Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il sommerso fenomeno settario abusante – Proposta di una commissione di inchiesta parlamentare – Conferenza stampa di Stefania Ascari

    Il sommerso fenomeno settario abusante – Proposta di una commissione di inchiesta parlamentare – Conferenza stampa di Stefania Ascari

    Roma Oggi sono tra i due e i quattro milioni gli italiani coinvolti in organizzazioni settarie. Non lo sappiamo con esattezza perché l’ultimo rapporto ufficiale del Ministero dell’Interno risale al 1998. Da 26 anni non abbiamo dati ufficiali per monitorare questo fenomeno che è in larga parte sommerso e finisce sulle pagine di cronaca soltanto quando gli esiti sono i più drammatici. La mancanza di informazioni dettagliate sul tema costituisce un forte limite sia per realizzare politiche dedicate sia per la conoscenza stessa del fenomeno.

    Alla Camera Dei Deputati attende di essere discussa una proposta di legge a prima firma della deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari per l’istituzione di una commissione di inchiesta sulle organizzazioni settarie in Italia. Ne parleremo giovedì 21 marzo alle ore 14.30 in una conferenza stampa presso la Camera Dei Deputati con i rappresentanti delle principali associazioni italiane che da decenni si occupano del tema. Nel silenzio le sette proliferano ed è compito delle istituzioni intervenire per arginare un fenomeno tanto pericoloso per la sicurezza dei cittadini e delle cittadine.

    Intervengono: Stefania Ascari, Deputata del Movimento 5 Stelle, prima firmataria della proposta di legge per l’istituzione di una commissione di inchiesta sulle organizzazioni settarie;
    Toni Occhiello, Aivs Associazione italiana Vittime delle Sette ODV (FI);
    Lorita Tinelli, Cesap Centro Studi Abusi Psicologici Odv – Noci (BA);
    Luigi Corvaglia, Cesap Centro Studi Abusi Psicologici Odv – Noci (BA);
    Maurizio Alessandrini, Favis Associazione Familiari delle Vittime delle Sette Odv (RN);
    Rita Repetto, La Pulce nell’Orecchio Associazione Chiavari (GE);
    Cristina Caparesi, DERAD Italia Aps contro ogni Radicalismo (UD);
    Sergio Pietracito, Associazione vittime del Forteto (FI);
    Giovanni Ristuccia, SOS Antiplagio ONLUS (NO)
    —————–
    Ufficio Stampa Parlamento
    Movimento 5 Stelle

  • Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    41794 ROMA-ADISTA. Una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano»; un filo che risale da un prete a un vescovo fino al papa: è il contenuto di “La confessione”, un podcast su Spotify in sette puntate prodotto da tre giornalisti: Stefano Feltri, già direttore di Domani, Giorgio Meletti (anch’egli in passato a Domani) e Federica Tourn, che sulla stessa testata ha raccontato diverse vicende legate al tema degli abusi nella Chiesa cattolica. Un podcast che è stato presentato a Roma alla sede della Federazione nazionale della stampa italiana a pochi giorni dalla sentenza del processo in primo grado contro il prete di Enna don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione per tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado (v. Adista Notizie n. 10/24). Ma che ora, paradossalmente, è stato autorizzato dal Tribunale di Enna a rientrare in città, tra i “suoi” ragazzi e le sue vittime, da Ferrara, dove ha scontato gli arresti domiciliari, perché, «fatta salva la gravità dei fatti contestati, l’esaurimento dell’attività istruttoria ha fatto venire meno le esigenze cautelari alla base dell’adozione del divieto di dimora nel Comune di Enna e non si ravvisano, allo stato, ragioni idonee a giustificare il prolungarsi della restrizione della libertà di movimento dell’imputato».

    A partecipare alla presentazione del podcast, oltre ai giornalisti, Antonio Messina, sopravvissuto agli abusi di don Rugolo, la sua avvocata Eleanna Parasiliti Molica e la giornalista, corrispondente da Enna dell’Ansa, Pierelisa Rizzo, che ha seguito tutta la vicenda. Presente moralmente anche la Rete L’Abuso, unica associazione che con il suo presidente Francesco Zanardi si era costituita parte civile nel processo, «senza il cui lavoro – ha sottolineato Tourn – non avremmo mai conosciuto i casi di abuso», e alla quale è stato riconosciuto parte del risarcimento cui è stata condannata in solido la diocesi.

    Allo scoperto il sistema di copertura dell’abuso

    La confessione cui fa riferimento il titolo del podcast è quella di mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina (sotto cui ricade Enna), coprotagonista della vicenda, che nel corso di una conversazione telefonica con Rugolo, intercettata e messa agli atti, ammette di aver «insabbiato la storia». Un elemento che consente di fare un corposo passo avanti nel lavoro giornalistico di denuncia del sistema, che oggi consente di rispondere «alla domanda sul perché in Italia non scoppia uno scandalo sugli abusi nella Chiesa», introduce Feltri. Il fatto è che, «a fronte di tante cose che già sappiamo, nessuno unisce i puntini». Qui invece, per la prima volta, «abbiamo non solo le parole della vittima che coraggiosamente ha denunciato e ci ha messo dieci anni a farsi dare ragione», ma anche, grazie agli audio messi agli atti e ora nella disponibilità delle parti, «il sistema di copertura degli abusi raccontato da loro, dai preti, dal vescovo»: un vescovo in carica che riconosce di aver insabbiato, che dice di poter contare su un appoggio di papa Francesco in virtù di un misterioso favore fattogli, amici preti di don Rugolo che fanno quadrato intorno a lui, un prete a Ferrara (dove Rugolo, secondo il classico schema di autoprotezione della Chiesa dagli scandali, viene trasferito) che dice ai parrocchiani di non parlare coi giornalisti, gli abusi derubricati da Gisana a atti goliardici: «È una cultura aziendale», afferma Feltri, «la strategia messa in atto quando si vuole mascherare lo scandalo e si imbroglia sui conti».

    Oltre alle intercettazioni telefoniche ci sono audio registrati dalle parti per proteggersi (anche da don Rugolo, in un lungo dialogo con il vescovo), finiti agli atti. Ma c’è anche il saluto del papa a una delegazione di Gela il giorno prima della requisitoria del pm, a novembre scorso, in cui Francesco difende pubblicamente il vescovo Gisana: cose che succedevano, commenta Feltri, «quando c’era Berlusconi in politica e si muovevano le cose a ridosso dei suoi processi e tutti noi facevamo due più due». «Il papa – prosegue Feltri – non trova il tempo per rispondere alla lettera che gli ha scritto Antonio, ma per difendere il vescovo».

    «Una stupidata da ragazzotto»

    Gli audio ora a disposizione delle parti, materia del podcast, permettono di cogliere gravi disfunzioni, collusioni, omertà, distorsione della realtà da parte della Chiesa istituzionale. Gisana giustifica Rugolo definendone gli abusi «una stupidata da ragazzotto», dice di aver coperto le spese di Rugolo con i soldi dell’otto per mille, parla di «impeto demoniaco» riferendosi a Antonio e alla sua famiglia. Con i genitori di Antonio, il vescovo vanta un “credito” con il papa. I giornalisti hanno ricostruito la vicenda: nel 2017 Gisana aveva presieduto una commissione speciale ad hoc sul cappuccino Giovanni Salonia, accusato di abuso sessuale da due suore in sede civile all’indomani della propria nomina a vescovo ausiliare di Palermo. La sua consacrazione viene annullata sotto la parvenza di una rinuncia volontaria a fronte di “calunnie”, e Gisana, incaricato dal papa, nella veste di giudice-inquirente per un «supplemento di indagine», proscioglie Salonia dalle accuse. Tutto a posto, dunque, tanto che il 6 novembre 2023 il papa dice pubblicamente di Gisana a una delegazione di Gela: «Bravo questo vescovo, molto bravo, è un vescovo giusto. In tanti l’hanno calunniato, ma lui sempre giusto, sempre retto». Un intervento recepito molto negativamente: «Abbiamo compreso – ha detto Parasiliti – di essere entrati una cosa che era molto più grande di noi, perché era un intervento del pontefice che aveva tutte le sembianze di una dichiarazione tesa a condizionare l’esito di un processo».

    Il secondo abuso

    Antonio racconta come ha vissuto tutta la vicenda: «C’è stato un altro abuso, quello che ho ricevuto dal vescovo dalla diocesi per non essere creduto». E racconta la sua delusione e la sua sfiducia: «All’inizio ero convinto che si potesse ottenere giustizia nella Chiesa, ma quando Gisana disse che in questo caso c’erano poche vittime, come se la gravità si misurasse sulla quantità degli abusi perpetrati, compresi che non c’era più alcuna strada da percorrere. Sino a quando addirittura arrivammo a discutere solo di faccende di natura economica», con «l’offerta di 25mila euro in contanti con clausola di riservatezza, per mettermi a tacere e permettere al sacerdote di rientrare nella sua comunità parrocchiale, cosa che io chiaramente non ho mai accettato». Anche la sua lettera a papa Francesco non ha avuto mai risposta. Quanto al piano politico, «non so se le istituzioni sono ancora pronte ad affrontare tematiche di questo genere – dice – soprattutto in realtà territoriali come queste dove le istituzioni sono profondamente legate alla presenza radicata nel territorio della chiesa. E in Parlamento non mi risulta che queste tematiche vengano attenzionate».

    Il processo è stato una via crucis anche per la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo, che ha avuto tre denunce per diffamazione. «Ho affrontato questo processo da sola. Ho seguito fuori dall’aula del tribunale di Enna ventidue udienze. È partito come processo a porte chiuse (come si fa per i processi per violenza sessuale, per proteggere Antonio) e nemmeno in seguito siamo più riusciti a fare aprire quella porta. Sono diventata facile bersaglio», fino a essere «controllata in chiesa dalla polizia durante la festa della patrona», dove era insieme all’avvocata Parasiliti e ad Antonio «perché temevano un atto dimostrativo». «Sono certa che, se non l’avessimo raccontato, questa storia avrebbe avuto un altro esito. Quindi la stampa tutela anche chi lavora, chi ha denunciato e chi ha avuto il coraggio di metterci la faccia».

    Conviene con Rizzo l’avvocata Parasiliti: «Questa attenzione è stata per me una forma di protezione. In questi anni noi abbiamo temuto per noi e per le nostre famiglie, perché il clima di ostilità che abbiamo registrato è senza precedenti. Non è stato un processo normale, perché non è normale attaccare l’avvocato che svolge una professione e che in aula svolge un ruolo che attiene alla tutela della giurisdizione». «Questa è una sentenza importante – ha aggiunto – perché scrive finalmente la parola condanna su un sistema abusante». «Il tentativo di minimizzare e banalizzare è stato presente durante tutto il corso del processo, abbiamo sentito più volte ripetere la parola “goliardia”, paragonando l’abuso al gesto goliardico sdoganato da Roberto Benigni che lo aveva praticato nei confronti di Pippo Baudo durante un Festival di Sanremo. Ora bisogna andare avanti, fino in fondo, anche con l’ipotesi della detenzione di materiale pedopornografico».

    «Questo è un sistema, non una vicenda individuale», ha continuato: «Lo dice anche la sentenza che ha condannato la diocesi in solido a essere responsabile per la parte civile. Non è la mela marcia ma il cestino di mele marce».

    Qual è l’atteggiamento della Chiesa italiana? «Il card. Zuppi mi ha detto che non ha mai seguito il caso, che non ne sapeva niente», afferma Tourn, ma questo «non è vero», aggiunge Feltri: «Quando ho intervistato Zuppi un anno fa alla festa di Domani ha detto che avevamo scritto cose false sul caso Rugolo». Non è un caso che nel primo report della Cei sugli abusi mancassero i dati della diocesi di Piazza Armerina: «Il card. Zuppi sa perfettamente di cosa parliamo».

    Nella vicenda, insomma c’è più di un vulnus. Tecnicamente, per quanto incredibile, se c’è un prete abusatore il problema è del vescovo, ma se il vescovo copre l’abuso, non è un problema della Cei perché i vescovi, sugli abusi, rispondono al papa. E poi la pena accessoria è sospesa fino al passaggio in giudicato della sentenza, ma l’interdizione opererà esclusivamente per quanto attiene agli incarichi conferiti da autorità dello Stato italiano. Se non c’è un provvedimento interdittivo da parte dell’autorità ecclesiastica Rugolo potrebbe continuare a avere contatti con minori nell’ambito di istituzioni che non sono regolate dalla legge dello Stato italiano».

    https://www.adista.it/articolo/71587

  • Il Papa rimuove vescovo polacco insabbiatore di abusi

    Il Papa rimuove vescovo polacco insabbiatore di abusi

    Papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Lowicz (Polonia) presentata da monsignor Andrzej Franciszek Dziuba.

    In una nota, la Nunziatura apostolica in Polonia scrive che “sono state individuate difficoltà nella gestione della Diocesi e, in particolare, negligenza nella gestione dei casi di crimini sessuali commessi da alcuni esponenti del clero contro le persone minori”, stando a quanto “confermato dal procedimento condotto dalla Santa Sede sulla base del documento pontificio Vos estis lux mundi”.

    Undici vescovi polacchi sanzionati

    Secondo Bishop accountability, un’associazione statunitense che monitora il comportamento dei vescovi di tutto il mondo in merito agli abusi sessuali e alle loro coperture, sono già undici i vescovi polacchi che sono stati sanzionati, in seguito ad un’indagine della Santa Sede, in forza del motu proprio Vos estis lux mundi, promulgato da papa Francesco nel 2019. Per altri due vescovi polacchi, l’indagine è ancora in corso.

    https://www.repubblica.it/cronaca/2024/03/09/news/papa_rimuove_vescovo_insabbiamento_abusi-422281574/

  • I vescovi italiani incontrano le vittime degli abusi mentre i sopravvissuti svelano la memoria

    I vescovi italiani incontrano le vittime degli abusi mentre i sopravvissuti svelano la memoria

    ROMA – All’inizio di questa settimana la leadership della Conferenza episcopale italiana ha incontrato un gruppo di sopravvissuti agli abusi clericali e i loro familiari, pochi giorni dopo che il più grande gruppo di difesa delle vittime del Paese aveva inaugurato una nuova memoria.

    In una dichiarazione del 27 febbraio, il cardinale italiano Matteo Zuppi di Bologna, presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI), ha affermato: “La voce di coloro che hanno subito abusi rimane essenziale per aiutarci a comprendere in profondità il dolore vissuto dalle vittime e le loro famiglie e le loro ferite, per entrare in autentica comunione con coloro che hanno sofferto”.

    Ascoltare i sopravvissuti è essenziale anche per capire cosa ci si aspetta dalla Chiesa, ha detto, chiedendosi: “cosa è mancato? Cosa si può fare per migliorare?”

    “È anche dalla risposta a queste domande che il percorso di prevenzione e protezione può progredire ogni giorno con passi significativi e significativi”, ha affermato.

    Zuppi ha incontrato nella mattinata il gruppo dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime insieme a mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, segretario generale della Cei, e mons. Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori.

    L’incontro di martedì, durato circa tre ore, è stato caratterizzato da “un ascolto attivo in cui, nella condivisione e nel dialogo, sono stati valorizzati quegli elementi necessari e sostanziali che possono e devono essere inseriti, migliorati e rafforzati per una prevenzione sempre più efficace e per una ancora più calorosa accoglienza”. evidenziato”.

    Fa seguito a una conversazione simile tenutasi nel maggio scorso, alla quale hanno partecipato anche Zuppi, Baturi e Ghizzoni, oltre ai sopravvissuti, ai loro familiari e agli operatori pastorali impegnati in attività ecclesiali sia nel recente che nel lontano passato.

    Vincenzo Corrado, portavoce della CEI, lo scorso maggio ha affermato che questi incontri hanno segnato un momento importante per le vittime per condividere le loro storie e il loro desiderio di aiutare la Chiesa a garantire “che questi episodi non si ripetano” e che gli enti e le istituzioni della Chiesa siano migliori. in grado di proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili.

    “L’ascolto e l’accoglienza delle vittime costituisce una linea di azione importante per la Chiesa”, ha affermato Corrado.

    Tuttavia, nonostante gli sforzi della CEI per incontrare i sopravvissuti, la Chiesa italiana è stata ampiamente condannata dalle vittime e dai gruppi di pressione per non aver fatto di più per affrontare la questione a livello nazionale e per risarcire le vittime.

    Nel novembre 2022, la CEI ha pubblicato il suo primo rapporto in assoluto sugli sforzi di salvaguardia nazionale, rivelando quasi 100 vecchi e nuovi casi documentati nei due anni precedenti, ma condividendo pochi dettagli su questi incidenti.

    Il rapporto, che riguardava i casi identificati nel periodo 2020-2021, ha rilevato che erano state presentate 89 denunce contro 68 presunti autori di abusi.

    Poco più della metà di questi 89 casi riguardavano abusi recenti o attuali, un numero che molti osservatori considerano un numero significativamente elevato, dato che queste denunce sono state presentate attraverso centri di ascolto gestiti da diocesani, istituiti nelle diocesi di tutta Italia allo scopo specifico di ricevere segnalazioni di abusi.

    Baturi all’epoca aveva detto che negli archivi vaticani del Dicastero della Dottrina della Fede sono custoditi anche 613 fascicoli provenienti da diocesi italiane contenenti denunce di abusi risalenti al 2000.

    A parte alcuni parametri generici sulla forma di abuso, sull’età e sul sesso sia degli abusatori che delle vittime nel rapporto 2022 della CEI, non sono stati forniti altri dettagli sui sacerdoti o sulle persone coinvolte, e nessuna informazione è stata fornita se si tratti di procedimenti civili o canonici. era stato avviato, o quale sarebbe stato l’esito di tali procedimenti, se fossero stati avviati.

    Per mesi prima della pubblicazione del rapporto, una rete di gruppi di difesa dei sopravvissuti, uniti sotto l’hashtag sui social media #ItaliaChurchToo, stava spingendo la CEI a fare un’analisi più approfondita, come hanno fatto altri paesi in tutta Europa e in Occidente.

    Paesi come Stati Uniti, Irlanda, Germania, Francia, Spagna e Portogallo hanno incaricato terzi indipendenti di condurre un’indagine nazionale sugli abusi risalenti a decenni fa, pubblicando rapporti che spesso contengono numeri schiaccianti sia di autori che di vittime, ma l’Italia deve ancora farlo. fare una simile indagine.

    Mentre anche le diocesi di molti altri Paesi hanno iniziato a pubblicare i nomi dei sacerdoti accusati credibilmente di abusi nella loro giurisdizione ecclesiastica, nessuna diocesi italiana ha ancora fatto questo passo.

    In una dichiarazione successiva alla pubblicazione del rapporto 2022, Francesco Zanardi, che ha fondato e dirige la principale associazione italiana delle vittime, Rete L’Abuso , ha definito il periodo di due anni del rapporto “uno scherzo”.

    “Sessantotto autori di abusi in soli due anni indicano che c’è un problema, ma i tempi del rapporto sono una barzelletta ed escludono un mucchio di cifre”, ha detto Zanardi, definendo il rapporto “vergognosamente inadeguato”.

    Zanardi, che ha affermato di essere lui stesso vittima di abusi clericali, non è intervenuto sull’ultimo incontro della CEI con i sopravvissuti agli abusi, ma il 24 febbraio ha inaugurato un nuovo memoriale, una panchina viola, in onore dei sopravvissuti agli abusi clericali nella città italiana di Savona.

    I funzionari civici locali si sono uniti alla cerimonia di inaugurazione, segnando l’installazione della prima di quella che dovrebbe essere una serie di panchine viola in tutta Italia che attireranno l’attenzione sugli abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili.

    Zanardi nella cerimonia ha elogiato la città di Savona per la sua solidarietà con le vittime e i suoi sforzi per proteggere le persone a rischio, tuttavia, ha affermato che occorre fare di più.

    In un comunicato diffuso dopo l’evento, Rete L’Abuso ha affermato che una panchina viola, pur sensibilizzando, “non salva i bambini e non cura coloro che hanno subito abusi”.

    “Deve servire da simbolo per gli adulti, per la società civile, per coloro che possono o devono proteggere i minori o le persone vulnerabili, di non chiudere gli occhi, di non voltarsi dall’altra parte, ma di intervenire”, si legge nella nota.

    Rete L’Abuso ha affermato che l’Italia è ancora “molto indietro” rispetto agli altri paesi nell’agire e nell’affrontare la crisi degli abusi, affermando che le difficoltà nell’affrontare il fenomeno sono perché “ci spaventa, perché ci mette in imbarazzo, perché non Consideriamo nostro problema intervenire nei casi di violenza, dimenticando troppo spesso che noi siamo gli occhi e le orecchie di chi è in difficoltà”.

    “Siamo noi che dobbiamo tutelarci civilmente, a partire dai nostri figli, dai nostri nipoti, dai nostri cari, facendo prevenzione e denuncia”, afferma la rete.

    Non ci si può aspettare che le vittime lo facciano da sole, poiché spesso non hanno né le risorse né la forza per farlo, si legge nella dichiarazione, sottolineando che hanno bisogno dell’aiuto degli altri e di sapere che non sono sole.

    Il progetto della panchina viola è sponsorizzato da Rete L’Abuso , Ending Clergy Abuse Justice Project e progetto di coordinamento di Italy Church Too Italian. Si prevede che nelle prossime settimane verranno installate altre panchine in altre città d’Italia, tra cui Enna in Sicilia e Roma, tra le altre.

    Italian bishops meet with abuse victims as survivors unveil memorial

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 25 del 25 febbraio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 25 del 25 febbraio

    -Francesco Zanardi – A Savona, la prima panchina in Italia contro gli abusi su minori e persone vulnerabili

    Indubbiamente un grande pregio per la Città di Savona che ha visto nascere 13 anni fa nel piccolo capoluogo ligure quella che oggi è la più grande ed attiva organizzazione italiana a livello internazionale in tutela delle vittime di violenza sessuale da parte delle Confessioni religiose.

    Associazione che nei decenni ha contribuito a dare vita ad altre importanti realtà, promotrici dell’iniziativa come ECA Global Justice Project.

    Il Coordinamento Italy Church Too fondato nel 2022, promotore dell’iniziativa che raccoglie varie realtà sul territorio italiano.

    Un tema importante quello veicolato dalla Panchina viola, come quello della violenza sulle donne, contro il bullismo e via dicendo. Temi che purtroppo la stessa cronaca documenta siano nei fatti poco sentiti, tanto da produrre ancora oggi troppe vittime anziché tanta prevenzione.

    Spesso dimentichiamo che gli occhi e gli orecchi della Giustizia sono anche quelli della coscienza civile dei cittadini.

    Un dato purtroppo indiscutibile e significativo, come il fatto che quella di Savona sia la prima iniziativa in Italia sul tema.

    Questo probabilmente perché i bambini non si lamentano fino a quando non diventano adulti e comprendono, quanto le persone vulnerabili e, quindi forse nessuno aveva mai pensato a dare voce anche quei bambini e quelle persone vulnerabili.

    Siamo quindi lieti di annunciare l’inaugurazione della prima panchina italiana sabato 24 alle ore 16 in piazza Giulio II dove insieme al Presidente della Rete Francesco Zanardi, il Consigliere Comunale Aureliano Pastorelli e le varie Istituzioni che risponderanno all’invito, daremo vita al primo impianto di questa bella iniziativa che parte dalla Liguria e che vede già le adesioni dei Comuni di Spotorno e Quiliano.


    -Federica Tourn – Una vittima di Rupnik parla in conferenza stampa degli abusi subiti da don Marko Rupnik

    «Mi sono trovata nel silenzio per troppi anni e oggi chiedo verità, trasparenza e giustizia per le religiose che hanno subito violenza», ha detto Gloria Branciani, durante la conferenza stampa convocata il 21 febbraio a Roma da Anne Barrett Doyle, condirettrice di BishopAccountability.org, per denunciare le coperture del caso di don Marko Rupnik, l’ex gesuita e artista accusato di abusi da almeno una ventina di religiose.

    Le parole di Gloria Branciani sono risuonate particolarmente gravi a cinque anni dal summit in Vaticano, voluto da papa Francesco proprio per dire basta agli abusi clericali e agli insabbiamenti da parte dei vescovi. Quell’incontro solenne sulla protezione dei minori, che si era tenuto dal 21 al 24 febbraio 2019 ed era stato definito uno storico spartiacque sulla difesa dei bambini e delle persone vulnerabili nella Chiesa, secondo BishopAccountability.org, l’associazione americana che dal 2003 si batte contro gli abusi nella Chiesa cattolica, si è dimostrato nei fatti un clamoroso fallimento.

    «Abbiamo deciso di parlare per opporci al muro di gomma che le autorità ecclesiastiche hanno alzato in tutti questi anni», ha spiegato Mirjam Kovač, che negli anni ’90 era la segretaria della superiora della Comunità Loyola Ivanka Hosta e che due anni fa ha scritto una lettera aperta alle autorità ecclesiastiche per sostenere la richiesta di giustizia di Gloria Branciani. «Non posso accettare che dagli ambienti vicino a Rupnik veniamo definite donnicciole infatuate di lui: il nostro non è desiderio di rivalsa ma necessità di un riconoscimento pubblico per il male che abbiamo sofferto», ha aggiunto Branciani, rievocando gli abusi subiti. «Rupnik è entrato nella mia psiche, ha fatto pressione sulla mia personalità e sulle mie emozioni nel tentativo di cambiare nel profondo la mia identità, incluso il mio progetto vocazionale. Ogni mio dubbio veniva considerato come una parte fragile che doveva essere integrata, una deviazione dal carisma. Se non accondiscendevo alle sue richieste sessuali, diceva che era a causa di un mio impoverimento spirituale; mi manipolava continuamente per farmi diventare obbediente, mansueta, infantile: a sua disposizione».

    «Il caso di Rupnik ricorda quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick – ha affermato Barrett Doyle – le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza dei suoi crimini almeno dagli anni ’90 ma non sono intervenute, anzi, lo hanno protetto ignorando la sofferenza delle vittime». «Non stiamo parlando di un atteggiamento complessivamente brillante con qualche incoerenza qua e là, ma di un modello continuo di sostegno a molestatori noti e con accuse credibili». «Non è che il papa sia bloccato dai membri della curia nell’applicare le norme sulla protezione delle vittime, o che a volte sia debole di cuore – ha aggiunto Barrett Doyle – Credo che sia contrario alla riforma. Ecco perché i cambiamenti da lui attuati dopo il vertice si sono rivelati del tutto inadeguati e non hanno avuto alcun impatto percepibile».

    Fonte: Domani


    -Pierelisa Rizzo – Prete denunciato per violenza sessuale e spaccio

    Il prete di Desenzano in provincia di Brescia accusato di spaccio e violenza sessuale ha venduto la casa in cui avrebbe organizzato diversi festini a luci rosse.

    A segnalare il sacerdote è stato un trentunenne che vive a Desenzano ha raccontato di essere stato minacciato e di aver ricevuto il pagamento di alcune prestazioni sessuali. La situazione è poi degenerata la scorsa estate quando a inizio agosto una donna trans si si è spogliata e ha minacciato di suicidarsi dopo essersi lanciata da una finestra è scappata per le strade di Desenzano stando al racconto di alcune persone che erano presenti in casa

    L’uomo di 65 anni avrebbe provato una specie di esorcismo avrebbe anche detto Esci da questo corpo A casa del sacerdote è stata trovata cocaina i residenti hanno deciso di allontanare il sessantacinquenne perché infastiditi dalle continue feste e serate.

    Durante la perquisizione degli del commissariato di Desenzano è stata trovata cocaina per questo motivo nei suoi confronti è scattata anche una denuncia per detenzione ai fini di spaccio mentre per questa accusa ha parlato di debolezze per quella di violenza sessuale minaccia nega qualsiasi coinvolgimento.

    Nel frattempo in questi mesi la diocesi di Verona ha nominato il suo sostituto come Cappellano della fondazione San Angela Merici Onlus.

    Fonte Fanpage


    – Federico Tulli – Nessun prete è “padre” di nessuno

    La pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino. Avendo parlato negli anni con centinaia di vittime e raccolto le loro testimonianze mi sento di dire che questa definizione della pedofilia elaborata dallo psichiatra e psicoterapeuta Massimo Fagioli sia quella più precisa in assoluto.

    L’effetto immediato della violenza sullo sviluppo psico fisico della vittima è devastante. È come se fosse un omicidio psichico che aggredisce e distrugge la vitalità e impedisce di realizzare la propria identità sessuale. Cioè una dimensione interiore specifica dell’essere umano.

    È bene evidenziare che la vittima non è mai scelta a caso dal pedofilo. È un bambino solo, isolato, “ignorato” dai genitori oppure senza genitori. Prima della violenza fisica c’è quella psichica che consiste nel sostituirsi alle figure adulte di riferimento della vittima, nel carpire la sua fiducia.

    Il pedofilo è una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa mi ha raccontato una volta l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione.

    Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”.

    Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni.

    «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia».

  • Caso Rupnik, parlano le vittime: «Dalla Chiesa anni di silenzio. Ora vogliamo giustizia e verità»

    Caso Rupnik, parlano le vittime: «Dalla Chiesa anni di silenzio. Ora vogliamo giustizia e verità»

    «Mi sono trovata nel silenzio per troppi anni e oggi chiedo verità, trasparenza e giustizia per le religiose che hanno subito violenza», ha detto Gloria Branciani, durante la conferenza stampa convocata il 21 febbraio a Roma da Anne Barrett Doyle, condirettrice di BishopAccountability.org, per denunciare le coperture del caso di don Marko Rupnik, l’ex gesuita e artista accusato di abusi da almeno una ventina di religiose.

    Le parole di Gloria Branciani, che per prima nel dicembre 2022 aveva denunciato a Domani le violenze sessuali, psicologiche e di coscienza subite da Rupnik negli anni ’90, quando era una suora della Comunità Loyola, sono risuonate particolarmente gravi a cinque anni dal summit in Vaticano, voluto da papa Francesco proprio per dire basta agli abusi clericali e agli insabbiamenti da parte dei vescovi. Quell’incontro solenne sulla protezione dei minori, che si era tenuto dal 21 al 24 febbraio 2019 ed era stato definito uno storico spartiacque sulla difesa dei bambini e delle persone vulnerabili nella Chiesa, secondo BishopAccountability.org, l’associazione americana che dal 2003 si batte contro gli abusi nella Chiesa cattolica, si è dimostrato nei fatti un clamoroso fallimento.

    «Abbiamo deciso di parlare per opporci al muro di gomma che le autorità ecclesiastiche hanno alzato in tutti questi anni», ha spiegato Mirjam Kovač, che negli anni ’90 era la segretaria della superiora della Comunità Loyola Ivanka Hosta (qui l’intervista a Domani e che due anni fa ha scritto una lettera aperta alle autorità ecclesiastiche per sostenere la richiesta di giustizia di Glora Branciani. «Non posso accettare che dagli ambienti vicino a Rupnik veniamo definite donnicciole infatuate di lui: il nostro non è desiderio di rivalsa ma necessità di un riconoscimento pubblico per il male che abbiamo sofferto», ha aggiunto Branciani, rievocando gli abusi subiti. «Rupnik è entrato nella mia psiche, ha fatto pressione sulla mia personalità e sulle mie emozioni nel tentativo di cambiare nel profondo la mia identità, incluso il mio progetto vocazionale. Ogni mio dubbio veniva considerato come una parte fragile che doveva essere integrata, una deviazione dal carisma. Se non accondiscendevo alle sue richieste sessuali, diceva che era a causa di un mio impoverimento spirituale; mi manipolava continuamente per farmi diventare obbediente, mansueta, infantile: a sua disposizione».

    «Il caso di Rupnik ricorda quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick – ha affermato Barrett Doyle – le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza dei suoi crimini almeno dagli anni ’90 ma non sono intervenute, anzi, lo hanno protetto ignorando la sofferenza delle vittime». La copresidente di BishopAccountability.org, intervistata da Domani, ha parlato di gestione irresponsabile da parte della Chiesa: «Non stiamo parlando di un atteggiamento complessivamente brillante con qualche incoerenza qua e là, ma di un modello continuo di sostegno a molestatori noti e con accuse credibili». «Non è che il papa sia bloccato dai membri della curia nell’applicare le norme sulla protezione delle vittime, o che a volte sia debole di cuore – ha aggiunto Barrett Doyle – Credo che sia contrario alla riforma. Ecco perché i cambiamenti da lui attuati dopo il vertice si sono rivelati del tutto inadeguati e non hanno avuto alcun impatto percepibile».

    «Quando papa Francesco parla con rabbia di un problema, non si tratta dello stupro di bambini e adulti vulnerabili da parte di preti. No, si preoccupa del male del pettegolezzo – ha detto ancora Barrett Doyle – penso che consideri le vittime come dannose perché dal suo punto di vista fomentano i pettegolezzi».
    Laura Sgrò, che si è occupata di diversi casi noti, primo fra tutti la scomparsa di Emaunela Orlandi, ha ora assunto la difesa delle due ex religiose. Durante la conferenza stampa ha esortato altre vittime a denunciare, non alla Chiesa ma alle autorità dello Stato. Sul processo canonico che si dovrà riaprire a carico di Rupnik per le accuse di abuso risalenti agli anni ’90, che nel 2022 erano state giudicate prescritte dal Dicastero per la Dottrina della Fede, Sgrò ha sottolineato che intende chiedere l’accesso al procedimento. Gloria Branciani e Mirjam Kovač nei mesi scorsi sono già state contattate dal Dicastero ma hanno preferito non presentarsi senza un avvocato. La partita è aperta e non si esclude la richiesta di risarcimento.

    «Se la Chiesa ha una speranza di riformarsi, questa viene esclusivamente dalle pressioni esterne», ha sostenuto Anne Barrett Doyle. Lo si vede già in alcuni paesi, dove il clero non può più rifarsi al sigillo della confessione per rifiutarsi di denunciare gli abusi alle forze dell’ordine. «Penso che la Santa Sede alla fine sarà costretta a rinnovare il diritto canonico in modo radicale – ha concluso Barrett Doyle – Fino ad allora, gli scandali continueranno e, peggio ancora, le aggressioni sessuali, distruggendo vite innocenti».

    Rupnik è stato espulso dalla Compagnia di Gesù nel luglio scorso per violazione del voto di obbedienza ai suoi superiori e successivamente incardinato nella diocesi di Capodistria, in Slovenia. Il Centro Aletti, di cui è stato il fondatore, continua a funzionare sotto la direzione di Maria Campatelli, che è stata ricevuta in udienza dal papa lo scorso 15 settembre. Nel frattempo, i mosaici a “marchio Rupnik” dell’atelier artistico del Centro non hanno mai smesso di essere prodotti e venduti in tutto il mondo.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/caso-rupnik-parlano-le-vittime-chiesa-hpc8elae?fbclid=IwAR3uDC4YdU9paHy1OMaIHgX0poIO3p_9AIy9I1wd_6H9qqSMar5ZHYejIcE

  • Parte da Savona, sabato 24 la panchina VIOLA – L’iniziativa italiana di sensibilizzazione contro gli abusi su minori e persone vulnerabili

    Parte da Savona, sabato 24 la panchina VIOLA – L’iniziativa italiana di sensibilizzazione contro gli abusi su minori e persone vulnerabili

    Indubbiamente un grande pregio per la Città di Savona che per la prima volta non “adotta” una delle tante e diffuse iniziative di contrasto e sensibilizzazione. Questa volta è invece promotrice di una nuova iniziativa “La panchina viola contro gli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili” destinata ad allargarsi in tutto il paese.

    Savona che ha visto nascere 13 anni fa nel piccolo capoluogo ligure quella che oggi è la più grande organizzazione italiana a livello internazionale in tutela delle vittime di violenza sessuale da parte delle Confessioni religiose. La Rete L’ABUSO, attiva in tutta Italia con i suoi sportelli. Riconosciuta presso le Nazioni Unite, negli anni ha più volte redatto report considerati dai vari oragani Sovranazionali.

    Associazione che nei decenni ha contribuito a dare vita ad altre importanti realtà promotrici dell’iniziativa come ECA Global Justice Project, fondata e presentata nel 2018 a Ginevra, oggi presente in 42 paesi nel mondo.

    Il Coordinamento Italy Church Too fondato nel 2022, promotore dell’iniziativa che raccoglie varie realtà sul territorio italiano.

    Un tema importante quello veicolato dalla Panchina viola, come quello della violenza sulle donne, contro il bullismo e via dicendo. Temi che purtroppo la stessa cronaca documenta siano nei fatti poco sentiti, tanto da produrre ancora oggi troppe vittime anziché tanta prevenzione.

    Spesso dimentichiamo che gli occhi e gli orecchi della Giustizia sono quelli della coscienza civile dei cittadini.

    Un dato purtroppo indiscutibile e significativo, come il fatto che quella di Savona sia la prima iniziativa in Italia sul tema. Abbiamo provato a cercare prima di creare l’iniziativa eventuali altre simili, purtroppo non trovando praticamente nulla sul tema, in questo paese ancora troppo imbarazzante perchè se ne parli costruttivamente.

    Probabilmente perché i bambini non si lamentano fino a quando non diventano adulti e comprendono, quanto le persone vulnerabili e, quindi forse nessuno aveva mai pensato a dare voce anche quei bambini e quelle persone vulnerabili.

    Siamo quindi lieti di annunciare l’inaugurazione della prima panchina alla quale invitiamo tutta la cittadinanza oltre alle Istituzioni locali, sabato 24 alle ore 16 in piazza Giulio II dove insieme al Presidente della Rete Francesco Zanardi, il Consigliere Comunale Aureliano Pastorelli e le varie Istituzioni che risponderanno all’invito, daremo vita al primo impianto di questa bella iniziativa che parte dalla Liguria e che vede già le adesioni dei Comuni di Spotorno e Quiliano.

    Francesco Zanardi

  • Spotorno dice si alla panchina viola contro gli abusi: “Dare voce al dolore di tutti coloro che hanno subito”

    Spotorno dice si alla panchina viola contro gli abusi: “Dare voce al dolore di tutti coloro che hanno subito”

    Mentre a Savona resta acceso il dibattito sul tema, con le schermaglie tra Amministrazione comunale e “Rete l’Abuso”, a Spotorno l’amministrazione Fiorini ha invece dato già la propria disponibilità all’installazione nella cittadina rivierasca di una panchina viola contro gli abusi.

    Un’iniziativa alla quale aveva già partecipato in passato, grazie all’impegno della Croce Bianca la quale aveva donato ai giardini nei pressi di Villa Albini (l’ex municipio) un vero e proprio set di panchine per sensibilizzare su diversi argomenti.

    Rispondendo all’appello lanciato dall’associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi del clero, l’Amministrazione spotornese ha infatti dato l’ok a questa nuova iniziativa di sensibilizzazione riconoscendo, come spiegato dal sindaco Fiorini nella sua lettera di risposta, il “ruolo che svolge la comunicazione nel processo di promozione dei valori e dell’attenzione alle categorie più fragili e svantaggiate“.

    “Il progetto illustrato, inteso come mission rispetto alla necessità di sensibilizzazione verso i più delicati temi sociali, nonché la scelta della Regione Liguria come punto di partenza per una campagna su scala nazionale, rappresenta per noi motivo di orgoglio al punto da rafforzare la volontà, già peraltro ben radicata, di affrontare i cosiddetti ‘fattori determinanti’, siano essi ambientali o sociali, con l’obiettivo specifico di informare, influenzare e motivare la collettività rispetto ai temi dell’abuso e della violenza verso i minori e le persone vulnerabili” si legge nella risposta del Comune spotornese.

    “La panchina, in particolare, in quanto luogo della pausa per eccellenza – sottolineano dall’Amministrazione – assume nelle nostre città un’importanza sempre maggiore, superando la pura valenza di arredo urbano per diventare portatrice di significati e funzioni specifiche. Inclusiva per la sua forma e struttura, solidale per la battaglia sociale che rivendica, rappresentativa per il suo colore viola, simbolo di conciliazione e di ricerca di nuovi equilibri“.

    “Siamo certi che la panchina viola sarà in grado di sensibilizzare la collettività verso il delicato tema della violenza sui minori che, con coraggio, l’Associazione Rete L’Abuso promuove in tutta Italia. Pertanto, nell’ottica di favorire l’azione e mostrare praticamente i benefici derivanti dalla volontà di condividere le riflessioni attraverso iniziative simboliche, si vuole dare voce al dolore di tutti coloro che hanno subito, raccogliendone la testimonianza attraverso l’impegno civico e la presenza sul territorio” conclude il sindaco Fiorini.

    Al momento una location per la sua installazione non è ancora stata definita in maniera certa, qualche novità dovrebbe giungere nei prossimi mesi. Certa è invece la finalità, per l’Amministrazione, di questa iniziativa.

    https://www.savonanews.it/2024/02/16/leggi-notizia/argomenti/solidarieta-1/articolo/spotorno-dice-si-alla-panchina-viola-contro-gli-abusi-dare-voce-al-dolore-di-tutti-coloro-che-hann.html

  • Panchina viola contro gli abusi, Rete l’Abuso diffida l’amministrazione Russo. L’assessore Branca: “Inconcepibile, siamo sensibili al tema della pedofilia”

    Panchina viola contro gli abusi, Rete l’Abuso diffida l’amministrazione Russo. L’assessore Branca: “Inconcepibile, siamo sensibili al tema della pedofilia”

    Una diffida al comune di Savona intimando di realizzare, come era stato deliberato dalla giunta comunale, una panchina viola contro gli abusi su minori e persone vulnerabili.

    A presentarla nei confronti dell’amministrazione comunale e del sindaco Marco Russo è l’associazione Rete l’Abuso.

    Nel giugno 2023 con una delibera la giunta Russo aveva messo ordine nella sistemazione delle panchine tematiche in città, dettando delle linee guida.

    Il “caso” delle panchine tematiche è emerso quando Rete L’Abuso aveva chiesto di poter posizionare una panchina viola ed era emerso che le panchine tematiche già presenti sul territorio cittadino, sarebbero state verniciate, con tanto di targhetta, all’insaputa dell’amministrazione e senza richiedere nessuna autorizzazione.

    L’amministrazione aveva quindi approvato la nuova seduta con un luogo però da definire.

    “È quasi paradossale quella che a Savona – che vorrebbe candidarsi Città della cultura – è diventata oramai ‘la novelas’ della  ‘Panchina viola contro gli abusi su minori e persone vulnerabili’ – dicono da Rete l’Abuso – Ma partiamo dalla fine, ovvero la diffida di ieri al Sindaco Marco Russo, a cui si chiede conto nella funzione di pubblico Amministratore del perché a due anni di distanza, malgrado la delibera della Giunta che in data 18 luglio 2023, dopo l’esamina dei vari uffici dà il parere favorevole, prosegua nell’ostracizzare con tanta energia l’iniziativa. In realtà va ricordato che la delibera ‘umiliante’, arrivò costretta solo dopo lo scandalo del maggio 2023 delle panchine abusive istallate in città”.

    “Praticamente tutte stando agli stessi Uffici del Comune di Savona, che aggiungono che la richiesta della Rete l’Abuso, a fronte di decine di panchine già istallate in città, parrebbe l’unica – proseguono – Qui però compiacentemente sembrano aggiungersi e passate in sordina dall’amministrazione – che pur prendendo atto dei presunti illeciti di cui all’art. 639 c.p. – ad oggi sembrerebbe averne addirittura omesso la denuncia all’Autorità Giudiziaria per la deturpazione, regolarizzandole”.

    Dal comune di Spotorno come disposto dal sindaco Mattia Fiorini era arrivata una risposta positiva per il posizionamento accogliendo l’iniziativa.

    A rispondere con una lettera indirizzata al presidente de La Rete l’Abuso Francesco Zanardi e al Prefetto Carlo De Rogatis, l’assessore Maria Gabriella Branca.

    “In relazione alle deleghe conferite riscontro la Sua comunicazione via pec sopra richiamata che risulta del tutto irricevibile per i toni e le modalità utilizzate. Rammento infatti che le iniziative come quella da Ella proposta, nascono da una collaborazione reciproca e costante tra l’ente ed i soggetti interessati e l’invio di una diffida ad adempiere nel detto contesto risulta a dir poco inconcepibile – spiega Branca – Inoltre l’iniziativa di pitturare le panchine di un determinato colore, compete all’Associazione o al soggetto che assume l’iniziativa: pertanto l’atto di diffida formulato nei confronti della nostra Amministrazione non trova alcun presupposto giuridico o fattuale”.

    “Devo anche rilevare l’assoluta inconferenza e gravità del cenno da Ella effettuato alla presunta commissione di illeciti, non si comprende a carico di quali soggetti, oltre che  di un richiamo del tutto ultroneo all’art 639 c.p. Quello della pedofilia è un tema verso il quale la nostra Amministrazione risulta molto sensibile e quindi, nel merito,  devo significare quanto segue – prosegue l’assessore savonese –  La Commissione Toponomastica da me presieduta in data 3 marzo 2023, dopo aver ricevuto una serie di richieste relative a diverse questioni, ha provveduto ad una regolamentazione  generale delle  modalità  attinenti le istanze avanzate da Associazioni o Enti per poter ‘pitturare’ una panchina della città di un determinato colore allo scopo di sensibilizzare verso un tema, rilevante per la comunità, curandone poi la relativa manutenzione. Successivamente, in data 15 giugno 2023, la Giunta Comunale ha approvato, tra l’altro, detta regolamentazione e l’Ufficio Toponomastica ha effettuato le comunicazioni ai soggetti interessati, inoltrando poi la pratica alla Prefettura di Savona”

    “Come già indicato e specificato, l’Associazione o l’Ente interessato deve poi relazionarsi con l’Ufficio Lavori Pubblici per l’individuazione effettiva del luogo in cui realizzare il manufatto e le modalità relative ai fini della salvaguardia del decoro cittadino  – puntualizza Maria Gabriella Branca – Devo quindi contestare fermamente la Sua affermazione per cui l’Ufficio interessato si sarebbe reso ‘indisponibile’, in quanto, contrariamente a quanto da Ella dichiarato, il funzionario competente, dopo la comunicazione da Ella inviata via pec, ha provveduto ai sopralluoghi del caso e ad organizzare la riunione unitamente all’Assessore competente e all’Ufficio Toponomastica per l’individuazione del sito della panchina rispetto a quanto indicato dalla Commissione. Nè mai gli Uffici interessati  hanno ricevuto Sue richieste o sollecitazioni telefoniche cui si siano sottratti”.

    “Quanto sopra precisato, La invitiamo, pertanto, a indicare all’Ufficio Lavori Pubblici del nostro Comune in quale dei siti individuati dalla Commissione Toponomastica, l’Associazione intende realizzare il manufatto e ad attivarsi per la realizzazione della panchina viola. Decorso il termine di 15 giorni, la nostra Amministrazione si riterrà libera di contattare altri soggetti e/o associazioni per la realizzazione tematica contro la pedofilia” conclude.

  • Quando la vittima non è un ragazzino

    Quando la vittima non è un ragazzino

    di Federico Tulli – Chi subisce violenza da parte di membri del clero è nell’80 per cento dei casi di sesso maschile. Ma la storia dice che in ambito ecclesiastico è diffusa anche la violenza al ‘femminile’ e sulle donne. Risale al 2008 la più dura condanna comminata a una suora per pedofilia: 11 anni. Si tratta di Norma Giannini, direttrice dal 1964 di una scuola media cattolica di Milwaukee negli Stati Uniti. Ma non si può dimenticare, in Italia, il caso di Eva Sacconago morta suicida a 26 anni, con la sua aguzzina, colpevole di abusi sin da quando lei ne aveva 15, condannata a 3 anni e sei mesi.

    Abbiamo chiesto un commento a Sue Cox cofondatrice di Survivors Voice Europe, associazione internazionale che si occupa di tutela dei diritti delle vittime. «È sempre difficile, se non impossibile, per un sopravvissuto riuscire a ottenere giustizia, indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna», spiega Sue Cox. «Spesso le vittime sono persone sole e con uno scarso reddito e un’istruzione appena sufficiente, per via del trauma subìto durante l’infanzia. In queste condizioni si trovano sovente sole contro la Chiesa, che invece lotta in ogni singolo caso con tutte le risorse possibili.

    Spesso ci sono voluti anni prima che le vittime si siano fatte avanti, cosa su cui il Vaticano fa affidamento perché così scatta la prescrizione del reato. Bisogna capire che i sopravvissuti hanno una ferita talmente profonda da essere facilmente spaventati e manipolati anche in età adulta, e ancor meno trovano la forza per combattere. La Chiesa ha una lunga esperienza da astuta manipolatrice. Ci sono alcuni encomiabili avvocati pronti a combattere per difendere questi clienti, ma il Vaticano mette ogni possibile e immaginabile ostacolo sul loro cammino».

    In che modo? «Cercando di screditare le vittime, usando ogni singolo cavillo legale, ogni piccola tattica per ritardare le procedure. In questo modo i processi si trascinano per anni e le vittime sono spesso logorate, al punto di ritrovarsi incapaci di continuare la battaglia giudiziaria. Ci sono diversi casi di suicidio di persone abusate prima di arrivare a ottenere una qualsiasi forma di giustizia. Tradizionalmente la Chiesa ha sempre sottovalutato e spesso sfruttato le donne. C’è sempre stata una specie di scusante rispetto ai crimini sessuali contro le ragazze in base al concetto ridicolo secondo il quale la violenza sembra più ‘naturale’.

    L’abuso dei ragazzini ha certamente creato ulteriori difficoltà alle gerarchie ecclesiastiche e ai responsabili diretti. Ma dovrebbe essere considerato per quello che è: un orrendo crimine. Tutti, e sottolineo ‘tutti’, gli abusi sui bambini vanno contro qualsiasi legge umana, mentre le ragazze spesso scoprono che la loro storia appare meno importante. Probabilmente perché è così che sono percepiti da quella cultura che si rifà al pensiero della Chiesa cattolica. L’abuso sessuale è potere, è l’umiliazione, è la sottomissione di un essere umano più debole per la
    ‘soddisfazione’ personale di avidi criminali che non hanno alcuno scrupolo verso le loro prede. È un crimine contro l’umanità».