Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: assistenza

  • Invisibili e dimenticati: un’inchiesta del Boston Globe racconta i figli dei preti

    Invisibili e dimenticati: un’inchiesta del Boston Globe racconta i figli dei preti

    39053 BOSTON-ADISTA. C’è chi lo ha saputo fin da quando era piccolo, ma aveva ricevuto dalla madre una devastante consegna del silenzio. C’è chi lo ha saputo in età più adulta, scoprendo una verità nascosta sotto il tappeto. C’è chi è roso dal dubbio, dal sospetto, ma non ha più la possibilità di sapere con certezza. C’è chi è stato allevato con amore e sollecitudine, ma nel segreto, e chi è stato ignorato ed evitato e costretto a tacere, pena la cessazione di qualsiasi aiuto. Sono i figli del “peccato”, uomini e donne nati da relazioni clandestine tra una donna e un prete, una legione ancora in larga parte nascosta e inconsapevole, diffusa ovunque sia presente la Chiesa, ma la cui consistenza sembra potenzialmente molto alta: su di loro, in una nuova coinvolgente inchiesta, fa luce Michael Rezendes, uno dei giornalisti del quotidiano Usa Boston Globe che, con il caso “Spotlight”, una quindicina di anni fa scoperchiò nella Chiesa cattolica il vaso di Pandora della pedofilia nel clero.

    Non voluti, ignorati, dimenticati 

    Molte e dolorose le storie che sostanziano l’inchiesta. C’è Jim Graham, di Buffalo, che ha saputo solo a 48 anni, nel 1993, grazie all’aiuto di due zii, che quel padre che lo aveva cresciuto, distante e anaffettivo, non era il suo vero padre. A dargli la vita era stato un prete, Thomas Sullivan, della Congregazione degli Oblati, all’epoca già morto. Le sue richieste di conferma presso la sede romana non hanno avuto alcuna risposta, finora.

    C’è Chiara Villar, 36 anni, di Toronto, che conosce la verità fin da quando era piccola, ma è stata obbligata a mantenere il segreto e a chiamare il padre, don Anthony Inneo, “zio”. «Tutto ciò che avrei voluto – afferma – è che mi portasse a prendere un gelato e mi dicesse: “Sono orgoglioso della mia bambina”». Sua madre, una esule cubana, all’inizio della relazione con il prete credette alla promessa dell’uomo di abbandonare il sacerdozio, e si trasferì nella rettoria della chiesa, dove fece da perpetua e organista. Dopo la nascita della bambina, fu chiaro che ciò non sarebbe mai accaduto. La madre le chiese di mentire, trattando il padre in pubblico come uno zio. Il peso del segreto lentamente compromise la sua integrità psichica, e arrivò all’autolesionismo. La sua ferita più grande, però, è quella lasciata dal padre, che l’ha sempre tenuta nascosta e ora, malato di Alzheimer, non la riconosce più.

    Anche il diritto canonico tace

    Il numero dei figli dei preti è ignoto. Tuttavia, osserva Rezendes, con più di 400mila preti diffusi nel globo, molti dei quali non osservano l’obbligo del celibato, la cifra potenziale può essere molto alta. Sul tema, ancora poco studiato, le poche cifre a disposizione sono quelle del libro di A. W. Richard Sipe, A Secret World, risalente ormai a 27 anni fa: Sipe vi afferma che il 30% dei preti ha una relazione stabile o occasionale con una donna, e che solo il 50% è fedele all’impegno del celibato. Vincent Doyle ha dato vita al sito Coping International, che offre supporto ai figli di sacerdoti come lui. Se anche solo l’1% dei preti del mondo avesse avuto un figlio, ha detto, si parlerebbe comunque di 4mila persone. Ma sono certamente molti di più: per Paul Sullins, prete e sociologo della Catholic University of America, il numero, solo negli Usa, potrebbe superare quello delle vittime di abusi da parte del clero, che ammontano a poco meno di 20mila: «È certo un impulso meno comune, per un maschio adulto – ha detto – cercare sesso con un minore piuttosto che con una donna». E in Irlanda, ad esempio, si tratta di un fenomeno talmente diffuso da aver originato dei cognomi (McEntaggart e McAnespi) che, in gaelico, significano “figlio del prete” e “figlio del vescovo”. «La gente sapeva, ma non parlava», ha detto al Globe il card. Diarmuid Martin di Dublino.

    Di contro alla rilevanza del problema, la Chiesa non ha mai stabilito delle norme per un rappresentante del clero che diventi padre: nessuna istruzione per il supporto delle madri, spesso lasciate sole a allevare il figlio, né dei figli stessi, trattati come un problema da contenere piuttosto che come una vita da far crescere. Figli che, scossi dalla verità, non di rado cadono nella depressione o nell’abuso di sostanze e in pensieri suicidari. E così, il contributo che un prete-padre può dare alla crescita di un figlio resta continua a essere dipendente dalla sua “generosità” o dalla sua coscienza: il diritto canonico tace anche sulla responsabilità di un vescovo quando uno dei suoi preti diventa genitore. Nel migliore dei casi – e qualcuno ve ne è stato – il prete può essere un padre amorevole, ma in privato, nel segreto. In tanti, riporta Rezendes, hanno promesso alle loro compagne di abbandonare il sacerdozio, ma sono pochissimi ad averlo fatto; altri hanno sperato nell’abolizione prossima ventura dell’obbligo al celibato, e nell’attesa, tuttora vana, i figli sono cresciuti senza di loro. Troppo spesso non si sono assunti la responsabilità legale e finanziaria dei loro figli, e le madri non hanno intrapreso alcuna azione legale: nei casi esaminati dal Boston Globe, solo 2 donne su 10 lo hanno fatto, e 6 bambini su 10 non hanno ricevuto alcun sostegno finanziario dal padre. I preti che vi hanno provveduto, lo hanno fatto, spesso, a condizione che la loro identità restasse segreta. Una richiesta che a volte non era necessaria: le madri avevano un tale culto per l’uomo che consideravano rappresentante di Dio che non avrebbero fatto nulla per danneggiare la sua immagine.

    L’uscita dall’ombra

    Il fenomeno, lentamente, sta venendo in superficie. Tre anni fa, la Commissione dell’Onu per i diritti del bambino, preoccupata del fatto che i preti cattolici obbligassero le donne a restare in silenzio in cambio di assistenza economica, chiese al Vaticano di «definire il numero di figli di preti cattolici, scoprire la loro identità e prendere tutte le misure necessarie per garantire che i diritti di quei bambini fossero conosciuti e rispettati dai loro padri». Il termine concesso scade il primo settembre. L’ufficio del Vaticano presso le Nazioni Unite, rivela il Globe, ha chiesto a Doyle di incontrare il suo ambasciatore mons. Ivan Jurkovic, aggiungendo, senza aggiungere dettagli, di stare lavorando a una risposta.

    Già da una trentina d’anni, tuttavia, la consapevolezza che si tratti di un problema sistemico è cresciuta. Lo provano i rapporti confidenziali di suor Maura O’Donohue e suor Mary McDonald che, negli anni ’90, riferirono al Vaticano il fenomeno delle suore abusate dai preti in Africa e in altre regioni del Terzo mondo (nel 1988 in Malawi un vescovo locale silurò i vertici di una congregazione religiosa che avevano denunciato la gravidanza di 29 suore; il settimanale statunitense National Catholic Reporter li pubblicò nel 2001, e anche Adista, vedi n. 24/01), affermando che in Africa il celibato comportava che un prete non si sposasse ma non che non avesse figli, e che era anche accaduto che le suore abusate e incinte fossero state costrette ad abortire. Il Vaticano derubricò la questione a fenomeno isolato, a casi eccezionali, invece di considerarne la portata. Ma gli episodi si moltiplicarono anche nelle alte sfere: come quello di Eamonn Casey, vescovo irlandese di Galway, che dovette dare le dimissioni nel 1992 dopo che Anne Murphy, americana, madre di suo figlio, scrisse un libro sulla vicenda; quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, che fu costretto a lasciare la guida della congregazione dopo le accuse di abusi e la rivelazione dell’esistenza di diversi figli da almeno due donne; quello del vescovo di Los Angeles Gabino Zavala che nel 2012 si dimise dopo aver comunicato di avere due figli adolescenti; la diocesi si assunse il carico del loro sostentamento.

    Vincent Doyle, il fondatore di Coping International, irlandese, nel 2014 è andato a incontrare papa Francesco in piazza san Pietro. A 28 anni aveva scoperto che quel prete amorevole che chiamava “J.J.” e con cui aveva passato molta della sua infanzia era, in realtà, suo padre. Il suo progetto era nato da un gruppo chiuso su Facebook, che aveva coagulato lentamente una comunità di persone segnate dalla stessa storia, migliaia di persone: voleva dare al papa una copia della lettera che aveva scritto ai vescovi del suo Paese, un appello a farsi carico del fenomeno e delle esigenze dei figli dei preti.

    Papa Francesco non gli ha mai risposto. Ma le sue iniziative non sono cadute nel vuoto: i vescovi irlandesi, che hanno finanziato il progetto di Doyle («Un figlio ha il diritto di conoscere suo padre e il padre ha obblighi verso suo figlio», ha detto il card. Martin), hanno emanato, il 29 maggio scorso, delle linee guida (“Principi di responsabilità riguardo ai preti che hanno figli durante il ministero”) che chiedono ai preti-padri di «assumersi le proprie responsabilità: personali, giuridiche, morali, e finanziarie», anche se non esigono l’abbandono del sacerdozio. Il card. Sean O’Malley, uno dei consiglieri del papa nonché presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha detto che la Commissione non si occuperà delle esigenze dei bambini dei preti: va oltre il mandato dell’organismo, ha detto, spiegando che esso «cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali». Tuttavia ha affermato che «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto, «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».

    http://www.adista.it/articolo/57598

  • George Pell tra accuse, riforme economiche sospese e dubbi australiani

    George Pell tra accuse, riforme economiche sospese e dubbi australiani

    L’approfondimento di Andrea Mainardi

    Appena sei minuti. Tanto è durata la prima udienza del processo al cardinale George Pell. Nessun dettaglio sulle accuse per presunti abusi sessuali su minori di decenni fa. Appena sei minuti di udienza preliminare che aprono un processo che si annuncia non breve se letto nel piano di riforma economica del Vaticano di cui il cardinale è uomo chiave. Se tutto fila spedito, ci vorrà un anno. Altri analisti prevedono un calendario più lungo, almeno fino al 2020. E per Papa Francesco che ha concesso a Pell un congedo dalla segreteria dell’Economia di cui è prefetto per difendersi dalle accuse, si proporrà il dilemma se e quando nominare un successore.

    DAVANTI ALLA CORTE TRA SOSTENITORI E OPPOSITORI

    Pell è arrivato alla Magistrates Court di Melbourne mercoledì mattina scortato dalla polizia. Assediato da fotografi e giornalisti non ha rilasciato dichiarazioni. Solo un cenno a un gruppo di sostenitori, che affollavano gli ingressi del tribunale. Pochi metri più in là, il gruppo degli oppositori. In Aula il legale del cardinale ha ribadito che il cardinale si dichiarerà non colpevole e “confermerà la sua innocenza”. La polizia di Ballarat, città natale del prelato che ha incriminato Pell, ha tempo fino ai primi di settembre per presentare le sue carte alla difesa. Delle accuse ad oggi si sa solamente che risalgono agli anni tra i Settanta e gli Ottanta, quando il porporato era solo don George, e che sarebbero riferite a più episodi, denunciati da più querelanti. Il processo è stato aggiornato al 6 ottobre.

    I DUBBI SULLA POSSIBILITÀ DI UN PROCESSO EQUO

    Inevitabile l’attenzione della stampa internazionale per il processo che vede incriminato il numero tre del Vaticano. Un’attenzione che in Australia sta cominciando a far dubitare che il cardinale possa avere un processo equo, non condizionato dalla pressione sociale. Angela Shanahan, columnist di punta del diffusissimo The Australian, ha descritto il porporato come vittima di una “caccia alle streghe”. Amanda Vanstone, politico e già ambasciatore in Italia, si definisce niente affatto “fan della religione organizzata”, ma sul The Sydney Morning Herald ha decretato “l’isteria dei media sul cardinale”. Già nel 2002 precedenti accuse furono archiviate. La pubblicità che circonda Pellpreoccupa anche i giudici. Il procuratore Andrew Tinney ha letto in tribunale un forte avvertimento alla stampa: “Qualsiasi pubblicazione di materiale che speculasse circa la fondatezza o meno del caso, se l’accusato dovesse o non dovesse essere stato accusato, la probabilità di condanna o di assoluzione, sarebbe in disprezzo del tribunale”.

    LA FIDUCIA DI TRE PAPI

    L’ex giocatore di football di Ballarat è passato al vaglio di tre papi. Giovanni Paolo II lo ha fatto vescovo e cardinale, Benedetto XVI ne stimava la solidità dottrinale. Nei primi anni del 2000 emergono le prime accuse sul prelato australiano. Tutte archiviate. Francesco nell’aprile 2013, a un mese dall’elezione al Soglio, lo nomina nel ristretto consiglio dei cardinali per la riforma della Curia. Un anno dopo lo chiama definitivamente a Roma a presiedere il superministero dell’Economia.

    I PASSI DI PELL NELLE RIFORME VATICANE

    Pell comincia a scostare le tende sulle finanze della Chiesa. Subito scova un tesoretto di un miliardo di euro: fondi extrabilancio che nessuno aveva comunicato, nascosti in vari conti da diverse organizzazioni della Santa Sede. Non sono fondi neri, precisa, ma rimane il mistero su chi e perché abbia occultato quel denaro. Dal 2015 affianca il suo lavoro alla Segreteria il revisore generale Libero Milone. Professionista stimato, Milone si dimette improvvisamente a metà giugno. Sulle ragioni di quel repentino passo indietro nulla è trapelato. L’impressione, in molti, è che il duo Milone-Pell stesse scoperchiando un vaso di Pandora.

    WEIGEL E UNA “REGIA ROMANA” DIETRO LE ACCUSE

    Esplicito il commento di George Weigel, tra gli intellettuali più stimati degli Stati Uniti, biografo di Giovanni Paolo II e dichiaratamente amico di Pell. Già un mese fa si domandava sul National Review se le carsiche accuse su faccende di pedofilia al porporato non siano da leggere in collegamento all’opera di riforma finanziaria del Vaticano: “Pell ha molti nemici in Australia, politici ed ecclesiastici, che per decenni hanno trovato sponda nei media”. Secondo Weigel “non è irragionevole immaginare, anzi, è più che probabile, che quando le sue riforme hanno cominciato a minacciare gravi conseguenze finanziarie, e forse legali, quelli determinati a mantenere lo status quo da cui avevano beneficiato si sono impegnati a far deragliare il cardinale, promuovendo nuove false accuse in Australia, dove si è trovato un terreno già avvelenato e preparato a coltivare le calunnie”.

    RISARCIMENTI ALLE VITTIME, TRA ACCUSE E TUTELE

    Pell sconta un piglio pastorale e manageriale piuttosto deciso. Sul fronte pedofilia, da arcivescovo di Melbourne, già nel 1996 mette a punto un sistema di assistenza e risarcimento per le vittime di abusi sessuali da parte del clero. È un progetto pilota, uno dei primi nel mondo, il primo in Australia, che gli avrebbe attirato “l’inimicizia di alcuni colleghi vescovi”, come annota David Marr, corrispondente da Sydney per il britannico The Guardian e considerato uno dei commentatori australiani più influenti. Nel 2013, quando Pell è chiamato a Melbourne a fare chiarezza sulla gestione dei casi di pedofilia nella Chiesa, ai membri della commissione che gli domanda dell’esiguità dei risarcimenti da riconoscere alla vittime in via extragiudiziale (un massimo di 50mila dollari australiani), replica che quelli erano gli standard adottati al tempo nell’intera nazione. La soglia massima dei risarcimenti nel frattempo era stata elevata a 75mila e, dal primo gennaio scorso, portata a 150mila dal successore di Pell a Melbourne (vedi qui). Per i detrattori sono briciole, rispetto a quanto le vittime potrebbero ottenere se decidessero di andare in causa. Ma, scriveva Pell nel 2010, ancora era arcivescovo di Sydney, “quando vengono presentate accuse che si riferiscono a decenni prima, le vittime sono sempre incoraggiate ad andare alla polizia. Questo è quello che noi preferiremmo. Ma le vittime spesso vogliono la privacy. Il tema è troppo triste e troppo serio perché possa circolare disinformazione, aggiungendo dolore alle vittime”. Le norme ecclesiastiche sugli abusi sessuali, precisava il cardinale, “non sono mai state interpretate come un divieto di denunciare i crimini alle autorità civili”. Titolava quell’intervento l’Osservatore Romano “La cattiva informazione aggiunge dolore alle vittime”.

    http://formiche.net/blog/2017/07/28/pell-accuse-riforme/

  • Don Granuzzo, l’abusatore di bambini sordi che è scappato in tempo in Argentina

    Don Granuzzo, l’abusatore di bambini sordi che è scappato in tempo in Argentina

    di Daniel Satur – Giovanni Granuzzo con Gustavo Chamorro (attuale direttore del Provolo de La Plata)

    “Da oggi padre John sarà il legale rappresentante del nostro istituto. Per noi è molto importante perchè, mentre diciamo addio al caro padre Nicola (Nicola Corradi), che sarà il responsabile del nostro nuovo istituto di Mendoza, dove porterà tutta la sua esperienza e l’amore per i bambini sordi”.

    Con questa breve presentazione, gli insegnanti e i docenti dell’istituto Provolo di La Plata annunciarono, un pomeriggio dei primi mesi del 1998 alcuni cambiamenti nel collegio e nella scuola. E ‘stato uno dei momenti di maggior splendore ed espansione dell’Istituto, fondato nella capitale Buenos Aires nel 1914. Quasi nel ventesimo secolo, il trattamento preferenziale ricevuto dal Arcivescovo di La Plata si aggiungeva il prestigio come educatori dei bambini e i giovani con disabilità uditive.

    Padre John non era altri che Giovanni Granuzzo, sessantenne italiano che tornava a La Plata per la seconda volta (la prima è stata negli anni ’80). Sempre sobrio, molto colto, Granuzzo era stato chiamato per sostituire, in qualità di rappresentante legale dell’istituto, suo connazionale Nicola Corradi, che a sua volta era stato chiamato a “espandere l’opera” in altre terre. La sua nuova destinazione era Lujan de Cuyo, dove avrebbe avuto un intero Istituto nelle sue mani.

    Corretto e seduttore

    Tutto il personale dell’istituto aveva un grande rispetto verso di lui. E sebbene non avesse contatto quotidiano con gli studenti, era solito dimostrare che sapeva quasi tutto ciò che succedeva. Sempre un caloroso benvenuto ai professori e insegnanti. Oltre hai suoi doveri amministrativi, Don Granuzzo diceva regolarmente messa nella scuola.

    Alcune delle persone che hanno lavorato vicino lui sono d’accordo sul fatto che una delle sue passioni era quello di “formare i novizi”. Granuzzo guidato in modo eccellente da un gruppo di giovani che vivevano in un’ala esterna dell’istituto, che si trova proprio di fronte alla scuola (quasi all’angolo tra 25 e 47). Non insegnava presso la scuola, ma i novizi li aveva sotto il suo comando.

    “Molti di questi ragazzi venivano dal Paraguay e dall’interno del paese,” ricordano le fonti. E c’è chi assicura che uno di quei novizi è diventato un prete, il suo braccio destro e ora vive in Italia. Probabilmente con lui.

    Da quasi tre anni Granuzzo è tornato nella sua nativa Italia. Nessuno dubita che si sia trattato di un trasferimento obbligato, ma ci sono divergenze sui motivi. Alcuni assicurano che volevano come vice direttore della sede di Verona. Ma ci sono anche quelli che pensano (in particolare tra il personale meno compromesso “nell’opera”) che probabilmente vedevano avvicinarsi il pericolo che esplodesse la situazione degli abusi a Mendoza e quindi la decisione di rimpatriarlo.

    Sulla vicenda parecchi sospetti. Perché, all’inizio degli anni 80 e avevdo preso la cittadinanza argentina (DNI 18.212.849) è dovuto rientrare in Italia abbandondo la sua nuova patria?

    Nessuna delle fonti che ha parlato con questo giornale sa rispondere a questa domanda. Nessuno può credere che padre Giovanni habbia deciso, senza un motivo valido, di lasciare suoi novizi, con i quali aveva un rapporto più che speciale ( si dice di “complicità e molta intesa”).

    “Perché Don Granuzzo doveva cambiare la sua vita così tranquilla facendo un passo così carico di molte altre responsabilità?” Si domanda un’ insegnante che ha trascorso molti anni nella scuola superiore e conosce molte storie.

    Una risposta possibile sarebbe, forse, che la tranquillità non sarebbe durata a lungo. Soprattutto se alcune delle vittime di Granuzzo avessero iniziato a parlare. Così sarebbe stato meglio fuggire in tempo . Anche con 80 anni.

    Oggi “Padre Giovanni” vive a Verona, presso lo stesso istituto che lo ha visto “consacrare” e vale la pena ricordare, è il più sicuro della sua congregazione. Non è noto se il suo ex novizio di La Plata è con lui. Non gli manca di certo la compagnia che lo aiutino a superare nei suoi ultimi anni di vita e la nostalgia per l’Argentina.

    Tuttavia, ogni due per tre si sveglia di soprassalto ed è solito passare giornate intere con un fastidioso timore. Sa che il suo attaccamento a La Plata non era solo sentimentale ma anche una protezione.

    80s: Granuzzo (in alto al centro), Spinelli (lato destro), Primati (in alto a destra) e Corradi (in basso a sinistra) nel Provolo di La Plata

    “Io avevo 12 anni e lui 26”

    Granuzzo non condivide con Nicola Corradi, Giuseppe Spinelli e Eliseo Primati solo nazionalità e religione. I quattro fanno parte di una legione di abusatori sessuali dell’istituto Provolo di Verona che, dopo aver commesso innumerevoli crimini tra gli anni ’50 e ’80, sono stati “trasferiti” ad altre latitudini.

    “Ho subito abusi sessuali da Don Granuzzo e ho assistito alle sue molestie su altri compagni. Mi ha molestato per circa tre anni. Sono stato un allievo dell’Istituto Antonio Provolo di Verona, tra i 9 ei 16 anni. Io avevo 12 o 13 anni e lui circa 26  “, dice Gianni Bisoli a L’Izquierda ufficiale dall’Italia.

    Oggi ha 69 anni e da quasi dieci, insieme ad altri sopravvissuti, si batte per la verità sui crimini sessuali nel Provolo veronese. E nonostante sappia che è molto difficile da Granuzzo e altri preti abusatori vadano in prigione nel suo paese, ritiene importante che in Argentina si sappia la sua storia.

     Ho subito abusi sessuali da parte molti sacerdoti. Da Granuzzo, don Nicola Corradi e monsignor Giuseppe Carraro, che fu Vescovo di Verona 1958-1978.

    Che tipo di abuso?

     Palpamenti e masturbazioni violente. E ‘stato terribile. Mi hanno devastato. Sono arrivato a scappare dall’istituto e correre 40 chilometri fino a casa mia. Ma quando sono tornato al Provolo gli abusi sono continuati.

    Bisoli è uno dei più determinati denuncianti di Verona. Ha saputo abbattere la barriera della vergogna, del terrore e del silenzio. Egli non è solo, ma sa che non tutte le vittime hanno lo stesso coraggio. In molte persone riesce ad avere successo il piano di intimidazione attuato dalla gerarchia ecclesiastica in questi casi.

    Quando ha parlato per la prima volta?

     I miei genitori sapevano degli abusi e violenze subite all’istituto. Ma tacquero, condizionati da una certa mentalità di quell’epoca. Non era come oggi.

    Nel 2009 ho contattato l’Associazione Sordi Antonio Provolo [ un’organizzazione esterna all’Istituto ], che sono gli unici a sostenermi. Poi raccontai la mia storia al giornalista Paolo Tessadri del settimanale L’Espresso , che ha pubblicato le note su questi abusi e violenze, arrivando a raccogliere le testimonianze di 70 ex studenti.

    La curia da quanto sa di questi casi?

     Le autorità ecclesiastiche hanno saputo da noi degli abusi nell’istituto Provolo nel 2006, quando abbiamo avuto un primo incontro con monsignor Franco Fiorio, segretario del vescovo di Verona. Tra il 2006 e il 2008 è stato informato l’attuale vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, e il Presidente del Tribunale Ecclesiastico di Verona, Giuseppe Mazzoni, sia personalmente che per lettera.

    E il Vaticano?

     Il Vaticano lo ha saputo dalle nostre lettere raccomandate e un video che gli abbiamo inviato. È per questo che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha creato a Verona, nel 2010, una commissione di ricerca esterna alla Chiesa.

    Che cosa ha fatto questa commissione?

     E ‘durata quasi due anni. Nel 2012, il Vaticano ha inviato un rapporto con i risultati delle indagini. Ma anche se alcuni abusi sono stati riconosciuti, il rapporto è molto incompleto. La maggior parte dei preti pedofili denunciati alla Commissione sono scomparsi dalla relazione finale. Infatti Granuzzo e Corradi non sono elencati, nonostante io abbia personalmente dichiarato contro di loro. Il Presidente della Commissione, Mario Samnite, si è recentemente giustificato dicendo che non era stato affrontato il caso Corradi perché era in Argentina.

    Gianni Bisoli 

    Vedi anche Francisco conosceva la stupratori Provolo rifugio e non ha mai fatto nulla

    Gli insabbiatori

    Una delle cose che hanno fatto rabbia a Gianni Bisoli e agli altri sopravvissuti del Provolo di Verona è stato l’agire della gerarchia Veronese e del Vaticano, dopo che le accuse sono state rese pubbliche. Un’agire che supera il semplice disinteresse e comprende, per esempio, la falsificazione di documenti nell’intento distorcere la storia.

     Durante i lavori della Commissione ho chiesto di partecipare alle ispezioni nella Curia di Verona, tra cui la stanza del Vescovo per dimoestrare che io conosco molto bene l’ambiente a tutti inaccessibile. Ma non è stato autorizzato. Nonostante le richieste delle vittime che hanno inviato ben due lettere, il Vaticano si è rifiutato di fornire le copie dei verbali e delle registrazioni audio e video della commissione d’inchiesta.

    Come è avvenuta la falsificazione?

     Durante i lavori della Commissione ho potuto ottenere una copia del mio registro di quando ero studente al Provolo. Era una copia ufficiale dell’Istituto autenticato. Li figura che io vengo promosso come studente nel 1963. E siccome io ho dichiarato di essere stato abusato dal Vescovo di Verona fino al 1964, la Commissione ha ritenuto “inammissibile” la mia testimonianza. Ma recentemente ho trovato la mia pagella originale di quando mi sono diplomato alla scuola superiore. Si dice, in modo inequivocabile, che si è conclusa nel 1964. Così ho presentato una denuncia presso la Procura di Verona per verificarne la contraffazione e individuare i responsabili.

    Bisoli aggiunge, se fosse necessario, che fino ad oggi né l’Istituto Provolo di Verona, né la Curia e il Vaticano hanno dato a lui e al resto dei denuncianti assistenza minima, sia materiale che psicologica. Perché si sente in dovere di dare la sua testimonianza, che, oltre a raccontare le aberrazioni del passato smaschera atrocità del presente.

    Il “trasferimento” come strategia

    Nel 1964, quando aveva 16 anni e stava terminando il suo periodo al Provolo, Bisoli e i suoi compagni hanno ascoltato con attenzione Don Eligio Piccoli annunciare che padre Granuzzo e altri sacerdoti e fratelli laici avrebbero lasciato per l’Argentina. A quei tempi non si è dato alcuna spiegazione del motivo per cui la legione di preti lasciava Verona. Nessuno chiese troppo.

    Nel febbraio di quest’anno, 53 anni dopo le denunce, Bisoli ha visto in un video di don Piccoli dove lui stesso riconoscere che tali trasferimenti sono stati pianificati per scongiurare alcuni degli abusatori di Verona (forse il più compromessi), inviandoli in America. E ‘stato quando il vecchio Don Eligio, oggi in un ospedale cattolico perché pedofilo, ha confessato a un giornalista italiano (che portava una telecamera nascosta), questo ed altri segreti.

    Ci sono zone d’ombra in questa storia. Da un lato, non si sa che cosa hanno fatto Granuzzo, Corradi e il resto di quelli “trasferiti” tra il 1964 e l’80, poiché la maggior parte memorie di La Plata assicura che negli anni ’70 arrivarono presso la sede dell’Istituto. D’altra parte, finora nessun altro caso di abusi da parte di  Granuzzo su studenti sordi o novizi nel Provolo di La Plata è a noi noto.

    Ovviamente, nessuna di queste zone d’ombra impedisce di anticipare alcune risposte. Possono essere stati trasferiti nel 1964 in Argentina ed alloggiati in qualsiasi dipendenza ecclesiastica fino che assumevano ruoli nel Provolo? Sì, certo. E può Granuzzo aver commesso violenze e abusi su minori sotto la loro responsabilità? Sì, è probabile.

    Di fatto, oggi, Nicola Corradi (italiano che condivide con padre Giovanni religione, nazionalità, età e “tentazioni”) è in carcere a Mendoza per le denunce di decine di vittime di abusi avvenute negli ultimi anni. Non ci sono accuse contro di lui per presunti abusi da parte delle vittime di La Plata , dove ha diretto la Provolo per due decenni.

    sede Provolo Institute di La Plata. Jorge “Francisco” Bergoglio e Héctor Aguer

    Leggi anche Le 27 azioni di Francisco per coprire i sacerdoti abusatori

    I favori di Dio

    Con l’impunità garantita dall’intricato istituto, protetto e rispettato dal Vaticano verso i loro stupratori sacerdoti e con la convinzione che molte vittime non possono superare il terrore imposto dalla tonaca, è molto probabile che Granuzzo, Corradi (ora in carcere) Horacio Corbacho (ora prigioniero con Don Nicola), Giuseppe Spinelli (probabilmente morto) ed Eliseo Primati (ancora rinchiuso nella sede di La Plata) abbiano commesso decine o centinaia di abusi senza preoccupare troppo o per niente.

    “Non c’è da stupirsi se mi domandi di Don Granuzzo e nemmeno mi sorprende che sia scoppiato lo scandalo al Provolo in Argentina”, dice Gianni Bisoli. E aggiunge, con un pizzico di ironia, che “la Chiesa dovrebbe vergognarsi: sapevano tutto, questo è innegabile.”

    L’uomo 69enne, non non ha molta speranza che Granuzzo venga toccato dalla magistratura italiana. Ma non mostra rassegnazione. Anche se assicura che la sua vita è stata rovinata dagli abusi ( “Non ho mai potuto avere relazioni sane con le donne o anche baciare sulla bocca una persona”) dice che non si darà pace fino a quando tutti conosceranno la vera storia del Provolo.

    Una storia che Jorge Bergoglio e i suoi vescovi, tra cui Zenti di Verona e Aguer di La Plata, sanno meglio dei sopravvissuti.

    “Il nostro compito mira a rafforzare le capacità di comunicazione e formazione al lavoro (…) in modo che i ragazzi abbiano le stesse opportunità”, ha detto Giovanni Granuzzo in un’intervista con il quotidiano El Dia de La Plata nel maggio 2010. Erano tempi più tranquilli, quando non gli passava per la testa che un giorno sarebbero dovuti tornare, quasi in fuga senza che nessuno sappia molto a la Plata, all’Italia, che li aveva visti partire decenni fa.

    http://www.laizquierdadiario.com/Don-Granuzzo-el-violador-de-ninos-sordos-que-se-fugo-a-tiempo-de-Argentina

  • Cardinale Pell in Australia: processo per pedofilia dal 26 luglio

    Cardinale Pell in Australia: processo per pedofilia dal 26 luglio

    Si tratta del più alto rappresentante vaticano mai coinvolto in un’inchiesta per abusi sessuali su minori

    Il cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia del Vaticano, è arrivato a Sydney, in Australia, per difendersi in tribunale dalle accuse di pedofilia. La prima chiamata a comparire è il 26 luglio. Si tratta del più alto rappresentante vaticano mai coinvolto in un’inchiesta per abusi sessuali su minori, essendo non solo prefetto, ma anche membro del C9, il comitato dei 9 cardinali che aiuta il Papa nella riforma della Chiesa.

    Pell è stato già al centro delle cronache con l’accusa di aver insabbiato dei casi di abusi di preti su bambini negli anni in cui era arcivescovo di Sydney e, nel 2002, un uomo sostenne di essere stato abusato da Pell a 12 anni, nel 1961, accusa da cui il cardinale è stato poi assolto.

    Questa volta lo Stato di Victoria lo porta a processo con l’accusa, formulata da altre tre persone, di aver commesso in prima persona reati di pedofilia quando era sacerdote a Ballarat (1976-1980) e, poi, arcivescovo a Melbourne (1996-2001). La polizia australiana è entrata in Vaticano a ottobre scorso per interrogarlo: due delle accuse sono riferite agli anni Settanta e sostengono che Pell avrebbe toccato impropriamente i genitali di alcuni minori, la terza sostiene  di averlo visto nudo in mezzo a giovani ragazzi. “E’tutto falso – si è difeso in Vaticano il 29 giugno -. Sono innocente, considero ripugnante l’idea stessa di abuso sessuale”. Sostiene di aver costantemente  informato il Papa nel corso dei mesi – il Pontefice lo ha ricevuto l’ultima volta il 27 giugno – perché “queste questioni sono oggetto di indagine da due anni”, spiega. L’accusa che ha fatto ai media è quella di essersi “accaniti” senza tregua: un “incessante tentativo di sbattere il mostro in prima pagina”. Si è detto “molto grato” invece a Papa Francesco per avergli concesso il congedo per tornare in Australia a difendersi.

    “Il Santo Padre, che ha potuto apprezzare l’onestà del card. Pell durante i tre anni di lavoro nella curia romana, gli è grato per la collaborazione e, in particolare, per l’energico impegno a favore delle riforme nel settore economico e amministrativo e l’attiva partecipazione nel Consiglio dei cardinali (C9)”, ha spiegato il portavoce della Santa Sede, Greg Burke, accanto a Pell nella dichiarazione alla stampa del 29 giugno. Burke ha ricordato come il cardinale Pell da decenni condanni “apertamente e ripetutamente” gli abusi commessi contro minori come “atti immorali e intollerabili”, e abbia cooperato in passato con le autorità australiane (a marzo del 2016 ha deposto in diretta streaming dall’Hotel Quirinale a Roma per la Royal Commission australiana), abbia “appoggiato la creazione della Pontificia commissione per la tutela dei minori” e, infine, come vescovo diocesano in Australia abbia “introdotto sistemi e procedure per la protezione di minori, e per fornire assistenza alle vittime di abusi”.

    “Il caso del cardinale Pell ha dimostrato quanto poco affidabili siano le garanzie della Chiesa che vescovi e superiori religiosi dovranno subire sanzioni o rimozioni per cattiva gestione di casi di abuso di preti sui minori. Non è accaduto a lui e non abbiamo ancora visto nessun vescovo apertamente sanzionato o rimosso per negligenza nel trattamento degli abusi”. Ha scritto sul suo sito Marie Collins, ex membro della commissione anti abusi del Vaticano, che a marzo ha presentato le sue dimissioni per scarsa collaborazione della Santa Sede. “Siamo alla metà del 2017 – ha aggiunto, citando il Motu Proprio del Papa, in cui Bergoglio stabilisce la rimozione dei vescovi negligenti in caso di pedofilia – può il Vaticano dimostrare che sono stati esaminati i casi di vescovi negligenti o di superiori religiosi o che siano state messe in atto delle disposizioni dopo il Motu Proprio? Oppure, questo è solo un altro esempio di molte promesse, molte parole ma nessuna azione”.

    http://www.lapresse.it/cardinale-pell-in-australia-a-processo-per-pedofilia-da-26-luglio.html

  • FENOMENO SETTARIO- ABUSI SESSUALI SU MINORI IN CONTESTI RELIGIOSI- ORGANIZZAZIONE GEOVISTA

    FENOMENO SETTARIO- ABUSI SESSUALI SU MINORI IN CONTESTI RELIGIOSI- ORGANIZZAZIONE GEOVISTA

    Interrogazione parlamentare. Atto n. 3-03845 (con carattere d’urgenza)

    Pubblicato il 29 giugno 2017, nella seduta n. 849

    BLUNDO , GIARRUSSO , PUGLIA , GIROTTO , ENDRIZZI , BULGARELLI – Al Ministro dell’interno. –

    Premesso che con raccomandazione n. 1412/1999 il Parlamento e il Consiglio europeo, pur ribadendo l’impegno per la libertà di coscienza e di religione, invitavano i Governi degli Stati membri a istituire o sostenere, tra l’altro, centri indipendenti nazionali o regionali d’informazione sui gruppi di natura religiosa, esoterica e spirituale e a favorire la creazione di organizzazioni non governative per le vittime o le famiglie delle vittime di gruppi religiosi esoterici o spirituali. Nell’ottica di garantire una speciale attenzione e forme efficaci di assistenza alle persone più vulnerabili o mentalmente manipolabili da questi gruppi, in modo particolare i minori, lo stesso Parlamento europeo raccomandava al Comitato dei Ministri di prevedere azioni specifiche volte a istituire un osservatorio europeo sui gruppi di natura religiosa, esoterica o spirituale per rendere più facile lo scambio di informazioni tra i centri nazionali;

    considerato che:

    risulta agli interroganti che a nessuno dei precetti della raccomandazione sia stata finora data attuazione nel nostro Paese, nonostante siano stati presentati, nella XVII Legislatura e in quelle precedenti, numerosi atti di sindacato ispettivo, ancora senza riscontro, coi quali si sollecitavano le istituzioni italiane ad attivarsi per la loro immediata realizzazione;

    a parere degli interroganti, il silenzio delle istituzioni è ancora più ingiustificato a fronte della proliferazione negli ultimi anni di gruppi religiosi, esoterici, spirituali e pseudo-terapici, anche a causa dell’esponenziale diffusione della rete web e delle nuove tecnologie internet. Molti di questi gruppi utilizzano raffinate tecniche di condizionamento mentale su persone che attraversano una fase particolarmente difficile della propria vita, offrendo loro un percorso di supporto spirituale o psicologico che col tempo si trasforma in un vero e proprio calvario, e diventano in molti casi vittime di abusi emotivi, fisici, economici e sessuali. Tale problematica è stata studiata in Italia già nel 1998 nel noto rapporto della Direzione centrale della polizia di prevenzione, titolato “Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia”, oltre che nelle ripetute segnalazioni delle relazioni semestrali dei servizi di intelligence nazionali. Gli elementi raccolti hanno portato alla costituzione nel 2006 della squadra anti sette (SAS), specialità della Polizia che tuttavia svolge funzioni meramente repressive;

    attualmente risulterebbe difficile quantificare con esattezza il fenomeno. Già in data 7 gennaio 2015 “l’Espresso” on line accendeva i riflettori su alcune vittime di tali movimenti, mettendo in risalto il trend espansivo del fenomeno, ma anche la disarmante carenza di dati. Nell’articolo si evidenziava, prendendo proprio spunto dal citato rapporto del 1998, la presenza di 76 movimenti religiosi per un totale di 78.500 affiliati. Il numero, col tempo, risulterebbe cresciuto a dismisura, tenuto inoltre conto che l’indagine si occupò prevalentemente di alcune tipologie di gruppi, costituenti, pertanto, una minima parte di quelli attualmente presenti sul territorio nazionale. Analogo argomento è stato trattato in un dossier pubblicato sul giornale on line “Linkiesta” nel gennaio 2016;

    tra i casi di abusi più eclatanti compaiono, sulla base degli elementi informativi acquisiti dagli interroganti, quelli che hanno riguardato l’organizzazione dei testimoni di Geova, dove negli ultimi anni si sarebbero verificati molteplici abusi sessuali su minori, insabbiati e mai denunciati alle procure competenti dalla stessa congregazione. Di tali allarmanti vicende riferivano, tra gli altri, in maniera diffusa il quotidiano on line “Corriere della sera”, in un video-inchiesta del 23 maggio 2016, la trasmissione televisiva “Le Iene” nel marzo 2016, “Il Giornale” il 23 maggio 2016, la “Gazzetta del Mezzogiorno” del 15 febbraio 2017; tali notizie di stampa riportano interviste e testimonianze dirette di vittime che hanno presentato anche alcuni esposti in varie Procure della Repubblica;

    inoltre, commissioni governative indipendenti, quali quella australiana, attivate per far luce sugli abusi sessuali infantili in seno a realtà istituzionali e religiose, rilevavano la gravità e sistematicità di quanto emerso anche dalle citate fonti di stampa italiane. Nel caso dell’organizzazione geovista, nessuno dei 1.060 casi di abusi su minori registrati dalla chiesa dei testimoni di Geova d’Australia è risultato essere stato segnalato alle autorità competenti, gli abusatori sono stati frequentemente coperti o reintegrati nella confessione sulla base del semplice pentimento e le vittime di reato sottoposte, per contro, a processi di vittimizzazione secondaria e ostracizzate dall’organizzazione. Le politiche interne dei testimoni di Geova, analoghe in tutto il mondo, sono inoltre risultate, all’analisi della commissione suddetta, gravemente fallimentari in tema di tutela dei bambini e prevenzione dell’abuso minorile;

    considerato infine che, a parere degli interroganti:

    attualmente è presente un vuoto normativo non trascurabile in merito alle criticità evidenziate. A seguito, infatti, della dichiarazione di incostituzionalità, con sentenza della Consulta n. 96 del 1981, del cosiddetto reato di plagio previsto ex articolo 603 del codice penale, in Italia non è più esistita un’effettiva tutela giuridica dell’integrità fisica e psichica degli individui. Da allora sedicenti “santoni” e “guru” continuano ad agire indisturbati, mentre numerose proposte e disegni di legge giacciono in attesa di essere esaminate dalle Commissioni e Aule parlamentari;

    complessivamente risulta essere nullo anche l’impegno delle istituzioni nella definizione di politiche sociali e culturali di prevenzione in materia di settarismo abusante o criminale,

    si chiede di sapere:

    se il Ministro in indirizzo non consideri opportuno procedere ad un’analisi complessiva del fenomeno, ai fini di aggiornare il rapporto pubblicato nel 1998 che risulta essere ormai obsoleto, nonché approfondire le motivazioni che sottendono all’attuale scarsissima tutela giuridica dell’abuso sessuale infantile in contesti religiosi;

    se, viste le proposte e i disegni di legge depositati in Parlamento, non ritenga altresì urgente adottare misure di carattere normativo volte a garantire un’efficace tutela giuridica dell’integrità fisica e psichica dei minori e in generale dei soggetti coinvolti, ovvero inseriti in contesti coercitivi;

    quali siano le motivazioni che hanno concretamente impedito allo Stato italiano di recepire gli inviti contenuti nella raccomandazione n. 1412/1999 del Parlamento e del Consiglio europeo;

    se non ritenga necessario adottare tempestivamente un piano nazionale di informazione e prevenzione in materia di settarismo abusante o criminale.

    http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=1028693

  • Il lavoro della Rete L’ABUSO emerge anche nel nuovo libro scandalo “IL REGNO DEI CASTI”, di Carmelo Abbate

    Il lavoro della Rete L’ABUSO emerge anche nel nuovo libro scandalo “IL REGNO DEI CASTI”, di Carmelo Abbate

    Nessuno ferma gli orchi

    Oggi don Sergio, quel don Sergio raccontato in Golgota, è ancora prete, come risulta dall’annuario della diocesi del Nord Italia dove l’ho incontrato e conosciuto. Nonostante i documenti ufficiali, contatto l’amico e collega giornalista Oscar Puntel, che vive in quelle zone, e gli chiedo di svolgere una indagine sul campo.

    Risultato: moltissimi dei suoi confratelli sanno delle sue avventure gay, meno delle sue pulsioni pedofile.

    I suoi confratelli mi hanno anche raccontato che nel 2014 è finito di nuovo sul giornale. Una sera ha adescato un giovane marocchino, si è appartato con lui in un parco e alla fine è stato derubato.

    È ancora prete, questo è certo. Ma dove si trova?

    Sono andato a cercarlo su Facebook, e ho provato un sentimento di rabbia e incredulità.

    Don Sergio ha coronato il suo sogno. In uno degli nostri incontri mi aveva confidato che il vescovo gli aveva chiesto dove volesse andare.

    «Mi mandi in Africa», aveva risposto lui.

    Non so come sia successo, ma don Sergio è stato accontentato.

    Ora vive in una città africana gemellata con la sua diocesi. Sulla sua pagina Facebook posta regolarmente le sue foto, abbracciato a giovani e ragazzini. E a chi gli chiede cosa ci faccia in Africa, lui candidamente risponde: «Avevo necessità di scrivere un nuovo capitolo della mia vita». Aggiungendo emoticon con dei “porcellini”.

    Sgrunt, sgrunt. Nei suoi commenti, il verso dei maiali è ricorrente.

    La domanda che ci si pone oggi, e alla quale si fa fatica a rispondere, è: quanti sono i preti pedofili in Italia?

    In assenza di dati da parte della Conferenza episcopale italiana, mi sono rivolto alla “Rete L’Abuso”, una onlus che riunisce circa 500 vittime di preti pedofili e fornisce loro assistenza legale e psicologica per affrontare il trauma. L’associazione ha un database in cui raccoglie le segnalazioni e i casi che escono sui giornali. È un puzzle incompleto e non ufficiale, perché molte vittime non denunciano, oppure sfuggono alle pagine di cronaca. Ma aiuta in qualche modo a inquadrare meglio la realtà. I preti condannati in via definitiva per pedofilia sono 134; quelli attualmente indagati sono 113.

    Chiedo al responsabile, Francesco Zanardi, quanto siano attendibili questi numeri. «Non esistono dati ufficiali. In un’intervista rilasciata a Eugenio Scalfari, papa Francesco ha detto che è coinvolto il 2 per cento dei religiosi. Secondo i nostri calcoli la percentuale è fra il 2 e il 6 per cento.»

    La questione numerica sul totale della popolazione religiosa è tuttavia relativa. L’elemento più drammatico è la serialità del fenomeno.

    Perché ogni singolo religioso, prima di essere fermato, passando da una diocesi all’altra ha spesso continuato ad abusare di un numero spropositato di vittime. Ci sono casi di preti che sono arrivati fi no a 80 minorenni violentati.

    Questo è il quadro che anche il papa ha imparato a conoscere.

    Francesco lo sa bene: la Chiesa deve cambiare, altrimenti morirà.

    È soltanto questione di tempo; se non riesce a cambiare rotta, la nave andrà a fondo.

    Conclude Richard Sipe: «Ho fiducia in Francesco, ma temo che gli scandali sessuali e i connessi problemi irrisolti della Chiesa porteranno, nel lungo periodo, alla sua distruzione. Abbiamo i banchi delle chiese vuoti, la domenica. Vi siete mai chiesti perché? Gli insegnamenti dottrinali sono troppo rigidi, vanno contro la nostra inclinazione, quello che la nostra natura ci insegna e ci mostra. Viviamo in una ricerca continua di affetto, amore e relazioni. Anche sessuali. Ma la Chiesa è l’esatto opposto. O cambia o si distruggerà con le proprie mani».

    Estratto dal libro “IL REGNO DEI CASTI” di Carmelo Abbate

  • Pedofilia: impennata di cause legali

    Pedofilia: impennata di cause legali

    I lavori della commissione nazionale australiana hanno spinto molte presunte vittime a farsi avanti

    SYDNEY – Diversi studi legali in Australia stanno ricevendo un volume senza precedenti di richieste di assistenza da persone che affermano di aver subito da minorenni abusi sessuali in istituzioni come chiese, scuole e gruppi giovanili.

    Una richiesta incoraggiata dalle rivelazioni della Commissione nazionale d’inchiesta sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori, che ha appena concluso le udienze dopo quattro anni di lavori, e facilitata da riforme legali che permettono ai sopravvissuti di presentare domande di risarcimento senza limiti di tempo.

    Un solo studio legale, Shine Lawyers, aveva ricevuto 61 richieste di assistenza per ‘storici’ abusi sessuali nel 2012, prima dell’inizio dei lavori della Commissione, e lo scorso anno ne ha ricevute 730, un aumento di oltre il 1000 percento. La legale specializzata nei casi di pedofilia, Lisa Flynn, ha detto al Sydney Morning Herald che la Commissione ha creato un’ampia consapevolezza dell’impatto devastante degli abusi.

    «È un aumento straordinario di richieste, che è largamente dovuto ai riflettori puntati dalla Commissione. Il suo lavoro ha incoraggiato tanti a farsi avanti, è stato uno tsunami di richieste di assistenza. In tanti hanno visto il coraggio degli altri nel testimoniare davanti alla Commissione e questo ha dato loro incoraggiamento», ha aggiunto Flynn. Diversi stati australiani hanno inoltre annullato la prescrizione per le azioni civili da parte di sopravvissuti ad abusi di pedofilia.

    Le cifre diffuse dalla Commissione indicano che fra il 1980 e il 2015 la chiesa cattolica ha pagato l’equivalente di 196 milioni di euro in risarcimenti a vittime di pedofilia (quai 210 milioni di franchi), e le diocesi anglicane circa 23 milioni di euro (Fr 24,6 milioni). La Commissione ha udito le deposizioni a porte chiuse di oltre 6500 vittime.

    Oltre 2000 hanno riferito di aver subito abusi in istituzioni cattoliche, circa 500 in istituzioni anglicane e oltre 250 in enti gestiti dall’Esercito della Salvezza. La più alta proporzione dei responsabili, quasi un terzo, erano membri del clero, il 20% insegnanti e il 13% operatori di centri di assistenza residenziali. Oltre 1950 possibili casi criminali sono stati riferiti alla polizia.

    http://www.tio.ch/News/Estero/Attualita/1138777/Pedofilia-impennata-di-cause-legali/

  • Pedofilia in Australia: un terzo dei responsabili fanno parte del clero

    Pedofilia in Australia: un terzo dei responsabili fanno parte del clero

    Le vittime sono principalmente ragazzini fra i 10 e i 14 anni. Questi i dati finali della commissione pubblica d’inchiesta

    CANBERRA – Ha concluso i lavori con la 57/ma udienza pubblica la Commissione australiana d’inchiesta sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori, che dalla sua costituzione quattro anni fa ha ascoltato le deposizioni a porte chiuse di oltre 6’500 vittime.

    I dati finali indicano che gli autori delle violenze sono stati in gran maggioranza uomini, per lo più membri del clero, mentre le vittime erano principalmente ragazzini di età fra 10 e 14 anni, con un 5% che aveva meno di cinque anni all’inizio degli abusi. In più di un terzo dei casi gli abusi sono continuati per oltre un anno. Oltre 2’000 delle vittime che hanno testimoniato hanno riferito di aver subito abusi in istituzioni cattoliche, circa 500 in istituzioni anglicane e oltre 250 in enti gestiti dall’Esercito della Salvezza.

    «Quasi il 94% delle vittime ha riferito di abusi perpetrati da uomini», ha detto nell’udienza finale il legale che assiste la Commissione, Gail Furness. La più alta proporzione dei responsabili, quasi un terzo, erano membri del clero, il 20% insegnanti e il 13% operatori di centri di assistenza residenziali.

    «Per molti sopravvissuti, gli impatti degli abusi sono profondi e interconnessi. Possono essere sofferti simultaneamente o consecutivamente, in una cascata di effetti per tutta una vita», ha detto ancora Furness.

    «Molti subiscono traumi profondi e complessi, mentre gli effetti colpiscono a catena genitori, fratelli e sorelle e anche figli della vittima, danneggiano le relazioni affettive e la carriera». Mentre le bambine sono più a rischio di abusi in contesti familiari, tra chi ha denunciato abusi in istituzioni due terzi erano maschi.

    Da quando è stata istituita nel 2013 dal governo laburista di Julia Gillard, la Commissione di sei membri ha tenuto udienze in sei stati e due territori del paese, ha chiesto e ottenuto il rilascio di 1,2 milioni di documenti e ha identificato più di 4’000 istituzioni in cui si sono commessi abusi negli ultimi decenni. Inoltre, ha riferito alla polizia oltre 1’950 possibili casi criminali.

    http://www.tio.ch/News/Estero/Attualita/1137795/Pedofilia-in-Australia-un-terzo-dei-responsabili-fanno-parte-del-clero/

  • Un abuso su tre è del clero

    Un abuso su tre è del clero

    Conclusa, dopo 4 anni, l’inchiesta su 6’500 vittime di pedofilia in Australia

    La Commissione d’inchiesta australiana, che ha indagato negli ultimi 4 anni sugli abusi sessuali ai danni di minori, ha concluso martedì il suo lavoro.

    I dati finali, raccolti attraverso le deposizioni di 6’500 vittime, indicano che gli autori delle violenze sono in maggioranza uomini, per lo più membri del clero, mentre le vittime sono principalmente ragazzini, di età fra 10 e 14 anni, con un 5% che aveva meno di cinque anni all’inizio degli abusi.

    In più di un terzo dei casi gli abusi sono continuati per oltre un anno. Oltre 2’000 delle vittime che hanno testimoniato hanno riferito di aver subito abusi in istituzioni cattoliche, circa 500 in istituzioni anglicane e oltre 250 in enti gestiti dall’Esercito della Salvezza. La più alta proporzione dei responsabili, quasi un terzo, appartiene al clero; il 20% sono insegnanti e il 13% operatori di centri di assistenza residenziali.

    La Commisisone è stata istituita nel 2013 dal governo laburista di Julia Gillard. Ha denunciato alla polizia più di 1’950 possibili casi criminali.

    http://www.rsi.ch/news/mondo/Un-abuso-su-tre-%C3%A8-del-clero-8909494.html

  • L’Associazione per i Diritti Umani ha chiesto spiegazioni all’Arcivescovado di Mendoza per gli abusi nell’Istituto Provolo

    L’Associazione per i Diritti Umani ha chiesto spiegazioni all’Arcivescovado di Mendoza per gli abusi nell’Istituto Provolo

    Buenos Aires, 23 di marzo (Télam)
    L’Assemblea Permanente per i Diritti Umani (APDH), in una lettera presentata all’arcivescovato di Mendoza, ha chiesto spiegazioni su quali sono state le misure che ha preso la Chiesa rispetto ai preti e lavoratori dell’Istituto Antonio Provolo detenuti per abuso sessuale e qual è l’ assistenza che stanno prestando alle loro vittime.

    Ciò che la APDH vuole sapere è quando è cominciato e a che stadio si trova il processo canonico, un’indagine parallela a quella giudiziaria contro i sacerdote imputati, ma anche in che momento l’Arcivescovato ha ricevuto una comunicazione del Vaticano informando che alcuni accusati, come Nicola Corradi, venivano già indagati per lo stesso delitto commesso nella sede italiana del Provolo durante la decade del ‘60.

    Ma la APDH non solo vuole sapere qual è la situazione dei preti e lavoratori coinvolti nel caso del Provolo, un istituto religioso per sordomuti. Nello stesso scritto, diretto all’arcivescovo Carlos Franzini, la APDH domanda quanti sono i procedimenti canonici che sono stati iniziati a Mendoza e a quale stadio sono.

    Nella presentazione, firmata dall’avvocato Carlos Lombardi, la APDH ha invocato il suo diritto a promuovere un’azione collettiva, protetta dalla Costituzione Nazionale e chiede spiegazioni in relazione ai due comunicati ufficiali che fino ad ora ha dato l’Arcivescovato, uno del 27 di novembre e l’altro del 2 di dicembre, nei quali si assicura l’impegno della Chiesa per investigare gli abusi ed aiutare le vittime.
    “La non esistenza di spazi sicuri per i bambini, le bambine e gli adolescenti all’interno dell’istituzione che lei presiede, e organismi ecclesiastici connessi, implica un grave rischio alla loro integrità fisica e psichica, cosa che aggrava la vostra responsabilità”, dice la presentazione.

    Consultato da Télam, Lombardi, un riconosciuto specialista in diritto canonico, ha assicurato che con questa richiesta di informazioni, la APDH cerca di “esercitare il controllo repubblicano ad un’istituzione come la chiesa, persona giuridica non statale, che nessuno controlla e valutare la trasparenza e veridicità dei comunicati emessi dall’Arcivescovato di Mendoza”.

    Fino ad ora, sono cinque gli accusati per abusi sessuali nell’ Istituto Provolo: Nicola Corradi e Horacio Corbacho, e gli amministrativi Jorge Bordón, Armando Gómez e José Luis Ojeda.
    Ad eccezione di Corradi, di 82 anni agli arresti domiciliari, tutti sono detenuti nel carcere di Boulogne Sur Mer. SI stima che le vittime potrebbero essere più di 60.

    Avvocato Carlos Lombardi

    Tradotto per la Rete L’ABUSO da Roberta Pietra