Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia nella Chiesa, Borrelli chiede che il suo caso venga riaperto

    Pedofilia nella Chiesa, Borrelli chiede che il suo caso venga riaperto

    Di Carmelo Giuffrè
    Arturo Borrelli ha denunciato anni fa un sacerdote per pedofilia e adesso denuncia la superficialità con cui la chiesa ha processato l’uomo.

    Tra i 13 e i 17 anni, Arturo Borrelli ha raccontato di essere stato vittima di abusi sessuali da parte di un prete. Era il suo professore di religione a scuola e quel bambino che adesso è un uomo, racconta di come un giorno lo abbia invitato a casa sua per poi iniziare a toccarlo e dare il via a una storia che sarebbe durata anni. Il prete in questione si chiama Don Silverio, giudicato recentemente innocente di tutti i crimini di cui era accusato dal tribunale ecclesiastico. Un verdetto che ha fatto un discutere per alcune risposte fornite dall’imputato. Le vittime chiamate a testimoniare conoscevano una malformazione del prete ai genitali. Un particolare che poteva venir conosciuto soltanto in situazioni di intimità. E il punto è che Don Silverio ha spiegato al Tribunale che per lui era la normalità farsi la doccia nudo con gli altri bambini, ed è così che questi sono venuti a conoscenza del suo problema.

    Borrelli: “Ascoltano quello che sai per poi nasconderlo”

    Borrelli ha iniziato tanto tempo fa una lotta per denunciare quello che lui considera un vero e proprio mostro, il suo carnefice, e nel suo percorso ha trovato altre tre persone che sostengono di essere stati vittima degli stessi abusi da parte di Don Silverio. Ma nonostante fosse stato Papa Francesco a voler riaprire il caso nel 2018, per il momento si è tutto risolto nell’assoluzione del prete. Ma non solo, come ha raccontato ai giornalisti di Fanpage in un’intervista, Borrelli ha perso il lavoro per seguire al meglio questa vicenda. L’uomo è convinto che la Chiesa non abbia mostrato un reale interesse a cercare la verità: “Una vicina di casa aveva dichiarato per prima che in quell’appartamento c’erano troppi bambini e che qualcosa non tornava. Ha rilasciato la sua testimonianza al tribunale e tutto quello che ha rivelato è stato gettato nel cestino. Fanno così: ascoltano quello che sai per poi nasconderlo”. 

  • Pedofilia nella Chiesa, la storia di Arturo: “Il parroco che mi ha violentato continua a dire messa”

    Pedofilia nella Chiesa, la storia di Arturo: “Il parroco che mi ha violentato continua a dire messa”

    Dopo un nuovo capitolo dello scandalo pedofilia che ha investito l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II, il mondo torna a parlare delle vittime di abusi subiti da religiosi. Arturo Borrelli è uno dei sopravvissuti agli abusi: dai 13 ai 17 anni avrebbe subito violenze da parte del parroco del suo quartiere di Napoli. Nonostante le denunce e le prove presentate insieme ad altre vittime in tribunale, Don Silverio Mura può celebrare di nuovo la messa. Arturo racconta la sua storia a Fanpage.it.

    La storia di pedofilia che ha investito anche l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II riapre il sipario sul fenomeno degli abusi in Chiesa, noto alla cronaca ma sempre difficile nelle aule di tribunale. Arturo Borrelli aveva 13 anni quando ha subito abusi sessuali per la prima volta. Andava a scuola come tutti i ragazzini della sua età e la sua triste routine fatta di violenze è durata fino ai 17 anni. Ad abusare di lui, un prete che aveva la cattedra di religione nella sua scuola. Aveva iniziato a frequentare l’oratorio e poi, un giorno, il religioso lo aveva invitato nella casa dove viveva con la madre. Lì ha abusato di lui più e più volte negli anni. In quel periodo di tempo, Arturo riceveva alcuni regali dal religioso. Modalità, spiega Arturo, che l’uomo aveva adottato anche con altre persone. Don Silverio è stato denunciato per i fatti avvenuti tra l’87 fino ai primi anni ’90.

    Il sacerdote ora è stato assolto dal Tribunale ecclesiastico metropolitano di Milano. Sono stati analizzati gli atti del processo penale: le testimonianze di altre vittime, le ricostruzioni e tutte le perizie. Papa Francesco si era premurato di riaprire il caso nel 2018, ma l’interessamento del Pontefice non ha portato a sostanziali cambiamenti. A Fanpage.it, Arturo racconta di aver anche perso il lavoro a causa dei suoi tentativi di ottenere giustizia dalla curia napoletana.

    Cosa intende quando dice che denunciare le è costato il lavoro?

    Facevo la guardia giurata e cercando di ottenere giustizia per quanto mi è successo, ho scritto una lettera al cardinale Crescenzio Sepe chiedendogli di prendere in considerazione il mio caso. Pur di far ascoltare la mia storia avrei fatto di tutto, così gli ho scritto che se non mi avesse dato udienza, mi sarei sparato con la pistola d’ordinanza. Lui ha mandato quel testo alle forze dell’ordine e io sono stato sospeso in via precauzionale. Attualmente vivo con una pensione mentre mia moglie lavora un po’ di più.

    La curia napoletana l’ha ascoltata?

    No. Don Silverio è tornato a celebrare la messa perché per il tribunale ecclesiastico è innocente. Il cardinale Sepe lo ha riabilitato e quindi lui per i suoi superiori è innocente. Abbiamo un processo ancora in corso nelle aule di tribunale, ma sapere che è la stessa Chiesa a giustificarlo fa male, è forse lo schiaffo più forte per le vittime, soprattutto per quelle che hanno fede in Dio o che l’hanno avuta.

    Lei ha presentato il suo caso anche a Papa Francesco. Proprio lui ha voluto riaprire la vicenda.

    Sì è vero, ha voluto incontrarmi e abbiamo parlato. Ha detto che sarebbe stato vicino alle vittime, ha voluto persino fare luce su quanto gli ho detto, ma cos’è cambiato da allora? Don Silverio può di nuovo esercitare e prima ancora era stato addirittura trasferito in un paesino del Nord Italia dove girava con un nome e un cognome falso per evitare che le persone sapessero di cosa era accusato. Quello con Francesco è stato un incontro molto bello i cui effetti però non si sono visti, la situazione è ancora questa. Per me come per tanti altri.

    Quante sono le vittime che hanno denunciato insieme a lei?

    Altre due. Un ragazzo è stato abusato come me e purtroppo descrive dinamiche molto simili alle mie, mentre un’altra persona lo ha denunciato per tentata violenza. Entrambe le vittime erano chierichetti.

    Cosa hanno in comune le vostre vicende?

    I posti in cui ci portava, per esempio. Tutte le vittime poi hanno descritto la malformazione ai genitali che aveva Don Silverio. Si tratta di un dettaglio che conosci solo se hai avuto rapporti sessuali con lui, perché era visibile solo in quel contesto. Al tribunale ecclesiastico ha detto che era solito fare la doccia con noi bambini e che per questo motivo eravamo al corrente della sua malformazione. Come se fosse normale addurre come giustificazione a un’accusa di violenza la storia di un uomo adulto che fa la doccia nudo tra alcuni ragazzini.

    Quante altre persone sono coinvolte?

    Tante. Troppe. Abbiamo denunciato in tre, ma sono convinto che le vittime della stessa persona in quegli anni siano almeno dieci.

    Dieci? Sarebbero davvero tante

    Sono convinto di questa cosa. Alcune persone lo hanno confessato a me direttamente ma non hanno voluto denunciare perché neppure le famiglie sanno del loro passato, altri casi invece sono soltanto un mio sospetto. C’era però una folla di bambini nell’abitazione di Don Silverio che desta per forza qualche sospetto. Ci sono molti più coinvolti di quelli che crediamo.

    In quanti riescono davvero ad andare avanti?

    Pochi. Ognuno di noi deve rielaborare quanto gli è successo. Io sono in cura, prendo dei farmaci perché soffro di attacchi di panico. Altre persone sfogano la propria frustrazione nella lotta in tribunale oppure cercano di costruirsi una vita normale e rendono gli abusi un segreto. Altre ancora poi si uniscono a delle associazioni con un fine comune. Io, insieme ad altri sopravvissuti, faccio parte della “Rete L’abuso”. Abbiamo organizzato manifestazioni davanti al Vaticano, abbiamo condiviso le nostre storie e insieme cerchiamo la forza di andare avanti.

    E alle manifestazioni in quanti siete?

    Circa 50 persone. Veniamo da tutt’Italia e ovviamente siamo tutti vittime di persone diverse, ma le fa capire quanto è esteso questo fenomeno e quante altre persone si nascondono in giro per l’Italia. Per ognuno degli accusati ci sono altre vittime che hanno in comune la stessa storia e che non vogliono uscire allo scoperto. Non mi sento di giudicarle: se denunciando ottieni l’indifferenza dell’autorità ecclesiastica che per prima dovrebbe difenderti e tutelarti, cosa lo fai a fare?

    Dove crede che sia adesso Don Silverio?

    Non lo sappiamo. Può celebrare di nuovo la messa e probabilmente ha ancora la possibilità di far del male ai bambini. Ci avevano detto che si trovava in un centro di recupero e non era vero, ora che è stato scagionato da tutte le accuse non ha neppure motivo per cambiare nome. Il Tribunale ecclesiastico non ha ascoltato neppure i testimoni.

    Cioè?

    Una vicina di casa aveva dichiarato per prima che in quell’appartamento c’erano troppi bambini e che qualcosa non tornava. Ha rilasciato la sua testimonianza al tribunale e tutto quello che ha rivelato è stato gettato nel cestino. Fanno così: ascoltano quello che sai per poi nasconderlo.

    https://www.fanpage.it/attualita/pedofilia-nella-chiesa-la-storia-di-arturo-il-parroco-che-mi-ha-violentato-continua-a-dire-messa/

  • Abusi sessuali, don Mura torna a celebrare messa, Borrelli: “Lo aspetterò in chiesa”

    Abusi sessuali, don Mura torna a celebrare messa, Borrelli: “Lo aspetterò in chiesa”

    Assolto dalle accuse di abusi sessuali mosse contro di lui da Arturo Borrelli e un’altra presunta vittima, il prete di Ponticelli torna a officiare. Dopo la sentenza favorevole del Tribunale ecclesiastico, gli è stata revocata la misura cautelare di sospensione dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale, disposta nel maggio 2018 dal cardinale Crescenzio Sepe. Arturo Borrelli, il suo accusatore: “Io e l’altra vittima lo aspetteremo in chiesa”.

    Don Silverio Mura tornerà a dire messa. Dopo la sentenza di assoluzione emessa nei suoi confronti lo scorso marzo dal Tribunale ecclesiastico, è stata revocata contro di lui la misura cautelare di sospensione dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale, disposta nel maggio 2018 dal cardinale Crescenzio Sepe. Il parroco accusato di abusi sessuali su l’allora tredicenne Arturo Borrelli e su un’altra vittima, potrà tornare a officiare grazie alla sentenza pronunciata due mesi fa e ora passata in giudicato dopo il mancato appello da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, titolata a ricorrere contro la sentenza di primo grado, insieme al Borelli, che precisa: “Io invece Intendo presentare ricorso, ma non sono assistito da un legale rotale (un avvocato iscritto all’Albo canonico, la Rota Romana, in grado di patrocinare nel Tribunale ecclesiastico, ndr).Che dire, tuona Borrelli, io l’altra vittima lo aspettiamo in chiesa, speriamo che neanche allora, si sottrarrà a un confronto pacifico con noi”.

    La sentenza del Tribunale Ecclesiastico

    La stessa Congregazione aveva promosso il processo ecclesiastico penale, dopo la battaglia mediatica messa in campo da Arturo Borelli e dal suo legale, Carlo Grezio, per arrivare alla verità sui presunti abusi subiti da Arturo nel 1989, quando era uno studente e Mura, il suo insegnante di religione. La revoca della misura sarà un duro colpo per Arturo Borrelli, che nel corso del suo cammino, era stato ricevuto anche da papa Francesco, in Vaticano. In quell’occasione il pontefico incoraggiò Arturo ad andare avanti nel suo percorso.

    La storia di Arturo Borrelli
    Le accuse contro Mura, mosse da Borrelli 30 anni dopo i fatti, erano prescritte sia per la guustizia penale che per quella canonica, ma nella vicenda c’è  stata una deroga che ha portato a celebrare ugualmente il processo ecclesiastico concluso con l’assoluzione di don Mura. “Premesso che l’umana sofferenza va sempre rispettata e compresa, ovunque si possa rinvenire, e che la vicenda giudiziaria in oggetto è stata per tanti motivo di dolore, l’Arcidiocesi di Napoli comunica che il percorso della giustizia ecclesiastica è giunto alla sua conclusione, che accogliamo in spirito di fede e di obbedienza”, si legge nella nota della Curia partenopea. A scrivere la parola fine, sarà ora il Tribunale Civile per cui la sentenza ecclesiastica non ha alcun valore.

    https://napoli.fanpage.it/abusi-sessuali-don-silverio-mura-torna-a-celebrare-messa-per-la-chiesa-e-innocente/

  • Caserta, parroco sospettato di pedofilia: la diocesi di Aversa lo sospende

    Caserta, parroco sospettato di pedofilia: la diocesi di Aversa lo sospende

    Un sacerdote del Casertano è stato sospeso dalla diocesi di Aversa, sospettato di pedofilia. La decisione a seguito di una segnalazione inviata dai fedeli che riguarda la parrocchia di San Giorgio Martire di Ducenta, per “atti configurabili come abuso su una persona di minore età”. Avviate le procedure previste dal Codice canonico.

    di Alessia Rabbai

    La diocesi di Aversa ha sospeso un parroco sospettato di pedofilia nel Casertano. Il provvedimento è arrivato  circa una settimana fa, a seguito di una segnalazione fatta da alcuni fedeli della parrocchia di San Giorgio Martire di Ducenta, giunta a destinazione lo scorso 24 maggio. Un racconto che ha posto all’attenzione dei rappresentanti ecclesiastici “atti configurabili come abuso su una persona di minore età nei confronti dello stesso sacerdote” si legge in una nota diffusa dalla diocesi di Aversa. Una decisione presa preventivamente dalla chiesa che ha rimosso, almeno temporaneamente, il sacerdote dalle sue funzioni, in attesa che vengano svolti gli accertamenti necessari per verificare in maniera opportuna, la veridicità delle informazioni ricevute. Nel frattempo, ha informato la diocesi, sono state avviate le procedure previste dal Codice canonico per accertare la gravità delle responsabilità del sacerdote e per assicurare ogni tutela alla persona di minore età coinvolta in questa situazione”.

    Don Mura assolto per pedofilia

    Don Silverio Mura è stato assolto dalle accuse di pedofilia. Secondo il tribunale ecclesiastico di Milano il parroco non ha abusato sessualmente di Arturo Borrelli, alias Diego Esposito. Il quarantenne di Ponticelli, ex allievo del sacerdote che gli insegnava Religione, ha accolto la decisione come un fulmine a ciel sereno, ancora convinto e sostenendo di non essere l’unica vittima del parroco. “Questa sentenza non toglie e non mette nulla rispetto al giudizio civile in corso” ha commentato la sentenza del tribunale ecclesiastico Carlo Grezio, l’avvocato che da anni assiste Borrelli.

    https://napoli.fanpage.it/caserta-parroco-sospettato-di-pedofilia-la-diocesi-di-aversa-lo-sospende/

  • Si mostra la seconda presunta vittima di Don Silverio Mura: “Ci metto la faccia, vado avanti”

    Si mostra la seconda presunta vittima di Don Silverio Mura: “Ci metto la faccia, vado avanti”

    di Gaia Martignetti

    «Non mi importa più di restare nascosto, da cosa poi? Questa è la mia domanda. Ormai vado avanti con il mio volto, mi da più forza. Anche per incoraggiare altre vittime». Raffaele Esposito ha deciso di non nascondersi più dietro l’appellativo di “Giuseppe Scognamiglio” e di uscire allo scoperto. Niente più maschere e pseudonimi. Così come deciso da Arturo Borrelli, anche la seconda presunta vittima di Don Silverio Mura, toglie la maschera. E lo fa dopo una giornata difficile. Oggi, come riferisce l’avvocato di Borrelli Carlo Grezio a Fanpage.it, il processo per accertare le presunte violenze denunciate negli anni dal suo assistito, è entrato nella fase istruttoria.

    L’iter è cominciato nel 2017 e data la particolarità del procedimento e della materia affrontata, è a porte chiuse. Oggi Raffaele Esposito ha testimoniato in tribunale, come conferma l’avvocato Grezio. Al termine della deposizione, Esposito si è sentito male, svenendo. Immediatamente soccorso, Esposito è stato trasportato all’ospedale Loreto Mare. Qui, si legge nel referto, Raffaele ha riferito di accusare cefalea e ansia dopo aver testimoniato in tribunale.

    Raffaele e Arturo hanno già affrontato un altro processo, quello ecclesiastico. Il Tribunale Ecclesiastico di Milano aveva chiuso il procedimento giudicando Don Silverio Mura non colpevole di quanto accusato. Ovvero di aver abusato sessualmente di Arturo Borrelli e Raffaele Esposito. La battaglia di Arturo, che sostiene di aver subito violenze in tenera età, va avanti da diversi anni. Questa estate è stato ricevuto anche da Papa Francesco.

    https://napoli.fanpage.it/don-silverio-mura-violenza-vittima/

  • FIACCOLATA – #noallapedofilia, Ponticelli 26 aprile

    FIACCOLATA – #noallapedofilia, Ponticelli 26 aprile

    Domani, 26 aprile 2019, alle ore 19 si svolgerà a Ponticelli (Na) una fiaccolata per dire #noallapedofilia. La partenza sarà da Corso Ponticelli all’altezza della pescheria.

    La fiaccolata è stata promossa da Arturo Borrelli, presunta vittima del prete don Silverio Mura, per sensibilizzare l’opinione pubblica verso il tema della pedofilia clericale.

    Da anni Arturo Borrelli cerca giustizia per gli abusi subiti dai 13 ai 17 anni dal sacerdote che era anche il suo insegnante di religione.

    È gradita la partecipazione, anche come sostegno a tutte le vittime dei preti pedofili.

    Lo Staff di Rete L’ABUSO

  • Abusi della Chiesa, Arturo: ”Hanno insabbiato la mia denuncia per salvare don Silverio”

    Abusi della Chiesa, Arturo: ”Hanno insabbiato la mia denuncia per salvare don Silverio”

    Un mese fa un tribunale ecclesiastico aveva assolto dalle accuse di abusi sessuali Don Silverio Mura, perché prescritte. Ora Arturo, l’accusatore, racconta che la Chiesa avrebbe “insabbiato” l’altra sua denuncia, perché  non avrebbe goduto di nessuna prescrizione

    La guerra di Arturo contro la pedofilia nella Chiesa non si ferma. Nel suo mirino le motivazioni della sentenza con la quale il tribunale ecclesiastico meno di un mese fa ha assolto da pesantissime accuse don Silverio Mura, il prete napoletano che lo avrebbe più volte abusato e di cui vi abbiamo parlato nel servizio di Pablo Trincia.

    Dopo 4 anni di istruttoria della Congregazione per la dottrina della fede, era infatti arrivata la sentenza vaticana a carico del don: assolto perché il reato era caduto in prescrizione.

    Subito dopo avere appreso di questa sentenza giudicata “scandalosa”, Diego ci aveva detto: “Abolite i tribunali ecclesiastici perché solo dieci giorni fa, quando siamo stati chiamati in Vaticano, il mio avvocato è andato a parlare con gli avvocati della Congregazione della Dottrina della fede e loro ci avevano assicurato che la sentenza sarebbe stata positiva per me. Mi sento preso in giro, anche perché vorrei ricordare che oltre alle due persone che hanno denunciato il prete, c’era anche la testimonianza di una donna che dal suo balcone aveva visto più volte entrare ed uscire i bambini dalla casa di don Mura. E non bastasse questo io avevo consegnato proprio nelle mani del Papa le chat di altre tre vittime, che parlavano in modo inequivocabile di abusi subiti da lui. E infine c’era la rivelazione di Ciro Guarente, il presunto assassino di Vincenzo Ruggiero che aveva parlato di abusi subiti sempre da don Silverio”.

    Arturo torna in guerra, e lo fa pubblicando un post sulla sua pagina Facebookin cui dice di aver saputo da fonti attendibili le motivazioni (non ancora pubblicate) di questa assoluzione: “ecco perché il prete pedofilo don Silverio Mura è stato assolto dal tribunale ecclesiastico – spiega il giovane -. Nel processo canonico si parla solo della seconda denuncia che fu fatta nel 2014: da questa data sono passati 21 anni dai miei 18, quindi il reato viene prescritto”.

    In sostanza Arturo dice che delle due denunce per molestie presentate a carico di Don Mura, sarebbe stata presa in esame solo quella per la quale era già certa la prescrizione, in quanto sono passati oltre 20 anni dal compimento della sua maggiore età. La seconda invece, (presentata nel 2010 quando non erano ancora passati i 20 anni dalla sua maggiore età) sarebbe stata “insabbiata” dalla Chiesa. Perché l’unica in grado di poter portare appunto a una condanna per pedofilia a carico di don Mura. Una beffa, insomma.

    Arturo la scorsa estate era andato in udienza dal Santo Padre. In quella occasione gli ha raccontato la lotta per veder riconosciute dalla Chiesa le violenze subite. “Mi ha detto: ‘Procedi per la tua strada’”. E il Pontefice, racconta Diego, aveva preso il fascicolo con tutta la documentazione del suo caso e l’aveva consegnato alla sua segreteria prendendosi l’impegno di continuare a indagare.

    Nel nostro primo servizio, Arturo Borrelli ha raccontato le violenze sessuali subite “per 3 anni, 2-3 volte alla settimana” e il dramma vissuto. Dopo 25 anni, registrando tutto, aveva incontrato di nuovo don Silverio, che non negava quanto avvenuto ma lo invitava solo a pregare. La Curia di Napoli poi lo aveva fatto sottoporre a una perizia psichiatrica (lui aveva registrato anche quella), che in realtà sembra incolpare lui per il fatto di essere andato a casa del sacerdote.

    Gli abusi di don Silverio non avrebbero segnato la vita solo di Arturo, che da allora vive tra psicofarmaci e attacchi d’ansia e di panico. Ci sarebbero altre vittime. Una di queste, Giuseppe (anche in questo caso il nome è di fantasia), l’abbiamo intervistato incappucciato. Almeno altre nove persone sarebbero disposte a testimoniare per quello che, come sosteniamo nel servizio della Iena Pablo Trincia e dell’autore Marco Fubini, potrebbe essere “uno dei più grossi casi per abusi sessuali all’interno della Chiesa italiana“.

    Don Silverio, nel frattempo, si era trasferito al Nord, a Montù Beccaria (Pavia), dove, sotto il falso nome di don Saverio Aversano, continuava tranquillamente a fare il catechista. È bastato che andasse in onda il nostro servizio perché il sacerdote facesse perdere di nuovo le sue tracce. Mentre le mamme del paese raccontavano a noi e in una lettera al Papa il loro sconcerto. Perché il catechista dei loro figli era un uomo accusato di pedofilia. Un uomo che però, adesso, la Chiesa ha giudicato e assolto.

    Ma Arturo non ha nessuna intenzione di fermarsi ed ha annunciato per il prossimo 26 aprile una fiaccolata di protesta, che partirà alle ore 19 da Corso Ponticelli a Napoli.

    https://www.iene.mediaset.it/2019/news/pedofilia-don-mura-diego-arturo-chiesa-vaticano-papa-francesco_388466.shtml

  • PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

    PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

     Il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano ha assolto il parroco di Ponticelli Don Silverio Mura, accusato nel 2010 da Arturo Borrelli di aver abusato sessualmente di lui quando era un bambino. Borrelli ha conosciuto Don Mura tra i banchi di scuola, era il suo insegnante di religione.

    A diramare la notizia è l’avv. Stefano Bartone, difensore di don Mura, che ha anche inviato agli organi si stampa la sentenza definitiva, emessa lo scorso 6 marzo, che assolve pienamente il sacerdote.            

    Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso, dopo che il Papa decise di riaprire il caso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede.

    L’assoluzione del sacerdote napoletano arriva dopo quattro anni di istruttoria, gettando nello sconforto le due presunte vittime che a distanza di più di 20 anni, puntano il dito contro il sacerdote.

    Una sentenza che potrebbe essere ribaltata, in ogni caso, in sede civile, dove si svolgerà un altro processo per un eventuale risarcimento dei danni.

    Una vicenda che fin da subito ha diviso l’opinione pubblica e in particolar modo gli abitanti di Ponticelli, la comunità in cui Don Mura ha vissuto e lavorato per tanti anni .

    Uno scenario controverso, dunque, perché se su un fronte il sacerdote ha adottato un comportamento ambiguo, sull’altro i suoi accusatori non si sono rivelati tanto più attendibili.

    Se il sacerdote di Ponticelli non ha commesso gli abusi, infatti, andrebbe chiarito perché venne trasferito dalla curia di Napoli sotto falso nome a Montù Beccaria, un paese in provincia di Pavia, dove gli era consentito di fare catechismo, permettendogli così anche di interagire con i bambini, mentre all’ombra del Vesuvio fu reso noto che era stato mandato in un convento “a curarsi”.

    Così come resta da chiarire se la malformazione al pene alla quale le due presunte vittime fanno riferimento sia stata accertata – rilevabile solo con il pene in erezione – e, in tal caso, in che modo il sacerdote abbia giustificato il fatto che due bambini siano venuti a conoscenza di un particolare tanto intimo.

    Altro interrogativo legato alla figura del sacerdote è l’ingente quantitativo di denaro di cui disponeva e che gli permetteva di elargire di continuo regali costosi alle presunte vittime: completi delle squadre di calcio, biciclette, scooter e molto altro. Un tenore di vita in forte distonia con il suo status di semplice insegnante, proveniente da una famiglia modesta.

    Infine, quando Arturo Borrelli, il principale accusatore del prete, lo incontra a distanza di anni, filmando quell’incontro con una videocamera nascosta, Don Mura non fa nulla per difendersi dalle accuse di pedofilia né tantomeno ha querelato il Borrelli per averlo ingiuriato e diffamato pubblicamente e in più circostanze.

    Sul fronte delle vittime, invece, emergono una serie di fatti che possono concorrere a chiarire il contesto in cui è maturata la decisione del tribunale Ecclesiastico di Milano di assolvere il prelato.

    In una mail inviata alla curia di Napoli, poco dopo lo shock traumatico che gli avrebbe consentito di rielaborare il trauma subito da ragazzino, Arturo Borrelli, che all’epoca lavorava come guardia giurata, minacciava di suicidarsi davanti alla curia partenopea con l’arma di ordinanza. Secondo quanto riferito dalla curia, con l’intento di preservare l’incolumità del Borrelli e della collettività, quella mail fu inoltrata alla Questura di Napoli, determinando il licenziamento della presunta vittima.

    Una condotta mai violenta, ma spesso ingestibile, quella adottata dal Borrelli nel corso degli anni in cui ha portato avanti la sua battaglia per rivendicare giustizia. Una battaglia portata avanti soprattutto sui social e attraverso i social, dove sovente il Borrelli indirizza imprecazioni e maledizioni al cardinale Sepe, giungendo ad additarlo come il responsabile delle sofferenze patite, fino al giorno della morte, dal figlio 18enne, sopraggiunta in seguito ad un incidente stradale avvenuto lo scorso giugno in via Mastellone a Barra. Nonostante la curia partenopea si sia fatta carico di tutte le spese relative ai funerali del giovane, il Borrelli si è guardato bene dal rendere nota questa notizia e anche pochi minuti prima di dare l’estremo saluto al figlio, è salito sul pulpito dell’altare per inveire contro coloro che apostrofa come “gli artefici di tutti i suoi mali”.

    Ben più rilevanti, invece, le incongruenze che emergono dalla testimonianza di Giuseppe Scognamiglio, nome di fantasia della seconda presunta vittima, che accusa Don Mura di essersi servito di lui anche come corriere di armi e droga.

    Nel corso di una lunga intervista registrata lo scorso aprile, infatti, Scognamiglio riferisce che negli anni in cui Don Silverio passò alla parrocchia del comune vesuviano di Pollena Trocchia, oltre ad abusare sessualmente di lui, lo obbligava a recarsi in bici fino a Ponticelli per consegnare ad una donna un misterioso zainetto in cui gli riferiva che fossero contenuti dei libri di religione.

    Un percorso di circa cinque chilometri, complessivamente dieci tra andata e ritorno, che il ragazzino avrebbe compiuto “2 o 3 volte a settimana, per circa due anni” e poi precisa: “lo avrò fatto una decina di volte in tutto”. Pertanto, – se la matematica non è un’opinione – i conti non tornano.

    Da Pollena Trocchia a Ponticelli in bicicletta per raggiungere un luogo ben preciso: il Rione De Gasperi, la roccaforte del clan Sarno, all’epoca dei fatti. In quegli anni, i Sarno, partendo proprio dalla “torre di controllo” costruita nel rione che per anni ha funto da fortino del clan, con una serie di alleanze, unitamente all’utilizzo di metodi camorristici efferati, riuscirono ad imporsi sull’intera periferia orientale di Napoli, oltre che sull’entroterra vesuviano, spingendosi fino al cuore del centro storico partenopeo.

    In quegli anni, i Sarno, non erano “un” clan, ma “il” clan. Tutte le dinamiche malavitose del territorio erano riconducibili alla cosca fondata dai fratelli Giuseppe, Vincenzo, Ciro e Luciano Sarno.

    Scognamiglio riferisce che i suoi viaggi terminavano proprio lì, nella roccaforte del clan più temuto e temibile dell’epoca. Seppure sia in grado di descrivere minuziosamente l’abitazione del sacerdote, nella ricostruzione del percorso compiuto da “corriere inconsapevole”, non è in grado di fornire dettagli altrettanto attendibili, apparendo nervoso e contraddittorio.

    Sostiene che il sacerdote gli avrebbe mostrato nel corso di un viaggio in auto il percorso che avrebbe dovuto compiere, invitandolo a non fermarsi mai lungo la strada, per poi indicargli la donna alla quale doveva consegnare lo zaino.

    Il viaggio sarebbe terminato, dunque, in una zona del rione dove  si rileva la presenza di un grosso spiazzale, attualmente semideserto, in seguito all’avvio del piano di riqualificazione del rione. Negli anni in cui si sarebbero svolti i fatti narrati, invece, il De Gasperi viveva il suo momento di massimo splendore, soprattutto perché nel cuore di quello spiazzale vi erano una scuola ed una chiesa, perennemente frequentate. Allo stato attuale, la scuola è occupata abusivamente da una famiglia che l’ha adibita ad abitazione e la chiesa è stata chiusa e ripetutamente vandalizzata, in quanto rientrante nel piano di abbattimento. Scognamiglio, nella sua ricostruzione, non menziona la presenza di due edifici tanto voluminosi quanto iperfrequentati in quegli anni e quando gli viene fatto notare, sorpreso e stupito chiede: “veramente là ci sta una chiesa!?”

    Quella di Scognamiglio somiglia molto alla ricostruzione di un ragazzino abbastanza informato sulle dinamiche camorristiche del quartiere in cui vive e che da uomo torna a Ponticelli con un enorme gap culturale ed emotivo da colmare: quello relativo al nuovo e caotico disegno criminale consequenziale al pentimento delle figure-simbolo del clan Sarno.

    In effetti, Scognamiglio ha trascorso molti anni lontano da Napoli, non a caso, proprio gli anni in cui i fratelli Sarno decisero di passare dalla parte dello Stato e solo pochi mesi dopo il suo ritorno a Ponticelli, mentre sentiva una giornalista fare domande sul presunto prete pedofilo del quartiere, si è reso conto di essere “la persona che quella giornalista stava cercando”.

    In sostanza, la descrizione geografica e la ricostruzione storica proposte dalla presunta vittima, trovano riscontro nell’epoca contemporanea, come se “a caccia di elementi utili” per rendere credibile la pesante accusa, Scognamiglio effettivamente si sia recato nel rione. Oggi, per l’appunto, e non 20 anni fa.

    La presunta vittima, afferma di aver scoperto per caso, un giorno, il reale contenuto dello zainetto che gli era richiesto di trasportare. Decise di fermarsi, – secondo quanto dichiara – perchè insospettito dall’eccessivo peso dello zaino, quindi ne sbircia il contenuto e così avrebbe rilevato la presenza dei panetti di droga, avvolti in nastro isolante marrone, e delle pistole, avvolte negli asciugamani. Scognamiglio mima anche minuziosamente il modo in cui erano ripiegati gli asciugamani in cui erano occultate le pistole. Come fa a conoscere alla perfezione il verso in cui erano chiuse, se sostiene, invece, di averle aperte e per giunta una sola volta?

    Inoltre, proprio mentre ricostruisce quei fatti, nel corso dell’intervista, Scognamiglio ricorda di aver visto anche una bomba all’interno di quello zaino, asserendo che potrebbe essere verosimile, dato che pochi giorni prima, proprio attraverso le pagine del nostro giornale, aveva appreso del ritrovamento di alcuni ordigni bellici in un arsenale della camorra, provenienti dalla ex-Jugoslavia.

    Infine, Scognamiglio sostiene di ricordare bene l’identità della donna alla quale il sacerdote gli avrebbe indicato di consegnare lo zainetto: la mamma dei “fraulella”, ovvero i fratelli Antonio e Giuseppe D’Amico, reggenti dell’omonimo clan, oltre che di Annunziata D’Amico, la donna-boss giustiziata nell’ottobre del 2015, dopo aver preso il posto dei fratelli al comando dell’organizzazione criminale, in seguito alla loro carcerazione.

    I fratelli “fraulella”, in effetti, intraprendono la carriera camorristica come reclute del clan Sarno, per poi fondare un sodalizio autonomo in concomitanza dei primi segni di cedimento palesati dai fratelli Sarno, quando scelgono di passare dalla parte dello Stato.

    Un nome attendibile, quindi, quello della “mamma dei fraulella”, che potrebbe rivelarsi utile a rafforzare il quadro accusatorio contro Don Mura. Tuttavia, Scognamiglio, ignora un dettaglio tutt’altro che trascurabile: la madre dei fratelli D’Amico non solo non ha mai vissuto nel Rione De Gasperi, ma soprattutto osteggiava fortemente l’ascesa criminale dei figli. Tra madre e figli, infatti, i litigi accesi erano all’ordine del giorno, tant’è vero che i figli Antonio e Giuseppe accusavano la madre di essere una “spia” della polizia, disposta a tutto pur di sottrarli al loro destino, anche “venderli” alle forze dell’ordine. Era la sorella Annunziata a fare da tramite tra madre e figli. Cercava di mediare, “la passillona”, questo il soprannome della donna-boss del clan D’Amico, consegnando ai fratelli i messaggi ricchi di rabbia e paura della madre. Eppure, nemmeno Annunziata è riuscita a sottrarsi al fascinoso richiamo della malavita.

    Inoltre, incrociando le informazioni derivanti da fonti investigative con le testimonianze rese dai collaboratori di giustizia, si delinea uno scenario ben più ampio in termini di traffici illeciti, con il porto di Torre del Greco completamente alla mercè dei Sarno. Informazioni preziose ed attendibili che aiutarono gli inquirenti a scardinare il “sistema Sarno” in tal senso, furono rese da Anna Sodano, collaboratrice di giustizia uccisa dal clan, il cui corpo non è mai stato ritrovato.

    Scognamiglio precisa che anche in altre circostanze si sarebbe recato nel Rione De Gasperi in compagnia di Don Mura: quando il sacerdote veniva convocato per dare l’estrema unzione alle reclute del clan vittime di agguati e pertanto impossibilitate ad entrare in chiesa per la celebrazione liturgica dei funerali.

    La presunta vittima dichiara di non aver mai visto i cadaveri, perché Don Mura entrava da solo, lasciandolo all’ingresso della stanza con il turipolo dell’incenso tra le mani. In merito a questi fatti, non vi è riscontro in chiave investigativa né tantomeno i collaboratori di giustizia confermano l’esistenza di questo rituale, fosse anche solo per le difficoltà insite nel prelevare un cadavere dal luogo dell’agguato. Una ricostruzione che manifesta forti analogie con la scena con la quale si apre la terza serie di “Gomorra”, andata in onda in prima Tv su Sky nel novembre del 2017, quindi pochi mesi prima dell’intervista rilasciataci da Scognamiglio.

    La presunta vittima sostiene anche che il sacerdote, dopo gli abusi sessuali, era solito svolgere due pratiche: regalargli soldi e fumare quella che lui definiva “la sigaretta puzzolente”, ovvero, uno spinello.

    Alle anomalie fin qui elencate, aggiungiamo un altro tassello importante: la stampa nazionale ha definito quello contro Don Mura “il processo più grande della storia della Chiesa per numero di vittime”. Secondo quanto dichiarato dall’avvocato di Arturo Borrelli, sarebbero almeno 10 le “vittime accertate”.

    Perché nella sentenza si fa riferimento solo a due persone?

    In seguito alla risonanza mediatica assunta dal “caso Don Mura”, diverse persone, attraverso messaggi inviati sui social, hanno confidato a “Rete l’abuso” di aver subìto lo stesso trattamento in tenera età dal sacerdote, precisando, però, di non voler testimoniare né di voler essere chiamate in causa in nessun altro modo. Una prova che non può assumere alcun valore giuridico, quindi.

    Lo stesso avvocato del Borrelli, in presenza di altre due persone, chiedeva al direttore di questo giornale, la giornalista Luciana Esposito, di divulgare un comunicato in cui esortava le presunte vittime del sacerdote a contattare la redazione per raccontare la loro storia. Aggiungendo poi che, di lì a poco, avrebbe pubblicato un ulteriore comunicato in cui rendeva noto di aver raccolto le testimonianze di altre otto vittime, così da “spaventare la curia di Napoli”.

    Quanto riportato in questo articolo rappresenta una buona parte della testimonianza resa dalla giornalista Luciana Esposito, ascoltata dalla Curia di Napoli come persona informata dei fatti nel giugno del 2018, e inviata al Tribunale ecclesiastico di Milano.

    Ponticelli: ecco perché il tribunale Ecclesiastico ha assolto Don Silverio Mura dalle accuse di pedofilia

  • Abusi sessuali, il Tribunale ecclesiale assolve il prete di Napoli: vittime sotto choc faranno appello

    Abusi sessuali, il Tribunale ecclesiale assolve il prete di Napoli: vittime sotto choc faranno appello

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il tribunale ecclesiastico della diocesi di Milano ha assolto il sacerdote napoletano, don Silverio Mura dall’accusa di aver molestato a Napoli, circa 25 anni fa, due ragazzi, oggi due uomini che davanti a questa sentenza inaspettata sono letteralmente sotto choc e stanno valutando il ricorso in appello.

    «Adesso tutto il mondo avrà la prova che la giustizia ecclesiale non esiste dopo che due vittime hanno denunciato tutto. Va bene, lasciamo la giustizia ecclesiale e rivolgiamoci a quella penale e civile. La Chiesa di Papa Francesco ha fallito, anche sulla credibilità» scrive Arturo Borrelli, una delle vittime, sulla sua pagina Facebook. I nomi delle due vittime appaiono nell’esito della sentenza diffuso dall’avvocato Stefano Bartone, difensore del sacerdote dinnanzi al tribunale ecclesiale.

    Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana (nella quale il sacerdote è tuttora incardinato) al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso dopo che il Papa decise di riaprire il caso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede. L’assoluzione del sacerdote napoletana arriva dopo quattro anni di istruttoria ma lascia l’amaro in bocca a molti e alcuni punti interrogativi ancora aperti. Uno tra tutti, sul perché il sacerdote di Ponticelli venne trasferito dalla curia di Napoli sotto falso nome a Montù Beccaria, un paese in provincia di Pavia.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_abusi_napoli_vittime_sentenza_tribunale-4376588.html

  • Don Silverio Mura assolto – adesso ci quereli tutti per averlo diffamato

    Don Silverio Mura assolto – adesso ci quereli tutti per averlo diffamato

    “Si comunica che :

    è stato ASSOLTO il parroco don  SILVERIO MURA ingiustamente accusato nel 2010 da ARTURO BORRELLI di essere stato un ABUSATORE SERIALE DI MINORI.

    L’avv. Stefano Bartone, quale attuale difensore di don Mura, comunica che il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano (incaricato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede),  ha emesso e il 6 marzo 2019 pubblicato sentenza definitiva che assolve pienamente il sacerdote e insegnante  don Silverio Mura, stimatissimo nella scuola e nella parrocchia, dalla accusa di reiterati abusi sessuali e da tutte le accuse mossegli  dai sigg. Arturo Borrelli e  Giuseppe Scognamiglio (nome di fantasia)  a distanza di oltre 24 anni. ”

    Questo è il contenuto della missiva ricevuta oggi da Arturo Borrelli nella quale si comunica che il sacerdote da lui accusato, è stato ritenuto innocente dal tribunale ecclesiastico.

    Stupiscono soprattutto le prime righe della missiva, dove quasi si inneggia all’assoluzione – su presupposti canonici – di un sacerdote, accusato da più persone di stupro di minore.

    Personalmente non ci trovo nulla di entusiasmante vedendo il fallimento della giustizia canonica ripetersi anche nel caso di Borrelli e Scognamiglio.

    Dico ripetersi perché la fila di processi ecclesiastici che assolvono molestatori sessuali ribaltando le sentenze dei tribunali civili è lunga. Senza andare indietro di molto, poco più di un anno fa, il 22 febbraio 2018, il tribunale canonico di Genova, a fronte di una condanna di terzo grado inflitta dal tribunale italiano, assolveva don Luciano Massaferro.

    Tornando a don Mura e alla sentenza canonica di innocenza, non posso non pensare a questa vicenda, una delle prime che la Rete L’ABUSO portò alla luce ben 10 anni fa, e mi domando: perché da quando denunciammo don Silverio Mura, questo sparì dalla parrocchia ed è stato coperto per 9 lunghi anni, arrivando persino a nasconderlo nel nord Italia sotto falso nome ?

    Perché, in quanto imputato e quindi nella facoltà di richiedere ad un tribunale italiano di togliere la prescrizione e chiarire di fronte alla legge civile la sua posizione, non lo ha fatto?

    Perché non ha querelato la Rete L’ABUSO, e le due presunte vittime, che da anni – sulla base della sua assoluzione canonica – lo avrebbero diffamato da nord a sud d’Italia ?

    Ha forse paura che in un tribunale vero la divina provvidenza potrebbe non essergli così vicino ?

    In questo caso fa bene.