Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: antonio messina

  • Visita del vescovo nelle scuole, la protesta di Antonio Messina: lettera al Provveditore e al ministro Valditara

    Visita del vescovo nelle scuole, la protesta di Antonio Messina: lettera al Provveditore e al ministro Valditara

    Enna. Una comunicazione formale indirizzata all’Ufficio scolastico territoriale di Caltanissetta ed Enna e al Ministero dell’Istruzione e del Merito apre un nuovo fronte sul caso della visita pastorale del vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, prevista in questi giorni anche in alcune scuole di Aidone.

    A scrivere è Antonio Messina, vittima di abusi da parte dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo, nella diocesi di Piazza Armerina, che il 15 gennaio scorso ha trasmesso una nota ufficiale al dirigente dell’Ufficio V – Ambito territoriale di Caltanissetta ed Enna e alla dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo “Falcone-Cascino”. Nel documento Messina manifesta la propria contrarietà alla presenza del vescovo nelle scuole dell’obbligo, definendo l’iniziativa «inopportuna sotto il profilo educativo e istituzionale».

    «La scuola è un’istituzione dello Stato e ha il dovere di tutelare i minori e trasmettere valori di legalità e responsabilità», scrive Messina, spiegando che la presenza del vescovo «rischia di veicolare un messaggio distorto agli studenti, soprattutto alla luce di quanto emerso in sede giudiziaria».

    La posizione espressa richiama quanto accertato nel procedimento penale a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo. In particolare, viene citata la sentenza del Tribunale penale di Enna del 5 marzo 2024, che individua profili di responsabilità omissiva dell’ordinario diocesano in relazione alla tutela dei minori. «Non si tratta di fede o di appartenenza religiosa – precisa Messina – ma di atti giudiziari che pongono un problema di coerenza istituzionale».

    Nella comunicazione viene inoltre ricordato che monsignor Gisana risulta imputato per il reato di falsa testimonianza, contestato in relazione alle dichiarazioni rese durante lo stesso procedimento, conclusosi con la condanna in appello di Rugolo. «Nel pieno rispetto della presunzione di innocenza – sottolinea Messina – ritengo comunque necessario interrogarsi sull’opportunità di offrire una tribuna istituzionale a chi è coinvolto in procedimenti di questo tipo».

    Il documento pone l’accento sul ruolo della scuola come presidio di legalità e tutela dei minori e segnala come, secondo quanto riferito, negli istituti coinvolti non risultino promossi momenti di informazione o prevenzione sul tema degli abusi. «Non risultano iniziative che diano spazio alle vittime o che affrontino apertamente il tema della protezione dei minori», si legge nella nota.

    Nella parte finale Messina chiede di conoscere le motivazioni che hanno portato le istituzioni scolastiche a consentire la visita pastorale e indica l’opportunità di informare il Ministero dell’Istruzione e del Merito. «Ho ritenuto doveroso rivolgermi anche al ministro Valditara – afferma – perché qui è in gioco il ruolo della scuola pubblica e la credibilità delle istituzioni».

    Il richiamo conclusivo riguarda il significato simbolico dell’Istituto comprensivo “Falcone-Cascino”, intitolato a Giovanni Falcone. «Quel nome richiama un impegno preciso per la legalità e la verità – scrive Messina – valori che dovrebbero guidare ogni scelta educativa».

    Secondo quanto riferito, alla comunicazione inviata il 15 gennaio non sarebbe pervenuta alcuna risposta da parte degli uffici competenti. La vicenda risulta ora all’attenzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito.

    https://quotidianodigela.it/visita-del-vescovo-nelle-scuole-la-protesta-di-antonio-messina-lettera-al-provveditore-e-al-ministro-valditara

  • La condanna di Rugolo, i giudici: “Devianza sessuale mascherata da missione pastorale”

    La condanna di Rugolo, i giudici: “Devianza sessuale mascherata da missione pastorale”

    Sono state rese note le motivazioni della sentenza dei giudici della Corte d’Appello di Caltanissetta che hanno condannato Giuseppe Rugolo a 3 anni di reclusione per violenza sessuale ai danni di minore.

    Il profilo di Rugolo per i giudici

    Secondo quanto indicato nel dispositivo, l’imputato, dimesso dallo stato crericale, avrebbe avuto “evidenti anomalie comportamentali”, “contrassegnate da una vera e propria devianza sessuale mascherata da missione pastorale”. I giudici sostengono che Rugolo avrebbe approfittato del suo ruolo per compiere “atti fisici a chiara connotazione sessuale sempre compiuti senza il consenso dell’altra persona”, inoltre “chi si sottraeva a queste perverse dinamiche o non entrava nelle grazie di Rugolo finiva per essere progressivamente screditato o isolato”.

    Gli accessi ai siti porno e l’attendibilità di Messina

     I giudici, peraltro, evidenziano nella sentenza “la mole di accessi ai siti porno, pari a circa 8500 rilevati nei dispositivi informatici dell’imputato”. La Corte d’Appello ha ritenuto attendibili le testimonianze fornite dalle vittime, tra cui quelle di Antonio Messina, l’archeologo ennese, difeso dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, dalla cui denuncia per le violenze subite prima del compimento della maggiore età, è partita l’inchiesta della Procura di Enna.

    La Curia esce dal processo

    Esce invece da processo la Curia di Piazza Armerina che era stata ritenuta responsabile civile in primo grado. Per i giudici, il difensore della Curia “ha rilevato l’erronea assimilazione di tale organo con l’ente di fatto” ed ha “chiesto che venisse dichiarata la carenza di legittimazione passiva della Curia”, per cui la Corte d’Appello ritiene “l’eccezione giuridicamente fondata”. Inoltre, “la Curia non è altro che un mero organo amministrativo della Diocesi che rimane unica titolare di un patrimonio la cui sola gestione viene demandata agli uffici della Curia che operano esclusivamente in nome e per conto della Diocesi” ed infine “ne consegue l’estromissione della Curia dal presente processo”.

    La posizione del vescovo

    Nella sentenza, non è mai citato il vescovo di Piazza Armerina che, invece, era stato tirato in ballo dal Tribunale di Enna, secondo cui “ometteva con ogni evidenza qualsivoglia seria iniziativa a tutela dei minori”. Nessuna responsabilità sarebbe, dunque, emersa a carico del vescovo, che, però, è finito sotto processo per falsa testimonianza insieme a monsignor Murgano.

    La condanna di Rugolo, i giudici: “Devianza sessuale mascherata da missione pastorale”

  • Ex sacerdote condannato per i giudici ‘aveva un approccio predatorio’

    Ex sacerdote condannato per i giudici ‘aveva un approccio predatorio’

    Atti fisici a chiara connotazione sessuale, dissimulati sotto il pretesto di scherzi camerateschi, palpeggiamenti e altro insieme a strategie di manipolazione psicologica che Giuseppe Rugolo, l’ex sacerdote condannato in secondo grado a tre anni di carcere per violenza sessuale a danno di minori, attuava con alcuni ragazzi.

    Le motivazioni della sentenza di secondo grado dell’ex sacerdote che i giudici della corte d’appello di Caltanissetta hanno depositato, confermano la linea del giudizio di primo grado emesso dal tribunale di Enna e l’attendibilità della vittima che ha denunciato il prelato.

    Con riferimento alla diocesi di Piazza Armerina i giudici scrivono che non vi è stato un proscioglimento nel merito piuttosto la Curia, che in primo grado era stata ritenuta responsabile civile, in appello viene esclusa dal processo perchè ritenuta solo una sorta di ufficio interno alla diocesi.

    Sulla ricostruzione dei fatti, anche in relazione all’operato del vescovo Rosario Gisana, mai citato in sentenza di appello, a processo al tribunale di Enna per falsa testimonianza insieme al vicario giudiziale e parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano, la corte di appello ha integralmente richiamato la motivazione della sentenza di primo grado.

    I giudici di Caltanissetta confermano, infatti, quanto già evidenziato dal tribunale di Enna sugli anomali comportamentali di Rugolo contrassegnati da una vera e propria devianza sessuale mascherata da “missione pastorale”. “L’istruzione dibattimentale di primo grado ha accertato l’approccio invadente e predatorio dell’imputato che era solito relazionarsi con modalità del tutto inappropriate ed inconciliabili con la funzione educativa e di guida spirituale” scrivono i giudici riferendosi proprio a quegli atti fisici a chiara connotazione sessuale insieme a strategie di manipolazione psicologica che Rugolo attuava con alcuni minorenni. La mole degli accessi a siti porno, oltre 19 mila in soli 9 mesi, serve a confermare l’idea della personalità deviata di Rugolo già confermata dalle prove testimoniali. La corte ha respinto tutti i motivi di appello della difesa dell’imputato e del responsabile civile della chiesa di San Giovanni demolendo la tesi difensiva secondo cui i rapporti sessuali intrattenuti con le vittime fossero in realtà tutti di natura consensuale.

    Dopo 180 giorni la corte d’appello di Caltanissetta ha depositato le motivazioni della sentenza di condanna a tre anni di carcere per Giuseppe Rugolo, l’ex sacerdote che di fatto confermano la linea del giudizio di primo grado emesso dal tribunale di Enna e l’attendibilità di Antonio Messina, la vittima che ha denunciato il prelato. Con riferimento alla diocesi di Piazza Armerina i giudici scrivono che non vi è stato un proscioglimento nel merito piuttosto la curia, che in primo grado era stata ritenuta responsabile civile, in appello viene esclusa dal processo perchè ritenuta solo una sorta di ufficio interno alla diocesi. Sulla ricostruzione dei fatti, anche in relazione all’operato del vescovo Rosario Gisana, mai citato in sentenza di appello, a processo al tribunale di Enna per falsa testimonianza insieme al vicario giudiziale e parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano, la corte di appello ha integralmente richiamato la motivazione della sentenza di primo grado. I giudici di Caltanissetta confermano dunque, quanto già evidenziato dal tribunale di Enna circa gli anomali comportamentali di Rugolo contrassegnati da una vera e propria devianza sessuale mascherata da “missione pastorale”.

    “L’istruzione dibattimentale di primo grado ha accertato l’approccio invadente e predatorio dell’imputato che era solito relazionarsi con modalità del tutto inappropriate ed inconciliabili con la funzione educativa e di guida spirituale” scrivono i giudici riferendosi ad atti fisici a chiara connotazione sessuale, dissimulati sotto il pretesto di scherzi camerateschi, palpeggiamenti, pacche sui genitali, baci allusivi docce fatte insieme, dall’altro si sono espresse con il subdolo ricorso a strategie di manipolazione psicologica che Rugolo attuava con alcuni minorenni. La mole degli accessi a siti porno, oltre 19 mila in soli 9 mesi, serve a confermare l’idea della personalità deviata di Rugolo già confermata dalle prove testimoniali. La corte ha respinto tutti i motivi di appello della difesa dell’imputato e del responsabile civile della chiesa di San Giovanni demolendo la tesi difensiva secondo cui i rapporti sessuali intrattenuti con le vittime fossero in realtà tutti di natura consensuale.

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2026/01/12/ex-sacerdote-condannato-per-i-giudici-aveva-un-approccio-predatorio_b0d861f3-ccb9-4127-8a7a-7594892c87fb.html

  • Processo al vescovo Gisana, giudice si riserva sulle parti civili

    Processo al vescovo Gisana, giudice si riserva sulle parti civili

    Il giudice del Tribunale di Enna ha fissato una nuova udienza, prevista il 28 gennaio, per decidere se accettare o meno la costituzione di parte civile da parte di Antonio Messina, dei genitori di Messina, delle associazioni Cotulevi e Rete l’Abuso nell’ambito del processo per falsa testimonianza nei confronti del vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana , e del vicario, Vincenzo Murgano. Contestualmente, il giudice ha disposto che il ministero della Giustizia, tramite l’avvocatura di Stato, potrà presentarsi nel procedimento come parte offesa.

    La vicenda

    Il processo è scaturito dopo la querela di Antonio Messina, difeso dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, dopo le testimonianze dei due imputati nel corso procedimento contro don Giuseppe Rugolo, condannato in Appello a 3 anni di reclusione per violenza sessuale ai danni di minore.

    Processo al vescovo Gisana, giudice si riserva sulle parti civili

  • ENNA -. Al via il processo al vescovo Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale

    ENNA -. Al via il processo al vescovo Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale

    In un tribunale blindato da polizia e carabinieri si è aperto stamani il processo contro il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano accusati di falsa testimonianza nel processo al sacerdote, ora ridotto allo stato laicale, Giuseppe Rugolo condannato per violenza sessuale a danno di minori a 4 anni e mezzo in I grado e 3 in appello.

    Il nuovo legale di Gisana, Pierfrancesco Bruno del foro di Roma, ha presentato istanza per il rito abbreviato mentre i legali di Murgano hanno preannunciato che depositeranno la richiesta alla prossima udienza.

    In aula sempre gli avvocati degli imputati che però erano assenti, hanno chiesto di inserire tra le parti offese il ministero della Giustizia mentre sono state presentate le richieste di costituzione delle parti civili sulle quali il giudice Marco Strano si è riservato. “

    Per noi l’unica persona offesa in questo caso è solo lo Stato – dice l’avvocato Bruno – Antonio Messina ( l’archeologo che ha denunciato il vescovo e Murgano) non è persona offesa” . La prossima udienza è
    Stata fissata per il prossimo 19 novembre.

  • Giudizio canonico su Rugolo, Cantaro, “Messina non è parte processuale, non può avere un ruolo”

    Giudizio canonico su Rugolo, Cantaro, “Messina non è parte processuale, non può avere un ruolo”

    L’avvocato Gabriele Cantaro contesta l’analisi del suo collega, Alessandro Camedda in merito alla posizione di Antonio Messina sul procedimento canonico a carico di Giuseppe Rugolo condannato, in primo grado, dal Tribunale ecclesiastico alla riduzione allo stato laicale. Sul conto del sacerdote, pende anche una condanna penale a 3 anni di reclusione emessa dalla Corte di Appello di Caltanissetta per violenza sessuale su minore.

    La posizione dell’avvocato Cantaro

    Se per l’avvocato Camedda, consulente dell’archeologo ennese, dalla cui denuncia partì l’inchiesta della Procura di Enna, Messina ha avuto un ruolo nel procedimento canonico, l’avvocato Cantaro è di tutt’altro avviso. Cantaro, nella sua controreplica, precisa di esprimersi a titolo personale e non come legale della Curia di Piazza Armerina.

    “Nulla di quanto dice l’avvocato rotale consulente del sig. Antonio Messina può smentire quanto ho affermato, né le precisazioni relative alla competenza dei Dicasteri, mai messa in dubbio, né l’attribuibilità al sig. Messina Antonio delle iniziative giudiziarie in sede penale avanti all’Autorità Giudiziaria Statale” precisa l’avvocato Cantaro in merito al ruolo assunto da Messina sul procedimento della giustizia ordinaria.

    Il ruolo di Messina

    L’avvocato, nella sua analisi, mette al centro il vescovo di Piazza Armerina nel processo canonico, contrariamente a quanto affermato da Camedda e da Messina, per cui Gisana e la Diocesi sono stati estromessi.

    “Il mio intervento – argomenta l’avvocato Gabriele Cantaro – contesta la comunicazione dell’asserita esclusione della Diocesi e del suo Vescovo dal processo canonico – affermazione infondata e perciò gravissima e diffamatoria – artatamente proposta come conseguente alla rispettiva posizione nei procedimenti pendenti avanti alla Giustizia Ordinaria”.

    ” Rilevo inoltre che “avere un ruolo” in un processo – quello canonico nella questione che ci occupa – significa essere parte processuale, cosa che né il sig. Messina Antonio né il suo consulente rotale possono affermare di essere o di essere stati in tale procedimento”.

    L’altra contestazione

    Lo stesso legale muove un’altra contestazione all’avvocato Camedda. “L’uso del termine commissari venuti dal nord in luogo di quelli corretti di “Delegato ed Assessori” reiterato dall’avv. Camedda mantiene una intollerabile ambiguità che non può più essere considerata “casuale” ma che appare, ancora una volta, tesa a rendere verosimile qualcosa che è, invece, assolutamente infondato. Ogni altro argomento, introdotto dalle “controrepliche” esula dall’oggetto del mio intervento”.

    I commenti sui social

    “Non meritano repliche, invece, le scomposte dichiarazioni che qualcuno ha voluto diffondere sui social; l’uso della mistificazione e dell’insulto danno la cifra e lo spessore morale di chi li usa, non di chi li riceve” conclude l’avvocato Cantaro.

    Giudizio canonico su Rugolo, Cantaro, “Messina non è parte processuale, non può avere un ruolo”

  • Oltre gli altari di gomma: dopo Antonio Messina, la nuova sfida della giustizia al silenzio della Chiesa sugli abusi

    Oltre gli altari di gomma: dopo Antonio Messina, la nuova sfida della giustizia al silenzio della Chiesa sugli abusi

    Non è solo la fine di una carriera clericale. È il crollo di un muro di omertà. Giuseppe Rugolo, ex sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, è stato ufficialmente ridotto allo stato laicale. La Chiesa ha spezzato ogni legame con lui dopo averlo riconosciuto colpevole di abusi su minori. Un atto raro e probabilmente tardivo, ma che arriva grazie alla denuncia coraggiosa di Antonio Messina, il giovane archeologo che ha avuto la forza di parlare per primo. È la sua voce, solitaria e determinata, ad aver aperto la breccia con una denuncia che ha aperto alla crisi. Perché Rugolo non è solo un carnefice da isolare: è il volto scoperto di una sistema che per anni ha scelto di proteggere se stesso. E che, stavolta, non ha comminato all’ex sacerdote solo una sanzione canonica, ma dato un segnale forte. Una crepa nel muro di gomma.

    La svolta (fuori dalla Sicilia)

    Il processo canonico – celebrato fuori dai confini siciliani – ha dichiarato Rugolo colpevole di abusi su minori. Il verdetto ha tagliato ogni legame tra l’ex prete e la Chiesa, sancendo la sua dimissione dallo stato clericale, ora in attesa solo della ratifica formale dal dicastero per la Dottrina della fede. Ma quel che colpisce è la modalità: il procedimento è stato affidato a una commissione composta da membri non siciliani, riuniti in un albergo per garantire indipendenza e protezione da qualunque condizionamento locale. Una scelta non casuale, secondo Alessandro Camedda, avvocato rotale e consulente della parte offesa: «Se il Vaticano avesse voluto coinvolgere la diocesi, avrebbe utilizzato il tribunale ecclesiastico locale. Invece ha escluso Piazza Armerina. È stata una decisione netta, significativa».

    Il coraggio che ha fatto crollare il muro

    Ma questo atto di giustizia ecclesiastica nasce da un fatto molto più umano e scomodo: la denuncia pubblica e personale di Antonio Messina, che ha avuto la forza di portare alla luce non solo la propria storia, ma anche quella di altri ragazzi coinvolti, ancora minorenni all’epoca dei fatti. Nel processo penale, Rugolo è stato condannato in primo grado a quattro anni e mezzo, pena poi ridotta in appello a tre anni per la «tenuità del fatto» in relazione agli altri due giovani. Una definizione che ancora oggi lascia sgomento chi conosce i dettagli della vicenda. Ma non intacca la forza di Messina nel rompere il silenzio, affrontando lo stigma, l’isolamento e il peso della denuncia.

    Il sistema che resta (e che va smontato)

    La riduzione allo stato laicale di Rugolo non è la fine. È un inizio di resa dei conti, non solo contro il singolo sacerdote, ma contro un sistema che ha per anni protetto, coperto, silenziato. Lo dimostra il fatto che, mentre Rugolo viene formalmente allontanato, la diocesi di Piazza Armerina è chiamata in causa in un altro processo. Il vescovo Rosario Gisana e il parroco del Duomo di Enna don Vincenzo Murgano sono imputati per falsa testimonianza: secondo gli inquirenti, avrebbero mentito durante il primo procedimento contro Rugolo. La prima udienza è fissata per l’autunno e mira a ricostruire anche la rete di verità collaterali, tra possibili omissioni, reticenze e apparenti dimenticanze. Per evitare che la giustizia si esaurisca con un singolo mostro da isolare. Senza scardinare le impalcature e le responsabilità – anche morali e istituzionali – che hanno reso possibile questa e altre vicende. Una sfida anche per la Chiesa, a cui adesso tocca guardarsi dentro e scegliere.

    Oltre gli altari di gomma: dopo Antonio Messina, la nuova sfida della giustizia al silenzio della Chiesa sugli abusi

  • Sacerdote Rugolo dimesso dallo stato clericale

    Sacerdote Rugolo dimesso dallo stato clericale

    Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato a 3 anni di carcere in appello per violenza sessuale a danno di minori, è stato dimesso dallo stato clericale.

    Della commissione speciale non faceva parte nessun siciliano per evitare contaminazioni con la diocesi: il vescovo Rosario Gisana, insieme al vicario giudiziale, attuale parroco del duomo di Enna, Vincenzo Murgano sono imputati per falsa testimonianza dopo il processo a Rugolo.

    La commissione avrebbe concluso per la colpevolezza di Rugolo in relazione agli episodi che riguardano altre due vittime del sacerdote, minori all’epoca dei fatti. La decisione, ora deve essere ratificata, così come vuole il diritto canonico dal dicastero per la dottrina della Fede.

    ” La diocesi di Piazza Armerina – dice l’avvocato rotale Alessandro Camedda, consulente di Antonio Messina, vittima del sacerdote – credo sia stata volutamente estromessa da questo processo stragiudiziale data la sua posizione e quella del suo vescovo. Se il dicastero avesse voluto coinvolgerla avrebbe nominato i membri del tribunale diocesano di Piazza Armerina.

    Invece il processo si è celebrato con tutti membri non siciliani e in un albergo”.

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2025/07/14/sacerdote-rugolo-dimesso-dallo-stato-clericale_f2c43d82-3d5e-4631-bfc8-6d351b4f4083.html

  • Piazza Armerina: La diocesi, potrà essere chiamata a rispondere in sede civile

    Piazza Armerina: La diocesi, potrà essere chiamata a rispondere in sede civile

    “Cosciente della gravità di quanto avvenuto, il vescovo della diocesi di Piazza Armerina Rosario Gisana e tutta la chiesa locale rinnovano vicinanza, sostegno e solidarietà alle vittime e all’intera comunità, provate da una vicenda che ha provocato e continua a provocare divisione e dolore”.

    lo scrive in una nota l’ufficio stampa della diocesi piazzese aa qualche giorno dalla sentenza di condanna in appello che ha confermato il reato di abuso sessuale su minori seppure ha ridotto la pena per il sacerdote Giuseppe Rugolo, condannato in I grado dal tribunale di Enna a 4 anni e 6 mesi, a 3 anni di reclusione.

    La diocesi ricorda che il vescovo attenendosi alle normative canoniche, aveva avviato da tempo un procedimento canonico concluso con una sentenza di condanna. “Invitiamo – continua la nota – chiunque abbia subito un abuso da parte di un sacerdote o di un laico che riveste un ufficio ecclesiastico a segnalare i fatti all’autorità civile competente ricordando anche la disponibilità ad accogliere segnalazioni di tal genere da parte del servizio diocesano tutela minori, affinché anche la diocesi possa assumere provvedimenti congrui al caso”.

    “Sconsiglio vivamente a chi avesse subito abusi di rivolgersi al servizio diocesano specie a quello di Piazza Armerina, considerato il fatto che il vescovo è già a conoscenza di altri abusi, come è emerso nel processo, e non ha fatto proprio niente.

    Non si possono attendere le sentenze dello stato italiano per prendere provvedimenti – ribatte Antonio Messina, l’archeologo che ha denunciato il sacerdote Rugolo – ma quale vicinanza ha mostrato questo vescovo nei miei confronti?

    Anzi hanno adottato una linea difensiva che in aula ha sempre provato a denigrarmi e non ha mai chiesto scusa per tutto quello che abbiamo sentito anche nelle intercettazione dove è chiaro che ha un pregiudizio nei miei riguardi.

    Se davvero mostra vicinanza alle vittime che venga a dire la verità nel processo che deve affrontare per falsa testimonianza. Voglio a questo punto rendere noto che ho incontrato il servizio tutela minori della conferenza episcopale siciliana con i referenti della varie diocesi, peccato che mancava proprio la diocesi di Piazza Armerina e sul procedimento canonico ho seri dubbi che ci sia l’azione diretta del vescovo Gisana perché proprio lui non ha mai attuato nessuna forma di contrasto alle condotte abusanti di Rugolo mentre io a marzo ho mandato i documenti ai tre dicasteri compreso quello della dottrina della fede corredata da tutti gli atti del processo, al fine di chiedere un provvedimento nei confronti di Rugolo e del vescovo Gisana”.

    Sulla vicenda interviene anche l’avvocato di Messina, Eleanna Parasiliti Molica. “La diocesi non e “stata scagionata in quanto non è stata oggetto del processo penale. Al suo posto era stata citata la curia che la corte di appello ha ritenuto non legittimata in quanto organo amministrativo. La diocesi, dunque, potrà essere chiamata a rispondere in sede civile.

    La sentenza di appello non intacca il giudizio severo espresso dai giudici di primo grado sull’operato del vescovo Gisana che nel corso della sua testimonianza non ha esitato a chiamare il sacerdote il nostro Rugolo”.

  • “Aveva ragione Hitler”: condanna confermata a Rugolo, tra citazioni shock e difesa teatrale

    “Aveva ragione Hitler”: condanna confermata a Rugolo, tra citazioni shock e difesa teatrale

    Il secondo grado di giudizio non cambia la sostanza: don Giuseppe Rugolo è colpevole di abusi sessuali su minori. Lo era per il tribunale di Enna, lo è anche per la Corte d’appello di Caltanissetta. Cambia solo la misura della pena: da 4 anni e 6 mesi si scende a 3 anni “ritenuta l’attenuante per la minore gravità per tutte le condotte contestate”. Una formula giudiziaria che non ribalta però la condanna: gli abusi ci sono stati, il quadro accusatorio tiene e la testimonianza di Antonio Messina resta solida.
Ed è attorno a questa tenuta, giuridica ed emotiva, che si consuma un processo che, al netto degli aspetti tecnici, ha assunto toni surreali. Soprattutto nel momento dell’arringa della difesa. L’avvocato Lizio, legale del sacerdote, ha portato in aula un repertorio che è sembrato oscillare tra provocazione, retorica estrema e cabaret involontario. Il momento che ha colpito più di tutti è arrivato con una frase pronunciata in tono assertivo, quasi accademico: “Aveva ragione Hitler: più le sparano grosse e più ci crederanno.”
L’avvocato Lizio intendeva sostenere che sul conto del suo assistito, don Rugolo, siano state costruite accuse false, ingigantite, rese credibili solo dalla loro enormità. Una tesi già di per sé controversa. Ma prendere a prestito un pensiero di Adolf Hitler per difendere un sacerdote accusato di pedofilia, in un’aula di giustizia italiana, ha spostato l’attenzione dalla sostanza al linguaggio. Il messaggio è passato, ma il mezzo ha lasciato perplessi più o meno tutti i presenti. A questo si è aggiunto un attacco diretto alla credibilità di Antonio Messina, la vittima che ha denunciato. L’avvocato lo ha definito “megalomane”, insinuando che la sua denuncia fosse frutto di una personalità narcisistica, più interessata alla visibilità che alla verità. Un’affermazione che non ha trovato riscontro nei due gradi di giudizio, dove la sua testimonianza è stata invece ritenuta coerente e credibile.

    Il resto dell’arringa non ha deluso chi si aspettava un tono sopra le righe. Il difensore di Rugolo ha cercato di minimizzare gli episodi contestati attraverso un’operazione di normalizzazione e paragoni “pop”. È il caso dell’episodio più discusso del processo: la doccia fatta da Rugolo insieme a un ragazzino in piscina. L’avvocato, questa volta Lovison, liquida la questione con una domanda retorica:
“Chi non si fa la doccia prima di entrare in piscina?”. Non proprio una spiegazione esaustiva, se si considera il contesto e la posizione di potere che il sacerdote rivestiva rispetto al minore coinvolto. Non è finita. Per difendere lo stile “giocoso” e “confidenziale” con cui Rugolo si sarebbe rapportato ai ragazzi, Lizio, riprendendo ciò che era già stato detto dall’avvocato Lovison, ha riesumato un celebre sketch del Festival di Sanremo, quando Roberto Benigni toccò nelle parti basse Pippo Baudo in diretta televisiva. A quel punto, in una teatralità che ha superato il limite del buon gusto, ha simulato un tocco all’avvocato Lovison, seduto accanto, dicendo subito dopo: “Ops, ho commesso un reato!”. Un gesto plateale, concepito per dimostrare quanto possa essere labile il confine tra una battuta e un’accusa. Peccato che la scena si svolgesse durante un processo per abusi su minori, non in un talk show serale.

    Altro passaggio discusso, quello del famigerato “alzabandiera”, l’espressione con cui Rugolo avrebbe scherzato con un ragazzino (anch’egli parte offesa) che dormiva con lui durante una gita parrocchiale. Per la difesa, si tratta di “normali battute tra uomini”. Aggiungendo, come nota di stile personale, che lui, Lizio, queste battute non le fa. Un modo per prendere le distanze mentre si giustifica il gesto: un equilibrio precario, tanto nella forma quanto nel contenuto.

    Un passaggio tecnico ma importante riguarda l’esclusione della Curia di Piazza Armerina dalla responsabilità civile. Non per una valutazione di merito, ma per una questione di etichetta giuridica: il testo del ricorso cita “Curia” e non “Diocesi” e poiché la Curia non è un soggetto giuridicamente riconosciuto è stata formalmente estromessa. Un cavillo di forma, non di sostanza, che di fatto impedisce di attribuire alla Curia eventuali obblighi risarcitori, ma che non solleva da eventuali responsabiltà il Vescovo Gisana.

    In aula era presente anche Antonio Messina, la prima persona ad avere avuto il coraggio di denunciare Rugolo. “Ho sempre voluto solo ed esclusivamente giustizia”, ha dichiarato a caldo.
“Gli abusi sono stati riconosciuti sia in primo che in secondo grado. Il processo contro il vescovo Gisana e il vicario giudiziale Murgano per falsa testimonianza deve ancora iniziare. Ai giovani che vogliono denunciare dico: non andate dai servizi per la tutela minori, se lì dentro c’è chi difende i pedofili”. Il riferimento è all’avvocato di Rugolo, Denis Lovison, membro del servizio tutela minori della diocesi di Ferrara-Comacchio.

    “Per quanto riguarda la posizione del mio assistito, l’impianto accusatorio è stato interamente confermato. Vince ancora una volta la credibilità di Antonio”, ha detto l’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, legale di Messina.

    La procura, per voce del sostituto procuratore Gaetano Bono, si è così espressa:
“Attendiamo le motivazioni, poi valuteremo se proporre ricorso in Cassazione su alcuni punti ancora critici”.

    Il processo Rugolo, al netto delle arringhe teatrali, delle frasi scioccanti e dei paragoni televisivi, si chiude con una conferma della colpevolezza. E con una lezione che va oltre le aule giudiziarie: la credibilità delle vittime può ancora resistere a chi tenta di travestire gli abusi da battute. Anche quando a farlo è un avvocato, anche quando le battute si fanno in aula.

    Manuela Acqua