Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abuso sessuale

  • “Il caso ITALIANO”: Mons. Delpini denunciato all’ONU, ha insabbiato l’abuso di un minore.

    “Il caso ITALIANO”: Mons. Delpini denunciato all’ONU, ha insabbiato l’abuso di un minore.

    Mons. Mario Delpini Arcivescovo di Milano dovrebbe rassegnare immediatamente le dimissioni al Santo Padre, rimettendo quindi al Pontefice la decisione sul suo incarico.

    Dopo le recenti dimissioni dell’intera conferenza episcopale Cilena a fronte degli scandali relativi agli insabbiamenti dei casi di abusi sessuali ai danni di minori da parte di sacerdoti pedofili, si auspicano ora le dimissioni di tutti i Vescovi che analogamente hanno agito nello stesso identico modo in tutti i paesi del continente.

    Questo è quanto ci si aspetta dopo le pesanti accuse che coinvolgono diversi alti prelati nel mondo, portate a conoscenza delle NAZIONI UNITE da parte della neo nata Associazione ECA (ENDING CLARICAL ABUSE) che raccoglie diverse associazioni nazionali tra cui per l’Italia “Rete L’ABUSO”.

    Francesco Zanardi, Presidente dell’associazione Italiana partner dell’ECA, ha consegnato un dossier completo di documentazione comprovante il sistema di insabbiamento dei casi di pedofilia nel clero italiano. In particolare ha consegnato come primo emblematico esempio, il caso ormai noto dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini accusato, insieme a mons. Pierantonio Tremolada, di aver messo in campo una strategia complessa per insabbiare il caso del presunto abuso sessuale, ai danni di un ragazzino, da parte di don Mauro Galli nel 2011, in una parrocchia a sud di Milano.

    Nel video è possibile visualizzare una breve sintesi della conferenza stampa rilasciata dagli esponenti dell’ECA rappresentati di 14 Paesi in 4 continenti, dopo l’incontro che si è appena svolto a Ginevra nella sede delle NAZIONI UNITE dal 4 all’8 Giugno 2018.

    Il Santo Padre Papa Francesco aveva esortato a denunciare con NOMI e COGNOMI: ebbene ora tutto il mondo si è unito, ha preso coraggio ed ha denunciato pubblicamente alle Nazioni Unite i casi di insabbiamento perpetrato sistematicamente da Vescovi di tutto il mondo.
    Vedremo cosa se ne farà il Papa di queste denunce da lui auspicate: ora ci sono i “nomi e i cognomi”, i fatti circostanziati, le responsabilità specifiche e personali, le prove, le “evidenze” richieste dal Pontefice.
    Il Papa ha chiesto… l’ECA risponde e attende l’imminente occasione dell’incontro previsto in Svizzera (21 giugno 2018 Sede del consiglio mondiale delle Chiese – Ginevra).

    PAPA FRANCESCO:

    «Un apostolo — ha avvertito il Papa — non può essere un ingenuo: “Ah, è tutto bello, andiamo avanti, eh?, è tutto bello… Facciamo una festa, tutti… tutto si può”…»

    «Insomma, ha osservato il Papa, “il buon pastore sa condannare, con nome e cognome”…

    MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

    Fuoco dentro

    Giovedì, 22 giugno 2017

    http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170622_fuoco-dentro.html

  • Il caso don Galli torna a Quarto Grado

    Il caso don Galli torna a Quarto Grado

    Il caso don Galli che ha coinvolto l’Arcivescovo di Milano mons. Delpini torna a Quarto Grado, ora anche il Pontefice Papa Francesco ne è a conoscenza e i familiari gli rivolgono un appello.

    Venerdì 25 maggio 2018, il caso don Galli, ovvero il caso del prete accusato di abuso sessuale ai danni di un minore che portò nel suo letto nel dicembre 2011, è tornato ancora una volta in televisione nella trasmissione di Gianluigi Nuzzi a Quarto Grado.

    (ultimo servizio dal minuto 2:21’:30” al minuto 2:56’:16”)

    I familiari della presunta vittima attendono da più di sette anni che la Chiesa, il Santo Padre, faccia chiarezza sulla loro vicenda ma anche su tutte, le tante vicende analoghe che, purtroppo, vengono gestite dalla gerarchia della chiesa quasi sempre nello stesso identico modo.

    Attendendo l’esito del processo penale attualmente in corso, che stabilirà le responsabilità del sacerdote accusato di abuso sessuale, i familiari si sono rivolti alla Santa Sede ponendo delle semplici domande partendo dai fatti certi riscontrati sin dai primi giorni del lontano 2011.

    Il sacerdote accusato, don Mauro Galli aveva subito ammesso ai suoi superiori, il Parroco don Carlo Mantegazza e il Vescovo Mario Delpini di aver portato in parrocchia, nel suo letto matrimoniale il minore e di aver dormito con lui la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011.

    Il fatto già di per sé assai grave, come lo definì in seguito il Cardinale Scola, all’epoca superiore del Vescovo Delpini, non portò il monsignore ad avviare alcun approfondimento (indagine canonica detta “indagine previa” obbligatoria in questi casi).Mons. Delpini decise di mettere subito a tacere quanto appreso, semplicemente spostando il sacerdote da una parrocchia all’altra, da Rozzano alla vicina Legnano (sempre nel milanese), ancora una volta a contatto con i bambini dell’oratorio nella pastorale giovanile.

    Dato che questi fatti sono certi, riscontrati e riconosciuti da tutti, incluso don Mauro, che lo ha ammesso anche davanti ai giudici, e mons. Delpini che lo ha giurato alla Polizia (come da verbale acquisito in tribunale), le semplici domande che pongono insistentemente i familiari sono le seguenti:

    “Chiediamo al Santo Padre Papa Francesco che dall’inizio del suo pontificato in più occasioni ha proclamato la ormai famosa “Tolleranza zero” nell’ambito della lotta alla pedofilia all’interno della chiesa, “tolleranza zero” nei confronti dei sacerdoti che abusano di minori o adulti vulnerabili, “tolleranza zero” nei confronti dei Vescovi che insabbiano questi casi, se:

    1 – E’ tollerabile che un sacerdote si porti a letto, nel proprio lettone matrimoniale, un minore anche fosse solo per dormire in compagnia?

    2 – E’ tollerabile che un Vescovo che sa con certezza che un sacerdote a lui affidato ha portato nel proprio lettone matrimoniale un minore, anche se fosse solo per dormire in compagnia, decida di non denunciare il fatto, di non avviare alcuna indagine canonica per approfondire, ma semplicemente disponga il trasferimento del prete da una parrocchia all’altra ancora a contatto con i minori incaricandolo di seguire la pastorale giovanile?

    Più volte, in questi anni, i familiari e i parenti hanno scritto alla Santa Sede ponendo queste semplici domande, non riuscendo a capire come occorra così tanto tempo per rispondere offrendo l’interpretazione autentica alla proclamata “tolleranza zero”.

    Non si capacitano di questo lungo silenzio quando loro stessi, come probabilmente qualunque genitore che non abbia una preoccupante immaturità affettiva unitamente ad  una rilevante devianza sessuale, non esiterebbero neppure un attimo nel rispondere all’unanimità.

    Nessun papà o mamma a cui capita di sovente di ospitare altri minori, compagni dei propri figli magari per una ricorrenza, una festa, un compleanno, oppure di affidare per il medesimo motivo i propri figli ad altri genitori, si sognerebbe mai di portarsene uno nel proprio letto anche semplicemente per trascorrere la notte in compagnia… si rabbrividisce e inorridisce solo al pensiero…

    Come dunque è possibile che per il Papa, questo Papa, Francesco, sia così difficile rispondere? Come è possibile che in più di sette anni non si abbia ancora una risposta certa, semplice e chiara?

    E lo stesso Papa che nel 2014 diceva:

    … “Chiedo perdono alle vittime di abusi da parte di sacerdoti, dobbiamo dare prova di «estrema severità» verso i preti pedofili. Come può – si chiede il Pontefice – aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato «un sacrificio diabolico», che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa?”. Alcune vittime, ricorda con amarezza il Papa, “sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono”.

    Massima severità con i preti pedofili e con chi li ha protetti

    Si tratta, ammonisce ancora una volta Francesco, “di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna”. Rammenta dunque che nella Lettera Apostolica “Come una madre amorevole” ha esortato la Chiesa a “prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi”. “Abbiamo dichiarato – ribadisce – che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato”.

    (14 febbraio 2017)

    Dunque l’appello dei familiari lanciato a Quarto Grado. Da pochi giorni è finalmente giunta la notizia che ora finalmente il caso è in mano direttamente al Sommo Pontefice.

    In una lettera a loro inviata da parte del Nunzio Apostolico Emil Paul Tscherring, pur non rispondendo alle domande poste nelle diverse precedenti lettere, viene scritto esplicitamente che sono regolarmente giunte le diverse istanze sia al Santo padre che alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    A onor del vero, la Congregazione per la Dottrina Della Fede aveva già risposto, in più occasioni, riferendo di avere già ricevuto correttamente tutte le istanze e la relativa documentazione del caso, incluso le esplicite denunce del comportamento omissivo dei due Vescovi mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada.

    Lo avevano scritto rispondendo già dal 2015 sia direttamente attraverso la segreteria dell’ex Prefetto Cardiale Müller, sia attraverso il precedente Nunzio Apostolico Arcivescovo Adriano Bernardini, sia attraverso il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica Prefetto Dominique Cardinale Mamberti.

    Dunque dal 2015, ben anni prima delle nomine dei due monsignori Delpini e Tremolada, il primo Arcivescovo di Milano e il secondo Vescovo di Brescia, tutti, forse eccetto Papa Francesco, sapevano delle pesanti denunce relative al comportamento dei due monsignori.

    Possibile che nessuno abbia informato adeguatamente Papa Francesco? Per tutti i Vescovi, Arcivescovi e Cardinali, tali comportamenti sono normali, accettabili e comunque TOLLERABILI?

    Ora però è diverso, dall’11 maggio 2018, a distanza di quasi otto anni dai fatti, anche il pontefice è finalmente consapevole, dunque chi meglio di lui può rispondere alle due semplici domande in relazione alla famosa “TOLLERANZA ZERO”?

    Chi può darne l’autentica interpretazione se non chi l’ha concepita?

    1 – E’ dunque tollerabile che un sacerdote si porti a letto, nel proprio lettone matrimoniale, un minore anche fosse solo per dormire in compagnia?

    2 – E’ dunque tollerabile che un Vescovo che sa… disponga il trasferimento del prete, da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori incaricandolo di seguire la pastorale giovanile?

    Se è ritenuto “TOLLERABILE”, allora significa inevitabilmente che non si tratta più di “TOLLERANZA ZERO” ma di “UNA CERTA TOLLERANZA”…

    Se è ritenuto “NON TOLLERABILE”, allora il sacerdote non può continuare a fare il sacerdote e il Vescovo non può continuare a fare il Vescovo, diversamente non si tratta più di “TOLLERANZA ZERO” ma di “CREDIBILITA’ ZERO”.

    Non possono esserci altre vie di mezzo, ZERO è ZERO!

    L’importante è che ci sia una parola chiara, anche se la titubanza nel rispondere forse evidenzia già chiaramente di fatto la risposta: quantomeno nella gerarchia della Chiesa stessa, nelle sue più alte istituzioni come la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Tuttavia è saggio attendere fiduciosi: d’altra parte il Papa lo sa solo da un mese, certamente risponderà a breve, a beneficio di tutti, e sicuramente anche Quarto Grado ne diffonderà il contenuto offrendo un prezioso servizio alla Chiesa stessa per tutti i genitori cattolici, per i parenti che hanno atteso con speranza e trepidazione quasi otto anni, attendere ora il Papa qualche altro giorno non sarà un problema…

    L’importante è che la risposta non si faccia attendere, non sarebbe comprensibile che lo stesso Papa non sappia spiegare i suoi proclami o abbia bisogno di tempo per riflettere, in tal caso non si sarebbe potuto esprimere prima, altrimenti sarebbe una grande presa in giro mondiale di tutte le vittime e loro familiari.

    Infatti è importante che tutti i genitori sappiano se gli oratori in cui mandano i propri figli sono luoghi da considerare sicuri, se possono mandare serenamente ai centri estivi, alle vacanze con la parrocchia i propri figli, se si devono aspettare che possa capitare che il prete scelga il loro figlio per dormire in compagnia in quanto è ritenuto normale o comunque tollerabile dai vescovi loro responsabili…

    I genitori hanno il diritto di poter scegliere liberamente il bene dei loro figli ma con consapevolezza, con una seria e credibile quanto onesta informazione, devono sapere se affidare o meno i loro figli alla chiesa e a quali condizioni.

    Quello che è certo, almeno ad oggi, che per la chiesa di Milano guidata dall’attuale Arcivescovo mons. Mario Delpini, come quella di Brescia, guidata dall’attuale Vescovo mons. Pierantonio Tremolada, è normale e “tollerabile” che un prete porti a letto un minore per dormire in compagnia, al massimo se proprio i genitori si dovessero lamentare, il prete verrà spostato in un altro oratorio dove ci saranno altri bambini e genitori inconsapevoli!!!

    Nel frattempo, in attesa di conoscere l’interpretazione ufficiale del Santo Padre, il processo penale procede, indipendentemente dalla tolleranza o tolleranza zero che sia, con una certa celerità ed estrema  professionalità, un’udienza dopo l’altra.

    Ci sono state le indagini, le intercettazioni, gli interrogatori, le testimonianze, i riscontri…

    Nel mondo reale purtroppo non ci sono adulti normali che, ingannando i genitori di un minore, riescono ad escogitare una strategia premeditata, tale per cui portano nel proprio lettone un ragazzino estraneo al proprio nucleo familiare per dormire in compagnia o perché hanno paura del buio o ancora per una semplice leggerezza…

    Nel mondo reale questo non accade, ed evidentemente anche l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini lo sapeva e lo sa perfettamente: diversamente non si sarebbe scomodato precipitandosi la vigilia di Natale del 2011 (96 ore dopo la fatidica notte delle leggerezze) a spostare il prete immediatamente, di fatto cercando di insabbiare il caso, senza nemmeno sentire l’esigenza di voler chiarire quello che si vuol far credere un semplice malinteso tra il prete, il ragazzino e i genitori.

    In un mondo reale, una leggerezza si poteva tranquillamente spiegare e giustificare… lo stesso sacerdote non avrebbe pagato 150.000 euro, prima ancora della sentenza, per grande generosità (non avendo peraltro soldi) e per il semplice fatto di aver dormito con il consenso preventivo dei genitori… In aula ha spiegato che anche i suoi parenti, gli zii, la nonna sono stati così generosi nei confronti del ragazzino che nemmeno conoscevano…

    …Chissà se anche questo, nel mondo reale, troverà riscontro oppure una mano occulta ha messo mano al portafoglio con i magistrali passaggi di denaro…L’accusa formulata dal Pubblico Ministero che ha indagato approfonditamente non parla di leggerezza ma di abuso sessuale aggravato.

    Purtroppo questo è il mondo reale e speriamo che anche il Santo Padre ne prenda dolorosamente atto rapidamente.

    Redazione

  • I presunti abusi del prete di Milano finiscono all’Onu e inguaiano l’Italia

    I presunti abusi del prete di Milano finiscono all’Onu e inguaiano l’Italia

    di Giorgio Gandola

    Adesso la macchia d’olio sulla tonaca è grande come il mare. E sporca anche l’Italia, che rischia l’incriminazione da parte delle Nazioni unite per favoreggiamento della pedofilia clericale. Il caso di don Mauro Galli, del presunto abuso sessuale nei confronti di un minore e dell’ambigua gestione da parte di Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, ha assunto una dimensione internazionale. Ieri a Ginevra, nella sede dell’Onu, la vicenda è stata al centro di un forum sulla pedofilia del clero nel quale i testimoni di 23 Paesi del mondo hanno raccontato le loro tristi storie. Per l’Italia è stata ritenuta emblematica quella del sacerdote di Rozzano che alla fine del 2011 ha fatto dormire nel suo letto un ragazzo dell’oratorio dopo averlo confessato e in questi mesi è imputato in un processo per abusi in tribunale a Milano.

    Al culmine di un lungo e tormentato percorso durato tre anni che lo ha portato più volte sulla soglia dell’autodistruzione, il giovane ha trovato la forza di denunciare ai carabinieri gli accadimenti di quella notte attraverso la famiglia. E nel corso dell’inchiesta si è scoperto che don Mario Delpini, allora vicario episcopale di zona, e don Pierantonio Tremolada (allora responsabile dei giovani sacerdoti, oggi vescovo di Brescia) – pur sapendo due giorni dopo dei contorni di quella notte attraverso il racconto del parroco del paese, don Carlo Mantegazza – avevano deciso di non denunciare ai superiori, di non favorire l’apertura di un’indagine previa (invocata da papa Francesco) e semplicemente di trasferire il prete da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con adolescenti. L’imbarazzante storia, stigmatizzata anche dall’arcivescovo Angelo Scola in una lettera ai genitori della vittima (“Mi scuso con voi per il comportamento maldestro dei miei collaboratori”), era a conoscenza del Vaticano nel 2017 quando il Pontefice decise di promuovere Delpini e Tremolada.

    Proprio questi aspetti sono stati al centro della puntuale narrazione davanti alla commissione Children rights connect delle Nazioni unite fatta da Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’abuso, che ha ricostruito la vicenda sottolineando testimonianze, perizie, incongruenze con un denominatore comune: la volontà di salvaguardare l’immagine dell’istituzione ecclesiastica prima che riconoscere il trauma della vittima.

    “Il caso dimostra la continuità della linea omissiva della Santa Sede”, ha spiegato Zanardi davanti a rappresentanti di Stati Uniti, Messico, Francia, Cile, Canada, Svizzera, Germania, Inghilterra, Argentina, fra gli altri. “Nella lunga e complessa vicenda di don Galli si vede ben documentata la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori”.

    Parole pesantissime che hanno scosso l’uditorio rispetto a una vicenda che potrebbe avere conseguenze anche per lo Stato italiano. Le Nazioni unite hanno formalmente confermato l’apertura di un’indagine di verifica nei confronti dell’Italia, che proseguirà per tutto il 2018 e si concluderà nel gennaio 2019, con un’ipotesi di reato molto imbarazzante: favoreggiamento della pedofilia clericale per condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi del clero e violazione della convenzione Onu per i diritti del fanciullo.

    Nel febbraio scorso l’associazione Rete l’abuso aveva diffidato il governo italiano per una serie di omissioni d’atti d’ufficio nella ratifica di convenzioni internazionali sul delicatissimo tema.

    L’Onu è irritata con il Vaticano fin dal 2014, quando criticò una lettera circolare inviata alle conferenze episcopali di tutto il mondo perché dava “la precedenza alle procedure della legge canonica sulle procedure penali nazionali”. E chiesero agli uffici papali di “adottare regole chiare per l’immediata denuncia di tutti i casi sospetti alle autorità civili nazionali anche nei casi in cui le leggi nazionali non lo prevedono come obbligatorio”.

    A suscitare i maggiori sospetti sono le cosiddette “aree di immunità” o meglio di impunità. Quelle zone grigie nelle quali la sottovalutazione degli atti, l’omissione dei provvedimenti, la personalizzazione dei comportamenti al di fuori dei protocolli si trasformano in pelose complicità a salvaguardia dei colpevoli e a ulteriore sopraffazione delle vittime. Proprio per costruire un fronte comune nei confronti degli abusi sui minori, oggi a Ginevra nasce Eca (Ending clerical abuse), un’associazione mondiale con il compito di dare forza al grido di dolore.

    Eppure il motu proprio Come una madre amorevole firmato nel 2016 da papa Francesco è limpido come acqua di fonte: “I vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che hanno responsabilità di una Chiesa particolare, devono impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”. Ricordando che il diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”, il Santo padre precisa: “Tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”. Il caso milanese è aperto. E ora è l’Onu a chiedersi perché promossi invece che rimossi.

    (Trascrizione da La Verità, 7 giugno 2018)

  • Nuova organizzazione internazionale contro l’epidemia di abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica

    Nuova organizzazione internazionale contro l’epidemia di abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica

    Ending Clergy Abuse (ECA) è una nuova organizzazione internazionale, formata da sopravvissuti e attivisti provenienti da oltre 15 paesi.

    Tutti sono coinvolti con la fine dell’abuso in tutte le forme, in particolare l’abuso sessuale dei minori in contesti di clero.

    L’ECA sta sfidando la Chiesa a punire i vescovi implicati in abusi sessuali su minori e nascondersi in tutto il mondo.

    I membri dell’ECA terranno una conferenza stampa per: – sollecitare Papa Francesco, come capo della Chiesa cattolica, a indagare sui vescovi di tutto il mondo che hanno gestito male i casi di abuso sessuale;

    – Sfidare il Papa a utilizzare la sua visita del 21 giugno a Ginevra per impegnarsi a creare un meccanismo centrale per rendere responsabile i vescovi;

    – Annunciare la formazione di Ending Clergy Abuse (ECA) un nuovo sforzo di giustizia globale per porre fine all’epidemia di abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica.

    Conférenciers José Andrés Murillo,

  • Abusato sessualmente e sfruttato da un prete: l’uomo che ha smascherato i vertici della Chiesa cilena

    Abusato sessualmente e sfruttato da un prete: l’uomo che ha smascherato i vertici della Chiesa cilena

    James Hamilton lavora come medico chirurgo in uno studio di Santiago del Cile. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Per 20 anni è stato abusato dal sacerdote Fernando Karadima. La sua storia

    “Vogliamo comunicare che tutti noi vescovi presenti a Roma, per iscritto, abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre, affinché decida Lui liberamente per ciascuno di noi”.

    Con queste parole, a mezzogiorno di venerdì 18 maggio, nell’aula Pio X, a pochi passi da San Pietro, tutti i 34 vescovi cileni hanno dato le proprie dimissioni. Un fatto senza precedenti nella storia della Chiesa.

    A parlare è mons. Juan Ignacio Gonzalez, vescovo di San Bernardo, un sobborgo di Santiago. Gonzalez è stato incaricato, insieme a mons. Fernando Ramos, vescovo ausiliare della capitale del Cile, di fare da portavoce dei piani alti della gerarchia ecclesiastica cilena nella loro visita di tre giorni in Vaticano.

    È stata una breve conferenza stampa. Non hanno accettato domande, hanno letto un comunicato e sono usciti da una porta secondaria. Lo scopo era quello di evitare i giornalisti e le domande scomode, perché fino a quel giorno di domande scomode ne avevano avute fin troppe e, come ormai era consuetudine, il silenzio era la loro sola risposta.

    Lo scorso 8 aprile papa Francesco invitava tutti i vescovi cileni in Vaticano per discutere delle conclusioni del Rapporto Scicluna, un documento di 2300 cartelle dove mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e conosciuto come lo 007 anti pedofili, evidenziava gli insabbiamenti compiuti dal clero del Cile delle denunce su abusi sessuali.

    I prelati cileni sono arrivati in Vaticano lunedì 14 maggio e il giorno dopo, durante il primo incontro con il Santo Padre, quest’ultimo ha consegnato loro una lettera, alla quale la televisione cilena Canal 13 ha avuto accesso, in cui si legge che “alcuni religiosi, espulsi dai loro rispettivi ordini per gli abusi commessi, sono stati accolti da altre diocesi e hanno ricevuto incarichi che li hanno portati a contatto con bambini e ragazzi”.

    Il papa afferma inoltre che “si sono verificati problemi nei seminari: vescovi e superiori religiosi hanno affidato la guida dei seminari a sacerdoti sospettati di praticare l’omosessualità”.

    Parole durissime e inaspettate, soprattuto perché neanche il papa aveva creduto alle accuse che da anni si facevano contro il vescovo Juan Barros Madrid, accusato di essere stato testimone oculare delle vessazioni a danni di minori compiute dal sacerdote Fernando Karadima.

    Infatti, nel suo recente viaggio in Cile, interpellato da una radio locale, Francesco aveva affermato che tali accuse erano solo delle calunnie.

    Ma al Pontefice qualcosa non tornava e così decide di mandare mons. Scicluna in Cile e scoprire grazie al suo rapporto, di essere stato, come lui stesso ha riconosciuto, “male informato” riguardo il vescovo Barros.

    A questo punto conviene però fare un passo indietro.

    Prima che Jorge Mario Bergoglio diventasse papa, prima della storica rinuncia dei vescovi cileni, quando sul soglio Pontificio sedeva Giovanni Paolo II, un pomeriggio di inizio estate del 2003 a migliaia di chilometri di distanza, in Cile, a Santiago, nel quartiere benestante di Providencia, nella parrocchia El Bosque, il parroco Fernando Karadima era in camera sua con un bimbo di 8 anni. Da soli.

    James Hamilton, la vittima che decide di denunciare

    La chiamavano “Veronica di Jimmy” ma il suo nome è Maria Veronica, moglie di James Hamilton. Quel pomeriggio del 2003, come tutti gli altri, parcheggia la sua auto nel retro della parrocchia de El Bosque. I suoi figli sono scesi prima e sono già dentro.

    Corrono lungo i corridoi, vanno in cucina, salgono le scale del cortile, giocano. Sono anni che frequentano questo luogo e tutti li conoscono.

    Maria Veronica partecipa alla messa e si ferma a chiacchierare con delle persone. Con lo sguardo cerca suo figlio ma non lo trova. Non si preoccupa, arriverà, pensa. Per la famiglia Hamilton essere in parrocchia equivaleva all’essere a casa.

    Così decide di andare a pregare di fronte al Santissimo, momento in cui arriva James.

    – Dov’è nostro figlio? chiede lui

    – Non lo so. risponde la madre.

    A James si gela il sangue. Come un animale che riconosce l’odore del pericolo, annusa l’aria, ha paura dei suoi pensieri. Il bimbo compare all’improvviso, non era perso.

    – Dov’eri? chiede il padre
    – Ero su, in camera da letto con il prete.

    James Hamilton, guarda suo figlio e il panico si confonde con la rabbia. il viso gli si contorce. Sgrida il bambino come non lo aveva mai fatto prima “ non voglio che tu vada da solo in camera del prete!”. Veronica è confusa, non capisce il perché di tale reazione. Anni dopo in un’intervista avrebbe detto “non riuscivo a comprendere. Il prete Karadima aveva tutta la nostra fiducia. Era persino il padrino di nostro figlio”.

    James Hamilton lavora come medico chirurgo in un prestigioso studio di Santiago. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Questo medico alto, occhi verdi, risoluto e allegro non vuole essere considerato una vittima anche se per 20 anni è stato abusato da Fernando Karadima.

    Gli Hamilton sono una famiglia abbiente, James ha studiato nelle migliori scuole e università, ma alle spalle aveva una storia di solitudine e abbandono che il prete, come fanno i vecchi predatori, ha percepito e sfruttato.

    Nella sua prima intervista televisiva nel 2010, James Hamilton racconta pubblicamente degli abusi a cui era stato sottomesso a El Bosque: “Avevo 17 anni quando conobbi il padre Karadima. Fu meraviglioso, sentivo che si prendeva cura di me. Diceva di voler essere mio padre”. Per James non esisteva altro mondo al di fuori della parrocchia. All’epoca la vita erano i suoi studi e Dio.

    Durante quell’intervista, James si schiarisce la voce diverse volte, ha difficoltà a parlare, piange e in silenzio elabora i pensieri. “Un giorno in parrocchia fu organizzata una gita e andammo in una casa fuori Santiago.

    Una volta arrivati il prete ordinò a tutti di andare a comprare delle cose e mi chiese di restare con lui. Ero felice. Volevo conversare ma ci mettemmo a guardare la televisione seduti su un divano, così lui mi poggiò una mano sulla gamba, come lo fa un padre, solo che poi mi toccò i genitali. Io feci cortocircuito.

    Lui cominciò a masturbarmi…mi piaceva ed ebbi un orgasmo”. James trattiene il fiato e continua “Quel giorno qualcosa si è rotto dentro di me. Non so quante persone abbiano sentito di disintegrarsi dentro, ma posso dirvi che succede”.

    Gli abusi del prete sul ragazzo non si fermano. James diventa adulto ma non riesce a scrollarsi di dosso il potere che Karadima ha su di lui. Arriva a tal punto che permette che sia lo stesso prete a combinare il matrimonio con Maria Veronica, una ragazza docile e ingenua.

    Karadima celebra le nozze e battezza i loro figli. Il parroco di El Bosque sceglie in quale appartamento deve abitare la famiglia e interferisce come una presenza invisibile nelle loro dinamiche. Il prete è il loro direttore spirituale e confessore.

    James Hamilton diventa un medico rispettato e ammirato, ma vive in un limbo fra la sua vita pubblica e ciò che succede in camera da letto di Karadima. “Lui aveva il controllo assoluto su di me. Avevo il terrore di perdere il suo favore.

    Era come perdere il favore di Dio. Ero io il colpevole di provocare il prete. Mi sentivo spazzatura e alla fine non m’importava nulla, lasciavo che mi usasse”, avrebbe ammesso anni dopo.

    James si sommerge così in una spirale sempre più distruttiva. Sensi di colpa, necessità di approvazione, una famiglia perfetta, successo professionale, attività sessuale con il parroco, tutti pezzi di un puzzle dove il tassello mancate era la sua coscienza, fino a quando suo figlio si perde in parrocchia e il medico capisce di dover affrontare la realtà. Non ci sono più scuse, bisognava agire.

    Dopo questo avvenimento James Hamilton cominciò la lotta più dura della sua vita. Una lotta che avrebbe avuto come risultato la rinuncia di tutti i vescovi cileni e la richiesta di perdono dello stesso papa Francesco perché quello che James si trovò di fronte fu un sistema che, come ha sentenziato lo stesso Santo Padre quando ha incontrato i vescovi cileni, non proteggeva le vittime.

    “Le denunce (di abusi sessuali ndr) ricevute sono state qualificate come inverosimili mentre rappresentavano gravi indizi di un delitto. Certe inchieste non sono state realizzate e si sono verificate negligenze nella protezione dei bambini da parte dei vescovi e dei superiori religiosi.

    Ci sono state anche – prosegue il papa nel documento consegnato ai vescovi – pressioni su coloro che dovevano fare i processi, e c’è stata anche la distruzione di documenti compromettenti”.

    Le parole del Papa sono arrivate qualche settimana fa, ma mentre questo medico cileno prendeva il coraggio di denunciare gli abusi correva il 2005 e James non era altro che David contro Golia.

    Le denunce e gli insabbiamenti

    “Durante quasi dieci anni siamo stati trattati come dei nemici perché abbiamo lottato contro l’abuso sessuale e l’insabbiamento nella Chiesa”. Così cominciava lo scorso due maggio la conferenza stampa di James Hamilton e le altre due vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz e José Andres Murillo, tenutasi a Roma in seguito agli incontri personali dei tre con papa Francesco.

    Dopo aver letto le pagine del rapporto di mons. Scicluna in Cile, il Santo Padre ha deciso di invitare in Vaticano prima le vittime del parroco de El Bosque, poi i vescovi (visita conclusasi con la rinuncia in blocco dei prelati) e infine altri sacerdoti vittima anch’essi di abuso di potere e coscienza all’interno della parrocchia di Karadima.

    “Il Papa ci ha chiesto ufficialmente perdono – ha raccontato Hamilton alla stampa – a nome suo della Chiesa universale”. Ma prima di ricevere l’invito del papa le tre vittime hanno dovuto affrontare l’archiviazione delle loro denunce, pressioni indebite da parte dei sacerdoti della cerchia di Karadima e i loro tentativi di screditarli pubblicamente. 

    La prima a denunciare gli abusi di Karadima è stata Maria Veronica Miranda che nel 2004 dà il via ad un lungo processo canonico contro il parroco de El Bosque. L’anno dopo è stato il turno di Hamilton, ma lui aveva paura.

    Pensava che la denuncia gli avrebbe comportato ripercussioni nella sua carriera, infatti non è passato molto tempo prima che venisse licenziato dalla clinica dove lavorava.

    Il giorno in cui decidere di raccontare la sua verità porta con sé un rosario. Si siede in sala di aspetto e comincia a pregare. L’uomo finalmente è riuscito a separare la propria fede dalla figura del suo confessore e aguzzino.

    Le denunce arrivano sulla scrivania dell’allora cardinale Francisco Javier Errazuriz. In un’intervista con CNN Chile, James Hamilton racconta che la sua dichiarazione “viene consegnata al cardinale Errazuriz che procede all’archiviazione nonostante ci fosse l’indicazione di mons. Esclusero di cominciare un processo ecclesiastico contro Karadima”.

    La relazione fra James e Maria Veronica si frantuma e due coniugi chiedono la nullità religiosa del loro matrimonio per “abuso sessuale, spirituale e psicologico”, perpetrato dal direttore spirituale di James.

    Nel 2010 il caso divenne pubblico e Hamilton chiede una riunione con Taricisio Bertone, all’epoca Segretario di Stato del Vaticano, il quale si trovava in Cile in visita ufficiale ma egli si negò all’incontro.

    Hamilton afferma che “Quando venne Bertone in Cile nel 2010 io chiedo un colloquio con lui ma mi è stato rifiutato (…) mi si cerca inoltre di far firmare una lettera dove assumevo la mia omosessualità, tra l’altro non vera, e affermavo che al momento dei fatti con Karadima ero già maggiorenne”.

    Finalmente, nel 2011 la Santa Sede conferma la colpevolezza di Karadima. Il parroco de El Bosque viene scomunicato e inviato a vivere in penitenza.

    Ma, la ferita si è riaperta quando nel marzo 2015 papa Francisco nomina Juan Barros come vescovo di Osorno, prelato che nel 2012 era già stato accusato di aver partecipato agli insabbiamenti delle denunce contro Karadima.

    Insieme a Tomislav Koljatic, Andres Artega e Horacio Valenzuela, sono stati accusati da Hamilton, Cruz e Murillo di aver protetto il loro mentore Karadima.

    Dopo gli incontri che papa Francesco sta tenendo in Vaticano, sarà egli stesso che deciderà le sorti del cardinale emerito Francisco Javier Errazuriz e dei vescovi appartenenti alla cerchia di Karadima.

    Da quel giorno nulla nella Chiesa cilena sarà come prima e forse essa ritroverà, come ha scritto Francesco, la sua missione profetica.

    https://www.tpi.it/2018/05/29/cile-abusi-sessuali-preti-denunce/

  • Don Mauro Galli: la ricostruzione fornita in aula non regge, infranto il muro del silenzio sulla provenienza del risarcimento di 150.000 euro

    Don Mauro Galli: la ricostruzione fornita in aula non regge, infranto il muro del silenzio sulla provenienza del risarcimento di 150.000 euro

    Martedì 22 maggio 2018 processo don Mauro Galli quinta sezione penale di Milano aula V terzo piano ore 14.00, è il momento tanto atteso di don Mauro, entra in aula scortato dai suoi legali in un corridoio di telecamere e cronisti. L’aula è piena, sono necessari più carabinieri del solito per sincerarsi che nessuno possa fare riprese audio e video non autorizzate perché la difesa si è opposta.

    Don Mauro appare sicuro di sè, indossa il collarino da prete e la croce sulla giacca, apparentemente un normale sacerdote che continua ad esercitare (il Vescovo dichiarava essere sospeso dal 2015), molto magro rispetto a prima ma determinato, non tentenna, non traspare alcuna emozione, risponde sicuro a tutte le domande del Pubblico Ministero, Lucia Minutella, e del Giudice Ambrogio Moccia.

    Non ha esitazioni e…. una dopo l‘altra arrivano le spiegazioni a tutto, tutto è giustificato, tutto è lineare, almeno secondo don Mauro, ma le versioni da lui fornite non stanno in piedi.

    IL CONTESTO

    Incalzato dalla sequenza delle domande, il Galli non ha difficoltà nel descrivere meticolosamente il contesto… sono un sacerdote, mi occupavo del gruppo di adolescenti di due parrocchie a Rozzano, avevo un sacco di impegni… parla dei gruppi che seguiva, i giorni e gli orari di ritrovo, le confessioni, descrivendo bene anche il rito dal punto di vista canonico, quasi una lezione per i non addetti, le modalità, gli ambienti ecc. insomma un racconto lineare pieno di dettagli, taluni dei quali apparentemente insignificanti, almeno fino a quando è stato condotto a parlare della sua relazione personale con la presunta vittima.

    IL RAPPORTO CON LA PRESUNTA VITTIMA

    Don Mauro descrive il minore come una persona brillante, intelligente ma con qualche difficoltà scolastica, “difficoltà di concentrazione” che lo aveva portato, a suo dire, ad avere delle tensioni importanti in famiglia proprio per il rendimento scolastico.

    Era un ragazzo che partecipava attivamente agli impegni parrocchiali, era inserito in diversi gruppi tra cui quello degli adolescenti da lui gestito.

    Descrive il minore come un ragazzino fuori dalla norma, l’unico con una sensibilità diversa, si confessava da lui più frequentemente di qualunque altro adolescente, lo considerava un riferimento importante al punto da chiedergli di essere la sua guida “Padre Spirituale”, si confidava, gli consegnava i suoi problemi gli raccontava probabilmente del suo vissuto, la scuola, gli amici, la fidanzata, i genitori… don Mauro si limita a dire che parlava con lui non solo in termini di confessione ma dei problemi, della vita quotidiana…

    Don Mauro dispensava consigli… Ammette che lui stesso non aveva idea di cosa potesse voler dire fare il padre spirituale di un adolescente, dovette quindi, a sua volta, farsi consigliare dal suo stesso “padre spirituale” don Angelo Cazzaniga.

    Insomma il ragazzo aveva scelto proprio lui per Guida, e Guida spirituale, riponendo in lui la massima fiducia.

    L’AMBIENTE DOVE E’ AVVENUTO IL PRESUNTO ABUSO

    La descrizione dell’abitazione di don Mauro nella parrocchia a Rozzano che lo stesso sacerdote espone al giudice è puntuale indotta anche, e soprattutto, dalle precisazioni richieste alternativamente dal PM e dal Giudice.

    Camera da letto con due comodini, abat-jour sugli stessi, due libri a sinistra più la sveglia, l’altezza dei comodini rispetto al letto, la cassaforte, la scrivania il bagno ecc. ecc. ma soprattutto la camera degli ospiti con due letti, e il divano letto in sala… Quindi ben tre letti singoli a disposizione oltre al suo letto matrimoniale.

    Il Giudice ha persino chiesto se c’erano le lenzuola nei letti per gli ospiti, se li aveva preparati… Vuole capire se, avendo certamente preventivamente organizzato la nottata, si fosse di conseguenza preoccupato della soluzione ospitale: Don Galli ha risposto che non lo sapeva, non si era preoccupato di preparare altri letti, aggiunge che forse potevano esserci le lenzuola lasciate dai genitori l’ultima volta che li aveva ospitati, non lo sapeva e quindi certamente non aveva preparato quei letti né il divano per ospitare il ragazzo e dunque molto probabilmente aveva premeditato di portare nel suo letto il ragazzo passando dunque la notte nello stesso letto come poi, di fatto, è avvenuto.

    L’ANTEFATTO

    Don Galli racconta che abitualmente il ragazzo andava a studiare a volte con altri minori a casa sua (casa del prete), motivava la necessità di questo tipo di supporto perché il minore non si preparava per le interrogazioni, non riusciva a concentrarsi, e inventava scuse per i genitori (probabilmente il Galli e i suoi avvocati, non sanno che fino a prima di conoscere il prete, e quindi prima della fatidica notte, l’adolescente aveva addirittura conseguito l’attestato di merito della scuola statale ricevendo la “Dote Merito” – che prevede anche un contributo economico – nell’esame di licenza media).

    In ogni caso la narrazione prosegue con gli argomenti delle difficoltà scolastiche, tanto da suggerire ai genitori di non assecondare il figlio nella simulazione di problemi di salute volti ad evitare la scuola, ma bensì di inviare il figlio anche se impreparato.

    Tale circostanza attuata, secondo il prete, un paio di giorni prima della notte incriminata, avrebbe indotto il minore a minacciare di scappare di casa per rifugiarsi a casa sua.

    Don Galli aggiunge di aver detto che non poteva attuare il piano del ragazzino, non avrebbe potuto ospitarlo a casa sua senza il preventivo consenso dei genitori quindi suggerisce di aspettare a scappare di casa ma di chiedere il permesso, peraltro scappare di casa non implica dormire una sola notte fuori...

    Racconta che, sia il minore che lui stesso, hanno quindi chiesto ed ottenuto il permesso dei genitori un paio di giorni prima di ospitare il ragazzo poiché la notte individuata era perfetta, la sera le confessioni del gruppo di adolescenti in preparazione al Natale (era il 19 dicembre) e la mattina la preghiera del medesimo gruppo prima di andare a scuola (i genitori nelle precedenti udienze avevano confermato la circostanza della richiesta da parte del Galli ma che li aveva indotti a credere che fosse un’attività prevista per l’intero gruppo di adolescenti, in oratorio e non certamente solo il loro figlio a casa del prete e tanto meno nel suo letto).

    Secondo la narrazione i genitori erano contenti, finalmente qualcuno che poteva strigliare per bene il figlio… Il Galli sempre nella sua versione dei fatti si era proposto proprio per avere un’occasione privilegiata per parlare a lungo con il ragazzino e quindi per scuoterlo rispetto al tema dello studio scolastico.

    LA FATIDICA NOTTE

    Il racconto entra quindi nel vivo: dopo le confessioni prete e ragazzo vanno nell’appartamento del sacerdote si siedono ben distanti sul divano in sala, una coperta li separava nettamente, un breve consiglio da parte del “padre spirituale”: “appunta su un quaderno ogni giorno una cosa positiva” poi le preghiere, e quindi subito a letto, la sveglia è puntata presto perché la mattina c’è l’incontro programmato con il resto del gruppo prima della scuola.

    Ma la famosa strigliata motivo per cui era stato invitato il ragazzo? Già dimenticata? Improvvisamente il minore non doveva più essere ripreso per la condotta scolastica e doveva semplicemente dormire perché, come previsto, l’impegno mattutino richiedeva una levataccia?

    Prosegue: il minore è andato in bagno, si è messo il pigiama completo e poi sono andato io e ha mia volta ho messo il pigiama completo, quando sono uscito dal bagno ho trovato il minore in piedi in un lato del lettone, casualmente quello giusto, quello senza sveglia e senza libri sul comodino, e aveva già messo in carica il telefonino proprio nella presa accanto al lettone.

    Secondo il Galli nessuno si pone alcuna domanda, né il minore né tanto meno lui, si coricano, come fosse normale dormire insieme, spengono subito la luce e dormono tutta la notte.

    In effetti, almeno per il Galli, è stata una fortuna che il cellulare avesse bisogno della ricarica e che, casualmente, fosse inserito in quella presa, d’altra parte diversamente avrebbe dovuto anche pensare alle lenzuola dei letti per gli ospiti…

    Durante la notte però il Galli si sveglia due volte, la prima perché infastidito dal russare del suo vicino ospite, la seconda perché l’ospite smette di russare ma inizia a gridare, il prete accende quindi la luce e, fortunatamente, vede il minore in un imminente situazione di pericolo: il comodino descritto prima meticolosamente, può essere urtato nello spigolo dalla testa del ragazzo che stava cadendo dal lettone… forse per questo gridava… si stava immaginando di cadere sul comodino…

    Don Galli è quindi costretto (non per sua volontà ma per motivi di sicurezza) ad avere un contatto fisico con il minore ma solo per il tempo necessario per spostarlo in una posizione sicura più vicino a lui, la sicurezza viene prima di tutto, ovviamente.

    Per fortuna non è successo nulla: il peggio, grazie a don Mauro, si è potuto scongiurare, nessuna pericolosa caduta dal lettone con in mezzo il comodino spigoloso. 

    Il ragazzo non si accorge di nulla, ora al sicuro vicino a don Mauro smette di russare e di urlare “mugugna” solo qualcosa senza senso.

    Presto arriva la mattina e suona la sveglia, Il Galli si alza, si prepara, lascia il minore e si precipita ad accogliere il resto del gruppo per la preghiera prima della scuola, nel frattempo anche l’ospite raggiunge gli altri per la breve colazione, la preghiera e quindi di corsa a scuola.

    Don Mauro accompagna il minore in macchina insieme ad altri due ragazzi.

    Tutto bene, non è successo assolutamente nulla, serena notte!

    DOPO IL FATTO

    La mattina dopo don Galli sostiene di aver ricevuto un SMS dalla madre del ragazzo che chiedeva se era successo qualcosa la notte… risposta sempre via SMS “no”.

    Don Galli viene quindi contattato da un altro sacerdote, don Alberto Rivolta, che aveva immediatamente parlato la mattina stessa con la madre del ragazzo che, chiamata subito dalla scuola, era andata a prendere il figlio trovandolo scioccato, non parlava, sguardo nel vuoto, rispose solo alla domanda: “è successo qualcosa questa notte da don Mauro?” risposta lapidaria “quello che si può immaginare”.

    Don Alberto il pomeriggio stesso vede il minore, lo trova ancora sotto shock, raccoglie più informazioni, il ragazzo si è sentito toccare, il fiato sul collo ecc. ma don Alberto non riferisce nulla a don Mauro, secondo quest’ultimo, tanto che il Pubblico Ministero gli chiede se aveva la trascrizione dell’interrogatorio e se riteneva coerente la testimonianza di don Alberto.

    Don Alberto aveva dichiarato in tribunale che aveva subito visto il minore: “…era sicuramente molto scosso. Molto… Sì, era scosso, era un po’… era scosso, era angosciato, era sicuramente stato… così, aveva vissuto… era rimasto… Era in una situazione certo non normale, non ottimale. Sicuramente era un ragazzo scosso, mi vien da dire forse impaurito o comunque certamente non parlava con libertà e tranquillità”.

    Don Mauro risponde affermativamente rispetto alla sua precedente lettura della testimonianza di Don Alberto, ma ricorda solo che era molto arrabbiato: è in quella circostanza che si era reso conto di avere commesso quello che, però, ritiene essere solo una “leggerezza”.

    Nei giorni immediatamente successivi viene quindi trasferito, mons. Mario Delpini, all’epoca Vescovo ausiliario della zona che include il comune di Rozzano, gli comunica il trasferimento a Legnano incaricato della pastorale giovanile, il motivo: aveva perso autorevolezza, le leggerezze portano a questo!

    Don Mauro non si chiese se il trasferimento anzi i successivi spostamenti, uno dopo l’altro a distanza sempre di pochi mesi, da Rozzano a Legnano, poi Milano e dopo a Roma, fossero dettati da altre motivazioni, o fossero proporzionati rispetto alla notte passata a dormire… alla leggerezza.

    Solo nel 2014 seppe sempre da mons. Delpini che era in corso un procedimento penale nei suoi confronti per l’accusa di abusi sessuali, ancora prima dunque che ricevesse l’avviso di garanzia, anche in quel caso nessuna reazione, nessun contatto con i familiari o con il minore, accetta passivamente.

    Infine dichiara di aver pagato personalmente grazie ai genitori, nonni e zii, un risarcimento che era già noto essere di 150.000 euro (incluso le spese), senza che nessuno chiedesse nulla, ma esclusivamente di sua spontanea volontà.

    LA RICOSTRUZIONE NON REGGE

    La lunga ricostruzione, preparata evidentemente ad arte per tentare di giustificare quanto ormai era emerso sia dagli interrogatori durante le indagini preliminari, sia durante il processo, documenti a disposizione delle parti, fa acqua da tutte le parti, in effetti è difficile tentare di dare una giustificazione credibile a tutto.

    Non si poteva negare di aver dormito con il minore, di averlo toccato, di aver pagato, di essere stato semplicemente spostato da una parrocchia all’altra ancora con i minori… troppe testimonianze, troppe versioni che già coincidevano, la sua stessa ammissione il giorno dopo a Don Alberto, poi a Don Carlo e ancora a Mons. Delpini, Mons. Tremolada… le registrazioni, le intercettazioni, troppo materiale per poter negare l’evidenza… quindi?

    Quindi stesso letto ma solo per dormire…

    Toccato si, ma solo per mettere il minore in sicurezza…

    Pagato certo ma… forse don Mauro si scopre essere anche particolarmente generoso con i soldi degli altri (altri vero, dato che aveva dichiarato di essere nullatenente ma che lui sostiene essere proveniente dai parenti altrettanto generosi)… ma perché i parenti regalano 150.000 euro a un minore che aveva solo dormito? Hanno pagato veramente loro quell’importante capitale? E solo perché, sia il sacerdote che il ragazzo, avevano riposato tranquilli tra la preghiera della sera e quella del mattino? Molto generosi anche i parenti di Don Mauro!!!

    Ma andiamo con ordine.

    Don Mauro aveva un rapporto privilegiato di fiducia con un ragazzino che era orgoglioso di avergli chiesto esplicitamente di essere la propria guida, il suo “padre spirituale”.

    Questo rapporto di fiducia si interrompe drasticamente e inspiegabilmente dalla sera alla mattina, (cioè dopo quella notte dove don Mauro sostiene non essere successo altro che il semplice dormire): il ragazzo da lui salvato, che rischiava di cadere rovinosamente dal letto urtando lo spigolo del comodino, non si è accorto di nulla, lo ribadisce in aula perché dice di averlo persino chiesto al minore che avrebbe riferito di non essersi accorto di nulla, dormendo bene tutta la notte.

    Dunque se è vero che viene allarmato dalla mamma e quindi poi sgridato pesantemente da Don Alberto e ancora da Don Carlo, come mai si limita ad un semplice SMS per altro non riscontrato dove afferma con un semplice “no” (non è successo nulla)???

    Come mai quando è sgridato da don Alberto, che gli riferisce che il ragazzo era scioccato, non chiama subito i genitori, magari anche il minore anche in presenza dei parroci per fugare ogni dubbio??? Certamente il ragazzo, che aveva una così grande stima e fiducia, stando alla sua ricostruzione, non avrebbe potuto essere scioccato, a causa sua, al punto da non volerlo mai più rivedere!…

    Seguendo linearmente la ricostruzione offerta, Il ragazzo si sarebbe certamente precipitato, casomai per essere consolato, consigliato, compreso, dalla sua guida: sarebbe stata preziosa in un momento di sconforto dovuto ad altro, magari alla scuola…

    E don Mauro non dice nulla? Non si domanda nulla? Viene trasferito d’urgenza, accetta, gli viene impedito anche solo di incrociare il minore e non gli viene in mente che potrebbe tranquillamente spiegare? Tanto hanno solo dormito, cosa può mai turbare il ragazzo o i genitori? Non ha nemmeno la curiosità di chiederlo e capirlo… per fortuna che era una guida spirituale…

    In tutti i primi tre trasferimenti non domanda nulla, non chiede niente ai superiori ma ubbidisce, se lo spostano ci sarà un motivo (il PM gli chiedeva se secondo lui erano commisurate quelle disposizioni a fronte del semplice dormire).

    Quando poi  viene finalmente allarmato, ancora una volta sempre da mons. Delpini, rispetto alla denuncia, non gli viene in mente di querelare il minore o la famiglia per calunnia nei suoi confronti, pensa invece di fare un bel regalo di 150.000 euro. Così, giusto perché è generoso… non fa una piega!

    Dunque c’è una spiegazione a tutto, dall’ubbidienza cieca e incondizionata, all’essere particolarmente rispettoso e premuroso: se il ragazzo ha deciso da un giorno all’altro di non vedere più la sua principale figura di riferimento, rispettiamo la decisione, ci mancherebbe… infine una incredibile e sorprendente generosità, chiedendo pure il prestito ai parenti, i suoi genitori non bastavano, la generosità supera ogni limite consentito anche al nucleo familiare più ristretto, ma tutti, anche i parenti sono della stessa pasta, tutti molto generosi.

    E la curia, la diocesi a cui appartiene e a cui deve dare conto, il suo superiore mons. Mario Delpini non gli chiede nulla rispetto a questo suo gesto di generosità, pensa solo a precisare, con una nota ufficiale, che lui non c’entra nulla, non un centesimo, Delpini è meno generoso dei suoi sacerdoti,  avrà pensato: “ma guarda che bravi sacerdoti che abbiamo tirato su… in fondo vuol dire che siamo stati bravi anche noi, siamo riusciti a trasmettergli quei valori evangelici, nemmeno noi avremmo elargito tanto…”

    Ottimo sacerdote: quanti altri sarebbero stati capaci di mettere mano al portafoglio dei propri cari per fare un regalo così grande ad un ragazzino per nulla?

    Quindi di fatto con altre parole il PM gli chiede come si spiega che il ragazzo lo accusa invece di reati gravissimi, si rende conto del capo di imputazione? Non si parla di dormire? Che spiegazione si è dato?

    Don Maro semplicemente pensa che il minore abbia riferito qualcosa sentito da altri, dunque perché chiarire? Anzi perché non aveva voluto chiarire subito? Aveva ricevuto l’SMS dalla mamma poche ore dopo! Era stato ripreso da Don Alberto il giorno seguente!

    Forse don Mauro è orgoglioso, si era sorpreso del rimprovero, “piuttosto che chiarire mi faccio spostare da una parte all’altra”, così avrà pensato, “costi quel che costi, piuttosto che spiegare che ho dormito come tutte le altre notti mi faccio il processo…”

    Ma chi avrebbe raccontato una favola al minore? Il ragazzino ha subito detto che era successa una cosa brutta quella notte (lo dice anche la fidanzata che lo ha visto poche ore dopo l’evento), dice alla mamma che la cosa brutta è quella che si può immaginare possa essere avvenuta nella notte con il prete…

    Sono forse stati gli insegnanti? Loro sono gli unici che hanno visto il ragazzo scioccato poche decine di minuti dopo che don Mauro lo aveva accompagnato a scuola dopo la fatidica notte (notte che, secondo don Mauro, il ragazzo avrebbe detto la sera agli altri compagni che era orgoglioso di trascorrere dal sacerdote, perché avrebbe dormito più degli altri, essendo già sul posto per la preghiera mattutina), e prima della mamma, della fidanzata e di don Alberto, nessun altro lo aveva incontrato nel frattempo… Ma gli insegnanti non sapevano della notte passata fuori casa… e quindi?

    Tutti hanno tramato segretamente una versione contro don Mauro? Sono stati interrogati diversi amici, la fidanzata, i parenti, i sacerdoti, l’attuale Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini che ha riferito che Don Carlo lo ha chiamato immediatamente in quei giorni tanto che si era precipitato la vigilia di Natale a Rozzano, ha detto che Don Carlo gli aveva parlato subito di presunti abusi sessuali, ha riferito di aver incontrato don Mauro per chiedere personalmente la sua versione… ma anche di questo non c’è traccia nella ricostruzione offerta dal Galli.

    Dunque tutti hanno tramato una versione coincidente a dispetto di don Mauro: non è chiaro per quale motivo, incluso il capo scout che riferisce che già il 6 gennaio (pochi gironi dopo), il ragazzo gli aveva confessato l’abuso sessuale e lui lo aveva riferito a Don Alberto, e Don Alberto gli aveva detto che lo sapeva anche mons. Delpini.

    Tutti hanno mentito in Tribunale e ancora prima, durante le indagini preliminari, ma nessuno aveva il privilegio di essere a conoscenza delle indagini stesse e di chi avrebbero interrogato: solo don Mauro era stato favorito da mons. Delpini come lui stesso ha ammesso, non gli altri…

    UN PRECEDENTE INQUIETANTE

    Don Mauro non ha avuto alcuna esitazione nel rispondere e nel destreggiarsi tra le domande (a prescindere dall’esito del suo esame) tranne che per l’ultima forse inaspettata domanda.

    Il PM si rivolge all’imputato con tono quasi liberatorio, “le pongo solo un ultima domanda” è dunque finita, quasi finita… la tensione può lasciare il posto a… “le chiedo conosce il sig. xxxxxxx xxxxxxx?”

    Cosa c’entra con il processo? Perché questa domanda? Un attimo di silenzio e… “si lo conosco mi pare fosse un ragazzo del mio paese, Cislago, quando ero seminarista, lui frequentava l’oratorio estivo, animatore, non partecipava però con costanza…”

    Perché salta fuori ora questo tizio? Chissà da quanto tempo non lo vedeva… tuttavia don Mauro ha confermato di conoscerlo, ha confermato che era un ragazzo del suo paese di origine e che in qualche modo frequentava gli ambienti ecclesiastici (si ricordava in realtà persino che era un animatore dell’oratorio estivo, che coincidenza esattamente come l’adolescente che lo ha accusato in questo processo)… Il PM “Grazie, ho concluso”.

    Il Ragazzo in questione “probabilmente” potrebbe essere quello che ha scritto a Quarto Grado:

    “Buongiorno! Ho avuto modo di vedere la sua trasmissione sulle molestie dei preti. Vengo dal paese di origine di don Mauro Galli, di cui parlate. Durante una gita con l’oratorio fui costretto a dormire in un letto matrimoniale con lui, avevo 16 anni, ci furono atteggiamenti molto strani da parte sua e decisi di andarmene in un’altra stanza con una scusa fortunatamente. Sono passati più di 10 anni e Grazie al suo programma ora so cosa ho rischiato. La ringrazio per portare alla luce certe cose.”

    Ancora a sorpresa, al termine dell’udienza del giorno successivo, quando sono stati sentiti quelli che dovevano essere gli ultimi teste, gli psicologi di parte, del PM e dell’avvocato della difesa, quando ormai si attendeva solo la fissazione dell’ultima udienza con le arringhe finali del Pubblico Ministero e dell’Avvocato della difesa, ancora una volta il PM Lucia Minutella sorprende tutti, incluso la difesa di don Mauro e lo stesso imputato che, probabilmente, vedeva ormai quasi concluso l’iter del primo grado di giudizio, invocando per due volte l’articolo 507 del codice di procedura penale, ovvero l’acquisizione di nuovi elementi decisivi di prova derivanti da informazioni acquisite in aula durante i dibattimenti… Di cosa si tratterà???

    Il giudice ha ritirato le carte e si è quindi riservato di decidere se ammettere tali elementi e quindi ascoltare i nuovi testimoni.

    Attendiamo pertanto la prossima udienza fissata per il 20 settembre alle ore 9.30 stessa aula della quinta sezione penale del tribunale di Milano.

    Redazione

  • Papi incartati e Papi a processo. In Cile un pericoloso vaso di Pandora

    Papi incartati e Papi a processo. In Cile un pericoloso vaso di Pandora

    Nello sprofondo della chiesa cilena si chiede di fare luce sull’operato di Giovanni Paolo II. Il prossimo obiettivo è Francesco?

    Roma. Le prime molotov contro le chiese, in Cile, erano state scagliate a gennaio, alla vigilia del viaggio papale. Era l’avvertimento per Francesco, che aveva difeso a lungo – e l’avrebbe fatto anche durante la permanenza in loco, pentendosene in seguito – i vescovi del club di padre Fernando Karadima, pedofilo seriale che la congregazione per la Dottrina della fede già da anni ha costretto al silenzio e alla solitudine come forma di espiazione dei tanti peccati accertati. Tra giovedì e venerdì, tre bombe sono state lanciate contro la chiesa di Nostra Signora delle Americhe a Conchalí. “Porci stupratori, non vogliamo i vostri sermoni” si leggeva sullo striscione issato in coda all’attacco intimidatorio.

    Un episodio che chiarisce come meglio non si potrebbe il clima che si respira nel Cile rimasto senza vescovi dopo le dimissioni corali presentate al Papa e da questi pretese. Niente vescovi, cattolici sempre meno – le statistiche, per quel che valgono, testimoniano un crollo continuo –, parroci col fiato sospeso mentre dalle diocesi arrivano i decreti di sospensione precauzionali per sospetto di far parte di qualche congrega dedita all’abuso di minori. Il vescovo di Rancagua, tornato in patria dopo la tre giorni di udienza papale, ha dato il benservito a quindici dei suoi sessantotto parroci: il 22 per cento dei sacerdoti in attività. Tutti sospettati a vario titolo di condotte improprie legate a diverse situazioni di abuso sessuale di minorenni.

    Di ieri, poi, la notizia delle dimissioni del cancelliere della curia di Santiago del Cile, autodenunciatosi per abusi sessuali. Piccolo particolare: era lui che raccoglieva e protocollava le testimonianze delle vittime (vere o presunte) di abusi da parte di membri del clero. La grana cilena è grossa e rappresenta un problema drammatico per il Vaticano, che ora si trova nell’imbarazzante situazione di dover decidere quali dimissioni episcopali accettare e quali respingere. I vescovi, non troppo ingenuamente dicono gli osservatori cileni, hanno messo Francesco all’angolo: le colpe sono individuali, non collettive. Decida lui chi rimuovere. Ed è il Papa a essere finito, suo malgrado, in mezzo alla slavina che ha travolto la chiesa cilena, un tempo non troppo lontano perla del cattolicesimo latinoamericano.

    Il New York Times, capofila insieme al Boston Globe della pattuglia liberal che tenta di sferrare il ko alla chiesa di Roma cavalcando l’orrore per gli abusi su minori (metodo Spotlight), non a caso qualche giorno fa ha pubblicato un solenne editoriale del Board in cui si esprimeva soddisfazione perché finalmente “il Papa ha aperto gli occhi”. Il giorno dopo, sulle stesse pagine, un altro editoriale (firmato da Patricio Fernández) metteva in luce proprio il ruolo di Jorge Mario Bergoglio, la cui visita in Cile “è stata un disastro” e le cui contraddizioni sul tema sono destinate a lasciare traccia per chissà quanto tempo – “Secondo il Papa non c’era una sola prova che incolpava Barros. Più tardi fu chiaro che le aveva, e ne aveva molte”.

    Improvvide erano state le dichiarazioni di Francesco ai giornalisti in Cile, la difesa a oltranza di mons. Barros, vittima a suo dire di “calunnie”, “son todas calumnias!”. Perfino un cardinale, il cappuccino Sean O’Malley, aveva preso formalmente le distanze dal Papa, con tanto di comunicato stampa. Da allora però, la situazione anziché migliorare è peggiorata e a dominare è il caos. Mentre i vescovi vengono convocati a Roma, con il Pontefice che alterna gli interrogatori ai vescovi con i colloqui privati con le vittime, in Cile vanno in scena le ribellioni dei sacerdoti contro quei vescovi. In un incontro con il clero, mons. Horacio Valenzuela – uno dei discepoli di Karadima – è stato invitato “ad andarsene” da parte di un suo parroco. Lo stesso che ha definito il nunzio, mons. Ivo Scapolo, “un bandito”. La chiesa cilena è una barca che fa acqua e nessuno sa come rimetterla a galla. Non basteranno le sostituzioni dei vescovi, i mea culpa davanti al Papa. La falla, anziché richiudersi, s’allarga sempre di più. Soprattutto se è vero, come ha scritto l’informato sito il Sismografo, diretto dal cileno Luis Badilla e molto vicino al Vaticano, che più di un vescovo apparso contrito davanti a Francesco, una volta tornato in patria ha accusato il Pontefice di usare la vicenda cilena “per occultare altre crisi del suo pontificato”.

    E’ una crisi che rischia di creare un precedente, un modello d’esportazione, con il rischio altissimo di effetti à la Me Too, con vittime (vere o presunte) che davanti a qualche schermo televisivo accusano un parroco, un vescovo, un cardinale di aver commesso abusi sessuali. Qualcosa s’è già visto in Australia, con i racconti – sovente al limite del romanzo, come i presunti stupri in sagrestia dopo la messa. Bernadette Sauvaget l’ha scritto su Témoignage Chrétien: la “spettacolare resa dell’episcopato cileno è un segnale forte inviato ai vescovi di tutto il mondo”. Come a dire che dopo il Cile il focus si potrà spostare su qualche altra realtà.

    Sul banco degli imputati è finito pure Giovanni Paolo II e a firmare il j’accuse contro Karol Wojtyla è stato sempre il New York Times, che ha fatto derivare tutti i problemi della chiesa cilena dal cambiamento imposto negli anni Novanta dalla curia guidata dal Papa polacco. Giovanni Paolo II, ha scritto ancora Patricio Fernández, ha voluto sostituire una gerarchia vicina alla Teologia della liberazione con presuli conservatori – “elitisti e distanti dal loro gregge” – che non sarebbero stati in grado di accompagnare l’ingresso del paese nella contemporaneità e nella democrazia dopo la dittatura di Augusto Pinochet. Concetto non troppo dissimile da quello firmato dal teologo gesuita Jorge Costadoat: “Nel corso degli anni 60 e 70, Paolo VI aveva nominato in Cile una generazione di vescovi eccezionali. Giovanni Paolo II, a partire dagli anni Ottanta, in Cile e nel resto dell’America latina nominò vescovi con poca libertà di interpretare la dottrina della chiesa, dottrina che, in casi come la Veritatis splendor, significò un regresso; sono stati uomini senza i lumi della generazione precedente, timorosi, strettamente fedeli al governo del Papa”. Il problema si fa quindi ancora più delicato per il Vaticano: non si tratta solo di valutare i singoli casi di abuso sessuale da parte di membri del clero né di processare un’intera conferenza episcopale. La richiesta finora implicita di media, ecclesiastici e opinione pubblica cilena è di passare al setaccio anche l’operato di un Papa, per di più santo.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/05/26/news/chiesa-pedofilia-cile-papa-francesco-giovanni-paolo-ii-196970/

  • Molestie su un minore, ultima udienza del processo a don Mauro Galli: a settembre la sentenza

    Molestie su un minore, ultima udienza del processo a don Mauro Galli: a settembre la sentenza

    Ultima udienza, prima delle conclusioni previste a settembre, per il processo che a Milano vede imputato don Mauro Galli, l’ex prete di Rozzano accusato di aver abusato di un ragazzino di 15 anni nel 2011. Una vicenda spinosa che coinvolge personaggi di primo piano del clero lombardo, come l’attuale vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada e l’arcivescovo di Milano Mario Delpini.

    Ultima udienza, prima delle conclusioni previste a settembre, per il processo che a Milano vede imputato don Mauro Galli, l’ex prete di Rozzano che secondo l’accusa avrebbe abusato di un minore nel dicembre del 2011. Una vicenda spinosa che coinvolge personaggi di primo piano del clero lombardo, come l’attuale vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada e l’arcivescovo di Milano Mario Delpini: e chissà se proprio le ombre legate alla vicenda abbiano influito sulla recente decisione del Papa di non promuovere l’arcivescovo al rango di cardinale. In aula sono stati ascoltati i consulenti di parte, la psicologa infantile Patrizia De Rosa, chiamata dal pubblico ministero Lucia Minutella e il professor Enzo Kermol, docente di psicologia generale e perito della difesa. I due specialisti hanno ricostruito il profilo psicologico della presunta vittima, il ragazzo che abbiamo chiamato Fausto, valutando in sostanza la sua attendibilità.

    Secondo la De Rosa, dal materiale medico riguardante Fausto “emerge un vissuto traumatico” e nessun test ha messo in evidenza comportamenti psicotici: il ragazzo sarebbe attendibile e la sua testimonianza non suggestionata da allucinazioni o manie di persecuzione. Secondo la De Rosa, già nelle relazioni della dottoressa Benedetta Olivari, la specialista dell’istituto Dosso Verde, struttura che aveva Fausto in cura nel periodo precedente e successivo alla notte trascorsa a casa di don Galli, c’erano tutti gli elementi per comprendere l’esistenza del presunto abuso e procedere per una denuncia nei confronto dell’ex parroco di Rozzano che la dottoressa Olivari avrebbe dovuto compiere. Di diverso avviso invece il perito della difesa, che nella sua analisi ha ravveduto nel racconto del ragazzo, fornito durante l’incidente probatorio, delle incongruenze. Lo specialista ha usato il metodo Sva, l’analisi della validità delle affermazioni, un metodo per la valutazione di un presunto abuso sessuale a danno di minori che riguarda l’interpretazione delle espressioni facciali durante l’intervista. Un metodo che però non gode di una generale accettazione presso la comunità scientifica. Per Kermol il ragazzo manifestava elementi narcisistici “che inficiano il racconto”, un’interpretazione però rifiutata dalla dottoressa De Rosa secondo la quale alcuni comportamenti di Fausto dopo il presunto abuso, gli incubi notturni e il disagio nel rivedere don Mauro, proverebbero invece una sindrome post traumatica da stress.

    Anche l’imputato ha assistito all’udienza
    Anche don Galli, dopo la testimonianza resa in aula il 22 maggio, nella quale ha confermato di aver dormito insieme a Fausto nella notte tra il 19 e 20 dicembre 2011 negando però di aver abusato di lui, ha assistito all’udienza. Il caso don Galli ha sollevato grandi dubbi nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche lombarde che, dopo il presunto abuso, hanno spostato don Galli dalla parrocchia di Rozzano, insabbiando il caso. L’allora vicario di zona del cardinale Scola, monsignor Mario Delpini, diventato nel luglio scorso arcivescovo di Milano, ha sempre rivendicato la corretta gestione della vicenda da quando il caso è diventato pubblico. Dopo l’interruzione estiva, il processo riprenderà il 20 settembre con le conclusioni delle parti, cui seguirà la sentenza.

    https://milano.fanpage.it/molestie-su-un-minore-ultima-udienza-del-processo-a-don-mauro-galli-a-settembre-la-sentenza/

  • VESCOVI CILENI, ED CONDON: LE DIMISSIONI NON BASTANO

    VESCOVI CILENI, ED CONDON: LE DIMISSIONI NON BASTANO

    Dopo i precedenti articoli di cronaca (qui, qui , qui), riporto questo editoriale di Ed Condon pubblicato ieri sul Catholic Herald.

    Eccolo nella mia traduzione.

    Le ultime 24 ore hanno visto la saga degli scandali di abusi sessuali cileni e presunto occultamento prendere diverse svolte drammatiche.  Giovedì, il Vaticano ha pubblicato una lettera consegnata da Papa Francesco ai vescovi cileni. In essa, il Papa ha fatto riferimento alla necessità di azioni “a breve, medio e lungo termine” per “ristabilire la giustizia”. Venerdì mattina è trapelato un documento ai media cileni in cui il Papa ha usato un linguaggio molto più forte. Egli ha affermato, secondo il documento trapelato, che le persone dovevano essere rimosse dall’ufficio, ma che questo da solo non sarebbe stato “sufficiente”.

    L’aspetto più drammatico è che la lettera trapelata contiene accuse del più grave tipo di abuso d’ufficio nei confronti della gerarchia cilena. Queste comprendono la repressione delle accuse di abuso sessuale, il trasferimento intenzionale di autori di abusi sospetti o noti ad altri incarichi, l’interferenza nelle indagini canoniche e la pressione sugli investigatori stessi, nonché la distruzione delle prove.

    Il contenuto di tali affermazioni è di per sé esplosivo.  Ma il testo trapelato è stato seguito da altre notizie. Più tardi, venerdì, è emerso che tutta la gerarchia cilena, che è stata a Roma negli ultimi giorni in una conferenza di emergenza con il Papa, ha presentato le sue dimissioni scritte al Santo Padre giovedì.

    Resta ora da vedere se papa Francesco accetterà tutte, alcune o nessuna delle lettere.

    Le dimissioni della gerarchia di un intero paese sono certamente drammatiche. La mossa è stata accompagnata da una lettera dei vescovi che ringraziano papa Francesco per la sua “correzione fraterna” e chiedono “perdono” per il dolore causato alle vittime.  Se papa Francesco accettasse in massa le dimissioni, porrebbe fine naturalmente al crescendo dello scandalo degli abusi sessuali in Cile e ciò gli permetterebbe di avviare riforme più profonde e più ampie con una lista pulita di vescovi con cui lavorare.

    Spero sinceramente che non lo faccia.

    Le dimissioni di massa, accompagnate da una lettera di mea culpa di gruppo, danno l’impressione che i vescovi cileni prendano sul serio la questione. In effetti, potrebbe garantire che nessuna persona fisica o giuridica debba rispondere direttamente di ciò che ha fatto. Tutti esprimono rimorso, tutti si assumono responsabilità collettive, tutti si dimettono, nessuna risposta individuale per singoli reati. Si tratta, in effetti, di un intero episcopato nazionale che cerca una via di uscita del gentleman, e papa Francesco non dovrebbe avere nulla di tutto ciò.

    Il Papa stesso ha implorato le vittime per il perdono, dicendo che era “parte del problema” attraverso la sua difesa iniziale del vescovo Juan Barros, la cui associazione con il noto abusatore don Fernando Karadima ha scatenato la crisi. Avendo dovuto fare un atto così pubblico di responsabilità personale e di umiltà, ora dovrebbe insistere sul fatto che ciascuno dei vescovi cileni sia ritenuto ugualmente responsabile per qualsiasi ruolo abbia svolto.

    Nel giugno 2016, Francesco ha emesso il motu proprio Come Una Madre Amorevole, che ha fornito un chiaro meccanismo giuridico per l’azione penale contro i vescovi per abuso di potere e di ufficio, soprattutto in relazione alla gestione delle accuse di abuso sessuale.  Le accuse contenute nel documento trapelato di venerdì sono una scandalosa lista di riciclaggio dei peggiori crimini previsti da Come Una Madre, e dovrebbero essere applicate senza parsimonia a ogni vescovo che ha offerto le sue dimissioni. Dovrebbe esserci un chiaro impegno di tutte le risorse necessarie per un’azione penale completa contro tutte le accuse che sono state mosse.

    Sulla scia dello scandalo cileno degli abusi sessuali, e soprattutto delle indicazioni emergenti di copertura deliberata, nessun vescovo dovrebbe avere il permesso di dimettersi. Il comportamento criminale richiede una risposta e una sanzione legale credibile: se vengono giudicati colpevoli, i vescovi cileni dovrebbero essere spogliati dei loro uffici.

    Ci sarà un’immensa pressione su Papa Francesco affinché accetti le dimissioni e proceda. L’avvio di un numero così elevato di procedimenti penali canonici contro vescovi in carica trascinerebbe la questione per mesi, se non anni. Ma percorrere questa strada più dura e lunga sarebbe una vera dimostrazione di probità, responsabilità e rigore nel gestire la crisi degli abusi.

    Il modo in cui alcuni vescovi, anche cardinali, sono stati lasciati scomparire nelle dimissioni e nella tranquilla pensione in seguito agli scandali degli abusi sessuali in America è stato ampiamente visto come un affronto alle vittime.  Papa Francesco ha la possibilità di evitare che questo accada di nuovo, e si è già dato il meccanismo giuridico per farlo.

    Per il bene di tutti, devono finire i giorni in cui si permette alle persone di scegliere la metaforica bottiglia di brandy ed il  revolver con la perla. I vescovi che si trovano di fronte ad accuse credibili dovrebbero essere indagati; e chiunque abbia consapevolmente messo a rischio bambini, coperto abusi sessuali, soppresso accuse e distrutto prove deve affrontare la giustizia – per se stesso, per le vittime e per la Chiesa.

    di Ed Condon

    Fonte: Catholic Herald (nella mia traduzione)

  • Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Il muro di omertà all’interno della diocesi si è sgretolato, forse più di una “talpa” non ce la fa più a convivere con troppi compromessi tra bugie e verità, valori, fede, vangelo e “omertosa” obbedienza…

    “Siamo stati imprudenti”… “se c’è qualcuno con cui prendersela è Delpini!”.

    Don Carlo Mantegazza parroco di Rozzano all’epoca dei fatti (dicembre 2011), fatti che riguardano l’ipotesi di reato di abuso sessuale aggravato, ai danni di un minore, da parte di don Mauro Galli sacerdote a lui affidato e oggi sotto processo, non usa mezzi termini, accusa chiaramente il suo Vescovo, l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini:

    “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini perché è Delpini che primo, ha preso molto superficialmente la vicenda“.

    D’altra parte don Carlo lo sa bene, è lui che ha chiamato per primo mons. Delpini, ha telefonato il giorno seguente il presunto abuso parlando direttamente con il Vescovo, lo ha incontrato immediatamente nei giorni successivi, gli ha spiegato bene cosa era successo la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 a casa di don Mauro Galli, il neo sacerdote suo collaboratore a cui aveva appena affidato la pastorale giovanile.

    Don Mauro ha portato a letto un ragazzino, a casa sua, a pochi passi dall’abitazione di don Carlo, nella stessa parrocchia di Rozzano, ingannando i genitori facendo loro credere che fosse un’attività di tutto il gruppo di ragazzini che si stava preparando a vivere cristianamente bene il Natale.

    Li aveva ingannati in modo da ottenere il loro consenso per il pernottamento in oratorio senza destare sospetti.

    È don Carlo che racconta personalmente a Delpini la vicenda del presunto abuso sessuale come poi dichiarerà il Vescovo stesso alla polizia quando nel 2014 verrà interrogato.

    “…don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che il minore aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano…”

    Don Carlo Mantegazza sapeva ovviamente bene ciò che aveva detto al suo superiore: la questione era seria tanto da dover intervenire subito (Delpini si precipita a Rozzano il 24 dicembre, la vigilia di Natale nonostante i fitti impegni in diocesi per la veglia e la messa di mezzanotte che si sarebbe celebrata poche ore dopo).

    Il Parroco non poteva rimanere altro che sbalordito dalla superficialità con cui Delpini aveva deciso, in pochi giorni, di insabbiare il caso, non riusciva e non poteva rendersi conto, in quel momento, che la fretta di Delpini non era dettata dallo scrupolo di affrontare personalmente la questione seria del presunto abuso da lui segnalato, quanto invece la strategica velocità di mettere a tacere il caso prima che potessero trapelare informazioni scomode da gestire.

    Il parroco era rimasto incredulo e basito (come dirà poi, e in Tribunale riferirà: che il solo fatto di portarsi a letto un minore “…è una cosa un po’ più grave, parecchio più grave” della “leggerezza” rubricata superficialmente da Delpini), non poteva capacitarsi della decisione del suo Vescovo.

    Non era concepibile spostare semplicemente don Mauro in un’altra parrocchia (Legnano), ancora a contatto con i bambini come se nulla fosse, non era accettabile in particolare proprio per don Carlo, perché lui sapeva bene che Delpini era stato adeguatamente informato, lo sapeva con certezza perché lo aveva informato lui personalmente (non potevano esserci scuse o fraintendimenti, don Carlo lo sapeva!).

    Per questo don Carlo non ha dubbi, il responsabile con cui prendersela è sicuramente Delpini, non vi è dubbio.

    Grazie al servizio di Fanpage.it si scopre che don Carlo lo esplicita chiaramente già nel 2015 in presenza anche dei familiari, ben prima che mons. Delpini fosse nominato Arcivescovo di Milano: chissà se aveva informato anche il Vaticano, chissà se nel procedimento canonico a carico di don Mauro, il parroco di Rozzano avrà riferito della grave gestione del suo superiore mons. Delpini.

    Eppure nel 2016, nel processo canonico a carico di don Mauro, vengono ascoltati, oltre al parroco, lo psichiatra del minore (lo ha rivelato spontaneamente la scorsa udienza), i genitori della presunta vittima che, in quella circostanza, già denunciarono il comportamento dei due Vescovi mons. Delpini e mons. Tremolada, o meglio anche in quella sede denunciarono alla “Gerarchia della Chiesa” il comportamento omissivo dei due Vescovi: infatti, in realtà, avevano già presentato formale denuncia anche nel 2015 direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina Della Fede.

    Al procuratore don Desiderio Vajani viene consegnato il materiale comprovante la gestione maldestra dei due Vescovi ma non solo: lettere, documenti, registrazioni audio, una chiavetta USB con tutto quanto a loro disposizione, una documentazione corposa a disposizione, quindi, anche del Vaticano, probabilmente ben più ricca di quella consegnata nel 2014 alla procura della repubblica quando, durante le indagini preliminari, venivano ugualmente interrogati.

    Gli audio inediti riprodotti nel servizio di fanpage, infatti, risalgono al 2015, diversamente da quelli del 2012 acquisiti in aula giudiziale nelle scorse udienze.

    Sarebbe interessante capire “l’anello debole” del sistema, auspicabile che ciascuno avesse il coraggio di contribuire per il proprio ruolo e responsabilità nella ricerca della verità, e sarebbe un forte segnale di cambiamento che lo facessero o potessero fare pubblicamente nella massima trasparenza e coscienza.

    Tuttavia ben venga ugualmente che ci siano sacerdoti che, pur nell’anonimato, in coscienza non riescono più a rimanere indifferenti e compromessi nel terribile silenzio omertoso “imposto” per obbedienza.

    Sacerdoti magari non coraggiosi al punto di uscire allo scoperto, ma comunque combattuti interiormente che si domandano cosa possono/devono fare e cercano di darsi una risposta (certamente non incoraggiata dalle gerarchie ecclesiastiche fatta eccezione, per quanto dichiarato da Papa Francesco, che delinea l’identikit del buon prete, quello che sa denunciare con nomi e cognomi).

    Esattamente come è avvenuto, per esempio, con la segnalazione del caso don Mauro alla trasmissione di Quarto Grado, partita appunto da un sacerdote che conosce don Mauro, forse uno dei pochi veri amici che, probabilmente, ritengono sia più utile, cristiano e giusto affrontare la realtà piuttosto che nasconderla e far finta di nulla, magari grazie ad un semplice trasferimento da una parrocchia all’altra come disposto da mons. Delpini.

    Don Carlo rappresenta “il buon prete” descritto dal Pontefice che sa esporsi raccontando la verità?

    Certo è che in Tribunale, nel corso del procedimento penale, solo poche settimane fa, don Mantegazza non aveva fornito la versione svelata dalle registrazioni, non aveva denunciato con nomi e cognomi affermando che “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini”: in quella occasione, viceversa, si era limitato a dire che aveva avvisato i suoi superiori e che aveva saputo subito della nuova destinazione decisa da Delpini, precisando la relativa identica mansione del don Galli, a beneficio del giudice rispondendo alla precisa domanda: (DOMANDA) “Sempre in ambito parrocchiale?” (RISPOSTA) “Sempre in ambito di Pastorale Giovanile come si dice con i ragazzi…”.

    A dispetto di quanto esortato dal Santo Padre, si è quindi guardato bene dal riferire che: “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini…”

    Lo ha omesso perché non gli è stata fatta una precisa domanda nel merito???

    (GIURAMENTO) “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”.

    Cosa significa “non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”???

    Non erano importanti i particolari di ciò che sapeva don Carlo tanto da ritenere Delpini MOLTO SUPERFICIALE?

    L’arcivescovo di Milano è dunque molto superficiale? Chissà se emergeranno nuove illuminanti conferme inconfessabili?

    Fortunatamente però ci sono anche altri sacerdoti meno visibili, ma più autentici, che non ce la fanno più a nascondere, ad insabbiare, a omettere, a non dire o far sapere, a non…

    Speriamo dunque che, grazie a queste persone, questi uomini “veri” ancor prima che preti, si possa riempire il puzzle di tutti i tasselli mancanti (se ancora ne mancano) di questa triste vicenda che probabilmente ci riserverà altre sorprese, altre rivelazioni inedite?!?

    Se don Carlo non ha voluto rivelare al giudice i dettagli da lui riferiti a Delpini che lo hanno indotto a non avere dubbi sulla leggerezza del Vescovo stesso, motivo per cui è con lui che bisogna prendersela… perché non gli è stata posta l’esplicita domanda, allora speriamo che lo faccia almeno per dignità…

    Certo comunque non sarebbe ne il primo, ne l’unico a non dire “tutta” la Verità, a non riferire se non esplicitamente domandato, come se non fosse importante o pertinente.

    Emblematico infatti quanto dichiarato da mons. Tremolada in un incontro con i familiari della vittima nel 2015 in presenza anche di don Carlo: “…è vero, lo abbiamo destinato a Legnano in un oratorio, è vero, e di questo SIAMO STATI IMPRUDENTI, lo diremo se ci verrà detto: «MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?»”

    Forse anche a mons. Tremolada che ha gestito insieme a Delpini l’insabbiamento, non è mai stato chiesto: “MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?”

    Che saccenza, che ostentazione di impunità: Tremolada mandato a parlare con i familiari che chiedevano conto del maldestro spostamento quando, viceversa, a loro era stato garantito che il Galli non poteva essere ancora a contatto con i bambini, non ritiene di dover dare spiegazioni.

    Chi si credono di essere i genitori della vittima? Non sanno che i Vescovi non si devono giustificare? Come osano chiedere? Come si permettono di voler sapere? Di volere spiegazioni? “PARLERANNO SE MAI QUALCUNO GLI DOMANDERÀ: MA PERCHÉ, PERCHÈ AVETE DECISO DI INSABBIARE IL CASO”???

    Che fortuna per i due vescovi, nessuno di “quelli” evidentemente titolati per chiedere spiegazioni, ha mai posto la fatidica domanda prima che fossero nominati: lui stesso, Tremolada Vescovo di Brescia e Delpini Arcivescovo di Milano….

    Ma ora la domanda nasce spontanea… ma cosa aspettano a chiederglielo? Cosa aspetta la Santa sede a chiedere: “MA PERCHÉ LO AVETE FATTO?”

    Ci permettiamo dunque di suggerire, esortando papa Francesco, di chiederlo a mons. Tremolada: pare che già del 2015 fosse disposto a spiegarlo ma nessuno si preoccupa di chiedere!!! Forse era più opportuno saperlo prima di nominare i due Vescovi per cariche così importanti, fare un passo indietro è sempre fastidioso… possibile che nessun’altro, per esempio la Congregazione per la Dottrina della Fede, o don Carlo Mantegazza stesso, abbia voluto offrire questo servizio al papa e alla Chiesa come lo stesso Pontefice esorta (“nomi e cognomi”, “evidenze”… il Cile insegna, 34 Vescovi dimissionari!)?

    Speriamo che anche Delpini e Tremolada sappiano cogliere positivamente l’umile suggerimento dei loro colleghi d’oltre oceano… a quel punto potrebbero anche non spiegare… sarebbe già abbastanza “evidente”!!!

    Redazione