruire comunità basate sul rispetto, sulla solidarietà e sulla fiducia per tutti».

    Federazione protestante di Francia pronta ad agire contro gli abusi

  • Nuove accuse contro l’Abbé Pierre, in tutto 57 vittime

    Nuove accuse contro l’Abbé Pierre, in tutto 57 vittime

    Altre nove testimonianze squarciano il velo sulla vita dell’Abbé Pierre, il religioso francese per decenni personaggio più popolare di Francia prima delle rivelazioni, a partire dal luglio 2024, sulle violenze sessuali, le minacce, gli stupri, di cui sarebbe stato protagonista in vita, soprattutto nell’ambito della comunità Emmaus da lui stesso fondata.

    Un nuovo rapporto, diffuso da Le Parisien, svela elementi inediti che confermano il profilo da “predatore sessuale” già emerso del religioso icona delle lotte sociali.

    Secondo queste ultime testimonianze, l’Abbé Pierre – morto nel 2007 – era capace di selezionare in anticipo le sue prede, costringendole ai suoi voleri tramite minacce e manipolazioni.

    Secondo l’inchiesta, commissionata dai vertici di Emmaus, l’Abbé Pierre sarebbe stato colpevole, fra l’altro, di uno stupro su un ragazzino. La vittima, ora un uomo adulto, ha fornito le prove.
    A subire abusi “a carattere incestuoso” anche una donna che faceva parte della famiglia di Henri Grouès, questo il nome del sacerdote, di cui l’Abbé Pierre approfittò “alla fine degli anni Novanta”, costringendola a più riprese a farsi toccare il seno, baciare e alla quale avrebbe rivolto frasi a carattere sessuale.

    Fra le altre vittime di cui sono state raccolte testimonianze, due, aggredite dal sacerdote fra gli anni Novanta e gli anni Duemila, facevano parte del personale sanitario di un ospedale: una era incinta quando il fondatore di Emmaus la tastò sul ventre e sul seno. Un’altra, ventenne, lavorava a Emmaus e l’Abbé Pierre – racconta – le toccò il seno e le infilò di forza la lingua in bocca. Sotto shock, rassegnò le dimissioni.

    Un’altra fu vittima del prete a poco più di 18 anni: “Le afferrò il seno e le infilò la mano nei propri pantaloni”. Un’altra riferisce che a 22 anni, mentre accompagnava l’Abbé Pierre in un viaggio, lui “la costrinse a baciarlo, le toccò il seno e si masturbò davanti a lei”. Una scena che “si ripeté per diversi giorni”. A più riprese, affiora nei racconti la macchina fotografica Polaroid che l’Abbé Pierre aveva sempre con sé. Una mostra nel 2012 rese addirittura omaggio a “l’Abbé Pierre fotografo”. Ma una vittima racconta che dopo molestie e violenze, Henri Grouès le ordinò di mettersi in posa davanti a lui e le scattò delle foto con la Polaroid. Stampò lo scatto della ragazza e lo mise in un cassetto dove c’era “una pila di foto” simili. “Mi dissi – ha testimoniato la donna – che tutte quelle ragazze avevano vissuto le mie stesse esperienze”.

    In totale, secondo il dispositivo di ascolto delle vittime messo in piedi da Emmaus in 6 mesi, 33 testimonianze riguardano direttamente abusi commessi dal fondatore del movimento, altre 20 riguardano abusi commessi su vittime identificate da altri che raccontano. In tutto, almeno 57 persone sono state identificate con precisione per aver subito violenze, molestie, minacce, inviti sessuali, stupri. Molte altre non hanno voluto comparire nella lista o non hanno voluto firmare la propria testimonianza.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2025/01/13/nuove-accuse-contro-labbe-pierre-in-tutto-57-vittime_3cb7ce64-1b6d-4856-86f4-7508f59fe54d.html

  • Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    «Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine». È su Religión Digital (18/12), in esclusiva, che il vescovo, emerito a soli 60 anni, della diocesi peruviana di Ayaviri Kay Martin Schmalhausen Panizo denuncia l’atteggiamento di chiusura incontrato quando denunciava a Roma – fin dal 2013 – i reati di abuso di cui si macchiava Luis Figari, il fondatore della società di vita apostolica Sodalizio (Sodalitium Christianae Vitae-SCV), della quale anche il vescovo ha per anni fatto parte.

    Fa i nomi quando ricorda che «durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, parte del seguito papale. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine». Era il 2021, racconta a tal proposito, quando il nunzio di allora, Nicola Girasoli, «per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si fermavano? Sono bastate una semplice lettera» e, da parte della Santa Sede, «una scusa diplomatica: “Mons. Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”». Il vescovo aveva 57 anni.

    Sodalizio, il punto della situazione

    Figari, abusatore seriale, filonazista e malversatore, ad agosto scorso è stato espulso per decisione di papa Francesco dalla SCV per crimini quali stupri e soprusi fisici e psicologici, commessi tra il 1975 e il 2002 a danno di circa 36 persone, di cui 19 minorenni (v. Adista online del 16/8/24). Altri 10 “sodaliti”, a partire dall’ex superiore regionale e dagli ex superiori regionali della SCV, hanno subìto la stessa sorte per i crimini quali abuso fisico, anche con sadismo e violenza; di coscienza con metodi settari per spezzare la volontà dei subordinati; abuso spirituale, d’ufficio, nella gestione finanziaria (v. Adista Notizie n. 35/24). Decisioni, quelle del papa, assunte in base ai risultati ottenuti e acquisiti con certezza durante l’investigazione condotta nel luglio del 2023, per iniziativa del pontefice, dall’arcivescovo maltese Charles Scicluna, segretario aggiunto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e dal sacerdote spagnolo Jordi Bertomeu, funzionario dello stesso Dicastero (v. Adista online del 08/12/2021).

    Di seguito il testo integrale dell’articolo di mons. Kay Martin Schmalhausen in una nostra traduzione dallo spagnolo.

    «Gli ultimi avvenimenti legati al Caso Sodalitium – con il suo viavai mediatico – mi portano a scrivere questa riflessione, alquanto singolare e forse addirittura paradossale, poiché integra due prospettive: quella dell’ex membro (per 46 anni del Sodalitium Christianae Vitae, SCV, e vittima dei loro soprusi) e quella del vescovo, alla guida della Prelatura di Ayaviri per tre decenni.

    Ho iniziato a partecipare al Sodalizio a 14 anni, sono entrato in comunità a 18, sono stato ordinato sacerdote a 25. A 41 anni sono stato nominato vescovo di Ayaviri (con sede a 4.000 metri sul livello del mare, a Puno), dove ho vissuto per 15 anni. Ho chiesto la grazia di lasciare Sodalitium all’età di 54 anni. Attualmente ho 60 anni; e come vescovo sono emerito.

    Cosa posso pensare e dire con un doppio percorso istituzionale di 46 anni, tra la comunità religiosa in questione e la Conferenza Episcopale Peruviana (CEP)?

    Di Sodalizio dirò che, a partire dai 14 anni – e fino almeno ai 25 anni – ho subìto i più diversi abusi, maltrattamenti, umiliazioni, scherni e insulti. Per la maggior parte delle persone, inimmaginabile. Quello che voglio dire è che non sono stato esente da nessuno degli abusi del ventaglio di cui è accusato il Sodalizi,. E tutto questo è iniziato qualche mese dopo il mio coinvolgimento da minorenne, a casa di Alberto Gazzo, sodalita e poi ex prete.

    “Il mio anno di inferno e orrore”

    Una volta ho descritto il mio primo anno di vita comunitaria nella casa “Saint Aelred” come “il mio anno di inferno e orrore”. Avevo come superiore Germán Doig, con la sua strategia del bastone e della carota, e Figari, che veniva a cena ogni sabato, settimana dopo settimanaper sottoporre la mia volontà con denigrazioni, scherno e insulti.

    L’episcopato è stato per me la via d’uscita inaspettata da un sistema pernicioso di manipolazione e controllo, così come il risveglio a un mondo reale e molto più sano, al di fuori di quella bolla e del suo mondo parallelo, di fabbricazione ideologica e settaria.

    Le mie prime lamentele

    Ho denunciato Luis Fernando Figari per abuso sessuale all’inizio del 2013. Doig era morto 12 anni prima. Naturalmente l’inchiesta Sodalitium, nelle mani di Sandro Moroni e del suo consiglio superiore, non ha portato a nulla. Mi sono confrontato con le loro autorità: ancora una volta, niente. Nel 2015 e nel 2016 ho messo in guardia Roma sui gravi problemi della comunità in quanto tale; verbalmente e per iscritto. Ho incontrato il segretario di Stato Pietro Parolin: silenzio romano. Presentai personalmente la mia denuncia all’allora Congregazione per la Vita Religiosa, un altro sforzo vano. E voglio aggiungere che quest’ultima è stata accompagnata da una denigrazione, come poche altre, che ho subìto, da parte di José Rodríguez Carballo, il secondo in comando di detto dicastero. Un anno dopo, lui stesso mi ha chiesto di inviargli il mio reclamo via email. Non ha aiutato affatto. Ho messo in guardia anche il cardinale Sean O’Malley, capo della Commissione per la prevenzione degli abusi sui minori, con un lungo rapporto scritto: silenzio bostoniano.

    Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine.

    Campagna di diffamazione a Roma e in Perù

    Col passare del tempo sono venuto a conoscenza delle diffamazioni e delle calunnie che venivano seminate contro di me dentro e fuori Roma. I suoi promotori furono alcune autorità di Sodalizio, tra cui Enrique Elías, suo procuratore presso la Santa Sede. Alcuni dei miei fratelli della Conferenza Episcopale Peruviana si sono uniti a questa campagna. I tipici meccanismi di appropriazione del controllo della narrazione, nello stile di Goebbels: “calunnia, calunnia, qualcosa resterà”.

    Eravamo ancora lontani dagli eventi del 2018, quando ebbe luogo la visita di Papa Francesco in Cile, con la conseguente conversione del suo sguardo e della sua comprensione rispetto al tema degli abusi nella Chiesa. Era ancora un ambiente di trasparenza zero e di non conoscimento di cosa significhi “responsabilità”. Eravamo lontani dall’“ascoltare, proteggere e dare credito” alle vittime.

    Ancora oggi ricordo, durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, facenti parte dell’entourage pontificio. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine.

    Infatti, nel 2021, il nunzio di turno, Nicola Girasoli, per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si sarebbero fermati? Sono bastate una semplice lettera e una scusa diplomatica (da parte della Santa Sede, ndr): “Mons. “Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”.

    Il dio denaro

    So perfettamente cosa si dice quando si descrive Sodalitium come una comunità settaria, come una gabbia invisibile di reclusione mentale, come un’organizzazione di dipendenza e di controllo. Con l’abuso trasformato in sistema, con una cultura interna tossica, con comportamenti mafiosi, agendo sempre nell’ombra e dietro il trono. Una piovra con tentacoli in tutti gli ambiti del potere: ecclesiastico, finanziario e civile.

    E il fatto è che, se parliamo di possibili miliardi di dollari in conti offshore e intestati a prestanome (è triste dirlo di un’istituzione religiosa), il denaro significa potere, e il potere è capace di comprare le coscienze e le decisioni su persone e istituzioni.

    Ho conosciuto in prima persona la malizia delle autorità della mia ex comunità. Li ho visti coordinare e organizzare segretamente, con assoluta impunità, decisioni e azioni delittuose. Come quando, mentre ero ad Ayaviri, in mezzo alle tensioni provocate da Erwin Scheuch, allora superiore regionale del Perù, per ottenere il controllo della Prelatura alle mie spalle, cercò anche lui di controllare (e infatti ci riuscì) i fondi del Fondo Minsur per i programmi sociali, senza che io sapessi ancora della cattiva gestione di ingenti somme di denaro. Lo avrei scoperto anni dopo da alcuni testimoni.

    Più per intuizione che per certezza, avevo deciso di tagliare a metà il suddetto programma. Appena l’ho fatto, ricevetti una telefonata da Jaime Baertl, con grida intemperanti e insulti di ogni calibro, che si lamentava con me della decisione presa. Non molto tempo prima, Andrés Tapia, responsabile regionale delle comunicazioni di turno, era intervenuto e aveva compromesso il computer della mia segretaria con un programma di hacking. In questo modo la dirigenza sodalite ha avuto accesso alla mia corrispondenza, ai miei itinerari e alle mie comunicazioni.

    Il punto di rottura

    Ho sperimentato in prima persona la perniciosa gravità degli abusi spirituali e di coscienza, da parte dello stesso Luis Fernando Figari, prigioniero dell’arroganza patologica di sostituirsi a Dio. Ho sperimentato in prima persona il doloroso percorso di risoluzione del trauma: fobie, attacchi di panico, incubi, paura, deliri di persecuzione, ansia e tanti altri sintomi che accompagnano questo prolungato calvario. Conosco in prima persona le dinamiche di manipolazione, sottomissione e rottura della volontà.

    E da vittima ho sperimentato tante volte la totale mancanza di empatia, compassione, ascolto, riconoscimento, affermazione sia da parte dei membri di Sodalizio che delle autorità ecclesiastiche; quella sorta di blocco interiore, fatto di discriminazione ed esclusione, che in pochi millisecondi può tradursi in sguardi abbassati e segreto ripudio, con il desiderio istintivo di allontanarsi da ciò che mette a disagio o magari addirittura lo rivela.

    Approfitto di queste righe per riconoscere con umiltà e dolore che io stesso, decenni fa, non credevo alla persona che mi raccontava dei suoi abusi. Ma, grazie a Dio, quello è stato, in effetti, il mio primo – e non solo – punto di svolta. Nelle parole di quella persona mi sono confrontato con la mia storia e il mio dramma.

    Non posso quindi non sottoscrivere tutto ciò che persone come Martin Scheuch, Alfonso Figueroa e sua sorella Rocío, José Enrique Escardó, Renzo Orbegoso, Oscar Osterling e Mario Solari hanno espresso su questo argomento in tante pubblicazioni scritte o videoregistrate. Manuel Rodríguez nelle sue pubblicazioni “Roncuaz”. Martín López de Romaña nel suo libro La gabbia invisibile, e tanti altri che, in un modo o nell’altro, hanno condiviso la loro testimonianza .

    Sento inoltre che è mio dovere ringraziare sinceramente e pubblicamente ancora una volta il lavoro – persistente fino allo sfinimento – di Pedro Salinas e Paola Ugaz, che subiscono una persecuzione mediatica e giudiziaria del tutto ingiusta; e, nel caso di Pedro, ri-vittimizzazione, poiché era, come me, un sodalita.

    La missione

    Vorrei inoltre precisare, per chi riservasse anche il minimo dubbio, che la Commissione Scicluna-Bertomeu, nominata dallo stesso Santo Padre, ha svolto un lavoro impeccabile nel raccogliere, organizzare e applicare i provvedimenti disciplinari conseguenti alle denunce.

    Per quelli di noi che conoscono e soffrono a causa del complotto interno corrotto, le espulsioni (di Figari e altri 10 membri fra i responsabili, ndr) sono più che giustificate. Il tentativo di togliere credito, relativizzare o peggio ancora citare in giudizio civilmente ed ecclesiasticamente la Commissione, in particolare uno dei suoi attori, padre Jordi Bertomeu, non posso spiegarmelo se non come una cecità volontaria nei confronti del complotto qui in gioco (poiché l’informazione è a portata di tutti) o forse un atto malevolo con gli stessi vecchi meccanismi di diffamazione e calunnia per controllare la narrazione.

    I vescovi peruviani

    Confesso che, anche se la mia vita è stata frantumata in mille pezzi e per anni ho attraversato la valle del dolore e della disperazione, in conseguenza degli abusi, dei traumi e delle ri-vittimizzazioni ecclesiali subite, la mia fede ha sofferto, ma non è stata in frantumi. Posso dire oggi con una certa pace spirituale che amo questo tesoro, che amo il Signore e amo la Chiesa. Ma diciamo la verità, stare in silenzio non aiuta nessuno. Di conseguenza, le autorità della Chiesa dovrebbero essere le prime a rompere il silenzio.

    Per quanto riguarda la nostra Conferenza Episcopale Peruviana (CEP), mi sento in dovere di condividere alcune domande e riflessioni, soprattutto dopo il suo ultimo comunicato stampa del 7 dicembre.

    Personalmente penso che come Conferenza Episcopale abbiamo gravemente fallito nelle nostre azioni. Se quanto detto in quel comunicato in relazione a tutto quello che è stato fatto nei confronti del Sodalizio fosse stato reale ed efficace, perché non ci sono mai stati risultati? Perché ci sono voluti dieci o più anni per completare un’indagine, quando altri obiettivi vengono raggiunti in poche settimane o mesi? Perché la tenacia e la pressione delle vittime hanno prevalso sulle presidenze al potere? Possiamo scusarci dicendo semplicemente – come si legge nel comunicato – che tutto dipende da Roma ed è lì che è che bisogna chiedere e informarsi? Non diamo l’impressione di volerci discolpare della nostra inerzia o anche di un potenziale permesso, se ce ne fosse stato qualcuno?

    Come vescovo – ed ex membro di Sodalitium – durante i miei 15 anni di presenza attiva nella CEP, nessuno ha mai chiesto il mio parere o opinione sull’argomento. Non sono mai stato contattato da nessuno a nome della CEP per intavolare un dialogo onesto e diretto con l’obiettivo di comprendere veramente cosa stava accadendo e quindi poter agire. Sarebbe stato, credo, un interlocutore prezioso per chiarire dubbi, rispondere a domande, aiutare nella ricerca della verità e delle possibili soluzioni.

    D’altra parte, sotto il mantello del silenzio, non solo ho percepito un’opacità irresponsabile, una mancanza di trasparenza e di rendicontazione, ma ho subìto ancora una volta l’ostracismo, quell’emarginazione sottile e silenziosa, così clericalmente educata, che senza bisogno di parole mi gridava: “Qui ti si tollera, ma non sei il benvenuto”.

    Capisco quindi molto bene i reclami delle vittime nei confronti di coloro che in questi anni decisivi sono stati i capi della nostra CEP, i suoi presidenti e i suoi consigli permanenti.

    L’idea che, una volta risolta la questione di Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre a essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    Durante il mio procedere nel lutto per le perdite derivanti dalla mia uscita da Sodalitium e dagli anni difficili come ordinario di Ayaviri, mentre stavo affrontando il peso di questa sofferenza, sono stato paradossalmente avvicinato non solo dalle vittime dell’abuso di Sodalitium. Mi è toccato anche ascoltare le vittime di altre congregazioni religiose e di chierici provenienti da varie parti del Paese che cercavano di essere curate, convalidate e forse di ricevere qualche tipo di guida.

    Pertanto, l’idea che una volta risolta la questione del Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre ad essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    I tempi sono cambiati. Finché noi pastori della Chiesa non comprendiamo che le nostre azioni non dovrebbero limitarsi a mere procedure burocratiche, tanto meno essere motivate da interessi, bandiere e programmi di un tipo o dell’altro, sarà difficile per noi essere all’altezza delle sfide della Chiesa in Perù e nel mondo. Questi sono tempi in cui praticamente tutto diventa noto. L’impunità e l’omertà nella Chiesa, oggi come oggi, sembra che non resistano a lungo. Le informazioni viaggiano a velocità inaudite e i segreti prima o poi vengono scoperti. Ne è chiara dimostrazione la storia di Sodalitium e di altri in tutto il mondo cattolico.

    Trasparenza, integrità e rendicontazione sono esigenze ineludibili per la Chiesa e i suoi pastori, di  oggi e di domani, se vogliamo evitare che tsunami di indignazione, rabbia e impotenza rompano le dighe dell’omertà e dell’insabbiamento, distruggendo tutto sul loro cammino e infangando il volto della Chiesa di Cristo, con scandalo degli uomini e delle donne di fede».

    https://www.adista.it/articolo/73026

  • Ergastolo al prete pedofilo e stupratore, il giudice alle vittime: “Spero che questa sentenza vi dia un po’ di pace”

    Ergastolo al prete pedofilo e stupratore, il giudice alle vittime: “Spero che questa sentenza vi dia un po’ di pace”

    Un prete cattolico in pensione, molestatore seriale di bambini, è stato condannato all’ergastolo da una giudice del tribunale penale di New Orleans dopo che in dicembre si era dichiarato colpevole di stupro su un minore avvenuto nel 1975. All’udienza, per ricevere la condanna dopo essere stato riconosciuto colpevole, è rimasto in silenzio rifiutando l’opportunità di scusarsi con le sue vittime.

    Il fine pena mai è stato inflitto Lawrence Hecker, che ora ha 93 anni. La storia viene riportata dal Guardian che in un articolo racconta la storia del processo e la testimonianza del sopravvissuto. Il sacerdote aggredì la vittima nella palestra di una chiesa vicina alla sua scuola. Assaltò il ragazzino con presa da wrestling, lo rese incosciente e lo violentò. Il sopravvissuto ha raccontato di aver parlato dello stupro alla madre e al preside della scuola, ma il responsabile dell’istituto non solo non aveva chiamato la polizia ma lo aveva minacciato di espulsione se non si fosse sottoposto a un trattamento psicologico. Durante il processo il sopravvissuto, all’epoca 16enne, non perdonava il sacerdote.

    L’uomo ha anche puntando il dito su chi ha coperto il prete pedofilo: “Secondo me, l’arcidiocesi dovrebbe essere lì con lui, perché anche loro sono complici in questo”. C’erano altre vittime che hanno subito abusi sessuali da parte di Hecker – che ha ammesso le molestie – e che erano pronte a testimoniare al processo. Testimonianze evitate dalla dichiarazione di colpevolezza del religioso che aveva negato le sue responsabilità fino al 1999. Tra loro uno, come riporta ancora il Guardiano, lo ha definito “un animale”. “Spero che questa sentenza vi dia un po’ di pace” ha detto il giudice Nandi Campbell che si è commosso prima di leggere la pena.

    L’arcidiocesi cattolica di New Orleans – nonostante le ammissioni del prete pedofilo – gli aveva comunque permesso di tornare al lavoro prima di andare in pensione qualche anno dopo. Solo nel 2018 era stato comunicato che Hecker e decine di altri ecclesiastici erano stati oggetto di accuse sostanziali e credibili di abusi sessuali su minori.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/12/19/ergastolo-al-prete-pedofilo-e-stupratore-il-giudice-alle-vittime-spero-che-questa-sentenza-vi-dia-un-po-di-pace/7810110/