La procura di Santa Maria Capua Vetere ha presentato ricorso alla Corte di Appello di Napoli
Casapesenna – La Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto una condanna ancora più severa nei confronti dell’ex don Michele Barone.
In primo grado, per la vicenda degli esorcismi portata alla luce dalla trasmissione Le Iene, don Michele Barone è stato condannato alla pena di 12 anni di reclusione.
Esclusi i presunti episodi di violenza sessuale per i quali il prete del Tempio di Casapesenna è stato assolto.
Ed è rispetto a questa assoluzione che la procura di Santa Maria Capua Vetere ha presentato ricorso alla Corte di Appello di Napoli (Quarta Sezione) che ha fissato la prima udienza del processo di secondo grado al giorno 13 gennaio.
Le questioni finanziarie e sessuali continuano ad agitare il Vaticano, spesso nascondendo lotte di potere ai vertici della Chiesa. Papa Francesco prosegue nonostante la forte opposizione sul suo percorso di riforme verso una maggiore trasparenza
Un sacerdote condannato in primo grado dalla giustizia milanese a 6 anni e 4 mesi di reclusione per pedofilia viene assolto da un tribunale ecclesiastico. La notizia è data il 25 novembre dall’associazione delle vittime italiane di abusi sessuali nella Chiesa, “L’Abuso”. Solo un giornale transalpino riporterà l’informazione il giorno successivo. Così, il religioso “resta sacerdote” e sarà “reinserito in parrocchia”, traduce in altri termini Francesco Zanardi. Nella lotta della Chiesa contro la pedofilia, “non rimettere i condannati tra i bambini dovrebbe essere la prima cosa da fare, giusto?” il fondatore della rete delle vittime è arrabbiato. “In Italia, la Chiesa prosegue impunemente”. L’istituzione religiosa ha perso ogni credibilità ai suoi occhi. Al telefono, la sua rabbia è acuta. Lui stesso vittima di abusi commessi da un uomo di fede, ha creato L’Abuso dieci anni fa. Comincia a raccontare la sua storia dopo le rivelazioni del Boston Globe all’inizio degli anni 2000 sulla violenza sessuale nella diocesi americana.
L’attivismo virulento prende il posto del silenzio. “Bergoglio inganna i cattolici”, aveva denunciato sul sito dell’associazione lo scorso luglio. Denuncia le riforme annunciate da Francesco ma mai concretizzate. Il pontefice sarebbe aiutato anche da una stampa italiana “complice e compiaciuta”.
Esercizio di trasparenza senza precedenti
È, tuttavia, un esercizio di trasparenza senza precedenti quello che il Vaticano ha svolto il 10 novembre pubblicando il rapporto McCarrick, intitolato all’ex cardinale americano spretato all’inizio del 2019. Il testo coordinato dal Segretario di Stato del Santo -Siege, lungo circa 450 pagine, racconta ad esempio che lettere anonime che accusavano Theodore McCarrick di pedofilia e una testimonianza della sua “attività sessuale” con almeno un sacerdote, erano già state portate all’attenzione di Giovanni Paolo II.
Ma il diniego dell’arcivescovo al segretario privato del Papa, le testimonianze “imprecise e incomplete” di tre vescovi e la mancanza di “notizie dirette dalle vittime, maggiori o minori”, avevano consentito la nomina del uomo a Washington alla fine del 2000 e la sua creazione cardinale pochi mesi dopo.
Il caso McCarrick è solo uno dei tanti scandali sessuali che hanno sconvolto il Vaticano negli ultimi anni. Le chiese negli Stati Uniti o in Australia, comprese quelle in Cile e Germania, stanno crollando sotto la schiacciante testimonianza. La Chiesa sta vivendo “la più grave crisi degli ultimi 500 anni”, afferma lo storico e teologo Massimo Faggioli dell’Università americana di Villanova. “Questa è un’ampia crisi di autorità su questioni morali e sessuali. Le risposte sono diverse in giro per il mondo “, prosegue l’esperto, riferendosi a testimonianze e indagini in Pennsylvania sul silenzio assordante in Italia. “La grave instabilità sulla questione degli abusi all’interno delle chiese nazionali ha fatto esplodere gli scandali, afferma lo storico. La situazione non si riduce a poche mele marce, ma indica un movimento traumatico più complicato che è destinato a durare “.
Questi scandali diventano anche la scusa di uomini di Chiesa per condurre campagne contro il loro sovrano pontefice. L’affare McCarrick, ad esempio, spinge l’arcivescovo italiano Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico – o ambasciatore – a Stati Uniti, per chiedere le dimissioni nel 2018 di Francesco. Lo accusa di essere stato informato di fatti del passato. La sua posizione è quindi smentita dal rapporto McCarrick. Ma Mons. Viganò resta uno dei principali oppositori di Francesco. Anche quest’anno lui fomenta quello che diventerà per lo storico Massimo Faggioli un vero “scandalo” politico: lo scorso giugno ha inviato una lettera di sostegno al presidente in cui indirettamente scredita le azioni del Papa. Donald Trump e Francesco sembrano quindi essere in due campi separati, come lo sono “Dio e Satana”. E attenti a non scegliere la battaglia sbagliata, la “dannazione eterna”si annida.
Il pontificato di Francesco “ha portato alla luce questioni a lungo negate o nascoste”, relativizza il teologo. Il primo Papa dell’America Latina favorisce così la lotta alla povertà, la difesa degli esclusi, come i migranti, o addirittura l’ecologia, a scapito di temi più tradizionali come la vita o la famiglia. “Con l’arrivo di questo cattolicesimo latinoamericano a Roma, molte cose sono state ridefinite”, continua Massimo Faggioli. Italiani, europei e americani non sono quindi più al centro della Chiesa universale, che ha causato un periodo di instabilità su molte questioni “. Queste lotte possono quindi essere intraviste anche dietro gli scandali finanziari.
“Nel suo desiderio di riformare la Chiesa, Francesco si è trovato di fronte a un’opposizione interna composta da cardinali in lotta per la gestione dei tesori del Vaticano”, scriveva il settimanale L’Espresso nel 2015. “Le riforme economiche e la trasparenza finanziaria volute dal successore di Pietro incontrarono ogni tipo di resistenza. Non solo all’interno della vecchia guardia che non vuole abdicare, rinunciare al potere, ma anche tra il nuovo popolo portato a Roma dallo stesso Francesco”.
Dopo la sua elezione, il Papa argentino, ad esempio, si è trovato di fronte alle finanze vaticane composte da più bilanci separati da ministeri ed enti al servizio della Chiesa, e con una gestione opaca. Da questa realtà è nato lo scandalo di Sloane Avenue, scoppiato in seguito alle rivelazioni di investimenti della Santa Sede attorno a un edificio londinese. I magistrati del piccolo Stato stanno indagando sui sospetti di corruzione ed estorsione in particolare. La vicenda, con le sue molteplici ramificazioni, ha provocato le dimissioni del cardinale Angelo Becciu, uno degli alti funzionari della Segreteria di Stato. La gestione dei fondi di questo ramo esecutivo della Santa Sede è stata trasferita all’inizio di novembre all’APSA, l’amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, guidata da un vescovo vicino a Francesco.
Questo scandalo ha quindi permesso al Papa di portare avanti la sua riforma dell’accentramento delle finanze. “L’idea è nata già durante il conclave tra gli elettori” di Bergoglio, ricorda Emiliano Fittipaldi, giornalista e autore del libro Avarice, pubblicato nel 2015 e che dettagliava gli scandali finanziari dell’epoca. Questo progetto di centralizzazione doveva infatti essere portato avanti dal cardinale George Pell, nominato nel 2014 prefetto di una nuova Segreteria per l’Economia. Ma l’australiano fallisce rapidamente: i suoi modi descritti come “brutali” gli impediscono di affermarsi nel cuore del potere della Chiesa e un processo per pedofilia lo costringe a tornare in patria nel 2017.
Il cardinale è riuscito da solo a cristallizzare gli scandali finanziari e sessuali e le lotte di potere sottostanti. Ha rivelato la resistenza anche all’interno della Curia romana, il governo della Chiesa, avendo spinto il Papa a fare affidamento su un consiglio di nove cardinali chiamato al suo fianco piuttosto che al suo esecutivo. Francesco ha così sfidato molti leader, incoraggiati a cambiare radicalmente la cultura della Chiesa e il loro comportamento sulle questioni finanziarie come sulla gestione degli abusi sessuali, ma allo stesso tempo provocando forti resistenze e opposizioni.
Maggiore attenzione alle vittime?
“L’introduzione di nuove leggi non preverrà i crimini”, avverte padre Hans Zollner. Queste parole del presidente del Centro per la protezione del bambino, dell’Università Gregoriana di Roma, e membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, creata nel 2014, sono pronunciate con riferimento alla pedofilia, ma possono essere applicata all’economia e alla finanza. Il sacerdote tedesco chiede quindi un cambio radicale di mentalità e cultura, a partire da una maggiore attenzione alle vittime.
Francesco Zanardi scoppia a ridere. No, non ha mai visto l’ombra del sostegno da parte di un religioso. Il presidente de L’Abuso ha invece preso atto dei sacerdoti condannati per pedofilia. Assicura che questi ultimi siano ospitati in 23 “case di cura” sparse attraverso l’intera penisola per evitare la prigione. Questa è la tesi sviluppata in Giustizia Divina, un’opera che dettagliava la protezione di cui godono i sacerdoti in Italia. Delle centinaia di sacerdoti denunciati o condannati per pedofilia, gli autori, aiutati da Francesco Zanardi, hanno trovato solo cinque sacerdoti nelle 192 carceri italiane, solo uno dei quali è stato imprigionato per abusi sessuali. Queste “case di cura” sono per il presidente dell’associazione delle vittime italiane il simbolo della totale mancanza di trasparenza di un papa che difende la tolleranza zero. ■
Dopo il caso del cardinale George Pell, l’Australia è travolta da un altro scandalo che riguarda l’arcidiocesi di Melbourne. Nel mirino Michael Glennon, sacerdote condannato per abusi nel 1978 sul quale però il Vaticano non avrebbe preso alcun provvedimento
Nuovo scandalo pedofilia in Australia. Papa Francesco, l’arcivescovo di Melbourne, monsignor Peter Andrew Comensoli, e la sua stessa arcidiocesi sono stati citati in giudizio davanti alla Corte Suprema dello Stato di Victoria. A denunciarli sono stati tre uomini aborigeni che dichiarano di aver subito abusi sessuali quando erano bambini da padre Michael Glennon. Secondo l’accusa, il Vaticano sarebbe stato al corrente dei reati di pedofilia commessi dal prete australiano ma non avrebbe preso alcun provvedimento dopo la sua condanna a due anni di reclusione, avvenuta nel 1978, per abusi e violenze sessuali su quindici minori. Le tre presunte vittime, che hanno chiesto di restare anonime, sostengono di aver subito gravi ripercussioni dopo gli abusi: sono diventati tossicodipendenti e sono rimasti senza casa e senza lavoro. Per questo motivo hanno chiesto un cospicuo risarcimento da parte dei vertici della Chiesa cattolica, sia in Australia che in Vaticano. Il legale dei tre uomini, Angela Sdrinis, ha dichiarato di essere in attesa che i rappresentanti della Santa Sede in Australia accettino la notifica del mandato per conto di Bergoglio. “Si tratta – ha spiegato l’avvocato – di fare in modo che il Papa e il Vaticano accettino le proprie responsabilità. Quale possibile scusa possono avanzare per non aver ridotto padre Glennon allo stato laicale?”. Il legale ha ricordato, inoltre, che, dopo la condanna, l’arcidiocesi di Melbourne sospese il sacerdote ribandendo, però, che solo il Vaticano avrebbe potuto ridurlo allo stato laicale. Cosa che non avvenne.
Dopo l’assoluzione, Pell sottolineò che “il mio processo non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica, né un referendum su come le autorità della Chiesa in Australia hanno affrontato il crimine della pedofilia nella Chiesa. Il punto era se avevo commesso questi terribili crimini e non l’ho fatto”. E aggiunse: “L’unica base per la guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base per la giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti”. Parole in perfetta sintonia con quelle di Francesco che, chiudendo il summit mondiale sulla pedofilia del clero convocato in Vaticano nel febbraio 2019, disse: “Se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso, che rappresenta già di per sé una mostruosità, tale caso sarà affrontato con la massima serietà”. Affermazioni alle quali sono seguiti provvedimenti storici, tra cui l’abolizione del segreto pontificio per i casi di pedofilia.
È sconcertante apprendere dalla stampa e dall’Associazione Rete L’ABUSO le notizie che mi riguardano, o meglio che riguardano un processo canonico in cui è implicato un sacerdote, don Mauro Galli della Diocesi di Milano, di cui io sono la vittima.
La causa in questione è la CDF 279.2015
Italian Alessandro Battaglia wears a T-shirt reading “Abused when I was 15 by Father Mauro Galli” as he demonstrates near St. Peter’s Basilica in Rome. (CNS photo/Tony Gentile, Reuters) See SYNOD-CAGGIANO Oct. 5, 2018.
La mia famiglia ha chiesto più volte di essere messa al corrente in merito agli atti del processo canonico. Qualche mese fa, in seguito alla notizia che Papa Francesco avrebbe abolito il segreto pontificio nei casi di pedofilia, ho richiesto personalmente tramite il mio avvocato, di avere informazioni e la documentazione relativa al processo.
Non ho, ad oggi, ricevuto alcuna risposta.
Finora, per quanto mi riguarda, la “trasparenza” della Chiesa è solo millantata.
In sede penale Don Mauro Galli è stato condannato a 6 anni e 4 mesi, siamo in attesa dell’appello. Risulterebbe invece una assoluzione in prima istanza da parte dell’autorità ecclesiastica.
Chiedo cortesemente di ricevere la documentazione relativa al processo canonico, come indicato da Papa Francesco.
Cordiali saluti
Alessandro Battaglia
Ci associamo e condividiamo lo scritto di Alessandro.
Mai avremmo immaginato di apprendere dalla stampa, attraverso indiscrezioni del TERL, le notizie in merito ad un processo canonico, quel processo canonico per il quale abbiamo reso testimonianza nel 2015 durante l’Indagine Previa, e poi nel 2016 nel processo vero e proprio.
Lei, Monsignore, sa bene a quale processo ci riferiamo. Ci siamo incontrati ben prima del processo, anni prima. L’Indagine Previa, tuttavia, è stata istruita solo in seguito all’avvio del processo in sede civile presso il Tribunale di Milano. E poi il processo. Abbiamo scritto più volte alla CdF chiedendo notizie, abbiamo scritto al Papa, ma forse le carte non erano ancora arrivate a Roma? Era ancora tutto in Diocesi o presso il TERL?
Ora, diversi mesi fa, Papa Francesco dice di aver abolito il segreto pontificio per quanto riguarda le cause di pedofilia. Sarà un proclama (ennesimo) per ribadire a parole la “tolleranza zero”, oppure un passo concreto?
Sarà come il Motu proprio “Vos estis lux mundi” che, nel nostro caso e in quello di tante altre vittime che abbiamo conosciuto in questi anni, è rimasto lettera morta? O come l’annunciato tribunale per i vescovi insabbiatori, smentito come “era solo un’idea”?
Sarà come l’indicazione che aveva dato il Papa, ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, di incontrare le vittime della pedofilia prima del summit sulla pedofilia del febbraio 2019? Incontro richiesto al card. Bassetti, per tempo, da noi e da altre vittime e per il quale siamo ancora in attesa di una risposta?
Sarà come l’Angelus al termine del summit sulla pedofilia del febbraio 2019, dove Papa Francesco ha salutato e ricordato ogni parrocchia presente in piazza San Pietro e non una parola alle decine di vittime, provenienti ida tutto il mondo, presenti con striscioni e con tutte le telecamere delle televisioni estere e italiane a riprenderci? Nemmeno una parola di vicinanza da parte del Papa: curioso! Proprio a conclusione di un summit che ci riguardava! E nemmeno un sacerdote che ha partecipato alla “March to Zero” a fianco delle vittime. Nessuno.
Così sarà il proclama sulla trasparenza, che prevede l’abolizione del segreto pontificio nei casi di pedofilia? Una risposta concreta per noi sarà rappresentata dal fatto che Alessandro riceva i documenti relativi al processo canonico e alla sentenza in prima istanza.
Come cattolici siamo davvero delusi, addolorati e profondamente feriti. Non c’è stato un solo momento, in questi lunghi anni, dal dicembre 2011, in cui abbiamo sentito l’accoglienza della Chiesa, un solo momento in cui, a supporto delle numerose lettere ricevute dal Card. Scola in cui esprimeva la vicinanza della Diocesi, abbiamo realmente sentito questa cosiddetta vicinanza. Non un solo momento.
Oggi a Messa siamo stati invitati a riflettere sulle origini della nostra fede, focalizzando il pensiero sulla testimonianza di chi abbiamo incontrato nella nostra vita.
Ecco, negli ultimi anni, la testimonianza che abbiamo ricevuto da parte dei vertici della chiesa, è proprio quella che ha contribuito ad allontanare da Gesù Cristo e dalla Chiesa tante e tante persone che ci sono vicine. Il pulpito non basta più. Con le vittime è necessaria la testimonianza concreta, è necessario essere accanto concretamente, con la propria vita: non schierarsi con il prete pedofilo! Il resto sono solo – e restano – belle parole vuote.
Guardare il dolore negli occhi di una vittima è qualcosa che non si dimentica. Parlare con una, due, dieci, venti e più vittime, conoscere le loro vicende, sapere che ciascuno è stato concretamente allontanato dalla Chiesa, è qualcosa che fa male, ferisce in un modo che non si può spiegare se non si è provato. Sentirsi parte di una famiglia (la Chiesa), amare la propria famiglia (la Chiesa), ed essere violentati, non creduti, allontanati, e combattuti nei tribunali. E tutto per difendere l’istituzione? Perché è davvero difficile comprendere perché la Chiesa scelga di difendere i preti pedofili e non le vittime, i minori.
Che senso ha parlare di abolizione del segreto pontificio e poi apprendere dalla stampa che il prete sarebbe stato assolto dal tribunale ecclesiastico?
Ci associamo alla richiesta di Alessandro affinché riceva la documentazione relativa alla causa CDF 279.2015.
Cordiali saluti
Cristina Balestrini, Giovanni Balestrini, Ettore Battaglia
Invece si è saputo di don Vincenzo Calà, condannato dal tribunale italiano a tre anni con l’annullamento per intervenuti termini prescrittivi – dei soli effetti penali – che vedrà ribaltata la sentenza in sede canonica con la piena assoluzione da parte del vescovo di Acireale Antonino Raspanti.
Di pochi giorni fa il caso analogo di don Mauro Galli. Questa volta il vescovo è Mario Delpini che, proprio sulle omissioni in fase di indagine ecclesiastica sul caso Galli, raccolse persino l’ammonizione del cardinale Scola che le definì già all’epoca le sue “scelte maldestre”.
Ora Scola non c’è più e Delpini è diventato il suo successore, ma il “vizietto” di fare scelte maldestre pare che gli sia rimasto. Vediamo infatti, nell’esito del processo italiano a don Mauro Galli, la condanna in primo grado a sei anni e quattro mesi per aver dormito nello stesso letto e aver violentato Alessandro Battaglia, all’epoca 15enne.
In quella sede, con tanto di competenze in quanto da 15 anni avvocato della diocesi di Milano, oltre che membro della neonata commissione per la tutela dei minori della stessa diocesi, riferendosi al processo canonico l’avvocato Mario Zanchetti – difensore in questo caso di don Galli – disse rivolgendosi ai Giudici “Non sto bagatellizzando la situazione, sto dicendo che ciò che ha fatto don Mauro è stato profondamente sbagliato e che le conseguenze non saranno piacevoli” in quanto anche non fosse avvenuta la violenza, il solo fatto che il Galli abbia dormito con un minore è gravissimo per la chiesa.
Invece scopriamo che, zitti zitti, il processo canonico a don Galli non solo è stato celebrato, ma è l’ennesima assoluzione dalla chiesa in prima istanza.
A prescindere dal fatto che nel processo canonico la massima pena che la chiesa può infliggere è la dimissione dallo stato clericale, non possiamo però non renderci conto che gli interventi della campagna di tolleranza zero, posti in essere da Papa Francesco per contrastare la pedofilia, vengono disattesi totalmente se viene assolto in sede canonica chi è stato condannato da un tribunale laico, cosa che non rende neppure giustizia a Dio.
Sorgono spontanee diverse riflessioni, in quanto con l’assoluzione canonica si crea un macroscopico problema perché vengono meno tutti i provvedimenti che dovrebbero intervenire in caso di condanna. Sorge spontanea la domanda: quanto deve essere grave la violenza, per la sede canonica, affinché chi ha commesso uno stupro su un minore sia condannato?
Sempre nel caso Galli / Delpini la vittima ha non solo chiesto di essere informata, ma come decine di altri nostri assistiti ha richiesto gli atti senza ottenere risposta. Vengono così meno anche alla tanto proclamata “trasparenza” dopo la presunta abolizione del segreto pontificio. Apprendiamo infatti la notizia che il tribunale canonico ha assolto Galli da un’indiscrezione uscita dai sacri palazzi lombardi. Nessuna comunicazione ufficiale neppure alla vittima.
Ma la tolleranza zero, tanto acclamata da Papa Francesco, non era solo verso i preti pedofili, ma anche verso i vescovi che insabbiano i casi. Ebbene, vediamo quello di Delpini, che stiamo discutendolo in questo articolo che ne da notizia, ma anche in quello insabbiato da Bagnasco: per esempio è la stessa Santa sede tramite la CDF a revocargli l’incarico, ma non si ha notizia di alcun provvedimento, dopo la revoca, nei confronti del cardinale.
Questo è estremamente disonesto e possibile solo in Italia, e solo grazie alla maggior parte di stampa, genuflessa come i lacchè in protezione del Papa e che, puntualmente, censura tutto quanto di negativo emerga alla cronaca.
Come Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO esprimo a nome dei più di 900 nostri associati in Italia, rammarico e disgusto. Non solo per l’ennesimo fallimento delle politiche della Santa Sede che, ad oggi neppure le prende in considerazione e che se non dai tribunali civili, dalla chiesa non hanno mai ricevuto giustizia umana, ma anche nei confronti dello Stato italiano, da dieci anni totalmente complice consapevole: come conferma il Comitato ONU per la tutela dell’infanzia, reo, a differenza degli altri paesi, di aver scelto di non mettere mano a un problema sociale che ogni anno rende vittime decine di centinaia di cittadini.
di GIORGIO GANDOLA – “C’erano fatti di rilevanza canonica ma non di rilevanza penale. C’erano fatti di rilevanza etica, morale, reputazionale”. L’avvocato Mario Zanchetti era nel pieno dell’arringa, due anni fa in Corte d’assise a Milano. Aveva come obiettivo l’assoluzione del suo assistito, don Mauro Galli, imputato di abusi sessuali su un minore. E su quella era concentrato, quindi davanti al giudice laico sottolineava comunque la gravità del comportamento del sacerdote, che aveva invitato quel ragazzo a dormire nel lettone del suo appartamento a Rozzano. “Non sto bagatellizzando la situazione, sto dicendo che ciò che ha fatto don Mauro è stato profondamente sbagliato e che le conseguenze non saranno piacevoli”.
Se si riferiva al procedimento canonico, quel giorno non ci ha preso neppure lui, l’esimio professore, membro della commissione diocesana per la tutela dei minori e storico legale dell’arcidiocesi di Milano. Nel processo vaticano don Galli è stato assolto. Etica e morale evaporano, si perdono nei meandri oscuri dove annaspa la verità, scompaiono dai sacri fascicoli dove tutto si annacqua. Assolto in prima istanza (quella regionale) nel silenzio generale. Dovremmo perfino scriverlo con il condizionale perché non ci sono comunicati ufficiali e neppure la famiglia di Alessandro Battaglia, la vittima che allora aveva 15 anni, ha in mano la sentenza. Eppure nel 2016 aveva partecipato al procedimento come parte lesa, aveva testimoniato in buona fede chiedendo di essere informata sull’evoluzione del caso.
Quattro anni dopo solo conferme verbali, voci nella nebbia, nel segno di una trasparenza ancora da imparare in barba allo smantellamento solo formale, ad uso dei media, del segreto pontificio. La notizia è avvalorata dal sito Rete l’abuso, che attraverso il suo portavoce Francesco Zanardi segue con grande puntualità queste vicende. Un lavoro da rabdomanti, una discesa agli inferi senza pila. Così don Galli, condannato a sei anni e quattro mesi da un tribunale italiano per abusi sessuali, è stato assolto dal tribunale della Chiesa lombarda (ora il caso verrà trasferito in Vaticano).
Non è la prima volta, non è l’unico. Si aggiunge alla lunga lista di storie analoghe come quelle di Luciano Massaferro, Vincenzo Calà Improtta, Felix Cini, Paolo Turturro.
Il caso di Rozzano e della violenza sessuale nella notte del 19 dicembre 2011 è particolarmente grave perché coinvolge la diocesi di Milano, solo sfiorata nel procedimento penale in virtù di un risarcimento pecuniario della vittima. Pur essendo a conoscenza dell’accaduto, l’allora vicario episcopale, Mario Delpini, e l’allora responsabile dei giovani sacerdoti, Pier Augusto Tremolada, non aprirono alcun procedimento ecclesiastico (tecnicamente l’Indagine previa) e si limitarono a trasferire il sacerdote a Legnano, teoricamente sempre a contatto con adolescenti. Lo stesso arcivescovo di quel tempo, Angelo Scola, in una lettera di scuse alla famiglia stigmatizzò il “comportamento maldestro” dei suoi collaboratori. Oggi Delpini è numero uno della Chiesa di Milano e Tremolada numero uno di quella di Brescia. Quando papa Francesco, nel motu proprio Voi siete la luce del mondo sulla pedofilia in tonaca, sottolinea le responsabilità non solo dei sacerdoti ma anche dei “superiori religiosi con azioni ed omissioni diretto a interferire o a eludere le indagini” sembra si riferisca a casi come questo.
Condannato da un giudice, assolto (per ora) dalla Chiesa. La discrepanza ha un senso perché i parametri di giudizio sono differenti. Mentre per il tribunale italiano il crimine è contro la persona (la vittima), per quello ecclesiastico il crimine è di entrambi, un atto impuro contro Dio. E paradossalmente la vittima viene equiparata al reo perché lo avrebbe indotto a prescindere a peccare. Lo sconfinamento nella morale è automatico, quella morale che l’avvocato Zanchetti sottolineava nella nota arringa. Allora aggiunse: “Sono 15 anni che seguo la diocesi di Milano e sono 15 anni che a tutti i sacerdoti, anche a quelli che escono dai seminari, dico che queste cose sono di una gravità inaudita. Un sacerdote non deve neanche dormire nella stessa stanza con un ragazzo, figurarsi nello stesso letto”.
Allora il giudice si convinse, sulla base delle testimonianze, non solo del sonno ristoratore ma dell’abuso sessuale. Con pesanti implicazioni per la vittima che fu costretta a seguire un lungo percorso medico e psicologico, con più di uno sguardo sull’abisso dal quale non si torna. E fu condanna.
Anche per quel processo, complice la lunga stagione di paralisi dei tribunali a causa del Covid, c’è un rischio all’orizzonte: a fine 2021 scatta la prescrizione. Così don Galli, corroborato dall’assoluzione canonica, pur con una condanna a sei anni e quattro mesi in primo grado verrà considerato innocente. E la vittima rimarrà senza giustizia. Uno scenario surreale. Non proprio ciò che vuole papa Francesco. O che, negli innumerevoli interventi sul tema, dice di volere.
Se non fosse per i giudizi opposti dei due tribunali (Italiano e Vaticano), il fatto che la chiesa abbia assolto anche don Mauro Galli che semplicemente aggiungiamo alla lunga lista di casi analoghi con Luciano Massaferro, Vincenzo Calà Improtta, Felix Cini, Paolo Turturro e via dicendo, la cosa ormai non stupirebbe più di tanto.
Certo il fatto che persone condannate dallo Stato italiano per pedofilia, vengano poi assolte per quegli stessi fatti da un tribunale canonico e rimessi nelle parrocchie con così tanta frequenza per giunta, stimola una serie di riflessioni.
Anche se pur vero che i due tribunali si basano su due differenti parametri di giudizio – in quello italiano è il crimine contro la persona (la vittima), in quello canonico invece l’offesa a Dio con l’atto impuro di entrambi – pare che questo risultato non sia contrario alla sola legge italiana, ma pure a quella di Dio in quanto la stessa definitiva assoluzione del Galli da parte del tribunale della chiesa non gli rende affatto giustizia.
È lo stesso don Galli che a processo davanti ai giudici ammette di aver dormito in canonica nello stesso letto (malgrado ce ne fossero altri) con l’allora 15enne Alessandro Battaglia, ed è lo stesso avvocato della diocesi Mario Zanchetti (membro della commissione diocesana per la tutela dei minori ma in questo caso difensore del Galli) a criticare in sede processuale il comportamento del suo stesso assistito definendolo “grave”. Ma nei fatti, per la chiesa don Galli è scagionato, moralmente innocente, quindi da reintegrare in qualche parrocchia dopo l’intervento dei termini prescrittivi imminenti che bloccheranno forse anche l’appello.
In questi ultimi periodi – almeno da quanto apprendiamo dalla stampa – la chiesa avrebbe posto in essere una serie di iniziative che arrivano fino alle parrocchie, volte alla prevenzione. Dal vademecum della CEI alle ultime linee guida della Santa Sede.
Tutte iniziative che vediamo con molta perplessità perché la scienza medica insegna che la pedofilia non è una malattia, ma una grave devianza della personalità dalla quale non si guarisce, che il profilo del pedofilo è equiparabile a quello dei killer seriali ovvero di persone che vanno monitorate perché statisticamente portate a reiterare il crimine.
Ora, è pur vero che chi ha commesso questi abusi per la chiesa potrà non essere colpevole dell’offesa a Dio sulla base del suo stesso principio processuale – il 6° comandamento del decalogo – tuttavia, nei fatti è comprovato dal tribunale italiano che queste persone hanno abusato di minori e rimetterle in parrocchia – anche se la chiesa li ha assolti – non solo rende inutili le iniziative preventive poste in essere dalla chiesa stessa, ma rende sempre meno credibile il presunto sforzo della stessa in favore delle vittime e della prevenzione e della stessa trasparenza, quando controcorrente alle più elementari logiche preventive mette persone le cui tendenze sono conclamate, ancora a contatto con altri minori.
Dopo un nuovo capitolo dello scandalo pedofilia che ha investito l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II, il mondo torna a parlare delle vittime di abusi subiti da religiosi. Arturo Borrelli è uno dei sopravvissuti agli abusi: dai 13 ai 17 anni avrebbe subito violenze da parte del parroco del suo quartiere di Napoli. Nonostante le denunce e le prove presentate insieme ad altre vittime in tribunale, Don Silverio Mura può celebrare di nuovo la messa. Arturo racconta la sua storia a Fanpage.it.
La storia di pedofilia che ha investito anche l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II riapre il sipario sul fenomeno degli abusi in Chiesa, noto alla cronaca ma sempre difficile nelle aule di tribunale. Arturo Borrelli aveva 13 anni quando ha subito abusi sessuali per la prima volta. Andava a scuola come tutti i ragazzini della sua età e la sua triste routine fatta di violenze è durata fino ai 17 anni. Ad abusare di lui, un prete che aveva la cattedra di religione nella sua scuola. Aveva iniziato a frequentare l’oratorio e poi, un giorno, il religioso lo aveva invitato nella casa dove viveva con la madre. Lì ha abusato di lui più e più volte negli anni. In quel periodo di tempo, Arturo riceveva alcuni regali dal religioso. Modalità, spiega Arturo, che l’uomo aveva adottato anche con altre persone. Don Silverio è stato denunciato per i fatti avvenuti tra l’87 fino ai primi anni ’90.
Il sacerdote ora è stato assolto dal Tribunale ecclesiastico metropolitano di Milano. Sono stati analizzati gli atti del processo penale: le testimonianze di altre vittime, le ricostruzioni e tutte le perizie. Papa Francesco si era premurato di riaprire il caso nel 2018, ma l’interessamento del Pontefice non ha portato a sostanziali cambiamenti. A Fanpage.it, Arturo racconta di aver anche perso il lavoro a causa dei suoi tentativi di ottenere giustizia dalla curia napoletana.
Cosa intende quando dice che denunciare le è costato il lavoro?
Facevo la guardia giurata e cercando di ottenere giustizia per quanto mi è successo, ho scritto una lettera al cardinale Crescenzio Sepe chiedendogli di prendere in considerazione il mio caso. Pur di far ascoltare la mia storia avrei fatto di tutto, così gli ho scritto che se non mi avesse dato udienza, mi sarei sparato con la pistola d’ordinanza. Lui ha mandato quel testo alle forze dell’ordine e io sono stato sospeso in via precauzionale. Attualmente vivo con una pensione mentre mia moglie lavora un po’ di più.
La curia napoletana l’ha ascoltata?
No. Don Silverio è tornato a celebrare la messa perché per il tribunale ecclesiastico è innocente. Il cardinale Sepe lo ha riabilitato e quindi lui per i suoi superiori è innocente. Abbiamo un processo ancora in corso nelle aule di tribunale, ma sapere che è la stessa Chiesa a giustificarlo fa male, è forse lo schiaffo più forte per le vittime, soprattutto per quelle che hanno fede in Dio o che l’hanno avuta.
Lei ha presentato il suo caso anche a Papa Francesco. Proprio lui ha voluto riaprire la vicenda.
Sì è vero, ha voluto incontrarmi e abbiamo parlato. Ha detto che sarebbe stato vicino alle vittime, ha voluto persino fare luce su quanto gli ho detto, ma cos’è cambiato da allora? Don Silverio può di nuovo esercitare e prima ancora era stato addirittura trasferito in un paesino del Nord Italia dove girava con un nome e un cognome falso per evitare che le persone sapessero di cosa era accusato. Quello con Francesco è stato un incontro molto bello i cui effetti però non si sono visti, la situazione è ancora questa. Per me come per tanti altri.
Quante sono le vittime che hanno denunciato insieme a lei?
Altre due. Un ragazzo è stato abusato come me e purtroppo descrive dinamiche molto simili alle mie, mentre un’altra persona lo ha denunciato per tentata violenza. Entrambe le vittime erano chierichetti.
Cosa hanno in comune le vostre vicende?
I posti in cui ci portava, per esempio. Tutte le vittime poi hanno descritto la malformazione ai genitali che aveva Don Silverio. Si tratta di un dettaglio che conosci solo se hai avuto rapporti sessuali con lui, perché era visibile solo in quel contesto. Al tribunale ecclesiastico ha detto che era solito fare la doccia con noi bambini e che per questo motivo eravamo al corrente della sua malformazione. Come se fosse normale addurre come giustificazione a un’accusa di violenza la storia di un uomo adulto che fa la doccia nudo tra alcuni ragazzini.
Quante altre persone sono coinvolte?
Tante. Troppe. Abbiamo denunciato in tre, ma sono convinto che le vittime della stessa persona in quegli anni siano almeno dieci.
Dieci? Sarebbero davvero tante
Sono convinto di questa cosa. Alcune persone lo hanno confessato a me direttamente ma non hanno voluto denunciare perché neppure le famiglie sanno del loro passato, altri casi invece sono soltanto un mio sospetto. C’era però una folla di bambini nell’abitazione di Don Silverio che desta per forza qualche sospetto. Ci sono molti più coinvolti di quelli che crediamo.
In quanti riescono davvero ad andare avanti?
Pochi. Ognuno di noi deve rielaborare quanto gli è successo. Io sono in cura, prendo dei farmaci perché soffro di attacchi di panico. Altre persone sfogano la propria frustrazione nella lotta in tribunale oppure cercano di costruirsi una vita normale e rendono gli abusi un segreto. Altre ancora poi si uniscono a delle associazioni con un fine comune. Io, insieme ad altri sopravvissuti, faccio parte della “Rete L’abuso”. Abbiamo organizzato manifestazioni davanti al Vaticano, abbiamo condiviso le nostre storie e insieme cerchiamo la forza di andare avanti.
E alle manifestazioni in quanti siete?
Circa 50 persone. Veniamo da tutt’Italia e ovviamente siamo tutti vittime di persone diverse, ma le fa capire quanto è esteso questo fenomeno e quante altre persone si nascondono in giro per l’Italia. Per ognuno degli accusati ci sono altre vittime che hanno in comune la stessa storia e che non vogliono uscire allo scoperto. Non mi sento di giudicarle: se denunciando ottieni l’indifferenza dell’autorità ecclesiastica che per prima dovrebbe difenderti e tutelarti, cosa lo fai a fare?
Dove crede che sia adesso Don Silverio?
Non lo sappiamo. Può celebrare di nuovo la messa e probabilmente ha ancora la possibilità di far del male ai bambini. Ci avevano detto che si trovava in un centro di recupero e non era vero, ora che è stato scagionato da tutte le accuse non ha neppure motivo per cambiare nome. Il Tribunale ecclesiastico non ha ascoltato neppure i testimoni.
Cioè?
Una vicina di casa aveva dichiarato per prima che in quell’appartamento c’erano troppi bambini e che qualcosa non tornava. Ha rilasciato la sua testimonianza al tribunale e tutto quello che ha rivelato è stato gettato nel cestino. Fanno così: ascoltano quello che sai per poi nasconderlo.
Le vittime statunitensi chiedono al presidente eletto cattolico Biden di rispondere.
Nel 1988, James Grein, un bambino vittima dell’ex cardinale Theodore McCarrick, ha rivelato l’abuso a Papa Giovanni Paolo II, dicendogli: “McCarrick ha abusato di me da quando ero giovane”. Nella stanza con Giovanni Paolo II c’erano il secondo e il terzo più potente ufficiale vaticano, il cardinale italiano Angelo Sodano, il segretario di Stato vaticano, e il suo segretario personale, l’attuale cardinale Stanislaw Dziwisz. Secondo Grein , Giovanni Paolo II, ora un santo cattolico, ha risposto con uno sguardo vuoto e poi ha assolto Grein dai “suoi peccati” e lo ha mandato per la sua strada.
Trentadue anni da quell’incontro del 1988 e dopo montagne di prove di vescovi, cardinali, esperti e vittime degli abusi sessuali seriali di McCarrick, il Vaticano ha finalmente pubblicato un rapporto in cui sono stati costretti a rivelare che Giovanni Paolo II ei suoi due successori, uno conservatore e uno liberale, sono stati complici della copertura degli abusi di McCarrick. Questo caso non è diverso dalle migliaia di casi di abuso e insabbiamento, con l’eccezione che l’autore era uno dei funzionari vaticani più ricchi e di alto rango negli Stati Uniti, controllando milioni di dollari cattolici. Il rapporto di oggi omette opportunamente del tutto il resoconto di Grein e riconosce che le capacità di raccolta fondi della superstar di McCarrick sono state “pesate pesantemente”, ma “non erano determinanti,
Il rapporto di oggi – della squadra di difesa vaticana – è certamente abbastanza dannoso e scioccante. Res iipsa loquitur : la cosa parla da sola. Tuttavia, la verità completa verrà rivelata dove dovrebbe essere: nei tribunali statunitensi, dove stanno procedendo le cause civili contro McCarrick. Con quei casi arriverà il resto della documentazione e delle deposizioni sotto giuramento di alti funzionari della chiesa, inclusi i funzionari vaticani Papa Benedetto e Papa Francesco. Ora che Papa Francesco ha storicamente revocato il segreto papale nella Chiesa cattolica, nulla impedisce agli avvocati e alle vittime statunitensi di aspettarsi la loro piena collaborazione.
Tre papi hanno ignorato le accuse ben documentate contro l’ex cardinale Theodore McCarrick – permettendogli di mantenere la sua posizione di uno dei funzionari cattolici più altamente visibili e potenti negli Stati Uniti. Si parla di un fallimento istituzionale nel proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili dagli abusi.
Il rapporto dimostra ancora una volta che è solo la difesa dei sopravvissuti e la presentazione di prove di abuso alle forze dell’ordine statunitensi e ai media che hanno costretto il Vaticano ad agire in base alle accuse – che erano a lungo a disposizione sia di Papa Benedetto che di Papa Francesco.
Questo è il motivo per cui questa mattina le vittime statunitensi chiedono aiuto al presidente eletto cattolico Joe Biden , rilasciando una lettera aperta chiedendogli di affrontare questo rapporto e invitare la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB) a rilasciare i nomi di tutti i noti chierici per molestie sessuali e i loro fascicoli alla conferenza annuale della prossima settimana. Inoltre, i sopravvissuti hanno chiesto un contributo per la selezione del prossimo ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, nonché l’impegno a convocare una task force progettata per indagare sugli abusi sessuali istituzionali e l’occultamento ed eliminare le incongruenze nell’approccio degli Stati alla questione.
Nel primo anno di Biden come presidente, i procuratori generali di venti stati dovrebbero rilasciare rapporti che descrivono in dettaglio gli abusi e la copertura nei rispettivi stati. Ciò include New York e New Jersey, dove McCarrick ha abusato di bambini e adulti vulnerabili. Queste diocesi sono state sostanzialmente scagionate nel rapporto del Vaticano. È dubbio che le indagini statunitensi corrisponderanno alle conclusioni del Vaticano.
L’unico raggio di speranza in questa storia di corruzione, abuso, potere è l’onesto, ma futile sforzo del defunto cardinale John O’Connor di New York, che ha insistito con Papa Giovanni Paolo II sul fatto che non dovrebbe promuovere McCarrick a un potere ancora più potente. posizione nella gerarchia cattolica. Al momento del disperato appello di O’Connor, non solo O’Connor aveva concluso definitivamente che McCarrick era inadatto, ma lo stesso Papa Giovanni Paolo II sapeva direttamente da una vittima per dieci anni che McCarrick era pericoloso. Nel frattempo, McCarrick era già stato rifiutato per tre promozioni. Ma il rapporto personale tra McCarrick e il Papa, così come la raccolta di fondi stellare di McCarrick, “ha superato” il pericolo che ha attivamente rappresentato per bambini e seminaristi.
La cascata di rivelazioni nel caso McCarrick è stata la dimostrazione pubblica più incontrovertibile di come l’abuso sessuale e la copertura siano racchiusi all’interno della struttura di autorità d’élite e della gerarchia di una chiesa globale i cui attributi principali in questi casi sono la segretezza e il denaro. Più di ogni altra cosa, è il matrimonio tra segreto istituzionale e corruzione finanziaria, che, fino ad oggi, continua ad avvolgere la gerarchia di tutto il mondo. Centinaia di migliaia di bambini e adulti vulnerabili sono ancora a rischio. Gli autori sono ancora nel ministero, vengono trasferiti e nascosti, specialmente in America Latina, Asia e Africa. Ci sono il cardinale McCarricks in ogni paese.
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Ending Clergy Abuse (ECA) è un’organizzazione di leadership mondiale di sopravvissuti agli abusi del clero e attivisti per i diritti umani. La sua missione è costringere la Chiesa cattolica romana a porre fine agli abusi del clero, proteggere i bambini e cercare giustizia per le vittime. I membri dell’assemblea ECA rappresentano oltre 21 paesi di 6 continenti. https://www.ecaglobal.org – @ENDCLERGYABUSE https://www.facebook.com/ENDCLERGYABUSE contactus@ecaglobal.org
Scandalo esorcismi, i motivi dell’assoluzione di don Michele Barone
Secondo il Tribunale, i palpeggiamenti spacciati per esorcismi non vanno considerati aggressioni sessuali. Inoltre, né i genitori della 13enne vittima di maltrattamenti, né le ragazze che accusano l’ex sacerdote Michele Barone di avere abusato di loro, vanno considerati in inferiorità psicologica nei confronti del prete.
Né fu «coartata» la relazione carnale ch’ebbe, l’ex confessore dei vip, con una delle due ragazze che poi lo denuncerà per stupro: non ritenuta «indemoniata» come l’altra ragazza, madre di un bambino, «scelse» la pratica sessuale che poi attuò con l’ex prete e per questo, ritengono i giudici, non vi fu costrizione.
Condannati i genitori della vittima
Anche i genitori della vittima sono al centro dello scandalo esorcismi e abusi che sconvolse l’Italia nel 2018. I genitori della 13enne consegnarono «volontariamente» la ragazzina al sacerdote ritenendo che non avesse bisogno di cure mediche, ma di rituali di liberazione dal demonio e decidendo, in autonomia, che la 13enne fosse quindi affetta da problematiche spirituali e non da quel disturbo di conversione diagnosticato al Bambin Gesù di Roma. Insomma, tutti loro, vittime (eccetto la minorenne) e carnefici, agirono con lucidità e volontarietà «condividendo con Barone un credo religioso vissuto fino alle estreme conseguenze».
Il ricorso
Sono, queste le motivazioni, 1113 pagine, con le quali il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere l’8 febbraio scorso ha condannato Barone a 12 anni per i maltrattamenti sulla ragazzina, ma lo ha mandato assolto dalle accuse di violenza sessuale nei confronti delle due adepte ventenni. Su questa decisione è pronta a dar battaglia la Procura di Santa Maria Capua Vetere che, lunedì, ha depositato il ricorso in Appello. I pm Alessandro Di Vico e Daniela Pannone, chiedono la condanna dell’ex sacerdote anche per la violenza sessuale nei confronti delle due ventenni.