Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abusi sessuali

  • Pedofilia: Gesuiti chiedono perdono per caso padre De Luca

    Pedofilia: Gesuiti chiedono perdono per caso padre De Luca

    (AGI) – Città del Vaticano, 29 gen. – “A chi è stato ferito, a chi ha parlato e non si è sentito ascoltato, a chi ha sofferto in silenzio vedendo le proprie preoccupazioni minimizzate” “chiediamo umilmente perdono”.

    Lo scrive la Compagnia di Gesù nella relazione conclusiva sulle indagini riguardanti gli atti di abuso sessuale su minore attuati da padre Sauro De Luca, morto nel 2012, durante le attività del Meg, il Movimento eucaristico giovanile.

    De Luca abusò di circa 30 donne, di cui alcune minorenni. Nel report si segnala anche di un altro gesuita coinvolto che, nell’ambito del suo incarico al Meg, aveva commesso abusi sessuali su cinque donne.

    “Con immenso dolore riconosciamo che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni. Questa dolorosa consapevolezza ci spinge a continuare ad agire con più forza e determinazione: la richiesta di perdono rappresenta soltanto il primo passo di un percorso che richiede di essere intrapreso insieme”, si legge nel documento.

    La Compagnia di Gesù ricorda che appena arrivarono le prime denunce, nel 2010, fu avviata una indagine e padre De Luca fu sottoposto “a restrizioni e a una vita ritirata”, per poter poi procedere a un processo canonico.

    “Durante questo periodo, padre De Luca fece delle ammissioni” ma non seguì il processo perché nel frattempo il religioso si ammalò gravemente, e morì nel giro di un anno. (AGI)

    https://www.agi.it/agiprima/pedofilia-gesuiti-chiedono-perdono-per-caso-padre-de-luca-agi:sur:35337129/

  • Archiviata la querela temeraria alla giornalista Federica Tourn

    Archiviata la querela temeraria alla giornalista Federica Tourn

    Non ha voluto parlarne prima, un po’ per stile, un po’ per quel modo obliquo di guardare il mondo che preferisce illuminare piuttosto che essere illuminata. Già questa è una notizia, nella realtà di oggi bulimica di informazioni, meglio se private.

    Ora che la vicenda si è conclusa positivamente la giornalista Federica Tourn, collaboratrice di varie testate e conduttrice della trasmissione di Rai Tre “Protestantesimo”, ha scelto di raccontare la storia che l’ha vista coinvolta, ennesima dimostrazione di quanto in Italia abbiamo un problema con le querele che tentano di azzoppare, e spesso ci riescono, le inchieste giornalistiche.

    I fatti: per il quotidiano “Domani” Tourn lavora negli anni scorsi a un’ampia inchiesta sugli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Uno dei casi trattati riguarda le violenze sessuali commesse su alcuni giovani parrocchiani da un sacerdote cattolico di Enna, don Giuseppe Rugolo, educatore del gruppo Azione Cattolica presso la Parrocchia San Giovanni, nonché di responsabile del Grest (l’oratorio estivo) nella medesima Parrocchia. Don Rugolo è stato condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado poi ridotti a 3 anni di reclusione con sentenza del 1° luglio 2025.

    Una vicenda clamorosa anche perché perfettamente esemplificativa delle coperture, delle reticenze, del modus operandi oscuro che vengono messi in atto dai vertici ecclesiali in simili situazioni. Tanto che a processo per falsa testimonianza c’è anche il vescovo della diocesi siciliana di Piazza Armerina Rosario Gisana: il procedimento è ancora in corso.

    Invece di concentrarsi su preghiera e penitenza don Rugolo e i suoi legali hanno querelato tutti coloro che hanno avuto il torto di divulgare la squallida vicenda di abusi e di complicità.

    In primis a subire la reazione del prete sono stati dunque ovviamente i giornalisti, a partire dalla collaboratrice locale dell’Ansa Pierelisa Rizzo, querelata per ben tre volte per diffamazione e per diffusione di atti processuali. Con lei altri 6 giornalisti. Querelati anche il presidente di Rete l’Abuso, unica associazione italiana che si occupa di sopravvissuti ad abusi clericali, Francesco Zanardi, e una delle vittime del prete, dalla cui denuncia è scaturita l’inchiesta. Nonostante le querele siano state seguite da proposta di archiviazione da parte dei Pubblici Ministeri, la difesa del sacerdote ha sempre avanzato opposizione ed aveva anche chiesto il sequestro dei supporti informatici e dei cellulari della cronista ennese. La querela a Federica Tourn, che giunge anche questa nonostante la richiesta di archiviazione della Procura, è l’ultimo colpo di coda di questa vicenda.

    La giudice del Tribunale di Torino Alessandra Salvadori, nel disporre l’archiviazione del procedimento non manca di sottolineare come “Nel trattare della inadeguata reazione delle istituzioni ecclesiastiche di fronte ad abusi sessuali compiuti da uomini del clero, la giornalista ha parlato con proprietà e continenza della vicenda processuale dell’opponente, facendo riferimento a fatti pacificamente veri (il Rugolo era stato imputato per fatti di violenza sessuale su minori) e di rilevanza pubblica. Nel corpo dell’articolo si scrive del processo per violenza sessuale su minori a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al Tribunale di Enna; si dice che egli è “accusato di aver abusato di tre ragazzi”; e che “dovrà rispondere di violenza sessuale su minori” e, mai, si parla del Rugolo come di “condannato”».

    Resta il problema di fondo: tutti i giornalisti in questi devono sostenere spese processuali non indifferenti per difendersi. Nel caso specifico il querelante, nonostante le richiese di archiviazione delle varie Procure, ha sempre forzato la mano con le richieste di imputazione coattiva, il cui intento, decine e decine di casi analoghi lo dimostrano, è quasi sempre quello di arrecare per lo meno un danno economico a chi ha avuto il coraggio di raccontare le malefatte di turno. Una pessima abitudine quella delle querele temerarie o “bavaglio”, che dobbiamo continuare a condannare con forza. Per la libertà di informazione. Perché a prevalere deve essere sempre il diritto dei cittadini e delle cittadine all’informazione, e non l’omertà. Ricordiamolo, e non lasciamo soli i giornalisti e le giornaliste, mai. A partire dalla politica, impegnata troppo spesso più ad accusare i giornalisti che a difenderli.

    Come ha ben scritto Tonio Dell’Olio «Si chiamano “querele temerarie”. Di fatto sono una forma di minaccia, la possibilità offerta ai potenti di imbavagliare l’informazione chiedendo risarcimenti milionari. Il più delle volte a giornalisti precari che guadagnano 3 euro a pezzo e non hanno alcuna forma di garanzia da parte di una testata cui non sono legati da un contratto che li tuteli. Comportano – tra l’altro – delegittimazione e perdite di tempo. Si tratta di un fenomeno che si è esteso negli ultimi tempi producendo l’autocensura degli operatori dell’informazione. La minaccia pertanto non è contro i cronisti ma piuttosto contro il diritto dei cittadini ad essere informati, a conoscere, a crearsi un’opinione».

    Archiviata la querela temeraria alla giornalista Federica Tourn

  • Abusi al collegio Carlo Borromeo di Altdorf: appello a vittime o a testimoni a farsi avanti

    Abusi al collegio Carlo Borromeo di Altdorf: appello a vittime o a testimoni a farsi avanti

    Nell’aprile 2025, un servizio del programma Rundschau della SRF aveva reso pubblici alcuni casi di abusi e uso eccessivo della forza commessi al Collegio Carlo Borromeo (KKB) di Altdorf. Sebbene la direzione della scuola e quella del convento dell’epoca fossero a conoscenza dei fatti, in un caso non avevano reagito e in un altro si erano limitate a trasferire il sacerdote responsabile degli abusi. Il Cantone di Uri, insieme all’Abbazia benedettina di Mariastein e ai Missionari di Mariannhill, hanno così commissionato uno studio ad un Istituto dell’Università di Zurigo, lo stesso che ha condotto l’inchiesta sugli abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica in Svizzera.

    Dal 1906, il KKB è una scuola privata collegata a un convitto gestito dai monaci di Mariastein. Nel 1978, il Cantone di Uri ha rilevato la scuola. Parallelamente, i Missionari di Mariannhill gestivano una propria scuola con convitto ad Altdorf, il «St. Josef».

    Lo studio ha lo scopo di indagare sui casi di abuso sessuale avvenuti tra gli anni 1906 e 1994 al Collegio Carlo Borromeo e all’Internato San Giuseppe (Internat St. Josef) di Altdorf. Eventuali fonti e dichiarazioni riguardanti ulteriori abusi nell’ambito della Chiesa cattolica del Canton Uri saranno ugualmente prese inconsiderazione.

    Il gruppo di ricerca ha di recente diffuso un appello alle persone direttamente coinvolte, testimoni indiretti, discendenti in possesso di informazioni con l’invito a contattarlo attraverso l’indirizzo e-mail abuso-uri@hist.uzh.ch o al numero di telefono 044 634 47 38. L’appello è rivolto anche al Ticino, cantone dal quali provenivano molti studenti.

    red

  • «Io, abusato sessualmente da un prete a 11 anni»

    «Io, abusato sessualmente da un prete a 11 anni»

    LUGANESE – A volte la nostra discussione si deve interrompere. Perché Andrea (vero nome noto alla redazione) si blocca. E deve piangere. Raccontare un abuso sessuale subito da un prete 60 anni prima è ancora terribilmente traumatico per quest’uomo del Luganese che oggi di anni ne ha 71. «Frequentavo il collegio don Bosco a Maroggia, che nel frattempo è stato chiuso. Ero stato messo in castigo. E in una notte fui percosso e violentato».

    Giro di vite – Il 71enne si racconta a tio.ch in un periodo in cui il tema degli abusi in ambito clericale è sempre d’attualità. I dettagli legali vanno ancora sistemati, ma pochi mesi fa è stato stabilito che le autorità ecclesiastiche ticinesi in futuro saranno obbligate a denunciare le segnalazioni di eventuali abusi entro 30 giorni anche al Ministero Pubblico. A fine 2024 invece è stato istituito il Gruppo di ascolto delle vittime in ambito religioso (GAVA). Un gruppo neutrale, esterno alla Diocesi, che attualmente segue una decina di casi nella Svizzera italiana.

    Il documento scandalo – Nel settembre del 2023 invece l’Università di Zurigo ha reso pubblico il “rapporto sul progetto pilota per la storia degli abusi sessuali nel contesto della Chiesa cattolica romana in Svizzera dalla metà del XX secolo”. Documentando oltre un migliaio di abusi in tutto il Paese. Ed evidenziando criticità con archivi e documenti per la Diocesi di Lugano.

    Quei 10’000 franchi di risarcimento – La segnalazione di Andrea risale al 2018. L’ha fatta a un’apposita commissione della Curia, istituita anni prima. Il suo caso è stato preso sul serio. Analizzato. «Mi hanno fatto parlare con diversi esperti. Per appurare che quello che raccontavo potesse essere realistico. Fondato. È stato accertato. Ho ricevuto delle scuse da parte della Diocesi. E anche 10’000 franchi simbolici come risarcimento morale. Ci sono rimasto un po’. Non ne faccio una questione di soldi. Ma tutto questo dolore non può valere solo quella cifra».

    Quanti strascichi – Andrea ha trovato il coraggio di farsi avanti dopo che le autorità ecclesiastiche avevano aperto le porte a eventuali persone vittime di abusi. «Anche perché in tutto quel tempo non avevo mai dimenticato. Avevo sempre in testa le sensazioni e gli odori di quella orrenda notte. E poi avevo la fobia dei preti. Appena ne vedevo uno, tremavo come un bambino. Nella mia vita ho trovato rifugio nell’arte. Però generalmente è stato tutto complicato. Sono stato sposato e ho avuto tre figli. Ma nelle relazioni chiaramente il trauma riemergeva sempre. Trasformandosi in blocchi».

    «Più volte ho pensato di uccidermi» – Il 71enne torna alla sua infanzia e alla sua adolescenza. «Di base ero un ragazzo agitato. Dopo lo choc di quella notte non ho trovato il coraggio di parlarne ai miei genitori. Non volevo farli soffrire. Ero chiuso in me stesso. Il mio stato d’animo però era irrimediabilmente cambiato. L’inquietudine era aumentata. Mi sembrava di avere addosso un macigno. Più volte ho pensato di uccidermi. Non lo nego. Anche in età adulta. La psicoterapia mi ha aiutato. Ma ho provato un po’ di tutto. Sono stato anche da uno sciamano».

    «Voglio dare coraggio alle vittime» – Il presente di Andrea è solo parzialmente alleggerito dall’avere avuto la forza di vuotare il sacco. «Il mio carnefice al momento della mia segnalazione era già morto. L’abbiamo identificato tramite una foto d’epoca. Mi chiedo se abbia fatto del male anche ad altri ragazzi. So che un mio ex compagno di scuola si è sparato un colpo diventando più grande. E non ho mai capito perché. Il male che mi ha fatto quell’uomo non sarà mai colmato purtroppo. Quante volte mi sono svegliato impaurito nel cuore della notte. Capita ancora adesso. Sono cose che ti macchiano. E che non vanno più via. Io oggi ne parlo anche per dare coraggio a chi ha subito qualcosa di simile. Il coraggio di segnalare. Di non chiudersi. E comunque di vivere».

    https://www.tio.ch/ticino/attualita/1896659/lugano

  • Rapporto abusi nella Chiesa dell’Uni di Zurigo: si cercano testimoni nella Svizzera italiana

    Rapporto abusi nella Chiesa dell’Uni di Zurigo: si cercano testimoni nella Svizzera italiana

    Una ricerca commissionata dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS), dalla Conferenza delle Unioni degli Ordini religiosi e dalle altre Comunità di Vita Consacrata in Svizzera (KOVOS), nonché dalla Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera (RKZ) i cui primi risultati furono presentati a settembre del 2023. Da allora l’indagine che riguarda anche la Svizzera italiana (Ticino e Grigioni italiano) – è andata avanti e si concluderà a inizio 2027 con la pubblicazione dei risultati.

    Martedì 20 gennaio 2026 i ricercatori di Zurigo hanno rivolto, tramite comunicato stampa, un appello alla ricerca di testimoni nella Svizzera italiana: “Dall’avvio dei lavori, diversi documenti d’archivio e testimonianze – scrivono – hanno permesso di approfondire i contesti in cui si sono verificati gli abusi sessuali. Oltre all’ambito della pastorale, le scuole, i collegi e gli istituti con internato emergono come le realtà maggiormente coinvolte, alcune delle quali hanno nel frattempo cessato la propria attività”.

    Il team che sta ultimando la ricerca lancia quindi un appello a “testimoni” di casi di abusi sessuali nella Svizzera italiana che possono essere “testimonianze dirette” ma pure “segnalazioni provenienti da testimoni indiretti e da discendenti”

    La ricercatrice Bignasca (Uni Zurigo) fa il punto sulla Svizzera Italiana

    Per fare il punto e per comprendere meglio le ragioni di questo appello, abbiamo raggiunto Vanessa Bignasca, ricercatrice dell’Uni di Zurigo che si occupa dello studio per la Svizzera italiana. “La ricerca principale si estende dal 2024 fino alla fine del 2026, quindi stiamo raccogliendo le ultime informazioni in vista della redazione del rapporto finale che vorremmo fosse il più completo possibile”, ci spiega.

    La Bignasca definisce “notevole” il materiale raccolto in questi due anni. “Le indagini a partire da questo materiale seguono due filoni principali: da un lato, la continua raccolta di testimonianze, a cui si ricollega l’appello; dall’altro, la ricerca negli archivi, che consente un approfondimento dei casi. Ci siamo occupati di scandagliare il più sistematicamente possibile i vari archivi, da quelli giudiziari a quelli della commissione diocesana di esperti in materia di abusi, che hanno pure conosciuto delle integrazioni dovute alle diverse persone che si sono annunciate alla commissione dopo la pubblicazione del progetto pilota di Zurigo nel 2023. Ancora, abbiamo preso contatto con archivi di congregazioni religiose e istituti che erano attivi nella Svizzera italiana”.

    La verifica di fonti incrociate e i casi emersi

    Un lavoro costituito dalla verifica di fonti incrociate per arrivare ad approfondire i singoli casi. Da qui la necessità di reperire testimonianze. “Le testimonianze hanno consentito di analizzare il materiale raccolto e di verificare che situazioni inizialmente ritenute episodiche non lo fossero. L’arrivo di un’ulteriore testimonianza apre diverse piste di lavoro che possono essere approfondite: dati, nomi, indicazioni precise aiutano a cercare dei riscontri effettivi anche negli archivi o consentono incroci con altre testimonianze indipendenti”, spiega Bignasca che conferma quindi la centralità delle testimonianze: “Gli abusi non sempre lasciano tracce negli archivi e, quando è il caso, non è sempre semplice individuarle all’interno di fondi spesso di grandi dimensioni”.

    Riguardo ai casi emersi per questa indagine storica, pur non sbilanciandosi, Bignasca ci dice che “in questi due anni sono arrivate testimonianze relative alla Svizzera italiana di casi noti ma anche di casi ulteriori rispetto a quelli pubblicati dalla stampa e non reperibili nelle ricerche di archivio da noi svolte”. La ricercatrice Bignasca, infine, conferma di avere contatti regolari con il gruppo GAVA (Gruppo di Ascolto per Vittime di Abusi in Ambito Religioso in Ticino) che è un punto di riferimento importante per le vittime e contribuisce a segnalare l’indirizzo e il contatto di Zurigo.  Parimenti valuta positivamente la collaborazione instaurata con la diocesi di Lugano dal momento della realizzazione del rapporto preliminare fino all’attuale fase.

    Chi contattare e come

    Le persone disposte a condividere esperienze o informazioni relative ad abusi in ambito ecclesiale sono invitate a contattare il team di ricerca all’indirizzo e-mail ricerca-abusi@hist.uzh.ch o al numero 044 634 47 38.

  • Abusi sessuali nella Chiesa, si cercano testimoni

    Abusi sessuali nella Chiesa, si cercano testimoni

    LUGANO – Il Dipartimento di Storia dell’Università di Zurigo da oltre un anno sta portando avanti un lavoro scientifico in merito agli abusi sessuali nel contesto della Chiesa cattolica romana in Svizzera dalla metà del XX secolo ad oggi.

    Lo studio coinvolge ovviamente anche la Svizzera italiana e il territorio della Diocesi di Lugano, e in questo senso i curatori dello studio sono alla ricerca di eventuali testimoni che siano rimasti coinvolti in storie di abusi o molestie. Spiegano i curatori: «Dall’avvio dei lavori, diversi documenti d’archivio e testimonianze hanno permesso di approfondire i contesti in cui si sono verificati gli abusi sessuali.

    Oltre all’ambito della pastorale, le scuole, i collegi e gli istituti con internato emergono come le realtà maggiormente coinvolte, alcune delle quali hanno nel frattempo cessato la propria attività».

    Le testimonianze faranno parte del rapporto finale che sarà pubblicato nel 2027.

    Le persone disposte a condividere esperienze o informazioni relative ad abusi sono invitate a contattare il team di ricerca all’indirizzo e-mail ricerca-abusi@hist.uzh.ch o al numero 044 634 47 38. Oltre alle testimonianze dirette, sono rilevanti anche le segnalazioni di testimoni indiretti e dei discendenti. I curatori dello studio tengono a precisare che garantiranno «l’anonimato e un trattamento confidenziale di ogni informazione».

    Lo studio, ricordiamo, è commissionato dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS), dalla Conferenza delle Unioni degli Ordini religiosi e dalle altre Comunità di Vita Consacrata in Svizzera (KOVOS), nonché dalla Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera (RKZ).

    https://www.tio.ch/ticino/attualita/1898184/abusi-sessuali-nella-chiesa-si-cercano-testimoni

  • Condannato per pedofilia in Gallura, la difesa di don Manca annuncia il ricorso

    Condannato per pedofilia in Gallura, la difesa di don Manca annuncia il ricorso

    La difesa di don Valerio Manca annuncia che il sacerdote della diocesi di Tempio-Ampurias intende ricorrere ai gradi successivi di giudizio dopo la condanna inflitta dal Tribunale ecclesiastico di Cagliari, che lo ha ridotto allo stato laicale per presunti abusi risalenti a oltre trent’anni fa ai danni di Marco Contini, oggi noto come padre Paolo. L’avvocato Roberto Perghem, difensore del religioso, ha espresso forte disappunto per la decisione, definendola “non proporzionata né supportata da elementi concreti”.

    Secondo il legale, la sanzione comminata rappresenta la pena più severa prevista dall’ordinamento canonico, normalmente riservata a casi di abusi sessuali gravi, reiterati e documentati, spesso su più minori. La difesa sostiene che nel corso del procedimento non sia stata fornita alcuna prova di atti sessuali e che lo stesso denunciante avrebbe più volte negato rapporti di natura sessuale. Nonostante ciò, il Tribunale ha applicato la massima pena canonica.

    Nel comunicato dell’avvocato si evidenzia inoltre che don Manca ha svolto il proprio ministero per oltre 50 anni senza segnalazioni o contestazioni disciplinari. La difesa sottolinea il rispetto per il processo e le istituzioni ecclesiastiche e accenna a presunte pressioni mediatiche che avrebbero influenzato il clima attorno al caso. Non esclusa la possibilità di rivolgersi alle autorità italiane ed europee per tutelare i diritti del sacerdote, in attesa del riesame in appello secondo i principi del diritto canonico e della verità dei fatti.

    https://www.galluraoggi.it/gallura/pedofilia-gallura-difesa-don-manca-annuncia-ricorso-16-gennaio-2026/

  • Abusi in convento a Oristano a fine anni ’80, condannato perde i voti da prete

    Abusi in convento a Oristano a fine anni ’80, condannato perde i voti da prete

    l tribunale ecclesiastico interdiocesano della Sardegna ha dimesso dallo stato presbiteriale il prete che a cavallo della fine degli anni Ottanta diresse il Collegio serafico francescano di Oristano.

    La sentenza è stata emessa ieri a tarda sera.

    Ad annunciarlo è stato Padre Paolo Contini, al secolo Marco Contini, che su Facebook ha spiegato: “sono state riconosciute vere le denunce e gli abusi. Il prete della diocesi di Tempio-Ampurias don Valerio Manca (da frate noto come padre Emanuele) è stato dimesso dallo stato clericale, cioè non è più sacerdote della Chiesa cattolica”.

    Il collegio giudicante, riunito nella Pontificia università Santa Croce a Roma, ha accolto le tesi del appresentante dell’accusa che aveva chiesto la pena massima per l’ormai ex prete, ovvero la perdita dei voti e la cacciata da qualsiasi ordine ecclesiastico.

    A scoperchiare la serie di abusi sessuali all’interno del collegio era stata una delle vittime, proprio padre Paolo Contini che a distanza di decenni da quei fatti, il 13 maggio 2023 (giorno della festa della Madonna di Fatima) denunciò, con gli avvisi dati ai suoi parrocchiani, la sua esperienza da seminarista adolescente nel collegio. Padre Paolo portò il caso davanti al tribunale ecclesiastico dopo che l’autore degli abusi, trentasei anni dopo, gli chiese perdono attraverso una lettera che divenne una delle prove nel processo nel quale don Paolo è stato affiancato dall’avvocato Alessandro Camedda.

    Sul fronte penale il reato sarebbe prescritto ma, a quanto apprende l’ANSA, il procedimento non sarebbe ancora stato archiviato dalla procura di Oristano, che stava attendendo la decisione del collegio del tribunale ecclesiastico.

    E’ di ieri l’appello della Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza Carla Puligheddu al vescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi: “La situazione degli abusi sui minori nella nostra Isola, anche in ambito ecclesiastico, è allarmante: la Chiesa deve intervenire”, ha scritto la Garante ricordando che sono 37 i casi di abusi censiti in Sardegna dalla Rete L’Abuso nell’ultimo quinquennio: 11 a Cagliari, 11 a Sassari, 8 a Oristano e 7 a Nuoro, 196 le vittime sopravvissute, di cui 171 minorenni al momento dell’abuso. Valerio Manca

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/01/15/abusi-in-convento-a-oristano-a-fine-anni-80-condannato-perde-i-voti-da-prete_5e3573f6-9609-460d-9fed-7ccef5ddac95.html

  • Abusi al seminario francescano: indagine su altri quattro casi. Padre Paolo Contini critica la Chiesa: “Troppi silenzi”

    Abusi al seminario francescano: indagine su altri quattro casi. Padre Paolo Contini critica la Chiesa: “Troppi silenzi”

    È annunciata per mercoledì prossimo la sentenza del tribunale ecclesiastico sugli abusi sessuali denunciati da padre Paolo Contini, già frate francescano e ora sacerdote che guida la comunità religiosa di Abbasanta, Ghilarza e Norbello. Lo ha reso noto lo stesso padre Paolo Contini sui social parlando della conclusione di un processo che definisce “lunghissimo e dolorosissimo”. Accusato di questi abusi è un altro religioso all’epoca dei fatti responsabile del Collegio serafico dei frati francescani conventuali di Oristano.

    Il messaggio di padre Paolo Contini

    “Appena ho avuto le prove ho denunciato, ma non pensavo di trovare così tanta difficoltà!”, scrive padre Paolo Contini. “La Chiesa da anni, attraverso i Pontefici e non solo, dichiara di voler mettere in campo una TOLLERANZA ZERO nella lotta alla pedofilia. Se devo essere sincero, nella mia esperienza ho trovato ancora troppi silenzi e una ingiustificata paura nel guardare e valutare questo male assoluto. C’è una strana considerazione delle vittime, viste come persone che danneggiano il buon nome della Chiesa. Dall’altra, invece, c’è una inammissibile tutela degli abusatori a cui si vorrebbe ascrivere non un reato, ma una semplice debolezza o al massimo comportamenti inadeguati“.

    Padre Paolo Contini, infine, rivolge un ringraziamento a quanti in questi anni lo hanno sostenuto: “Carissime amiche e carissimi amici di questa pagina, in questi anni voi mi avete supportato con decisione. Avete sempre denunciato il male senza giustificazioni. Ora vi chiedo di accompagnarmi anche in questo ultimo miglio! Manca poco ad una sentenza che non solo metterà fine ad un processo, ma che potrà davvero indicare la volontà di una Chiesa che vuole voltare pagina e cambiare passo. Grazie della vostra vicinanza”.

    Altri casi di abusi

    Nel corso degli interrogatori di quattro testimoni, chiamati a deporre dall’accusa, sarebbe emerso che anche loro, all’epoca subirono abusi sessuali. Da qui l’apertura di nuovi procedimenti a carico dell’imputato. Un particolare che apre un altro doloroso capitolo in una vicenda così delicata, destinata, quindi, ad avere anche un seguito sino a poco tempo fa inatteso.

    Cosa succederà dopo la sentenza

    Se la richiesta dell’accusa dovesse essere accolta il francescano accusato degli abusi sessuali subirebbe una sorta di espulsione, tornerebbe, infatti, allo stato laico. C’è poi anche l’eventualità che si apra un procedimento in un Tribunale civile. Valerio Manca

    https://www.linkoristano.it/2026/01/11/abusi-al-seminario-francescano-indagine-su-altri-quattro-casi-padre-paolo-contini-critica-la-chiesa-troppi-silenzi/

  • Un nuovo documentario affronta gli abusi contro le suore cattoliche e il famigerato caso di Marko Rupnik

    Un nuovo documentario affronta gli abusi contro le suore cattoliche e il famigerato caso di Marko Rupnik

    Realizzare un film che descriva nel dettaglio le accuse di abusi sessuali e spirituali ai danni delle suore nella Chiesa cattolica, mantenendo al contempo un messaggio di speranza, non è un’impresa facile. Eppure è proprio questa la sfida che la regista italiana Lorena Luciano ha affrontato con il suo nuovo documentario “Suore contro il Vaticano”.

    Presentato in anteprima mondiale a settembre al Toronto International Film Festival, il documentario si concentra sugli abusi subiti dalle religiose nella Chiesa cattolica da parte del clero maschile. Il film presenta testimonianze e commenti di diverse donne impegnate a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli abusi commessi dal clero nella Chiesa cattolica. Tra queste, le giornaliste Federica Tourn e Lucetta Scaraffia, l’attivista Barbara Dorris e l’avvocato Laura Sgrò. Mariska Hargitay, famosa per il suo ruolo della detective Olivia Benson nella serie della NBC “Law & Order: Unità vittime speciali”, è produttrice esecutiva.

    “Suore contro il Vaticano” ha come protagonista Gloria Branciani, l’ex suora che accusò pubblicamente Padre Marko Rupnik, ex gesuita, di abusi sessuali e spirituali. L’8 dicembre 2025, America ha parlato con la signora Branciani e con la signora Luciano, la regista, che ha anche svolto il ruolo di traduttrice per la signora Branciani durante l’intervista.

    Alla domanda sulle motivazioni che l’hanno spinta a intraprendere il progetto, la Sig.ra Luciano ha raccontato il suo percorso verso l’identificazione di un problema di abusi pervasivo e sistemico nella Chiesa cattolica, che stava colpendo le religiose in modo particolarmente dannoso. Cresciuta in Italia, è stata circondata dall’influenza della Chiesa cattolica. Ha descritto un’”epifania” durante la lettura di un articolo della Sig.ra Scaraffia, fondatrice e direttrice della rivista vaticana “Donne, Chiesa, Mondo” dal 2012 al 2019.

    I tentativi della Sig.ra Scaraffia di denunciare gli abusi clericali hanno spinto la Sig.ra Luciano a intraprendere una propria indagine, soprattutto in quanto donna italiana. “Questa è l’Italia, patria del Vaticano… L’idea che la nostra cultura sia così legata a un’istituzione che è la più antica e venerata, soprattutto nel nostro Paese, mi ha spinta ad approfondire”, ha detto. Ma nonostante avesse notato i campanelli d’allarme della Sig.ra Scaraffia, ciò che la Sig.ra Luciano ha scoperto l’ha comunque scioccata. “Non potevo aspettarmi di trovare un’umanità così oppressa, sistematicamente messa a tacere”.

    La signora Luciano ha descritto l’incontro con moltissimi sopravvissuti che “si sentivano isolati”, isolati dal trauma e dalla mancanza di risposta da parte della Chiesa. È stata questa dinamica a motivarla a realizzare il film: “È diventata… una missione: fare qualcosa che potesse parlare a nome di tutti, per dire… che nessuno è solo in questo terribile trauma. E questa era davvero l’idea… creare una piattaforma affinché le persone potessero riconoscersi nella storia di qualcun altro”.

    Parlando della sua decisione di apparire nel film, la signora Branciani ha parlato anche della solitudine della vittimizzazione e ha spiegato come il film sia diventato un’opportunità stimolante per “percorrere un cammino che le avrebbe permesso di uscire dal ruolo di vittima”.

    La signora Branciani ha stretto un rapporto con Padre Rupnik mentre prestava servizio come suora nella Comunità di Loyola a Lubiana, in Slovenia, una congregazione cattolica co-fondata da Padre Rupnik. Secondo la signora Branciani, negli anni ’90 denunciò Padre Rupnik per abusi sessuali, ma all’epoca fu licenziata e sminuita dalla madre superiora e da altri leader ecclesiastici.

    Prima che le accuse di abusi esponessero Padre Rupnik a polemiche e vergogna pubblica, aveva goduto di ampia attenzione e plauso per i suoi mosaici di piastrelle. Nel documentario, la signora Branciani sostiene che la creazione di quest’opera d’arte fosse direttamente legata agli abusi sessuali e spirituali da lei subiti. Sostiene che Padre Rupnik le abbia chiesto di posare come modella per la sua opera, una richiesta che ha portato ad avances sessuali indesiderate. La signora Branciani sostiene inoltre che Padre Rupnik abbia costretto lei e un’altra consorella a compiere atti sessuali a tre, giustificati da lui stesso come incarnazione dell’”immagine della Santissima Trinità”.

    I colloqui della signora Branciani con la giornalista Federica Tourn le hanno dato la forza di rivisitare il passato dopo diversi decenni e, alla fine del 2023, ha reso pubblica la sua identità. Il film racconta la conferenza stampa molto pubblicizzata tenutasi all’inizio del 2024, in cui la signora Branciani ha parlato apertamente degli abusi che afferma di aver subito come suora. 

    La decisione di rendere pubblica la sua storia viene esplorata con attenzione e compassione in “Suore contro il Vaticano”. Nel corso del film, la signora Branciani è chiaramente alle prese con l’immenso peso emotivo degli abusi, anche decenni dopo che, secondo quanto riferito, altre religiose l’avevano esortata a lasciare le Suore della Comunità di Loyola nel 1994. 

    Eppure, la signora Branciani ha raccontato ad America come la partecipazione al documentario le abbia permesso di trovare una nuova identità e forza. “Quando… sei confinata nel ruolo di vittima, ti vedi solo in relazione… al carnefice. E in questo modo, continui a dare potere all’abusante”, ha detto. Ma condividere la sua storia alle sue condizioni l’ha trasformata nella sua stessa sostenitrice, permettendole così di rivendicare un senso di auto-appropriazione. “Una volta che esci dal ruolo di vittima, qualcosa si scioglie, quindi non sei più intrappolata… Torni a vivere”. 

    Questo processo di “ritorno in vita” è stato favorito dal sistema di supporto delle donne che si sono strette attorno alla signora Branciani. Il film la mostra mentre si riunisce con Mirjam Kovac , un’altra ex suora e presunta vittima di Padre Rupnik della Comunità di Loyola. Dato che la decisione della signora Branciani di lasciare la comunità l’ha alienata dalle altre suore, l’opportunità di riconnettersi con vecchie amiche e trovare forza in nuove relazioni è stata fondamentale nel suo percorso di guarigione. Come ha detto lei stessa, “l’abuso non può essere superato da soli”. 

    Sebbene la signora Branciani abbia parlato del film come di un viaggio personale, ha anche sottolineato come lo scopo del documentario fosse più ampio della semplice condivisione della storia di una singola persona. Sia lei che la signora Luciano hanno parlato degli abusi clericali come di un problema pervasivo e sistemico che rende le donne nella Chiesa particolarmente vulnerabili ai maltrattamenti. Sebbene il suo trauma fosse il risultato delle azioni di un singolo individuo, ha vissuto “la Chiesa come un contesto in cui gli abusi possono verificarsi”. 

    Le donne hanno espresso frustrazione per l’attuale sistema di indagine e di accertamento delle responsabilità. La signora Luciano, in particolare, ha criticato l’attuale processo in cui i leader ecclesiastici tengono “processi ecclesiastici per abusi” senza “consentire a tutte le vittime di partecipare al processo”. Allo stesso modo, la signora Luciano ha identificato il problema degli “spettatori”, sostenendo che i cattolici dovrebbero essere più attenti a come fedeli membri della Chiesa possano rendersi complici dell’insabbiamento degli abusi attraverso la loro ignoranza e negazione.  

    Ma nonostante le critiche all’attuale processo di responsabilizzazione, le donne hanno chiarito che non stanno cercando di distruggere o indebolire la Chiesa. Piuttosto, la signora Luciano ha insistito sul fatto che “la Chiesa non potrà salvarsi” negando il dolore che è stata capace di infliggere. L’unico modo per la Chiesa cattolica di andare avanti, dal suo punto di vista, è riconoscere il dolore che ha inflitto e impegnarsi per impedire che questo danno si ripeta. 

    Nel caso della signora Branciani e di padre Rupnik, non si è ancora giunti a una soluzione definitiva. Il sacerdote è stato espulso dalla Compagnia di Gesù nel 2023, ma è stato poi incardinato come sacerdote nella diocesi di Capodistria, in Slovenia, più tardi nello stesso anno. In una dichiarazione pubblica relativa all’accettazione di padre Rupnik nella diocesi di Capodistria, il vicario generale della diocesi, Slavko Rebec, ha spiegato che questa decisione era dovuta “al fatto che non era stata emessa alcuna sentenza giudiziaria nei confronti di padre Rupnik”. 

    Nel corso della sua lunga carriera di artista, i mosaici di Padre Rupnik sono stati esposti in chiese di tutto il mondo. Sebbene alcuni luoghi, come la Basilica di Nostra Signora del Rosario a Lourdes, in Francia, abbiano scelto di ricoprirli , essi sono ancora esposti nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano e in numerose chiese ed edifici religiosi in vari paesi e città. 

    La controversia in corso sullo status di Padre Rupnik nella Chiesa cattolica non ha impedito alla signora Branciani di tentare di andare avanti con la sua vita. Sebbene gli abusi subiti siano stati particolarmente dolorosi perché hanno minato la sua fede, ha affermato di essersi impegnata a mantenere un forte senso di spiritualità e un legame personale con Dio. “Il rapporto con il divino è dentro di noi”, ha detto. “[Ho] un rapporto diretto con Dio, e nessun altro può togliermelo”.

    “Suore contro il Vaticano” è attualmente proiettato per un pubblico selezionato.