Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete sospeso dopo nuove accuse di abusi

    Prete sospeso dopo nuove accuse di abusi

    Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, «ha sospeso un sacerdote che lavorava in una parrocchia del canton Vaud, in seguito a nuove accuse di abusi», secondo quanto riportato dal SonntagBlick. In primavera è stata presentata una denuncia penale ed è in corso un’indagine, rivela il domenicale.

    La diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo ha confermato a Keystone-ATS che «non appena il vescovo ha saputo che era stata presentata una denuncia, il sacerdote in questione è stato sospeso dal ministero durante le indagini. Il vescovo non vuole pregiudicare l’indagine in corso da parte delle autorità civili e non commenta ulteriormente il caso», ha dichiarato una portavoce.

    Il sacerdote in questione aveva già affrontato accuse di abusi su un minore e di ricorso a terapie contro l’omosessualità nel 2019, informazioni rese pubbliche all’inizio del 2020. Secondo il SonntagsBlick, la Procura ha nel frattempo chiuso il procedimento a suo carico. Il religioso è stato poi trasferito nel canton Vaud da Mons. Charles Morerod.

    Sarebbe in corso un’indagine interna alla Chiesa cattolica per stabilire se il vescovo Morerod ha ignorato le accuse mosse nel 2019, che avrebbe dovuto riferire al Vaticano, prosegue il domenicale. A questo proposito, la portavoce spiega che la diocesi è in attesa dei risultati dell’indagine canonica, “che riguarda fatti noti in relazione a Mons. Morerod, così come altri fatti riguardanti ecclesiastici svizzeri”.

    https://www.tio.ch/svizzera/cronaca/1784735/prete-sospeso-dopo-nuove-accuse-di-abusi

  • Nuova denuncia contro l’“omo guaritore” di Friburgo

    Nuova denuncia contro l’“omo guaritore” di Friburgo

    Nel febbraio 2020 SonntagsBlick ha parlato dell’“omoguaritore” di Friburgo. Il sacerdote PK* è stato accusato dal fratello Nicodème Mekongo (54 anni) di aver abusato di un minore. K. andò «nella sua stanza con un giovane chierichetto». Mekongo in seguito notò un “forte odore di sudore” in questa stanza. “Ho dovuto ventilare ampiamente per eliminare l’odore.”

    PK non è estraneo. Apparteneva ai “Martiri della Castità” di Parigi. Il gruppo fondamentalista vuole “aiutare” le persone con tendenze omosessuali a ritornare sulla via cattolica – attraverso le cosiddette terapie di conversione.

    Il vescovo Morerod all’inizio non fece nulla

    Mekongo riferì le sue osservazioni al vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, Charles Morerod (62). Ma inizialmente non ha fatto nulla. Solo quando i media lo hanno riferito, Morerod ha denunciato PK. Il pubblico ministero ha successivamente archiviato il caso contro PK.

    Sebbene il vescovo abbia criticato le dichiarazioni omofobe del suo subordinato PK, gli è stato comunque permesso di lavorare come prete. Prima in una casa di riposo, poi in una parrocchia del Vaud. Proprio qui si dice che recentemente sia avvenuto un attacco – e il vescovo Morerod ha sospeso il PK. La procura di Vaud ha dichiarato: “Questa primavera è stata presentata una denuncia penale contro un prete che lavorava nel cantone di Vaud. Il fatto segnalato è attualmente oggetto di indagini di polizia”.

    Il Papa indaga anche sul vescovo

    Ciò mette sotto pressione anche mons. Morerod. Perché ha scatenato ancora una volta contro i bambini e i giovani un prete che era stato messo in guardia anni fa? La Chiesa promette ripetutamente “tolleranza zero!” nei casi di violenza sessuale. Promette addirittura di agire contro i preti anche se non potranno essere perseguiti, ma poi non agisce in modo coerente. Non è chiaro se PK abbia dovuto sottoporsi a coaching o terapia.

    Ora la chiusura di un occhio da parte di Morerod potrebbe avere delle conseguenze: dopo una denuncia interna del canonista Nicolas Betticher (62 anni), il Vaticano è intervenuto. Un’indagine penale interna alla chiesa sta indagando sull’accusa secondo cui il vescovo Morerod avrebbe ignorato le accuse del 2019. Secondo il diritto canonico avrebbe dovuto denunciare il caso a Roma. Non si sa quando il Papa deciderà sul futuro di Morerod.

    Mons. Morerod non vuole commentare a causa del procedimento in corso. Impossibile raggiungere PK per SonntagsBlick. Si applica la presunzione di innocenza.

    https://www.blick.ch/news/missbrauch-in-der-kirche-neue-anzeige-gegen-den-homo-heiler-von-freiburg-id20158653.html

  • Lo strano caso del prete francese in odor di santità accusato di abusi

    Lo strano caso del prete francese in odor di santità accusato di abusi

    Quando il sacerdote Abbé Pierre noto per il suo impegno verso i poveri e simbolo di religiosità e sacrificio, viene accusato da ventiquattro donne di aggressioni sessuali, l’intera comunità e le istituzioni coinvolte si trovano a fare i conti con una realtà scioccante. E uno degli aspetti più gravi è che dai documenti sembra la Chiesa fosse a conoscenza di questi episodi.

    Cosa accade quando un prete noto per la sua dedizione ai poveri e agli esclusi, che ha trascorso oltre cinquant’anni aiutando i senzatetto e gli emarginati, che per sedici anni è stato votato «personalità preferita dai francesi» e che è diventato un’icona emblematica di religiosità e sacrificio viene accusato da ventiquattro donne di abusi sessuali dopo la sua morte? L’abbé Pierre, il sacerdote esemplare scomparso nel 2007, all’età di novantaquattro anni, si trova ora al centro di due inchieste che includono testimonianze, dettagli concreti e dichiarazioni di numerose donne.

    Gli indennizzi, le scuse e il cambio di nome della nota Fondation Abbé Pierre, fondata dallo stesso sacerdote, riusciranno a risarcire i dolori, la vergogna e il silenzio accumulati in più di cinquant’anni? L’abbé Pierre, il cui vero nome è Henri Grouès, nato nel 1912 e scomparso nel 2007, ha dedicato tutta la sua vita ad aiutare i poveri, con la missione di garantire a tutti una casa. Nei suoi racconti, descrive come a sedici anni, nel 1928, abbia avuto un «colpo di fulmine per Dio» durante un pellegrinaggio a Roma, e di come poco dopo sia entrato nell’ordine dei francescani. Ordine che però ha lasciato l’ordine l’anno successivo a causa di problemi di salute. In seguito, ha ricoperto i ruoli di cappellano e viceparroco e, nel 1942, è entrato nell’esercito. Durante gli anni della guerra, ha aiutato alcuni ebrei e numerosi perseguitati politici a fuggire dalla Polonia verso la Svizzera. Ed è in questo periodo che ha adottato lo pseudonimo di abbé Pierre.

    Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, Henri Grouès decide di entrare in politica e, eletto deputato, propone una legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, ossia il diritto di rifiutare di obbedire a una legge che contrasta con principi e convinzioni personali. Successivamente, abbandona la carriera politica e dedica il resto della sua vita a dare voce ai poveri, ad aiutarli e a utilizzare varie forme di lotta non violenta per attirare l’attenzione sulle cause che intende difendere.

    Nello stesso periodo, l’abbé Pierre fonda Emmaus, inizialmente come una comunità di accoglienza e ritrovo giovanile in una grande casa abbandonata nei pressi di Parigi. Successivamente, Emmaus si trasforma in un’associazione caritatevole dedicata ad accogliere poveri, senzatetto, sfrattati e bisognosi. La notorietà di Emmaus cresce in Francia anche grazie a un appello radiofonico lanciato dallo stesso prete, in cui chiede coperte, tende e cibo per la comunità. Dal 1954, l’abbé Pierre diventa una celebrità, un «Robin Hood» religioso, conosciuto non solo in Francia, ma anche a livello internazionale.

    Nel corso della sua vita, il sacerdote viaggia, organizza raccolte fondi, incontra politici e rappresentanti di tutto il mondo, e porta la sua comunità all’estero, trasformandola in Emmaus International. Nel 1987, Henri Grouès e i suoi collaboratori fondano la Fondation Abbé-Pierre con l’obiettivo di garantire a tutti un alloggio decente e una vita dignitosa, e di combattere contro ogni forma di esclusione. L’organizzazione, molto conosciuta in Francia, si finanzia principalmente attraverso le donazioni dei cittadini.

    Il 22 gennaio 2007, l’abbé Pierre muore a novantaquattro anni a causa di un’infezione polmonare. Nel corso degli anni, diventa un’icona di reverenza nazionale e sacrificio, e dal 1988 viene eletto «personalità preferita dai Francesi» per ben diciassette anni consecutivi. Le sue azioni sociali, le frequenti apparizioni in televisione e nei media, e persino un film dedicatogli dal regista Frédéric Tellier lo consacrano come una figura centrale nella bontà sociale per molti anni.

    Fino al 17 luglio scorso, quando Emmaus International pubblica un rapporto contenente sette testimonianze di aggressioni e abusi sessuali commessi dall’abbé Pierre tra gli anni Cinquanta e il 2005. L’inchiesta, condotta dall’ufficio di esperti Egaé, specializzato in uguaglianza di genere, lotta alla discriminazione e prevenzione delle violenze sessiste e sessuali, è stata richiesta da Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e religiose di Francia, dopo aver raccolto diverse testimonianze nei mesi precedenti.

    «Atti sessuali di penetrazione», «un contatto sessuale con una bambina», una donna «forzata a guardare l’abbé Pierre masturbarsi e performare atti sessuali in un appartamento di Parigi». E ancora un’altra donna, che a metà degli anni Settanta, all’epoca dei fatti aveva nove anni, era stata costretta a baciare il prete e a farsi toccare il seno. Ci sono altre testimonianze, alcune anonime, altre troppo crude per scriverne i dettagli.

    Sia la Fondation Abbé Pierre, sia Emmaus France e Internazionale hanno espresso profondo rammarico per le testimonianze e la gravità dei fatti emersi, sottolineando che l’intera situazione ha sconvolto tutti e tre gli enti. Il 7 settembre 2024, il cabinet Egaé ha pubblicato altre diciassette testimonianze di abusi sessuali perpetrati dal prete, in un rapporto richiesto dalla Fondation Abbé Pierre. Anche in questo caso, le vittime, al momento dei fatti, avevano tra gli otto e i quindici anni. «L’abbé Pierre era un’entità, un’aura. Nessuno mi avrebbe creduto», racconta Pascale durante la trasmissione “A l’air libre”, ricordando il suo primo incontro con il prete all’inizio degli anni Novanta. Lo stesso vale per le decine di testimonianze, molte delle quali rimangono anonime, per la paura di non essere creduti o di veder sminuito il proprio racconto.

    Il problema non riguarda solo il fatto che un’icona di reverenza nazionale, simbolo di sacrificio per il cristianesimo e per il lavoro umanitario, sia diventata un mostro nel giro di due mesi. La questione più grave è che sembra che la Chiesa (non solo quella francese, ma anche il Vaticano a Roma), fosse a conoscenza della situazione già da molto tempo. Alcuni documenti d’archivio rivelano che diversi preti e figure di spicco erano a conoscenza del comportamento anomalo del sacerdote già dagli anni Cinquanta.

    Durante una conferenza stampa al ritorno da un viaggio a Singapore, Papa Francesco ha dichiarato a  Le Monde che i comportamenti del sacerdote erano noti fin dalla sua morte nel 2007. Inoltre, è emerso che diversi abusi sessuali sono avvenuti durante i viaggi dell’abbé in Svizzera, Marocco e Stati Uniti.

    Ma è stato fatto ben poco per rimettere il prete al suo posto: qualche spostamento di diocesi e un anno di ritiro per convalescenza psichiatrica in Svizzera, tra il 1957 e il 1958. Questo anche perché l’abbé aveva già costruito una solida reputazione grazie ai suoi trascorsi di guerra, alla sua elezione a deputato e al suo impegno nell’aiutare ai senzatetto. Il clero non voleva rischiare di perdere l’immagine positiva che il sacerdote conferiva all’istituzione ecclesiastica. Ora, la Conferenza episcopale francese ha annunciato che esaminerà gli archivi e i rapporti, rivedendo tutte le accuse contro l’abbé Pierre, senza attendere i consueti 30 anni dalla morte di una persona.

    Emmaus International, che opera attraverso quattrocentoventicinque filiali in quarantuno paesi del mondo, sta prendendo le distanze dal suo fondatore e voterà nella prossima assemblea generale di dicembre per rimuovere il suo nome dal logo. La Fondation Abbé Pierre, dal canto suo, ha già cambiato nome, come confermato dal suo direttore generale all’inizio di settembre.

    Anche numerosi comuni, come Nantes e Alfortville, stanno valutando se sia opportuno rimuovere il nome Abbé Pierre da vie, piazze e altri luoghi pubblici a lui dedicati. Ma non è eliminando un nome che si cancellano le decine di abusi subiti dalle ventiquattro donne coinvolte. Al momeno, l’attenzione mediatica e sociale è focalizzata sul risarcimento morale ed economico delle vittime di un personaggio che ha avuto un impatto tanto positivo quanto negativo. Finora, la crisi è stata gestita abbastanza bene, ma bisogna mantenere questo slancio per affrontare adeguatamente la situazione.

    Lo strano caso del prete francese in odor di santità accusato di abusi

  • Sacerdote in cella, abusi già noti nel 2021

    Sacerdote in cella, abusi già noti nel 2021

    Le presunte molestie sessuali compiute dal cappellano del Collegio Papio – che hanno portato alla denuncia e al suo arresto lo scorso mese di agosto – erano note alla Curia di Lugano già nel 2021 . Lo scrive oggi (mercoledì) la Regione. Secondo il quotidiano il giovane aveva informato l’allora vescovo Lazzeri dei comportamenti del sacerdote, ma la reazione si limitò ad una telefonata del vescovo al giovane in cui venivano portate le scuse del religioso, che ammetteva i fatti.

    Il prelato, oltre che cappellano del Papio, docente e responsabile dell’insegnamento religioso cantonale, si trova in carcere dallo scorso 7 agosto.

    Il quotidiano bellinzonese, che cita fonti proprie, scrive che il ragazzo – oggi 20enne, ma che avrebbe subito gli abusi quando ancora minorenne – che si era confidato con il vescovo Lazzeri aveva pure sollevato preoccupazioni in relazione a un approccio fisico anche nei confronti di un secondo giovane, pure minorenne.

    Lazzeri, sempre secondo la Regione, avrebbe promesso al giovane anche un intervento più incisivo con un percorso di assistenza psicologica da imporre al religioso. Da allora però il ragazzo non ha più saputo niente e, al contempo, in questi tre anni al sacerdote sono stati affidati sempre più incarichi in contesti giovanili.

    Il giovane, dopo essersi nuovamente confidato lo scorso febbraio con l’amministratore apostolico Alain de Raemy – successore di Lazzeri –, ha poi sporto denuncia al Ministero pubblico in aprile. Il prelato è accusato di coazione sessuale, pornografia e atti sessuali con fanciulli, persone incapaci di discernimento o inette a resistere.

    Curia e Magistratura: “No comment”

    Sulle queste novità la RSI ha provato a sentire monsignor Lazzeri, ma come già per La Regione, senza successo. Contattata, la Diocesi di Lugano – tramite il suo portavoce – si è invece limitata a spiegarci che tutto ciò che avevano in mano è stato consegnato alla magistratura e che anche la Curia attende la fine dell’indagine e di sapere se vi siano eventuali responsabilità, di chi e di che tipo.

    La magistratura, pure sentita, si è limitata ad affermare che l’inchiesta della procuratrice Valentina Tuoni sta facendo il suo corso e al momento non vengono rilasciate informazioni.

    https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Sacerdote-in-cella-abusi-gi%C3%A0-noti-nel-2021–2255099.html

  • Preti pedofili coperti: ombre su Prevost, il cardinale che sceglie i vescovi

    Preti pedofili coperti: ombre su Prevost, il cardinale che sceglie i vescovi

    Denunce di abusi contro due preti e accuse al vescovo di averli coperti. In sé, purtroppo, non è un fatto nuovo. Ma se il vescovo in questione, nel mezzo dello scandalo, viene chiamato a Roma come prefetto del Dicastero per i vescovi la faccenda si fa oggettivamente molto grave. E se poi, da prefetto dei vescovi, nella sua vecchia diocesi viene nominato vescovo un suo amico, che si mette a cancellare le tracce, la cosa diventa più che sospetta.

    Ed è esattamente il caso che riguarda il cardinale Robert Francis Prevost, agostiniano, vescovo di Chiclayo (Perù) fino a che papa Francesco lo ha nominato il 30 gennaio 2023 a guidare il Dicastero che presiede alla nomina di tutti i vescovi del mondo, ufficio realmente assunto il successivo 12 aprile insieme a quello di presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. La berretta cardinalizia è poi arrivata nel Concistoro del 30 settembre 2023.

    Ma andiamo con ordine: stando alle testimonianze giurate di tre vittime, di cui la Bussola è venuta in possesso, i fatti denunciati sono accaduti tra il 2006 e il 2010 e responsabili sarebbero due preti della diocesi di Chiclayo, circa 600 chilometri a nord della capitale Lima: padre Eleuterio Vàsquez Gonzales, conosciuto come padre “Lute”, e padre Ricardo Yesquen. Le vittime che hanno sporto denuncia sono tre giovani donne, bambine tra i 10 e i 14 anni al momento degli abusi: tre sorelle, che si sono decise a denunciare dopo aver scoperto a distanza di anni che tutte avevano subito abusi analoghi.

    La più intraprendente delle tre è stata Ana Maria Quispe Diaz, che già nei primi mesi del 2020 aveva contattato telefonicamente il vescovo Robert Prevost per segnalare il comportamento dei due preti e soprattutto di padre Lute, al tempo degli eventi parroco di san José Obrero (san Giuseppe lavoratore), nel distretto di Vittoria, e molto noto in diocesi. Il modus operandi di padre Vàsquez è analogo nei confronti di tutte e tre: si fa accompagnare in qualche missione in parrocchie lontane, dove si deve pernottare e, casualmente c’è solo un letto da condividere e lì cominciano abbracci, palpeggiamenti e strofinamento dei genitali.

    Le restrizioni dovute alla pandemia impediscono l’incontro di persona tra Ana Maria e il vescovo, incontro che avviene finalmente il 5 aprile del 2022 nella sede episcopale di Chiclayo, presenti tutte e tre le sorelle. Prevost, che curiosamente è stato anche l’autore delle Linee guida della Conferenza Episcopale peruviana per il trattamento dei casi di abusi sessuali, indirizza le donne al centro di ascolto da lui appena istituito e – secondo le testimonianze delle presunte vittime – le invita a sporgere denuncia presso le autorità pubbliche perché «nella Chiesa non avevano modo di indagare e solo indagini civili potevano essere usate dalla Chiesa per sanzionare» gli eventuali responsabili. Il che, come sappiamo, non è vero, le indagini canoniche sono indipendenti da quelle civili. Ma la denuncia alla polizia locale non porta a nulla perché l’eventuale reato è prescritto (il termine di prescrizione per questi reati, in Perù come in gran parte dell’America Latina, è di 4 anni). Nel frattempo però, giugno 2022, padre “Lute” viene trasferito nella parrocchia natale di Santa Cruz, ufficialmente per motivi di salute. Quanto a padre Yesquen nulla si poteva fare perché affetto da demenza senile e già da tempo ricoverato in una casa di riposo.

    A difesa di Prevost la diocesi di Chiclayo, in un comunicato del 10 settembre 2024, successivo a un’inchiesta del programma Cuarto Poder andato in onda l’8 settembre su América Television, afferma che il vescovo ha subito «adottato misure cautelari», avviando «indagini preliminari» e allontanando padre Lute con «interdizione dall’esercizio del ministero sacerdotale». Circostanza immediatamente smentita il giorno successivo dalle tre giovani donne che in una lettera aperta (qui il testo integrale) danno evidenza fotografica della presenza di padre Vàsquez a diverse celebrazioni eucaristiche tra il marzo e l’aprile del 2023 (foto sopra), addirittura alla messa crismale della diocesi, quando Prevost è già stato nominato prefetto ed è amministratore apostolico della diocesi, in attesa di trasferirsi a Roma.

    La diocesi afferma inoltre che tutto il materiale riguardante le indagini diocesane è stato inviato a Roma al competente ufficio del Dicastero per la Dottrina della Fede, che successivamente avrebbe archiviato il caso. Ma le tre giovani donne affermano che non sono mai state sentite da alcun “investigatore” e che non c’è traccia di questa indagine né di un eventuale esame da parte del Dicastero vaticano. L’unica volta che hanno potuto raccontare la loro storia davanti a un investigatore ufficialmente nominato dalla diocesi è quando l’amministratore apostolico succeduto a Prevost, il vescovo Guillermo Cornejo Monzón, ha aperto («riaperto» secondo la diocesi) l’indagine nel dicembre 2023 dopo che Ana Maria Quispe Diaz, esasperata dal silenzio della diocesi, ha reso pubblica la sua storia attraverso i social, peraltro scoprendo, secondo quanto afferma, almeno altri sette casi di ragazzine abusate dai due sacerdoti.
    Secondo la diocesi, comunque, le carte riguardanti il caso sono di nuovo state presentate al Dicastero per la Dottrina della Fede, presso cui tuttora giacciono in attesa di un esame.

    La vicenda resta dunque da chiarire, compresa la responsabilità del vescovo Prevost nel presunto insabbiamento; ma ci sono alcuni fatti incontestabili e quello che sta accadendo dopo la nomina di Prevost a Prefetto è quanto meno inquietante e ricorda altre vicende poco edificanti di questo pontificato, dal caso di monsignor Gustavo Zanchetta (qui e qui) a quello di padre Marko Rupnik.

    Di sicuro c’è che dal momento della prima segnalazione nel 2020 non c’è stata alcuna mossa di Prevost per chiarire la consistenza delle accuse e le restrizioni dovute alla pandemia non giustificano certo l’inazione. E anche dopo la denuncia formale dell’aprile 2022 nulla di concreto è stato veramente fatto, visto che la diocesi non è ancora stata in grado di dimostrare l’avvio di una indagine canonica e di aver fatto deporre le tre presunte vittime.

    Ma soprattutto destano stupore i tempi della nomina di Prevost a prefetto del Dicastero per i vescovi: nel gennaio 2023 il caso non è ancora andato in pasto alla stampa internazionale ma nella Chiesa peruviana la vicenda era già nota e secondo quanto potuto accertare dalla Bussola anche il Pontefice sarebbe stato avvertito del rischio. Non bastasse, erano già noti due casi imbarazzanti riguardanti monsignor Prevost al tempo in cui era superiore generale degli agostiniani (mandato che ha svolto dal 2001 al 2013), la copertura di due sacerdoti agostiniani accusati di abusi sessuali: padre Richard J. McGrath (caso diventato pubblico nel 2018 e per cui l’ordine agostiniano ha pagato 2 milioni di dollari di risarcimento alla vittima); e padre James Ray, poi ridotto allo stato laicale nel 2012, ma il cui legame con Prevost è stato svelato dalla stampa all’inizio del 2021. Da notare che in entrambi questi casi con Prevost è stato coinvolto anche l’attuale arcivescovo di Chicago, il cardinale Blaise Cupich, notoriamente molto vicino a papa Francesco.

    Visto il contesto la nomina di Prevost appare quindi quantomeno azzardata se non proprio inopportuna in una posizione così delicata quale è la scelta dei vescovi di tutto il mondo. Ma il peggio avviene successivamente: poco dopo che l’amministratore apostolico monsignor Cornejo Monzón apre l’indagine sul caso (dicembre 2023), arriva la nomina del nuovo vescovo di Chiclayo. Il 14 febbraio 2024 il papa nomina monsignor Edinson Farfán Córdova, da appena 4 anni vescovo della prelatura di Chuquibambilla. Quale è il problema? Semplicemente che Farfán è agostiniano come Prevost, un suo amico personale e lo stesso Prevost ha partecipato alla consacrazione episcopale di Farfán. Non solo, a Chuquibambilla monsignor Farfán era stato accusato di aver coperto gli abusi di un altro sacerdote agostiniano, don Juan Carlos Olaya.

    In pratica il cardinale Prevost ha fatto nominare suo successore un suo amico e confratello, che infatti si è subito dato da fare per “ripulire” il passato del Prefetto. Non solo ha alzato un muro di omertà contro i giornalisti che hanno cercato di indagare sulle accuse contro padre Lute, decidendosi alla fine di pubblicare un comunicato lo scorso 10 settembre che le tre presunte vittime hanno prontamente sfidato. Ma ha ostacolato in ogni modo l’attività dell’avvocato canonista, monsignor Ricardo Coronado Arrascue, che dal 6 maggio 2024 ha assunto la tutela legale delle tre donne che accusano padre Lute e il cardinale Prevost: prima rifiutandosi di incontrarlo e poi rigettando la legittimità del suo incarico (foto a sin.), così da potergli rifiutare l’accesso ai documenti inerenti l’indagine.

    Non solo, contro Coronado parte un vero e proprio attacco concentrico: il 24 agosto la Conferenza Episcopale peruviana annunciava che monsignor Coronado non poteva più esercitare come canonista in Perù e quindi non poteva continuare a difendere i suoi clienti attuali. Una decisione che curiosamente anticipava la lettera del 29 agosto con cui il vescovo di Cajamarca (diocesi di appartenenza del canonista) gli comunica che presso il Dicastero del Clero in Vaticano è stato depositato un fascicolo a suo carico per un presunto delitto non meglio precisato “contra sextum” (ma fonti della Bussola parlano di un rapporto stabile con adulto consenziente); e che lo stesso Dicastero gli offre la possibilità di fare richiesta volontaria al Papa di chiedere la dispensa dal sacerdozio pena «l’avvio di un processo penale amministrativo». Poi un comunicato del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale pubblicato il 14 settembre (foto a dx) giustifica proprio con l’avvio del processo penale la decisione di proibire a Coronado l’attività nei tribunali ecclesiastici annunciata il 24 agosto. Se pensiamo alla lentezza e alla reticenza in Vaticano riguardo a recenti scandali in fatto di abusi sessuali, la rapidità e la severità delle misure contro monsignor Coronado (che peraltro respinge tutte le accuse) sono sorprendenti e molto più che sospette, visto anche che non si tratta di abusi ma eventualmente di rapporti tra adulti consenzienti.

    Insomma ce ne è abbastanza per chiedere di fare piena luce sulla vicenda e se nel frattempo sia opportuno mantenere il cardinale Prevost al suo posto.

    https://lanuovabq.it/it/preti-pedofili-coperti-ombre-su-prevost-il-cardinale-che-sceglie-i-vescovi

  • Preti pedofili abbandonati nel Pacifico

    Preti pedofili abbandonati nel Pacifico

    L’eredità degli abusi sessuali da parte del clero cattolico e la tattica di spostare gli abusatori in nuove diocesi senza affrontare il problema sono state ampiamente documentate per decenni. Ma l’ultima storia è vicina a casa: clero cattolico o missionari accusati di abusi sessuali, che sono stati trasferiti nelle isole del Pacifico.

    Alcuni hanno continuato ad abusare di altre vittime.

    Il neozelandese Pete McKenzie è un giornalista freelance che ha raccontato la storia al New York Times e, nell’episodio odierno di The Detail, spiega la tendenza a usare il Pacifico come “discarica” ​​per gli autori di abusi accusati o addirittura condannati.

    I suoi reportage coprono i casi di 34 uomini provenienti da Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti e Regno Unito. Di questi, 13 erano noti per aver abusato al momento del loro trasferimento, dimostrando ciò che McKenzie dice essere noto come la “cura geografica”, ovvero spostare l’imputato per evitare l’esame.

    “Si tratta di una soluzione temporanea ai problemi che questi uomini devono affrontare in termini di applicazione della legge”, afferma.

    “In Nuova Zelanda, ad esempio, sappiamo che molti sacerdoti sono stati spostati da una comunità all’altra, da una parrocchia all’altra, dopo che sono state sollevate accuse di abusi nei loro confronti.

    “Alcuni di quei sacerdoti che furono dislocati in Nuova Zelanda, negli Stati Uniti, in Australia , furono poi trasferiti all’estero, nelle isole del Pacifico”.

    Il reportage di McKenzie dimostra inoltre che, anche nei casi in cui non ci sono prove di una deliberata insabbiatura, i bambini sono stati messi in pericolo da preti o missionari violenti trasferiti in una regione che, a suo dire, è particolarmente vulnerabile .

    “La natura profondamente religiosa delle isole del Pacifico; il fatto che siano così lontane dalle autorità che potrebbero perseguire questi uomini per essere perseguiti; il fatto che siano così lontane dagli alti preti cattolici che teoricamente avrebbero potuto applicare un certo livello di controllo; il fatto che siano stati spesso trasferiti senza che i funzionari locali fossero informati del loro background, senza che fossero informati delle accuse contro di loro, tutto ciò ha creato il tipo di condizioni perfette per la recidiva, con pochissime protezioni contro ciò che accade.

    “In molti di questi casi non possiamo sapere perché i sacerdoti o i missionari vennero trasferiti, ma sappiamo che vennero trasferiti in un luogo che era il posto perfetto in cui nascondersi”.

    In alcuni casi, ci sono prove evidenti che gli alti preti sapevano che il sacerdote che stavano trasferendo aveva precedenti di abusi.

    “In alcuni casi sappiamo che sono stati spostati deliberatamente per non causare ulteriori problemi”, afferma McKenzie.

    In questo episodio, fa riferimento a un prete australiano di nome Denis McAlinden, che aveva precedenti di abusi su ragazzine .

    “Per risolvere il problema gli comprarono un biglietto aereo per la Papua Nuova Guinea e gli dissero di trasferirsi lì, e di conseguenza trascorse cinque anni in Papua Nuova Guinea.”

    Uno dei documenti letti da McKenize nel corso del suo reportage era un’inchiesta sulle accuse di abusi sessuali nella diocesi cattolica di Maitland-Newcastle (Australia).

    Il rapporto riporta i dettagli di una lettera su McAlinden, inviata da un monsignore a un vicario nel 1976. Il monsignore scrisse:

    “Lentamente, molto lentamente, [McAlinden] ha ammesso alcune indiscrezioni, ma poi ha ammesso che si trattava di una condizione che lo accompagnava da molti anni. Non prova alcuna inclinazione verso le donne mature, ma solo verso le più piccole.”

    McKenzie afferma che le reazioni della chiesa al suo reportage sono state varie: alcuni non hanno risposto, altri si sono rifiutati di commentare, alcuni hanno affermato di non essere responsabili e altri ancora hanno affermato di aver scoperto i presunti abusi solo dopo che gli uomini avevano lasciato il Pacifico.

    Papa Francesco è arrivato ieri a Singapore, ultima tappa del suo tour di 12 giorni attraverso il Sud-Est asiatico e l’Oceania. Si dice che abbia brevemente affrontato il tema degli abusi in un discorso ai funzionari di Dili, Timor Est, dicendo:

    “Non dimentichiamo i tanti bambini e adolescenti la cui dignità è stata violata. Il fenomeno si sta manifestando in tutto il mondo

    “Siamo tutti chiamati a fare tutto il possibile per prevenire ogni tipo di abuso e garantire a tutti i giovani un’infanzia sana e serena”.

    Paedophile priests dumped in the Pacific

  • Il Papa, via vescovo tedesco accusato di copertura abusi

    Il Papa, via vescovo tedesco accusato di copertura abusi

    Il Papa ha accettato la rinuncia all’ufficio di vescovo ausiliare della diocesi di Hildesheim, in Germania, presentata da mons. Heinz-Günter Bongartz, 69 anni.

    Il vescovo ausiliare era accusato da un parroco di avere coperto gli abusi su minori da parte di un sacerdote, morto nel 2019.

    Sul caso era intervenuto anche il vescovo della stessa diocesi, mons. Heiner Wilmer, che aveva chiesto al sacerdote accusatore, Matthias Eggers parroco di Wolfenbuttel, di stemperare le tensioni. La situazione sembrava essersi ricomposta.

    Oggi invece la decisione del Papa.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2024/09/11/il-papa-via-vescovo-tedesco-accusato-di-copertura-abusi_98d88ca1-c8ea-4fda-8fa2-ae7ac052067c.html

  • Il Papa apre la fermata di Timor Est: gli abusi stanno “prosperando in tutto il mondo”

    Il Papa apre la fermata di Timor Est: gli abusi stanno “prosperando in tutto il mondo”

    DILI – Mentre Papa Francesco inizia la sua breve visita di due giorni a Timor Est, uno dei principali problemi di fondo con cui dovrà confrontarsi è la crisi degli abusi sessuali da parte del clero, mentre la nazione è scossa dalle accuse contro membri molto venerati del clero.

    Papa Francesco è atterrato a Timor Est, chiamato anche Timor Leste, il 9 settembre, dopo aver visitato Indonesia e Papua Nuova Guinea nell’ambito di un più ampio tour in Asia e Oceania che lo porterà anche a Singapore.

    In un discorso alle autorità nazionali dopo il suo arrivo a Dili lunedì pomeriggio, Papa Francesco ha fatto un riferimento velato alla questione degli abusi, invitando le autorità a “prevenire ogni tipo di abuso e garantire un’infanzia sana e serena per tutti i giovani”.

    Tuttavia, non si è scusato né ha collegato la questione degli abusi alla Chiesa cattolica o ai suoi rappresentanti.

    “Non dimentichiamo che questi bambini e adolescenti vedono violata la loro dignità”, ha detto Francesco, aggiungendo a braccio che “il problema sta fiorendo in tutto il mondo”.

    In risposta a ciò, ha affermato che “siamo tutti chiamati a fare tutto il possibile per prevenire ogni tipo di abuso e garantire un’infanzia sana e serena a tutti i giovani”, ma non ha insistito ulteriormente sulla questione.

    Prima del suo arrivo, il gruppo di difesa dei sopravvissuti agli abusi del clero Bishop Accountability ha pubblicato una lettera aperta al cardinale americano Sean O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, chiedendo al Papa di affrontare apertamente la questione durante la sua permanenza a Timor Est.

    Negli ultimi anni, Timor Est è stata alle prese con accuse di pedofilia nei confronti del famoso vescovo ed eroe nazionale Carlos Ximenes Belo, premio Nobel sanzionato dal Vaticano.

    Belo, che si ritiene risieda in Portogallo, è un ex vescovo di Dili che ha vinto il premio Nobel per la pace nel 1996 per il suo impegno nella promozione dei diritti umani e dell’autodeterminazione dei timoresi orientali durante l’occupazione indonesiana dal 1975 al 1999 e per aver promosso una soluzione giusta e pacifica al conflitto del paese mentre lottava per la propria indipendenza.

    Si è dimesso nel 2002 all’insolita giovane età di 54 anni e nel 2022 è stato pubblicamente accusato di abusi sessuali su minori; in seguito, il Vaticano ha affermato che gli era stato impedito di svolgere il ministero quando, nel 2019, sono emerse accuse di stupro e abusi su ragazzi adolescenti.

    L’eredità di Belo rimane una macchia per la Chiesa a Timor Est, ma i suoi sforzi per l’indipendenza nazionale gli hanno anche fatto guadagnare un sostegno duraturo tra molti timoresi orientali, rendendo il suo caso complesso e delicato che Papa Francesco dovrà gestire con attenzione durante la sua permanenza nel Paese.

    Allo stesso modo, l’ex sacerdote americano Richard Daschbach è stato ridotto allo stato laicale nel 2018 dopo essere stato accusato e aver poi ammesso di aver abusato sessualmente di bambine affidate alle sue cure mentre prestava servizio come missionario a Timor Est.

    Ha dovuto affrontare accuse civili ed è stato condannato da un tribunale timorese nel 2021 per abusi sessuali su ragazze orfane e svantaggiate, segnando la prima volta che un membro del clero è stato sanzionato civilmente per abusi nel paese. È stato condannato a 12 anni di prigione.

    Daschbach aveva prestato servizio nella remota cittadina di Oecusse e, come Belo, è celebrato e difeso dalla gente del posto e da politici di alto rango per i suoi sforzi nel sostenere la spinta del paese verso l’indipendenza.

    Il Primo Ministro di Timor Est, Xanana Gusmão, avrebbe fatto visita a Daschbach almeno due volte in prigione per il suo compleanno. I figli di Gusmão avrebbero poi scritto lettere alle vittime per scusarsi delle azioni del padre.

    Non è previsto che Papa Francesco incontri privatamente Gusmão durante la sua visita a Dili; tuttavia, Gusmão ha partecipato all’incontro del Papa con le autorità civili nazionali dopo l’atterraggio del pontefice nel Paese.

    Nella sua lettera a O’Malley, Bishop Accountability ha chiesto a O’Malley di esortare Papa Francesco “a essere il campione delle vittime” e di consigliare al papa “di parlare con ferocia durante la sua visita a loro favore. Aiutarlo a capire quanto soli e spaventati devono sentirsi”.

    Anne Barret Doyle, co-direttrice di Bishop Accountability, ha affermato in una dichiarazione che “Un numero imprecisato di vittime di abusi sessuali su minori a Timor Est ha probabilmente paura di denunciare le proprie sofferenze, mentre osserva i potenti predatori crogiolarsi nell’affermazione pubblica nonostante le gravi accuse di abusi contro di loro”.

    “È una situazione triste per le vittime, ma Papa Francesco potrebbe cambiarla. È venerato a Timor Est. Se condannasse esplicitamente Belo e Daschbach, e lodasse il coraggio delle loro vittime, le sue parole potrebbero avere un impatto positivo enorme”, ha detto.

    “Per spezzare l’attaccamento del popolo a Daschbach e Belo, il Papa deve denunciare i due uomini per nome… Una dichiarazione generica che omette i nomi degli autori sarà facilmente ignorata o male interpretata”.

    Papa Francesco, accolto da migliaia di persone del posto che si sono riversate in strada per vederlo dopo il suo arrivo a Dili, nel suo discorso alle autorità non ha affrontato direttamente il tema degli abusi sessuali da parte del clero né ha chiamato per nome Belo o Daschbach.

    Parlando delle sfide sociali che Timor Est deve affrontare, come l’abuso di alcol e la violenza delle gang di giovani addestrati nelle arti marziali, il Papa ha detto: “Invece di usare questa conoscenza al servizio degli indifesi, la usano come un’opportunità per mostrare il potere fugace e dannoso della violenza”.

    Si prevede che Papa Francesco parlerà più approfonditamente dell’argomento durante l’incontro con i vescovi, il clero e i religiosi del Paese martedì.

    In passato, l’inviato del Vaticano a Timor Est, monsignor Marco Sprizzi, ha esortato i cattolici sostenitori di Belo a rispettare le sanzioni imposte al suo ministero per i “gravi crimini” da lui commessi, nonostante il favore di cui gode ancora in gran parte della società di Timor Est.

    L’ultima visita papale a Timor Est ebbe luogo quando arrivò Papa Giovanni Paolo nel 1989, prima dell’indipendenza del paese. Timor Est dichiarò l’indipendenza nel 1975, ma non fu riconosciuta fino al 2002.

    Papa Francesco ha riconosciuto la violenza del recente passato di Timor Est, che ha combattuto per ottenere l’indipendenza dall’occupazione indonesiana, e ha applaudito il ruolo svolto dalla fede cattolica nell’aiutare il Paese a raggiungere tale obiettivo.

    Ha inoltre elogiato l’impegno del Paese nel perseguire una piena riconciliazione con l’Indonesia nonostante i problemi del recente passato, un atteggiamento che, a suo dire, “trova la sua prima e più pura fonte negli insegnamenti del Vangelo”.

    Timor Est è una nazione a maggioranza cattolica: circa il 97% della popolazione locale è cattolica e la Chiesa gode di ampio sostegno tra i leader politici e di collaborazione con il governo nazionale.

    Il papa ha toccato gli alti livelli di povertà, soprattutto nelle aree rurali, esortando le autorità a sfruttare le risorse naturali del paese, come petrolio e gas, per promuovere lo sviluppo sociale. Ha chiesto una formazione adeguata per i leader politici, affermando che la dottrina sociale della chiesa dovrebbe fungere da “fondamento”, poiché promuove lo sviluppo integrale e cerca di evitare “inaccettabili disuguaglianze” e prendersi cura di coloro che sono ai margini della società.

    La questione degli abusi è stata un tema delicato anche durante la visita del Papa in Papua Nuova Guinea, poiché il Pacifico è da tempo considerato dalla Chiesa cattolica la discarica per i membri del clero accusati di abusi sessuali, che la Chiesa voleva tenere lontani dall’opinione pubblica.

    Un esempio delle sfide che il Papa deve affrontare nell’affrontare gli scandali sugli abusi in luoghi in cui la sensibilità è diversa da quella degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale può essere il caso di padre Carlos Miguel Buela, fondatore argentino di un ordine religioso noto come Istituto del Verbo Incarnato.

    Buela morì nel 2023 in seguito alle accuse di aver abusato sessualmente dei seminaristi della sua congregazione.

    Parlando ai giornalisti a Vanimo, un angolo remoto della Papua Nuova Guinea visitato domenica da Papa Francesco, un missionario argentino e membro dell’ordine di Buela ha ampiamente liquidato le accuse.

    “Sì, è stato accusato di abusi e assolto da [Papa] Benedetto XVI”, ha detto padre Miguel de la Calle, pastore di Vanimo e parte di un gruppo di missionari argentini che hanno incontrato Francesco.

    “Lo stesso Francesco gli diede una benedizione prima di morire”, ha detto de la Calle, e ha criticato i giornalisti per essersi concentrati eccessivamente sulle accuse.

    De la Calle, sottolineando che il fondatore si era trasferito a Genova prima di morire, ha insistito sul fatto che non è mai stato condannato.

    “Papa Francesco ha apprezzato molto il fondatore, apprezza il nostro carisma”, ha detto.

    Segui Elise Ann Allen su X: @eliseannallen

    Pope opens East Timor stop saying abuse is ‘flowering all over the world’

  • Papa Francesco manterrà il silenzio sullo scandalo degli abusi sessuali su minori durante la sua visita a Timor Est?

    Papa Francesco manterrà il silenzio sullo scandalo degli abusi sessuali su minori durante la sua visita a Timor Est?

    Durante la sua prossima visita a Timor Est, Papa Francesco è stato invitato ad affrontare il problema degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica.

    La richiesta, avanzata dall’influente organizzazione non-profit BishopAccountability.org, ha chiesto a una delle arcidiocesi più importanti degli Stati Uniti, il cardinale Sean O’Malley, di convincere il papa a denunciare gli abusi sessuali durante il suo viaggio.

    Due importanti figure cattoliche a Timor Est sono state al centro di accuse di abusi sessuali, tra cui il vescovo Carlos Ximenes Belo, che in precedenza era il capo della Chiesa cattolica del paese. Ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1996 ed è ampiamente celebrato a Timor Est per essere stato determinante nel paese che ha ottenuto l’indipendenza dall’Indonesia nel 2002.

    Ma quello stesso anno Belo si dimise all’improvviso, adducendo problemi di salute, e fu mandato in Mozambico per lavorare come missionario prima di trasferirsi in Portogallo.

    Il Vaticano gli ha segretamente proibito di avere contatti con bambini o con Timor Est, in seguito alle accuse di abusi sessuali su ragazzi minorenni per un periodo di 20 anni, accuse poi rese pubbliche e riconosciute dal Vaticano nel 2022.

    BishopAccountability.org ha osservato che Belo gode ancora di popolarità a Timor Est, con funzionari statali come il presidente José Ramos-Horta che lo elogiano pubblicamente e gli danno il benvenuto nel Paese.

    La chiesa di Timor Est ha ampiamente minimizzato o messo in dubbio le accuse contro Melo e altri mosse contro un popolare missionario americano che ha confessato di aver molestato delle giovani ragazze. Molti si concentrano invece sul loro ruolo nel salvare vite durante la sanguinosa lotta del paese contro l’Indonesia per l’indipendenza.

    Il viaggio di Papa Francesco a Timor Est sarà il suo primo nel Paese. Tuttavia, il Vaticano non ha ancora commentato se incontrerà le vittime di abusi o se ne parlerà direttamente come ha fatto in precedenza.

    Circa il 98% degli 1,3 milioni di abitanti di Timor Est è cattolico, il che lo rende il Paese più cattolico al mondo, escludendo il Vaticano.

    Il loro status eroico in alcune parti dell’Asia, dove la società tende a conferire molto potere agli adulti e alle figure autoritarie, aiuta a spiegare perché i vescovi siano ancora venerati mentre altrove nel mondo casi simili vengono accolti con indignazione, ha affermato Anne Barrett Doyle di Bishop Accountability.

    “I vescovi sono potenti e nei paesi in via di sviluppo dove la chiesa è dominante, sono straordinariamente potenti”, ha affermato Barrett Doyle.

    https://www.euronews.com/my-europe/2024/09/08/will-francis-stay-silent-over-sex-abuse-scandal-when-he-visits-east-timor

  • Abusi, il caso del vescovo Nobel per la Pace (condannato per pedofilia) sarà il banco di prova di Papa Francesco a Timor Est

    Abusi, il caso del vescovo Nobel per la Pace (condannato per pedofilia) sarà il banco di prova di Papa Francesco a Timor Est

    Molte vittime della pedofilia a Timor Est, prossima tappa del viaggio in Asia e Oceania del Papa, si aspettano che Francesco possa fare chiarezza su due vicende sconvolgenti e sulle quali la Chiesa ha fatto scendere una imbarazzante coltre di silenzio. In entrambi i casi i prelati pur avendo stuprato minori sono ancora ampiamente lodati per aver sostenuto il popolo timorese durante la violenta occupazione indonesiana. Si tratta del vescovo Premio Nobel per la Pace, Carlos Ximenes Belo che ora si trova in un monastero in Portogallo (e punito dal Vaticano in modo ridicolo) e dell’ex sacerdote Richard Daschbach attualmente in una prigione di Timor Est.

    Abusi, il brutto caso del vescovo «insabbiatore» ora accusato anche dal predecessore apre il “processo” in Vaticano.

    A fare da portavoce di tanti ex ragazzi molestati in passato e’ una associazione americana molto influente, BishopAccountability.org che ha chiesto al cardinale Sean O’Malley, già influente collaboratore del Papa, di riferire a Bergoglio della necessità di fare luce sulle vicende scandalose.

    Tanto per cominciare, dicono, «facendo i nomi degli abusatori», citandoli apertamente nei discorsi in pubblico, in modo da esortare i timoresi «a smettere di sostenerli. Le vittime di Timor Est si sentono sicuramente spaventate e sole».

    ABUSI

    La continua popolarità dei due autori dei reati sessuali, infatti, è ancora altissima nonostante i crimini. E tra i sostenitori conta anche il presidente e il primo ministro del paese, il cui sostegno ha di fatto creato un clima generale in cui le vittime si sentono intimidite per farsi avanti. «Un numero ampio di vittime a Timor Est ha probabilmente paura di denunciare mentre osserva i potenti predatori crogiolarsi nell’affermazione pubblica» ha detto Barrett Doyle di BishopAccountability. «È una situazione cupa che Papa Francesco potrebbe cambiare».

    ARCHIVI

    Fondata nel 2003, BishopAccountability.org documenta la crisi degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica. Offre una vasta collezione online di documenti e resoconti. La sua missione è dare al pubblico accesso alle informazioni relative alla crisi degli abusi in tutto il mondo. Si tratta di un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro che chiede trasparenza e responsabilità.

    Tra i sostenitori degli abusatori ci sono anche funzionari statali influenti a cominciare dal presidente di Timor Est, José Ramos-Horta, che ha elogiato pubblicamente il suo amico vescovo Belo, sostenendo che lo avrebbe accolto di nuovo nel paese in qualsiasi momento. Alla AP ha anche aggiunto di sperare che il Papa non menzioni affatto i crimini perché «sarebbe come accusare qualcuno due volte». Una posizione ampiamente condivisa anche nella Chiesa timorese. Naturalmente non si sa se il cardinale O’Malley ha già avuto la possibilità di informare il Papa. In ogni caso, nella prossima tappa asiatica, sarà di fronte a un bivio: denunciare e condannare il vescovo pedofilo come gli chiedono le vittime della pedofilia oppure tacere come si aspetta il Presidente di Timor Est.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_carlos_ximenes_belo_premio_nobel_pace_papa_francesco_viaggio_timor_est_abusi-8339881.html