Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 16 del 23 dicembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 16 del 23 dicembre

    • Alessio Di Florio – Risarcire le vittime si può, finalmente giustizia per una vittima dopo 50 anni, anche in Italia serve commissione d’inchiesta indipendente su abusi nella Chiesa

    Risarcimenti alle vittime di abusi nella Chiesa cattolica. È uno dei temi fondamentali che più, soprattutto in Italia, le gerarchie cercano di frenare, ostacolare, rimuovere. Sarebbe un atto di giustizia ma di fronte le denunce di abusi, al di là di proclami e poco altro, di giustizia dentro la Chiesa se ne vede ben poca. È tornato di stretta attualità in questi giorni, dopo 50 anni una vittima ha ricevuto giustizia ricevendo il sacrosanto (termine quanto mai adatto) risarcimento.

    «Sono la prima vittima italiana di crimini pedofili prescritti dalla legge, perché avvenivano quando avevo 9 anni e adesso ne ho 60, che è stata riconosciuta ufficialmente e simbolicamente rimborsata dalla chiesa cattolica, però non dalla CEI per fatti che avvenivano in Italia e il cui colpevole è un prete italiano ma dalla conferenza episcopale francese perché sono cittadino franco-italiano e vivo in Francia da 30 anni – la testimonianza di Piero Brogi, vittima di abusi da bambino in una parrocchia di Roma e oggi risarcito, per la prima volta nella storia, dalla Chiesa, ad AlaNews – Solo per questa circostanza ho potuto gioire di questa forma di giustizia che tutti gli altri italiani purtroppo non hanno».

    «Vorrei anche in Italia, come si fa in tutti i paesi civili, una commissione d’inchiesta indipendente che faccia luce su quanto accaduto negli ultimi decenni nella chiesa cattolica – ha dichiarato Brogi toccando un altro tema scomodo per le gerarchie cattoliche e su cui realtà indipendenti come Rete L’Abuso da tanti anni e il coordinamento ItalyChurchToo si battono –  I colpevoli meritano la galera e non di essere spostati in altre diocesi come fanno abitualmente».

    Alanews – ANSA


    • Francesco Zanardi – LA CHIESA CATTOLICA BELGA AVREBBE VENDUTO CIRCA 30 MILA BAMBINI ALL’INSAPUTA DELLE LORO MADRI

    La Chiesa cattolica avrebbe venduto circa 30mila bambini all’insaputa delle loro madri. È quanto rivelato dalla testata belga Het Laatste Nieuws, che parla eventi svoltisi in un arco temporale che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Ottanta.

    Durante il parto, alcune donne sono state sottoposte ad anestesia generale, mentre altre hanno dovuto indossare una maschera: tutti modi per impedire alle madri di vedere il proprio figlio, che veniva immediatamente separato dopo la nascita. Alcune donne sarebbero state addirittura sterilizzate. Altre sono state costrette a firmare un documento in cui rinunciavano al figlio o gli veniva detto che era nato morto. I bambini venivano poi venduti per ingenti somme – tra i 10.000 e i 30.000 franchi belgi (all’incirca tra i 250 e i 750 euro), a volte molto di più – a famiglie adottive.

    Nel 2015 la Conferenza episcopale si è scusata con le vittime di adozioni forzate in istituti cattolici presso il Parlamento fiammingo. In risposta alle recenti testimonianze, i vescovi hanno espresso la loro compassione per il dolore e il trauma delle vittime, nota il Brussels Times. La Chiesa chiede un’indagine indipendente sulle condizioni descritte dalle donne coinvolte.

    ANSA


    • Ludovica Eugenio – CITTA’ DEL VATICANO-ADISTA.

    Sembra stringersi il cerchio intorno all’ex gesuita Marko Ivan Rupnik, accusato di abusi sessuali da numerose donne, ma al momento non ancora sottoposto a processo dal Vaticano, nonostante papa Francesco, il 28 ottobre scorso, abbia deciso di derogare alla prescrizione per consentirne lo svolgimento. Il 15 dicembre scorso il Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società  di Vita Apostolica, presieduto dal card. João Braz De Aviz, ha annunciato formalmente in un comunicato la decisione di sciogliere la Comunità Loyola, co-fondata da Marko Rupnik insieme a Ivanka Hosta, dopo un commissariamento durato un anno e mezzo e una nuova visita apostolica annunciata appena qualche settimana fa, affidata a p. Amedeo Cencini  e a suor Marisa Adami. La motivazione: «Gravi problemi relativi all’esercizio dell’autorità e al modo di convivere». La notizia era stata diffusa già il 14 dicembre dal giornale digitale portoghese 7Margens.

    «la storia della comunità e la sua esperienza è emblematica  – ha affermato Fabrizia Raguso, ex religiosa della Comunità, docente all’Università Cattolica di Braga, in Portogallo, in un webinar del laboratorio Re-In-surrezione sulla Comunità Loyola – perché ancora dopo l’influenza di Rupnik ha continuato a vivere in un clima di abuso spirituale e psicologico costante da parte della superiora generale e fondatrice Ivanka Hosta e di tutte quelle religiose che più profondamente ne hanno assorbito e fatto propri i contenuti, i metodi e le finalità di quello che si considerava il carisma stesso della comunità. Questo è quanto sottolineato e verificato attualmente anche dal processo di commissariamento realizzato tra il 2020 e il 2022».

    «a causa del rifiuto da parte di Ivanka Hosta di recepire le indicazioni di riforma delle costituzioni e conseguentemente della struttura e del clima relazionale all’interno della comunità, il commissariamento è stato affidato al vescovo ausiliare della diocesi di Roma, mons. Libanori, che in quanto elemento esterno doveva permettere di dialogare con la comunità e dentro la comunità. Ne è seguito un decreto disciplinare del 21 giugno scorso, con l’emissione di un “rimprovero formale” a suor Ivanka Hosta, per il suo comportamento all’interno della Comunità di Loyola “nell’esercitare uno stile di governo lesivo della dignità e dei diritti di ciascuno delle suore che ne fanno parte”.

    Ora, il decreto finale di scioglimento, tardivo, secondo Raguso, che dovrà essere attuato entro un anno; che sarà delle vittime adesso? E che sarà delle religiose che hanno abbandonato la comunità in passato per quegli stessi abusi?

    «Questi ultimi tre anni sono stati molto estenuanti, sia per le sorelle che si sono confrontate con la realtà della Comunità, sia per quelle che l’avevano lasciata diversi anni fa, senza alcun sostegno, né psicologico, né spirituale, né materiale», ha commentato con 7Margens Fabrizia Raguso, benché la decisione sia «un atto di verità, necessario anche per evitare che gli abusi continuino, coinvolgendo altre giovani donne sempre più fragili e impreparate». Ora si spera che arrivi anche la giustizia: «Nessuno potrà restituirci le nostre vite distrutte, ma speriamo che tutte le suore, anche quelle che hanno lasciato la comunità da tempo, possano essere equamente risarcite», ha aggiunto. E che «questo esito non ostacoli il corso del processo contro Marko Rupnik».

    ADISTA


    • Federica Tourn – Sviezzera, aumentano le denunce

    Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.

    «Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC.

    «Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto prima di tutto essere ascoltate e soprattutto credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato.

    La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».

    Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.

    Fonte cath.ch

  • Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera, come comunica in queste ore cath.ch, sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.

    «Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC. A sua volta Brigitte Ansermet, segretaria e amministratrice del CECAR, sottolinea che dal 13 settembre le domande sono fortemente aumentate. I comitati preposti all’ascolto e all’accoglienza delle vittime si sono così dovuti suddividere, per essere più operativi.

    Ma al di là delle cifre, si gioca un elemento altrettanto importante, che è quello del coraggio di uomini e donne di osare a parlare davanti a delle istanze ufficiali dopo decenni di silenzio. «Le vittime di abusi sessuali non parlano mai dall’oggi al domani», spiega Aeby. Spesso la chiamata che fanno o l’email che mandano è frutto di un lungo cammino. Magari sono stati consigliati da qualcuno che è loro vicino, precisa la vice presidente del SAPEC, «e non potete nemmeno immaginare l’energia che ci voglia per un passo simile!».

    «Delle volte può convincere una persona a parlare anche un caso citato nei media». Subito dopo i casi emersi all’abbazia di S. Maurice, si sono ad esempio annunciate tre persone al SAPEC, ma solo una era legata direttamente all’abbazia, indica Aeby. Ugualmente dopo la pubblicazione, in Francia, del rapporto sugli abusi nella Chiesa francese, due persone si sono annunciate presso la Commissione per gli abusi sessuali in contesto ecclesiale (CASCE) della diocesi di Losanna, Ginevra e Friborgo, come indica la collaboratrice Rita Menoud.

    Segnalazioni via email

    Ogni caso è però unico e ognuno si annuncia a suo modo. Il CASCE ad esempio riceve la maggior parte delle segnalazioni per email, più raramente per posta o per telefono. «Può trattarsi di una email contenente alcuni dettagli, senza che però il nome dell’autore dei fatti sia menzionato. È un modo per le persone per raccontare ciò che hanno vissuto», sottolinea Rita Menoud, che aggiunge che alcune delle vittime indicano anche di non voler essere ricontattate. «In ogni caso diamo conferma di ricezione e rispondiamo indicando le strutture alle quali indirizzarsi se la vittima desidera essere presa in carico da un’istanza indipendente, il SAPEC, il CECAR o i centri LAVI (Legge d’aiuto alle vittime di infrazione)».

    Rita Menoud aggiunge che «spesso le vittime non hanno conoscenza delle organizzazioni preposte alla raccolta delle loro testimonianze, né dei risarcimenti che possono ottenere, né dei passi che potrebbero compiere». Aeby a sua volta accoglie soprattutto le vittime e le orienta. «Se vogliono testimoniare e raccontare cosa è successo loro in vista di un riconoscimento ufficiale dei fatti presso la Chiesa o di un risarcimento, le indirizzo verso il CECAR o i centri LAVI, allo scopo che non debbano continuamente ripetere le loro storie. Ripetere di continuo ciò che hanno subito è molto doloroso».

    Essere ascoltati e capiti

    «Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto che prima di tutto siano ascoltate e soprattutto che siano credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato. «Tanto la figura di un prete era allora sacra…», commenta Brigitte Ansermet della CECAR.

    I contatti sono dunque fragili, certe vittime parlano per la prima volta, «ma bisogna anche avere il coraggio di porre loro delle domande precise per ottenere quei dettagli che possono rilevarsi importanti per il futuro e per stabilire lo stato emozionale della vittima. Così come è importante dimostrare loro del rispetto», precisa Rita Menoud, che ha anche lavorato presso la polizia giudiziaria di Friborgo. «Può anche accadere che anche anni dopo le vittime siano ancora in contatto con il loro aggressore, alcune dimostrandogli anche ossequio».

    La necessità di comprendere

    La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».

    Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.

    La trasmissione dei dati a Zurigo

    Il SAPEC trasmette sistematicamente i casi all’équipe di ricerca dell’Università di Zurigo. Il CASCE mette invece a disposizione i casi degli storici che volessero approfondirli consultando i loro archivi per proseguire nella ricerca. Quanto ad eventuali casi di calunnia, Aeby cita un solo caso in 14 anni di attività: «La persona non voleva essere identificata, ha donato un indirizzo di posta elettronica di fantasia ed era molto virulenta nell’accusa, molto di più dei casi di cui sentiamo raccontare di solito». Presso il CECAR questo accade ancora più di rado: «Entriamo in materia solo su dei casi prescritti. Le persone devono inoltre identificarsi e le riceviamo personalmente per sapere se vogliono ricevere un risarcimento», sottolinea Ansermet. «Ascoltarle è a volte difficile, ma sapere che ciò contribuisce ad aiutarle, mi aiuta a tenere la giusta prospettiva».

    cath.ch/adattamento red

    https://www.catt.ch/newsi/svizzera-romanda-sono-91-le-vittime-di-abusi-in-ambito-ecclesiale-annunciatesi-dopo-il-12-settembre/

  • «Le chat non sono manipolate»: la conferma del perito nel processo al prete per violenze sessuali su minori a Enna

    «Le chat non sono manipolate»: la conferma del perito nel processo al prete per violenze sessuali su minori a Enna

    Nessuna manipolazione, nessuna modifica e nessuna alterazione. Gli screenshot della chat, che era stata ammessa dal tribunale di Enna nel processo per violenza sessuale aggravata a danni di minori in cui è imputato il sacerdote Giuseppe Rugolo, sono stati analizzati da un perito che ne ha confermato la corrispondenza con l’originale. Si tratta di una conversazione tra l’archeologo Antonio Messina che ha denunciato il prete per gli abusi subiti quando era minorenne (e che, a sua volta, è stato querelato dal sacerdote per diffamazione) e una sua amica. Un dialogo – uno dei tanti finiti all’interno di questo processo – che proverebbe le confidenza sulle violenze alla vittima.

    Ancora una volta, come era già successo nel corso della scorsa udienza – di un processo che si celebra a porte chiuse per «esigenze di riservatezza» – è saltata la requisitoria della pm Stefania Leonte. Un ulteriore rinvio che, in questo caso, si è reso necessario per via dell’assenza – giustificata per malattia – del giudice titolare del collegio, ovvero la persona che poi dovrebbe essere incaricata proprio a scrivere la sentenza del processo. Insomma, una mancanza non da poco per cui si è ritenuto di posticipare la requisitoria alla prossima udienza che è già stata fissata per mercoledì 10 gennaio. La stessa occasione in cui la parola andrà anche agli avvocati delle parti civili per le conclusioni. Appuntamento successivo per martedì 13 febbraio con i legali dei responsabili civili (la diocesi di Piazza Armerina e la parrocchia di San Giovanni Battista di Enna) e gli avvocati difensori dell’imputato. La sentenza, con le eventuali repliche, è prevista per martedì 5 marzo.

    Una vicenda che è iniziata con la denuncia della giovane vittima, minorenne all’epoca dei fatti e oggi 28enne. I suoi genitori avevano poi denunciato di avere ricevuto dalla diocesi di Piazza Armerina un’offerta di 25mila euro della Caritas in cambio di una clausola di riservatezza e di silenzio. Il vescovo Rosario Gisana ha sempre sostenuto, invece, sarebbero stati proprio i genitori ad avanzare una richiesta di denaro. Lo stesso vescovo che nel corso di una conversazione, che non sapeva essere intercettata, avrebbe detto al sacerdote imputato: «Caro Giuseppe, per te ci sono tutti i presupposti per diventare Santo». E lo stesso vescovo che, di recente, è stato perfino elogiato da Papa Francesco. Intanto, nell’ultimo periodo sono emerse diverse denunce presentate da don Rugolo nei confronti, non solo della vittima che lo ha denunciato, ma anche dei giornalisti che si sono occupati della vicenda e di Francesco Zanardi, il presidente di Rete l’Abuso. L’unica associazione italiana di vittime di abusi da parte di esponenti della chiesa. Al momento, tutte le querele sono state ritenute prive di fondamento.

    «Le chat non sono manipolate»: la conferma del perito nel processo al prete per violenze sessuali su minori a Enna

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 14 del 9 dicembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 14 del 9 dicembre

    Federica Tourn – Gli 80 anni dei Focolari, tra luci e molte ombre

    Margaret Karram e Jesús Morán, presidente e copresidente dei Focolari, sono stati ricevuti in udienza dal papa il 7 dicembre, giorno in cui ricorrono gli ottanta anni dalla fondazione del movimento da parte di Chiara Lubich. Nel pomeriggio, il cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha presieduto una messa di ringraziamento nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, insieme ad altri cardinali e vescovi. Una celebrazione in pompa magna per un movimento che ha dovuto ammettere di avere al suo interno diversi casi di pedofilia (66 i casi individuati dal 1969 al 2012, secondo i dati raccolti dalla Commissione interna dei Focolari): il più eclatante è senz’altro quello di Jean-Michel Merlin, un focolarino francese che ha violentato almeno 37 bambini e che è stato definito un «abusatore seriale di minori».

    Meno di due settimane fa, il 25 novembre, lo stesso papa ha però nominato Margaret Karram membro del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita: una decisione che ha destato stupore e scandalo fra le vittime e i fuorisciti dal movimento. L’Oref, organizzazione ex focolari, ha scritto una lettera aperta al cardinale Farrell in cui sottolinea la grave incompatibilità della nomina della presidente dei Focolari con la funzione di tutela che il Dicastero riveste in caso di denunce di abuso all’interno dei movimenti. «Questa nomina – si legge nella lettera di Oref – si configura come un grave conflitto di interessi: per noi e per le vittime di abusi, quel Dicastero era l’ultima istanza cui rivolgersi nella speranza di ottenere ascolto, comprensione e giustizia. E ora?».

    Ora, chi controlla adesso il controllore? La contraddizione appare evidente, soprattutto se si pensa alla “tolleranza zero” sugli abusi proclamata più volte da Bergoglio. «Margaret Karram dovrebbe contemporaneamente operare per risolvere il problema degli abusi all’interno del Movimento dei Focolari ed esprimersi poi sulle accuse di questi ultimi in seno al suo Dicastero», spiegano gli ex focolarini.

    Approvato dalle gerarchie ecclesiastiche nel 1962 (quasi vent’anni dopo la sua fondazione) con il nome di Opera di Maria, il movimento dei Focolari ha la sede centrale a Rocca di Papa ed è oggi diffuso in 182 paesi.

    Fonte: Domani


    Ludovica Eugenio

    E’ dedicato interamente al tema degli abusi nella Chiesa l’ultimo numero, il quarto de  2023, della rivista internazionale di teologia Concilium. Un tema già affrontato nel 2004, in un numero intitolato “il tradimento strutturale della fiducia”, che oggi viene ripreso e attualizzato. Cosa si intende per abuso? Lo spiega l’editoriale: “abuso – si legge – è un termine problematico perché potrebbe suggerire che vi possa essere un uso “corretto” di una persona, in contrasto con il suo ab-uso.

    Ciò non è possibile: non esiste un “uso” giusto o sbagliato di una persona, giacché una persona non dovrebbe mai essere usata. Eppure questa terminologia fa emergere esattamente il nocciolo della questione: nei casi di abuso sessuale gli individui non sono percepiti e rispettati come soggetti e persone. Sono usati, oggettivati, strumentalizzati. L’abuso è quindi sempre un abuso di potere e un abuso di fiducia, soprattutto nei rapporti di dipendenza. In particolare, nei rapporti di direzione spirituale o di cura pastorale. Proprio questo è il fulcro di questo fascicolo.

    Concilium tratta il tema da diverse prospettive e su un piano internazionale, registrando la difficoltà di contesti molto diversi tra loro in alcuni dei quali è ancora difficile mettere a tema l’abuso clericale. Vi sono dunque contrubuti molto diversi, ma tutti accomunati dal fatto che il contesto istituzionale in gioco è sempre la chiesa. Viene dunque messo in discussione il ruolo e la responsabilità istituzionale e teologica della chiesa cattolica, sia nel consentire relazioni di abuso sia coprendo e insabbiando.

    Undici i contributi presenti nel numero, tra i quali quelli della teologa tedesca Ute Leimgruber sulla rilevanza teologica della narrazione delle vittime, quello della teologa francese  Marie-Jo Thiel sul Rapporto Sauvé nella Chiesa francese, della ex religiosa, vittima di abusi Doris Reisinger sull’abuso spirituale e di p. Hans Zollner, preside dell’Istituto di antropologia della università Gregoriana sul significato della rielaborazione.


    Alessio Di Florio – L’ascolto che non ascolta del Vaticano

    Ascolto. Tante volte papa Francesco, Zuppi o altri della CEI hanno usato questa parola. Ascolto delle vittime, ascolto delle donne, ascolto di tante e tanti. A parole, la verità come spesso accade dietro le mura vaticane è un’altra come sottolinea questa dichiarazione di “Donne per la Chiesa”.

    Leggiamo la notizia che uno dei temi che verrà trattato da Papa Francesco, riunito con il gruppo dei 9 cardinali in questi giorni, sarà “la dimensione femminile nella Chiesa”. Da una parte ci incuriosisce cosa potrà emergere; dall’altra ci delude che, di nuovo e nonostante le tante istanze della nostra associazione, come di altre, le donne siano assenti al tavolo dove si parla del loro ruolo.

    Parlano di noi e su di noi ma non con noi.

    Auspichiamo invece e continuiamo a sollecitare un dialogo più autentico e sinodale, dove le donne siano soggetti del proprio processo di partecipazione nella comunità ecclesiale e dove si possa parlare di ministerialità così come di altre riforme necessarie.

    Alcune di noi insieme a tante teologhe e teologi contemporanei si domandano se non sia tempo per un superamento del principio petrino e mariano. Aggiungiamo che questa modalità binaria di definire la realtà presuppone separazione e impone paletti che ingabbiano invece di liberare i carismi di ciascuna e ciascuno.

    Abbiamo la sensazione che questo arroccarsi su alcune specifiche posizioni o teorie teologiche, di nuovo, nasconda un timore per una partecipazione sempre più ampia delle donne nella Chiesa.


    Francesco Zanardi – Ci siamo fatti in TRE. Nasce Rete L’ABUSO WEB PORTAL con tre siti tematici dedicati
    Un’esigenza per continuare a mantenere un servizio informativo di eccellenza, soprattutto in Italia dove l’informazione è estremamente carente, tanto da venire troppo spesso meno a quella che dovrebbe essere la sua funzione sociale.

    Una scelta radicale che valorizza con i suoi contenuti la stessa storia del paese e le inascoltate proteste dei sopravvissuti, documentata con migliaia di contenuti di cui molti non più reperibili sul web, ma presenti nel nostro archivio.

    Il nuovo PORTALE trova oggi all’indirizzo solito test.retelabuso.org/ tre distinte strutture:
    Il PORTALE – ASSOCIAZIONE SOPRAVVISSUTI che conterrà i soli contenuti relativi all’Associazione, l’operato negli anni, i consigli e i servizi MEDICI e LEGALI regionali, per le vittime.

    Il PORTALE – TG NEWS – NOTIZIE REGIONALI contenente non solo tutte le edizioni del TG NEWS ma la selezione di tutte le notizie di archivio storico, suddivise per Regione e categoria.

    Il PORTALE – OSSERVATORIO PERMANENTE contenente gli unici dati statistici italiani.
    I database sui sacerdoti accusati; quelli condannati; le strutture della chiesa per curare i preti pedofili (nessuna per le vittime); i vescovi insabbiatori tuttavia rimasti al loro posto in Itali, malgrado il Motu proprio; le statistiche sulla base europea; i riscontri sull’entità del fenomeno in Italia.

    Dati unici in quanto a differenza degli altri paesi, l’Italia non ha mai prodotto.
    Come è visibile a colpo d’occhio da ogni portale di accesso tematico, emerge uno storico molto chiaro, malgrado i contenuti siano gli stessi di prima.

    La struttura in realtà, malgrado i tre PORTALI tematici permette tramite la ricerca interna al PORTALE – indipendentemente dal portale utilizzato – la scansione dell’intero ARCHIVIO STORICO, con contenuti documentali che partono dal 1870 con sentenze di condanna (all’epoca MORALE) del RE d’Italia Umberto 1° e continuano con la storia “censurata” dalla memoria del paese, come lo “scandalo” di Varazze, luglio 1907, dietro ai preti pedofili, la guerra civile che in due giorni da Savona, travolse tutta Italia.
    I tre PORTALI sono già attivi e consultabili a pieno regime nella maggior parte dei servizi, alcuni ancora in fase di riallestimento.


    Pierelisa Rizzo

    La chiameremo Sheila ed è l’assistente sociale che ha testimoniato in tribunale ed ha contribuito a mettere in prigione uomini che hanno abusato di bambini e adolescenti ospiti degli orfanatrofi cattolici Madonna Manor e Hope Haven, a diverse miglia da New Orleans. “Ho provato. Ho fatto tutto quello che potevo per far arrestare quell’uomo”, ha detto, riferendosi a Harold Ehlinger, che viveva in un dormitorio quando il suo lavoro quotidiano fare l’assistente sociale ai ragazzi del Madonna Manor, ora chiuso.

    Questi due edifici, che ospitavano gli orfanatrofi belli allora e ben curati,  sono stati il rifugio di sadici e violentatori per decenni, beni immobili importanti  nella protezione dalla bancarotta che l’arcidiocesi ha voluto nel 2020, affrontando cause legali per le vittime di abusi. Il caso della Chiesa ora supera le 500 denunce di abuso grazie anche ad una legge della Louisiana , a rischio di sopravvivenza, che ha eliminato i termini di presentazione delle domande per le vittime.

    Man manco che si va avanti sta emergendo i contorni di una cultura religiosa criminale sotterranea con circa 100 denunce di abusi incentrate sui due orfanotrofi.

    Lo chiameremo Leon. Nato nel 1971, fu mandato a Madonna Manor da una famiglia che si era separata, alla fine del 1982 o 1983. “Invece di subire abusi, scappavo – troppe volte per poterle contare.  Era praticamente una prigione”. Era l’autunno del 1980, quando Sheila andò a lavorare al Madonna Manor. Nella consulenza e nella terapia di gruppo trovò ragazzi arrabbiati, cinici e che agivano per gli abusi sessuali subiti

    Sheila,  se n’era già andata quando arrivò Leon. Le autorità della Chiesa avevano permesso al fratello Harold Ehlinger di risiedere in un cottage vicino a Hope Haven.

    “Il fratello Harold era come il capo- dice Leon –   A volte indossavano maschere per nascondere la loro identità così non sapevi chi ti avesse violentato”.

    Ehlinger era uno del gruppo di presunti pedofili presenti a Hope Haven e Madonna Manor, secondo varie cause pendenti, deposizioni e documenti che forniscono nuovi, agghiaccianti particolari su due delle istituzioni più famigerate legate alla crisi degli abusi del clero cattolico, ma i cui dettagli sono stati in gran parte sepolti nel passato. La storia di Leon è solo una delle decine di testimonianze drammatiche . C’è Joe, violentato da Martin Marie, un membro delle Suore Scolastiche di Notre Dame e che, secondo Joe, non è stata l’unica suora complice delle percosse e degli abusi sessuali che ha subito sull’orlo della pubertà. C’è Rene Perez,  investito mentre a bordo della sua bicicletta era fuggito dall’orfanatrofio.

    Non è chiaro quando esattamente le due istituzioni la Hope Haven che aprì negli anni 20 e la Madonna Manor, aperta pochi anni dopo,  siano diventate una calamita per i pedofili e le persone inclini a comportamenti sadici. Ma 17 cause legali avviate nel 2005 contenevano accuse risalenti agli anni ’50 che descrivevano abusi orribili.

    Una figura importante nel contenzioso del 2005, è un prete di nome Ray Hebert, direttore delle due strutture dal 1966 al 1971.

    Hebert,  che era un monsignore  aveva la responsabilità degli orfanotrofi ed era a conoscenza delle dinamiche interne alle due strutture. Era lui che dopo avere accettato l’incarico, negli anni ’90 come vicario del clero presso l’arcidiocesi di New Orleans, avrebbe dovuto indagare sui preti accusati di abusi sessuali su minori.

    Hebert avrebbe stilato un rapporto al suo capo di allora l’arcivescovo Philip Hannan su una conversazione che aveva avuto con padre Lawrence Hecker accusato varie volte di abusi e ora in carcere in attesa di processo . Rapporto poi distrutto.

    Alla fine, dopo che l’arcidiocesi ha risolto la controversia Hope Haven-Madonna Manor per 5 milioni di dollari, le vittime che hanno nominato Hebert  hanno ritirato le accuse contro di lui.

    Tra il 2010 e il 2020, l’arcidiocesi ha risolto più di 130 denunce di abusi sessuali, per un totale di 11,7 milioni di dollari, in molti casi richiedendo alle vittime di firmare accordi di riservatezza

    L’arcidiocesi non avrebbe mai pagato un tale risarcimento se non considerasse credibili le vittime .

    Pierelisa Rizzo

    Fonte The Guardian.

  • Grazie Francesco

    Grazie Francesco

    Buongiorno a tutte e tutti e buongiorno a te Francesco. Ho appena letto l’articolo sul “triplicamento” dei canali internet della Rete, e ci tengo veramente a farti i miei complimenti e soprattutto a ringraziarti.

    Sei un piccolo GRANDE uomo Francesco, e ti voglio sinceramente un gran bene !

    E pensare che qui in Francia e in Italia mi fanno pure i complimenti, perché hai dichiarato ultimamente (e indebitamente) alla stampa, che sono uno dei “fondatori” della Rete, quando sono invece solo una vittima, umile ma sfegatato sostenitore, che ti chiese il tuo aiuto e aderì a Rete L’Abuso solo nel 2015, quando mi hai dato una mano e fatto un gran bene coi tuoi consigli e le tue lettere.
    E ne avevo veramente bisogno, visto che, solo da qualche mese, avevo subito il doloroso “gran risveglio” della mia amnesia traumatica, e ci son stato talmente male che ho rischiato seriamente l’ospedalizzazione psichiatrica, talmente la scoperta dei dettagli “segreti e segregati” della mia infanzia mi fece vacillare.

    E la Rete sei tu Francesco, tutto poggia sulle tue sole spalle.

    Si, ho aiutato per il logo (è il mio mestiere) e scrivo molto e intervengo per la causa comune come un dannato senza pace, come e quando posso, soprattutto qui in Francia dove vivo da più di 20 anni. Vado anche volentieri con le altre vittime in piazza San Pietro a Roma, o sulle gradinate del Sacro Cuore a Parigi, con striscioni e una valigia di urla per gridare la mia rabbia. Rabbia intatta malgrado più di 8 anni di psicoterapie che non mi hanno certo guarito, perché per me è troppo tardi per “guarire”, ma che mi hanno almeno aiutato a rompere il silenzio e a sopportarmi da “sopravvissuto” (come noi vittime amiamo definirci).

    Per fortuna per i “sopravvissuti” non è più esattamente cosi oggi. Per quei minori che grazie anche all’aiuto dei tanti avvocati volontari della Rete (come Mario Caligiuri) e grazie a quella cultura della verità che hai grandemente influito a far emergere in Italia, riescono finalmente a parlare e soprattutto ad essere ascoltati dagli adulti. E questo, in queste tristi circostanze cambia tutto, se non altro perché il sostegno psicologico immediato, il sentimento di sentirsi finalmente ascoltati e soprattutto la giustizia, evitano che la violenza dello stupro e del diniego finiscano per compromettere per sempre la fragile coscienza di un minore in divenire.

    Quindi si, hai fatto e fai molto per le vittime e la giustizia Francesco. Ma la giustizia esiste in Italia? Purtroppo siamo l’unico paese al mondo tra quelli detti “civili” a negarla, e a non aver creato (come ad esempio qui in Francia), una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui crimini pedofili che i ministri della Chiesa Cattolica Italiana perpetrano da decenni, coperti da una cultura del silenzio e dell’insabbiatura che non solo la rendono responsabile di quanto è accaduto, ma tristemente complice. E purtroppo molto più di qualsiasi altra istituzione a contatto con i bimbi, se non altro perché le leggi del Concordato mussoliniano tra Stato e Chiesa del 1929, tuttora in vigore, le permettono facilmente di eludere le inchieste e gli accertamenti degli inquirenti di giustizia italiani.

    Come se il Concordato non bastasse poi, si fa ancor peggio in Italia. Perché il governo italiano, e solamente per “aiutare” la Chiesa, autorizza l’imputato ad indagare su se stesso. Ed è cosi che è stata creata una commissione fantoccio tutt’altro che indipendente, presieduta dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) mons. Matteo Zuppi, alla quale è stato affidato il compito di indagare su quei crimini e quei criminali che per decenni, di fatto, la Chiesa ha coperto e continua a coprire. E chiamano questa “giustizia”? Solo in Italia è possibile un paradosso del genere.

    Qui in Francia, paese realmente laico non solo sulla carta costituzionale, il popolo in furia sarebbe sceso nelle piazze e avrebbe chiesto ai politici di rendere i conti. E in Italia? Il potere della Chiesa è talmente forte, diffuso e capillare, che quasi tutta la stampa e la classe politica si genuflette di fronte al Papa, e nega ai propri cittadini il più elementare diritto all’informazione e alla giustizia. Diritto negato da quei politici che osano poi qualificare l’Italia come une stato democratico e di diritto!

    È una vergogna tutta italiana che conferma ancora una volta lo sfacelo della nostra società e la perdita di qualsiasi riferimento morale e culturale. E non è una questione di destra o di sinistra, di atei o di credenti, ma di civiltà! Solo di civiltà.

    Tutte le vittime come me qui in Italia hanno rotto il silenzio solo grazie a te Francesco. Piccolo grande uomo che dedica tutto il suo tempo e tutta la sua vita a questa nobile causa, non certo per vendetta, non certo per anticlericalismo becero, perché la Chiesa Cattolica esiste da duemila anni e esisterà sempre, ma perché umanamente saresti incapace più di qualsiasi altro uomo di continuare a esistere mentre altri bimbi continuano a farsi stuprare dai ministri della Chiesa Cattolica. Esistere mentre altre giovani coscienze appena sbocciate si fanno spezzare in volo e per la vita intera, solo per aver innocentemente frequentato una istituzione, quella cattolica; creata in nome della “giustizia universale”, ma che di fatto, difende invece i criminali pedofili che si sono annidati in massa nel suo seno, visto che non denunciandoli la Chiesa li protegge, fino a trasformarsi nel corso dei decenni in un paradossale “paradiso universale” per pedofili.

    È insopportabile pensare che questo accada ancora oggi e nell’indifferenza. Insopportabile per le vittime, insopportabile per chi come te Francesco, è riuscito come Golia a far vacillare il gigante della menzogna, menzogna che non è certo stata sconfitta, è solo stata scalfita perché in parte resa pubblica. Ma finalmente e giustamente la Chiesa si fa criticare dalla società civile e da tutti quei fedeli scandalizzati da quanto scoprono, e scandalizzati dall’attuale inazione che ne segue. Perché malgrado tutte le parole di scusa e i buoni propositi del Papa, i fatti non seguono.

    Il primo “report” italiano della CEI ci racconta solo l’ennesima campagna di informazione per distrarre e far tacere il popolo. Non si tratta di una vera e oggettiva inchiesta indipendente, ne di veri provvedimenti cautelativi o disciplinari, e le vittime sono tuttora inascoltate e non hanno ricevuto nessun indennizzo, almeno per le loro cure psichiatriche. Penso ad esempio alle vittime degli ignobili pedofili dell’istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona, che malgrado le evidenze raccapriccianti che sono emerse nei tribunali e lo scalpore suscitato dal caso, ancora aspettano giustizia.

    La mortifera cultura clericale che si è impossessata della Chiesa da decenni ha reso tutti complici. Perché i vescovi e i cardinali che non sono direttamente colpevoli di crimini pedofili, sono comunque colpevoli di omessa denuncia di crimini altrui, e i rari non coinvolti si potrebbero purtroppo contare sulle dita di una sola mano. E anche se il Papa fosse pieno di buona volontà, si fa di tutto alle sue spalle per rallentare il processo, perché hanno paura, paura di perdere il loro potere, i loro privilegi e paura della giustizia, quella civile e non quella divina. Quella che non ci stancheremo mai di esigere, noi della Rete, aiutati anche da quei tanti cattolici di buona volontà.

    Si, perche molti credono che la Rete sia una associazione anticlericale, e del resto alcuni fanatici ci trattano pure da “satanisti”, credendo in questo modo di difendere la loro chiesa (che invece contribuiscono a demolire), ma non è vero affatto!

    Attorno e all’interno di Rete l’Abuso ruotano anche preti (quelli veri) e persone profondamente credenti e cattoliche che lottano anche per salvare la Chiesa e scacciare dal suo interno i criminali. Come Cristina Balestrini, madre di una vittima e profondamente cattolica, che fin dall’inizio si è sentita personalmente implicata e ha ricoperto e ricopre tuttora ruoli fondamentali e importanti nella nostra associazione.

    E poi ci sono quelli come me, vittime che purtroppo hanno perso la fede a 9 anni a causa di uno stupro subito proprio in un confessionale (e non ci biasimate) ma anche vittime credenti. Perché credenti o non credenti, di destra o di sinistra, come vi ho già detto, si tratta di una questione di civiltà. E perché il silenzio e la menzogna uccidono, non solo la civiltà, non solo noi vittime, ma anche i nostri figli.

    Mio malgrado e solo perché vivo in Francia, sono diventato da un paio di settimane un caso unico. L’unica vittima italiana di un crimine pedofilo clericale prescritto dalla legge, ascoltata e risarcita (seppur simbolicamente) da una Conferenza Episcopale, ma non quella italiana, la CEI, ma quella francese, la CEF. Anche perché in seguito a l’ennesimo rifiuto per “extraterritorialità”, ho minacciato di incatenarmi sul cancello dell’Arcidiocesi di Lione di fronte alla stampa nazionale e internazionale, di scrivere una lettera alla Corte di Giustizia Europea dei Diritti Umani, e non ultimo, di scriverne una anche Macron (e qui in Francia è possibile farlo) per chiedere al mio Presidente di far pressione sulla Chiesa Cattolica per proteggere uno dei sui cittadini. Se fossi stato solo un “povero cristo italiano” e come è successo in passato, nessuno mi avrebbe mai ascoltato ne risposto. Ebbi solo una “paterna benedizione”. Qui in Italia le mie minacce non sarebbero servite a nulla.

    Spero solo che il mio caso “unico” possa creare un precedente giuridico a favore di tutte quelle vittime italiane che attendono che qualcuno si occupi di loro.

    Quindi come concludere: viva la Francia, viva l’Italia (con qualche riserva), e viva Francesco Zanardi e Rete L’Abuso, prima e unica associazione italiana che difende le vittime di pedofili clericali e mette il dito sulla piaga di questa vergognosa tradizione tutta italiana, di cui personalmente sono poco fiero.

    Piero BROGI
    (una delle tante vittime che ha deciso almeno di non restare anonima e ne di chiudere la bocca. E visto quello che ci ho messo a 9 anni, oggi posso metterci pure la faccia, e senza vergogna. Non sono certo io a dovermi vergognare)
    https://www.facebook.com/groups/retelabuso/permalink/7094139183977622/?mibextid=oMANbw
  • Il consiglio regionale di Assostampa a fianco dei colleghi querelati da Don Rugolo.

    Il consiglio regionale di Assostampa a fianco dei colleghi querelati da Don Rugolo.

    Il consiglio regionale dell’ Associazione Siciliana della Stampa riunitosi a Palermo il 5 dicembre 2023 esprime forte preoccupazione e stupore per la terza querela per la giornalista Pierelisa Rizzo sempre ad opera di Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo al Tribunale di Enna con l’accusa di  violenza sessuale aggravata su minori. Preoccupazione e stupore che riguarda anche l’allungarsi continuo dell’ elenco dei giornalisti denunciati  per avere garantito  il diritto all’informazione su un fatto che ha profondamente scosso la comunità ennese. Adesso è stato denunciato un altro giornalista, il quarto dopo Federica Tourn, giornalista freelance di Torino e Manuela Acqua giornalista di Enna, Filippo Occhino direttore della testata on line Ennalive. Anche in questo caso la Procura di Enna ha ritenuto infondata la denuncia ed ha chiesto l’archiviazione ma i legali di Rugolo hanno proposto l’opposizione. La Rizzo e Occhino compariranno davanti al Gup il 9 luglio del 2024. Sale, dunque a 4 il numero dei giornalisti denunciati dal sacerdote.

    Il consiglio regionale del sindacato unitario dei giornalisti, nel dare la  massima solidarietà ai colleghi querelati, respinge con   determinazione ogni tentativo che potrebbe configurare la querela temeraria finalizzato a spegnere il diritto di cronaca.

    https://www.assostampasicilia.it/notizie/2838-il-consiglio-regionale-di-assostampa-a-fianco-dei-colleghi-querelati-da-don-rugolo.html

  • “Il diavolo era in quell’edificio”: gli oscuri segreti degli orfanotrofi della chiesa di New Orleans

    “Il diavolo era in quell’edificio”: gli oscuri segreti degli orfanotrofi della chiesa di New Orleans

    Questa è la puntata finale di una serie in tre parti che esplora come il fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans si distingue da altri casi del suo genere. La prima rata è andata in onda mercoledì 29 novembre 2023 e la seconda è andata in onda venerdì 1 dicembre .

    Chiamala Sheila.

    Non vuole che il suo nome venga utilizzato a causa della testimonianza in tribunale che ha reso come assistente sociale statale che ha contribuito a mettere in prigione uomini che hanno abusato delle loro famiglie. Ora è in pensione, ma è ancora una salvatrice per natura.

    In un pomeriggio recente è tornata al Madonna Manor, l’ orfanotrofio cattolico in un edificio in stile revival coloniale spagnolo, ora chiuso, a diverse miglia da New Orleans attraverso il fiume Mississippi. “Un luogo riverente”, sospirò, “ma è anche una scena del crimine.”

    Guardò l’asse di legno che copriva una finestra. I procioni ora nidificavano nelle stanze che un tempo erano il dormitorio per i ragazzi sotto i 12 anni al Madonna Manor. Gatti selvatici vagavano per i cortili vuoti dove a volte si accampavano i senzatetto.

    “Ho provato. Ho fatto tutto quello che potevo per far arrestare quell’uomo”, ha detto, riferendosi a Harold Ehlinger, che viveva in un dormitorio quando il suo lavoro quotidiano era dare consulenza ai ragazzi al Madonna Manor decenni fa.

    Sul lato opposto del Barataria Boulevard, un’altra struttura missionaria spagnola ospitava i ragazzi più grandi e adolescenti: Hope Haven, un nome grondante ironia come cera di candela visto l’inferno descritto nelle cause legali delle vittime contro l’ arcidiocesi di New Orleans .

    Gli edifici deformati dall’incuria sorgono su vaste aree verdi – beni potenzialmente considerevoli nella protezione dalla bancarotta che questa arcidiocesi ha cercato nel 2020, affrontando cause legali per vittime di abusi. Il caso della Chiesa ora supera le 500 denunce di abuso, il cui potenziale valore dipende dalla sopravvivenza di una recente legge “retrospettiva” della Louisiana che ha eliminato i termini di presentazione delle domande per le vittime.

    Stanno emergendo i contorni di una cultura religiosa criminale sotterranea con circa 100 denunce di abusi incentrate sui due orfanotrofi.

    La gravità delle sofferenze a Hope Haven e Madonna Manor spiega probabilmente perché 23 di questi ricorrenti, già tra i più vulnerabili ed emarginati della società, hanno avuto problemi legali e sono stati incarcerati – i loro casi sono tra quelli portati avanti dallo studio legale dell’avvocato del processo di New Orleans Frank E. Lamothe.

    “La gente scappava, a volte in gruppi”, ha detto un ex residente, non tra i clienti di Lamothe, con la sua causa contro gli orfanotrofi pendente, sotto uno pseudonimo.

    Chiamatelo Leon. Nato nel 1971, fu mandato a Madonna Manor da una famiglia divisa alla fine del 1982 o 1983 – non si sa esattamente quando. “Invece di subire abusi, scappavo – troppe volte per poterle contare”, ha detto. “La polizia ti riporterebbe indietro. Era praticamente una prigione.

    Un fratello religioso di nome Harold Ehlinger è accusato di abusi sessuali su minori in diverse cause legali pendenti contro la chiesa e la Catholic Charities, che gestiva le due strutture, utilizzando fondi pubblici della United Way e del governo locale.

    Nell’autunno del 1980, Sheila aveva appena conseguito un master in servizi sociali presso l’Università di Tulane quando andò a lavorare al Madonna Manor. Nella consulenza e nella terapia di gruppo ha scoperto ragazzi arrabbiati, cinici e che agivano per gli abusi sessuali da parte del fratello Harold nella sua stanza privata all’interno del dormitorio. I ragazzi hanno accettato di rilasciare le sue dichiarazioni: lei ha registrato le interviste.

    Quando Sheila bussò alla sua porta, Ehlinger rispose in accappatoio, con dentro un bambino agitato. Ehlinger era “furiosa nel vedermi”, ha ricordato.

    Lo ha detto al suo supervisore. Il supervisore la fece incontrare con un prete che ascoltò gravemente e accettò la sua documentazione. Ehlinger è scomparso. Era sollevata. Nel 1982, accettò un lavoro meglio retribuito presso lo stato della Louisiana.

    Sheila, l’informatrice, se n’era andata quando arrivò Leon. Le autorità della Chiesa avevano permesso al fratello Harold di risiedere in un cottage vicino a Hope Haven.

    “Il fratello Harold era come il capo”, continuò Leon. “Una volta che vieni preso di mira, ricevono unità di blocco. Ti metterebbero un cuscino sulla faccia così non puoi sentire cosa sta succedendo. A volte indossavano maschere per nascondere la [loro] identità così non sapevi chi ti aveva violentato.

    “Ti portavano alla Torre Nera – così chiamavamo la chiesa, la cattedrale che avevano nella proprietà. Scappando da Madonna Manor, volevi solo essere altrove. Stai ancora andando in un ambiente violento, ma è stato l’orrore di essere aggredito sessualmente, come se il diavolo fosse nell’edificio.

    La causa di Leon riguarda percosse e aggressioni sessuali da parte di diversi uomini. “Il fratello Harold compiva qualche forma di carezze, palpeggiamenti o molestie nei confronti di [Leon] quasi ogni giorno”, si legge nella denuncia.

    “Quando sono uscito”, ha detto al Guardian, “ero come merce danneggiata”.

    A metà degli anni ’80, Sheila stava passando davanti a una scuola cattolica. Vide Ehlinger, circondato da bambini, che li guidava sugli scuolabus. Era sbalordita. “Pensavo ingenuamente che lo avessero consegnato alla polizia o che lo avessero cacciato dal ministero.”

    Ehlinger era uno in un corteo di presunti pedofili a Hope Haven e Madonna Manor, secondo varie cause pendenti, deposizioni e documenti di casi passati non soggetti all’ordine di segretezza del giudice fallimentare Meredith Grabill che nascondeva documenti ecclesiastici.

    Nel loro insieme, questi documenti forniscono nuovi, agghiaccianti particolari su due delle istituzioni più famigerate legate alla crisi degli abusi del clero cattolico, ma i cui dettagli sono stati in gran parte sepolti nel passato.

    L’ultimo indirizzo conosciuto di Ehlinger è una casa religiosa della Santa Croce ad Austin, in Texas. Un funzionario del tribunale è andato a consegnargli i documenti legali lì.

    Ehlinger è tra gli oltre 200 accusati di abusi della chiesa cattolica non presenti nell’elenco degli “accusati credibili” dell’arcidiocesi locale, sebbene la chiesa abbia risolto casi passati identificandolo in quelli che sono diventati accordi negoziati.

    La chiesa ha rifiutato la richiesta del Guardian di intervistare l’arcivescovo Gregory Aymond o di rispondere a domande generali su questo rapporto.

    Perseguitato dalle suore

    Chiamalo Joe. La sua causa contro la chiesa utilizza uno pseudonimo.

    Nel 1976, quando aveva 11 anni, Joe andò al Madonna Manor. Notò che la piscina era chiusa.

    “Mi è stato detto che uno degli studenti è annegato in piscina”, ha detto. “Non ho mai saputo il nome del ragazzo, solo che una notte è uscito di nascosto ed è morto in piscina.”

    Joe ha detto di aver iniziato a interrogarsi sulla morte del ragazzo dopo che suor Martin Marie ha cominciato a “legarmi per i genitali e quasi a soffocarmi per darle piacere sessuale tra le gambe”.

    “Le piaceva sedersi sulla mia faccia fino a quando non riuscivo a respirare”, ha osservato.

    Ancora oggi, ha detto, si chiede se il ragazzo che si dice sia annegato possa aver subito abusi.

    Martin Marie, un membro delle Suore Scolastiche di Notre Dame, è stata nominata in una precedente ondata di cause legali sugli orfanotrofi nel 2009. Come Ehlinger, il suo nome non è sulla lista credibile degli imputati dell’arcidiocesi.

    Joe lo trova spaventoso perché dice che suor Martin Marie non è stata l’unica suora complice delle percosse e degli abusi sessuali che ha subito sull’orlo della pubertà.

    “Continuavo a scappare da Madonna Manor a causa di quelle suore”, ha detto Joe. “Mi hanno rimandato da mia madre e dal mio patrigno a Metairie. Le cose non sono andate bene per me dopo Madonna Manor. Mia madre non mi credeva riguardo alle suore.

    Joe ha detto che era ricoverato in un ospedale psichiatrico a Mandeville, una comunità dall’altra parte del lago Pontchartrain da New Orleans. Ha ricordato di essere stato trattato con il farmaco antipsicotico torazina. “Non mi fidavo delle persone”, ha detto. “Sono diventato molto violento, ho litigato con lo staff.

    “Sono stato trattenuto, mi hanno iniettato e mi hanno messo in catene.”

    È uscito. Dopo aver avuto problemi con la legge ha trovato un padre adottivo e lentamente ha iniziato a ricostruire la sua vita.

    “Sono in un posto sicuro adesso”, ha detto Joe.

    Per molti anni evitò Madonna Manor. Ma in un recente giorno d’autunno Joe ha dato un passaggio a casa a un compagno di lavoro, che viveva vicino al complesso. Si ritrovò in Boulevard Barataria e i ricordi cominciarono ad affiorare. Parcheggiò sul retro del dormitorio del Madonna Manor.

    Trovò Sheila lì in piedi.

    Sheila vide il dolore sul suo viso e capì in un batter d’occhio che era un sopravvissuto. Come lei, sentiva, anche lui aveva lasciato lì un pezzo del suo cuore. Pensando ai ragazzi che aveva cercato di aiutare, si avvicinò a lui e disse: “Ciao, sono Sheila”.

    “Sono Joe”, rispose. “Vivevo qui.”

    Era un’estranea ma nel giro di pochi minuti lui aveva raccontato storie del suo passato: sapeva del ragazzo che era annegato? Lei no. Sheila accettò il lavoro al Madonna Manor quattro anni dopo che Joe se ne andò. Si sono scambiati i numeri di telefono. La chiamò quella notte, singhiozzando mentre lasciava liberi i ricordi dell’inferno a cui era sopravvissuto, chiedendosi se quel ragazzo che si diceva fosse annegato fosse una vittima come lui, solo peggio.

    Joe ha continuato condividendo dettagli sul suo migliore amico a Madonna Manor, un chierichetto molestato da un prete.

    Alla fine il ragazzo, Rene Perez, fu trasferito in un’altra casa dall’altra parte del lago.

    “Lui e altri due o tre erano scappati”, ha detto Joe. “Hanno preso le biciclette e stavano attraversando [un] ponte quando è stato investito da un’auto e gettato in acqua. L’hanno trovato, credo, cinque giorni dopo.

    “Il funerale si è svolto nella chiesa di Madonna Manor, ma io non ero lì quel fine settimana.”

    Combatto ancora con le unghie e con i denti

    Negli anni ’20, Hope Haven aprì come casa per figli a carico. Madonna Manor ha aperto pochi anni dopo. Alla fine i ragazzi di età inferiore ai 12 anni vivevano al Madonna Manor e gli adolescenti più grandi nell’altra istituzione.

    Non è chiaro quando esattamente le due istituzioni siano diventate una calamita per i pedofili e le persone inclini a comportamenti sadici. Ma 17 cause legali avviate nel 2005 contenevano accuse risalenti agli anni ’50 che descrivevano abusi orribili.

    Oltre alle suore scolastiche di Notre Dame, altre figure autoritarie negli orfanotrofi erano sacerdoti e fratelli salesiani, che fondarono la vicina scuola superiore Archbishop Shaw.

    Una figura importante nel contenzioso del 2005, un prete di nome Ray Hebert, fu direttore delle due strutture dal 1966 al 1971.

    Hebert, che deteneva l’elevato titolo di monsignore, era anche il direttore della Catholic Charities, che aveva la responsabilità degli orfanotrofi. Se c’era un religioso a conoscenza delle dinamiche interne alle due strutture, quello era Ray Hebert.

    Nel 2008, durante il contenzioso, Hebert ha rilasciato una deposizione, dicendo: “Se fossi un assistente sociale qualificato, non parleresti di orfanotrofi”. Gli istituti per i figli a carico erano più corretti, ha detto, perché si trattava di finanziamenti statali.

    Eppure i sopravvissuti agli abusi sessuali e fisici potrebbero anche essere stati su un altro pianeta rispetto alla maggior parte della società. La maggior parte proveniva da famiglie disfunzionali e non aveva alcuna libertà di andarsene da sola, se non scappando, il che comportava ritorsioni.

    All’inizio degli anni ’90 Hebert accettò un altro incarico, come vicario del clero presso l’arcidiocesi di New Orleans, una posizione che gli richiedeva di indagare sui preti accusati di abusi sessuali su minori.

    L’avvocato Michael Pfau, che rappresentava i ricorrenti sopravvissuti dell’orfanotrofio, ha chiesto se Hebert avesse mai denunciato un prete alla polizia o ai servizi di protezione dei minori.

    “No”, rispose. “Non l’ho mai fatto.”

    Hebert ha dichiarato che dopo aver intervistato un determinato sacerdote, ha inviato un rapporto al suo capo di allora: l’arcivescovo di lunga data Philip Hannan.

    Pfau ha chiesto: “Hai mai chiesto a un prete di firmare una dichiarazione scritta?”

    Hebert rispose: “No, non che mi ricordi. Ricordo un caso, sai, in cui dopo aver intervistato il [prete] e preso appunti, alla fine ho scritto un rapporto su ciò che avevo imparato da lui, chiedendogli di esaminare il rapporto per vedere se si era opposto a qualcosa Avevo inserito quel rapporto che non era accurato. Ma non gli ho chiesto di firmare questo rapporto”.

    Quando si ritirò da quel lavoro nel 2003, Hebert disse di aver distrutto tutti i suoi appunti.

    Ciò costituiva una grave violazione del diritto canonico, secondo Tom Doyle, ex sacerdote e avvocato canonista presso l’ambasciata vaticana a Washington DC all’inizio degli anni ’80. Il canone 1719 recita: «Gli atti dell’indagine, i decreti del [vescovo] che ha iniziato e concluso l’indagine, e tutto ciò che ha iniziato e concluso l’indagine, e tutto ciò che ha preceduto l’indagine, siano conservati nell’archivio segreto dell’indagine. [amministrazione] se non sono necessari per il processo penale”.

    Non si sa quanti rapporti Hebert abbia effettivamente scritto. Ma la sua valutazione del 4 novembre 1999 su padre Lawrence Hecker è stata resa pubblica, in un recente documento depositato dall’ufficio del procuratore distrettuale della parrocchia di Orleans, dopo la sua accusa penale.

    Il documento è degno di nota perché Hecker afferma di aver molestato o dormito con vari ragazzi ma non di averli violentati. Hecker, tuttavia, ammette che un giovane “è venuto allo scoperto, anni dopo, ha detto ai suoi genitori che lui ed io avevamo fatto sesso insieme. Hanno riferito questo a… Hannan e lui ne ha parlato con me all’inizio del 1988. “

    Nel 2012, quando suor Carmelita Centanni, assistente coordinatrice delle vittime dell’arcidiocesi, scrisse all’arcivescovo Aymond, citò un’accusa di abuso sessuale contro Hecker da parte della polizia di Gretna, un sobborgo di New Orleans, affermando: “Questa è la NONA accusa che abbiamo su record contro Larry Hecker.

    Hecker andò in pensione con la comodità di una pensione ecclesiastica finché questa non fu sospesa dopo il fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans. È in carcere in attesa di processo da quando è stato incriminato a settembre.

    Nel contenzioso Hope Haven-Madonna Manor del 2005, tre querelanti menzionarono Hebert tra gli altri accusati di abusi. Hebert ha risposto intentando una causa contro i querelanti, accusandoli di diffamazione e negando di aver mai abusato di qualcuno.

    Anche altri due querelanti nominarono Hebert tra gli altri autori di abusi, ma in quella fase non avevano intentato causa. Alla fine, dopo che l’arcidiocesi ha risolto la controversia Hope Haven-Madonna Manor per 5 milioni di dollari, i querelanti che hanno nominato Hebert hanno ritirato le loro richieste contro di lui.

    Il Religion News Service ha rivelato un’aspra divisione al momento dell’accordo. Alcuni coinvolti nell’accordo volevano che la chiesa fosse obbligata a rilasciare tutti i documenti relativi agli abusi a Hope Haven e Madonna Manor, ma ciò non è accaduto.

    “Abbiamo dovuto combattere la chiesa con le unghie e con i denti per più di quattro anni per convincere [la chiesa] a riconoscere gli illeciti”, ha detto l’avvocato Roger Stetter, che aveva anche dei clienti nella causa. Stetter ha accusato l’arcidiocesi di cercare di nascondere le prove.

    L’arcivescovo Gregory Aymond, allora insediatosi di recente, sembrava conciliante. “È importante che questi trasgressori vengano alla luce e che noi ammettiamo che, per quanto possiamo dire, [le accuse] sono vere”, ha detto.

    Ma la chiesa ha continuato a sottostimare la lista degli autori di abusi.

    Tra il 2010 e il 2020, l’arcidiocesi ha risolto più di 130 denunce di abusi sessuali, per un totale di 11,7 milioni di dollari, in molti casi richiedendo alle vittime di firmare accordi di riservatezza – una mossa specificamente denunciata dalla Carta per la protezione dei giovani dei vescovi statunitensi del 2002.

    Hebert morì nel 2014. Diversi anni dopo, ci fu una nuova ondata di cause legali contro Hope Haven e Madonna Manor dopo che Aymond pubblicò un elenco di sacerdoti cattolici di New Orleans che la sua arcidiocesi considerava credibilmente accusati di molestie su minori.

    Nel gennaio 2020, l’arcidiocesi ha pagato 325.000 dollari per risolvere un caso che accusava Hebert, suor Martin Marie e altri con legami con Hope Haven e Madonna Manor. L’arcidiocesi non pagherebbe tali risarcimenti se non considerasse credibili i ricorrenti, come ha detto uno dei vicari generali dell’organizzazione a un sopravvissuto agli abusi in un caso separato .

    Ma il nome di Hebert è assente dall’elenco credibile degli accusati dell’arcidiocesi, che è stato aggiornato più volte da quando è stato pubblicato per la prima volta nel 2018.

    La questione che nessuno vuole toccare

    Tra le notizie di queste ultime cause legali, Joe contattò gli avvocati John Denenea e Richard Trahant.

    Gli hanno detto che il processo potrebbe essere lungo e frustrante. Ma ha firmato.

    Dopo l’inizio del fallimento, Joe fu sorpreso dall’opportunità di far parte del comitato dei creditori, rappresentando gli altri sopravvissuti e negoziando per un accordo. Aveva poche illusioni sulla Chiesa ma voleva contribuire a spingere contro la roccia dell’ingiustizia.

    L’anno scorso è andato a un incontro programmato con Aymond, dove lui e altri tre sopravvissuti speravano di dire la loro verità direttamente all’arcivescovo. Ma poi giunse la voce che il giudice Grabill stava rimuovendo lui, Trahant, Denenea e altri tre clienti sopravvissuti degli avvocati dal coinvolgimento nel comitato.

    Grabill sosteneva che Trahant aveva violato un ordine di segretezza avvertendo una scuola superiore cattolica locale gestita da suo cugino che il cappellano del campus aveva una macchia sostanziale nel suo passato.

    L’avvertimento di Trahant alla fine costrinse l’arcidiocesi a rivelare che il cappellano aveva avuto una cattiva condotta sessuale con un’adolescente in un precedente incarico negli anni ’90, ma gli fu permesso di continuare la sua carriera.

    “Penso che sia stata una messa in scena da parte della chiesa”, ha detto Joe. Ha detto che i suoi avvocati erano da tempo alla ricerca dei documenti che delineavano vividamente gli abusi a Madonna Manor, Hope Haven e numerose altre istituzioni arcidiocesane nell’area di New Orleans, che serve circa mezzo milione di cattolici.

    “La chiesa non vuole rilasciare queste informazioni”, ha continuato Joe. “Penso che Richard [Trahant] fosse un capro espiatorio e ci hanno fatto fuori tutti. Questa è la mia opinione.

    Il formidabile status dell’arcidiocesi nel tribunale fallimentare lascia una scia di domande.

    Considerati i fondi pubblici spesi a Hope Haven e Madonna Manor, perché le autorità federali non hanno usato il loro potere per effettuare una revisione chirurgica di ogni file archiviato presso l’arcidiocesi, compresi quelli che descrivono in dettaglio la storia degli abusi dei due orfanotrofi?

    Se Joe avesse avuto motivo di preoccuparsi se un ragazzo fosse annegato lì, e se il suo amico Rene Perez fosse stato vittima di un prete e fosse morto cercando di scappare da un’altra struttura, che tipo di supervisione avrebbero fornito i funzionari della Louisiana a Hope Haven e Madonna Manor?

    La violenza sadica e gli stupri denunciati da Leon dovrebbero essere nascosti sotto il tappeto del tempo dalle più potenti autorità di contrasto?

    Se Hebert, che supervisionava le strutture, fosse in realtà un abusatore – come suggerirebbe un risarcimento di 325.000 dollari – i documenti faranno luce sulle sue decisioni che hanno permesso al luogo di diventare un rifugio per pedofili, come affermato nelle cause legali?

    Quanto sanno quei 23 ex residenti di Hope Haven e Madonna Manor che sono ora incarcerati di quello che è successo lì?

    Il giudice Grabill sigillerà le informazioni sui crimini contro i bambini, come presunto in così tanti casi, per fornire un accordo quando la chiesa presenterà finalmente un piano di riorganizzazione?

    Più della metà dei giudici federali di New Orleans si sono ritirati dal contenzioso arcidiocesano a causa dei legami con la chiesa cattolica.

    Questo fatto non sorprende Stephen C Rubino, un veterano avvocato dei querelanti che ora è in pensione nel Vermont. Ma questo non significa che a Rubino – che ha trascorso molti anni nel New Jersey litigando contro la chiesa – piaccia affatto.

    “Non si dovrebbe essere in grado di mantenere un’associazione criminale organizzata per nascondere i pedofili e continuare a funzionare come ente di beneficenza religioso ed esentasse”, ha detto Rubino, anche lui ex procuratore dello stato della Florida, in risposta al fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans. “Questa è la questione che nessun avvocato americano vuole toccare”.

    Ramon Antonio Vargas ha contribuito alla segnalazione

    https://www.theguardian.com/us-news/2023/dec/03/new-orleans-orphanages-church-sexual-abuse

  • Terza denuncia per la giornalista Pierelisa Rizzo sempre ad opera di Giuseppe Rugolo

    Terza denuncia per la giornalista Pierelisa Rizzo sempre ad opera di Giuseppe Rugolo

    Ansa 5 dic 23 – Terza denuncia per la giornalista Pierelisa Rizzo sempre ad opera di Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo al Tribunale di Enna con l’accusa di violenza sessuale aggravata su minori.

    Assieme alla giornalista è stato denunciato un altro giornalista, il quarto dopo Federica Tourn, giornalista freelance di Torino e Manuela Acqua giornalista di Enna, Filippo Occhino direttore della testata on line Ennalive.

    Anche in questo caso la Procura di Enna ha ritenuto infondata la denuncia ed ha chiesto l’archiviazione ma i legali di Rugolo hanno proposto l’opposizione. La Rizzo e Occhino compariranno davanti al Gup il 9 luglio del 2024.

    Salgono, dunque a 6 i denunciati dal sacerdote. Rugolo ha denunciato, negli scorsi mesi anche la vittima, dal quale è partita l’inchiesta, Antonio Messina e Francesco Zanardi. presidente di Rete l’Abuso, unica associazione italiana che si occupa di sopravvissuti agli abusi clericali.

    Tutti sono stati denunciati per diffamazione e diffusione di atti processuali. Tutte le procure, da Enna a Savona, hanno ritenuto infondate le querele “L’accanimento nei mie confronti è ormai palese – dice Pierelisa Rizzo che segue fin dall’inizio l’inchiesta prima e il processo poi – A fronte delle richieste di archiviazione mi chiedo perché provare ancora a zittirmi o ad intimorirmi con querele, chiaramente, temerarie.

    Io ho fatto solo il mio lavoro nell’interesse pubblico e lo continuerò a fare fino alla fine del processo”. Il prossimo 13 dicembre è prevista la requisitoria del pm Stefania Leonte .

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 13 del 2 dicembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 13 del 2 dicembre

    Federica Tourn – La Conferenza episcopale spagnola (Cee) ha annunciato che risarcirà tutte le vittime di abusi

    Madrid , 24 nov 14:06 – (Agenzia Nova) – La Conferenza episcopale spagnola (Cee) ha annunciato che risarcirà tutte le vittime di abusi, anche nei casi in cui il colpevole sia deceduto, quando la Chiesa avrà la “convinzione morale” che ciò sia avvenuto.

    “Dovrà essere studiato caso per caso. E se si arriva a questa conclusione morale, ci sarà una riparazione morale”, ha spiegato il portavoce e segretario generale della Cee, Cesar Garcia Magan, nel corso della conferenza stampa seguita all’assemblea plenaria dell’episcopato spagnolo, pur non specificando i tempi previsti per l’approvazione del piano né in merito all’entità dell’indennizzazione.

    “In linea di principio, la riparazione deve essere pagata dagli autori del reato e, se del caso, dalle istituzioni coinvolte. Ad esempio, se il colpevole è deceduto, l’istituzione. Se si tratta di una diocesi o di un istituto di vita consacrata. In linea di principio, non la Conferenza episcopale”, ha chiarito il portavoce.

    “La Chiesa farà sempre delle riparazioni. Se viene creato un fondo per risarcire tutte le vittime, noi parteciperemo. Se si tratta di risarcire le vittime della Chiesa, sia con una sentenza giudiziaria, sia senza sentenza giudiziaria, sia dal punto di vista dell’obbligo di risarcimento, parteciperemo”, ha ribadito Garcia Magan.


    Pierelisa Rizzo – Gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie

    Una lettera anonima contenente gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie sarebbe stata recapitata all’associazione Rete l’Abuso, unica associazione in Italia che si occupa di sopravvissuti agli abusi clericali, e poi tramessa dal presidente dell’associazione, Francesco Zanardi, alla Procura di Enna.

    Nella lettera, scritta al computer, si accuserebbe la moglie del carabiniere, vicina ad una associazione cattolica di Gela e sorella di una donna che ricoprirebbe un incarico delicato all’interno della Diocesi piazzese, di schierarsi apertamente a favore del vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, coinvolto nella vicenda di Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo al Tribunale di Enna per violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    Secondo l’anonimo, il carabiniere invece di indagare, si sarebbe posto a fianco della moglie in questa battaglia a difesa di Gisana, non perdendo occasione di schierarsi sul social o nelle parrocchie che frequenta, mentre andrebbe segnalato e trasferito in altra città. E’ questa l’ennesima esasperazione di una vicenda che intreccia Enna con Gela e che ha come fil rouge proprio il vescovo Gisana.

    Alla stazione dei carabinieri di Piazza Armerina è stato, infatti, trasferito da qualche mese un militare di Gela accusato di violenza sessuale ai danni del figlio minore, visto e fotografato in più occasioni proprio accanto a Gisana. E qualche giorno fa , a Gela, dopo la richiesta di rinvio a giudizio di qualche settimana fa, si sarebbe dovuta tenere l’udienza preliminare contro un formatore-catechista , per anni impegnato in attività alla chiesa Madre gelese.

    A denunciare il catechista sarebbe stato un giovane, allora minorenne, che ha raccontato alla Squadra Mobile di Caltanissetta come si sarebbero consumati gli atti sessuali, alcuni avvenuti anche nei locali di una chiesa. Il ragazzo ha riferito di avere informato delle violenze sia il vescovo Gisana che Vincenzo Cultraro, ex direttore del seminario ed ora parroco alla chiesa Madre di Gela che però nulla avevano fatto.

    Sarà dunque il gup a valutare gli elementi acquisiti dalla polizia contro il catechista , tra i quali finti profili social e conversazioni che comproverebbero le violenze.

    Pierelisa Rizzo


    Alessio Di Florio – Una rete di abusi?

    Formatasi attorno alle comunità giovanili, alle scuole e in particolare alle parrocchie e alle case famiglia, una sinistra rete di pedofili è stata stesa. Si è rafforzata sfruttando rapporti instauratisi all’interno di una importante associazione cattolica, gode di protezioni o quantomeno di una significativa tolleranza. Così Repubblica ha descritto quel che è emerso in un’inchiesta giudiziaria a Tivoli: una rete di abusi con un diacono e un ex dirigente cattolico. Alla luce di una serie di elementi, che man mano che procede il lavoro degli inquirenti si stanno sommando l’uno all’altro, è l’ipotesi che sta facendo perdere il sonno a magistrati e carabinieri prosegue l’articolo. Primo allarme a gennaio, indagini e domiciliari per un prof di religione impegnato anche in una casa famiglia e in parrocchie. Le indagini sono poi arrivate ad un altro insegnante e al diacono.

    Riporta ancora l’articolo di Repubblica. A uno dei minori che ha riferito di aver subito violenze sessuali ignoti hanno bruciato il citofono di casa. E alla garante per l’infanzia, che segue anche il caso di Tivoli, è stata danneggiata per due volte l’auto. Il procuratore del centro tiburtino, Francesco Menditto, ha utilizzato parole dure: «Il clima di omertà ambientale è molto simile a quello mafioso. I genitori non vogliono accettare la violenza che può avere patito il loro figlio e spesso si rivolgono all’autorità religiosa che tende a tenere la vicenda al suo interno».


    Federico Tulli – Il peccato originale

    Anche oggi proseguiamo nella nostra ricerca sulle radici ideologiche della pedofilia, un crimine che in Occidente si consuma da 2500 anni sotto la copertura culturale che comincia con Platone, Socrate e Aristotele e prosegue nel mondo romano prima e quello a tradizione cristiana e cattolica poi fino ai nostri giorni.

    Disse lo psichiatra Massimo Fagioli durante un dibattito pubblico nel 2010: “Una madre deve essere consapevole che il figlio ha nascita e identità. Non è identità adulta, non ha la parola, non cammina, però è un’identità. Quella del bambino è una identità di pensiero. Mentre nella cultura millenaria il

    bambino al massimo è considerato un animale. Con il conseguente, terribile, battesimo dei cattolici. Come se il neonato fosse una bestia che soltanto loro rendono umano”.

    È questa la violenza invisibile che nega la realtà umana del bambino che sta alla base di quella cultura che ancora oggi giustifica e quindi legittima la pedofilia.

    Riguardo gli «stupratores puerorum», il Cristianesimo segna una cesura radicale nella cultura romana molto ben raccontata da Eva Cantarella nei suoi libri, ma solo perché per la dottrina dei cristiani l’unico rapporto secondo natura è quello che porta alla procreazione. L’aver avuto dei rapporti “con” bambini o poco meno che adolescenti non deve essere stato però così tanto esecrabile nemmeno per i cattolici della prima ora poiché non impediva di diventare Papa. Lo stanno a testimoniare i diciassette pontefici pedofili (tra cui pure qualche santo) che si contano tra il 336, con san Damaso, e il 1555 con Giulio III di cui abbiamo parlato in una delle precedenti puntate.

    Del resto la sanzione stabilita nel Concilio di Elvira del 305, cui vanno incontro gli «stupratores puerorum», consiste nel divieto perpetuo di fare la comunione. Una sanzione già blanda di per sé che non facciamo fatica a immaginare raramente applicata. Perché? Ma perché l’essere umano è peccatore per natura. Quindi ogni violenza che subisce è considerata un’espiazione.

    A chi chiedeva: «Perché Iddio permette la morte degli innocenti?» Bartolomeo Spina, maestro del Sacro Palazzo, nel 1523 rispondeva: “Dio opera con giustizia. Perché se essi non muoiono a causa dei peccati commessi, muoiono pur sempre perché colpevoli del peccato originale”.

    Se alla parola “morte” sostituiamo “stupro” (idea niente affatto peregrina stante il livello di distruzione psichica che subisce un bimbo o una bimba violentata), l’equazione è risolta. La pedofilia è un omicidio psichico ha detto la pediatra e psicoterapeuta della scuola di psicoterapia Bios e Psiche Maria Gabriella Gatti.

    Con l’idea di peccato originale ogni omicidio, ogni violenza trova nella cultura che propala questa idea di peccato originale, una sua giustificazione. E ogni omicida e violentatore, trova riparo.

  • Lettera anonima – Gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie

    Lettera anonima – Gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie

    Una lettera anonima contenente gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie sarebbe stata recapitata all’associazione Rete l’Abuso, unica associazione in Italia che si occupa di sopravvissuti agli abusi clericali, e poi tramessa dal presidente dell’associazione, Francesco Zanardi, alla Procura di Enna.

    Nella lettera, scritta al computer, si accuserebbe la moglie del carabiniere, vicina ad una associazione cattolica di Gela e sorella di una donna che ricoprirebbe un incarico delicato all’interno della Diocesi piazzese, di schierarsi apertamente a favore del vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, coinvolto nella vicenda di Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo al Tribunale di Enna per violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    Secondo l’anonimo, il carabiniere invece di indagare, si sarebbe posto a fianco della moglie in questa battaglia a difesa di Gisana, non perdendo occasione di schierarsi sul social o nelle parrocchie che frequenta, mentre andrebbe segnalato e trasferito in altra città.

    E’ questa l’ennesima esasperazione di una vicenda che intreccia Enna con Gela e che ha come fil rouge proprio il vescovo Gisana.

    Alla stazione dei carabinieri di Piazza Armerina è stato, infatti, trasferito da qualche mese un militare di Gela accusato di violenza sessuale ai danni del figlio minore, visto e fotografato in più occasioni proprio accanto a Gisana.

    Ed oggi , a Gela, dopo la richiesta di rinvio a giudizio di qualche settimana fa, si terrà l’udienza preliminare nei confronti di un formatore-catechista , per anni impegnato in attività alla chiesa Madre gelese.

    A denunciare il catechista sarebbe stato un giovane, allora minorenne, che ha raccontato alla Squadra Mobile di Caltanissetta come si sarebbero consumati gli atti sessuali, alcuni avvenuti anche nei locali di una chiesa.

    Sarà dunque il gup a valutare gli elementi acquisiti dalla polizia, tra i quali finti profili social e conversazioni che comproverebbero le violenze.