Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Esce un libro in Polonia: “Wojtyla sapeva dei casi di pedofilia”

    Esce un libro in Polonia: “Wojtyla sapeva dei casi di pedofilia”

    Karol Wojtyla, da cardinale di Cracovia prima della sua elezione a Papa nel 1978, sapeva dei casi di pedofilia da parte dei preti della sua diocesi, e ha reagito, sì, in conformità al Codice canonico allora in vigore, ma ha ugualmente coperto i casi preoccupandosi soprattutto perchè non arrivassero alla conoscenza del potere comunista di quei tempi e non ha offerto la minima l’assistenza alle vittime.

    E’ quanto si afferma nel libro “Maxima culpa.

    Giovanni Paolo II ha saputo” scritto da un corrispondente olandese in Polonia Ekke Overbeek che uscirà a Varsavia l’8 marzo prossimo presso la casa editrice Agora.

    Una anticipazione del libro è stata pubblicata oggi da un inserto del quotidiano Gazeta Wyborcza.

    Overbeek descrive il caso di pedofilia da parte un prete emerso nel 1970, basandosi sul materiale trovato negli archivi dell’Istituto della memoria nazionale (Ipn) e prodotto dai servizi segreti di allora. Confrontare il materiale con i testimoni diretti ancora in vita non è stato facile. “Ero troppo piccola; allora il clima era tale che non si poteva accusare un sacerdote” ha detto una di loro. “Per mezzo secolo quasi tutte le donne di questo paesino hanno taciuto su qualcosa che doveva essere una esperienza traumatica” commenta Overbeek, l’autore che dieci anni fa ha pubblicato il primo libro sulla pedofilia da parte della Chiesa polacca. “La Polonia deve troppo a Wojtyla e non si può ridurre il suo pontificato solo alla questione della pedofilia.

    Non credo che coprisse in modo consapevole questi crimini” ha dichiarato Adam Michnik il caporedattore di Gazeta Wyborcza parlando del libro che secondo gli esperti potrebbe incidere sul culto di Papa polacco, diventato santo nel 2014.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/02/27/libro-in-polonia-wojtyla-sapeva-dei-casi-di-pedofilia_cf871663-dc10-442d-9e24-862900481d28.html

  • L’arcidiocesi di Madrid riceve 34 denunce per abusi sessuali contro il clero, di cui 23 minorenni

    L’arcidiocesi di Madrid riceve 34 denunce per abusi sessuali contro il clero, di cui 23 minorenni

    (Julio Núñez, El País) L’arcidiocesi di Madrid ha pubblicato questo mercoledì il conteggio annuale dei casi di abusi sessuali ecclesiastici che Repara, il suo ufficio di assistenza alle vittime, ha ricevuto: 34 denunce contro membri della Chiesa, 23 delle quali le vittime erano minorenni quando si sono verificati gli eventi. 

    Di questi casi, 16 non erano ancora venuti alla luce. La diocesi non ha comunicato il numero degli aggressori, anche se precisa che ci sono diversi colpiti che indicano lo stesso sacerdote a Madrid. 

    Solo una dozzina dei casi sono stati commessi da sacerdoti appartenenti al vescovado di Madrid (due contro minori).(…)

  • La diocesi di San Diego potrebbe dichiarare bancarotta a causa di reclami per abusi

    La diocesi di San Diego potrebbe dichiarare bancarotta a causa di reclami per abusi

    Il cardinale Robert McElroy di San Diego ha annunciato la scorsa settimana che la diocesi sta valutando la possibilità di dichiarare bancarotta a causa dei costi legali “sbalorditivi” per rispondere a 400 nuove cause intentate durante un’estensione di tre anni in tutto lo stato della prescrizione per i casi di abusi sui minori.

    “Il fallimento fornirebbe un percorso per garantire che i beni della diocesi siano usati equamente per risarcire tutte le vittime di abusi sessuali, continuando i ministeri della Chiesa per la formazione della fede, la vita pastorale e l’assistenza ai poveri e agli emarginati”, McElroy ha scritto una lettera il 10 febbraio ai parrocchiani della diocesi.

    “Gli abusi sessuali sui minori da parte dei sacerdoti e il modo in cui sono stati gestiti nella vita della Chiesa costituiscono il più grande peccato della nostra Chiesa nel secolo scorso. Dobbiamo e continueremo a proteggere i minori con un vigore sempre più profondo, fornire risorse di guarigione a coloro che hanno subito abusi e utilizzare i nostri beni diocesani per risarcire coloro che sono stati vittime. E non dimenticheremo mai il male che abbiamo fatto”.

    In questione, ha affermato McElroy, c’è un numero crescente di denunce di abuso presentate nell’ambito di una finestra di tre anni aperta dal governatore della California, iniziata nel 2020 e scaduta il 31 dicembre 2022 . Alcune delle nuove denunce per abusi portate alla diocesi risalgono a 75 anni fa, ha scritto il cardinale.

    Il governatore della California Gavin Newsom ha firmato nel 2019 una misura chiamata AB 218, che ha esteso i termini di prescrizione per le vittime di abusi sessuali infantili. La legge consente alle vittime di intentare causa civile per abusi sessuali infantili fino all’età di 40 o cinque anni dopo aver scoperto i danni causati dall’abuso. In precedenza, i reclami dovevano essere presentati entro i 26 anni o entro tre anni dalla scoperta dei danni causati dall’abuso.

    “Come risultato di questo cambiamento nella legge, la diocesi di San Diego ha ricevuto circa 400 azioni legali che chiedevano danni monetari per presunti atti di abuso sessuale da parte di sacerdoti, religiosi e laici nella diocesi”, ha scritto McElroy.

    “La maggior parte di queste cause riguarda azioni avvenute più di mezzo secolo fa. Un aspetto importante di queste azioni legali è che nessuno di loro rivendica abusi sessuali da parte di alcun sacerdote della diocesi di San Diego attualmente in ministero. Ciò riflette la realtà che la Chiesa ha compiuto passi enormi per sradicare gli abusi sessuali sui minori nella sua vita e per promuovere la protezione dei minori”.

    Nel 2007, la diocesi di San Diego ha pagato 198 milioni di dollari per liquidare 144 denunce di abusi che erano state presentate durante una precedente revoca della prescrizione, ha continuato McElroy.

    “Questo ha esaurito la maggior parte dei beni della diocesi. Anche con l’assicurazione, la diocesi non sarà ora in grado di pagare simili somme. Questa sfida è aggravata dal fatto che ora è stato introdotto un disegno di legge nella legislatura che cerca di eliminare completamente i termini di prescrizione, lasciando la diocesi vulnerabile per sempre a potenziali azioni legali”, ha scritto McElroy.

    Separatamente, parlando ai giornalisti venerdì, Kevin Eckery, direttore delle comunicazioni della diocesi, ha predetto che sarebbe costato alla diocesi 550 milioni di dollari per risolvere i casi attuali.

    A causa della struttura societaria della diocesi, i beni parrocchiali sono detenuti separatamente dalle singole corporazioni parrocchiali, ha osservato McElroy. Il vescovo di San Diego nel 2007, Robert Brom, all’epoca aveva chiesto il fallimento , ma il giudice fallimentare degli Stati Uniti Louise DeCarl Adler ha archiviato il caso.

    “Quasi senza eccezione in altri fallimenti diocesani, i beni parrocchiali sono rimasti separati. Allo stesso tempo, le parrocchie di una diocesi in bancarotta in genere contribuiscono con una somma limitata ai fondi per i richiedenti”, ha scritto il cardinale.

    Se l’attuale bancarotta dovesse realizzarsi, San Diego si unirebbe a un numero crescente di diocesi statunitensi nel dichiarare bancarotta nell’ultimo decennio o giù di lì. Anche la diocesi di Santa Rosa in California dichiarerà bancarotta nel 2023, secondo quanto riportato dal San Jose Mercury News nel dicembre 2022.

    Dal 2019, sei delle 12 diocesi cattoliche della California sono state sottoposte a un programma di compensazione gestito in modo indipendente , che prevede un pagamento compensativo a coloro che si dichiarano vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti, indipendentemente da quando si presume che tali abusi siano avvenuti.

    Il programma copre Los Angeles, Sacramento, San Bernardino, San Diego, Orange e Fresno. Queste sei diocesi rappresentano l’80% dei cattolici della California, secondo un annuncio sul programma di compensazione.

    https://www.catholicnewsagency.com/news/253630/san-diego-diocese-may-file-for-bankruptcy-amid-abuse-claims

  • Pedofilia Spagna, ElPais: “silenzio Chiesa su 500 casi”/ “Solo 13% Diocesi collabora”

    Pedofilia Spagna, ElPais: “silenzio Chiesa su 500 casi”/ “Solo 13% Diocesi collabora”

    “EL PAIS” TORNA SUL CASO PEDOFILIA IN SPAGNA DOPO UN ANNO: I RISULTATI

    Un anno esatto dopo la prima inchiesta di “El Pais” sui casi di pedofilia nella Chiesa di Spagna, il quotidiano spagnolo nazionale torna con un nuovo dossier dove esprime tutta l’amarezza per un anno di indagini con non molte collaborazioni avute dalle Diocesi, l’esatto contrario insomma di quanto Papa Francesco e i vertici della Chiesa Cattolica in tutto il mondo professano da tempo ormai nella profonda lotta alla piaga degli abusi. Il primo rapporto di “El Pais” era datato inizio dicembre 2021 con 251 casi di presunti abusi contro minori da parte del clero spagnolo: «Quest’anno la cifra è raddoppiata a 500, con un secondo dossier consegnato a giugno e un terzo presentato questo mese. In totale, più di 1.000 pagine». Tuttavia, a distanza di una anno, commenta il quotidiano, «il bilancio è nullo: non si sa nulla della risposta a questi casi e la trasparenza non solo non è aumentata, ma è peggiorata».

    Sentendo le 141 comunità dove sarebbero giunte le denunce di presunti casi di pedofilia, spiega “El Pais”, ben poche hanno risposto nel merito e ancora meno avrebbero aperto procedimenti canonici con effettivi risarcimenti finali: «Il silenzio è schiacciante: solo il 13% fornisce informazioni. I casi di ciascuna entità e le relative risposte possono essere consultati nelle tabelle di dati che accompagnano queste informazioni». La Conferenza Episcopale Spagnola (CEE) in un primo momento si era rifiutata di coordinare il progetto di indagini nato dalle centinaia di denuncianti e attraverso i singoli enti coinvolti, ma circa 6 mesi fa un nuovo impulso è giunto dai vescovi spagnoli per cercare di ristabilire la verità sulle durissime accuse di abusi pedofili.

    “SOLO DIOCESI MADRID COLLABORA ATTIVAMENTE”: NUOVE DENUNCE DI “EL PAIS” SULLA PEDOFILIA NELLA CHIESA IN SPAGNA

    Obbligate dal Vaticano, le diocesi coinvolte di Spagna hanno aperto uffici di assistenza alle vittime della pedofilia nel 2020, ma molte di esse non hanno nemmeno i dettagli di contatti online, accusa sempre “El Pais”. Le singole disposizioni di Papa Francesco vengono di fatto spesso disobbedite: «a volte non si apre un’indagine senza una denuncia diretta della vittima, che non è più necessaria; la vittima non viene informata della possibilità di un risarcimento; quando questo avviene, vengono imposte clausole di silenzio; e anche se c’è una condanna dell’abusante, alla vittima non vengono date informazioni sul caso, nemmeno il nome dell’accusato quando non lo ricorda, ma è stato identificato dalla Chiesa». Le accuse formulate dal quotidiano spagnolo sembrano alquanto gravi e ovviamente andrà ristabilito in ogni singola denuncia quale sia stato il ruolo di accompagnamento e assistenza che la singola Diocesi ha riservato, evitando processi mediatici da un lato ma scongiurando il “silenzio” calato su accuse e fatti gravi.

    «Spesso la risposta è quella di trattare la denuncia di abuso solo come una questione legale, senza prevedere ascolto e aiuto. In molti luoghi, la prima reazione alla vittima non è di accoglienza, ma di diffidenza e di interrogazione. Nelle piccole città, a volte è accompagnata dal rifiuto sociale dell’informatore», denuncia ancora “El Pais” ad un anno dall’inizio del dossier pedofilia. Viene citato il caso di un ragazzo – nome fittizio Roberto – che racconta l’inquietante interrogatorio ricevuto, così pare, dai vertici della diocesi di Orihuela-Alicante: «Mi è stato detto che le mie dichiarazioni erano contraddittorie. Ero molto nervoso per tutto quello che stava succedendo. Mi sono sentito come un terrorista».

    Al momento solo quattro diocesi hanno risposto attivamente alle richieste di “El Pais” di far luce sui circa 500 casi di abusi: Tarragona, Cartagena, Bilbao e Madrid. Di queste però, solo la Diocesi della Capitale di Spagna ha fornito descrizione precisa dello stato di ogni processo, insieme ai nomi degli imputati e alle loro destinazioni. Per quanto riguarda gli ordini ecclesiali contattati, solo 8 hanno deciso di riferire sui presunti casi interni, gli altri 34 invece non hanno risposto a “El Pais”. «Se ne lavano le mani», accusano diversi denunzianti e pure associazioni in difesa delle vittime mettendo nel mirino la Chiesa e alcuni ordini (Gesuiti compresi). La piaga è ampia e come ha ribadito di recente Papa Francesco, «È il momento della vergogna per la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere al centro delle sue preoccupazioni le vittime».

    Lo scorso febbraio 2022, il presidente della CEE Card. Omella ha avviato un’inchiesta legale indipendente, della durata di un anno sulle denunce di violenze ai danni di minori: «La Conferenza episcopale vuole fare un passo avanti nel suo dovere di trasparenza, aiuto e riparazione alle vittime e collaborare con le autorità sui casi di abusi sessuali che pesano sulla Chiesa spagnola. Non prima di aver chiesto pubblico perdono a coloro che tanto dolore hanno sofferto e soffrono».

    Pedofilia Spagna, ElPais: “silenzio Chiesa su 500 casi”/ “Solo 13% Diocesi collabora”

  • Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Federica Tourn, Editoriale DOMANI – È una limpida mattina romana di metà febbraio quando monsignor John Anthony Abruzzese, originario di Boston e canonico della Basilica papale di Santa Maria Maggiore all’Esquilino, viene convocato nell’ufficio del Commissario straordinario della Basilica, monsignor Rolandas Makrickas. Ad attenderlo trova l’arciprete della Basilica, il cardinale Stanisław Ryłko, e il suo vicario, l’arcivescovo Piero Marini, che gli consegnano una lettera da parte del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede Edgar Peña Parra. Le notizie non sono buone: Abruzzese è appena stato licenziato sui due piedi e deve tornarsene a casa, in Massachusetts. Il motivo non viene esplicitato, ma la lettera lascia intendere che la causa sia da ricercare nel fatto che Abruzzese, all’interno della basilica vaticana, divide l’alloggio con un ragazzo appena maggiorenne. Questo ragazzo, chiamiamolo Roberto, non è però un ventenne qualunque ma ha alle spalle una storia agghiacciante di pedofilia: è stato infatti abusato per nove anni da un prete e soltanto da poco si è deciso a denunciare.

    Comincia così una vicenda che, come una matrioska, ne contiene un’altra e dal Vaticano arriva fino a Francofonte, in provincia di Siracusa. Un’ordinaria storia di brutalità ecclesiastica, in cui eminenti personalità ecclesiastiche si premurano di allontare un sacerdote perché ospita un ragazzo, soltanto quando questi si decide a rivelare al suo vescovo la violenza subìta. Senza preoccuparsi quindi della vittima né di fermare i suoi potenziali abusatori, ma facendo attenzione a non venire coinvolte in scandali di pedofilia: in Vaticano, poi, dove dopo quarant’anni ancora brucia il mistero di Emanuela Orlandi.

    Ma andiamo con ordine. La lettera di licenziamento che monsignor Abruzzese riceve nell’ufficio del Commissario risale al 7 febbraio scorso ed è firmata personalmente da monsignor Peña Parra, il vescovo venezuelano che nel 2018 ha rimpiazzato il cardinale Giovanni Angelo Becciu nella carica di Sostituto alla Segreteria di Stato. Il provvedimento è preso in forza dell’articolo 11 dello Statuto di Santa Maria Maggiore, che prescrive dopo tre ammonizioni scritte l’allontanamento dalla Basilica del canonico «che conduca uno stile di vita che non corrisponde alla dignità e alla disciplina del capitolo». Dopo i ripetuti e disattesi richiami dell’arciprete della Basilica «anche in presenza di testimoni», si legge nella lettera, il sostituto si vede costretto a destituire Abruzzese e contestualmente gli ricorda che «non potrà più godere del titolo e dei benefici annessi al canonicato». Abruzzese è quindi invitato a fare prontamente ritorno alla sua diocesi di appartenenza, cioè a Boston. Per assicurarsi che sia ben chiaro, Peña Parra aggiunge che l’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean Patrick ‘O Malley, è già stato avvertito.

    Abruzzese non ci sta e il 21 febbraio si appella al papa contro questa decisione, da cui si definisce «gravemente offeso e ingiustamente giudicato e permanentemente penalizzato». In questo ricorso inviato al pontefice ricostruisce le tappe della vicenda e contesta il fatto che gli siano stati rivolti i menzionati «ripetuti e disattesi richiami». «Questo è di fatto falso e manca di documentazione», scrive Abruzzese al papa, e aggiunge che nella lettera di monsignor Peña Parra non viene specificato il motivo della «terribile decisione». L’unico richiamo che Abruzzese dichiara («sotto giuramento») di aver ricevuto risale ad alcuni mesi prima quando, in presenza dell’arciprete della Basilica e dell’arcivescovo Marini, gli è stato chiesto di congedare Roberto, «ma senza ammonimento canonico». Richiesta a cui Abruzzese sostiene di aver ottemperato già dall’11 gennaio. Quindi, protesta il sacerdote americano, sulla questione del ragazzo si sarebbe tenuto soltanto un incontro nell’ufficio del cardinale Ryłko e non gli sarebbero invece mai pervenute le tre ammonizioni canoniche prescritte dallo Statuto; allo stesso modo, non avrebbe ricevuto nessuna documentazione sulle accuse che hanno portato al suo licenziamento. Inoltre, la lettera di Peña Parra del 7 febbraio non solo non precisa quando e come gli sono stati dati questi avvertimenti, ma non indica nemmeno in che modo lui, Abruzzese, possa esercitare il diritto all’autodifesa. «Questo atto penale vìola anche il mio diritto al buon nome», protesta il sacerdote, chiedendo al papa che cancelli la pena che gli è stata inflitta.

    Nemmeno Abruzzese, che oggi ha 74 anni, è un sacerdote qualunque: da bambino infatti è stato chierichetto di “Johnny l’Allegro”, come veniva chiamato padre John Gheogan, il prete pedofilo condannato nel 2002 per violenza su minori e ucciso l’anno seguente in carcere. Gheogan, abusatore seriale a cui sono state attribuite 130 vittime in trent’anni di sacerdozio, ha fatto da detonatore al primo grande scandalo sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, portato all’attenzione internazionale dall’inchiesta del Boston Globe, da cui è stato tratto il film Spotlight. Il cardinale  Bernard Francis Law, all’epoca arcivescovo di Boston, aveva sempre taciuto, limitandosi a spostare di parrocchia in parrocchia lo scomodo padre John e altri preti pedofili. Ed ecco un altro pezzo della matrioska: per una curiosa coincidenza, lo stesso cardinale Law, ben lungi dall’essere ripudiato dalla Chiesa, nel 2004 è nominato arciprete di Santa Maria Maggiore (che, in quanto territorio vaticano, gode di extraterritorialità e lo protegge anche da scomodi procedimenti giudiziari), dove viene poi sepolto alla sua morte nel 2017. La stessa Basilica dove, qualche anno dopo, convivono l’ex chierichetto di Boston Abruzzese e Roberto – guarda caso, un’altra vittima di pedofilia.

    Che sia questa convivenza il motivo dell’allontanamento dalla Basilica, Abruzzese lo dà per scontato e, nel suo accorato appello al papa, precisa che Roberto gli è stato raccomandato come possibile assistente, «24 ore su 24, 7 giorni su 7», da monsignor Vittorio Formenti, canonico adiutore della Basilica. Formenti, per anni a capo dell’ufficio statistica della Santa Sede e officiale emerito della Segreteria di Stato nella Città del Vaticano, è già noto alle cronache: il suo nome è emerso nell’ambito delle indagini della magistratura su Alessandro Raineri, un faccendiere bresciano, arrestato nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione degli appalti lombardi per Expo 2015, in cui erano coinvolte anche le ‘ndrine calabresi. Raineri vantava fra l’altro anche conoscenze all’interno dello Stato Pontificio dove, secondo le carte, poteva contare sull’amicizia proprio dell’influente direttore dell’ufficio centrale di Statistica d’oltretevere.

    È proprio Formenti a fare da tramite fra il ragazzo siciliano e i canonici di Santa Maria Maggiore: in un primo momento gli propone di fare il badante di monsignor Emilio Silvestrini, 87 anni, ex segretario della Pontificia Accademia per la vita e anche lui canonico della  Basilica, ma l’anziano sacerdote è malato di Alzheimer e il ragazzo dopo sei giorni rinuncia all’incarico. A quel punto, monsignor Formenti chiede ad Abruzzese di dare ospitalità al ragazzo. Abruzzese accetta di accoglierlo, con «un atto di concreta carità», sottolinea, pensando che può essergli d’aiuto con le pulizie dell’appartamento. E aggiunge, con una frecciata: «poiché altri laici furono ospitati nella Basilica con canonici, non ci pensai». Non ha pensato, cioè, che ci potesse esserci qualcosa di male nell’ospitare un ragazzo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

    Due giorni dopo l’invio del ricorso al papa, parte un’altra lettera, questa volta indirizzata oltreoceano  al cardinale ‘O Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Il mittente è monsignor Valentino Miserachs Grau, decano di Santa Maria Maggiore, che si premura di scrivere a nome suo e di altri canonici una nota in cui manifesta «sentimenti di sincera stima e affetto» nei confronti del confratello. «Monsignor John, sacerdote buono e generoso – si legge nella lettera – sta vivendo momenti particolarmente difficoltosi a causa di scelte volte ad aiutare spiritualmente ed economicamente persone in difficoltà, scelte che possono provocare qualche fraintendimento in chi non lo conosce».

    Nessun dubbio sui fraintendimenti a cui fa riferimento il decano, considerata la situazione di convivenza non supportata da particolari esigenze di assistenza al sacerdote americano, e aggravata dalla storia di abusi del ragazzo.

    Il 30 marzo Peña Parra manda un’altra riservata personale ad Abruzzese, in cui lo informa che il papa il 14 marzo ha rigettato il suo ricorso e ha confermato la decisione di rispedire il sacerdote alla diocesi di appartenenza. Il Sostituto lo sollecita quindi a conformarsi alla decisione del pontefice senza ulteriori indugi. Cosa che evidentemente il reverendo non fa, se il 26 aprile il vice commissario della Gendarmeria dei servizi di sicurezza del Governatorato della Città del Vaticano gli notifica un provvedimento di «divieto di accesso su tutto il territorio dello Stato della Città del Vaticano, disposto nei suoi confronti dalle Superiori autorità della Santa Sede» con lettera del giorno precedente. La polizia vaticana, quindi, va a prelevare fin dentro la Basilica il monsignore per espellerlo, non solo dalla chiesa, ma addirittura dallo Stato vaticano.

    Qui si perdono le tracce del monsignore: forse è effettivamente tornato negli Stati Uniti, come intimatogli dal papa. Il ragazzo invece, pietra dello scandalo, è stato abbandonato con noncuranza dalla Chiesa al suo destino di vittima.

    Una storia particolarmente tragica la sua, perché segnata da abusi ripetuti, iniziati quando era ancora molto piccolo. Roberto è infatti un bambino di appena nove anni quando suo padre muore per una grave malattia; la madre se ne è andata di casa un anno prima e ha lasciato Francofonte, dove abitano, per il nord. Alla morte del padre, Roberto e il fratello minore restano da soli con la nonna, seguiti dai servizi sociali. Don Giuseppe (nome di fantasia) è cappellano militare e, anche se non fa parte della diocesi perché è un prete dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, una sede della Chiesa bizantina cattolica in Italia soggetta alla Santa Sede, di fatto vive anche lui a Francofonte, suo paese natale. Roberto fa il chierichetto nella Chiesa madre del paese, dove ogni tanto tiene messa il cappellano. Don Giuseppe, adocchiato il ragazzino vulnerabile, ne conquista presto la fiducia e lo invita a casa sua. Qui, dopo avergli promesso che si occuperà di lui e gli darà i soldi di cui ha bisogno, prima costringe Roberto ad avere un rapporto orale e poi lo congeda con 25 euro. Pochi giorni dopo il prete porta il bambino nella sua casa di campagna, dove ha una grande piscina, ed è proprio lì che lo stupra per la prima volta.

    Le violenze vanno avanti per nove anni, fino alla maggiore età di Roberto. Abusi, manipolazione, stalking: il ragazzo dichiara di aver vissuto sotto il controllo totale di questo prete, in uno stato di soggezione fisico e mentale che lo ha più volte portato in ospedale in preda a crisi di ansia o in seguito a tentativi di suicidio. Il 22 marzo 2021 Roberto finalmente si rivolge alla giustizia ecclesiastica, e il giorno successivo a quella civile, ma ad oggi non si sa nulla nè dell’indagine previa, avviata da monsignor Lomanto, nè dell’inchiesta della squadra mobile della questura di Siracusa. Roberto, esasperato, dopo la denuncia chiede più volte al vescovo di intervenire nei confronti di questo sacerdote, che continua a dire messa e a frequentare le attività parrocchiali anche con i bambini, ma senza risultato. Soltanto lo scorso 16 novembre, quando Roberto decide di parlare con la stampa, monsignor Lomanto comunica in una nota ufficiale che don Giuseppe, «residente nella diocesi di Siracusa senza alcun incarico», il 31 ottobre è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero dal vescovo di Piana degli Albanesi, Giorgio Demetrio Gallaro. Intanto, con un notevole tempismo, nella diocesi di Siracusa il 22 novembre viene inaugurato il Servizio per la tutela dei minori. Interpellati da Domani sul caso di Roberto, monsignor Gallaro non ha risposto e il vescovo di Siracusa ha preferito non aggiungere altro.

    La vicenda di Roberto, così come la si apprende dalle sue parole, ha dell’incredibile. Quella prima estate del 2010, il bambino ritorna quasi tutti i giorni nella villa di don Giuseppe, incantato dal lusso e dalle promesse del sacerdote. Si ferma anche a dormire tre o quattro volte a settimana: «mi copriva di regali e trascorrevo le notti in sua compagnia dormendo nello stesso letto con lui», scrive Roberto nella memoria che consegna al vescovo al momento della denuncia. Quando Roberto manifesta il desiderio di farsi prete, don Giuseppe prova senza successo a farlo ammettere nel Preseminario minore di Roma, per poi trovargli nel 2012 un posto dai padri Rogazionisti di Messina, dove il ragazzo comincia a soffrire di crisi d’ansia e attacchi di panico, che lo portano per la prima volta a essere ricoverato in ospedale. Nel 2015 fa con il prete «un lungo tour turistico per le coste siciliane, vivendo praticamente con lui giorno e notte». Il sacerdote gli fa anche scaricare Grinder, una app per incontri gay, e lo usa come esca per contattare altri uomini.

    Nel 2016 il cappellano comincia a frequentare anche un altro ragazzo e di lì a poco Roberto si trasferisce a Milano. Don Giuseppe però lo raggiunge anche qui e gli chiede di fargli conoscere i suoi amici, ovviamente a scopo sessuale. Roberto si sente male e viene ricoverato in psichiatria al San Raffaele di Milano; una volta dimesso torna a Francofonte, dove rientra nell’orbita del prete. Don Giuseppe da un lato lo umilia dicendogli che è «un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente», dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: «il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione», esplicita Roberto.

    Nel 2019 Roberto – sempre grazie a una segnalazione di don Giuseppe – entra nella comunità dei padri domenicani di Messina, dove però viene allontanato quasi subito: il Superiore della congregazione, infatti, viene informato da una telefonata che il ragazzo ha una relazione con un prete della città e quindi è indegno di portare l’abito domenicano. Una menzogna, dice Roberto, anche questa da attribuire a don Giuseppe, che lo «dipinge al peggio con cose che solo lui poteva sapere», come scrive nella memoria al vescovo. Lasciata Messina, Roberto viene ospitato per una settimana dai domenicani di Catania, che si rivolgono proprio a don Giuseppe per vedere se è disposto ad aiutare il ragazzo. Il prete si rifiuta, salvo poi farsi vivo durante il lockdown e chiedere al ragazzo prestazioni sessuali via cellulare in cambio di denaro; un tira e molla che si interrompe soltanto quando Roberto, a marzo 2021, prende la decisione di denunciare nove anni di abuso.

    Ed è qui, nel 2021 che ritroviamo Roberto, raccomandato da Formenti, insieme a monsignor Abruzzese nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Molte domande restano in sospeso: come faceva monsignor Formenti a conoscere Roberto? Se lo conosceva al punto da presentarlo addirittura a due monsignori, è plausibile che non sapesse nulla del suo passato di abusi?

    Nella seconda metà degli anni ’80, Formenti era membro del Consiglio Pastorale Militare Nazionale dell’Ordinariato militare, da cui dipendono i cappellani militari, quindi anche il sacerdote sotto inchiesta. È possibile quindi che sia stato proprio il prete siciliano a raccomandare a Formenti il suo “protetto” per sistemarlo, come aveva fatto in precedenza in occasioni analoghe. È un fatto che il ragazzo diventa presto motivo di imbarazzo, tanto che Abruzzese viene invitato dai suoi superiori a congedarlo. Che cosa è successo? A marzo 2021 Roberto denuncia il suo abusatore e il vescovo, come è suo dovere, ha senz’altro avvertito l’ente vaticano competente in materia di abusi su minori, il Dicastero per la dottrina della fede. A quel punto, l’evidente normalità di una convivenza oltre le mura di San Pietro (sottolineata dallo stesso Abruzzese, che infatti al papa scrive che «non ci ha pensato» perché altri intorno a lui fanno lo stesso) diventa un peccato intollerabile da rimuovere al più presto, prima che scoppi lo scandalo. Il fatto che di mezzo ci sia un ragazzo abusato sin da bambino, che avrebbe  bisogno di supporto, oltre che di verità e giustizia, sembra non preoccupare nessuno.

    Al momento di monsignor Abruzzese non si sa più nulla, il suo nome prontamente cancellato dal capitolo dei canonici della Basilica di Santa Maria Maggiore; né si conosce l’esito del procedimento ecclesiastico sul cappellano militare, oggi in pensione. In Vaticano tutto è tornato alla normalità, come se nulla fosse successo.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofilia-nella-chiesa-il-caso-spotlight-continua-a-roma-ventanni-dopo-syshqsjm

  • Video-intervista al cacciatore di pedofili, molestato da bambino

    Video-intervista al cacciatore di pedofili, molestato da bambino

    Proprio qualche giorno fa avevamo parlato del report, appena pubblicato, che raccoglie tutti i casi di pedofilia all’interno della chiesa negli ultimi due anni.

    I casi segnalati, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 89 persone, di cui 61 nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”.

    Preti pedofili, preti condannati, preti in attesa di giudizio o preti scampati al giudizio. Tutti i casi sono stati raccolti dall’associazione “Rete l’Abuso“.

    Parliamo di un ente nato nel 2010 dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili, le quali, in occasione di un incontro internazionale a Roma, si rendono conto delle incredibili analogie tra i loro casi, tutti casi in cui l’abusatore è un sacerdote.

    Proprio lì avevamo individuato due casi relativi al nostro territorio: a Venaria e a Lombardore, dove due parroci, negli anni scorsi, sono stati condannati per abusi su minori.

    A capo dell’associazione c’è Francesco Zanardi, 52 anni e fondatore dell’associazione. Anche lui vittima di un prete pedofilo, tutto cominciò nel 1981 quando un prete della parrocchia Santissima Annunziata di Spotorno gli mise le mani addosso per la prima volta. “Avevo 11 anni, – ha raccontato in molte interviste – quasi 16 quando smise di toccarmi. Ma dovettero passarne altri 14 per capire quanto male mi aveva fatto”. 

    Francesco raccontaci chi sei, cos’è l’associazione, quando è nata?

    Ho 52 anni e sono un sopravvissuto ad un abuso. La nostra è un’associazione di sopravvissuti che nel 2010 a Roma si sono incontrati senza conoscersi, a Roma. Andavamo tutti a vedere una manifestazione in Vaticano di sopravvissuti agli abusi che arrivavano dagli Stati Uniti. 

    L’idea era di andare a vedere le vittime dei preti, un po’ dissociandoci dal fatto che anche noi lo eravamo. Da lì è iniziato un gruppo di “auto aiuto”. Abbiamo scoperto che eravamo prescritti, quello che avevamo subito non era percorribile dalla giustizia. Rimaneva sulla nostra pelle ma non c’era una porta da aprire per poter chiedere giustizia. C’è stata rabbia. Poi però ci è voluto poco per capire che le caratteristiche del pedofilo sono quelle delle recidività. Siamo quindi andati dove c’erano i preti che avevano abusato di noi e lì abbiamo trovato le vittime. Il mio prete è stato condannato non per i reati che ho subito io ma per quelli fatti ad altri ragazzini. Così è nata la voglia di capire, studiare strategie, diventare utili nel contesto sociale. 

    Però ci sono state difficoltà…

    Generalmente nei reati normali uno va alla polizia e denuncia i fatti, qui le cose vanno diversamente. Quando denunci i fatti su un prete la polizia manda alla Procura il fascicolo e per il protocollo addizionale dei Patti Laternanesi la Procura è tenuta ad avvisare il Vescovo che c’è una denuncia su quel sacerdote. In pratica vai a dire al Vescovo “coprilo”, vai a dire all’imputato è indagato. I Patti, poi, prevedono anche che i Vescovi possano anche non rispondere anche al Pubblico Ministero. Ci sono lacune ma si possono aggirare, l’associazione, per esempio, prima faceva le denunce. Ora le facciamo ancora ma prima procediamo con le “indagini”: audio, video, quando andiamo a fare denuncia c’è già materiale probatorio. Se il Vescovo o chi per esso cerca di fuorviare le indagini non può farlo.

    Prima mi hai detto che i reati che avevi subito erano prescritti quando ne hai preso coscienza. Ecco, quando ti sei accorto di quello che avevi subito? Quando hai capito che non doveva succedere?

    Te ne accorgi subito, è evidente. L’abuso sessuale di un minore, però, non è doloroso, il trauma non è nell’abuso sessuale. L’abuso sessuale va a devastare la psiche del minore, in quei momenti è devastante. Faccio un esempio: quando eri adolescente avevi delle musiche che ti caratterizzavano, la tua psiche si è formata con la musica e l’affettività, questa ha come sfera principale la sessualità. Distruggere quella sfera ad un bambino è devastante, crea nella sfere intorno alla sessualità un’azione distruttiva. 

    Questo è un danno che non riconosci subito, io l’ho riconosciuto a 40 anni, dopo un passato di tossicodipendenza, altri di alcolismo, altri al secondo o terzo tentativo sono riusciti ad ammazzarsi. Lo stupro lo riconosci ma non riconosci il danno. Non è piacevole, non ne esci con un braccio rotto. Finito l’atto resta lì, un bambino non sa che fare.

    Sul nostro territorio abbiamo due casi, a Venaria e Lombardore, di preti condannati per abusi… Spulciando i siti della diocesi, però, questi preti risultano ancora presenti. Come mai? Non vengono cacciati?

    La condanna che dà la chiesa è al massimo 5 anni di sospensione, mica vanno in carcere. Chi viene giudicato dalla chiesa ha una condanna molto blanda. Magari vanno in uno dei 23 centri di cura per i preti pedofili presenti nella penisola. Per le vittime, invece, ce ne sono zero.

    Quindi restano al loro posto?

    Vediamo il caso di Don Mauro Galli: la chiesa l’ha assolto. Don Luciano Massaferro, per esempio, è stato condannato a 6 anni e 8 mesi, se li è fatti, è uscito e gli stessi parrocchiani della diocesi di Albenga se lo sono ripreso. Noi l’abbiamo saputo causalmente da un parrocchiano che ce l’ha segnalato indignato. C’è il caso di Milano, dei fratelli Lucchini, denunciati uno per abuso di minore e uno per stupro di una donna. Quando abbiamo annunciato che uno dei due era stato condannato a 5 anni di sospensione ci hanno scritto che era ancora in Parrocchia insieme al fratello. E poi c’è il caso di don Silverio Mura…

    Raccontacelo

    Don Silverio Mura era a Napoli, l’abbiamo perso per 8 anni e poi è ricomparso a Montù Beccaria e si chiamava don Saverio Aversano.

    Cambiano anche nome…

    Si si, da Napoli gli rimbustavano la posta e la spedivano sotto falso nome, sfiora il ridicolo questa cosa.

    Quando ci siamo parlati prima dell’intervista mi hai detto che in Italia c’è un problema culturale, che l’opinione pubblica è indifferente rispetto a questo problema…

    Per punire i preti pedofili servirebbe un cambio legislativo, questo, però, richiederebbe una partecipazione delle persone e qui non c’è. In Italia non c’è, in molti altri paesi i cattolici sono scesi in piazza per chiedere pulizia, chiarezza. In Italia c’è uno stallo totale, anzi, la gente porta i figli in chiesa e quando succede qualcosa sono gli stessi parrocchiani che attaccano la vittima e non il prete. Il problema non è tanto di omertà ma culturale che va molto oltre. Si arriva il punto che non ci cerca di tutelare neanche il proprio figlio. Io non sono padre ma sarebbe difficile stare lì a guardare.

    Qualche giorno fa la Chiesa ha pubblicato un report sugli abusi, voi l’avete criticato ma lì ci sono comunque numeri importanti, giusto? 

    Si, parliamo di 89 casi in due anni di lockdown, sono tantini. Teniamo conto che non c’era neanche l’accesso agli sportelli diocesani, proprio per il lockdown. Tuttavia, il report di due anni fa sorridere, e le vittime precedenti? I numeri, comunque, sono elevati per essere solo di due anni. C’è un tema che riguarda anche il certificato anti pedofilia…

    Cioè?

    In Italia è stato introdotto però ha lasciato fuori una categoria: il volontariato, quella più a rischio, ma casualmente è quella alla quale appartiene il clero. Se io fossi un pedofilo e mi dicono che non posso più adescare nelle scuole ma posso andare nel volontariato ci vado. La pulsione mi porta lì. Forse è più adeguato andare in un ambiente di chiesa, vista l’omertà che c’è e il terrore dello scandalo. Se un pedofilo fa qualcosa di sbagliato in parrocchia al massimo viene mandato via. Non scatta quasi mai la denuncia.

    Il problema della pedofilia è più ampio nella chiesa che fuori? C’è una questione legata al ruolo, alla privazione del sesso?

    È un problema di formazione interno alla chiesa. Il problema del terrore del sesso, della sessuofobia radicata nella chiesa porta queste cose. Quando uno si trova la porta chiusa da una parte poi, in qualche modo, lo esterna. Secondo me il problema parte da lì, con un trauma, ne ho parlato con diversi psicologi. Parlando anche con preti pedofili mi sono fatto l’idea che questa privazione della sessualità crei grossi problemi

    Cioè?

    I ragazzini entravano in seminario a 10-11 anni, nel periodo dello sviluppo, quando i maschi si svegliano eiaculati alla mattina. Questa cosa veniva punita, questi maschi venivano mandati a pregare. Tutto ciò, in un bambino che sta maturando la sessualità, è altamente traumatico, sta cambiando il corpo e questo viene vissuto come un trauma. Tanti hanno avuto un blocco sessuale e la pedofilia spesso si sviluppa in età più avanzata quando queste persone, a 25 anni, si trovano a sviluppare la sessualità ma non sono capaci ad averla con persone della propria età. Questo spinge a tornare indietro, è un meccanismo psicologico, sei diventato grande ma torni dove ti sei fermato.

    E i numeri cosa dicono?

    Tra i laici abbiamo percentuali di pedofili del 1-2%, tra i preti siamo tra 6-7-8%, con un potenziale enorme, perché i preti stanno molto a contatto con i bambini. Poi c’è da dire un’altra cosa: il fatto di avere una sorta di protezione non spegne questo fenomeno, i preti vengono semplicemente spostati quando abusano di un minore. In Francia ci sono stati 216 mila vittime su 3 mila preti, in 70 anni. Vuol dire che ogni sacerdote francese, che è entrato in quell’indagine, ha stuprato in media a testa 72 bambini. È vero che c’è la pedofilia anche nelle famiglie ma io non ho mai visto un padre di famiglia riuscire a stuprare un numero così alto dei bambini.

    Tu credi in Dio?

    Non sono credente, al di là di questo non combatto questa battaglia per questo. Nel 2010 mi sono reso conto che questa battaglia era più difficile da combattere qui. Noi della Rete l’Abuso, prima di aprire un’associazione, ci siamo chiesti se ci fossero altre realtà in Italia. Qualcuno ha trovato enti ma quando hanno spiegato che erano stati abusati da preti si sono trovati la porta chiusa. Questo ha stimolato noi 8 a cercare una via di fuga. È nata l’associazione, tanti si sono uniti, siamo 2 mila sopravvissuti, siamo pochi perché chi denuncia, dicono le statistiche, è circa un 10% delle vittime.

    La politica se ne frega?

    Quanti politici avete visto appoggiare la questione? 

    Nessuno. Quindi cosa servirebbe?

    Dividiamo le cose: che la chiesa debba fare i suoi procedimenti è una cosa. Ma la chiesa dà solo sospensioni, mal che vada ti cacciano. Ma è un procedimento interno, qui manca tutta la parte della giustizia: il processo, l’imputato, il risarcimento e il riconoscimento dell’essere vittima. I tribunali canonici non sono paragonabili ai normali tribunali. Lì l’oggetto è Dio, è “Non commettere atti impuri”, non la parte lesa. Noi ci aspettiamo la giustizia per la vittima ma la vittima è quella che insieme al prete ha violato il sesto comandamento. L’ottica non è mica quella del reato sulla persona.

    Il tema è il peccato..

    Si, che li chiamino tribunali penali è un conto, li chiamino come vogliono, ma è sempre la Santa Inquisizione, alla fine quella è rimasta. Si sente parlare di tribunali della chiesa ma non sono come i nostri. Bisognerebbe andare a vedere cosa fanno quei tribunali, i tribunali della chiesa non agiscono in difesa della vittima. Anche nel report dell’altro giorno non c’è nulla per le vittime, tranne che il percorso spirituale e qualche assistenza psicologica. 

    Tutte cose inutili…

    Nel caso delle vittime dei preti l’omertà copre lo scandalo e copre anche la vittima. Io ho maturato il mio trauma a 40 anni, cosa faccio? Vado in analisi a 40 anni? Dopo che ho trovato il mio equilibrio? Un conto è prendere un ragazzino a 12 anni e riparare a quel trauma. Una persona che è arrivata a 40 anni cosa gli fai?

    Nella presentazione dei dati ho del report sugli abusi, ho sentito che si diceva anche che alla fine la pedofilia è un reato recente..

    In conferenza stampa hanno anche detto che sono 20 anni che la chiesa fa, che stanno iniziando a capire che forse c’è qualche sbaglio, davvero? Io penso che qui il criminale non sia tanto la chiesa ma chi glielo lascia fare: Stato e tutto il silenzio che c’è intorno.  

    https://www.giornalelavoce.it/video/attualita/526866/molestato-a-11-anni-da-un-prete-oggi-da-la-caccia-ai-pedofili-nella-chiesa.html

  • Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    PALERMO – “A te Signore la gloria, a noi la vergogna. Questo è il momento della vergogna”. Le parole sono di Papa Francesco. E sono state dette ormai oltre un anno fa all’indomani della pubblicazione, da parte di una commissione indipendente, del report sulla pedofilia nella Chiesa francese dal dopoguerra ai giorni nostri. È il momento della vergogna per “la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere al centro delle sue preoccupazioni le vittime”.

    È un momento storico: la più alta carica della Chiesa ammette che la pedofilia, nel clero, è un problema strutturale e non di certo frutto di qualche mela marcia, come era stato definito in passato dai suoi predecessori. Un momento che è stato possibile solo grazie al lavoro certosino delle commissioni che hanno guidato i lavori per i dossier sugli abusi sessuali perpetrati dal clero ai danni dei minori in Germania, Francia, Portogallo, Australia.

    E l’Italia? Il luogo da cui parte la “vergogna” di Papa Francesco non ha al momento un dossier, non ha dati ufficiali che fotografino la diffusione della pedofilia nel clero. Ma si sta sbracciando, tra critiche, perplessità e zone d’ombra, per pubblicarlo. La data è già stata fissata: il 18 novembre la Cei emanerà due indagini interne effettuate dalle diocesi italiane. Uno dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni), l’altro dovrebbe contenere le segnalazioni fatte alle diocesi negli ultimi venti anni. “Raccontare la verità – dichiara al QdS Don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter – fa sempre bene. Anche se raccontarla comporta molte fatiche”. Il Quotidiano di Sicilia ha deciso di caricarsi di questa fatica e raccontare, per quanto possibile, la verità sugli abusi all’interno della Chiesa.

    I numeri nazionali

    Gli unici dati al momento disponibili e in grado di fotografare il fenomeno nelle diocesi italiane sono quelli dell’associazione “La rete l’abuso”, fondata e composta dai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. Quest’associazione ha creato un database con tutti i nomi di sacerdoti condannati in via definitiva, reo confessi o imputati dal 2000 ad oggi. Una mole di dati impressionante che mettono insieme articoli di cronaca, denunce e provvedimenti giudiziari. Secondo questo database, sarebbero 343 i sacerdoti coinvolti in indagini di pedofilia. Nello specifico: 178 quelli attualmente accusati e 165 quelli condannati in via definitiva o reo confessi. A questi numeri vanno aggiunte le nuove segnalazioni fatte in maniera anonima: 218.

    Ma, considerando solamente i preti indagati, condannati o reo confessi, quante sarebbero le vittime? Secondo una stima effettuata da La rete l’abuso sulla base degli studi del sociologo Andrew M. Greeley e dello psicoterapeuta e psichiatra Richard Sipe sarebbero 1.002.960. Dietro a questo dato ci sono oltre un milione di storie di abuso, di “omicidio psicologico”, di sofferenza e, spesso di insabbiamento. Numeri che, purtroppo, come ci confermano Don Fortunato di Noto e padre Hans Zollner (il massimo esperto di abusi sessuali nella Chiesa Cattolica), sono da rivedere al rialzo. “Alcuni esperti – si legge sul sito di La rete l’abuso – ritengono che solo il 10% delle vittime si faccia avanti”.

    La pedofilia nella chiesa siciliana

    Più dell’8% dei casi fino ad ora visti avvengono in Sicilia. Nell’Isola i preti condannati in via definitiva, reo confessi o per il momento in attesa di giudizio sono 28. Potrebbero sembrare pochi confrontati con i casi a livello nazionale o confrontati con il totale dei sacerdoti in Sicilia (circa 3.195 sparsi nelle 18 diocesi). Ma in realtà non è così, perché dietro quei 28 sacerdoti che hanno abusato di minori (alcuni sicuramente, altri probabilmente in quanto in attesa di sentenza) ci sono diverse storie di abuso. Secondo il report redatto dalla commissione indipendente in Francia, l’unico al mondo che ha individuato una stima basta su modelli scientifici e sociologici certificati dall’Oms, ogni sacerdote pedofilo, in media, violenta 72 minori. Seguendo queste statistiche sarebbero 2.016 quelli abusati nelle diocesi siciliane.

    “La Sicilia, sulla base della popolazione, proporzionalmente è una delle Regioni con più casi – dichiara Francesco Zanardi, sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete e fondatore dell’associazione Rete L’abuso – 28 sono tanti casi e ne mancano un sacco di altri. Il potenziale vittime è piuttosto attendibile. La Chiesa dice che la pedofilia c’è anche nella società civile, ed è verissimo. Ma tu hai mai visto un padre di famiglia che ha stuprato 72 bambini diversi non si sa quante volte? Io mai e faccio questo lavoro da una vita”.

    La punta dell’iceberg

    Analizzando il report francese si scopre che su 22mila sacerdoti d’oltralpe tremila sono pedofili: circa il 13%. Un numero enorme che non corrisponde con l’attuale numero italiano di preti indagati o condannati per aver abusato di minori. Sono le diocesi italiane a essere più virtuose rispetto a quelle francesi o la cultura dell’omertà, dell’insabbiamento e dell’intoccabilità della Chiesa in Italia predomina?

    “L’omertà è evidente – spiega al Quotidiano di Sicilia Don Fortunato di Noto -. La paura c’è sempre ed è emergente. Da questo ne deriva la fatica a denunciare. C’è un problema di fondo: l’abuso non lo si vuole raccontare, è ancora riservato nell’ambito dell’omertà, della paura e del silenzio. Da un punto di vista prettamente ecclesiale, gli abusatori vengono individuati solo se c’è qualcuno che denuncia, non si può procedere per chiacchere. Qualcuno deve venire al centro di ascolto, denunciare i fatti, si verbalizza, si avvia l’indagine previa da un punto di vista canonico e si invitano le vittime ad andare a denunciare alla procura della repubblica. Questo se parliamo dei chierici. Se qualcuno non denuncia forse dobbiamo ancora aiutare le persone a segnalare e denunciare. Alcuni dei preti siciliani che si è scoperto essere pedofili li conosco e già non sono più preti perché sono stati affrontati i problemi. C’è stata la denuncia, la vittima è stata aiutata e accompagnata, il sacerdote è stato dimesso dallo stato clericale”.

    Secondo il sito della Cei il totale dei sacerdoti è di 38.305 unità. La rete l’abuso ha condotto una ricerca basandosi sulle percentuali venute fuori dai vari report (in Australia si parla del 7%, il Papa del 2%, l’inchiesta Spotlight che ha ispirato l’omonimo film del 6%) e le ha rapportate alla popolazione cattolica e al numero totale di sacerdoti in Italia. L’associazione ha dunque stimato come i casi impuniti potrebbero attestarsi intorno ai 511. Ancora una volta preme sottolineare come questi non siano solo numeri, ma storie terribili che segnano in modo indelebile la vita di chi le ha subite.

    I soldi delle donazioni per comprare i silenzi?

    Francesco Zanardi ha una storia di abusi da parte di un prete alle spalle. Quella stessa storia che l’ha portato a mettersi al servizio di tutti i minori, di tutte le famiglie che in Italia vivono quest’incubo. Fornendo anche servizi legali e di assistenza psicologica alle vittime oltre che “tracciare” la pedofilia in Italia.
    “Con l’associazione seguiamo praticamente tutti i casi che si verificano in Italia. E in alcuni abbiamo anche la possibilità di costituirci anche parte civile. L’altro giorno, per esempio, – racconta Zanardi al QdS – sono andato a Salerno per occuparmi del caso di Don Livio Graziano (attualmente il processo è in corso, nda) e ho parlato con il vescovo. Quell’indagine mi ha documentato che vent’anni fa il prete era stato allontanato dalla diocesi e mandato in un convento di frati che dopo qualche settimana lo ha mandato via. Da lì non si è capito cosa è successo ed è stato permesso a questo prete di aprire un centro di recupero per adolescenti con problemi di bulimia e depressione. Lì è stata abusata anche una delle mie assistite. L’hanno messo nel recinto degli agnelli”.

    Un modus operandi già scoperchiato in America, con la già citata inchiesta Spotlight, e in Germania, con il lavoro della commissione indipendente che ha redatto il rapporto sugli abusi che all’epoca imbarazzò tanto il Papa emerito Benedetto XVI. Secondo Zanardi questa tendenza dei vescovi a coprire i preti pedofili è incentivata dall’attuale legge vaticana contro la pedofilia. “La Vos estis lux mundi (che ha cambiato solo il nome rispetto alla preesistente Crimen sollicitationis) – aggiunge – continua a dire di gestire la cosa internamente. Da qui si deduce che qualunque vescovo che ha a che fare con un caso di pedofilia ha per forza insabbiato altrimenti il Vaticano prenderebbe provvedimenti estremamente duri nei suoi confronti”.

    Se da un lato alcuni vescovi (32 secondo il database de La rete l’abuso) sono stati criticati per aver spostato i preti sospettati di aver commesso crimini da una diocesi all’altra, dall’altro lato l’accusa è quella di comprare il silenzio delle vittime attraverso i fondi delle donazioni. “A Napoli il caso Borrelli, oppure il caso Don Seppia, oppure ancora, come risulta dalle intercettazioni, quello di Don Rugolo in Sicilia. Tutti praticamente – continua Zanardi – tramite i fondi delle donazioni pagano le vittime o fanno accordi con il vincolo della riservatezza: 25mila euro in cambio del silenzio. A volte arrivano degli assistiti che li vogliono fare e noi diamo gli avvocati per farli: sono tutti casi che non usciranno mai perché neanche noi che li abbiamo trattati possiamo parlarne. Se ne parliamo decade l’accordo e la vittima può essere perseguita e noi tuteliamo le vittime. Abbiamo un bell’elenco di nomi che tuttavia non possiamo scrivere per ora. Lo trovo abbastanza barbaro ma ho le mani legate. Io sconsiglio sempre alla vittima di non fare l’accordo, ma il problema è che spesso sono tutti ragazzi di strada, di famiglie modeste, e quando gli danno 25mila euro li prendono al volo. Non posso costringerli a non prenderli. Gli spiego che se pagano è perché hanno paura che in tribunale devono pagare di più. La scelta è dei sopravvissuti, in ogni caso noi li tuteleremo sempre”.

    Le storie nella Chiesa italiana e siciliana

    Quello a cui vanno incontro le vittime è profondamente diverso dalle pene controverse e spesso contrastanti che spettano a coloro che hanno abusato. “L’abuso – precisa Don Fortunato di Noto – è un omicidio psicologico. Non c’è caso che ho ascoltato e accompagnato da cui non emerge questo elemento. L’abuso uccide. È bene precisarlo. Di storie ce ne sono tante: storie drammatiche e difficili. Io ho portato anche il primo bambino italiano abusato in una parrocchia dal Santo padre per far comprendere come l’abuso avviene sotto i nostri occhi. Anzi, a volte non lo vogliamo vedere e teniamo gli occhi chiusi”. Chiusi di fronte a storie ognuna diversa dall’altra ma con un canovaccio molto simile. “Tutte hanno in comune – continua – la fatica delle vittime a raccontare, ad elaborare, a superare il trauma. Io non ho mai visto la vittima che non è stata lacerata nella vita e nel cuore e che ancora oggi, a distanza di anni subisce le conseguenze dell’abuso. L’abuso non viene dimenticato”.

    La Chiesa indaga su sè stessa: il report della Cei

    Adesso il dado è (quasi) tratto. Tra qualche giorno, esattamente il 18 novembre, in occasione della giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, la Conferenza episcopale italiana emanerà non una ma ben due indagini interne che avranno il compito di fare luce sulla pedofilia nel clero. Un’indagine dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni fa), l’altra dovrebbe contenere i dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021 (dati che sostanzialmente rappresentano le denunce che dal 2000 ad oggi sono state presentate alle diocesi). La stesura del report che raccoglierà queste due indagini e che ha coinvolto “16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto”, come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Un’istituzione strettamente legata alla Chiesa, in quanto le Università cattoliche sono regolate dal codice di diritto canonico.

    “La stesura del report, le linee guida e la formulazione dei questionari – ci spiega Don Fortunato di Noto – è stata dettata a livello nazionale. Di fatto ci sono due questionari con diverse domande che riguardano i primi due anni di attività dei servizi nazionali, regionali e diocesani di tutela dei minori. Ogni diocesi siciliana, quindi, ha risposto in modo sicuramente dettagliato alle domande poste anche alla luce della conoscenza degli ultimi due anni di attività o dei casi o delle situazioni o anche della funzione dei centri di ascolto. Per il 18 novembre avremo una maggiore contezza a livello nazionale della situazione negli ultimi due anni. È stato questo il criterio adottato”.

    Criterio che ha suscitato alcune polemiche da parte dei sopravvissuti. “La Conferenza episcopale italiana – dichiara Francesco Zanardi – è particolare, perché è l’unica al mondo che non vuole fare una commissione d’inchiesta indipendente. Fanno un’indagine interna: gli imputati indagano sui crimini dei preti che hanno coperto. E a differenza delle altre commissioni l’indagine italiana guarderà vent’anni indietro e non 70. Discriminando ulteriormente le vittime che hanno 70 anni e che sono state tagliate fuori. Inoltre, il report riguarderà solo le denunce fatte alla Chiesa, nonostante gli sportelli per le denunce sono aperti solo da due anni. Vescovo per vescovo toglieranno tutti i casi scomodi: un vescovo non denuncia i casi che lui stesso ha coperto”.

    https://qds.it/abusi-su-minori-chiesa-papa-francesco-momento-vergogna/

  • L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    —Non hai mai scoperto che Roberto Cadavid era a Brooklyn a lavorare in una parrocchia?

    “Non lo sapevo. Ha risposto monsignor Ricardo Tobón.

    — E se l’avesse saputo, quale sarebbe stata la sua azione?

    — Avviserei il vescovo che era sospeso, che era in processo.

    Due mesi dopo questa intervista nel 2018, il vescovo di Brooklyn ha rivelato le due lettere con cui Ricardo Tobón Restrepo, arcivescovo di Medellín, aveva raccomandato al sacerdote Roberto Cadavid, pericoloso predatore sessuale di bambini, di lavorare nella diocesi di New York nel 2012 e poi nel 2015.

    Roberto Cadavid è libero oggi dopo aver violentato decine di bambini in diverse parrocchie dell’arcidiocesi di Medellin, insabbiati dal precedente arcivescovo, Alberto Giraldo Jaramillo, e dall’attuale arcivescovo, Ricardo Tobón Restrepo, che ha mentito in un’intervista per proteggere un pederasta che oggi non è stato chiamato dalla giustizia, nonostante le molteplici prove a suo carico.

    Ma Roberto Cadavid non è stato l’unico ad aver apprezzato l’insabbiamento di Ricardo Tobón. Decine di sacerdoti hanno beneficiato della protezione di un arcivescovo che è in grado di registrare un video per affermare che si tratta di un caso di persecuzione contro la Chiesa cattolica , copione già noto in tutto il mondo quando la stampa libera e indipendente indaga sulla pederastia in quel religioso istituzione.

    Carlos Yepes, famoso telepredicatore di Antioquia con più di un milione di iscritti su YouTube, è stato protetto da Ricardo Tobón dopo essere stato denunciato da tre uomini che affermano di essere stati vittime di abusi sessuali infantili da parte del famoso sacerdote . Invece di essere rimproverato da Tobón, Yepes ha ricevuto le congratulazioni dal suo arcivescovo per essere apparso nel 2018 su una stazione radio nazionale per insultare uno degli uomini che lo denunciava , che non ha abbassato da “diavolo”.

    Due anni dopo, Carlos Yepes è stato sospeso direttamente da papa Francesco, secondo il quotidiano El Colombiano . Da allora l’arcidiocesi di Medellin ha avviato un processo canonico presso il Tribunale ecclesiastico, guidato da sacerdoti amici, colleghi e compagni di Yepes. Una completa presa in giro da questi tribunali ecclesiastici che cercano sempre di assolvere i preti attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio vaticano incaricato di “indagare” sui migliaia di casi di preti pedofili nel mondo e che, la maggior parte delle volte, finisce per punire i molestatori di bambini per qualche mese o qualche anno e poi mandarli in altre parrocchie, dove di solito tornano a violentare minori.

    Seppur sospeso, è molto probabile che Carlos Yepes venga assolto dai suoi colleghi in breve tempo e userà quell’assoluzione come trofeo per diffamare e vittimizzare nuovamente gli uomini che lo hanno denunciato. Intanto il sistema giudiziario colombiano dorme il sonno dei giusti e non osa avviare un’indagine d’ufficio contro il famoso sacerdote. Al contrario, indaga sui tre uomini e sul giornalista che ha pubblicato l’inchiesta, denunciati per diffamazione e calunnia da Yepes, come strategia per presentarsi innocenti davanti all’opinione pubblica.

    Yepes non è l’unico sacerdote famoso coinvolto in scandali sessuali. Juan Diego Ruiz Arango, protagonista del canale dei gesuiti Televid , è stato denunciato per essersi fatto ubriacare un minorenne e per avergli poi abusato sessualmente . La testimonianza di quest’uomo non è bastata a Ricardo Tobón per rimuovere il sacerdote dall’incarico. Al contrario, l’ha cambiata in una parrocchia migliore e poi ha mentito sulle informazioni che la Corte Costituzionale lo ha costretto a fornire. In quel documento, Tobón ha assicurato di non aver trovato prove convincenti contro Ruiz Arango , ma settimane fa si è scusato con la vittima.

    Uno dei casi più simbolici che dimostrano il disprezzo dell’arcivescovo Ricardo Tobón – e della Chiesa cattolica in generale – di sradicare la pedofilia ecclesiale è quello del Vicario generale dell’arcidiocesi di Medellín, Óscar Augusto Álvarez Zea. Questo sacerdote è il braccio destro dell’arcivescovo Tobón ed è colui che riceve denunce contro i suoi confratelli. Ma ecco una cosa che vale la pena notare: questo vicario è stato accusato, da fonte protetta, di aver messo a tacere un minore con cui il sacerdote affermava di avere una relazione da 20 milioni di pesos . Álvarez Zea è attualmente il parroco del Beato Mariano de Jesús Eusse, una delle parrocchie più ricche di Medellín, situata nel settore El Tesoro, nel quartiere El Poblado.

    Insieme a Roberto Cadavid, Carlos Yepes, Juan Diego Ruiz e Óscar Álvarez, ci sono altri 58 sacerdoti che sono stati denunciati all’arcidiocesi di Medellín, all’ufficio del procuratore generale ea Vorágine , che ha ricevuto decine di storie dai sopravvissuti. Ad esempio, Natalia Restrepo accusa il sacerdote Iván Darío Restrepo Salazar di averla abusata sessualmente, di averla messa incinta e costretta ad abortire.  Restrepo Salazar è stato denunciato da questa donna nel 2007; Le chiesero di perdonarlo e di andare avanti con la sua vita, mentre il sacerdote scalava i ranghi con la protezione di Alberto Giraldo e Ricardo Tobón Restrepo, gli ultimi due arcivescovi di Medellín. Nonostante la denuncia di Natalia, il sacerdote continua come parroco di Nostra Signora dell’Assunzione, nel quartiere Aranjuez di Medellín.

    Un altro dei sacerdoti denunciati per violenze sessuali su minori è José Elías Lopera Cárdenas, confessore di Pablo Escobar e leader del programma Medellín sin Tugurios , che finanziò l’allora boss della droga. Lopera Cárdenas è stata insabbiata dall’arcivescovo Ricardo Tobón, che ha omesso il suo nome nella risposta recentemente data ai media, obbligata dalla Corte costituzionale , nonostante il fatto che la denuncia contro Elías Lopera fosse ampiamente nota in tutto il paese.

    Ma questa non fu l’unica omissione dell’arcivescovo di Medellín. Decine di sacerdoti denunciati negli uffici arcidiocesani restano sotto la protezione di Tobón Restrepo, che ha dato solo pochi nomi per simulare la trasparenza.

    Quasi tutte le denunce contro questi 62 sacerdoti sono state depositate dalla Procura perché l’azione penale è già prescritta. Il procuratore María Victoria Salazar Congote, coordinatrice del Centro di assistenza globale per le vittime di abusi sessuali (CAIVAS) a Medellín, sembra essere il difensore d’ufficio dell’arcivescovo Ricardo Tobón e dell’arcidiocesi di Medellín. In risposta a un diritto di petizione inviatogli da Vorágine, ha affermato di non aver citato l’arcivescovo Tobón perché non c’è alcuna denuncia sessuale contro di lui . Il pm dimentica che Tobón Restrepo ha insabbiato tutti questi sacerdoti e che non ha mai informato la Procura di queste denunce, affinché, con il passare dei giorni, le prescrivessero.Come ha affermato in un’intervista il cardinale Rubén Salazar Gómez, chi viola è criminale tanto quanto chi lo insabbia . Sì, l’ha detto un cardinale al quale, nel tempo, un’inchiesta giornalistica ha scoperto che aveva insabbiato anche dei pederasti.

    Questa la lista con i profili dei sacerdoti denunciati per pederastia e abusi sessuali e dei vescovi che li hanno insabbiati. Uno di loro, Élkin Álvarez, è recentemente uscito in un video per dire che tutti i vescovi erano interessati a “porre fine a questa drammatica e terrificante situazione di abusi sui minori”. Giorni prima di quel video, Álvarez ha chiamato la vittima di un prete per chiedergli di tacere, dicendo che “parlava con attenzione”. Álvarez è ora vescovo di Santa Rosa de Osos ed è stato segretario della Conferenza episcopale della Colombia.

  • La sopravvissuta della scuola residenziale NAN Evelyn Korkmaz condivide un messaggio con Papa Francesco

    La sopravvissuta della scuola residenziale NAN Evelyn Korkmaz condivide un messaggio con Papa Francesco

    CITTÀ DEL QUEBEC, QC: Nishnawbe Aski Nation (NAN) La sopravvissuta alla scuola residenziale indiana Evelyn Korkmaz, membro della Fort Albany First Nation, ha presentato una lettera con il seguente messaggio a Sua Santità Papa Francesco nel tradizionale territorio della Cree First Nation di Waswanipi questo mattina:

    “Questa è stata una settimana emozionante per me come sopravvissuto, come lo è stata per altri sopravvissuti. Ho aspettato 50 anni per le scuse e finalmente l’ho sentito questa settimana. Ma alcuni sopravvissuti non sono riusciti a sentirlo perché li abbiamo persi a causa del trauma causato dalle Scuole Residenziali.

    Non dobbiamo dimenticare che questa visita non riguarda voi, Santità. Riguarda il genocidio secolare commesso contro i popoli indigeni a Turtle Island. Quando sono state scoperte tombe anonime, ha inorridito il mondo. La Chiesa cattolica è stata costretta al silenzio e costretta a rispondere ai crimini che ha commesso.

    Per più di 10 anni, il governo canadese e la Chiesa cattolica hanno violato l’Indian Residential Schools Settlement Agreement, firmato da entrambe le parti nel 2004. Questo è stato l’inizio dei sopravvissuti alla St. Anne’s Residential School che sono stati trascinati attraverso il sistema giudiziario canadese. I sopravvissuti di Sant’Anna sono stati costretti a portare la loro battaglia alla Corte Suprema del Canada per chiedere giustizia per i crimini di genocidio commessi contro il nostro popolo. Noi come popolo non saremo più soggetti a restare a guardare e lasciare che i nostri diritti umani vengano violati. Ci alzeremo insieme come nazione.

    All’inizio di questa settimana a Edmonton, Vostra Santità, ha detto di voler camminare, lavorare e pregare con noi. Per cercare verità, giustizia e riconciliazione. I popoli indigeni di Turtle Island chiedono alla Chiesa cattolica di assumersi la responsabilità e la responsabilità degli orribili crimini commessi contro i nostri antenati, i bambini, le famiglie e le nostre comunità.

    Non bastano le scuse a nome della fede cristiana. La Chiesa cattolica deve assumersi la responsabilità. Le scuse NON POSSONO annullare il dolore e la sofferenza che un sopravvissuto ha sopportato sotto la cura del clero. Vogliamo giustizia per il nostro popolo che è stato danneggiato dalle istituzioni religiose.

    Per la riconciliazione, la Chiesa cattolica deve lavorare con i sopravvissuti per produrre un piano concreto su come la Chiesa andrà avanti.

    Tutti i documenti, i registri, i diari e le fotografie della Scuola Residenziale ancora in tuo possesso in Vaticano devono essere rilasciati. Questi documenti aiuteranno a localizzare tombe non contrassegnate e identificare dove sono state sepolte le anime perdute. Aiuterà a identificare i bambini che sono morti o che sono ancora scomparsi. Questi documenti appartengono qui in Canada; è la nostra storia. Queste azioni aiuterebbero a chiudere i nostri cari e le loro famiglie a cui è stata negata la chiusura e la guarigione per così tanto tempo.

    La Chiesa cattolica dovrebbe anche modificare le regole e le politiche per coloro che sono accusati di abusi sessuali. Ciò consentirà ai sopravvissuti di assicurare questi predatori alla giustizia e di aiutare i sopravvissuti a trovare una chiusura. Ricollocare i predatori, solo per recidivare, non è la risposta. Una tabella di marcia sulla loro ubicazione e movimento è essenziale per la sicurezza e il benessere dei nostri bambini e dei futuri leader.

    Vi chiediamo inoltre di revocare la Dottrina della Scoperta per quei paesi colpiti da questo documento razzista.

    In chiusura vorrei dire: ‘Se un membro soffre tutti soffrono insieme ad esso 1 ‘”.

    Evelyn Korkmaz ha frequentato la famigerata scuola residenziale indiana di Sant’Anna tra il 1969 e il 1972, gestita dalle suore cattoliche oblate a Fort Albany First Nation, sulla remota costa di James Bay.

    È una delle 22 sopravvissute della scuola residenziale indiana a cui è stata concessa un’udienza privata con il Papa per condividere messaggi personali nell’ultimo giorno del suo Viaggio Apostolico in Canada. È stata accompagnata e supportata dal vice gran capo della NAN Anna Betty Achneepineskum, che ha partecipato a eventi a Edmonton e Quebec City con sopravvissuti provenienti da tutti i territori del Trattato NAN n. 5 e n. 9.

    I sopravvissuti dell’IRS, le loro famiglie e chiunque necessiti supporto emotivo o assistenza possono contattare:

    • IRS Survivors Society al numero 1-800-721-0066 (numero verde)
    • Linea di crisi dell’IRS al numero 1-866-925-4419
    • NAN Hope 1-844-NAN-HOPE (626-4673)
  • Il 21 luglio, nuova udienza nel procedimento a carico di don Livio Graziano

    Il 21 luglio, nuova udienza nel procedimento a carico di don Livio Graziano

    Continua il procedimento a carico di don Livio Graziano, accusato di abusi sessuali ai danni di un infraquattordicenne affidato alle sue cure.

    Il sacerdote attualmente agli arresti domiciliari, è ospite di una struttura per l’assistenza ai sacerdoti in difficoltà.

    La prossima udienza è fissata per giovedì 21 luglio alle 9, presso il tribunale di Avellino. Tra i convocati, anche la madre della presunta vittima.

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