Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “LA COMUNITÀ DI OSORNO STA SOFFRENDO PERCHÉ È STUPIDA”.LOVE BOAT E STORIA DI UN PAPA CHE STA PERDENDO, AHIMÉ, LA FACCIA

    “LA COMUNITÀ DI OSORNO STA SOFFRENDO PERCHÉ È STUPIDA”.LOVE BOAT E STORIA DI UN PAPA CHE STA PERDENDO, AHIMÉ, LA FACCIA

    Dopo il notevole articolo di Magister sull’ennesimo “passo doppio” di Bergoglio sul caso Barros, dal sito 1P5 si leggono le vere reazioni del popolo Cileno e soprattutto delle vittime degli abusi che si sentono umiliate e offese dalle parole di chi a parole e persino negli ATTI aveva dichiarato guerra alla pedofilia tra le mura della Chiesa.
    Eccone un passaggio:

    “In un nuovo stupefacente commento fatto durante la sua visita in Sud America questa settimana, Papa Francesco ha attaccato la credibilità delle vittime del famigerato abusante del clero p. Fernando Karadima. Il papa ha accusato le vittime degli abusi di “calunnia” per le loro denunce secondo cui il vescovo Juan Barros, un protetto di Karadima, era a conoscenza dell’abuso, o anche di quello che aveva visto mentre si svolgeva. “Non c’è un briciolo di prova contro di lui”, ha detto Francesco a un giornalista cileno al termine della sua visita in Cile. “È tutto calunnioso. È chiaro?”
    Su Twitter, “l’accusatore più accanito” di Barros, Juan Carlos Cruz, si è scagliato contro l’assurdità del papa in attesa di prove del suo abuso:
    “Come se si potesse prendere un selfie o una foto mentre Karadima ha abusato di me e degli altri e Juan Barros in piedi accanto a lui a guardare tutto. (…).Rimaniamo gli stessi e il suo perdono rimane vuoto. ”
    L’indignazione del popolo Cileno è veramente alle stelle, tanto che alla messa nel campus si sono presentati “quattro gatti” quando si aspettavano folle oceaniche e le foto ne danno testimonianza.
    Vi è anche il gesto scortese ( a dir poco scortese), con cui prende a schiaffi la mano di una religiosa che gliela tende per un saluto.

    (Anche qui vi è un video imbarazzante quanto inequivocabile).
    Si tratta di quello stesso pontefice che un attimo dopo dichiara che le violenze sulle donne sono inaccettabili.

    Per carità, non si può minimamente porre in simmetria un gesto scortese ma pesante come uno schiaffo, con certe situazioni di violenza sulle donne.

    Ma non è questo il punto.
    Il punto è che Francesco ha una immagine pubblica costruita che non sta reggendo al suo vero carattere.

    La natura del temperamento di Bergoglio sta emergendo pubblicamente, come il penoso VILIPENDIO del sacramento del matrimonio in alta quota.

    Valido o non valido, resta che ormai tutto serve alla causa del “Marketing di Francesco”, il papa in odore di pubblicità anziché di santità.
    In effetti, del matrimonio in aria si sapeva già da dicembre ed è stato studiato un bel copione. Con tanti saluti fraudolenti a quelli che vivono di telenovelas argentine e bazzicano per siti insi-pienti a cui tocca pure dare credibilità al penoso teatrino del “ci avevamo pensato ma è bruciata la Chiesa che avevano scelto”.

    Il Papa si appropria di tutti i sacramenti se la buona causa è difendere la propria immagine in caduta libera.

    Non servono commenti ma preghiere.
    Il Papa chiede perdono pubblicamente per gli abusi, ma attacca le vittime definendole “calunniatrici”.

    Il risultato è che il Cile non ci crede più e non si è prestato a fare da comparsa oceanica nelle “Messe da Campus”.
    Come Cattolico non esulto nel vedere questa parabola discendente di un papa che non riesce ad essere credibile nella fede personale, come teologo e ora nemmeno come buon pastore.
    Consolare gli afflitti è un’ opera di Misericordia Spirituale e stava pure nel gran presepe orribile a San Pietro.
    Giungere a strumentalizzare un sacramento è veramente dissacrante ma dà la misura dell’ emergenza reale in atto: IL MONDO NON CREDE PIÙ ALL’ EFFETTO BERGOGLIO.
    Il mondo si sta accorgendo, a spese sue, che le lacrime sono di coccodrillo, le scuse sono d’ufficio, mentre le accuse sono reali.

    Lo schiaffo sulla mano della povera suora con un evidente atteggiamento di intolleranza sta in un video che non avrei voluto vedere.
    Come non avrei voluto vedere lo “sceriffo” Bergoglio che soccorre una soldatessa e una doppiezza nel rispedire al mittente una mano tesa da una religiosa.

    Eppure c’era una telecamera anche in quel momento.
    Per il bene della Chiesa sarebbe opportuno che si ritirasse da pontefice e affrontasse la sua umanità in segreto con Cristo.

    Il paracadute che serve persino ad un papa. Soprattutto al papa.

    Quella Santa Vergogna di Pietro davanti allo sguardo di Gesù al canto del Gallo.

    Santità …è ora che lei pianga.

    Perché non riesce più a gestire due personalità e questo è un problema oggettivo per la Chiesa Cattolica, nonostante l’ impegno continuo e straordinario dei mass media, dei leccacalzini e di certa curia.

    Noi non abbiamo mai chiesto da lei questo sacrificio: la doppia personalità!
    La prima e autentica personalità di Bergoglio straripa su quella del marketing e ad ogni viaggio apostolico è sempre più evidente.
    A questo punto l’uscita di scena più elegante e corretta e onesta verso Dio e verso la Sua Santa Chiesa (di Cristo intendo, naturalmente), sarebbero le dimissioni.
    Questa sarebbe una grande opera di Misericordia verso tutti.

    E, soprattutto, necessaria a lui per fargli capire che in fondo avremmo preferito la sua vera fragilità umana piuttosto che quella propagandata, Anche quella, persino quella, per essere un uomo/papa accettato dalla gente comune.
    Il popolo è stufo delle bugie di Francesco e l’ unica operazione estetica da fare resta quella di smetterla di recitare.
    Chi ama il papa gli deve dire che è giunto il momento di piangere.

    Sul serio.

    Ave Maria!
    Crociato di Fatima

  • Papa in Cile -le lacrime di coccodrillo dei cattivi maestri

    Papa in Cile -le lacrime di coccodrillo dei cattivi maestri

    Sono di questi giorni le contestazioni per la visita di papa Francesco in Cile, contestazioni in alcuni casi violente, non condivisibili, ma trovo sbagliato archiviare così: limitandosi ad un giudizio su un’azione non condivisibile. Quella che vediamo è la reazione, ovvero è la risposta ad una azione che, in precedenza, la ha generata e forse, anche solo per completezza, è giusto almeno cercare di capire le motivazioni di questa reazione degenerata fino alla violenza.

    Anche nel caso non ci fosse stata alcuna violenza, per molti italiani culturalmente abituati a mettere al primo posto i privilegi del clero e all’ultimo la propria sovranità, anche la sola protesta civile sarebbe stata eccessiva. Le stesse Istituzioni italiane l’avrebbero vietata ma, se ci sforziamo di vedere con un occhio laico e imparziale ciò che sta accadendo in Cile, quella protesta non solo è più che legittima, ma è indice della responsabilità civile che il popolo cileno sente nei confronti dei minori, e contesta il leader della chiesa cattolica che dalla sua elezione ha preso letteralmente in giro non solo le vittime con le quali, ad oggi – tranne qualche sporadico incontro mediatico con lacrimazione annessa – rifiuta qualunque tipo di dialogo, ma ha tradito gli stessi cattolici: prima rassicurandoli con dichiarazioni che in seguito – purtroppo – allo stupro dei propri figli, hanno appurato con mano essere totalmente mendaci e qui, alla Rete L’ABUSO, possiamo confermarvelo centinaia di volte.

    Ma forse questo non serve, è già sufficiente prendere atto che, nei fatti, al di là dei proclami, la Santa Sede non ha ancora rispettato l’impegno preso con scadenza 1-9-2017 nei confronti della commissione ONU per la tutela del fanciullo, non presentando per la terza volta il suo rapporto periodico.

    Non ha rinnovato neppure la tanto acclamata Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, questa volta istituita dallo stesso Vaticano.

    Forse valeva la pena di chiedersi il perché a queste azioni le vittime cilene abbiano risposto con questa reazione, e forse vale anche la pena di valutare il messaggio del cattivo maestro Bergoglio che, con le sue scuse, ci passa ancora una volta il valore che ad ogni crimine si possa riparare con le scuse.

    Il Presidente

    Francesco Zanardi

  • Cosa accade quando la confessione del fedele costituisce reato?

    Cosa accade quando la confessione del fedele costituisce reato?

    Il sacramento della Penitenza e il caso del calciatore pentito

    Per i fedeli praticanti vi è l’usanza di recarsi in chiesa e confessare al sacerdote i peccati commessi, così da ottenere l’assoluzione e la purificazione della propria anima. Difatti la Chiesa Cattolica prevede la possibilità di redenzione per il fedele,  mediante il sacramento della Penitenza, in particolare, il credente per espiarsi dai peccati, ammette al prete le proprie colpe e quest’ultimo in funzione di Dio gli dona la grazia.

    Tutto ciò, conosciuto dal vescovo tramite il sacramento della Penitenza, costituisce un vero segreto definito Sigillo Sacramentale, poiché metaforicamente il prete che ha appreso la confessione, pone un sigillo sulla stessa. Tale sigillo garantisce al fedele la riservatezza della sua confessione, in tal senso, vi è un effettivo obbligo per l’uditore di non diffondere o rendere note le notizie acquisite, dove un eventuale violazione  implicherebbe l’irrogazione  di una gravosa sanzione: la Scomunica.  Quest’ultima, disciplinata dal codice di diritto canonico, canone 1131, prevede:

    “Allo scomunicato è fatto divieto:

     1) di prendere parte in alcun modo come ministro alla celebrazione del Sacrificio dell’Eucaristia o di qualunque altra cerimonia di culto pubblico;

    2) di celebrare sacramenti o sacramentali e di ricevere i sacramenti;

    3) di esercitare funzioni in uffici o ministeri o incarichi ecclesiastici qualsiasi, o di porre atti di governo.”(1)

     Inoltre, la riservatezza della confessione trova tutela nel codice penale, in particolare l’art. 622 disciplina :

    “Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da trenta euro a cinquecentosedici euro.”

     Sia il codice penale che il codice di diritto canonico sono orientati nel garantire al fedele la segretezza della sua confessione.

    Tuttavia non sempre è così pacifica la questione.

    Non sono, infatti,  rari i casi in cui il credente nell’atto della penitenza abbia confessato “fatti” che possono costituire reato. La domanda che sorge spontanea è se anche in tal caso continui ad operare la riservatezza della confessione e l’obbligo del Sacerdote di non divulgare le notizie apprese.  La questione è alquanto delicata poiché a fronteggiarsi sono due obblighi: da un lato preservare la segretezza della confessione e dall’altro far si che la giustizia faccia il suo corso.

    L’assenza di una normativa ad hoc non semplifica la materia, ciò nonostante una prima risposta la si può desumere dal codice di procedura penale che all’art. 200 che disciplina:

    “Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria.

    1. a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano;
    2. b) gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai.
    3. c) i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione.”

    Si estende, quindi, la facoltà di non testimoniare ai Ministri di culto.

    L’interpretazione della norma è chiara: la segretezza della confessione continua ad essere valevole nonostante il contenuto determini l’ipotesi di reato, escludendosi la possibilità di forzare il sacerdote,  al fine di acquisire informazioni.

    Contrariamente a tale scritto normativo si menziona un caso che ha posto in discussione l’applicabilità dell’art. 200 c.p.p.

    Il caso

    Un calciatore aveva scritto alla rubrica “Famiglia Cristiana”,  (noto giornale di orientamento cattolico) chiedendo “perdono”, poiché artefice di aver compromesso il risultato di una partita ed aver diffuso anticipatamente i risultati della stessa.

    La lettera:

    “Carissimo padre, ho pensato per tutta la notte prima di mettermi a scrivere e a raccontare tutto il peso che mi porto dentro. Volevo andare da un confessore, ma la grata non avrebbe nascosto il rossore. Poi mi sono ricordato che Famiglia Cristiana è una parrocchia di carta e allora eccomi qui. Sono un calciatore e mi sono venduto in una partita importantissima. Mi sono comportato in modo da danneggiare la mia squadra, allettato dalle promesse di un ottimo contratto; mi sono comportato male verso la mia vecchia squadra e i tifosi. Che brutto mondo, padre. Ma io non vivo più da quando ho fatto quello che le sto raccontando. Ho un peso dentro, la coscienza ferita, ho finito di essere un uomo. Nell’ambiente del calcio si fa questo e altro. Il giro dei soldi ha ucciso tutto e io ne sono rimasto vittima. La gente si allontana dal calcio, e fa bene. Forse se continua ad abbandonarci, questo sport ne trarrà giovamento e noi calciatori saremo meno vittime. So che ho falsato il campionato, ma chi mi perdonerà per quello che ho fatto?

    Un calciatore.”

    A seguito di tale confessione si aprì un’indagine allo scopo di individuare l’identità del calciatore pentito. Il Pubblico Ministero invitò il Direttore della rivista a rivelare il nome del confessore, tuttavia quest’ultimo appellandosi alla sua facoltà di astensione e rivendicano il diritto alla segretezza del sacramento della confessione asserì di non voler rendere noto l’autore della dichiarazione, poiché l’eventuale diffusione avrebbe causato una possibile sommossa da parte dei fedeli e che nessun altro credente, per timore di essere riconosciuto, si sarebbe poi rivolto alla rubrica.

    Il silenzio serbato dal Direttore della rivista non favorì le indagini, difatti  la mancanza di prove e informazioni determinarono l’archiviazione del caso. (2)

    La questione su menzionata non è isolata.  Un più recente caso riguarda la condanna di un testimone di Geova per il reato di reticenza, in particolare, per aver declinato l’invito  a testimoniare per un procedimento penale.

    In tale sede, la Corte ha stabilito che un ministro di culto Testimone di Geova non può essere punito per avere rifiutato di rivelare informazioni di natura privata apprese mentre esercitava il proprio ruolo di Ministro di culto(3). Con sentenza n. 2436/2015,  il Tribunale di Teramo ritiene completamente applicabile l’art. 200, in particolare, il non obbligo per il ministro di culto di testimoniare su quanto appreso nell’ operato della sua professione.

    I casi su citati evidenziano come non vi siano dubbi nel ritenere che nel bilanciamento degli interessi in gioco, prevalga la segretezza della confessione e che l’art. 200 del c.p.p. sia un eccellente forma di tutela a tal fine.

    (1) http://www.vatican.va

    (2) http://www.repubblica.it

    (3) http://www.statoechiese.it

  • Abusi sessuali su un ragazzino  Un altro parroco sotto processo

    Abusi sessuali su un ragazzino Un altro parroco sotto processo

    PADOVA Doveva essere un luogo sicuro, uno di quei posti in cui poter mandare tranquillamente i propri figli, convinti che lì non sarebbe potuto succedere loro nulla di male. E invece quella canonica, tra paramenti sacri e incensi, si è trasformata in un luogo da evitare, così come il padrone di casa. Perché il parroco ora si ritrova bollato di un’accusa pesantissima, violenza sessuale su un minore, un suo parrocchiano, e per questo sta affrontando davanti al giudice per le udienze preliminari di Padova, Margherita Brunello, un processo in abbreviato. A finire sotto inchiesta è un giovane prete che, fino a qualche tempo fa, era il titolare di una delle parrocchie di Monselice. Così come pure di Monselice è quella che sarebbe la sua vittima, un ragazzo quindicenne.

    Uno solo l’episodio contestato, un unico tentativo di approccio da parte del religioso che si sarebbe verificato nel luglio del 2016, un anno fa. In una assolata giornata d’estate, il parroco avrebbe allungato le mani su un adolescente, palpeggiandolo e spingendolo in modo tale da farselo sedere sopra, mimando poi un atto sessuale. Il ragazzo, sfuggito a quelle pesanti attenzioninon richieste, ha raccontato tutto ai genitori che hanno denunciato il parroco e si sono costituiti parte civile contro di lui, assistiti dall’avvocato Marta Michelon. Il religioso, nel frattempo, aveva lasciato Monselice subito dopo l’episodio al centro dell’inchiesta, in vista di un trasferimento in una nuova parrocchia dell’Alta. Non ha però mai raggiunto la nuova destinazione proprio per volontà del vescovo Claudio Cipolla che, dopo la vicenda di don Contin, ex parroco di San Lazzaro al centro di un caso di sesso altisonante, deve ora affrontare una nuova grana.

    «Non appena appresa la notizia – spiega una nota diffusa ieri dal Vescovato -, lo scorso settembre 2016, la Diocesi è intervenuta con alcune decisioni, per prudenza e rispetto delle persone coinvolte e per permettere al sacerdote di potersi difendere. Pertanto in maniera preventiva il vescovo, già allora, aveva proceduto a sospendere alcuni passaggi previsti all’interno dei normali e consueti avvicendamenti dei parroci e aveva chiesto al sacerdote un periodo fuori Diocesi, in attesa della conclusione del processo a suo carico. Contemporaneamente è partita l’indagine canonica ed è stata informata la Santa Sede. Con l’avvio delle indagini a suo carico, reso noto al vescovo nei primi giorni di settembre 2016, per opportuna prudenza la nuova nomina è stata sospesa immediatamente e il presbitero è stato esonerato da qualsiasi incarico pastorale». Ieri mattina il giudice ha rinviato l’udienza preliminare a settembre, fissando già i due prossimi incontri: il 12 dovrà decidere se utilizzare o meno alcune intercettazioni telefoniche, conversazioni dell’imputato tra il suo psicoterapeuta e il suo padre confessore. Due settimane dopo, il 28, invece, sarà discusso l’abbreviato. «In attesa degli esiti processuali – conclude la nota – rimane amarezza e dolore, per questa vicenda che, se dimostrata, adombra l’opera silenziosa e preziosa di tanti sacerdoti dediti al servizio delle proprie comunità. Nello stesso tempo la Diocesi esprime vicinanza a tutte le persone e le comunità che stanno soffrendo per questa situazione».

    http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2017/21-luglio-2017/tocca-ragazzino-simula-amplesso-altro-parroco-sotto-processo-abusi-2401822475742.shtml

  • “Perché non denunciai il prete che abusò di mia figlia di 11 – 12 anni”

    “Perché non denunciai il prete che abusò di mia figlia di 11 – 12 anni”

    “L’orco non si può perdonare”

    “La storia di Lucia che a 11 anni ha subìto molestie da un prete. Nessuno le ha creduto: “Ti accorgi anche a quell’età se qualcuno ti tocca il seno”. Parla solo oggi dopo la vicenda di padre Turturro che torna a celebrare messa dopo la condanna per pedofilia. E chiede spiegazioni agli avvocati del sacerdote di Baucina: “Chissà se hanno mai raccontato questa storia ai loro figli…”

    Lucia ha subìto violenza tra gli 11 e i 12 anni. Come tante ragazzine della sua età che hanno anima e testa da bambine ma corpo da adolescente, capì soltanto di non volere quelle attenzioni che le mettevano paura e le davano fastidio. Sul momento più paura, una paura paralizzante, poi a casa montava la rabbia. Era difficile dire alla mamma che proprio l’uomo da cui la lasciava per buona parte della giornata (“così stai con i tuoi amici e al sicuro”) non faceva la cosa giusta. Passò più di un anno prima di riuscire a comprendere che quella storia andava stoppata, anche perché quelle attenzioni, non erano più soltanto carezze.

    Oggi sono trascorsi quasi 10 anni da quando Lucia trovò la forza di parlare, prima con una zia che fece da ponte di trasmissione con una madre tanto incredula quanto poi determinata. Io non conoscevo Lucia, a stento la madre, meglio la nonna tra le più munifiche sovvenzionatrici di quella chiesa con oratorio di un quartiere semi residenziale di Palermo. L’incontro con madre e figlia avviene per volontà della ragazza, ovviamente sensibile al tema della violenza sui minori e sugli atti di pedofilia che talvolta si consumano in luoghi dove non ti aspetti di incontrare il diavolo. Siamo nello studio della casa di famiglia, dove Lucia guardò negli occhi sua madre e raccontò il suo calvario. È possibile immaginare le lacrime di allora guardando gli occhi lucidi di adesso. Una breve premessa prima di cominciare l’intervista. Il nome è di fantasia, il quartiere reale. Non si parlerà mai del padre, un medico tuttora in attività, già separato dalla famiglia all’epoca dei fatti e mai solidale con le scelte di madre e figlia. Qualche indizio temporale è appositamente falsato. È una delle poche condizioni poste dalla protagonista di questa vicenda infinitamente triste.

    Lucia, quando trovò la forza e il coraggio di parlare…

    “Avevo sopportato per diversi mesi, non capivo se ero io a fraintendere il comportamento del parroco. A quell’età le idee sono un po’ confuse. A casa mi chiudevo nella mia stanza a ripensare al significato di quelle carezze, ma prevaleva la voglia di dimenticare. Speravo che la storia finisse così com’era cominciata. Sapevo di non essere la prima a ricevere quelle attenzioni, c’era anche una ragazzina di poco più grande di me. Quando all’improvviso lei non venne più e si distaccò anche da me capii che anch’io dovevo fare qualcosa. Anche perché cominciò a diventare più insistente, più sfrontato”.

    Quindi niente più equivoci?

    “Anche se hai 12 anni se qualcuno ti tocca il seno te ne accorgi”.

    Perché si rivolse alla zia invece che a sua madre?

    “Sia la nonna che mamma ritenevano quell’uomo uno di famiglia, di cui fidarsi. E poi per vergogna. Ricordo l’abbraccio di mia zia, pensai in quel momento di essere al sicuro, che tutto era finalmente finito. Non fu così facile, ovviamente”.

    Cosa accadde dopo che sua madre lo venne a sapere?

    “Alcuni particolari li seppi anni dopo, attorno a me all’inizio scattò un muro di protezione. Mia madre cercò, con cautela, di informarsi con i genitori degli altri ragazzini che frequentavano l’oratorio. La presero quasi per pazza, tranne un professore che intuì o forse sapeva. Io intanto non misi più piede da sola in quella chiesa. Una volta andai di domenica con mia madre, credo che lo volesse sfidare o qualcosa del genere. Io tenni gli occhi bassi per tutto il tempo”.

    Avete denunciato il prete? (A questa domanda risponde la madre)

    “La prima idea fu questa, mio marito mi frenò per evitare che Lucia potesse subire un trauma ancora più prolungato. Grazie ad un conoscente mi recai in Curia e chiesi consiglio ad un amico di amici. Feci nome e cognome, raccontai ciò che mia figlia mi aveva svelato. Mi ascoltò, mi disse che si trattava di un parroco di grande capacità con i ragazzi e di ottima reputazione. Ebbi l’impressione di non essere creduta. Mi chiese di vedere mia figlia. E così lasciai perdere”.

    “Non ha lasciato perdere del tutto – s’intromette Lucia -. Un giorno si presentò in sagrestia, fece uscire tutti e restò faccia a faccia con il prete. Mi dicono che le urla si sentirono sino in piazza. Poi mia madre scrisse una lettera che inviò a tutti i genitori dei ragazzi dell’oratorio. Nessuno le rispose, ma pian piano l’oratorio si svuotò. Il prete disse una volta che c’erano certe malelingue…E la nonna disse a tutte le sue amiche che quel prete era un porco. Così finimmo per essere emarginate in tre”.

    Non lo incontrò mai più?

    “Evitavo di passare davanti alla chiesa, per andare a scuola facevo il giro da dietro il mio palazzo. Poi cambiammo casa. L’ho visto in un paio di circostanze ma non a tu per tu. Una volta a Palazzo Jung, in un convegno della Provincia”.

    Crede che si riconoscerà leggendo la sua storia?

    “Sono stata a lungo combattuta se raccontare tutto ad un magistrato, adesso che sono passati tanti anni e sono maggiorenne. Mi sono consultato con un avvocato, mi ha detto che senza testimoni e dopo così tanti anni sarebbe difficile sostenere l’accusa. Però una cosa l’ho fatta: ho spedito una lettera alla Curia, qualche anno fa, mettendo tutto nero su bianco”.

    Risultato?

    “Nessuno. Ma non potranno dire di non avere saputo”.

    Il prete è ancora al suo posto?

    “E’ l’unica domanda a cui non voglio rispondere. Ma credo che oggi sia innocuo. Non posso dirle di più”.

    Ha perdonato?

    “Non posso perdonare. Quello che ha fatto è schifoso. Ho superato la voglia di vendetta, questo sì. È anche per questo che posso parlarne”.

    Perché proprio oggi?

    “Ho letto la notizia di padre Turturro, un prete che ha scontato la sua pena ma che è tornato a fare il sacerdote, non è stato sospeso a divinis. E allora è giusto ricordare che, in un certo periodo, per ogni caso di pedofilia accertata ce n’erano almeno altri due sommersi. Io ne sono la prova. Mia madre mi ha voluto proteggere, oggi penso che denunceremmo, senza riserve. E sono anche convinta che all’interno della Chiesa alcune cose sono cambiate, anche se la storia di Turturro resta un mistero. Mi permette un ultimo pensiero su questa vicenda?”

    Prego…

    “Ho letto che l’accusa più grave è caduta perché gli avvocati di Turturro sono riusciti a dimostrare che la violenza più grave era stata compiuta un anno prima rispetto ai fatti contestati. E che grazie a ciò il reato è andato in prescrizione. Io studio giurisprudenza e so che il diritto alla difesa è inalienabile. Ma quegli avvocati hanno raccontato questa storia ai loro figli? Hanno spiegato loro come sono riusciti ad evitare una pena più esemplare ad un prete condannato per pedofilia? Saranno anche bravi ma devono avere una coscienza corazzata e tanto pelo nello stomaco…”

    “L’orco non si può perdonare”

  • La mamma di Emanuela Orlandi scrive al Vaticano: “Mia figlia non è un caso chiuso”

    La mamma di Emanuela Orlandi scrive al Vaticano: “Mia figlia non è un caso chiuso”

    “Se chiudete significa che conoscete la verità, ditecela”, è scritto nella lettera indirizzata a monsignor Becciu

    “Emanuela Orlandi non è un ‘caso chiuso’, è mia figlia. E io la cercherò finché il Signore mi terrà in vita”. Maria Pezzano Orlandi non ci sta: la verità su quanto accaduto a sua figlia, sparita misteriosamente nel 1983 quando aveva solo 15 anni, è un elemento imprescindibile. Liquidare la sua estenutante ricerca della verità con un semplice “per noi è un caso chiuso” – come detto dal sostituto per gli affari generali della Segreteria vaticana, monsignor Angelo Becciu – non è fattibile. La questione va oltre il dolore di una madre.

    “Se la sapete diteci la verità”

    “I casi degli scomparsi si chiudono solo in due modi: o con il ritrovamento in vita di chi è sparito o con l’accertamento della sua morte”, scrive Maria in una lettera davvero accorata, indirizzata a monsignor Becciu. “Me lo dica, allora, Eccellenza, come si è chiuso il caso di mia figlia. Perché se per Lei il caso è chiuso, allora di certo sa cosa è accaduto a Emanuela. Mi dica dove si trova mia figlia, Eccellenza, se Lei sa che è viva. Mi dica dov’è adesso, perché voglio andare subito a riabbracciarla. Attendo da troppo tempo questo momento”, scrive con l’ironia che solo una mamma che da 34 anni aspetta un segno si può permettere.

    La lettera a Becciu

    “Eccellenza – scrive la signora Orlandi nella lettera -, dopo avere letto le Sue dichiarazioni, voglio condividere con Lei il dolore che pulsa nel cuore di una madre ormai anziana. Risiedo in Vaticano, stavo ancora bevendo un caffè con il mio avvocato, quando le agenzie di stampa si sono scatenate con le sue durissime parole: «Per noi il caso è chiuso». Non era passata neanche un’ora da quando la mia famiglia aveva rivolto formalmente al Segretario di Stato la richiesta di vedere il fascicolo che riguarda Emanuela e il caso era già chiuso. Io attendo da 34 lunghi anni di sapere che cosa è successo a mia figlia e la Sua risposta è giunta dopo solo una manciata di minuti. La mia bambina, il «caso chiuso», non meritava neppure qualche ora di ponderata riflessione. E tantomeno una risposta.

    Le ricordo, Eccellenza, che i casi degli scomparsi si chiudono solo in due modi: o con il ritrovamento in vita di chi è sparito o con l’accertamento della sua morte. Me lo dica, allora, Eccellenza, come si è chiuso il caso di mia figlia. Perché se per Lei il caso è chiuso, allora di certo sa cosa è accaduto a Emanuela. Mi dica dove si trova mia figlia, Eccellenza, se Lei sa che è viva. Mi dica dov’è adesso, perché voglio andare subito a riabbracciarla. Attendo da troppo tempo questo momento.

    Se invece Lei sa che Emanuela non c’è più, allora, Eccellenza, mi dica dove sono i suoi resti. Mi dica dove posso trovare la tomba della mia bambina. Sono sua madre, io l’ho partorita, l’ho allevata, l’ho vista crescere e poi sparire ancora prima che diventasse donna. Me lo dica, Eccellenza, dov’è sepolta Emanuela, vorrei portarle un fiore. Ogni giorno, vorrei ricoprirla di fiori. Ma se non ha risposte da darmi, allora, Eccellenza, il caso non è affatto chiuso; è ancora aperto. Dunque, la Sua frettolosa risposta è diplomatica?

    Invece, la Sua coscienza, l’abito che porta e il ruolo che riveste, dovrebbero obbligarLa ad aiutarmi a trovare Emanuela. Dovrebbero obbligarLa a confortare una madre desolata, ad asciugare le sue lacrime e a prodigarsi per lenire il vuoto immenso che ha lasciato Emanuela in questa famiglia quel pomeriggio di 34 anni fa, quando è uscita per andare a scuola di musica e non è più tornata.

    http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/orlandi-mamma-lettera-vaticano/

  • IRLANDA, L’ORFANOTROFIO DEGLI ORRORI: ECCO LA VERITÀ

    IRLANDA, L’ORFANOTROFIO DEGLI ORRORI: ECCO LA VERITÀ

    Cosa avveniva dietro le alte mura della “Casa di St. Mary per mamme e bambini”? Una ricostruzione agghiacciante

    “Ho provato tanta tristezza e anche angoscia all’idea che un vecchio sistema di fogne del periodo vittoriano fosse stato usato per seppellire quei bambini. La scoperta la diceva lunga sul modo in cui erano stati trattati nell’orfanatrofio, sempre affamati, benchè le suore avessero cibo in abbondanza, e quasi abbandonati, quando si ammalavano, anche se in quell’ordine c’erano molte infermiere”. Catherine Corless, la studiosa diventata famosa per aver denunciato gli abusi della “Casa di st. Mary per mamme e bambini” di Tuam, contea di Galway, centro d’Irlanda, è arrivata quasi per caso alla scoperta che ha fatto il giro del mondo.

    “Ho cominciato la mia ricerca, cinque anni fa, per un articolo che sarebbe stato pubblicato sulla rivista annuale di storia locale. Volevo spiegare com’era nata questa istituzione, pensata per le ragazze madri e i loro figli, e parlare anche dell’ordine che la gestiva, le suore del ‘Bon Secours’”, racconta Corless, sulla sessantina, che ricorda quella grande casa, chiusa da mura altissime, con in cima vetri rotti e isolata dal resto del paese. Quei piccoli maltrattati e denutriti sono parte dei suoi ricordi d’infanzia perché i bambini andavano a scuola con lei anche se le maestre li tenevano separati dagli altri scolari e li trattavano come se avessero fatto qualcosa di male.

    Catherine ricorda le prediche con le quali, dal pulpito, il sacerdote condannava le ragazze madri come peccatrici e diceva che dovevano espiare il male commesso. “Certo il sacerdote incoraggiava i genitori a mandare via di casa le figlie e a isolarle nella ‘St. Mary house’ dove, nel periodo precedente il parto, le future mamme venivano trattate malissimo e assistite soltanto da un’altra mamma. Ostetriche e dottori intervenivano soltanto nel caso di gravi complicazioni”, continua Catherine Corless, “I maltrattamenti continuavano anche dopo che era nato il bambino perché le madri dovevano lavorare duramente e, benchè alle suore non mancasse il cibo, grazie alla frutta e alla verdura dell’orto e ai maiali e ai polli del cortile, ai piccoli non veniva dato abbastanza da mangiare e soprattutto non consumavano mai carne. Insomma erano trascurati e trattati con grande durezza”.

    “Nessuno sapeva quello che capitava dentro quelle altissime mure. Le suore venivano pagate individualmente dallo stato per ciascuna mamma e bambino che accoglievano e per gestire quella casa e ricevevano anche ampi finanziamenti. Non era una charity ma non davano lavoro a nessuno della città perché potevano contare sulle madri che si fermavano per un anno prima di andare in Inghilterra in cerca di un impiego dopo aver dato in adozione il bambino. Non mancavano soldi e appena la struttura aveva bisogno di lavori di riparazione il comune interveniva finanziandoli”, continua la storica.

    E’ stata l’assenza dei resti dei piccoli ad allarmare la Corless. “Benchè fossi riuscita ad ottenere le copie dei certificati di morte di tutti e 796 i bambini, che erano stati depositati presso il comune, di loro non esisteva traccia in nessun cimitero. Insomma erano spariti”, dice la storica,“In Irlanda, da sempre, i corpi vengono sepolti in cimiteri, in terra consacrata e ogni custode ha un registro con tutti i nomi e il luogo nel quale sono stati sepolti ma dei piccoli della “st. Mary home” non c’era traccia in nessun cimitero della zona. I cadaverini di neonati e bambini molto piccoli, alcuni dei quali vissuti appena pochi minuti, erano stati messi dalle suore nelle gallerie di una vecchia fognatura del periodo vittoriano sulla quale, nel 1840, era stato costruito l’orfanatrofio. Questi tunnel hanno nascosto per anni gli orrori commessi in quell’orfanatrofio”.

    “Non vi furono mai omicidi in quell’orfanatrofio ma il tasso di mortalità dentro la “st. Mary home” era cinque volte più alto rispetto al resto della popolazione e il motivo era che i bambini non venivano curati quando si ammalavano benchè le suore fossero infermiere. Lo si capisce anche dalle cause di morte scritte sui certificati. Alcuni piccoli morivano per ascessi, mal di gola o gastrointerite, disturbi che è possibile combattere con igiene adeguata o separando i bambini. La “st.Mary’s home” era molto grande e c’era spazio per isolare i piccoli così che non contagiassero altri, invece le condizioni di affollamento li facevano morire come mosche”, conclude la Corless.

    Un mese fa gli scavi condotti dalla commissione avviata dal governo irlandese per investigare che cosa si trovava nell’area che era stata occupata dalla “st. Mary home” ha trovato resti di piccoli scheletri di neonati e di bambini di qualche anno confermando i risultati della ricerca fatta da Catherine Corless.
    E la ricercatrice scrive, oggi, un nuovo capitolo di questa storia fatto dei sopravvissuti alla “st.Mary home” che vogliono ritrovare i resti ancora nella fognatura e dando degna sepoltura.

    “Non sappiamo ancora quanti scheletri rimangano in quella fognatura e in che condizioni siano”, spiega Catherine Corless, “E se alcuni di essi si trovino in altre parti di quella struttura. Sono in contatto con molti di quei bambini, oggi adulti, e, per loro, onorare la memoria di chi è ancora sepolto là sotto è molto importante”.

    http://www.famigliacristiana.it/articolo/irlanda-orfanotrofio-degli-orrori-la-verita.aspx

  • Pedofilia, il dolore del Papa: “Come può un prete causare tanto male?”

    Pedofilia, il dolore del Papa: “Come può un prete causare tanto male?”

    Su Repubblica in edicola la prefazione scritta da Francesco per il libro in cui lo svizzero Daniel Pittet racconta gli abusi subiti da un sacerdote: “Chiedo perdono per i preti pedofili: un segno del diavolo, saremo severissimi”

    di FRANCESCO

    Per chi è stato vittima di un pedofilo è difficile raccontare quello che ha subito, descrivere i traumi che ancora persistono a distanza di anni. Per questo motivo la testimonianza di Daniel Pittet è necessaria, preziosa e coraggiosa.

    Ho conosciuto Daniel in Vaticano nel 2015, in occasione dell’Anno della vita consacrata. Voleva diffondere su larga scala un libro intitolato “Amare è dare tutto”, che raccoglieva le testimonianze di religiosi e religiose, di preti e di consacrati. Non potevo immaginare che quest’uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito.

    Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa.

    Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? Come può aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato “un sacrificio diabolico”, che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2017/02/13/news/papa_pedofilia_prefazione-158173919/

  • Inizi anni ’60. Collegio dei salesiani in un paese della provincia di Taranto

    Inizi anni ’60. Collegio dei salesiani in un paese della provincia di Taranto

    Oltre 400 bambini erano i residenti di questa mega struttura e ognuno di noi aveva un qualcosa in comune agli altri: o gli mancava il padre (come me) o gli mancava la madre e i più sfortunati erano coloro che non avevano ne un padre e tanto meno una madre che si potesse interessare a loro. Una vita all’interno dell’Istituto molto democratica, davvero. C’erano le regole e tu dovevi rispettarle e in campo pedagogico erano molto più avanti nell’educazione da impartire ai ragazzi. Questo tipo di educazione consisteva nello studio, nello svago, nell’essere religiosi e pregare (ma non eccessivamente). Mangiavamo abbastanza bene.


    Quindi ogni mattina la sveglia era rigorosissima alle 7.00, alle 7.30 pronti ed ordinati davanti al proprio letto già sistemato e il controllo dell’assistente (prete) diceva se stava tutto a posto o meno. Poi messa in chiesa, poi colazione e pronti per andare a scuola nell’interno della struttura. Una organizzazione perfettissima in cui tutto funzionava alla grande. Una ventina di preti ci gestiva in tutto: sui libri e sul comportamento con gli altri. Io? Profitto eccellente ma indisciplinato alla grande. Spesso in punizione. Proseguo.


    Il mio gruppo di amici era formato da tre o quattro tarantini, quindi più vaccinati di noi in quanto noi dei paesi sembravamo molto timorosi rispetto a loro. Loro erano sfacciati, più diretti, insomma più vissuti. In questo gruppo, circa una quindicina di ragazzi, calcoliamo 8-9 anni tutti, si aggregò un ragazzino, diciamo tranquillissimo, che dove andavamo andavamo i tarantini gli dicevano di andare via in quanto non lo volevano. Alcuni di noi disapprovavano questo atteggiamento dei tarantini e per alcune volte questo ragazzo veniva assieme a noi. Nei giochi lo emarginavano (ad esempio nelle partite di calcio mancava sempre il portiere e mettevano lui, dicasi il più fesso) ma noi, nel nostro piccolo cercavamo di integrarlo. Questo scenario si ripetette per oltre sei mesi. Un giorno ci chiama l’assistente, prete, a tutti noi escluso il ragazzino.

    Il prete ci raccomanda di integrarlo con noi in quanto è giusto che ci dobbiamo volere bene e nella sfortuna che la vita ci aveva dato (la perdita di qualche genitore) comportarsi bene con gli altri era ciò che potevamo fare. Tutti zitti all’adunata, nessuno di noi fiatò. La figura imponente del prete era troppo forte per i nostri piccolissimi anni. Finita la tirata d’orecchi del prete andammo via nel campo di calcio. Ad un tratto i tarantini convocano tutti noi del gruppo. Ci riuniamo in un batter d’occhio e pronto il più lesto (Marchini  cognome di fantasia, e lo troveremo più avanti …) ci dice che già il prete voleva sodomizzare il ragazzino. Lui aveva letto bene, molto bene il contesto.


    Noi restiamo perplessi, molto, anche perché erano le prime volte che sentivamo parlare di queste cose. Proseguono le nostre giornate all’insegna dello studio, del gioco e delle punizioni. Il prete sta sempre al fianco a noi a ricordarci di integrare Paolini (altro nome di fantasia di questo ragazzino, ndr) ma i tarantini non vogliono sentire ragione e tra di noi decidono una volta per tutte che Paolini deve stare fuori dal nostro clan. Paolini viene visto spesso con il prete, in giro nelle stanze dell’istituto, cosa che a noi era tassativo andare. Insomma i privilegi, tipo le cioccolate o la bevanda allo sciroppo d’amarena (buonissima, mamma mia!), per lui c’erano sempre.

    Paolini, questo ragazzo non aveva nessuno dei due genitori, aveva degli zii che non si preoccupavano molto di lui e noi, alla fine della settimana, andavamo sempre a casa. Lui, invece, restava sempre lì. Quindi non aveva un riferimento affettivo diretto e la figura del prete, almeno dal lato affettivo, lo faceva sentire più protetto. Tutto questo, tra il prete e il ragazzino, proseguì per molti anni. Diventiamo grandi e usciamo tutti dal collegio alla fine delle scuole medie. Ci separiamo del tutto e tantissimi di noi tornano nelle famiglie di origine. Ci perdiamo di vista del tutto. Io dalla mia ho la fortuna di avere una ottima memoria fotografica.


    Trenta anni dopo, in un bar a Taranto. Mi accingo a prendere un caffè e di fronte a me c’è un magnaccione con tanto di collana di oro spessa e pieno di tatuaggi in modo inverosimile. Lo punto con lo sguardo, lui mi guarda e con tono minaccioso mi dice che cosa voglio da lui e il perché lo sto guardando. Io lo guardo insistentemente e lui sempre più che si avvicina  a me quasi a volermi affrontare. Rido leggermente, lui si sente preso in giro e prima di buttarsi su di me, era un bestione alto quasi due metri e una stazza fisica quasi alla Tyson maniera, mi ripete per l’ultima volta che cosa voglio da lui. Lo stoppo. Gli dico di ricordarsi dove stava qualche decennio fa.


    E lui mi elenca diverse carceri, quasi a volermi dire che io e lui forse ci eravamo incontrati in qualche carcere da reclusi. No. Gli dico di andare ancora al ritroso. Cambia espressione al viso, diventa più composto. Ma non gli viene in mente altro. Mi faccio avanti io e gli dico  ”salesiani”. Mi guarda. Mi osserva attentamente. Mi dice che onestamente non sa affatto chi sono io ma che comunque in quel collegio ai salesiani, lui c’è stato. Gli dico il mio cognome e gli dico anche il suo di cognome. Di scatto fa cadere il bicchiere per terra della birra, il barista comincia ad aver paura. Per il barista sembra che sia un preludio per una scazzottata. No. Non è affatto così.

    Mi viene incontro e mi abbraccia fortemente. Si mette a piangere, anche a me scendono le lacrime. Il barista si sente più sollevato. E via ai ricordi! “Tu”, rivolto a me, “piangevi sempre eri il più piccolo del gruppo e non ti si poteva mai dire nulla che piangevi”. Era vero. “Ti portavamo con noi perché ci facevi copiare i compiti, altrimenti non stavi mai con noi”. Eh già. Andiamo avanti. Mi parla della sua vita: furti, rapine, puttane, insomma un vero e proprio almanacco del crimine. Andiamo ora ai nomi di chi stava con noi.

    Quello, quell’altro e quell’altro ancora, ecc. Gli dico se sa nulla di Paolini. Marchini  mi guarda e mi racconta di questo ragazzo. Entra ed esce da un carcere per pedofilia! Ah. Mi dice che spesso sta davanti alle scuole ad adescare ragazzini. Insomma è diventato un pedofilo. Quindi detta in breve, ma brevissima, se ieri era vittima oggi è carnefice. Deturpata la sua psiche …

    Giovanni Caforio

    Inizi anni ’60. Collegio dei salesiani in un paese della provincia di Taranto

  • La paura dell’uomo “in nero”

    La paura dell’uomo “in nero”

    Diego Dalla Palma da qualche anno ha preso coraggio e ha raccontato pubblicamente la sua storia di ragazzino abusa­to da un prete del collegio in cui viveva e studiava. «Spero che le proporzioni che posso fare io non siano uno specchio del fenomeno. Da me, su 19 preti, 11 veniva­no di notte nelle camere a farci i servizi. E sceglievano i più piccoli. I grandi sa­pevano, tutti sapevano». Ma nessuno parlava. «No, non ho parlato nemmeno io, anche se un mio compagno di scuola si è ucciso, sfinito dalle emorragie e dal­la vergogna che quegli abusi gli procura­vano. Non posso parlare dell’omertà degli altri senza parlare della mia, io ho rimosso, cercato di dimenticare. Che i ragazzini non parlino è normale: chi cre­derebbe mai che un prete possa fare cer­te cose? Se io l’avessi detto a mia madre lei non mi avrebbe creduto, e allora non dici niente. Più grave è invece tacere da grandi, più grave è il silenzio degli altri adulti che sanno e lasciano che le cose succedano».

    Lui il coraggio di dire l’ha trovato qua­rant’anni dopo, e insieme gli è venuto anche quello di perdonare. «Penso che 1’80 per cento dei preti siano omosessua­li. Probabilmente sentono qualcosa di diverso dentro di loro e sposano la Chie­sa per darsi una disciplina, con l’idea di fare qualcosa di buono, per sfuggire con il voto di castità a qualcosa che non san­no comprendere. Naturalmente non fun­ziona. La pedofilia è una cosa che non c’entra niente con l’omosessualità, e io non me la so spiegare. Ho avuto un ami­co che ho scoperto essere pedofilo, lo ricordo in una piscina termale in Maroc­co, giocava con un ragazzino. lo e altri lo fissavamo increduli, dopo piangeva lacri­me lunghe fino al collo. È una malattia psichiatrica, perché così diffusa tra i preti non lo so. Forse quei corpi lisci fan­no sentire il gesto meno impuro, il desi­derio per una persona del tuo stesso ses­so meno sbagliato».

    Da quando ha raccontato la sua storia Dalla Palma, ogni volta che presenta un libro o va in televisione, riceve moltissime lettere. «Le più strazianti sono state quel­le di un prete che mi parlava delle sue pul­sioni. E quella di un ragazzo con un han­dicap: mi ha lasciato un bigliettino alla fine di un incontro pubblico, mi racconta­va di un abuso. L’ho cercato poi, ma nes­suno pareva saperne niente. C’è tanta omertà, tanta connivenza. I preti tacciono e, tacendo, non danno valore alla loro stessa vita. Chi tace non si vuole bene».

    http://www.vanityfair.it/news/italia/14/10/03/vittime-pedofilia-preti