Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Guardate che combinava il “misionario”

    Guardate che combinava il “misionario”

    Guardate che combinava il “misionario” Nuove accuse per don Dessì

    Su don Marco Dessì, il religioso sardo denunciato dal Comune di Correggio e dall’associazione modenese Rock no war per violenze sessuali su decine di ragazzi della sua comunità di Chinandega in Nicaragua, grava anche un altro sospetto: il dubbio che abbia usato parte dei fondi che gli erano arrivati in beneficienza per arricchirsi personalmente.

    La notizia viene dal Comando dei carabinieri di Cagliari, che ha tenuto ieri una conferenza stampa ripresa questa mattina da tutti i giornali dell’isola. Nel mirino degli inquirenti ci sarebbero anche due altre persone: il commercialista di don Dessì in Nicaragua e un terzo uomo residente in quel paese. Secondo l’ipotesi investigativa, movimenti di denaro andavano a finire in suoi conti privati, trasformandosi in case, terreni, automobili. I possibili reati vanno dal riciclaggio di denaro alla truffa, all’appropriazione di immobili.
    Ma il difensore di don Dessì, l’avvocato cagliaritano Pier Luigi Concas, da noi raggiunto telefonicamente, esclude altri reati. Il difensore del religioso respinge nettamente anche l’ipotesi di violenze sessuali che ha portato all’incarcerazione del suo assistito a Parma. Di ben diverso avviso è la Procura della Repubblica di Parma, che ha raccolto le testimonianze di giovani, ora maggiorenni, che hanno subito le violenze. Anzi, la Procura sostiene che don Dessì ha anche cercato di condizionare i testimoni, offrendo loro denaro o minacciandoli.
    Il difensore di don Dessì intende ricorrere al tribunale della libertà contro la carcerazione del sacerdote. Chiederà anche che gli atti vengano trasferiti da Parma a Cagliari, dal momento che l’indagato è residente in quella città.

  • “Se non ci state, vi sbatto fuori”.

    “Se non ci state, vi sbatto fuori”.

    “Se non ci state, vi sbatto fuori”.

    Secondo l’accusa erano queste le minacce rivolte da un sacerdote di 81 anni a diversi ospiti dell’Arcobaleno, a Villamarina, frazione di Cesenatico.

    Don Giuseppe Giacomoni aveva fondato quest’associazione, la presiedeva e pare la gestisse con fini tutt’altro che umanitari. Nel suo mirino ci sarebbero almeno cinque ospiti della struttura, fra cui una donna, che avrebbe costretto a prostituirsi dietro quel ricatto.

    Chi si rifiutava veniva espulso, si doveva cercare un’altra sistemazione, non facile da trovare, tantopiù che lo stesso sacerdote offriva a polizia e carabinieri referenze negative.

    “L’Arcobaleno – spiega Oscar Ghetti, capo della Squadra Mobile della Questura di Forlì – ospita persone indigenti: italiani e stranieri, anche minori; donne che hanno bisogno di assistenza, detenuti agli arresti domiciliari. È accreditata a livello regionale, anche al Tribunale per i minorenni di Bologna”. Gli inquirenti hanno prove inequivocabili sul caso di un ragazzo di 16 anni che dall’ottobre dell’anno scorso all’agosto di quest’anno era sistematicamente sottoposto agli abusi sessuali del prete e del “commendator Roberto”, al secolo Giuseppe Farnedi, 62 anni. È il titolare del ristorante La Scogliera, a Pineta Zadina, uno dei locali più noti della riviera di Cesenatico. L’adolescente è stato affidato a un’altra comunità.

    Parroco supplente a Ruffio, frazione di Cesena, Don Giacomoni è stato arrestato per violenza sessuale, induzione e sfruttamento della prostituzione (anche minorile), mentre il commendator Farnedi deve rispondere di violenza sessuale ai danni di minore. In manette anche un romeno di 25 anni, Dan Joan Cilean, per concorso in sfruttamento della prostituzione: era incaricato di trovare clienti per prestazioni sessuali degli ospiti al prezzo tra i 100 e i 200 euro, consumate a Gatteo Mare, al sesto piano di uno dei palazzi di proprietà dell’Arcobaleno.
    (da Il Tempo, 12-10-06)

  • Il sacerdote bloccato con un ragazzino sul Gra «Processo per pedofilia»

    Il sacerdote bloccato con un ragazzino sul Gra «Processo per pedofilia»

    Un sacerdote pugliese, don Donato Bono, 44 anni, parroco di Sternadia, in provincia di Lecce, rischia di finire sotto processo per pedofilia.

    Il pubblico ministero Roberto Staffa ha chiesto infatti il suo rinvio a giudizio perchè risponda di atti sessuali con un minorenne e atti osceni in luogo pubblico. I fatti risalgono allo scorso aprile. Il religioso era stato bloccato dalla polizia stradale in una piazzuola del Grande Raccordo Anulare su segnalazione di alcuni camionisti che avevano notato don Donato in atteggiamenti osceni con un ragazzino a bordo della propria auto.

    Posto dapprima agli arresti domiciliari, il sacerdote era finito in carcere, dove si trova tuttora, all’ inizio di maggio per aver tentato di inquinare le prove. Secondo l’ accusa, infatti, avrebbe esercitato pressioni sul minorenne e sui suoi genitori per alleggerire la propria posizione. Don Donato, nato a Poggiardo, nel leccese, da una decina di anni è parroco di un piccolo paese dove ha fondato l’ Anspi, una associazione per la formazione spirituale, la catechesi e l’ attività sportiva.

    Secondo l’ accusa il sacerdote approfittava dei suoi viaggi a Roma per farsi accompagnare da ragazzi minorenni. Dopo essere stato sorpreso dalla Stradale, don Donato è stato preso in consegna dagli agenti della squadra mobile, diretti da Alberto Intini e dal funzionario della IV sezione Dania Manti, che hanno allargato il raggio delle indagini nei confronti del religioso sospettato di aver compiuto violenze anche su altri ragazzini. E sono stati sempre gli investigatori romani ad aver scoperto che il parroco di Sternadia, tornato a casa, si era messo in contatto con alcune famiglie della cittadina per convincere gli adolescenti a ritirare le denunce nei suoi confronti.

    http://archiviostorico.corriere.it/2006/luglio/04/sacerdote_bloccato_con_ragazzino_sul_co_10_060704028.shtml

  • PEDOFILIA: ARRESTATO PRETE, STAVA TENTANDO DI INQUINARE PROVE

    PEDOFILIA: ARRESTATO PRETE, STAVA TENTANDO DI INQUINARE PROVE

    (AGE) ROMA – Un sacerdote, parroco di Sternadia (Lecce) è stato arrestato questa mattina dagli agenti della IV sezione della Squadra Mobile della Questura di Roma, diretti da Dania Manti, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

    Il sacerdote, che era agli arresti domiciliari perché era stato trovato in auto in compagnia di un minore, avrebbe tentato di inquinare le prove a suo carico.

    Per questo motivo il pm titolare dell’ inchiesta, Francesco Polino, ha disposto un inasprimento dell’originario provvedimento. Il parroco, che è stato portato nel carcere di Lecce, fu fermato un mese fa circa dalla polizia stradale su segnalazione di alcuni camionisti che lo avevano notato in un’auto parcheggiata in compagnia di un ragazzino, impegnato in atti osceni.

    Il sacerdote si chiama Donato Bono e l’accusa nei suoi confronti è di atti sessuali con minori. Don Donato, che è nato a Poggiardo (Lecce), da una decina di anni é parroco di un piccolo centro a una trentina di chilometri, Sternadia, dove ha fondato l’ Anspi, una associazione per la formazione spirituale, la catechesi e l’attività sportiva.

    L’inasprimento del provvedimento a suo carico sarebbe stato reso necessario in seguito al mancato rispetto delle regole previste per gli arresti domiciliari. Il prete avrebbe parlato e incontrato alcune persone, e si sarebbe adoperato per inquinare le prove a suo carico, in particolare facendo esercitare pressione sui genitori del minorenne, e sul ragazzo stesso, in compagnia del quale era stato sorpreso dagli agenti della Polizia Stradale.
    (AGE)

  • INERTE E INDIFFERENTE,  IL VESCOVO DI AGRIGENTO NON DENUNCIA IL PRETE CHE ABUSA.  PARLA UNA VITTIMA.

    INERTE E INDIFFERENTE, IL VESCOVO DI AGRIGENTO NON DENUNCIA IL PRETE CHE ABUSA. PARLA UNA VITTIMA.

    AGRIGENTO-ADISTA.

    Un vescovo viene informato di abusi sessuali commessi da un sacerdote ai danni di un seminarista e non prende alcun provvedimento.
    Dirà, poi, che la questione non lo riguardava.

    I drammatici fatti non avvengono nell’ennesima diocesi statunitense, dove il “bubbone” è esploso ormai da anni, grazie anche al coraggio delle vittime e alla dismissione dell’atteggiamento omertoso di persone coinvolte e dei vertici ecclesiastici.
    Il vescovo in questione è italiano: si tratta di Mons. Carmelo Ferraro, che era alla guida della diocesi di Agrigento all’epoca dei fatti e lo è anche adesso.

    Il sacerdote, Don Bruno Puleo, ha patteggiato la pena il 7 luglio:
    gli sono stati inflitti solo 2 anni e 6 mesi di reclusione
    (è stato un secondo patteggiamento fra le parti: il primo era per una pena di due anni, che era stata giudicata insufficiente dal gip Luigi Patronaggio).
    Ha preferito il patteggiamento al processo, che avrebbe molto probabilmente aggravato la sua posizione.
    Il patteggiamento infatti ha riguardato una sola vittima.
    Le indagini, condotte dal pm Caterina Sallusti, avevano però riscontrato abusi nei confronti di altri sette ragazzi, sei dei quali dello stesso seminario (quello arcivescovile di Agrigento che si trova a Favara) dove don Puleo, inizialmente diacono, era stato assistente per un periodo che si è concluso nel 1995. Attualmente don Puleo è parroco a Sant’Anna, una piccola frazione nei dintorni di Agrigento.

    Marco Marchese, la vittima che ha sporto denuncia,
    ha subìto abusi nel seminario arcivescovile di Agrigento a partire dall’età di 12 anni. 
    Oggi ne ha 22, ha lasciato il seminario nel 2000 e, a vicenda giudiziaria conclusa, ci tiene a sottolineare che non era il carcere per il suo “carnefice” lo scopo della sua azione, ma l’emersione di un fenomeno che causa sofferenza indicibile a tanti bambini, con la speranza inoltre che la Chiesa abbia il coraggio di mettersi dalla parte degli offesi.

    Marchese si era deciso a presentare un esposto dopo aver constatato che né il Rettore del seminario, don Gaetano Montana,
    né il Vescovo Ferraro – ai quali aveva raccontato tutto – avevano preso provvedimenti per fermare Don Puleo.

    Il giorno dopo il patteggiamento, Marco ha inviato al vescovo una lettera molto severa e accorata.
    “Scrivo proprio a lei che – recita l’apertura della lettera – una sera di novembre del 2000 ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto (…).
    Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio”, amareggiato “per questa povera Chiesa che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi”.
    Ne riportiamo il testo integrale nel numero di Adista-documenti allegato.
    Ma Marchese non intende fermarsi a questo:
    intende procedere in sede civile
     contro quanti – sicuramente il rettore e il vescovo – hanno omesso di prendere provvedimenti contro don Puleo, malgrado, avendone l’autorità, fosse per loro un obbligo intervenire.
    In ambito ecclesiale, non esiste nel Diritto Canonico un canone riguardante eventuali pene da comminare a chi non denuncia un reato avendone conoscenza.

    Ma è anche vero che il card. Bernard Law ha subìto così forti pressioni (anche dalla Santa Sede?) proprio per aver “coperto” i preti pedofili della sua diocesi da vedersi costretto, nel dicembre del 2002, a dimettersi da vescovo di Boston.
    Il Diritto Canonico lascia peraltro troppa autonomia di gestione ai vescovi che si trovino di fronte a reati dei loro sacerdoti. Anche se per costoro ci sono canoni precisi.
    In particolare, per i delitti contro il sesto comandamento, commessi “con violenza, o minacce, o pubblicamente, o con un minore al di sotto dei 16 anni”, il canone 1395, al paragrafo 2, prevede “giuste pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale”.
    Ma non è stato applicato finora contro don Puleo, il quale è stato solo spostato dalla parrocchia, popolosa e ricca di bambini, di Palma di Montechiaro a quella ben più piccola di Sant’Anna, piccolo borgo nella provincia di Agrigento. Spostamento avvenuto però nel 2002: l’esposto di Marco Marchese contro don Puleo è della primavera del 2001. Il vescovo non poteva non esserne a conoscenza.
    Tutta la vicenda è ricostruita qui di seguito nell’intervista che abbiamo realizzato con Marco Marchese.

    Come comincia la tua storia?
    Sono entrato nel seminario minore nel 1994 perché la mia vocazione era di diventare sacerdote. Avevo 12 anni, frequentavo la seconda media. Avevamo come assistente don Puleo, che allora era diacono. Lui aveva per me molte attenzioni, mi faceva anche dei regali. Poi, ai primi di dicembre, mi fece accomodare nella sua stanza e successe il tutto.

    La cosa si ripeté?
    Sì, soprattutto nei giorni di pioggia, perché altrimenti preferivo giocare a calcio e non andavo a riposare con lui.

    Nessuno faceva caso al fatto che andassi a riposare con lui?
    Penso di no, perché capitava che noi ragazzi trascorressimo del tempo in camera sua a chiacchierare. Poi si trattava delle prime ore del pomeriggio, ognuno stava per conto proprio. Questa cosa è durata fino a quando lui, l’anno successivo, è diventato sacerdote e ha lasciato il seminario minore. Il nostro rapporto però è continuato. Lui è diventato il mio padrino di cresima. Io andavo a trovarlo, o in parrocchia o in casa sua.

    Lui continuava con le sue attenzioni verso di te?
    Sì.

    Non riuscivi ad opporti?
    La prima volta rimasi perplesso. Era ovviamente la mia prima esperienza sessuale, precocissima e sbagliata. Lui mi diceva che era solo una questione di amicizia, che la nostra era un’amicizia particolare, mi diceva di non parlarne con nessuno perché avrei suscitato delle gelosie, che era normale il nostro comportamento, che era giusto. Io gli credevo. E mi sono affezionato a lui. Anche se cominciai subito a star male: mi fu diagnosticata una colite nervosa che mi portai dietro per un bel po’.

    Quando hai capito che il vostro rapporto era sbagliato?
    Quando sono andato al liceo, una scuola pubblica, perché nel seminario maggiore non esisteva una scuola superiore, e sono entrato in contatto con altri ragazzi e con le ragazze. Allora avevo minori possibilità di passare del tempo con don Puleo, perché ero impegnato in varie attività comunitarie. Succedeva quando lui chiedeva al rettore del seminario, don Gaetano Montana, che mi inviasse nella sua parrocchia, in occasione delle cosiddette giornate per il seminario in cui si fa raccolta di fondi per le istituzioni di formazione sacerdotale, perché altrimenti non ci vedevamo mai. Sicché andavo nella chiesa dove celebrava.

    Fino a che età hai dunque mantenuto il rapporto con don Puleo?
    Fin verso i 16 anni, perché a quel punto le nostre strade si sono divise: io non volevo più incontrarlo, e anche lui non faceva pressione per vedermi perché, a quanto ho capito dopo, aveva altri ragazzi sotto mano. E in effetti sono venuti fuori i nomi di altri ragazzi vittime delle stesse attenzioni morbose da parte sua.

    Ragazzi del tuo stesso seminario?
    Sei sì. Del settimo non so nulla di preciso.

    In tutti questi anni non ti sei confidato con nessuno?
    Mai. Fino a quando uno degli assistenti che mi accompagnavano a Palermo per una delle tante visite a motivo della colite, e che aveva sentito di strani episodi che accadevano in seminario, riuscì a farmi parlare e mi consigliò di parlare subito con il vice-rettore. A me non interessava fare del male a quell’uomo, ma fare in modo che nessun altro ragazzo dovesse più soffrire quello che io avevo sofferto.

    E andasti dal vice-rettore?
    Sì, il giorno dopo. Mi assicurò che avrebbe parlato con il rettore, che dovevo stare tranquillo, che avrei dovuto pensare agli studi e basta. Non ho avuto nessun tipo di riscontro. Durante un ritiro spirituale parlai anche con il rettore che mi disse che era stato messo al corrente della mia situazione dal vice-rettore e che avrebbe parlato con il vescovo, monsignor Carmelo Ferraro, tuttora in carica. Io mi fidai. Inoltre, se mi capitava di incontrare don Puleo, erano sempre incontri pubblici, ritiri spirituali, ci si salutava normalmente come se i nostri rapporti in passato fossero stati normali e basta. Nel giugno del 2000 lasciai il seminario.

    Quali furono i tuoi passi successivi?
    Continuavo ad aspettarmi qualche riscontro alla mia denuncia. Invece non succedeva niente. Allora chiesi un incontro con il vescovo che mi ricevette subito. Stranamente, perché quando eravamo in seminario, se gli chiedevamo udienza, dovevamo attendere a lungo. Il vescovo mi ascoltò e cadde dalle nuvole. Disse che nessuno mai l’aveva informato di quanto era avvenuto. Io gli confidai la mia paura che don Puleo potesse continuare a fare del male ad altri ragazzi. Aggiunsi anche che il sacerdote andava aiutato perché la pedofilia è una malattia. “Cerchi di fare qualcosa”, insistetti, “lei è il padre spirituale di tutti i sacerdoti”. Era anche la massima autorità cui io potessi rivolgermi. Il vescovo mi assicurò che ci avrebbe pensato lui e che dovevo stare tranquillo. Mi licenziò regalandomi un libro. Da allora non ho avuto più notizie dal vescovo, non ho più avuto a che fare con lui. Invece il giorno successivo ebbi notizie da don Puleo, perché si precipitò a casa mia e mi rimproverò aspramente perché gli avevo fatto perdere la fiducia del vescovo.

    Dunque il vescovo, in seguito al colloquio con te, l’aveva chiamato?
    Sì. Mi disse che il vescovo lo aveva mandato a chiedermi scusa se mi aveva provocato dei turbamenti.

    Come si è arrivati alla denuncia davanti all’autorità giudiziaria?
    Qualche giorno dopo parlai con il mio parroco, don Giuseppe Veneziano, che tra l’altro era stato suo rettore quando don Puleo era in seminario. Si meravigliò del mio racconto, sia perché don Puleo era stimato in diocesi, sia perché il vescovo non gliene aveva fatto parola. Successivamente mi chiamò per dirmi che aveva parlato col vescovo. “Questa storia con don Puleo è acqua passata, ormai sono anni che è successa, tu stai tranquillo, fatti la tua vita, chiudiamola qui”. Intanto però don Puleo continuava a fare il parroco. Era nella parrocchia del Villaggio Giordano, a Palma di Montechiaro.

    Neanche un’ammonizione al prete?
    Non so che dire. Però, a seguito di non so quali vicende, due anni fa, è stato spostato e gli è stata affidata un’altra parrocchia: non è più a Palma di Montechiaro ma in un piccolo paesino nei dintorni di Agrigento, Sant’Anna.

    A causa di altre vicende di pedofilia?
    Beh, tre di questi ragazzi sono di Palma di Montechiaro. Qualcuno avrà saputo qualcosa… Ma non posso dirlo con certezza.

    Don Gaetano Montana è ancora al suo posto?
    Sì, continua a fare il rettore del seminario arcivescovile. Mi chiedo come sia possibile. Altri ragazzi possono passare le stesse mie disavventure e nessuno li difenderà. Dico questo perché, riguardo a don Gaetano, devo aggiungere una cosa. Non avendo raggiunto alcun risultato con i miei colloqui, ho parlato con i miei genitori, i quali hanno contattato un avvocato. Questi, prima di fare l’esposto alla magistratura (presentato poi nella primavera del 2001), ha voluto incontrare il vescovo per capire come mai la massima autorità non avesse preso alcun provvedimento. Il vescovo rispose che lui era super partes, che bisognava prendersela con il prete e che comunque il polverone che sarebbe seguito allo scandalo non conveniva a nessuno.

    Dopo la presentazione dell’esposto cos’è successo?
    Parlai con il Sostituto Procuratore che chiamò tutte le persone che io avevo citato.

    Facesti anche il nome del vescovo fra le persone informate dei fatti?
    Sì, e furono chiamate. Ma non so se fu chiamato anche il vescovo. Fui messo a confronto con il parroco, don Giuseppe Veneziano, e con il rettore, don Gaetano Montana. Il parroco inizialmente negò che gli avevo parlato degli abusi subiti. Poi, caduto in contraddizione, si è trincerato dietro il segreto confessionale. Cosa che non sta in piedi: io non mi ero confidato con lui in confessione. Il rettore non negò, anche se disse che non ricordava bene quando gli avevo parlato della mia storia. Alla domanda: “come mai non parlò con il vescovo?”, rispose che era preso da altre cose, c’era da ristrutturare il seminario, e siccome il ragazzo, cioè io, sembrava abbastanza tranquillo, tutta la faccenda si poteva rimandare. Lui parlò con il vescovo quando questi, in seguito al nostro colloquio, lo interpellò.

    Qualche giorno fa, il 7 luglio, don Puleo è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione. Finisce qui o farai ulteriori mosse?
    Intendo intentare una causa civile contro le persone che hanno un ruolo di responsabilità in situazioni del genere. Certamente il rettore del seminario, ma tanto più il vescovo, il quale, pur non avendo responsabilità penale, è civilmente – e moralmente – responsabile. Avrebbe dovuto prendere provvedimenti che non ha preso. A me non risulta che il vescovo sia mai stato interrogato: attendo di prendere visione di tutti gli atti processuali per averne conferma.
    Un’altra cosa che intendo fare, ed è il motivo per cui all’università sto studiando psicologia, è aiutare le persone che subiscono abusi. Per la qual cosa ho già fondato un’associazione, che deve diventare uno sportello di ascolto

    fonte: Adista.

  • Pedofilia, sacerdote in manette Adescava i ragazzini con un gelato

    Pedofilia, sacerdote in manette Adescava i ragazzini con un gelato

    Don Renato manteneva i contatti tra la curia e gli istituti religiosi di Imperia e Albenga
    Trenta le vittime tra i 13 e i 17 anni: “E’ stato sospeso dall’ufficio”

    MONDOVI’ (Cuneo) – Li comprava con un gelato. Ragazzini di 13, 17 anni, soprattuto extracomunitari. Dopo il cinema, li accompagnava a casa sua, in parrocchia. Don Renato Giaccardi è agli arresti domiciliari: la procura di Mondovì lo accusa di induzione alla prostituzione, favoreggiamento e sfruttamento di minorenni.

    Lui ha ammesso solo il rapporto con un ragazzo di sedici anni ma la Questura di Cuneo sospetta che il giro coinvolgesse ben più di un ragazzino: almeno una trentina, italiani e stranieri.

    Don Renato, 42 anni, aveva preso i voti nel ’96. Il vescovo l’aveva incaricato di mantenere i contatti tra la curia e gli istituti religiosi della diocesi di Imperia e Albenga. Ma agli amici si presentava come affiliato all’associazione che voleva il riconoscimento dell’omessualità come terzo sesso.

    Due suoi complici adescavano i minorenni nei giardinetti di Cuneo, indagavano la loro disponibilità e se superavano l’esame, li accompagnavano a casa del sacerdote. Don Renato era sempre cordiale e generoso con le sue vittime e, se gli presentavano un altro amichetto, li compensava con un biglietto da 10 euro.

    I complici del prete, G.C.C., 41 anni di Mondovì e F.B., 25 anni di Cuneo, sono stati denunciati a piede libero. Don Renato resta invece agli arresti domiciliari.

    Il losco giro del sacerdote è stato svelato grazie alla segnalazione di una famiglia: i genitori di un ragazzino si erano insospettiti perché gli amici del figlio giravano con troppi soldi in tasca. Le intercettazioni telefoniche e ambientali della squadra mobile hanno confermato i sospetti.

    La Curia tace: nessun provvedimento è stato ancora preso dalla Curia vescovile. “Attendiamo l’esito dell’indagnie dell’Autorità giudiziaria”, a detto il vicario generale di Albenga. “In seguito, valuteremo l’opportunità di intraprendere scelte di tipo canonico. Per ora, Don Giaccardi è sospeso dall’esercizio dell’ufficio sacerdole”.

    (5 luglio 2005)

    http://www.repubblica.it/2005/g/sezioni/cronaca/sacerdotearrestato/sacerdotearrestato/sacerdotearrestato.html

  • Le storie nere del prete talent scout

    Le storie nere del prete talent scout

    Repubblica — 27 luglio 2004   pagina 5   sezione: TORINO

    Allenatori, quasi “amici grandi”, ma sempre persone di fiducia alle quali le famiglie affidavano tranquille i loro ragazzi per fare sport e divertirsi.

    Invece, più di una volta, quei “maestri di vita” si trasformavano nel “lupo cattivo” delle favole. è già accaduto, a Torino, alla fine degli anni 80.

    Nell’ ottobre 1989, un sacerdote e allenatore di pallacanestro diventa protagonista delle cronache nazionali. Nel primo giorno di applicazione del nuovo codice di procedura penale voluto dal ministro Giuliano Vassalli, stabilirà il record del primo “patteggiamento” della pena.

    Due anni di carcere, mai scontati, per le violenze carnali imposte a 15 ragazzini che facevano parte della sua squadra di basket. Dopo la sentenza, il prete-pedofilo (un talent scout della pallacanestro subalpina) finì a fare il telefonista in un’ associazione di volontari. E in quello stesso anno, nella gang dei “professionisti della pedofilia” (un libraio di via Po, ma anche due avvocati e altri personaggi in vita) compaiono anche i dirigenti, l’ allenatore e il presidente di una squadra di calcio giovanile, la “Real Cavour”. Vicende ormai dimenticate, ma che si portano dietro il ricordo di famiglie oltraggiate e di terribili traumi che il tempo, quasi sempre, non è riuscito a cancellare. (r.t.)

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/07/27/le-storie-nere-del-prete-talent-scout.html

  • Ma i fedeli assolvono il sacerdote indagato

    Ma i fedeli assolvono il sacerdote indagato

    LANUSEI. Una valanga di attestati di solidarietà arriva da tutta Ogliastra a don Pietro Sabatini, il rettore del seminario di Lanusei coinvolto in un’inchiesta sulla pedofilia via Internet.

    In attesa che il giudice Giorgio Altieri si pronunci sul delicato caso, il prossimo 20 aprile, i fedeli hanno già assolto (e con formula ampia) il sacerdote, unanimemente considerato un uomo al di sopra di ogni sospetto.

    Nessuno crede che don Pietro, 45 anni e mezzo, originario di Lotzorai, sia indegno dell’abito che porta. Anzi, quelli che lo conoscono sono pronti a mettere la mano sul fuoco per lui, e a scommettere sulle sue doti umane e religiose. Dopo le mamme dei seminaristi, la presidentessa dell’Azione Cattolica Giulia Aresu, la comunità parrocchiale di Escalaplano, a fianco del rettore si schierano tante altre associazioni. L’elenco si apre con gli ex allievi dello seminario, scuola di formazione dei sacerdoti del futuro.

    Il presidente Alberto Cannas, originario di Ulassai, esprime «piena e convinta solidarietà al carissimo don Pietro, di cui conosciamo le grandi doti umane e sacerdotali, nella certezza che presto la sua figura di sacerdote e di uomo risulterà limpida agli occhi degli uomini cosi come lo è agli occhi di Dio». Altra testimonianza preziosa per il sacerdote viene da Giorgio Cabras, medico e presidente del gruppo scout di Ussassai, affiliato all’Agesci. «Don Pietro – sostiene – è una persona eccezionale, un educatore nato. Noi genitori abbiamo totale fiducia in lui, siamo pronti ad affidargli in qualsiasi momento i nostri figli. Consideriamo don Pietro un fratello, e queste non sono frasi fatte. Per anni è stato nostro assistente spirituale, ha condiviso con noi gite ed escursioni, e mai nessuno ha visto un atteggiamento meno che corretto da parte sua.

    I ragazzi lo adorano, lui è stato l’unico che è riuscito a confessarli e fargli fare la comunione, lasciandoci tutti a bocca aperta. È impossibile dubitare di una persona come don Pietro. Se ha sbagliato lo avrà fatto per ingenuità, oltre che per motivi pedagogici. Sappia che gli scout sono tutti con lui e lo aspettano a braccia aperte». Affetto, amicizia e solidarietà arrivano anche da Umberto Martinelli, presidente degli ex allievi salesiani dell’Ogliastra. «Auspichiamo che la vicenda si concluda al più presto – spiega Martinelli – e che don Pietro torni a dare il suo contributo alla nostra diocesi. Lo conosciamo come una persona seria, e dunque gli confermiamo la nostra stima».

    Il gruppo di preghiera e di canto ‘Regina d’Ogliastra”, del Rinnovamento dello Spirito, esprime l’auspicio che don Pietro chiarisca la sua posizione e che dell’Ogliastra si parli per le iniziative ecclesiali, le opere di bene e la spiritualità. Infine, l’Associazione Culturale Ogliastra, che promuove il premio letterario ‘San Giorgio”, ribadisce di essere in linea «con quanto già espresso pubblicamente da monsignor Antioco Piseddu. Riaffermiamo la stima verso don Pietro – sostiene la presidentessa Anna Maria Piga – e siamo vicini alla chiesa locale e alla sua famiglia».
    Tommaso Miraglia

  • IL DRAMMA DI UNA FAMIGLIA: CI MINACCIANO PERCHE´ ABBIAMO AVUTO IL CORAGGIO DI DIRE LA VERITA´

    IL DRAMMA DI UNA FAMIGLIA: CI MINACCIANO PERCHE´ ABBIAMO AVUTO IL CORAGGIO DI DIRE LA VERITA´

    «Un prete abusò di mia figlia»
    Lettera al Pontefice: è stato condannato, ma resta al suo posto

    SANTA MARGHERITA LIGURE MI chiamo “omissis” e sono la mamma di una ragazza che ha subito abusi sessuali da un sacerdote…».

    Inizia così la lettera a Giovanni Paolo II di una madre di Santa Margherita Ligure, la cui figlia, dopo le attenzioni subite in canonica, è entrata in un convento di clausura. Sono una quarantina di righe che pesano come un macigno.

    Sono state scritte tempo fa (ma il testo è stato reso noto solo ieri), quando la vittima e i familiari avevano già accusato in tribunale il sacerdote. La donna rivolge al Papa un appello accorato: «Vi avevo già scritto in passato per chiedervi aiuto. Aiuto perchè, nonostante via sia stata una sentenza del tribunale di Chiavari in cui don Pino veniva dichiarato colpevole, tutta la città continuava a considerare me e la mia famiglia come gente spregevole, per il solo fatto di aver avuto il coraggio di dire la verità… Noi eravamo e restiamo indifesi, mentre don Pino continua a svolgere ogni funzione pastorale come se nulla fosse successo…».

    Era stata la madre della ragazza, nel 1996, a tre anni di distanza dai fatti, a presentare un esposto contro il sacerdote. La donna aveva accusato il parroco di Santa Margherita, don Pino Carpi, di aver abusato della figlia, quando quest´ultima aveva 15 anni. Le indagini erano sfociate in un rinvio a giudizio e nel processo. Il sacerdote aveva negato l´addebito. «Si sono inventati tutto», si era difeso.

    Il pm aveva chiesto una condanna a un anno e 4 mesi di reclusione, senza sospensione condizionale. La sentenza era arrivata nel `98. Avevano scritto i giudici di Chiavari: «Le fonti di accusa sono costituite dalle dichiarazioni della ragazza, della cui attendibilità non è lecito dubitare… Secondo quest´ultima, la frequentazione del parroco cominciò a trascendere dal normale rapporto di assistenza spirituale e religiosa, e in occasione delle confessioni che avvenivano nell´appartamento personale del Carpi assunse i caratteri di relazione sessuale… I contatti avvenivano con la frequenza di due o tre volte la settimana, nell´appartamento del Carpi e di pomeriggio…». Il sacerdote era stato prosciolto, perchè la querela nei suoi confronti è stata presentata in ritardo. A questo punto era intervenuta la Curia: don Pino era stato trasferito a Sestri Levante. Il provvedimento aveva scatenato la protesta di tanti parrocchiani di Santa Margherita, che erano insorti in difesa del prete, con striscioni e volantini. La famiglia della ragazza, intanto, denunciava ai carabinieri minacce continue.

    Don Carpi, oltre a negare l´accusa di abusi, aveva anche presentato una querela per falsa testimonianza e diffamazione contro i suoi accusatori. Scrive ancora la donna al Papa: «Lui è più forte, fa leva sull´abito che indossa e crede che lo protegga da tutto. Io credo invece che il suo comportamento sporchi quell´abito, portando molti a pensare che tutti i preti siano come lui, che denuncia, che attacca… E´ giusto tutto questo?». Nel gennaio scorso si è concluso il processo in sede civile intentato dalla famiglia. I giudici hanno condannato il sacerdote a risarcire con 30 milioni di lire la vittima. «Finora non ha ancora provveduto al pagamento», dicono gli avvocati Emanuele Quacquaro e Luigi Del Pacchia, i legali della ragazza, che proprio in questi giorni ha terminato il noviziato e che ha destinato la somma ad una associazione per le vittime della pedofilia. E don Carpi? A Sestri si parla di un suo possibile nuovo trasferimento.

    da www.lastampa.it/

    (Del 25/4/2002 Sezione: Cronache italiane Pag. 8)

  • Uno Stato spurio alle Nazioni Unite

    Uno Stato spurio alle Nazioni Unite

    È stato riferito, tempo fa, che il Papa voleva che i diplomatici vaticani intervenissero con più vigore negli affari del mondo, per assicurare che l’insegnamento cattolico avesse un peso maggiore nelle decisioni relative a diritti umani, programmi d’aiuto e controllo della popolazione. Durante la stessa settimana, funzionari dell’ONU si sono lamentati per una campagna intrapresa dal Vaticano che ostacolava i loro sforzi tesi alla realizzazione degli impegni presi al Cairo cinque anni prima: ridurre il numero delle donne che morivano durante il parto ed aumentare la capacità riproduttiva dei giovani.

    La coincidenza delle due notizie mi ha fatto riflettere sul fatto che la Chiesa Cattolica ha i suoi diplomatici accreditati in vari Paesi ed è rappresentata sia all’ONU, oltre che in un gran numero di enti internazionali. Dopo tutto, essa è una chiesa, non una nazione, e nessun’altra religione è coinvolta in questo modo nella politica globale. È opinione comune che questa doppia autorità derivi dal fatto che la Città del Vaticano è uno Stato, ma non è così semplice: ciò che ha a che fare con la religione, non è mai cosa semplice. Infatti, non è la Città del Vaticano ad essere riconosciuta dall’ONU e nelle Cancellerie del mondo, ma la Santa Sede, cosa piuttosto strana a prima vista. La Città del Vaticano può essere considerata uno Stato, sebbene di dimensioni microscopiche – un’area di meno di mezzo chilometro quadrato e con meno di 500 cittadini – ma la «questione» Santa Sede è, nell’insieme, un affare molto nebuloso.

    Il rango di Stato della Città del Vaticano deriva dai Patti Lateranensi del 1929, negoziati tra Pio XI e Mussolini con lo scopo di difendere la proprietà e l’amministrazione centrale della Chiesa dalle leggi secolari della società civile. La Santa Sede, d’altro canto, si definisce come «l’organo supremo sia della Chiesa Cattolica sia dello Stato Vaticano» e la si può immaginare all’apice di una «trinità», essendo gli altri due elementi il micro-Stato e la Chiesa istituzionale, senza avere alcun tipo d’esistenza temporale o territoriale. Tuttavia, la Santa Sede ha il mandato di condurre relazioni internazionali come «personificazione giuridica della Chiesa».

    Questo fatto, di per sé, non fa meraviglia. Il trattare costruzioni astratte, come realtà materiali, è la professione di tutte le religioni. Quello che è meraviglioso è che quest’intesa sembra essere accettata in pieno da governi e agenzie internazionali. La Santa Sede è rappresentata all’ONU e mantiene relazioni diplomatiche con ben 157 paesi.

    La Santa Sede ha un seggio all’ONU come Osservatore Permanente di uno Stato non Membro (NMSPO). Ma nella Carta dell’ONU non esiste alcuna norma per una tale qualifica. La designazione ha avuto origine, ad hoc, nel periodo iniziale dell’organizzazione, nel 1946, per consentire alla Svizzera – che era affiliata a diversi enti internazionali che stavano per entrare nel corpo dell’ONU, ma che ne era impedita dalla propria costituzione a diventarne membro a pieno titolo – di aderire. Cinque anni più tardi, nel 1951, Pio XII, citando l’affiliazione della Città del Vaticano a due enti internazionali, l’Unione Universale della Posta e l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (la città-stato aveva un proprio servizio postale e stazione radio), chiedeva un diritto simile e delegava un vescovo ausiliario di New York a frequentare l’ONU su una base «part-time». Lo status del vescovo era incerto, ma documenti ONU del periodo fanno riferimento a lui come al rappresentante dello «Stato della Città del Vaticano». Già nel 1964, la presenza dell’uomo del Papa all’UN-Plaza era accettata come una consuetudine e norma, tanto che Papa Paolo VI scrisse al Segretario Generale dell’ONU, U Thant, dichiarando che «la Santa Sede» desiderava nominare un Osservatore Permanente sul modello della Svizzera. La proposta non fu discussa né nell’Assemblea Generale né in qualsiasi alto Foro dell’ONU; e nel giro di tre settimane U Thant rispose, dando il benvenuto alla «Santa Sede» come al secondo NMSPO dell’organizzazione. Da allora, le persone nominate dal Papa hanno il diritto di assistere e parlare, ma non di votare nell’Assemblea Generale e di partecipare a pieno titolo nelle attività degli Enti internazionali sponsorizzati dall’ONU.

    La Santa Sede, quindi, opera come membro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’Organizzazione ONU per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e così via. È stata presente ed ha avuto un ruolo prominente in riunioni quali la Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo a Rio nel 1992, la Conferenza Internazionale sulle Popolazioni e lo Sviluppo al Cairo nel 1994, la Conferenza Mondiale sulle Donne a Pechino nel 1995, eccetera. Data l’inclinazione dell’ONU a cercare un consenso unanime, piuttosto che decisioni di maggioranza, la Santa Sede è riuscita in riunioni di questo tipo, spesso in alleanza con delegazioni conservatrici latino-americane e musulmane, a bloccare iniziative considerate non in linea con l’insegnamento cattolico. Quando ha fallito, ha organizzato delle campagne internazionali contro i programmi e le iniziative che non era riuscita a sconfiggere.

    La conferenza del Cairo, per esempio, davanti all’opposizione capeggiata dalla Santa Sede, ha lanciato un Programma di Azione per affrontare «le sfide critiche d’interdipendenza tra popolazione e crescita economica sostenuta nel contesto di uno sviluppo sostenibile». I cinque anni successivi sono stati caratterizzati dallo sforzo ispirato dal Vaticano per impedire che il programma entrasse in funzione. La Santa Sede era particolarmente turbata dall’enfasi data dal Programma al «diritto di tutte le coppie ed individui di decidere liberamente e con responsabilità il numero, lo scaglionamento ed il momento opportuno della nascita dei loro figli e di avere l’informazione ed i mezzi per fare ciò» e dalla richiesta ancora più esplicita della Conferenza per misure che «assicurino che donne e uomini abbiano informazione ed accesso alla gamma più vasta possibile di mezzi sicuri ed efficienti per programmare la loro famiglia».

    In un recente documento d’aggiornamento, il gruppo dissidente dei Cattolici per la Libera Scelta, ha illustrato dettagliatamente, e come segue, la «campagna d’ostruzionismo» della Chiesa contro le raccomandazioni del Cairo.

    La campagna era il contesto per la pubblicazione dell’enciclica del marzo 1995 di Giovanni Paolo II Evangelium Vitae (Vangelo di vita) che ha condannato non solo la contraccezione, ma anche il trattamento dell’infertilità. L’enciclica affermava che istituzioni internazionali, non meglio precisate, erano impegnate in una «cospirazione contro la vita».

    Nel giugno dello stesso anno, vescovi dell’Asia e del Medio Oriente hanno apertamente condannato l’educazione al «sesso sicuro», dichiarando che «Noi insistiamo che l’unico rimedio attendibile contro la diffusione dell’AIDS è la fedeltà nel matrimonio e la castità fuori del matrimonio». Hanno aggiunto che «l’astinenza periodica» era l’unico metodo accettabile per programmare la famiglia.

    Tre mesi più tardi, i vescovi brasiliani hanno attaccato un programma governativo per la salute che prevedeva l’uso di preservativi: «Non si combatte la malattia con la degradazione della morale e scagliando le persone all’inferno».

    Nel settembre 1995, il Vaticano ha denunciato qualsiasi riferimento delle Agenzie ONU alla salute sessuale e riproduttiva delle donne ed ha chiesto che, nei documenti del Cairo, i governi interpretassero tutti i riferimenti alla sessualità come sesso all’interno del matrimonio.

    Nel marzo 1996 la chiesa, in Brasile, ha respinto una domanda di matrimonio perché l’uomo era paraplegico e quindi impotente.

    Nell’agosto 1996, il Presidente del Kenya, Daniel Arap Moi, ha risposto positivamente alle richieste dei capi della chiesa ed ha cancellato l’educazione sessuale nelle scuole primarie. Ha spiegato che «Le nostre religioni sono contrarie a quest’immoralità».

    Nello stesso mese, i vescovi del Nicaragua hanno dichiarato che il paese soffriva di un «colonialismo anti-riproduttivo» e che le clausole «diritti riproduttivi», «salute riproduttiva» e «sesso sicuro» in realtà volevano dire «aborto, promiscuità e uso arbitrario del sesso».

    Nel luglio 1997, il giornale del Vaticano, L’Osservatore Romano, ha evidenziato e gradito un rapporto fatto da un consulente in bioetica che dichiarava che persone con un’invalidità fisica o mentale non dovevano copulare. I disabili dovrebbero «collaborare con Dio per evitare di creare ulteriore dolore e tristezza».

    Nel novembre 1997, la delegazione della Santa Sede all’ONU ha protestato contro la distribuzione di contraccettivi nei campi ONU per rifugiati.

    Nell’aprile 1998 le Conferenze Cattoliche degli Stati di New York e Connecticut hanno lanciato una campagna per dissuadere le compagnie assicurative dal coprire programmi di assistenza medica che includevano medicine e mezzi contraccettivi.

    Nel giugno 1998, il Vaticano ha condannato le proposte di includere «la gravidanza forzata» nell’elenco dei crimini di guerra della Corte Criminale Internazionale, per paura che questo potesse offrire una base, alle donne violentate in tempo di guerra, per ottenere aborti legali.

    Gli esempi, scelti da un catalogo almeno 20 volte più lungo, hanno questo in comune: che non erano sfoghi casuali di religiosi reazionari in risposta a questo o quello sviluppo; ognuno era un elemento mirato ad uno sforzo coordinato per combattere i tentativi di mettere in atto le raccomandazioni del Cairo. La Santa Sede opera nei Fori mondiali come uno Stato, ma quando non riesce ad imporre il suo punto di vista si auto-transustanzia in una religione e mobilita i suoi agenti ed aderenti in tutto il mondo per accantonare quelle decisioni di maggioranza che essa non approva.

    Tutta quest’attività influisce sulla vita ed i diritti legali non solo dei cattolici, ma anche di milioni di persone di religioni differenti o di nessuna religione. Ciò che è in gioco, qui, sono la salute, l’essere pago (la soddisfazione, la felicità) e le aspettative di vita di un’intera generazione. Ogni giorno, 7.000 persone al di sotto dei 24 anni sono infettati dall’AIDS; metà di tutte le violenze ed aggressioni sessuali sono inflitte su quindicenni e più giovani; complicazioni durante la gravidanza ed il parto sono le cause più comuni di morte tra le ragazze adolescenti.

    Questi sono problemi mondiali che la Chiesa Cattolica non vuole siano affrontati, se non con la devozione ed il rosario. Il cinismo e la disonestà dell’inganno non ci dovrebbero scandalizzare, ma dobbiamo essere scandalizzati del fatto che sia stato consentito di farla franca per così troppo tempo. È ora che questi illusionisti malevoli siano espulsi dagli Enti mondiali nei quali si sono intrufolati.

    da The Freethinker, Secular Humanist monthly
    vol 119. Nr. 8, agosto 1999
    (traduzione dall’inglese di Sarah Whitman)


    IL DOCUMENTO INTERNAZIONALE

    APPELLO della NSS all’ONU perché il Vaticano perda il suo status privilegiato

    La National Secular Society (NSS), Associazione Laica Nazionale di Londra, ha chiesto che il Vaticano perda la sua posizione di privilegio quale Osservatore permanente (permanent observer) presso le Nazioni Unite, in conseguenza del fatto che la Chiesa cattolica, in diversi convegni delle N.U., si è sforzata di impedire l’educazione sessuale e la diffusione di metodi contraccettivi nei Paesi in via di sviluppo.

    In una nota inviata il mese scorso [estate 1999], la Società NSS ha espresso il suo sostegno a Clare Short, Segretaria di Stato per lo Sviluppo Internazionale, per la sua importante iniziativa presso le Nazioni Unite, intesa ad aiutare la crescita controllata della popolazione in tutto il mondo.

    Parlando all’Assemblea Generale dell’ONU, la signora Short ha criticato aspramente il Vaticano per quello che ella ha definito «interferenza reazionaria» nella promozione di informazioni che dovrebbero aiutare le donne nei Paesi in via di sviluppo, al fine di proteggere la loro salute e di limitare il numero dei componenti delle loro famiglie.

    Per tale sua dichiarazione, la signora Short fu immediatamente attaccata da Gary Streeter, portavoce del Partito Conservatore, il quale pretese che la signora Short si scusasse con il Vaticano per le sue critiche.

    Questo duro attacco di Gary Streeter è stato condannato dalla NSS come un «irriflessivo appoggio dato alla religione nel modo e nel momento peggiori».

    Keith Porteous Wood, Segretario Generale della NSS, ha dichiarato al riguardo:

    «L’inumano divieto del Papa di permettere il controllo artificiale delle nascite non fa che aumentare povertà, miseria e sovrapopolazione; il divieto dell’uso dei preservativi favorisce inoltre il dilagare di malattie, in particolare dell’epidemia di AIDS.

    Ancora negli ultimi mesi il Vaticano ha tentato di fermare la distribuzione della “pillola del giorno dopo” alle donne albanesi del Kosovo violentate dai soldati serbi. Sembra che non ci sia un limite alle crudeltà che la Chiesa Cattolica è pronta ad infliggere – in nome dei suoi dogmi – alla gente che soffre.

    Molte delle persone colpite da queste decisioni non solo non appartengono alla Chiesa Romana, ma non sono neppure cristiane, e molte sono perfino non credenti. Per questa ragione non deve essere più permesso che una istituzione, che persegue tali politiche, interferisca con l’urgente necessità di contenere la massiccia crescita demografica del mondo.

    Al Vaticano, dunque, dovrebbe essere immediatamente abrogata la posizione di privilegio che occupa presso le Nazioni Unite, prima che esso infligga ulteriori danni ad un’attività di vitale importanza qual è quella dell’ONU. Il Cattolicesimo Romano è infatti la sola religione che goda di questo status».

     

    da The Freethinker, Secular Humanist monthly
    vol 119. Nr. 8, agosto 1999
    (traduzione dall’inglese di Biancamaria Mantovani Donadello)

    https://www.uaar.it/uaar/archivio/archivio1999/attualita26.html