Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Quanti sono i preti pedofili di cui la Chiesa si deve occupare? In che modo se ne occupa e che fine fanno? La risposta ha dell’incredibile e arriva addirittura da uno dei massimi esperti di abusi clericali, Jordi Bertomeu, molto amico di papa Prevost. Bertomeu, come ci racconta Giorgio Meletti in questo dettagliato articolo che vi invito a leggere con attenzione, spiega che il papa può concedere “la grazia della dispensa dallo stato clericale” ai preti accusati di abusi sessuali: in questo modo si eviterà il processo canonico e il reato scomparirà come non fosse mai stato commesso. Le vittime? Che importa, tanto non hanno il diritto di avere informazioni sull’esito delle loro denunce e se il papa vuole concedere la dispensa al colpevole per estinguere la colpa, la sua decisione è comunque insindacabile. Se pensate che questo “tana libera tutti” sia un escamotage usato raramente, vi sbagliate. I dati li fornisce lo stesso Bertomeu: soltanto negli ultimi nove anni, infatti, ogni tre giorni è stato graziato un prete pedofilo. Alla faccia della tolleranza zero.

    Se volete incontrarci di persona, saremo al Dig Festival di Modena, il festival internazionale di giornalismo d’inchiesta, venerdì 25 settembre. Parleremo di abusi nella chiesa e con noi ci saranno Paolo Mondani, Stefano Feltri, Ludovica Eugenio e don Roberto Maier.

    La premessa è d’obbligo, per definire subito l’argomento che qui si tratta. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che nei nove anni 2012-2020, composti per l’esattezza di 3.288 giorni, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha aperto, per ogni giorno che Dio ha mandato in terra (absit iniuria verbis) due processi ecclesiastici penali per reati sessuali commessi da sacerdoti su vittime minorenni. Due al giorno. Nello stesso periodo il papa, strettamente inteso come persona fisica (il signor Joseph Ratzinger per il 2012 e il signor Jorge Mario Bergoglio per gli otto anni seguenti), ha concesso all’imputato una dispensatio ab oneribus (una sorta di “grazia” che estingue il processo) ogni tre giorni. Ogni tre giorni un prete pedofilo è stato graziato. Uno ogni tre giorni.

    Ecco perché non è solo lecito ma doveroso tenere sempre presente che la Chiesa cattolica è ossessionata dagli abusi sessuali che essa stessa commette. Un dramma che domina la sua vita ogni giorno, ogni pensiero in ogni momento, nonostante gli sforzi delle gerarchie ecclesiastiche di mostrarsi spensieratamente dedite ad altro. Anche se è vero che con Leone XIV ogni sforzo di dissimulazione sta diventando vano: il papa di Chicago ci sta abituando a storie veramente assurde.

    L’incredibile corto circuito sul caso Rupnik (sabato 12 settembre solenne inaugurazione con benedizione papale dei mosaici di Aparecida in Brasile, sabato 26 settembre visita a Lourdes con i mosaici dell’abusatore seriale coperti in accordo con il papa) impallidisce di fronte alla incredibile rivelazione di un avvocato di Madrid, Javier Tebas, su come Leone XIV ha potuto salvare il suo amico Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute, da gravissime accuse di pedofilia.

    Vista la complessità della vicenda, è bene partire dall’inizio, cioè dall’8 maggio 2025, giorno in cui Robert Prevost viene eletto papa. Subito dopo la fumata bianca cominciano a circolare notizie sul caso delle tre sorelle Quispe che, a Chiclayo (in Perù), nel 2020 erano andate dall’allora vescovo Prevost a denunciare gli abusi sessuali subiti quando erano bambine, a partire da nove anni di età, da padre Lute. Prevost è accusato di non aver fatto niente, in sostanza di averlo coperto.

    VISITA A CASA DEL PAPA

    In difesa di Prevost scende in campo immediatamente Jordi Bertomeu, catalano, funzionario della sezione disciplinare del Dicastero per la dottrina della fede (Ddf). Vanity Fair España, a ottobre del 2021, lo descrive come uno «uno degli uomini chiave della cerchia di Francesco, probabilmente uno di quelli di cui il papa si fida di più in Vaticano, una specie di 007 incaricato dal pontefice di indagare i casi più intricati di abusi sui minori di sacerdoti e vescovi». Jordi “007” Bertomeu è anche talmente amico di Prevost che il 9 maggio mattina è uno dei primi ad andare a parlare con il papa appena eletto nel suo appartamento al palazzo del Sant’Uffizio. Bertomeu diventa amico di Prevost proprio in Perù, insieme combattono il Sodalitium Christianae Vitae, movimento apostolico fondato dal laico Luis Figari e sciolto da Francesco all’inizio del 2025 per abusi sessuali e violazione di quasi tutti comandamenti. Per Bertomeu le accuse di copertura di padre Lute sono montature degli uomini del Sodalizio che vogliono vendicarsi di Prevost.

    Quella mattina al palazzo del Sant’Uffizio hanno parlato della seccante grana di padre Lute? Ovviamente non lo sappiamo ma è un fatto che Bertomeu esce da casa di Prevost e si precipita a rilasciare due interviste radiofoniche molto simili a due emittenti catalane, Radio Estel e Rac1. Dice a Radio Estel: «Penso che nessuno possa dirlo con la cognizione di causa con cui posso dirlo io. Dal 2012 seguo i casi di abuso in America Latina, in particolare quelli del Perù e, nello specifico, i due casi di Chiclayo che vengono maggiormente agitati in questo momento. Non so più in quale lingua dirlo: ora lo sto dicendo in catalano e in questi giorni l’ho detto in diverse altre lingue. È falso. Categoricamente falso. Prevost non ha mai coperto alcun caso».

    La vicenda delle tre sorelle Quispe è molto controversa. La maggiore delle tre sorelle, Ana Maria, non ha mai rinunciato alle sue accuse a Prevost, ma il papa e i suoi amici pensano che sia strumentalizzata dal Sodalizio. Esattamente un anno fa, nella biografia autorizzata di Prevost, Ciudadano del mundo, uscita il 14 settembre 2025 in occasione del suo settantesimo compleanno, l’autrice Elise Ann Allen dedica ben 25 pagine alle accuse di Ana Maria Quispe, e così conclude: «Contrariamente a quanto affermano altre testimonianze citate in questo libro, Ana María sostiene che, sebbene la diocesi [cioè Prevost, ndr] abbia aperto il caso, non ha svolto un’indagine, con la scusa che “nella Chiesa non esiste un modo per indagare”. Tuttavia, come ha confermato il Vaticano, a Roma esiste effettivamente un fascicolo, il che dimostrerebbe che un’indagine è stata condotta. Quispe insiste sul fatto che in tale dossier esista soltanto “un foglio”, il che significherebbe, secondo lei, che non c’è stata un’indagine adeguata». Insomma, Allen non può dare della bugiarda a Quispe e, pur alludendo a ipotetiche strumentalizzazioni, lascia al lettore qualche dubbio su Prevost: «Alla fine, ciò che risulta chiaro è che non si tratta di un caso di abuso come tanti altri, ma di uno in cui uno sforzo genuino per aiutare le vittime si è scontrato con molti interessi particolari, personali e istituzionali, con l’elezione del papa Leone XIV e, in mezzo a tutto ciò, tre donne rimasero disorientate, sentendosi usate».

    LA GRAZIA PAPALE A PADRE LUTE

    Siccome al clero piace “farlo strano”, dopo la tempesta di veleni che ha accompagnato la sua elezione Robert Prevost non ha risparmiato al suo pubblico un nuovo colpo di scena. A novembre 2025 ha concesso a padre Lute la dispensatio ab oneribus, o “grazia della dispensa dallo stato clericale”, una genialata alla quale anche i più raffinati teologi faticano a dare un senso. Funziona così: se un prete è sotto processo per violenza sessuale su minori davanti al tribunale del Ddf, può chiedere al papa di essere (anche provvisoriamente) spretato. In questo modo il processo finisce come se l’imputato fosse morto, infatti dove non c’è più prete non c’è più processo ecclesiastico. Alle sorelle Quispe la notizia che Lute aveva chiesto la “grazia” è stata data per le vie brevi due giorni dopo la morte di Bergoglio, tanto che hanno rivolto un ingenuo appello al nuovo papa perché non concedesse la cosiddetta “grazia” che avrebbe negato il loro diritto alla giustizia. Prevost, sicuramente dopo ampio discernimento, se n’è semplicemente fregato delle tre bambine violentate e ha graziato il suo vecchio amico padre Lute. Alle sorelle Quispe la notizia è arrivata su un foglietto (un po’ gualcito, dicono) perché Prevost da cinque anni si rifiuta di incontrarle: di norma questo papa incontra le vittime di abusi solo se selezionate tra le più mansuete e più pastorizzate dai pastori locali. Le sorelle Quispe non sono state ancora pastorizzate.

    [Si noti che nella concezione del diritto italiano la grazia segue per definizione una condanna, mentre nella concezione della Chiesa la grazia papale cancella tutto: colpe, peccati, documenti, processi, pene, risarcimenti e vittime, che non hanno neppure diritto di vedere gli atti. In termini giuridici è il punto in cui la figura del papa e quella del marchese del Grillo coincidono].

    Eccoci dunque alla eclatante novità impacchettata per il settantunesimo compleanno del papa da Javier Tebas, l’avvocato di Madrid che rappresenta le sorelle Quispe.

    Tebas ha scritto su Infovaticana – un sito spagnolo che i buoni cristiani che circondano Prevost diffamano quotidianamente come «diffusore di bufale, sciocchezze e fake news» perché ce l’ha con il papa, che magari è vero, ma i fatti restano – che proprio Bertomeu nel 2021 ha scritto su Ius Canonicum, rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra, un saggio dedicato alla prassi della dispensa dagli obblighi clericali (si può leggere qui).

    Bertomeu in questo saggio mostra che, nel complesso sistema di pensiero della Chiesa, la dispensa dagli obblighi clericali serve esattamente per cancellare i processi per abusi sessuali senza lasciare alcuna traccia negli archivi del Ddf. Affronta il tema dando per inteso che gli abusi sessuali dei preti sui minori sono un fenomeno talmente diffuso da dover essere gestito con la statistica («il 70 per cento dei minori abusati è costituito da adolescenti maschi e il 20 per cento da adolescenti femmine») e da travolgere le strutture della Chiesa: «L’impossibilità — e non la semplice difficoltà — per molti Ordinari di celebrare un processo penale giudiziale ai sensi del canone 1721, a causa della mancanza di risorse umane e tecniche, era una circostanza molto più diffusa di quanto alcuni membri della Curia o studiosi avrebbero mai voluto riconoscere». Avvertenza: si parla degli abusi denunciati che sfociano in un’apertura di processo ecclesiastico, che sono solo una piccola parte dei casi reali. Appare plausibile ipotizzare, sulla base dei dati di Bertomeu, che ogni giorno vengano abusati da preti cattolici da cinque a dieci minori. Ogni giorno.

    IL POTERE ASSOLUTO DEL PAPA

    Secondo Bertomeu, anche se il trucco di spretare l’abusatore per cancellare i processi non ha nessuna base legale, può ugualmente «essere considerato una prassi avente valore normativo, in virtù della specifica approvazione del Romano Pontefice per ogni dispensa concessa». Dietro questa frase c’è una realtà terrificante: nonostante la proliferazione di leggi, costituzioni, codici e canoni di ogni tipo, l’unica legge davvero vigente nella Chiesa è che il potere del papa è assoluto e illimitato. E quindi questa prassi, ammette Bertomeu, «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore». Ma si fa così perché lo vuole il papa: «prassi avente valore normativo» significa che una cosa illegale diventa legale se piace al papa.

    Qui c’è il passaggio più agghiacciante. Bertomeu spiega che le vittime devono farsene una ragione: il loro diritto ad avere giustizia e riparazione non è l’unico di cui la Chiesa deve preoccuparsi. Val la pena di leggere le sue parole esatte: «I fedeli possono responsabilmente rinunciare a far valere un diritto personale qualora, nel caso concreto, salvaguardino in tal modo la comunione ecclesiale, poiché questa, per opera dello Spirito, possiede un carattere organico analogo a quello di un corpo vivo e operante. Di fronte alla possibilità che un chierico richieda la dispensatio ab oneribus, deve prevalere il diritto della presunta vittima a ottenere il riconoscimento della colpevolezza dell’imputato (cfr. can. 1341) e, di conseguenza, a che non gli sia concessa la dispensa, ma venga invece portato a conclusione il processo in corso? Oppure deve prevalere il diritto della comunità ecclesiale ad allontanare dal ministero pastorale un ordinato che, nel corso delle indagini preliminari o del processo penale, si sia implicitamente riconosciuto inidoneo a dispensare i misteri di Dio al servizio del popolo di Dio?».

    Chi non ha una laurea in teologia non dispone degli strumenti culturali per comprendere perché la Chiesa venga protetta dallo spretamento dei preti pedofili prima del processo e non anche dopo, ma rimane il fatto che grazie al “lodo Bertomeu” i preti pedofili la fanno franca e le vittime vengono mandate al diavolo senza pietà in nome del bene della Chiesa che, come tutti i buoni cristiani sanno, è più importante dei diritti di un bambino violentato a otto anni.

    Non sorprende dunque che l’avvocato Tebas – di fronte a queste oscene argomentazioni del sedicente 007 anti-pedofili – reagisca con tono inferocito: le tre sorelle Quispe sono state abusate rispettivamente all’età di nove, undici e tredici anni da padre Lute e Leone XIV ha deciso di sottrarlo al processo ecclesiastico, e senza dare nessuna spiegazione a queste tre donne e ai loro genitori che le avevano affidate alla Chiesa.

    I numeri della vergogna li fornisce lo stesso Bertomeu. Il funzionario del Ddf sa tutto e sciorina in un saggio accademico dati che, se li chiede un giornalista alla sala stampa vaticana, risultano coperti dal segreto più impenetrabile. In ogni caso Tebas, leggendo Ius Canonicum, ha trovato i dati: tra il 2012 e il 2020 sono stati aperti 6.236 fascicoli al Ddf, e 1.058 si sono conclusi con la concessione di una “dispensatio ab oneribus”, il 17 per cento del totale dei casi, con una media annua di 117. Colpisce l’accelerazione, che si consuma durante il ponificato di Bergoglio: le dispense sono passate da 79 nel 2012 (ultimo anno di Ratzinger) a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. «Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta», spiega Tebas.

    LE BUGIE DI PAPA FRANCESCO

    Il 22 settembre 2017 papa Francesco proclamò solennemente, a favore di telecamere, la “tolleranza zero” per i preti pedofili. Ecco le sue parole testuali: «Mai la grazia a preti e religiosi condannati per pedofilia! Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro». Chiarissimo! Ne ha firmate solo 979 negli anni dal 2013 al 2020, stando ai dati ufficialmente forniti dal suo 007 anti-pedofili. Forse voleva dire: «Mai ne firmerò più di due alla settimana», perché è questo il severo limite a cui si è rigorosamente attenuto. Se parlassimo di un politico lo definiremmo un bugiardo e un impostore. Trattandosi del papa, ci penseranno i credenti.

    Accusa Tebas: «Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che siano più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione». Ma quanti processi sono stati vaporizzati dalla dispensa papale dopo il 2020? Quanti pedofili sono stati graziati da Bergoglio e da Prevost? Segreto pontificio, almeno fino a quando Bertomeu non scriverà un nuovo saggio accademico con i dati aggiornati. L’unica notizia pubblica è che Leone XIV ha graziato padre Lute, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto mettere sotto accusa.

    Ed è qui che il diavolo (che, come assicurava Bergoglio, esiste) ci mette la coda. Esce un libro apologetico su Prevost e i suoi anni in Perù, El pastor y los lobos di Santiago Roncagliolo che, forse per distrazione, lascia cadere un paio di notizie interessanti sui rapporti tra Prevost e padre Lute. È ancora Infovaticana a notare la cosa: «Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute – all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten – Roncagliolo scrive: “Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna”. Il passo è doppiamente rilevante – commenta Infovaticana – primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute – “padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva”, “il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi” – negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale».

    IL PAPA PERDONA SOLO SE HA PAURA?

    A questa notizia ha reagito il giornalista peruviano Pedro Salinas, amico e apologeta di Prevost, a cui è grato perché lo ha difeso dalle aggressioni del Sodalizio quando denunciava con i suoi articoli le malefatte di Figari e soci. Salinas accusa Infovaticana di vigliaccheria perché «sempre in modo sottile spara contro Papa Leone XIV, ma mai frontalmente, punta sempre a gente del suo entourage». Poi rispolvera un antico cavallo di battaglia, sempre più simile a un autogol: come si può accusare Prevost di proteggere un pedofilo se da vescovo è andato così coraggiosamente all’attacco del potente Sodalizio? Dice Salinas: «Cosa stanno suggerendo? Che Papa Robert Prevost non ha indagato su un caso di un pretino abusatore a Chiclayo e invece ha agito contro il potente Sodalizio? Cioè, ha avuto più paura di Lute che del Sodalizio?».

    Questo bizzarro modo di ragionare esclude che il papa possa essere severo con qualcuno e clemente con qualcun altro quando c’è la storia di Bergoglio a dimostrare la capacità di un buon papa di proteggere gli amici e colpire ferocemente, senza traccia alcuna di pietà cristiana, i nemici.

    Ancora più bizzarra è l’idea che un uomo di Chiesa possa essere debole o clemente solo per paura. Bene, seguendo il filo di un ragionamento chiaramente costruito per tenere lo scheletrone di Prevost chiuso dentro l’armadio, dovremmo dunque immaginare che Bergoglio abbia protetto in ogni modo l’abusatore seriale Marko Rupnik (cosa ormai dimostrata) perché ne aveva paura? Interessante ipotesi adombrata da uno dei massimi esperti mondiali di abusi sessuali dei preti. Autorevolmente amico di Leone XIV.

    (Foto: Robert F. Prevost al Concistoro del 30 settembre 2023)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-007-del-papa-racconta-per-sbaglio

  • Le vittime di abusi sessuali nella Chiesa chiedono al Presidente di abolire la prescrizione.

    Le vittime di abusi sessuali nella Chiesa chiedono al Presidente di abolire la prescrizione.

    L’associazione Coração Silenciado, che rappresenta le vittime di abusi sessuali nella Chiesa cattolica , ha presentato una petizione al Presidente della Repubblica, António José Seguro, affinché promuova un’indagine sul tortuoso processo di risarcimento in corso , chiedendogli di porre fine alla prescrizione per questi casi.

    «Presenteremo una proposta per rivedere e verificare il processo di risarcimento e sostegno finanziario alle vittime di abusi sessuali nel contesto della Chiesa cattolica in Portogallo, perché crediamo che, dopo che l’intero processo si è svolto a porte chiuse, avviato e concluso autonomamente, spetti allo Stato effettuare una verifica, un controllo sull’intero svolgimento della vicenda», ha dichiarato a Lusa il portavoce dell’associazione, António Grosso.

    Dopo aver annullato, a luglio, un incontro a Belém perché desiderava essere ricevuta dal Presidente , l’associazione incontrerà venerdì António José Seguro, al quale consegnerà un dossier sul complesso processo di risarcimento.

    «Chiederemo allo Stato di assumersi le proprie responsabilità, perché è responsabile della tutela dei bambini e dei giovani», ma, «soprattutto, (lo Stato deve) procedere con una legislazione, a cominciare dall’abolizione del concetto di prescrizione per gli abusi sessuali sui minori» – come già avviene in altri Paesi.

    Per António Grosso, “ non possono esistere termini di prescrizione per gli abusi sessuali sui minori, perché il trauma non si estingue nella mente e nel corpo delle vittime ”.

    “È assurdo che esistano termini di prescrizione di 15 o 25 anni quando è risaputo, a livello pubblico e sociologico, che le vittime, nella maggior parte dei casi, rivelano i segreti degli abusi sessuali solo più di 30 o 40 anni dopo l’accaduto e quando finalmente riescono a parlarne, il reato dell’abusante è già prescritto”, ha affermato.

    Finora, secondo António Grosso, solo 57 persone hanno ricevuto il risarcimento annunciato, dopo una prima verifica di 512 testimonianze da parte della Commissione Indipendente, successivamente sostituita dal Gruppo VITA, una struttura con psicologi che ha valutato ogni denuncia caso per caso.

    «Rispetto alle 4,815 vittime che, secondo le stime della Commissione indipendente, avrebbero subito abusi nella Chiesa cattolica negli ultimi decenni, (…) il risultato finale è davvero esiguo», sottolinea.

    “Tutto ciò era già motivo sufficiente” perché lo Stato intervenisse, “poiché spetta allo Stato, a livello istituzionale, costituzionale e per tradizione, proteggere i bambini e i giovani”, ha affermato, ricordando che molti degli abusi si sono verificati in strutture ecclesiastiche dove i minori venivano inviati dai servizi statali/pubblici.

    «Lo Stato non disponeva di strutture proprie e mandava i bambini più vulnerabili in conventi, seminari e orfanotrofi, ma poi non garantiva la protezione necessaria e non c’era alcuna supervisione», sottolinea Grosso.

    L’associazione chiede pertanto al Presidente della Repubblica, «nella sua veste e nel suo potere di influenza, di poter sollecitare altri organi statali e l’organo sovrano che è l’Assemblea della Repubblica, (…) a considerare la possibilità di effettuare effettivamente una revisione e una verifica dell’intero processo».

    Per António Grosso, il processo di assegnazione dei risarcimenti finanziari ha contribuito alla “rivittimizzazione” delle persone, “con lunghi interrogatori delle vittime da parte di commissioni investigative, dove non avevano i diritti più elementari e non potevano essere accompagnate da nessuno”, davanti a “due o tre inquisitori” che “avevano tutto il potere sul processo”, per “calcolare il prezzo della nostra sofferenza”.

    Inoltre, ha affermato, “alle vittime è vietato visionare la relazione redatta su di loro e sulla loro vita, sulla base della quale è stato disposto il risarcimento finanziario”, sottolineando che ci sono casi che non sono andati avanti perché i fascicoli erano archiviati in Vaticano e/o riguardavano membri del clero di altre nazionalità.

    ” Ci sono troppi errori e incongruenze in tutto questo processo “, ha sostenuto.

    Ad aprile, il presidente uscente della Conferenza episcopale portoghese, il vescovo José Ornelas, ha stimato che le indagini interne sugli abusi, il sostegno alle vittime e i risarcimenti abbiano comportato una spesa totale per la Chiesa di 3 milioni di euro, con importi individuali compresi tra 9,000 e 45,000 euro.

    Sono in corso procedimenti giudiziari e indagini da parte della Procura della Repubblica, e il vescovo Ornelas ha affermato di sperare che “le istituzioni del Paese funzionino in modo che questa indagine possa essere condotta in modo imparziale e che le persone coinvolte possano essere convocate” dalle autorità.

    Fonte: LUSA

    https://www.portugalresident.com/it/Le-vittime-di-abusi-sessuali-nella-Chiesa-chiedono-al-presidente-di-abolire-la-prescrizione./

  • «Io e gli abusi subiti dal parroco di CL. Mai più in silenzio»

    «Io e gli abusi subiti dal parroco di CL. Mai più in silenzio»

    «Sono stato vittima di violenze e abusi sessuali da parte dell’allora don Mauro Inzoli, nel gruppo cattolico di Comunione e Liberazione, dai miei 14 ai 18 anni, dal 2001 al 2005. Abusi che si ripetevano ogni volta che ne avesse loccasione: a ogni viaggio di gruppo, a ogni colloquio privato».
    A parlare a Domani è Matteo Scarabelli, 39 anni, professionista nel settore farmaceutico, originario di Crema e oggi residente tra Parigi e Bruxelles.
    Per più di vent’anni, non ha raccontato quello che ha subito.
    Inzoli è l’ex parroco della Santissima Trinità di Crema, presidente per oltre dieci anni del Banco Alimentare, referente di Gioventù Studentesca e presidente del Cda della Fondazione Fides et Ratio. Confessore personale di Roberto Formigoni, frequentava il Meeting di Rimini e gli ambienti della Compagnia delle Opere. Lo chiamavano «don Mercedes», per la passione per le auto
    di lusso.
    Quella sua aura, racconta Scarabelli, rendeva impossibile riconoscere la violenza.
    «La prima volta mi sono ritrovato sdraiato sul letto. All’inizio parlavamo, sembrava normale. Poi ha iniziato a toccarmi.
    Non capivo cosa stesse succedendo, ero paralizzato. Dentro pensavo solo:
    devo far finta che vada bene».
    La prima condanna arriva nel 2016.
    Il gup Letizia Platé riconosce cinque vittime, tra i 12 e i 16 anni, e la forte «sottomissione psicologica» esercitata da Inzoli.
    La vicenda arriva fino alla condanna definitiva a quattro anni, sette mesi e dieci giorni per violenza sessuale su minori, aggravata dall’abuso di autorità. Nell’aprile 2018, Inzoli entra nel carcere di Bollate, dal quale esce due anni dopo con l’affidamento in prova ai servizi sociali. Nel 2017, papa Francesco lo aveva dimesso dallo stato clericale.
    Scarabelli ha testimoniato anche davanti alla Commissione abusi di CL, ma non figura tra le vittime riconosciute nei procedimenti penali perché non denunciò.
    «Quando gli abusi di Inzoli furono confermati da un tribunale, per un pugno di episodi emersi dal coraggio di alcuni ragazzi poco più che ventenni pensai che a me non servisse denunciare. Cercavo di proteggere me stesso dalla vergogna e i miei genitori dal senso di colpa. Non immaginavo le conseguenze che tutto questo avrebbe avuto dentro di me».
    La rimozione, per Matteo, ha la forma di vent’anni di vita.
    «Il mio corpo e la mia mente hanno rifiutato per anni di diventare adulti».
    La condanna e la dimissione dallo stato clericale non hanno coinciso con l’uscita di Inzoli dalla Fraternità di Comunione e Liberazione. Negli anni successivi è rimasto nella Fraternità, partecipando a incontri,
    momenti di condivisione e viaggi in Terra Santa con famiglie e ragazzi.
    A Crema, una parte della comunità ha continuato a essergli vicina, nella convinzione che avesse ormai «pagato».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/io-e-gli-abusi-subiti-dal-parroco-di-cl-mai-piu-in-silenzio-va3lvazj

  • Aparecida in festa per i mosaici che a Lourdes coprono

    Aparecida in festa per i mosaici che a Lourdes coprono

    Sembra che la mano destra di papa Leone XIV non sappia che cosa fa la mano sinistra, ma la Chiesa di Roma non sembra preoccuparsi di chiarire alcunché ai fedeli e allo stesso clero. Eppure non c’è spiegazione che possa venire in mente.

    Sabato 12 settembre a Aparecida, in Brasile, verrà solennemente inaugurato, con la benedizione del papa, un grande mosaico sulla facciata della più grande basilica del Sud America. La firma è di Marko Rupnik, l’ex gesuita oggi sotto processo al Dicastero per la Dottrina della Fede con l’accusa di abusi sessuali su una trentina di donne. Che è poi la ragione per cui due settimane dopo, a Lourdes, lo stesso papa visiterà il santuario trovando i mosaici di Rupnik sulle facciate della basilica coperti a titolo definitivo proprio per la gravità delle colpe attribuite all’artista sloveno. In entrambi i casi l’approvazione del papa è piena, convinta e ben comunicata sui media.

    È tutto vero. Il 12 settembre ad Aparecida, nello Stato di San Paolo, ci sarà una grande cerimonia con spettacoli di musica e teatro, e ovviamente un’adeguata celebrazione religiosa, per festeggiare l’inaugurazione della facciata ovest adornata dai mosaici che raccontano la storia dell’Apocalisse, la quarta e ultima facciata della seconda basilica più grande al mondo dopo San Pietro. Don Marko Rupnik nel 2017 ricevette l’incarico per la grande opera dai padri redentoristi che gestiscono il santuario con l’approvazione della Conferenza episcopale brasiliana.

    L’ex gesuita ha continuato a occuparsi direttamente del progetto brasiliano: qui lo vediamo mentre posa proprio davanti alla parete ovest insieme all’ex amministratore del Santuario, padre Luiz Cláudio Alves de Macedo, e alla destra l’ingegnere responsabile del cantiere.

    Il grande lavoro del rivestimento del santuario brasiliano è iniziato sette anni fa, nel 2019, ha subito una battuta d’arresto durante la pandemia ma ora è finalmente completato, per la gioia dei redentoristi, del vescovo di Aparecida Mário Antônio da Silva, del suo predecessore don Orlando Brandes e di tutti i fedeli che lo hanno finanziato.

    Da una parte la stampa di tutto il mondo punta i riflettori su Lourdes lodando l’iniziativa del vescovo Jean-Marc Micas che, con l’approvazione del papa, ha deciso di oscurare definitivamente i mosaici di Rupnik sulla facciata della Basilica del Rosario. Dall’altra, in un cono d’ombra mediatico grande come l’oceano, si sta per festeggiare il completamento della decorazione del Santuario di Nostra Signora Aparecida. Quattro facciate di mosaici a marchio Rupnik, realizzate ovviamente dagli artisti del Centro Aletti.

    Quindi, a soli quindici giorni dalla visita di papa Leone nella Basilica di Lourdes, su uno sfondo di mosaici coperti dal vescovo come simbolo dell’attenzione della Chiesa per la sofferenza delle vittime, in un’altra basilica cattolica (e non una chiesetta, ma il più grande santuario mariano del Sud America e uno dei più famosi siti di pellegrinaggio al mondo) un altro vescovo benedice uguali mosaici della vergogna, con gli stessi occhi neri privi di iride, tutti usciti dalla fucina dell’ex potente gesuita sotto processo.

    È tutto vero. Ad Aparecida non fanno nulla per nasconderlo, anzi, suonano la grancassa per incassare le ultime donazioni: chi ha aiutato la realizzazione di questo grande progetto potrà infatti vedere il proprio nome in un libro che verrà conservato nel santuario. Le pareti a marchio Rupnik sono descritte sul sito ufficiale di Aparecida, che illustra i singoli mosaici spiegando cosa significano, quando sono stati realizzati, con quali materiali e da quanti artisti:

    La facciata ovest della Basilica di Aparecida è stata la quarta di quattro facciate a essere rivestita a mosaico. I lavori, iniziati nel 2025 e completati nel 2026, hanno interessato quasi 4.000 m² di mosaici, ideati ed eseguiti da 39 mosaicisti di diverse confessioni religiose (ortodossa, greco-cattolica, cattolica latina), di varie nazionalità, età e provenienze (sacerdoti, persone consacrate, laici e coppie sposate), legati al Centro Aletti di Roma. Le pietre utilizzate provengono da diversi paesi, tra cui Brasile, Italia, Grecia e Afghanistan. L’opera è stata realizzata grazie alle donazioni della Famiglia dei Devoti, un’iniziativa che riunisce i fedeli per sostenere le opere sociali, edilizie ed evangeliche del Santuario Nazionale di Aparecida.

    Al contrario del santuario brasiliano, il Centro Aletti, che pure ha realizzato quest’opera monumentale, è ben più parco di informazioni. Infatti la pagina che riguarda Aparecida è ferma al 2023: devono aver pensato che era meglio non attirare troppo l’attenzione e far credere che il progetto era stato sospeso in attesa del giudizio definitivo su Rupnik, al momento sempre sotto processo ecclesiastico per abusi sessuali al Dicastero per la dottrina della fede. Invece, come abbiamo documentato in questi anni, i lavori non si sono mai fermati. Qui raccontavamo l’inaugurazione della facciata sud del santuario, l’11 maggio 2024 e davamo qualche idea di quanto è costato realizzare quest’opera monumentale:

    Una stima dei costi, però, possiamo azzardarla. «Il prezzo dei mosaici è di circa mille euro al metro quadrato, senza contare i materiali, la manodopera e i lavori di produzione, dai ponteggi all’uso dei macchinari necessari a preparare l’installazione», ha dichiarato Erasmo Freitas de Abreu a Isabel Gnaccarini, collaboratrice della Folha do São Paulo. Freitas è il direttore dell’atelier di architettura e arte sacra Amacom, che lavora con artisti brasiliani, laici e religiosi, e ha partecipato alla posa dei mosaici ad Aparecida sin dall’inizio.

    Se si calcola che la superficie della facciata nord è di circa 2.300 metri quadri, mentre la sud supera i tremila, a cui si aggiungono i 650 metri quadri di mosaico sulla colonnata, il conto è presto fatto: i padri redentoristi potrebbero aver pagato una cifra vicina ai sei milioni di euro per i mosaici realizzati finora, a cui vanno aggiunti tutti gli altri costi, compresi quelli dell’inaugurazione di ogni facciata.

    Quanto ha guadagnato il Centro Aletti con questa gigantesca commessa brasiliana? La facciata est, conclusa nella primavera del 2025, è composta da quasi 4000 metri quadri di mosaico, quindi i conti sono presto fatti: l’atelier di via Paolina si è portato a casa almeno 14 milioni di euro. Indubbiamente una bella cifra, che non sappiamo se e come è stata investita ma che sicuramente ha contribuito a fare di Rupnik un uomo potente e temuto in Vaticano.

    Non è tutto: se è vero che papa Leone ha incontrato in udienza privata il vescovo di Tarbes e Lourdes il 26 giugno 2025 e in quell’occasione gli ha detto di aver personalmente dato l’ordine di togliere le immagini delle opere di Rupnik dalla comunicazione del Vaticano, approvando quindi la decisione di monsignor Micas di oscurare le opere a Lourdes, è altrettanto vero che Prevost ha avuto una ben più recente e cordiale udienza con l’arcivescovo di Aparecida, Mário Antônio da Silva, appena un paio di mesi fa. Lo racconta lo stesso rettore del Santuario di Aparecida:

    Il 29 giugno (2026, ndr), Dom Mário Antonio è stato ricevuto da Papa Leone XIV in Vaticano. Ha ricevuto il pallio episcopale, simbolo del suo lavoro e del suo ministero pastorale nell’Arcidiocesi di Aparecida.

    Il papa sembra quindi voler benedire l’operato dell’arcivescovo, che vediamo in un video diffuso dalla rete di comunicazione del Santuario mentre mette le ultime tessere del mosaico che completano la parete ovest, insieme ai padri redentoristi e all’arcivescovo emerito di Aparecida Orlando Brandes.

    Papa Leone aveva già ricevuto una delegazione da Aparecida alla fine di dicembre 2025 insieme all’allora vescovo Brandes, come ho raccontato qui:

    (…) il papa ha pensato che non ci fosse nulla di strano nel dare il benvenuto in Vaticano proprio ai padri redentoristi di Aparecida. Lo scorso 13 dicembre (2025, ndr) ha ricevuto in udienza il superiore della Provincia di Nostra Signora Aparecida, Marlos Aurélio da Silva, e il rettore del Santuario, padre Eduardo Catalfo, accompagnati dal vescovo di Aparecida monsignor Orlando Brandes. I redentoristi, che non perdono occasione di fare sfoggio dei nuovi mosaici di Rupnik (profumatamente pagati con le donazioni dei fedeli) hanno regalato al papa una statuetta della vergine Aparecida e immagini della Basilica luccicante. La visita era organizzata in occasione dei vent’anni di Tv Aparecida, che trasmette dal Santuario e che è stato il solo network autorizzato, negli anni scorsi, a trasmettere le immagini delle grandiose inaugurazioni delle facciate rivestite dai mosaici di Rupnik.

    Sembra di essere finiti in un romanzo di Philip K. Dick, in cui la realtà può tranquillamente rovesciarsi nel suo contrario senza che qualcuno ci trovi nulla di strano. Papa Leone da un lato plaude alla damnatio memoriae di Rupnik e della sua opera, tanto da far prefigurare una sentenza esemplare nel processo a suo carico, dall’altra benedice e incoraggia un vescovo e una diocesi che da anni esaltano proprio la portata non solo artistica ma soprattutto pastorale dei mosaici di Rupnik.

    È il cuore del progetto Jornada Biblica, il viaggio biblico illustrato sulle quattro facciate di Aparecida:

    Il progetto “Viaggio Biblico”, proposto dal Santuario Nazionale, insegna che rivestirsi della Parola di Dio è un ideale di vita. Il nostro Viaggio è un progetto pastorale alla ricerca della speranza. Attraverso l’arte e la bellezza, desideriamo che i devoti di Nostra Signora di Aparecida si avvicinino alle Sacre Scritture. Colorando le quattro facciate del Santuario con passi biblici, rinnoviamo il nostro impegno verso la Bibbia.

    La stampa sceglie di guardare in una sola direzione, a Lourdes, e osannare l’attenzione del papa per le vittime (e in questo nulla di nuovo) ma questo usare due pesi e due misure da parte di Prevost deve pure avere un significato: o la Chiesa non sa quello che sta facendo, o lo sa benissimo e allora quello che si intravede non è per nulla rassicurante.

    (nella foto, la facciata nord del Santuario di Nossa Senhora de Aparecida, Brasile)

    https://federicatourn.substack.com/p/aparecida-in-festa-per-i-mosaici

  • L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    Nel mio breve periodo di esercizio della difesa giuridica di alcune vittime di abusi sessuali da parte di chierici mi sono scontrato frontalmente con una pratica impensabile in qualsiasi altro ambito. Il chierico indagato chiede al Papa la dispensa dagli obblighi clericali; se gli viene concessa, il processo penale si ferma lì. Secondo i dati interni dello stesso Dicastero per la Dottrina della Fede, così si sono conclusi 1.058 dei 6.236 casi registrati tra il 2012 e il 2020, uno su sei. Dietro ognuno di questi fascicoli c’è una o più persone che hanno denunciato di essere state abusate durante l’infanzia e alle quali la Chiesa non ha mai detto se le credeva. Indagando a fondo su questa pratica assurda e scandalosa, ho scoperto che non è un’anomalia burocratica né un’improvvisazione di diocesi sommerse. Ha una giustificazione dottrinale scritta, pubblicata su una rivista accademica di primo livello e firmata da uno degli uomini che la applicano: Monsignor Jordi Bertomeu Farnós, ufficiale della Sezione Disciplinare del Dicastero, inviato di Francesco in Cile e in Perù, commissario pontificio del Sodalicio, e uno dei principali promotori di questo catastrofico concetto giuridico che, a oggi, sta applicando (spiegherò perché ritengo irregolarmente) il Dicastero del cardinale Victor Manuel Fernández. Il suo articolo del 2021 è oggi il sostegno teorico di una pratica che provoca scandalo anche tra alte autorità giudiziarie vaticane.

    Il testo si intitola «La praxis de la CDF sobre la dispensa de las obligaciones clericales: El n. 157 del Vademécum» ed è stato pubblicato su Ius Canonicum, la rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra (vol. 61, n. 122, 2021, pp. 733-765; DOI 10.15581/016.122.004). È in accesso aperto e continua un lavoro precedente dello stesso autore sulla stessa rivista. Importa chi lo scrive: un funzionario dell’organismo che decide, con accesso alle cifre che nessun altro conosce, che descrive la pratica del proprio ufficio e conclude che è legittima. Questo trasforma l’articolo, più che in uno studio, nella difesa ufficiosa di un sistema di silenzio e impunità.

    Quello che Bertomeu sostiene

    Il punto di appoggio è il n. 157 del Vademécum del 2020, che riconosce all’accusato, «dal momento in cui si ha notitia de delicto», il diritto di chiedere al Santo Padre la dispensa da tutti gli obblighi clericali, compreso il celibato. Il Vademécum si ferma lì: riconosce un diritto a richiedere, e non dice nulla su ciò che accade con il processo penale in corso. È Bertomeu che fa il passo successivo, e lo fa nel riassunto stesso del suo articolo:

    «Sebbene interrompa le indagini o il processo in corso senza che si giunga a una conclusione dello stesso circa la colpevolezza o meno dell’imputato, la trattazione davanti al Santo Padre di questa grazia è legittima a causa della tutela di diversi beni giuridici nei delicta graviora a partire dalla prevalenza del principio del bonum commune nella Chiesa» (p. 733).

    Lo ribadisce nel corpo del testo con la stessa chiarezza: la CDF permette al reo di chiedere la grazia «in qualsiasi momento delle indagini o del processo», e «l’accoglimento di tale istanza, d’altra parte, comporta l’interruzione del procedimento penale in corso» (p. 749). La tesi è, dunque, che l’accusato può fermare il proprio processo chiedendo di non essere più sacerdote, e che la Chiesa fa bene a permetterglielo per il “bene” della stessa Chiesa.

    Quello che Bertomeu sa

    Ciò che rende particolarmente grave l’articolo non è che difenda questa tesi, ma che la difenda sapendo esattamente cosa implica. Impunità e vittime trascurate senza riparazione. Bertomeu non ignora nessuna delle obiezioni; le espone lui stesso, con precisione da giurista, prima di scartarle. Conviene seguire il filo delle sue ammissioni.

    L’articolo inizia riconoscendo che non esiste una legge che tuteli ciò che descrive. L’istituto «non è espressamente previsto in alcun testo legislativo sui delicta reservata» (p. 741), e il Vademécum da cui parte «non costituisce una ulteriore riforma legislativa» né è «un testo normativo» (pp. 740-741). Per superare l’ostacolo, propone che «nonostante il carattere non normativo del Vademécum, il contenuto del n. 157 può essere considerato come una prassi con valore normativo a causa del riscontro specifico del Romano Pontefice a ogni dispensa concessa» (pp. 741-742). Cioè, una regola che non è da nessuna parte acquisisce valore di legge perché è stata applicata molte volte con firma papale. Nessun sistema giuridico serio, e quello canonico non dovrebbe fare eccezione, ammette che in materia penale la ripetizione di atti singolari crei diritto: la legge esiste quando è promulgata (can. 7), le norme penali si interpretano restrittivamente (can. 18) e la prassi della Curia supplisce solo lacune e mai in materia di pene (can. 19). Bertomeu conosce questi canoni. Li cita. E costruisce nonostante essi il piano dell’evasione del processo attraverso la dispensa.

    Continua riconoscendo cosa accade con le vittime: l’interruzione «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore» (p. 751). Inevitabilmente. L’autore della tesi descrive il suo effetto sulla vittima con la parola che meglio lo definisce, e la mantiene.

    Riconosce, inoltre, di non trovare la ragione che giustificherebbe la grazia. Ogni dispensa canonica richiede una causa giusta e ragionevole (can. 90 §1), e lo stesso Bertomeu ricorda, citando Urrutia, che senza di essa «potrebbe anche essere invalida» (p. 742). Nonostante ciò ammette che «rimane la difficoltà di indicare quale possa essere la causa giusta e ragionevole che permetta questa concessione graziosa senza pregiudizio della giustizia» (p. 751). Sostiene, quindi, la legittimità di un atto la cui condizione di validità confessa di non poter identificare con certezza.

    Riconosce anche che tutto questo avviene in segreto. «A differenza di altri tribunali come quello della Rota Romana, la CDF non pubblica le sue decisioni», il che «lascia nell’oscurità importanti aspetti formali (procedimento e trattazione) e materiali» (pp. 738-739). Lo scrive un funzionario dell’organismo che non pubblica, in un testo che inizia invocando la «trasparenza, responsabilità e rendicontazione» del vertice del febbraio 2019, e che subito dopo giustifica una pratica che ne è priva.

    E riconosce, con cifre che pochi possono fornire, che non si tratta di un’eccezione. «Se tra il 2012 e il 2020 sono stati registrati 6.236 casi nella CDF, 1058 si sono conclusi con la concessione di una dispensatio ab oneribus, con una media annua di 117, cioè il 17% del totale» (p. 750); le dispense sono passate da 79 nel 2012 a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta, compresa la controversa dispensa di Leone XIV a Eleuterio Vásquez, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto indagare. Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione in cambio di un cattivo espediente.

    Infine, Bertomeu raccoglie in nota a piè di pagina l’obiezione più devastante contro la propria tesi, formulata dal canonista Luis Navarro: «sarebbe più coerente che per un delitto non si riceva una grazia; altrimenti si potrebbe pensare che, per ottenere l’esonero, la via sia commettere un delitto, il che sarebbe certamente causa di scandalo tra i fedeli» (nota 65). La citazione è demolitrice, ma l’autore non vi risponde. È difficile trovare nella letteratura canonica un esempio più chiaro di un autore che espone l’argomento che confuta la sua tesi e procede come se non l’avesse letto.

    Perché le sue giustificazioni non reggono

    Di fronte all’obiezione che la prassi lede il principio iustitiam restituere, Bertomeu offre quattro ragioni (pp. 758-760). Nessuna resiste all’analisi.

    La prima è che la vittima «ha sempre la possibilità di rivendicare la lesione subita davanti alle autorità giudiziarie statali», che sarebbero «il foro ottimale». L’argomento è insostenibile dal punto di vista del diritto stesso della Chiesa, e lo è per tre motivi che l’autore non può ignorare. La Chiesa riserva a Roma la competenza su questi delitti proprio perché afferma che tutelano beni giuridici propri; non può reclamare la giurisdizione per sé e, quando decide di non esercitarla, inviare la vittima altrove. Lo stesso articolo spiega, poche pagine prima (p. 752), che la Chiesa ha ampliato i termini di prescrizione perché le vittime di abusi impiegano decenni per poter parlare e i termini civili sono solitamente scaduti, per cui il «foro ottimale» a cui rimanda è, nella maggior parte dei casi, un foro chiuso, e Bertomeu lo sa quando scrive la frase. E, soprattutto, c’è qualcosa che nessun tribunale dello Stato può giudicare: la responsabilità dei vescovi e dei superiori che hanno ricevuto la denuncia e l’hanno gestita male, che da Vos estis lux mundi (art. 1 §1 b) è perseguibile canonicamente ma può essere stabilita solo su fatti previamente chiariti. Quando il caso principale si chiude senza determinare i fatti, la responsabilità di tutta la catena di comando rimane fuori dall’esame per sempre. Questo è l’effetto più grave della prassi e quello che meno si spiega: non solo libera l’accusato, ma protegge chi lo ha protetto, trasferito o ha guardato dall’altra parte. Una pratica che produce questo risultato in uno su sei casi non è uno strumento di giustizia flessibile. È, nel suo funzionamento oggettivo, un meccanismo di copertura istituzionale, indipendentemente dall’intenzione di chi l’ha progettato.

    La seconda ragione è che il chierico, chiedendo la dispensa, «si è implicitamente riconosciuto inidoneo al ministero». Ma una confessione tacita estratta da un atto che lo stesso Vademécum qualifica come diritto, senza assistenza legale e senza alcuna prova, non è una dichiarazione di fatti né serve a nessuno: non dà alla vittima la verità, non dà all’accusato innocente l’assoluzione e lascia alla comunità un sospetto che lo stesso rescritto permette al vescovo di divulgare, «il fatto della dispensa» e «la causa canonica» (nota 52), senza che nessuno l’abbia giudicata. La terza ragione, che l’Ordinario può vigilare sul dispensato, non ripara nulla e presuppone inoltre che si sappia di cosa vigilare, che è precisamente ciò che non è stato indagato.

    La quarta ragione è quella che rivela il fondo:

    «In quarto e ultimo luogo, perché non è irrilevante considerare che le cause penali nel foro canonico non sempre si concludono con una condanna del reo. A causa di una presunta sensibilità eccessivamente garantista e servendosi delle formalità processuali, si consideri al riguardo un certo malessere ecclesiale per alcune sentenze degli ultimi sette anni, in sede di ricorso gerarchico, di reformatio in melius quando non direttamente di assoluzione o di decisione dimissoria» (pp. 759-760).

    Un ufficiale del tribunale che giudica gli abusi giustifica una via per evitare il giudizio perché il giudizio, con le sue garanzie e le sue formalità, a volte assolve o riduce la pena. Non si prescinde dal processo nonostante possa finire con un’assoluzione, ma perché può finire con un’assoluzione. Il ragionamento è incompatibile con l’idea stessa di processo, che esiste proprio perché il risultato non sia deciso prima di iniziare. Ed è, inoltre, la confessione che la pratica non persegue la giustizia ma un risultato: allontanare il sacerdote senza dover provare nulla. Quello che Bertomeu chiama «sensibilità eccessivamente garantista» è ciò che in qualsiasi ordinamento civile si chiama diritto a un processo equo. Che un funzionario del Dicastero lo descriva come un ostacolo dovrebbe preoccupare chiunque, a cominciare dagli stessi sacerdoti.

    Quello che dispone il diritto della Chiesa

    Nulla di tutto questo richiede di invocare principi estranei alla Chiesa. Basta il Codice. La dispensa (cann. 85, 290, 3º, 291 e 292) è un atto di grazia sullo statuto personale del chierico: lo libera dal celibato e gli fa perdere lo stato clericale. Le cause di estinzione dell’azione penale canonica sono tassative, e sono la prescrizione (can. 1362) e la morte del reo. La dispensa non è tra queste, e non può esserlo per via della prassi, perché il Codice ha blindato espressamente le leggi penali e processuali contro il rilassamento singolare (can. 87 §1). Quello che Bertomeu presenta come «originalità dell’ordinamento canonico» è, in realtà, l’attribuzione a un atto di grazia di un effetto che la legge non gli dà, su un oggetto, i fatti e la loro riparazione, che non è il suo.

    Il Codice riconosce inoltre alle vittime diritti concreti che la pratica annulla. Il diritto di reclamare davanti al foro ecclesiastico (can. 221 §1). Il diritto alla riparazione del danno (can. 128). Il diritto di esercitare l’azione di danni all’interno del proprio giudizio penale (can. 1729 §1), azione che scompare con il giudizio. E il diritto di essere ascoltato prima che l’autorità emetta un atto che lede i suoi diritti (can. 50). Nella prassi che Bertomeu descrive la vittima non interviene, non è ascoltata, e spesso non sa nulla fino a quando non le viene comunicato che tutto è finito. La riparazione si riduce alla clausola del rescritto per cui il dispensato è obbligato a riparare «onerata conscientia», in coscienza (nota 53). Un’obbligazione che esiste solo nella coscienza dell’accusato non può essere esigita da nessuno.

    E il Codice, nella sua versione riformata, punta nella direzione opposta alla tesi. L’articolo si appoggia su Pascite gregem Dei (2021) per la sua teoria dei beni giuridici, ma omette che quella stessa riforma ha trasformato in dovere ciò che prima era facoltà: il can. 1311 §2 obbliga a tutelare il bene della comunità «etiam poenarum irrogatione vel declaratione» e il can. 1341 sostituisce «curet» con «promovere debet». Il legislatore ha voluto che il perseguimento di questi delitti fosse obbligatorio. La prassi che Bertomeu difende la rende facoltativa a volontà dell’accusato. Di fronte a tutto questo, il ricorso al «bene comune» e alla salus animarum (can. 1752, che è la norma di chiusura del trasferimento dei parroci, non una clausola per estinguere azioni penali) prova troppo: con lo stesso bene comune si sostiene che la Chiesa deve giudicare fino in fondo, e con la stessa salvezza delle anime si esige che la vittima conosca la verità. Un principio che serve per una cosa e il suo contrario non giustifica nulla.

    Quello che la Chiesa ha promesso

    Se il contrasto con il diritto interno è grave, il contrasto con gli impegni esterni della Chiesa è ancora più grave, perché riguarda la sua parola data. La Santa Sede ha ratificato nel 1990 la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, il cui articolo 19 obbliga a stabilire «procedure efficaci» di indagine e intervento giudiziario di fronte all’abuso, e i cui articoli 34 e 39 esigono protezione di fronte all’abuso sessuale e riparazione alle vittime. Nel 2014, dopo aver esaminato la Santa Sede, il Comitato sui Diritti dell’Infanzia ha segnalato proprio la gestione interna dei casi, l’uscita silenziosa dei chierici senza depurazione delle responsabilità e la mancanza di cooperazione con le autorità civili, ed ha esigito indagini complete, rendicontazione degli autori e dei superiori e trasparenza. Il Comitato contro la Tortura ha formulato quello stesso anno richieste analoghe. Una prassi che chiude uno su sei casi senza indagine conclusa, senza dichiarazione di fatti e senza riparazione esigibile, su istanza dello stesso accusato, non è un’interpretazione discutibile di quegli impegni: è la loro negazione. E Bertomeu, che fa appello ai criteri di una «società sempre più egualitaria, democratica e garantista» come orizzonte della riforma ecclesiale, non menziona la Convenzione in trenta pagine.

    Altro tanto accade con i concordati. Gli Stati garantiscono alla Chiesa il libero esercizio della sua giurisdizione, come fa l’Accordo sugli Affari Giuridici con la Spagna del 1979 (art. I) dopo la soppressione del privilegio del foro nel 1976, o l’Accordo con il Perù del 1980 (art. I), che lo stesso Bertomeu invocava su ABC per spiegare la sua azione nel Sodalicio. Quella garanzia ha un presupposto: che la giurisdizione sia esercitata. Gli Stati non riconoscono alla Chiesa autonomia perché i suoi tribunali possano essere fermati dall’indagato, né perché rimandi le vittime a tribunali civili che sa prescritti. Quando la Chiesa reclama il concordato come scudo di fronte all’ingerenza e, allo stesso tempo, utilizza la dispensa per non giudicare, sta usando l’autonomia in entrambe le direzioni contemporaneamente: per escludere lo Stato e per non fare ciò che lo Stato le ha riconosciuto il diritto di fare.

    Nel 2019 Francesco ha riunito i presidenti delle conferenze episcopali sotto tre parole, trasparenza, responsabilità e rendicontazione; quello stesso dicembre ha soppresso il segreto pontificio nelle cause di abusi; nel 2021 ha reso obbligatorio il perseguimento. Bertomeu cita il primo di quei traguardi come cornice del suo articolo. La pratica che difende ne viola tutti e tre.

    Una crepa con nome

    Attraverso Bertomeu la Dottrina della Fede presenta la prassi della dispensa come «flessibilità del diritto della Chiesa, la cui legge suprema è il bene delle anime». Ciò che il suo stesso articolo documenta è una via di fuga disponibile dal primo giorno dell’indagine, attivabile dall’accusato, trattata senza la vittima, decisa senza motivazione, non ricorribile (cann. 333 §3 e 1732), non pubblicata, senza base legale riconosciuta, senza causa giusta identificabile, con una riparazione in coscienza che nessuno può esigere, che rimanda le vittime a un foro che si sa chiuso, che rende inverificabile la responsabilità dei superiori e che è stata applicata a più di mille casi con tendenza allarmantemente crescente. Ognuno di questi tratti, isolato, sarebbe già un difetto grave. Riuniti, descrivono un sistema che produce impunità per l’accusato, copertura per chi lo ha gestito e silenzio per le vittime, e che si presenta come atto di misericordia. Che chi l’abbia teorizzato sia il canonista che Roma invia a impartire giustizia in Cile e in Perù, e che l’abbia fatto su una rivista universitaria con tutte le cautele accademiche, non lo rende meno scandaloso.

    Alti responsabili giudiziari vaticani hanno sostenuto a InfoVaticana che la dispensa riguarda lo statuto personale del chierico, non il dovere della Chiesa di chiarire i fatti, riparare le vittime e depurare le responsabilità di chi ha gestito il fascicolo. Forse l’ultima parola non è stata detta di fronte a questo espediente processuale che sta facendo tanto danno a migliaia di persone. Quella lettura, e non quella dell’articolo di Jordi Bertomeu, è l’unica compatibile con il Codice, con la riforma del 2021, con la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e con i concordati. Ed è quella che dovrebbe imporsi là dove, invocando la dottrina qui analizzata, si comunica a chi ha denunciato che il suo caso si è concluso perché l’accusato ha smesso di essere sacerdote. La dispensa può essere la fine di un ministero. Non può essere mai l’ultima parola su fatti che nessuno ha voluto giudicare.

    Javier Tebas Llanas, avvocato.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/04/lastuzia-per-chiudere-i-casi-di-abusi-senza-processo-ne-risarcimento-uscita-dalla-dottrina-della-fede/

  • I mosaici della vergogna imbarazzano papa Leone

    I mosaici della vergogna imbarazzano papa Leone

    Contrordine: i mosaici di Marko Rupnik a Lourdes vanno coperti definitivamente. Il vescovo di Tarbes e Lourdes Jean-Marc Micas ha smentito il rettore della Basilica del Rosario Michel Daubanes che, tre settimane fa, aveva annunciato che i mosaici dell’ex gesuita abusatore sarebbero stati coperti soltanto per i giorni della visita del papa, il 26 e 27 settembre. Monsignor Micas, unico tra i vescovi ad essersi esposto sullo spinoso tema della rimozione delle opere di Rupnik, al momento ancora sotto processo ecclesiastico per abusi sessuali nei confronti di una trentina di donne, ha infatti dichiarato a La Dépêche che «i discussi mosaici dell’ex gesuita Ivan Marko Rupnik saranno tutti coperti e rimarranno tali anche dopo la visita (del papa)». Non solo: la commissione istituita da Micas e Daubanes nel 2023 per decidere il da farsi ha ingranato la marcia e proporrà soluzioni alternative ai mosaici a marchio Rupnik. Parola del vescovo Micas:

    «I mosaici resteranno coperti dopo il pellegrinaggio del Santo Padre. Al termine di esso verrà avviata una nuova riflessione. L’attuale commissione sarà ampliata, coinvolgendo in particolare artisti e teologi, per riflettere sul futuro della facciata della basilica.

    Di opere di Rupnik ce ne sono ovunque nel mondo ma si parla sempre di quelle di Lourdes: questo fatto evidenzia la dimensione simbolica del messaggio di Lourdes in rapporto alle vittime di violenza sessuale. E ci dà una responsabilità unica».

    Un colpo di scena che non ha mancato di suscitare reazioni positive nel mondo cattolico e di riaccendere qualche speranza nelle vittime di Rupnik, che vedono nella decisione del vescovo di Tarbes e Lourdes un segno di attenzione della Chiesa e soprattutto la possibilità che il processo a Rupnik si celebri davvero e si concluda infine con una condanna.

    Come interpretare questo cambio di passo? La prima considerazione da fare mi pare di puro buon senso: accogliere il papa in visita apostolica a Lourdes davanti agli occhi neri del Cristo di Rupnik sarebbe stato troppo imbarazzante e avrebbe esposto Prevost ai fischi e alle critiche di chi accusa la Chiesa di non far nulla per le vittime. Lasciare il papa predicare sullo sfondo dei mosaici dell’abusatore seriale sotto processo canonico avrebbe fatto passare il messaggio che papa Prevost protegge Rupnik esattamente come faceva il suo predecessore Francesco.

    Coprire i mosaici della vergogna era quindi un passo obbligato. Coprirli soltanto per la visita papale, per poi affrettarsi a togliere i pannelli e restituirli alla vista dei pellegrini appena il papa avesse lasciato Lourdes, suonava però troppo ipocrita e devono essersene accorti persino in diocesi se il vescovo Micas ha pensato di correggere il tiro dopo l’iniziale proposta del rettore Daubanes.

    Anche perché durante la sua visita apostolica in Francia, il papa incontrerà alcune vittime di abuso sessuale: i dettagli non sono ancora stati resi pubblici ma sappiamo dal programma che un incontro si svolgerà proprio a Lourdes nel pomeriggio di domenica 27 settembre. Sarebbe stato troppo stridente ripetere le solite parole di comprensione e incoraggiamento davanti alle opere di Rupnik, che più di ogni altro in questi ultimi anni è diventato il simbolo dell’incapacità della Chiesa di prendere una posizione chiara sugli abusi clericali.

    Insomma, l’occultamento dei mosaici sulla facciata della Basilica del Rosario è soltanto un’operazione di immagine o il segno, come sperano le tante persone che sono state abusate dall’ex gesuita, che la sorte di Rupnik è ormai segnata, ecclesiasticamente parlando? Difficile pensare che sia una fuga in avanti del vescovo Micas, che pure non ha mai nascosto il desiderio di fare piazza pulita delle ingombranti opere dell’artista sloveno, tanto che papa Francesco lo aveva persino convocato, a fine giugno 2024, per dirgli di darsi una calmata. Pochi giorni dopo, il 2 luglio, Micas si era dovuto limitare a togliere l’illuminazione notturna ai mosaici ma era evidente che non sarebbe finita lì. Infatti, il 31 marzo 2025 (quando papa Francesco era ormai in fin di vita) aveva cominciato a coprire quelli sulla porta d’ingresso e ora, complice la visita papale, è pronto a completare l’oscuramento delle opere.

    Per capire siamo di fronte alla preparazione del set che accompagnerà non solo la visita papale ma anche la dimissione dallo stato clericale dell’artista abusatore si dovrà aspettare la fine del processo. Ricordiamo che al momento l’ex gesuita è ancora a tutti gli effetti un sacerdote della Chiesa cattolica, dato che, dopo la sua espulsione dalla Compagnia di Gesù nel luglio 2023, è stato prontamente incardinato nella diocesi di Capodistria.

    Un altro elemento da non dimenticare è che le vittime di Rupnik, nel nome delle quali è stata istituita la commissione diocesana a Lourdes e oggi si coprono i mosaici della Basilica, non sono state ammesse nel processo che pure le riguarderebbe in quanto parti offese. Ma si sa, la giustizia ecclesiastica funziona diversamente da quella civile e la parte lesa – le persone che dall’imputato sono state ferite, violentate, la cui vita è stata spesso definitivamente stravolta – non ha nemmeno il diritto di conoscere l’esito del processo canonico.

    Infine, per avere un quadro più preciso della situazione al momento attuale, è bene sapere che per un’autorità ecclesiastica che agisce coprendo i mosaici di Rupnik, ce ne sono decine che non solo non muovono un dito in questa direzione ma anzi, continuano a diffonderne le opere. Un esempio è proprio di questi ultimi giorni al meeting di Rimini, dove si è visto un Cristo di Rupnik “vegliare” sulle reliquie di Teresa di Lisieux:

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    Per non parlare di tutti gli altri santuari e chiese nel mondo – sono più di duecento – in cui le opere di Rupnik (mosaici, affreschi e quadri) sono tuttora esposte, se non addirittura ancora in fase di realizzazione, come ad Aparecida, in Brasile – anche con il beneplacito di papa Leone (tutta la storia l’abbiamo raccontata qui).

    L’incontro del papa con le persone vittime del 27 settembre a Lourdes è ancora strettamente riservato ma la stampa francese ha confermato che è stato organizzato con l’Association des victimes de Notre Dame de Bétharram, un’associazione che si è costituita per denunciare le centinaia di abusi e violenze commesse dalla Congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, una cittadina a pochi chilometri da Lourdes. Si tratta di abusi di pedofilia, commessi su bambini, non nei confronti di donne adulte: nessuna vittima di Rupnik, quindi, incontrerà il papa. Insomma, la tradizione di ignorare le donne che hanno denunciato il potente sacerdote e artista, iniziata da Francesco, viene confermata da Leone.

    (Foto: particolare del mosaico della Basilica di Lourdes)

    https://federicatourn.substack.com/p/i-mosaici-della-vergogna-imbarazzano

  • Lourdes: resteranno permanentemente coperti i mosaici di Rupnik della basilica – #rupnik #lourdes

    Lourdes: resteranno permanentemente coperti i mosaici di Rupnik della basilica – #rupnik #lourdes

    Santuario di Lourdes: con la visita di Papa Leone XIV forse accelera la proposta del vescovo mons. Micas per rimuovere definitamente i mosaici di Rupnik (EWTN, 21\08\2026).

    La testata francese La Depeche du Midi conferma: in occasione della Visita del Papa dal 25 al 28 settembre, Parigi, Lourde e Metz, nonché la Sede dell’UNESCO, il vescovo della diocesi Lourdes-Tarbes, mons. Jean-Marc Micas i discussi mosaici dell’ex gesuita Ivan Marko Rupnik saranno tutti coperti “rimarranno tali anche dopo la sua visita“. Per ora sola una parte di questi mosaici sono coperti. Tempo addietro il vescovo prese questa decisione per garantire l’accoglienza rispettosa e solidale di tutte le vittime di abusi e violenze sessuali, anche nella Chiesa.
    La copertura delle opere dell’ex gesuita sloveno, oggi sotto processo canonico per abusi sessuali su decine di donne in un arco di tempo decennale, ha seguito un percorso preciso all’interno del Santuario mariano.

    Nel mese di 2025 sono stati posizionati pannelli in alluminio rimovibili per oscurare i mosaici delle prime due porte laterali della Basilica del Rosario. ll provvedimento è stato esteso anche alle restanti porte d’ingresso decorate dall’artista. Inoltre il Santuario ha scelto di spegnere l’illuminazione dei mosaici durante le tradizionali processioni serali. Monsignor Micas ha espresso personalmente una preferenza per la rimozione definitiva delle opere, sebbene la questione.

    Qui la notizia in esclusiva di la Dépêche

    La visita di Papa Leone XIV a Lourdes: tutti i controversi mosaici di Marko Rupnik saranno coperti e “rimarranno tali anche dopo la sua visita”, afferma il vescovo.
    Si tratta di una misura definitiva adottata dal vescovo Jean-Marc Micas di Tarbes e Lourdes per garantire l’accoglienza di tutte le vittime.

    Articolo scritto da Clément Beaume

    https://www.ladepeche.fr/2026/08/20/exclusif-visite-du-pape-leon-xiv-a-lourdes-lintegralite-des-mosaiques-controversees-de-marko-rupnik-seront-recouvertes-et-le-resteront-apres-sa-venue-13514493.php?utm_source=chatgpt.com

  • L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec, in Canada, pagherà 31,5 milioni di dollari canadesi nell’ambito di un accordo extragiudiziale per risolvere una causa collettiva per abusi sessuali commessi da sacerdoti o laici in posizioni di autorità dal 1940 ad oggi. L’accordo è stato ratificato il 12 agosto scorso dalla giudice Danye Daigle, del Tribunale Superiore del Quebec, e prevede inoltre delle scuse formali della Chiesa alle vittime.

    L’approvazione giudiziaria apre ora la fase di assegnazione dei risarcimenti dopo diversi anni di procedimento. Prima di iniziare la distribuzione dei compensi, lo studio legale Dufresne Wee lancerà un ultimo appello affinché possano unirsi al processo altre persone che soddisfino le condizioni stabilite.

    La Chiesa del Quebec chiede perdono

    In un comunicato pubblicato il 14 agosto, l’Arcidiocesi ha indicato che i suoi responsabili accolgono favorevolmente la ratifica dell’accordo e ha riconosciuto che la fase di riparazione che inizia può aiutare le persone colpite a continuare «il loro cammino verso la pace e la guarigione».

    Il vescovo ausiliare e vicario generale del Quebec, monsignor Jean Tailleur, aveva già formulato pubblicamente le scuse durante la presentazione dell’accordo davanti al Tribunale Superiore il 30 luglio scorso.

    «Davanti alla sofferenza che portano con sé, le mie parole possono fare poco per alleviare o guarire», ha affermato Tailleur. «Tuttavia, c’è qualcosa che deve essere detto. A nome della Chiesa cattolica del Quebec, vorrei offrire loro le nostre più sincere scuse».

    L’accordo prevede proprio la consegna di una lettera di scuse, oltre al fondo economico destinato alle persone incluse nella causa.

    Abusi denunciati dal 1940 ad oggi

    Il procedimento comprende abusi sessuali attribuiti a sacerdoti e laici che esercitavano posizioni di autorità nell’ambito della diocesi del Quebec durante un periodo che si estende dal 1940 ad oggi.

    La causa collettiva è stata autorizzata giudizialmente nel 2022 ed è stata incorporando durante il suo iter nuove accuse e denuncianti. Tra i nomi che hanno raggiunto maggiore risonanza pubblica si trovano due ex o attuali arcivescovi del Quebec: i cardinali Gérald Lacroix e Marc Ouellet.

    In entrambi i casi è necessario distinguere le accuse incorporate nella causa collettiva dal risultato dei procedimenti o delle indagini condotte specificamente su di loro.

    Il caso del cardinale Gérald Lacroix

    Il nome del cardinale Gérald Lacroix, arcivescovo del Quebec, è apparso in un ampliamento della causa collettiva reso pubblico nel gennaio 2024. Una donna lo ha accusato di fatti presumibilmente avvenuti tra il 1987 e il 1988, quando lei aveva 17 anni.

    Il porporato ha negato categoricamente l’accusa e ha deciso di allontanarsi temporaneamente dalle sue attività pubbliche mentre si chiarivano i fatti.

    Leggi anche: Accusano di aggressione sessuale un cardinale canadese

    Francesco ha incaricato allora il giudice in pensione André Denis, ex membro del Tribunale Superiore del Quebec, di un’indagine canonica preliminare. Il rapporto è stato concluso il 6 maggio 2024 e successivamente consegnato al Pontefice.

    La Santa Sede ha comunicato che, alla luce dei fatti esaminati, l’indagine non aveva permesso di identificare alcuna condotta che potesse essere qualificata come cattiva condotta o abuso da parte di Lacroix e che, di conseguenza, non si prevedeva di aprire un procedimento canonico più approfondito.

    Leggi anche: Il Papa chiude l’indagine contro il cardinale Lacroix

    Pertanto, l’inclusione di Lacroix nella causa collettiva non deve essere confusa con una dichiarazione di responsabilità individuale. L’indagine specificamente incaricata da Roma sull’accusa formulata contro di lui si è conclusa senza che venisse aperto un processo canonico.

    Marc Ouellet è apparso anche nella causa

    Un altro dei nomi inclusi nel procedimento è stato quello del cardinale Marc Ouellet, arcivescovo del Quebec tra il 2002 e il 2010 e successivamente prefetto del Dicastero per i Vescovi.

    Nel 2022, una donna ha accusato Ouellet di comportamenti di natura sessuale presumibilmente avvenuti tra il 2008 e il 2010, quando lei svolgeva attività pastorali nella diocesi.

    La Santa Sede ha esaminato la denuncia e ha annunciato allora che non esistevano elementi sufficienti per aprire un’indagine canonica contro il cardinale. Ouellet ha respinto le accuse e successivamente ha intrapreso azioni legali per diffamazione contro la sua denunciante.

    La vertente civile di questo scontro è arrivata a giudizio nel Quebec nel marzo 2026. Durante il processo sono emerse inoltre testimonianze relative ad altri comportamenti del porporato. Tra questi, Ouellet ha riconosciuto di aver introdotto nel 2014 un biglietto da 50 dollari nello scollo del maglione di una donna durante un incontro, un gesto che ha definito «errore goffo» e al quale ha negato qualsiasi intenzione sessuale.

    Leggi anche: La battuta d’arresto nel processo del cardinale Ouellet: ammette come «errore goffo» l’introduzione di un biglietto da 50 dollari nello scollo di una donna

    Inizia ora il processo di risarcimento

    La ratifica dell’accordo non implica di per sé una dichiarazione di colpevolezza individuale rispetto a tutte le persone che sono state indicate nel corso del procedimento. Stabilisce, invece, il meccanismo attraverso il quale l’Arcidiocesi affronterà collettivamente le richieste comprese nell’accordo.

    Con la decisione della giudice Daigle può iniziare ora il processo di assegnazione dei compensi. Prima si aprirà un’ultima opportunità affinché altre persone che ritengono di aver subito abusi nell’ambito temporale e istituzionale stabilito possano richiedere la loro incorporazione.

    Una volta completata questa fase, inizierà la distribuzione dei 31,5 milioni di dollari canadesi tra i beneficiari secondo i criteri previsti nell’accordo.

    L’Arcidiocesi del Quebec affronta così la fase di riparazione di un procedimento che abbraccia più di otto decenni di denunce per abusi sessuali e che ha coinvolto sacerdoti, laici in posizioni di autorità e membri della gerarchia. L’approvazione giudiziaria indirizza il contenzioso verso la sua conclusione, sebbene debbano ancora essere completate l’incorporazione definitiva dei membri e l’assegnazione dei risarcimenti.

    https://infovaticana.com/it/2026/08/21/larcidiocesi-di-quebec-paghera-315-milioni-di-dollari-per-chiudere-una-causa-collettiva-per-abusi/

  • Abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica portoghese: la commissione d’inchiesta presenta i risultati dei primi tre mesi.

    Abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica portoghese: la commissione d’inchiesta presenta i risultati dei primi tre mesi.

    La commissione indipendente istituita a gennaio per indagare sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica portoghese ha già ricevuto 290 testimonianze valide da parte delle vittime e 16 casi sono già stati deferiti alla procura. In una conferenza stampa tenutasi oggi a Lisbona, è stato ribadito che il piano prevede di continuare a raccogliere testimonianze e denunce da parte di persone che hanno subito abusi durante l’infanzia e l’adolescenza fino alla fine dell’anno, momento in cui verrà redatta una relazione che sarà presentata alla Conferenza Episcopale Portoghese (CEP), la quale deciderà quali provvedimenti adottare.

    https://www.portugalresident.com/it/Rapporto-della-commissione-sugli-abusi-sessuali-all%27interno-della-Chiesa-cattolica-portoghese-sui-primi-tre-mesi/

  • Un sacerdote colombiano residente in Italia è accusato di abusi sessuali su minori.

    Un sacerdote colombiano residente in Italia è accusato di abusi sessuali su minori.

    BOGOTÁ (HaciaElUmbral). Jesús Aníbal Ramírez Duque , sacerdote colombiano della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione, è stato recentemente denunciato alla Procura Generale per abusi sessuali su minori.

    Secondo Francesco Zanardi, rappresentante dell’associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero, il sacerdote risiede attualmente a Torre Annunziata, un comune vicino a Napoli.

    Questa nuova denuncia si aggiunge a quella presentata nel 2019 alla stessa congregazione religiosa, che coinvolgeva anche i sacerdoti Ilde de Jesús Muñoz e Jesús Antonio Ramírez Giraldo . Secondo i Missionari della Divina Redenzione, la denuncia del 2019 è stata archiviata dal Dicastero per la Dottrina della Fede durante il pontificato di Francesco perché, a quanto pare, “non sono state trovate prove sufficienti per procedere”.

    “La mia vita missionaria”

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    La lunga carriera dell’accusato comprende periodi di servizio in diversi paesi: oltre a Colombia e Italia, Messico, Perù e Repubblica Democratica del Congo.

    Tra il 2003 e il 2006, Ramírez ha lavorato come “educatore legato al governo”, responsabile dell’”erogazione di educazione religiosa, etica e valoriale in tutti gli istituti scolastici della Guainía”, secondo le informazioni ufficiali della sua congregazione religiosa.

    Dal 2012 in poi, ha risieduto in Italia. Il suo ultimo incarico noto è stato quello di viceparroco presso la chiesa di San Michelel Arcangelo a Torre Annunziata, nella giurisdizione della diocesi italiana di Nola.

    Questa testata giornalistica ha contattato il vescovo Francesco Marino , ma non ha ricevuto risposta.

    La traccia digitale:

    negli ultimi anni, Ramírez è stato attivo sui social media, con account su Instagram, Facebook e YouTube.

    Un video del 2017 lo mostra vestito da clown, e una fotografia del 2024 lo ritrae mentre tiene in braccio un bambino. Un’altra foto, dello stesso anno, è un selfie che lo mostra con una bambina che sembra non avere più di dodici anni.

    Il sacerdote colombiano promuove la sua autobiografia, “La mia vita missionaria: Incontri tra culture diverse”, su varie piattaforme. Il libro afferma che è nato nel 1960 nel comune di Carmen de Viboral, in Antioquia.

    Il suo ultimo post su Facebook risale a sei giorni fa. Si tratta di un estratto della sua opera illustrato con un’immagine creata con l’intelligenza artificiale: “Ogni giorno è un dono di Dio. Godetevelo, amate, servite e siate felici”.

    “Tradimento della propria fede”,

    ha dichiarato l’attivista Francesco Zanardi in risposta a questo caso. “L’Italia è un paese eccellente per nascondere i preti pedofili. In primo luogo, perché il Vaticano ha molta influenza sulla polizia e sulle autorità giudiziarie. In secondo luogo, perché le leggi europee sono molto deboli in Italia. È difficile ottenere l’intervento della polizia italiana in casi che coinvolgono atti commessi in Colombia”. “È grave che la Chiesa trasferisca i sacerdoti, nascondendoli e mettendo a rischio la salute di altri bambini che senza dubbio diventeranno vittime di questi pedofili. Questo è il peggior crimine che la Chiesa possa commettere, tradendo la propria fede e le persone che dipendono da essa”.

    Attualmente, i protocolli della Chiesa prevedono che qualsiasi sacerdote accusato di presunti abusi sessuali su minori venga temporaneamente sospeso e allontanato dal contatto con bambini e adolescenti, mentre i suoi superiori conducono le indagini. Il documento vaticano “

    Vos estis lux mundi” , che spiega come un vescovo debba procedere di fronte a una denuncia penale che coinvolga un suo subordinato, fa riferimento anche alla necessaria collaborazione con le autorità civili.

    Questo è ciò che ci si aspetta da Francesco Marino, vescovo di Nola, alla luce della denuncia contro Ramírez attualmente pendente presso la Procura Generale colombiana.

     

    Ubicado en Italia sacerdote colombiano denunciado por abuso sexual de menores