Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: America Latina

  • Legionari di Cristo, al via il Capitolo generale 2020 tra gli scandali per gli abusi

    Legionari di Cristo, al via il Capitolo generale 2020 tra gli scandali per gli abusi

    Sessantasei sacerdoti riuniti a Roma per eleggere il nuovo superiore e riflettere sul futuro della Congregazione. Una settimana fa spretato padre Martínez, responsabile di violenze su minori negli anni ’90

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTÀ DEL VATICANO. L’ombra degli abusi torna ad avvolgere e travolgere i Legionari di Cristo, a tredici anni dalla condanna al fondatore Marcial Maciel Degollado, il potente e controverso sacerdote messicano dalla doppia vita del quale emersero solo dopo decenni (e anche post mortem) i reati e le malefatte compiute. La Congregazione di diritto pontificio, fondata nel 1941, ha aperto ieri il Capitolo generale ordinario del 2020, il massimo organo di governo di un ordine religioso, per fare il bilancio degli ultimi sei anni, eleggere il nuovo superiore generale ed analizzare le sfide e le questioni urgenti per i prossimi anni. A cominciare dalla «via da seguire nella cura delle vittime di abusi sessuali, possibili insabbiamenti, negligenze o omissioni in relazione ad essi nel passato», come si legge in una nota pubblicata sul sito ufficiale.

    Ai partecipanti al Capitolo – 66 sacerdoti in rappresentanza di nove territori – è stata presentata una indagine interna dal titolo “Radiografia di otto decenni per sradicare gli abusi”, l’inchiesta pubblicata per volontà della Congregazione lo scorso dicembre, nello stesso giorno in cui il Papa aboliva il segreto pontificio per i casi di abusi. I risultati avevano fatto grande scalpore, soprattutto in America Latina dove i Legionari sono proprietari di una rete di istituti, scuole primarie e secondarie, università, presidi sanitari: per la prima volta nella storia la Legione ammetteva gli abusi commessi al suo interno dalla fondazione fino al dicembre 2019.

    In particolare colpivano i numeri: 175 minorenni, di un’età compresa tra gli 11 e 16 anni, vittime di aggressioni sessuali da parte di 33 sacerdoti appartenenti all’organizzazione religiosa (18 dei quali ancora all’interno), dove ricoprivano incarichi di responsabilità. Proprio la posizione di potere ha reso difficile o a volte ha direttamente ostacolato la possibilità di denunciare i crimini e i loro autori, dal momento che nella Congregazione per anni è rimasto in vigore il “quarto voto” che impediva ad ogni appartenente di criticare e commentare i comportamenti negativi di un superiore e tantomeno di parlarne con qualcuno. Motivo per il quale il cardinale Velasio De Paolis, insigne giurista morto due anni fa, nominato da Benedetto XVI nel 2010 commissario dei Legionari, arrivò a dire che trovare la verità «non fosse così semplice».

    È a causa di questo clima di censure e occultamenti che per decenni si è mantenuto in piedi il sistema che ha garantito l’impunità di Maciel, tossicodipendente, abusatore di seminaristi e anche delle mogli e dei figli avuti nel segreto, acclamato invece come un santo da molti, anche all’interno della Curia romana e delle alte sfere del Vaticano. Dei 175 casi di minori abusati resi noti dalla indagine, sessanta sono stati compiuti da Maciel.

    Un’altra vicenda emblematica – forse la peggiore dopo quella del fondatore – è quella di padre Fernando Martínez Suárez, 79 anni, prete messicano abusato e abusatore che circa una settimana fa è stato dimesso dallo stato clericale con un provvedimento della Congregazione per la Dottrina della Fede, a seguito di «un attento studio» sottoposto all’attenzione del Papa. Martínez, vittima di Maciel nel 1954, all’età di 15 anni, è ritenuto colpevole di ripetuti abusi nei confronti di sei bambine tra i sei e i nove anni, all’inizio degli anni ’90, nell’Istituto Cumbres di Cancun, dove insegnava. È accusato anche di altri abusi, tra cui uno a danno di un bambino di circa 4 anni nell’Istituto Cumbres Lomas di Città del Messico nel 1969.

    Lo scandalo è deflagrato a novembre quando i Legionari hanno confermato ogni accusa al sacerdote chiedendo «umilmente perdono» alle vittime. Una di queste, Ana Lucía Salazar, presentatrice televisiva, aveva reso noto tramite i social di essere stata costretta a subire le violenze di Martínez quando aveva solo otto anni, nell’Istituto Cumbres. A ridosso del Capitolo generale ha rilasciato una infuocata intervista tv in cui ha raccontato nel dettaglio come questa scuola privata, frequentata da figli di famiglie facoltose, con rette altissime, si fosse trasformata in un inferno per lei e le compagne che padre Ferdinando faceva chiamare in sagrestia e toccava nelle parti intime mentre leggeva passi della Bibbia. «È chiaro che dopo tutto questo la vita per noi bambine non fu più la stessa. Il passato è passato, ma è difficile dimenticare», ha detto Ana Lucía, oggi 36enne e madre di tre figli.

    Con le altre sopravvissute e le rispettive famiglie oggi chiede giustizia e il risarcimento dei danni. Nei mesi scorsi le donne hanno annunciato anche la presentazione di una denuncia penale collettiva e hanno chiamato in causa padre Eloy Bedia, candidato a vicario capitolare dei Legionari, accusato di aver insabbiato i misfatti di Martinez. Nei mesi scorsi il sacerdote ha ricevuto una lettera in proposito del Tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monterrey. Secondo le vittime, Bedia aveva assicurato di occuparsi del caso, di fornire un accompagnamento ai minori abusati e ai loro familiari, di ritirare il prete pedofilo dal ministero attivo, ma le sue sono state tutte «false promesse». Lo dimostra il fatto che a Martínez, dopo le accuse, fu affidato un altro incarico a Salamanca, sempre a contatto con minori.

    Padre Bedia continua a ribadire la sua estraneità ai fatti adducendo la colpa del trasferimento ad una decisione dello stesso Maciel. Tuttavia, nel polverone generale, ha chiesto di essere dispensato dalla partecipazione al Capitolo generale per rispetto ai sopravvissuti: «Tramite una lettera mi hanno riferito che la mia partecipazione causerebbe grande dolore… Comprendo che sentano la mia presenza come una nuova ferita», scrive in un comunicato. «Spero con tutto il cuore che la mia richiesta possa alleviare in qualche modo la sofferenza delle vittime e che come Congregazione possiamo andare verso l’incontro con loro e contribuire a una guarigione delle ferite».

    La tensione rimane comunque alta in Messico, patria natale di Maciel, dove, peraltro, la settimana scorsa il capo della Financial Intelligence Unit (FIU) del Ministero delle Finanze, Santiago Nieto, ha rivelato che è in corso un’indagine contro l’organizzazione religiosa per presunti casi di riciclaggio e per i legami con Martha Sahagún, moglie dell’ex presidente Vicente Fox.

    Da Roma i partecipanti al Capitolo recepiscono tutte le preoccupazioni e cercano di tirare le somme per il futuro, riflettendo anche sulla missione e l’identità della Congregazione. In più occasioni, nel passato, si è parlato di una chiusura della Legione che, tuttavia, nonostante gli scandali avvicendatisi quasi ciclicamente negli anni e l’emorragia di appartenenti, ha continuato a mantenere un numero elevato di vocazioni e di appartenenti al ramo laico del Regnum Christi.

    Negli ultimi anni, dopo la riforma avviata dalla Santa Sede, la Congregazione ha iniziato a vivere ed esercitare l’autorità secondo le nuove Costituzioni, ad elaborare un rapporto per rinnovare il processo formativo dei membri, ad attuare politiche di ambienti sicuri per la cura e la protezione dei minori, e la configurazione canonica di tutto il Regnum Christi. Un compito svolto sotto la guida dell’assistente pontificio, il gesuita Gianfranco Ghirlanda.

    Il Capitolo in corso a Roma – al quale undici sacerdoti partecipano per la prima volta – dovrà valutare questi temi nelle prossime settimane. Soprattutto dovrà eleggere il nuovo superiore generale che prenderà il posto di padre Eduardo Robles-Gil, nell’incarico dal 2014, e dei suoi consiglieri.

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/01/21/news/legionari-di-cristo-al-via-il-capitolo-generale-2020-tra-gli-scandali-per-gli-abusi-1.38363768?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook&refresh_ce
  • Ci sono 550 denunce contro sacerdoti per abusi sessuali contro minori in Messico

    Ci sono 550 denunce contro sacerdoti per abusi sessuali contro minori in Messico

    ALINA ESCOBEDO
    L’organizzazione Child Rights International Netword (Crin) ha presentato il rapporto intitolato The Third Wave: Justice for Child Sexual Survivors nella Chiesa cattolica dell’America Latina . In quel rapporto, il Messico è presentato come il paese con il maggior numero di denunce contro i sacerdoti per abuso sessuale.

    Il rapporto indica che:

    “Nel febbraio 2019, la Rete di sopravvissuti agli abusi sessuali dei sacerdoti del Messico ha dichiarato di aver affrontato circa 550 casi di abusi sessuali. Lo stesso anno, la Chiesa cattolica messicana ha rivelato di aver sospeso 152 sacerdoti dai loro doveri religiosi negli ultimi nove anni per sospetto abuso sessuale di minori, ma non ha rivelato nessuno dei loro nomi, o se i casi fossero stati citati autorità civili “.

    Dopo il Messico, che è in cima alla lista, il Cile continua con 243, l’Argentina con 129 e la Colombia con 137. Tuttavia, il rapporto riporta che non è noto se gli imputati debbano affrontare alcun procedimento legale.

    “A volte gli unici dati disponibili sono quelli forniti dalla Chiesa cattolica (ad esempio, in Brasile, Guatemala, Messico o Uruguay). Tuttavia, la Chiesa nasconde sistematicamente l’identità dell’imputato e non rimanda i casi alle autorità civili ”.

    La Crin riferisce che la Chiesa cattolica ha cercato di mettere a tacere questi casi di abusi sessuali su minori in America Latina, trasferendo sacerdoti in altri paesi, offrendo di pagare vittime e famiglie, minando la credibilità delle vittime, manipolando o esercitando pressione media per segnalare la questione.

    Il rapporto parla anche della legislazione per segnalare questi casi e evidenzia miglioramenti in paesi come il Messico. Tuttavia, afferma che “solo in una minoranza di paesi è obbligatorio denunciare abusi sessuali sospetti o confermati su ragazzi o ragazze in vari contesti”.

    Concludono che è necessario stabilire un meccanismo per ottenere giustizia e responsabilità, come la creazione di commissioni per indagare su casi di abuso sessuale, che coinvolgono organizzazioni indipendenti per i diritti umani e che la Chiesa si astiene dall’investigare Non manipolare i processi.

    Hay 550 denuncias contra sacerdotes por abuso sexual contra menores en México

  • Minorenni stuprate in nome di Dio: arrestato guru della chiesa “La luz del Mundo”

    Minorenni stuprate in nome di Dio: arrestato guru della chiesa “La luz del Mundo”

    Naasón Joaquín García, il capo della chiesa messicana “La Luz del Mundo”, è considerato da quasi due milioni di fedeli un apostolo di Gesù. Martedì la polizia lo ha arrestato a Los Angeles con l’accusa di abusi sessuali su almeno quattro minorenni, possessione di pornografia infantile e altri reati. Per i seguaci del guru, l’accusa è “falsa e infondata” e hanno organizzato veglie di preghiera in tutto il Messico implorando l’intervento divino per la sua liberazione.

    di Mirko Bellis

    Naasón Joaquín García, il capo della chiesa messicana “La Luz del Mundo” (“La Luce del mondo”, ndr), è stato arrestato martedì all’aeroporto di Los Angeles appena sbarcato. Considerato da quasi due milioni di fedeli un “apostolo di Gesù”, è accusato di abusi sessuali su minori, di possessione di materiale pedopornografico e di traffico di esseri umani. Assieme a García sono finite in prigione anche due donne, Alondra Margarita Ocampo, 36 anni, e Susana Medina Oaxaca, di 23. Una quarta persona, Azalea Rangel Meléndez, è attualmente ricercata dalla polizia statunitense.

    Tutti gli imputati sono legati alla “Luz del Mundo”, una chiesa presente in oltre 50 stati al mondo. D’accordo con quanto riportato dal procuratore generale della California, Xavier Becerra, il guru e le sue complici sono accusati di 26 reati commessi tra il 2015 e il 2018.  Secondo le denunce a loro carico, obbligavano le vittime a subire le violenze sessuali dicendo che se si fossero opposte avrebbero fatto un affronto a Dio. Insomma, stupri su bambine e adolescenti nel nome del Signore, di cui il leader spirituale si considerava un apostolo.

    Nel documento presentato dall’accusa sono descritti tutti gli abusi subiti dalle minorenni, discepole della “Luz del Mundo”. In un’occasione, Alondra Ocampo ha obbligato una 15enne ad esibirsi assieme ad altre ragazzine in una danza “sensuale” per Joaquín García “con il minor numero possibile di vestiti addosso”. Dopo il ballo, García avrebbe dato anche un sermone sulle “concubine dei re” aggiungendo: “Un apostolo di Dio non può essere mai giudicato per le sue azioni”.  Un’altra volta, sempre Ocampo ha costretto la ragazza e altre minorenni a spogliarsi e a masturbarsi mentre scattava loro delle foto che poi ha inviato al guru. L’adolescente sarebbe anche stata molestata da García nel suo ufficio di Los Angeles. Una seconda vittima, invece, ha raccontato di essere stata stuprata dal capo della “Luz del Mundo”. Una violenza che le ha causato un “grave danno fisico”. Una terza adolescente è stata costretta a fare sesso orale con l’accusato mentre una quarta è stata stuprata in almeno due occasioni da Joaquín García e Azalea Meléndez Rangel. Ad incastrare il capo della chiesa messicana ci sono anche le foto pedopornografiche inviate dalle sue collaboratrici.

    L’inchiesta del procuratore della California è iniziata nel 2018 dopo una denuncia presentata al dipartimento di giustizia attraverso un modulo online creato per i casi di abusi sessuali da parte del clero. “I reati commessi dagli imputati – ha detto Xavier Becerra – non possono trovare posto nella nostra società”. L’ufficio del procuratore aveva chiesto una cauzione di 25 milioni di dollari ma il giudice, dopo il rifiuto di García a riconoscere le sue responsabilità, ha elevato la somma per la sua scarcerazione fino a 50 milioni di dollari.

    La “Luz del Mundo” è una delle più potenti congregazioni religiose dell’America Latina. La chiesa è stata fondata a Guadalajara nel 1926 dal nonno di Naasón Joaquín García e, generazione dopo generazione, è toccato a lui diventare il leader indiscusso. Assicura di essere presente in 58 Paesi al mondo: solo in Messico i fedeli sono 1 milione e 800mila. Tuttavia, secondo il censo del 2010, erano poco meno di 200mila le persone che hanno dichiarato di appartenere alla “Luz del Mundo”. I seguaci sostengono di essere “la restaurazione della Chiesa che Gesù Cristo ha fondato nel primo secolo della nostra era con la missione di annunciare ad ogni persona la buona notizia della salvezza”. A Guadalajara, capoluogo dello Stato di Jalisco, sorge il tempio principale capace di accogliere 12.000 persone e uno degli edifici più all’avanguardia nella regione.

    Appena saputa la notizia dell’arresto di García, in tutto il Messico i fedeli della “Luz del Mundo” hanno cominciato una veglia di preghiera. In ginocchio, tra lacrime di disperazione, hanno implorato l’intervento divino per la liberazione del suo apostolo. “Sappiamo che tutto è un equivoco e sarà risolto – ha detto Ely Bravo, una seguace di 33 anni – per noi l’apostolo di Dio è il nostro esempio”.

    In una dichiarazione pubblica, la chiesa “Luz del Mundo” afferma che “L’apostolo di Gesù Cristo, il fratello Naasón Joaquín García si è sempre comportato in conformità con la legge e nel pieno rispetto delle istituzioni e della dignità della persone”. I fedeli, inoltre, fanno sapere che “rifiutano categoricamente le false accuse che sono state fatte contro di lui”. Dopo un appello alle istituzioni degli Stati Uniti e della California, concludono con la speranza che le denunce non sfocino in atti di intolleranza e discriminazione religiosa contro i membri della chiesa.

    Il sedicente Apostolo di Gesù Cristo e leader spirituale della Luce del Mondo dovrà rimanere almeno fino a lunedì prossimo in prigione. In una breve udienza tenuta mercoledì pomeriggio alla Corte suprema di Los Angeles, Naasón Joaquín García e le due donne accusate con lui hanno rifiutato di dichiararsi colpevoli e il giudice ha deciso di rinviarli a giudizio.

    https://www.fanpage.it/minorenni-stuprate-in-nome-di-dio-arrestato-guru-della-chiesa-la-luz-del-mundo/

  • Gli strani silenzi di Ratzinger nel testo sulla pedofilia

    Gli strani silenzi di Ratzinger nel testo sulla pedofilia

    Il papa emerito si è avvalso di un ghost writer? Perché non parla di Maciel e dei Legionari di Cristo? E perché il documento non è stato diffuso attraverso i media vaticani? Tutte le ombre.

    FRANCESCO PELOSO

    La pubblicazione del documento di Joseph Ratzinger sulla pedofilia e il clamore mediatico che ne è derivato hanno riaperto la discussione sulla ‘convivenza’ fra il papa argentino e il suo predecessore in Vaticano.

    In breve, il nodo è rappresentato dal rischio che il magistero del pontefice in carica venga in qualche modo messo in discussione. D’altro canto la Chiesa vive una condizione storica inedita – anche in relazione all’esercizio dell’autorità – da quando Benedetto XVI ha rinunciato al papato nel 2013 e subito dopo è stato eletto Francesco. Ratzinger da allora si è ritirato nel monastero interno al Vaticano, il Mater Ecclesiae,dove è assistito da alcune suore e dove, nel corso di questi anni, ha ricevuto e riceve diverse visite.

    RATZINGER E LE IPOTESI SULLA STESURA DEL TESTO SULLA PEDOFILIA

    L’ex pontefice ha oggi 91 anni, vive la fragilità di uno stato di salute tipico della sua età, tanto da far supporre a qualcuno che vi possano essere dubbi sulla paternità effettiva del documento sugli abusi sessuali. Si tratta però di ipotesi o illazioni; l’impianto teorico del testo contiene molti riferimenti al pensiero già noto di Ratzinger a cominciare dalle accuse rivolte al 1968, alla rivoluzione sessuale, in parte al Concilio Vaticano II quali fattori che – con modalità molto diverse – hanno indebolito la morale cattolica, favorito l’affermazione di un mondo che vuole fare a meno di Dio e accentuato il diffondersi degli abusi nella Chiesa. Qualcuno, addirittura uno o più ghost writer, potrebbe aver “aiutato” l’ex papa a scrivere il suo resoconto? A priori non si può escludere nulla, e del resto un ‘aiuto’ non significa automaticamente una forzatura non autorizzata nell’estensione del testo, tuttavia è opportuno restare alle cose note.

    I DUBBI SULLA RICOSTRUZIONE DEL PAPA EMERITO

    In tal senso è bene ricordare che Joseph Ratzinger, ben prima di essere eletto al soglio di Pietro nel 2005, per circa 24 anni è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, organismo vaticano che, come ricorda lui stesso nel documento all’origine del dibattito di questi giorni, ha avuto l’onere di seguire fin dal principio il flusso di denunce che approdavano in Vaticano relative a vicende delittuose, coperture e reticenze da parte dei vescovi. In tale posizione Ratzinger non puòò non sapere che gli abusi sono ben precedenti agli Anni 60, anzi migliaia di casi segnalati o denunciati risalgono agli Anni 40 e 50 del secolo scorso. Possibile che se ne sia dimenticato o che non abbia voluto tenere conto? Che abbia aggirato un fatto così evidente da rendere scarsamente credibile tutta la teoria messa a punto nel testo?

    PERCHÉ RATZINGER NON CITA IL CASO MACIEL?

    Inoltre, fra le vicende che videro il cardinale tedesco entrare in conflitto con personalità di altissimo livello della Curia vaticana c’è quella di padre Marcial Maciel fondatore del movimento dei Legionari di Cristo, abusatore seriale e criminale incallito. Ratzinger si scontrò con il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato – e tuttora indicato nei corridoi vaticani come una sorta di potenza ‘ombra’ Oltretevere – e con l ‘ex segretario di Giovanni Paolo II, l’attuale cardinale Stanislaw Dziwisz, negli anni finali del pontificato detentore di un potere assai superiore alle sue reali funzioni. Forse Ratzinger non ha fatto tutto quello che era in suo potere contro Maciel, ma di certo è stato l ‘unico che ha provato a fermarlo in Vaticano. Per quale motivo non vi è alcun riferimento nello scritto di Ratzinger al caso Maciel?

    TROPPI SILENZI VATICANI SUI LEGIONARI DI CRISTO

    I legionari sono stati una sorta di “armata delle tenebre” il cui principale impegno era quello di contrastare, in ogni modo, il diffondersi della teologia della liberazione in America Latina e i settori del cattolicesimo progressista nel mondo, con grossi finanziatori all’estero e protezioni importanti fra le mura vaticane. Come ha ricordato all’inizio di gennaio il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, prefetto vaticano della Congregazione per gli istituti di vita consacrata (il ‘ministro’ dei religiosi), Oltretevere erano a conoscenza delle accuse a Maciel dal 1943, contro di lui però non si è fatto nulla poiché «quanti lo proteggevano erano una mafia, non erano Chiesa». «Ho l’impressione», spiegava il cardinale, «che le denunce di abusi cresceranno, perché siamo solo all’inizio. Sono 70 anni di insabbiamento, e questo è stato un tremendo errore». Secondo Braz de Aviz «il problema attuale ci indica che molte cose nel passato si sono fatte male, si mentiva». «A quelli della mia generazione», aggiungeva, «nessuno parlava di sessualità e questo oggi va ripensato nel quadro della formazione». Benedetta rivoluzione sessuale verrebbe da dire, ma certo sul capitolo Maciel, in Vaticano sia il papa emerito che molti cardinali avrebbero ancora molto da raccontare.

    I DUBBI SULLA PUBBLICAZIONE FUORI DAL CIRCUITO VATICANO

    Negli appunti di Ratzinger, insomma, ci sono molte – troppe? – dimenticanze, ma va da sé l’autore ha fatto le sue scelte e vanno rispettate. Altrettanto curiosa appare tuttavia la modalità scelta per la pubblicazione: non uno dei tanti media vaticani, ma altri canali che hanno rapidamente raggiunto siti e testate appartenenti alla galassia ultratradizionalista cattolica. Perché il papa emerito avrebbe seguito un simile criterio? A quest’ultimo interrogativo sarebbe opportuno che lo stesso Vaticano provasse a dare una risposta quanto meno per fugare il dubbio che ci si trovi di fronte all’ennesima variazione del genere “vatileaks”.

    LA DISTANZA TRA BERGOGLIO E RATZINGER

    D’altro canto la vicenda fa anche un po’ di chiarezza: nella vulgata ufficiale, infatti, fra i due pontefici vi era e vi doveva essere una perfetta continuità di scelte e di visione. Non è così, ora è più evidente; per altro non solo sulla vicenda abusi sessuali vi sono significative differenze – decadenza dei costumi per Ratzinger, eccessi del clericalismo e abuso di potere per Francesco – ma anche su molte altre questioni dirimenti per la Chiesa. Intanto in Vaticano si lavora alla redazione di nuove linee guidaper la gestione e la denuncia dei casi di abuso in base a quanto è scaturito dall’ultimo summit sulla pedofilia tenutosi in Vaticano. Infine non no va dimenticato che, sia pure a fatica, il progetto di riforma della Curia vaticana sta andando in porto; entro la fine dell’anno la sua versione definitiva vedrà la luce, e non è escluso che pure in questo caso si possano creare tensioni per i nuovi assetti.

  • Lucetta Scaraffia: «Pesa il racconto sulle suore vittime degli abusi di preti: qui vogliono solo persone che possono controllare»

    Lucetta Scaraffia: «Pesa il racconto sulle suore vittime degli abusi di preti: qui vogliono solo persone che possono controllare»

    Gian Guido Vecchi

    Ha pesato la denuncia degli abusi sessuali commessi da preti e vescovi sulle suore? «Per la verità davamo fastidio già prima. Le donne pensanti danno fastidio. Poi, certo, con il racconto degli abusi abbiamo dato loro la prova che avevano ragione a diffidare…». Lucetta Scaraffia sorride, ha imparato a prenderla con ironia. Dopo il Sinodo sulla famiglia scrisse un libro, Dall’ultimo banco, che raccontava la sua esperienza di donna ai margini dell’assemblea, senza diritto di voto.

    Perché è successo? 
    «Perché non ci volevano. Vogliono solo persone che controllano. All’inizio c’è stato un tentativo di commissariarci, di mettere Monda anche come direttore di “donne chiesa mondo” perché partecipasse alle riunioni. Abbiamo detto che se fosse avvenuto ci saremmo dimesse. Rientrato il progetto, ci hanno lasciate libere di lavorare ma è iniziata una forma di delegittimazione strisciante».

    Ha scritto della volontà di controllo degli uomini che vogliono «donne affidabili».
    «Ci hanno lasciate libere di lavorare, ma sull’Osservatore sono apparsi articoli sui nostri temi che seguivano una linea opposta. Il nostro giornale è nato da un’iniziativa di donne, è stato un laboratorio intellettuale, un’esperienza bellissima. Hanno creato una seconda voce delle donne, però ammaestrata. Hanno messo donne contro donne».

    Ne ha parlato con il prefetto per la Comunicazione, Paolo Ruffini? 
    «Sì, all’inizio. Volevano che la comunicazione vaticana fosse compatta e univoca, mi ha detto. E io: va bene, fatemi partecipare alle riunioni».

    E lui? 
    «Si è messo a ridere. Come fosse una pretesa inaudita».

    Come sono considerate le donne in Vaticano? 
    «Malissimo. Non esistono».

    Eppure il Papa ripete che «la Chiesa è donna». 
    «Bello, ma è un modo per trasformarci in una metafora. Vogliamo esser ascoltate, contraddette, discusse come si fa con gli uomini, non diventare metafore. Essere riconosciute come interlocutrici nella nostra diversità: io, ad esempio, sono contraria al sacerdozio femminile».

    Resiste la mentalità per cui le suore devono lavare i calzini ai preti? 
    «Ah sì, quella è rimasta intatta. L’anno scorso pubblicammo un’inchiesta sullo sfruttamento delle religiose. Ci sono arrivati moltissimi biglietti di suore. Senza dire chi erano, ci scrivevano: grazie. Una cosa commovente».

    A Loreto, il Papa ha parlato di Maria come «figlia, fidanzata, sposa e madre», punto.
    «Era una donna di grande coraggio che, giovanissima, ha sfidato la società. Una ragazza che ha accettato questo figlio e rischiava di essere lapidata. Nessuno ne parla».

    Le donne potrebbero aiutare la Chiesa ad uscire dalla crisi dei preti pedofili? 
    «Certo, un vero coinvolgimento delle donne è l’unico modo per uscirne».

    Quanto sono diffusi gli abusi sulle suore? 
    «Molto. Io credevo fosse solo in alcuni continenti, America Latina, Asia, Africa, e invece accade anche in Europa. La vaticanista Valentina Alazraki ha detto ai vescovi in Vaticano: «Vorrei che la Chiesa giocasse all’attacco e non in difesa, com’è avvenuto nel caso degli abusi sui minori». «Non so cosa farà. Per il momento la Chiesa non gioca, ha deciso di non giocare».

    Come ha reagito finora? 
    «Col silenzio. Perché c’è la questione aborto che rende tutto ancora più complicato e drammatico rispetto alla pedofilia. Ci sono vescovi e preti che hanno fatto abortire le donne di cui hanno abusato».

    Il vostro mensile come è stato accolto in Vaticano? 
    «Abbiamo avuto l’appoggio dei Papi, Benedetto XVI e Francesco, e anche della Segreteria di Stato. Per il resto, non ci leggevano. O almeno dicevano di non farlo, di considerarci una lettura per cameriere».

    Chi lo ha detto?
    «Lasciamo perdere… Vivono in un mondo maschile nel quale non è concepito che entrino le donne. Non riescono neanche a pensarci, per loro le donne non esistono».

    https://27esimaora.corriere.it/19_marzo_26/lucetta-scaraffia-pesa-racconto-suore-vittime-abusi-preti-qui-vogliono-solo-persone-che-possono-controllare-e602623c-5006-11e9-9cdd-977ff5d346c8.shtml

  • “Il Vaticano sapeva dal 2001” di suore violentate

    “Il Vaticano sapeva dal 2001” di suore violentate

    SAN LUIS da News / Il nuovo scandalo in cui è stato avvistato di nuovo i casi di abuso della Chiesa Cattolica, questa volta per le suore in Africa, America Latina e Asia ora punta al Papa Francisco Jorge Bergolglio- dopo aver recentemente riconosciuto le umiliazioni.

    Secondo l’avvocato argentino Carlos Lombardi, specializzata in affari ecclesiastici e le facce intesa come fa sì che il Provolo, l’atteggiamento assunto dal capo della Chiesa “non è altro che un nuovo attore fingere sincerità di Bergoglio, rispetto ad un altro flagello trincerato nella Chiesa cattolica: la violazione delle suore da parte di sacerdoti e vescovi.

    Il noto avvocato di Mendoza ha assicurato che “il Vaticano conosceva il fenomeno, almeno, dal 2001, anno in cui riconosceva pubblicamente che centinaia di suore erano state violate dai missionari”.

    Lombardi ha ricordato che “questi eventi hanno portato alla sanzione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione del 04/05/2001”.

    Per questo Lombardi ha accusato “il papa continua la sua cultura demagogica e disonesta. La chiesa cattolica, sta ancora generando violenza di genere generatore, nella sua struttura, organizzazione, funzionamento e dottrina “, ha scattato.

    Il  Papa argentino  ha riconosciuto pubblicamente lo scandalo in cui sacerdoti e vescovi abusano sessualmente delle suore, affermando che si è impegnato a fare di più per combattere il problema.

    Intervistato dai giornalisti sul piano pontificio, il Papa ha ricordato che  Papa Benedetto XVI  aveva preso provvedimenti contro un ordine basato in Francia, dopo un po ‘delle sue sorelle religiose era stato ridotto a “schiavitù sessuale” presso le mani del sacerdote che ha fondato l’ordine

    “Dovremmo fare qualcos’altro? Sì. C’è una volontà? Sì. Ma è un percorso che abbiamo già iniziato “, ha chiesto Francisco tornando a Roma dopo la sua visita negli Emirati Arabi Uniti.

    Lo scandalo ha rotto suore perché la Chiesa cattolica ha dovuto affrontare un’ondata di casi di preti pedofili nei paesi in tutto il mondo, dall’Irlanda e dagli Stati Uniti all’Australia.

    L’ammissione papale è arrivata dopo una rara protesta la scorsa settimana delle donne ‘s rivista del Vaticano,  Donne Chiesa mondiale , che ha denunciato lo stupro di suore, che ha costretto loro di abortire (qualcosa di proibito dalla religione cattolica) o crescere i figli che non sono stati riconosciuti dai loro sacerdoti sacerdoti.

    “Ci sono state molte lamentele al Vaticano e non è stato dato seguito , ” ha dichiarato  Lucetta Scaraffia , redattore capo della rivista, che ha sollevato la questione nel numero di febbraio della pubblicazione, che viene distribuito con il quotidiano  Osservatore Romano  del Vaticano.

  • VIAGGIO NELLA CHIESA DELL’OMERTA’

    VIAGGIO NELLA CHIESA DELL’OMERTA’

    di Maurizio Belpietro

    L’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, nello scorso mese di agosto ha puntato il dito contro le gerarchie vaticane, colpevoli a suo dire di aver coperto l’opera di “corruzione morale” portata a termine su giovani seminaristi dal cardinale di Washington Theodore Edgar McCarrick. Il memoriale, pubblicato in esclusiva da La Verità, era un vero e proprio atto d’accusa contro la Chiesa, e faceva nomi e cognomi di alti prelati che da anni erano a conoscenza del comportamento del porporato, il quale dormiva abitualmente con i giovani a lui affidati. Ma nonostante le denunce dei ragazzi abusati, nessuno fece nulla e solo quando la faccenda finì sul New York Times il cardinale fu destituito.

    La Procura della Pennsylvania, sempre nello scorso mese agosto, ha reso noto un dossier di 1.300 pagine sugli abusi sessuali compiuti in sei delle otto diocesi dello Stato americano: un’indagine condotta in due anni dal gran giurì e che ha portato sul banco degli imputati 301 sacerdoti, i quali avrebbero approfittato di oltre mille minori. Anche in questo caso con le coperture di vescovi e arcivescovi i quali, pur avendo ricevuto diverse segnalazioni, hanno preferito rivolgere lo sguardo altrove. Casi analoghi sono venuti alla luce in Cile, in Paraguay, a Santo Domingo, in Irlanda, in Australia, in Germania, in Belgio, in Olanda. L’elenco è lungo e quasi sempre dalle carte delle inchieste spunta il silenzio dei vertici, di chi aveva la possibilità di rimuovere il predatore sessuale in tonaca e non lo ha fatto.

    E in Italia? Mentre all’estero si riflette sul comportamento della Chiesa nei casi di abusi su minori compiuti da sacerdoti, nel nostro Paese che cosa è avvenuto? Panorama è andato a rileggersi le carte delle inchieste che hanno visto coinvolti preti che invece di consacrare la propria vita a Dio l’hanno consacrata agli abusi, approfittando dei minori che avevano intorno,.

    Gli atti dei processi sono sconvolgenti, perché non solo si scopre che quasi mai le vittime sono state risarcite per ciò che hanno subito, private di un qualsiasi indennizzo sia dal colpevole sia dai superiori, i quali, pur sapendo, hanno preferito l’omertà alla denuncia. Ma si scopre anche che mentre la Giustizia faceva il proprio corso, accertando gli abusi, il tribunale ecclesiastico assolveva il pedofilo in tonaca consentendogli di continuare a esercitare il suo magistero e, dunque, spesso anche di commettere altre violenze. Le storie che leggerete nell’inchiesta che comincia con questo numero di Panorama sono agghiaccianti. Ci sono altri prelati, tutt’ora in servizio, in qualche caso hanno fatto anche carriera, che non solo non sono intervenuti per impedire che un prete accusato di abusi proseguisse l’opera di predatore sessuale, ma addirittura sono stati accusati di aver fatto sparire sms compromettenti o, incredibile, di aver avvisato il prete dell’esistenza delle indagini e di intercettazioni disposte dalla magistratura.

    Grazie alla prescrizione le vicende sono spesso restate impunite anche perché, a causa della minore età delle vittime, le denunce sono state presentate anni dopo i fatti, proprio come è successo in America o in Cile. Ma, a differenza di quanto capitato negli Stati Uniti o in America Latina, da noi nessuno paga e soprattutto nessuno parla. Gli arresti sono confinati nelle cronache e le carte dei processi con le responsabilità dei vertici vaticani sono seppellite negli archivi dei tribunali. Con l’articolo della diocesi di Firenze, Panorama comincia oggi un’inchiesta a puntate dedicata ai tanti Spotlight (dal nome del film, premiato con l’Oscar, che ha svelato le coperture dei vertici della Chiesa sugli abusi commessi nelle diocesi di Boston) italiani. Quello dei nostri inviati è un viaggio nella Chiesa dell’omertà. Buona lettura.

    (Trascrizione da Panorama del 21 novembre 2018 – Editoriale)

  • Polonia: i vescovi, la patria e la pedofilia

    Polonia: i vescovi, la patria e la pedofilia

    Antonio Dall’Osto

    L’11 novembre, la Polonia celebra i 100 anni della sua indipendenza, avvenuta al termine della prima guerra mondiale, dopo un lungo ininterrotto dominio straniero da parte di Prussia, Russia e Impero austro-ungarico. Per l’occasione, la Conferenza episcopale ha emanato una lettera pastorale, letta in tutte le chiese, per esortare i fedeli a «non abbandonare la fede». L’abbandono dei «principi cristiani» che stanno alla base della vita della famiglia e dello Stato rappresentò, infatti, «il più grave pericolo» che portò, in passato, lo stato polacco al collasso.

    «La celebrazione dell’anniversario – scrivono i vescovi – ci spinge a riflettere sulla situazione attuale della Polonia e alla minaccia contro la sua esistenza sovrana». L’indipendenza dello stato per la Polonia non è mai data «una volta per tutte» ma richiede ad ogni generazione di avere «premura per la patria».

    L’indipendenza – proseguono i vescovi – fu raggiunta 100 anni fa da polacchi «interiormente liberi, fortificati nella fede e coscienti della loro responsabilità verso la nazione». Dopo 123 anni di dominazione straniera, lo Stato indipendente è stato creato non solo mediante la lotta con le armi e gli sforzi diplomatici, «ma soprattutto attraverso l’amore a Dio e al prossimo».

    I vescovi sottolineano anche il ruolo della Chiesa cattolica e dei cristiani di altre confessioni nella custodia dell’identità nazionale. Un riconoscimento è rivolto anche alle famiglie e in particolare alle donne che hanno trasmesso alle generazioni successive «l’amore a Dio, alla Chiesa e alla patria». «Questa , affermano, è una prova concreta di libertà e di amore verso la patria».

    Oltre dall’abbandono della fede, i vescovi invitano a guardarsi dai pericoli dell’alcol, delle droghe e della pornografia, dai rischi insiti in internet e nei “giochi d’azzardo”. La diffusione di questa «schiavitù», in particolare tra la giovane generazione – scrivono – indebolisce moralmente e spiritualmente la nazione. Criticano, inoltre, l’egoismo di tanti individui e di interi gruppi, e la mancanza di preoccupazione per il bene comune, come anche «l’insulto e l’offesa della fede cattolica, delle tradizioni nazionali polacche e di tutto ciò che costituisce la nostra patria».

    «Del comandamento universale dell’amore a Dio e al prossimo – concludono i vescovi – fa parte l’amore alla patria». Esortano quindi all’onestà, alla solidarietà tra le generazioni e alla responsabilità verso i più deboli».

    Il dramma della pedofilia

    Intanto in Polonia è divampata la discussione sugli abusi dei preti sui minori. Ad attizzarla è stata la proiezione di un film intitolato Kler (Clero). Le cronache dicono che è uno dei film più visti nella storia polacca.

    La trama rappresenta il ritratto di tre preti amici tra di loro, ognuno dei quali ha un vizio peccaminoso e perfino criminale: un gelido desiderio di potere, problemi con il celibato, pedofilia. In comune hanno tutti il fatto di essere corrotti. Mano a mano che la proiezione procede, tutto finisce col convergere sul tema degli abusi fisici, sessuali e sulla copertura da parte della Chiesa.

    Si tratta naturalmente di una fiction. Molte scene sono ricavate dal libro del giornalista freelance olandese Ekke Overbeek, il quale scrive che, «per il momento, non c’è alcuna possibilità di chiarimento e di lotta» contro gli abusi da parte della Chiesa polacca.

    Overbeek, nel 2013, nel suo libro Tremate – Le vittime della pedofilia nella Chiesa polacca parlano, aveva dato voce ad alcune vittime. L’attuale governo, ha dichiarato al sito di notizie Onet.pl, lo scorso mese di settembre, poggia sull’autorità della Chiesa e ne ha bisogno. Quando i rappresentanti della Chiesa si lamentano che Kler è un lungometraggio di finzione, l’OKO. press risponde che diverse scene sono tratte dalle affermazioni delle vittime contenute nel libro di Overbeek.

    Il primate della chiesa polacca e arcivescovo di Gnjezno, Wojciech Polak, parlando del film ha dichiarato: «Ci sono gruppi che protestano chiassosamente e gruppi che si servono del film per diffondere l’anticlericalismo».

    Da alcune settimane ci sono anche dimostrazioni pubbliche contro la Chiesa con cartelli contenenti slogan, come “La Chiesa copre i pedofili”, “Giù le mani dai bambini”. Un manifesto della fondazione “Non abbiate paura” mostra i luoghi in cui i sacerdoti avrebbero commesso abusi sui bambini.

    Il deputato Scheuring-Wielgus, che supporta l’organizzazione delle vittime, ha affermato che la pagina postata onlinesarebbe stata visitata da oltre un milione di volte in due giorni e avrebbe portato allo scoperto altre 140 vittime.

    Un tema non nuovo

    Ma, come è avvenuto negli Stati Uniti, in America Latina e nell’Europa occidentale, anche in Polonia il tema non è nuovo e ha vari precedenti. Già nel 2008, il domenicano Peter Marcin Mogielski, con il consenso dei suoi superiori, aveva segnalato ai media un caso sospetto di abuso di minori da parte di un prete di Szczecin. In precedenza, Marcin aveva tentato invano di persuadere i vescovi dell’arcidiocesi a risolvere il problema.

    Nel 2010, il “Centro speciale di educazione” delle Suore borromee, di Zabrze, era stato oggetto di attenzione da parte dei media. La direttrice era stata condannata a due anni di carcere per aver usato violenza fisica e psicologica e istigazione alla pedofilia. Ma, a causa del suo cattivo stato di salute, la detenzione era stata rinviata. Era poi stata incarcerata alla fine nel 2014, un mese dopo un sensazionale servizio giornalistico sugli abusi commessi da parte o per conto delle suore. Dopo questo fatto, avevano parlato anche altre vittime delle suore della casa. Nel 2015, la giornalista Justyna Kopinska aveva pubblicato un libro sui fatti del “Centro speciale di educazione”.

    La reazione dei vescovi

    Com’è stata la reazione della Chiesa? I fatti dimostrano che non è stata inerte. Già nel 2012 la conferenza episcopale aveva emanato alcune norme circa il modo di occuparsi dei responsabili di abusi. Dal 2013, il gesuita Adam Żak era stato incaricato dei vescovi per i casi degli abusi e, dal 2014, è alla guida del «Centro per la protezione dell’infanzia». Nello stesso anno, servendosi di un’indagine sui dati dei tribunali dello Stato, aveva individuato almeno 19 preti che, nel giro di tre anni, erano stati condannati per casi di abusi.

    Nel 2017 è stata celebrata anche una giornata di preghiera per le vittime degli abusi sessuali da parte di preti. All’inizio di ottobre, un istituto religioso è stato condannato a risarcire la somma record di un milione di zloty (pari a 233.000 euro) e al pagamento di una pensione mensile per tutta la vita a una giovane donna che, quando era ancora tredicenne, fu abusata diverse volte da un sacerdote. La Società di Cristo, un istituto che si occupa dei migranti, ha annunciato che farà ricorso contro il verdetto alla Corte Suprema.

    I vescovi sottolineano che già da molti anni esistono programmi di prevenzione e che il modo di trattare con gli accusati è regolato dalla legislazione sia della Chiesa sia dello Stato. La posizione della Chiesa polacca è invariata, come si legge in una dichiarazione dello scorso settembre: «Tolleranza zero per i peccati e i crimini della pedofilia nella Chiesa e nella società».

    Finora, almeno tre diocesi hanno pubblicato il numero degli abusi. La prima è stata, a metà settembre, la diocesi di Płock. Dall’ingresso del vescovo Piotr Libera, nel 2007, risulta che sono stati accusati nove preti, per un totale di 16 vittime. Nessuno di questi lavora oggi con bambini e adolescenti; alcuni sono stati dimessi dallo stato clericale. Prima che Libera assumesse la guida della diocesi, non sarebbero tuttavia disponibili dati sistematici.

    La seconda è l’ordinariato militare; dal 2010 sono state verificate le accuse contro tre preti, ha affermato l’ordinario militare Józef Guzdek. A tutti è stato proibito di avere a che fare con dei minorenni e uno è stato dimesso dallo stato clericale.

    La terza diocesi è quella di Varsavia-Praga. Alla fine di settembre ha pubblicato i suoi dati da cui risulta che, negli ultimi 26 anni, sono stati accusati 12 preti: due sono stati assolti e contro tre degli altri 10 è già stato concluso il procedimento penale.

    I vescovi hanno annunciato che, entro la fine di novembre, sarà emanato un documento in cui sono esposte le diverse iniziative intese a proteggere i bambini e gli adolescenti contro la violenza sessuale. Ed è ribadito anche l’impegno a raccogliere i dati statistici.

    Attualmente in Polonia il 90% della popolazione si professa cattolica. Ma tutte queste vicende – come è avvenuto anche altrove nel mondo – hanno provocato nel cuore della gente una grave perdita di fiducia verso la Chiesa e il clero.

    http://www.settimananews.it/chiesa/polonia-vescovi-la-patria-la-pedofilia/

  • Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    BUENOS AIRES, Argentina (AP) – Il ruolo di Papa Francesco nel caso più famoso dell’Argentina relativo agli abusi sessuali, è sottoposto a un nuovo esame mentre affronta la più grande crisi del suo papato sulla tormentata eredità  della copertura della Chiesa cattolica di accuse, e accuse a lui stesso di essersi schierato con l’imputato.

    Francesco, che all’epoca era ancora il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel 2010 commissionò uno studio forense di quattro volumi, più di 2.000 pagine, su un caso giudiziario contro un prete condannato,  lo studio concluse che il prete era innocente, che le sue vittime mentivano e che il caso mai avrebbe dovuto andare in giudizio.

    La chiesa argentina afferma che lo studio ottenuto dalla Associated Press – volumi rilegati completi di riproduzioni di dipinti di Johannes Vermeer sulle copertine – era solo per uso interno alla chiesa. Ma i volumi presumibilmente finirono sulle scrivanie di alcuni giudici di corte argentini che stavano governando sugli appelli del reverendo Julio Grassi.

    Nonostante lo studio, la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato la condanna e la condanna a 15 anni di prigione contro Grassi, un sacerdote considerato una celebrità che gestiva case per bambini di strada in tutta l’Argentina.

    Lo studio, e il ruolo di Francesco nel caso Grassi, hanno assunto una nuova rilevanza dopo le accuse di un ex nunzio apostolico vaticano per le quali Francesco, e una lunga fila di funzionari vaticani prima di lui, coprirono la cattiva condotta sessuale di un eminente cardinale statunitense.

    Né Francesco né il Vaticano hanno risposto alle accuse secondo cui Francesco avrebbe riabilitato l’ex-cardinale Theodore McCarrick dalle sanzioni nel 2013. Il Vaticano non ha risposto a una richiesta di commento sul ruolo di Francesco nel caso Grassi.

    In un’intervista esclusiva con AP, la vittima di Grassi, Gabriel, ha detto che sta ancora aspettando che Francesco riconosca il suo dolore, dato che la Corte Suprema ha ora stabilito che è stato aggredito da Grassi quando aveva 13 anni.

    “Mi piacerebbe che la chiesa dicesse qualcosa, anche se non mi aspetto che succederà”, ha detto Gabriel a AP, seduto accanto al suo psichiatra. “Nessuno mi ha mai contattato,” disse. “Nessuno si è disturbato.”

    Francesco, l’ex arcivescovo di Buenos Aires, non era il vescovo di Grassi e non aveva alcuna responsabilità diretta per lui. Ma nel 2006, è stato citato dalla scomparsa rivista argentina Veintitres dove aveva affermato che le accuse contro Grassi erano “accanimento informativo contro di lui, una condanna da parte dei media”.

    Disse che avrebbe trattenuto il giudizio in attesa dell’esito del processo, ma lo stesso Grassi testimoniò che Bergoglio “non mi lasciò mai la mano” durante il processo legale.

    Sotto la presidenza di Bergoglio, la conferenza episcopale argentina nel 2010 ha arruolato un avvocato penalista argentino, Marcelo Sancinetti, per indagare su una contro-inchiesta nel caso dei pubblici ministeri contro Gabriel e altri due ex-residenti delle case di Happy Children di Grassi i cui casi sono stati considerati nel processo iniziale.

    Nello studio, Sancinetti ha concluso che non solo le accuse contro Grassi non erano sufficientemente provate, “la falsità di ognuna delle accuse è oggettivamente verificabile”.

    Nei quattro tomi, che sono stati prodotti in una clip annuale dal 2010 al 2013, Sancinetti ha accusato Gabriel di aver cambiato la sua storia e di tentare di estorcere Grassi. Ma una corte anni prima aveva già rigettato una causa intentata da Grassi accusando Gabriel di estorsione.

    Sancinetti ha paragonato “gli attuali processi, e le condanne con frasi severe, basate esclusivamente sulla parola di una persona che si definisce vittima di abusi sessuali, ai processi per stregoneria del Medioevo”. E nel volume finale e sul sito web del suo studio legale, Sancinetti ha detto che Francis in particolare aveva commissionato il lavoro. Non ha risposto a più richieste di commenti.

    La Corte suprema argentina non fu d’accordo con l’analisi di Sancinetti e il 21 marzo 2017 confermò la condanna di Grassi per aver abusato sessualmente e corrotto Gabriel.

    Attraverso le lacrime, Gabriel aveva testimoniato che in due diverse occasioni nel 1996 il sacerdote una volta lo aveva accarezzato, e poi aveva fatto sesso orale con lui nel suo ufficio.

    Gabriel, che per un certo periodo è stato inserito nel programma di protezione dei testimoni in Argentina dopo aver subito un attacco, attacchi fisici e minacce, ha detto di essere rimasto scioccato quando Grassi ha testimoniato che Bergoglio “non mi ha mai lasciato andare la mano”.

    “Eravamo tutti come ‘wow!’ Era Bergoglio “, ha detto.

    Gabriel ha detto che lui e il suo avvocato hanno consegnato una lettera indirizzata a Francesco due mesi dopo essere stato eletto primo papa dell’America Latina, portandolo all’ambasciata del Vaticano a Buenos Aires l’8 maggio 2013.

    Nella lettera, Gabriel si è identificato come vittima di “crimini aberranti di abusi sessuali ripetuti e corruzione” da parte di Grassi.

    Si è lamentato che i dettagli del suo abuso erano stati esposti dallo studio, che lo ha “denigrato” personalmente e ha contraddetto la politica dichiarata “tolleranza zero” sia di Papa Benedetto XVI che di Francesco.

    “Ho sofferto e continuo a soffrire”, ha scritto.

    Ha chiesto un’udienza con il papa “e ti prego sinceramente per la compassione e l’aiuto nel recuperare la mia fede”.

    Non ha mai ricevuto una risposta. In realtà, il suo avvocato ha detto che sono stati minacciati dall’ambasciata e non sanno cosa ne è stato della lettera.

    Alla domanda sul perché la conferenza episcopale argentina abbia commissionato lo studio, una portavoce della conferenza ha detto che è stato per aiutare i vescovi a capire meglio il caso.

    “La conferenza episcopale ha ritenuto che potesse fornire ulteriori informazioni in vista della procedura canonica”, ha detto la conferenza in una dichiarazione rilasciata alla AP.

    Un tale studio, tuttavia, sarebbe impensabile per l’uso in un processo canonico. Mentre i processi alle chiese utilizzano le indagini di polizia e prove dai tribunali laici, un contro-studio commissionato da un’intera conferenza episcopale potrebbe incorrere in problemi di giurisdizione a un processo canonico, hanno detto i canonisti.

    Inoltre, l’avvocato di Gabriel, Juan Pablo Gallego, ha detto che i libri sono finiti sulle scrivanie di alcuni giudici argentini che hanno deciso gli appelli di Grassi e hanno rappresentato quello che ha definito un palese, sebbene infruttuoso, tentativo di lobbying.

    La diocesi di Moron, che era responsabile di Grassi, aveva a lungo difeso la sua decisione di mantenerlo nel ministero anche dopo l’inizio del processo dicendo che non voleva pregiudicare il risultato.

    Diciotto mesi dopo che l’alta corte argentina si è pronunciata contro di lui, Grassi rimane un prete mentre serve la sua condanna a 15 anni nel carcere di Unidad 41 de Campana, nella provincia di Buenos Aires.

    La diocesi di Moron ha detto che Grassi è stato rimosso dalle funzioni pastorali quando è iniziato il processo e che ora è stato escluso dall’esercizio di qualsiasi ministero pubblico. La diocesi ha detto all’AP che il caso canonico è ora con la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio del Vaticano che gestisce i casi di abuso sessuale.

    Julieta Anazco, presidente della rete Argentina di sopravvissuti agli abusi del clero, ha detto che il caso Grassi è stato uno spartiacque per l’Argentina dal momento che le vittime si sono scontrate con un sacerdote considerato una celebrità, che aveva il sostegno dell’élite cattolica argentina, e ha subìto l’umiliazione pubblica di essere accusato di cercare solo denaro.

    “Hanno reso più facile la nostra lotta per noi”, ha detto. “Grazie alla loro lotta, molti di noi sono stati incoraggiati a denunciare (i nostri abusatori) pubblicamente”.

    Ha citato il recente caso di vittime sorde dell’ormai noto istituto Antonio Provolo che si è fatto avanti per denunciare abusi da parte dello stesso prete italiano, accusato da alcuni studenti del Provolo italiani, che nel 2014 hanno allertato Francesco e il Vaticano del luogo dove si trovava. La polizia argentina ha arrestato don Nicola Corradi e fatto irruzione nelle scuole di Provolo.

    “Prima che papa Francesco possa emanare la responsabilità per i vescovi e gli altri leader della chiesa, deve essere all’altezza del danno che lui stesso ha causato alle vittime in Argentina”, ha detto Anne Barrett Doyle della risorsa online Bishop Accountability, che ha raccolto la documentazione sul caso di Grassi.

    Il caso ha paralleli con quello del vicino Cile, dove Francis ha difeso ripetutamente un vescovo accusato di coprire per il più famoso predatore del paese, il Rev. Fernando Karadima. Francesco screditò le vittime di Karadima, che pose il vescovo Juan Barros sulla scena del loro abuso, dicendo che le loro accuse erano “calunnia”.

    Alla fine Francesco riconobbe di aver commesso “gravi errori di giudizio” su Barros, si scusò con le vittime e lanciò un’indagine del Vaticano che portò tutti i vescovi attivi del Cile a offrire le dimissioni.

    Non ha offerto nessun mea culpa sul caso Grassi. Gabriel, che fa lavori saltuari non in regola, e non ha carte di credito, sta aspettando.

    “Sono cattolico, ma sì, ci sono momenti in cui non so se la chiesa mi rappresenta”.

    (Traduzione con Google)

    http://www.newser.com/article/08f0f88f03b7470b8117cef48e11aa73/pope-role-in-study-of-argentine-sex-abuse-case-in-spotlight.html

  • Le accuse alla Chiesa e la sfida per abbattere il muro dei sospetti

    Le accuse alla Chiesa e la sfida per abbattere il muro dei sospetti

    Il caso cileno, la cultura del segreto: le spine del Papato

    C’è qualcosa di allarmante, nel viavai febbrile e anomalo tra la Roma vaticana e il Cile per appurare la verità su abusi sessuali compiuti dai sacerdoti di quella nazione. Lascia indovinare il tormento e la determinazione di Francesco. Il Papa vuole andare fino in fondo e chiudere una vicenda che lo ha sovraesposto in modo imprevisto. Il caso ha mostrato reticenze, sottovalutazioni, bugie, cinismo di pezzi dell’episcopato latinoamericano; e una disinformazione sulla vera portata degli scandali, che non si è fermata nemmeno davanti all’esigenza di proteggere la figura di Jorge Mario Bergoglio.

    È vero che il Cile, visto dall’Europa, è quasi più remoto dell’Argentina. Eppure, questa brutta storia latinoamericana rischia di assurgere a simbolo della difficoltà perfino del Papa argentino ad affrontare con efficacia il problema della pedofilia nella Chiesa cattolica. «Questi scandali non finiranno. E quello cileno si sta rivelando la spina più dolorosa del papato…», ammettono persone vicine a Francesco, descrivendone la sofferenza e lo stupore. La «sua» America latina si è dimostrata severa quanto il Nord del mondo nei confronti di sacerdoti che si sono macchiati di crimini così odiosi.

    Ma soprattutto, forse per la prima volta Bergoglio ha dovuto fare i conti con le proprie convinzioni; e prendere atto che ecclesiastici ritenuti fidati lo avevano informato pericolosamente male. Lo scandalo ha riflessi vaticani perché ripropone il tema della selezione dei consiglieri papali; e a volte, la tendenza di Francesco a preferire le indicazioni di persone amiche, o presunte tali, rispetto a quelle degli organi istituzionali del Vaticano. Gli inquirenti papali, monsignor Charles Scicluna e don Jordi Bertomeu, in Cile per raccogliere notizie, riferire e decidere che fare, hanno un compito difficile anche per questa ragione.

    È come se il Vaticano cercasse di rimediare a un errore di valutazione che a prima vista appare inspiegabile; ma che rischia di incrinare la strategia della «tolleranza zero» contro la pedofilia iniziata da Benedetto XVI e proseguita con vigore proprio da Francesco. Le dimissioni in massa offerte un mese fa al pontefice argentino dai trentaquattro vescovi cileni, sono state un gesto inedito e traumatico: sebbene non si capisca fino in fondo se siano state date per aiutare il pontefice a agire, o quasi come un gesto di sfida di fronte alla delegittimazione dell’episcopato.

    Gli avversari di Bergoglio cercano di accreditare maliziosamente la seconda versione. L’unica certezza è che quanto è accaduto è il risultato di una catena di reticenze. Il cardinale Francisco Errázuriz, ritenuto uno dei grandi elettori di Francesco al Conclave del 2013, membro del Consiglio dei 9 chiamato a coordinare le strategie della Chiesa nel mondo, non ha voluto o saputo capire il dramma delle vittime; e quando è scoppiato lo scandalo, è arrivato a sostenere che non rientrava nei suoi compiti informare il Papa su problemi di quel tipo; e questo nonostante risulti che si fosse opposto alla nomina del vescovo di Osorno, Juan Barros, rimosso sotto la pressione dell’opinione pubblica cilena come uno dei principali indiziati di pedofilia.

    In più, alcuni siti cattolici hanno sostenuto che dal 2015 molti erano a conoscenza di quanto succedeva in Cile. La stessa Congregazione per la dottrina della fede aveva segnalato ripetutamente con rapporti scritti che qualcosa non andava e dunque erano opportune indagini più approfondite. E negli ultimi giorni è emerso il profilo controverso di un gesuita spagnolo, Germàn Arana, guida spirituale di monsignor Barros. Arana sarebbe un sacerdote ascoltato da Francesco. E ora viene insinuato il dubbio che possa avere fuorviato il Papa su monsignor Barros: almeno fino al 21 gennaio scorso, quando durante il volo di ritorno dal Cile Francesco spiegò che aveva fatto studiare il caso in modo approfondito.

    «Realmente non ci sono evidenze di colpevolezza e sembra davvero che non se ne troveranno», disse il pontefice. Aggiungendo con calore che si trattava di «calunnie». Le sue parole provocarono una reazione dura in modo irrituale dell’arcivescovo di Boston, Patrick O’Malley. E poche settimane dopo spinsero Francesco a riaprire l’intera questione. Il resto è cronaca recente. Il Papa ha ricevuto le vittime cilene in Vaticano, chiedendo loro scusa con parole forti e inequivocabili. E nel viaggio in Irlanda che farà in agosto incontrerà quelle degli abusi da parte dell’episcopato irlandese. Eppure, c’è qualcosa di circolare e ripetitivo, in queste dinamiche.

    Lo schema sembra immutabile. Accuse delle vittime. Indagini farraginose, difficili, spesso circondate da un alone di imbarazzo e reticenza. Alla fine, scuse della Chiesa. A volte cause milionarie. Il risultato è la messa in mora di fatto delle gerarchie ecclesiastiche, e la sensazione che nemmeno il Papa riesca sempre a sfondare il muro dei silenzi. Succede dal Cile all’Irlanda, all’Australia, agli Usa, dove ieri al cardinale Theodore McCarrick è stata vietata qualunque attività, per una vecchia accusa di pedofilia. Ma colpisce l’assenza di una elaborazione culturale del fenomeno: un’analisi che permetta alla Chiesa cattolica una strategia preventiva in grado di impedire che si ritrovi comunque sul banco degli imputati.

    Finora, è riuscita solo a reagire, subendo un’agenda dettata dagli altri. Non è stata in grado di confutare le tesi, in qualche caso strumentali, che proiettano sul Vaticano il sospetto di continuare a proteggere la «cultura del segreto» e i crimini perpetrati nell’ombra. Per questo si teme che quanto sta accadendo in Cile sia solo l’ultima tappa di uno «scandalo infinito». I monsignori che fanno la spola col Cile come virtuosi inquisitori, probabilmente sono i primi a esserne consapevoli.

    https://www.corriere.it/cronache/18_giugno_21/papa-accuse-pedofilia-chiesa-sfida-abbattere-muro-sospetti-cd3f9ba2-74d8-11e8-993d-4e6099a1c06b.shtml