Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chi è Pell, cardinale accusato di aver coperto i preti pedofili

    Chi è Pell, cardinale accusato di aver coperto i preti pedofili

    Fidatissimo di Papa Bergoglio, la sua poltrona trema per le accuse della Commissione nazionale d’inchiesta del governo australiano.

    E c’è anche la piaga di chi è accusato di aver coperto e insabbiato per anni gli abusi dei religiosi sui ragazzini.

    Il primo fra tutti i coinvolti nel terremoto che ha investito il Vaticano è un porporato molto vicino a Bergoglio.

    George Pell fa parte del C9, il consiglio di cardinali che il papa ha voluto accanto a sé nella riforma della Chiesa, e che ha nominato superprefetto della Segreteria per l’economia, salvo poi ridimensionarne le funzioni, probabilmente anche per i malumori che si sono diffusi tra i porporati nei suoi confronti. È un “ranger australiano”, aveva detto Francesco durante la conferenza di presentazione.

    E, in Australia, dove fu prima arcivescovo di Melbourne, e poi di Sydney, fino a diventare la massima autorità religiosa, lo “zar delle finanze vaticane”, come è stato ribattezzato da molti giornali, è stato prima accusato di aver abusato di un chierichetto di 12 anni in un campeggio sulla Smiths Beach della Phillip, poi di aver coperto preti pedofili.

    Dalla prima accusa, che lo ha travolto nell’estate del 2002 (i fatti secondo la presunta vittima si sarebbero verificati nell’estate del 1961), Pell che intato si era autosospeso, è stato assolto per insufficienza di prove. A processarlo una Corte indipendente istituita dal National Committee for Professional Standards, il Comitato della chiesa australiana preposto ai casi di violenza sessuale commessa da sacerdoti. Nel rapporto finale il giudice aveva spiegato di non aver potuto accertare la fondatezza delle accuse e aveva sostenuto la mancanza di prove in grado di sostenerle.

    Ma l’accusa di aver coperto preti pedofili australiani “perseguita” Pell ancora oggi. Il cardinale, che solo qualche giorno fa ha votato assieme agli altri componenti del C9 a favore dell’introduzione del reato di “abuso di ufficio episcopale”, dovrà essere a breve ascoltato dalla Commissione del governo australiano perchè accusato di aver gestito in modo inadeguato i casi di abuso sessuale, cioè di aver protetto i colpevoli, di non aver agevolato i risarcimenti alle vittime, di aver fatto il possibile per occultare le vicende.

    Solo nell’agosto dello scorso anno fu chiamato a testimoniare nuovamente di fronte alla Commissione nazionale d’inchiesta. Pell, per videolink da Roma, arrivò a paragonare la chiesa a una compagnia di trasporti che non può essere considerata legalmente responsabile se i camionisti molestano autostoppiste. Lo sconcerto e l’indignazione dei gruppi di sostegno alle vittime di pedofilia del clero furono totali.

    E, nelle ultime settimane, la situazione per lui non è migliorata. Peter Saunders, che oltre ad essere stato una vittima di abusi sessuali fa parte della Pontificia commissione per la tutela dei minori istituita da papa Francesco, cioè il dicastero che dovrà occuparsi della piaga della pedofilia nella Chiesa, lo ha accusato pesantemente. Gli ha dato del cinico, dell’insabbiatore e ha chiesto a Bergoglio di allontanarlo, sostenendo che sia “cruciale che venga accantonato e rimandato in Australia e che il Papa prenda contro di lui l’azione più forte”, e lo ha anche definito “un sociopatico”. Al centro della vicenda c’è il caso di Gerald Ridsdale, un sacerdote condannato per un numero impressionante di abusi sessuali su giovani vittime, che sarebbe stato protetto da Pell in passato. Insomma, per lo sceriffo delle finanze vaticane, la questione è tutt’altro che chiusa.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/vaticano-ecco-chi-george-pell-accusato-aver-coperto-preti-pe-1140909.html

  • Assolto il prete del Pantano che era stato accusato di violenza sessuale

    Assolto il prete del Pantano che era stato accusato di violenza sessuale

    POTENZA – Assolto dall’accusa di violenza sessuale per un vizio di procedura: la querela della sua presunta vittima – poi ritirata – è stata presentata oltre i termini di legge. Anche se pm e difesa in aula avevano concordato che «il fatto non sussiste». Prescritte, invece, le molestie telefoniche.

    E’ quanto ha stabilito il collegio del Tribunale di Potenza dove ieri si è concluso il processo in primo grado contro don Antonio Meliante, giovane vicario parrocchiale del Santuario della Madonna del Pantano di Pignola.

    Alla base della vicenda, stando alla ricostruzione del pm Francesco Diliso, ci sarebbe stata la paura di rappresaglie da parte di Meliante della donna con cui aveva intrapreso una travolgente relazione sentimentale. Niente di più. Solo paura per le espressioni che il sacerdote, una volta “abbandonato”, aveva usato nei suoi confronti per convincerla a tornare sui suoi passi.

    «Rispetto la sentenza del Tribunale che è processualmente esatta». Ha dichiarato all’uscita dell’aula il difensore di Meliante, l’avvocato Nicola Roccanova. «Ma a mio parere il collegio avrebbe dovuto affrontare il merito del caso e affermare l’assoluta non responsabilità nel merito di Don Meliante. Si tratta di una vicenda di per sè complicata, resa ancora più difficile dalla personalità della presunta persona offesa».

    In aula sono stati ripercorsi tutti i passaggi della relazione tra il sacerdote e la donna, una vicina di casa di quasi dieci anni più giovane, che lui stesso aveva sposato tempo prima.

    La loro storia di passione sarebbe durata per più di un anno, da febbraio del 2007 a aprile del 2008: in clandestinità, spesso al riparo della chiesa dove l’uomo amministrava i sacramenti, in un locale di servizio. Ma a volte anche a casa di lei, quando i suoi familiari andavano a dormire tranquilli e fiduciosi, mentre i due amanti segreti restavano a parlare nel soggiorno o in camera da pranzo.

    Poi però qualcosa si è rotto e lei si è tirata indietro. Lui non ne ha voluto sapere e ha continuato a cercarla spingendosi a chiamarla ad ore improbabili col rischio che a casa i familiari della donna si insospettissero.
    A questo punto la donna si sarebbe decisa a raccontare tutto a una cognata, che senza andare troppo per il sottile ha affrontato il sacerdote “vis à vis” per intimargli di smetterla, altrimenti sarebbero andate dal vescovo e dai carabinieri.

    Quando i militari di Pignola hanno sentito questa storia l’hanno presa molto sul serio, e non hanno fatto sconti per Don Antonio. Hanno sentito il racconto della vittima e le testimonianze dei familiari.

    L’incubo sarebbe andato avanti per cinque mesi. Il sacerdote chiamava in continuazione sul cellulare a tutte le ore. Lei per farlo smettere si è dovuta inventare una scusa per cambiare scheda e numero personale. Ma lui squillava in piena notte anche sul telefono fisso dell’abitazione dove la donna conviveva con il marito e la suocera. Infine l’accusa di violenza sessuale.

    Le indagini sono andate avanti per un anno e mezzo, poi quand’è stato notificato il primo avviso di garanzia per Don Antonio la donna ha deciso che era arrivato il momento di rimettere la querela.

    l.amato@luedi.it antonio meliante

  • Due storie diverse. Le suore di #Trento e monsignor #Inzoli #BancoAlimentare #CL #Meeting14

    Due storie diverse. Le suore di #Trento e monsignor #Inzoli #BancoAlimentare #CL #Meeting14

     Dopo un anno di latitanza, riappare un nostro articolo sul sito diInternazionale.  Si intitola «Le suore di Trento».
    Nei commenti sotto, la polemica infuria: mentre scriviamo ci sono già 90 commenti ed è la fiera del «non è questo il punto». Non è mai quello, il punto. E poi l’URSS, la Germania Est, la Stasi…

    Ma scusateci se cogliamo l’occasione per scrivere due cosette su don Inzoli (#Inzoli). Non c’entra, sia chiaro. È una storia diversa. Non facciamo collegamenti a cazzo di cane, su… Però cogliamo l’occasione. Giusto un rapido riassunto della vicenda, per chi non l’ha seguita via Twitter.

    Il 27 giugno 2014 la stampa di Crema dà una notizia-bomba… che però rimane inesplosa: dopo una prima sentenza risalente al 2012, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha condannato in secondo grado per abusi su minori monsignor Mauro Inzoli, già presidente del Banco Alimentare e vicepresidente della Compagnia delle Opere, più volte mattatore al Meeting di Rimini nonché – si è scritto da più parti – confessore di Roberto Formigoni.
    Inzoli era soprannominato «don Mercedes» perché amante del lusso e dei macchinoni, nella più pura osservanza dello stile evangelico. Se oggi tornasse tra gli uomini, lo stesso Gesù si sposterebbe in Porsche.
    Particolare importante, a Crema don Inzoli aveva fondato l’associazione «Fraternità», per anni affidataria di molti minori soggetti a tutela.
    In rete, riferimenti a sue (presunte) molestie nei confronti di minoririsalgono almeno al 2007 e nessuno li ha mai rimossi.

    Da quella condanna è trascorso quasi un mese, e l’informazione su questa storia, che pure sarebbe di portata nazionale, l’hanno fatta quasi solo la stampa locale di Crema e Cremona (come se Inzoli fosse un qualunque prete di provincia e non uno dei più importanti capi di CL!) e i non molti giornalisti freelance che ne hanno scritto in rete (il primissimo è stato Mazzetta). Per quanto riguarda i giornali nazionali, è uscito prima un articolo – purtroppo poco attento ai veri nodi della questione, per questo lo abbiamo criticato – sul Fatto Quotidiano, poi uno sul Manifesto, a nostro avviso meritorio perché collegava la vicenda Inzoli ad altri sommovimenti nel mondo ciellino di cui i media non stanno rendendo conto.

    Sì, perché siamo di fronte a un silenzio agghiacciante dei grandi mezzi di informazione, che pure sono stati più e più volte sollecitati a occuparsene. Per settimane svariati lettori hanno mandato link su Inzoli e segnalato la vicenda a decine di opinion-maker e direttori di testate. Risultato? Altri mattoni nel muro di silenzio. Zero righe su Repubblica; un solo trafiletto sulle pagine cremonesi del Corriere, niente su quelle nazionali; niente sulla Stampa; zero minuti alla Rai.

    All’epoca della prima sentenza di condanna, i due big della stampa nazionale ne avevano scritto: ecco un articolo, ed eccone un altro. Stavolta nulla. Perché? Cos’è cambiato, nel frattempo?

    «Beh, ci sono state le Larghe Intese…», ha malignato qualcuno in rete. Formigoni, Lupi e l’intero mondo CL sono al governo col PD di Renzi. Non vorrai mica disturbare il manovratore?
    Qualcuno ha persino segnalato un’inchiesta dell’Espresso sul “braccio destro” e consigliere n.1 di Renzi, Marco Carrai. Vi si legge che la Compagnia delle Opere in Toscana «è presieduta da Paolo Carrai e da Leonardo Carrai, alla guida del Banco alimentare, altra opera ciellina: i cugini di Marco».
    Diversi hanno anche ricordato che le Coop ex-”rosse” e la CdO fanno affari insieme da anni, e sovente esponenti dei due blocchi di potere economico finiscono coinvolti nelle stesse inchieste…

    Mah, forse troppo “meccanicistica”, come spiegazione: il padronato ordina il silenzio, la stampa esegue.
    Il problema è che altre spiegazioni non se ne sono trovate. Persino quando i media han dedicato servizi alla condanna papale dei preti pedofili, non si è fatto alcun riferimento (nessuno, zero!) a un caso enorme come quello di don Inzoli. Eppure è il più recente e il più altolocato.

    Per chiunque altro – e ne siamo sicuri perché ci siamo occupati a lungo di questi temi – i media avrebbero tirato fuori pece e piume. C’è chi, con simili accuse (senza bisogno di sentenze) è stato crocifisso, massacrato, sbattuto su tutte le prime pagine come «mostro», per poi essere assolto, ma intanto aveva avuto la vita distrutta. Per Inzoli, invece, guanti bianchi e rumori ovattati. Questo è un caso di disuguaglianza di fronte alla gogna. Due pesi e due misure, corrispondenti a CL e non-CL?

    Più degli abusi stessi, a inquietare è proprio la compattezza nel silenzio. C’è un cordone sanitario mediatico intorno a Inzoli e CL? «Se questo cordone non c’è», scrivevamo su Twitter due settimane fa, «che lo si dimostri facendo inchiesta o almeno dando, seppure in ritardo, la notizia.» E invece niente.

    Su Inzoli e sulla sentenza dell’ex-Sant’Uffizio, silenzio addiritturatombale da parte degli enti e fondazioni che ha diretto per anni. Non abbiamo trovato nessun comunicato del Banco Alimentare, di cui «don Mercedes» è stato presidente dal 1997 al 2012, anno dell’istruttoria e della prima sentenza. Non un rigo, che fosse di chiarimento, di rammarico, di presa di distanze o di solidarietà umana… Zero. Ricordiamo che nel 2007, quando un’inchiesta per abusi su minori coinvolse don Pierino Gelmini, Inzoli e tutto il Banco Alimentare solidarizzarono con lui:

    «Milano, 3 ago. 2007 – (Adnkronos) – Dopo la notizia dell’avvio di un’indagine, condotta dalla magistratura di Terni, che vede coinvolto don Pierino Gelmini fondatore della “Comunità Incontro”, il presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus, monsignor Mauro Inzoli, manifesta la sua solidarietà e vicinanza al religioso. “A nome di tutta la Rete Banco Alimentare -dichiara Inzoli- ci sentiamo addolorati ma certi della vittoria del bene. Con immutata stima, vogliamo condividere questa prova fino alla fine, sicuri che nulla va perduto.”»

    Eppure, quando il suo stesso presidente è stato coinvolto in un’inchiesta per abusi su minori (ancorché condotta dalle autorità ecclesiastiche e non dallo Stato), il Banco Alimentare non si è dichiarato «addolorato», né «certo della vittoria del bene», né ha espresso «immutata stima». Davvero strano.
    Stesso silenzio da parte della Compagnia delle Opere tutta, come se questo Inzoli nessuno lo avesse mai sentito nominare. E neppure una riga sulle riviste di area CL, come Tempi, diretta da Luigi Amicone(sed magis amicus…?) Una riflessione col cuore in mano, una dolorosa autocritica, un dibattito su com’è stata vissuta la vicenda nel mondo ciellino… Nulla di tutto questo. Una casa dai vetri oscurati, come quelli delle limousine.

    Altro silenzio che solleva interrogativi è quello della magistratura: dopo che nel 2012 la stampa (cremasca e, allora, nazionale) diede la notizia della prima indagine interna e condanna da parte della Chiesa, non risulta che la Procura di Crema abbia indagato su quali abusi fossero stati compiuti, con quali complicità e su quali minori. Nelle ultime settimane, due esposti – uno del parlamentare di SELFranco Bordo e l’altro della rete L’Abuso – dovrebbero avere smosso qualcosa su quel fronte. Tardivamente, perché – come si dimostrava all’inizio – era dal 2007 che su Inzoli giravano certe storie. In città diverse voci hanno parlato di un clima omertoso intorno alla faccenda,lo stesso sindaco ha chiesto ulteriori indagini.

    Ora, fermatevi un momento a pensare, mentre vi ripetiamo questo dato di fatto: di tutto ciò che abbiamo appena raccontato, i più importanti media nazionali non hanno scritto as-so-lu-ta-men-te nien-te.

    Buona notte, e buona fortuna.

    Due storie diverse. Le suore di #Trento e monsignor #Inzoli #BancoAlimentare #CL #Meeting14

  • Milazzo, condannato a 2 anni e mezzo il prete accusato di molestie sessuali

    Milazzo, condannato a 2 anni e mezzo il prete accusato di molestie sessuali

    Si è concluso con una condanna a 2 anni e mezzo il processo penale di primo grado a carico di don Nunziato Abbriano, ex presidente della Fondazione Lucifero di Milazzo ed ex parroco di San Marco.

    Il collegio penale del tribunale di Barcellona, presieduto dal giudice Maria Tindara Celi, accogliendo in parte la richiesta dei pubblici ministeri Fabio Sozio e Mirko Piloni, ha condannato il prete accusato di abusi sessuali che sarebbero stati compiuti, durante la preparazione alla Pasqua 2011, ai danni di una giovane parrocchiana di 17 anni.

    Nel dispositivo della sentenza, è stata disposta la responsabilità dell’imputato nel primo tentativo di abuso, compiuto il 14 aprile 2011, quando, secondo l’accusa, palpeggiò la ragazza che frequentava la sua parrocchia all’interno del cortile della chiesa, mentre il prete è stato assolto per il secondo episodio, quello che si sarebbe verificato nella sacrestia, quando la vittima delle sue attenzione, riuscì a registrare la conversazione, procurandosi le prove di quanto stava denunciando.

    Alla fine del processo, in cui da una parte la parte civile rappresentata dall’avvocato Elena Mora e dall’altra la difesa rappresentata dagli avvocati Giorgio Leotti e Tommaso Calderone, si sono date battaglia, senza esclusione di colpi, per sostenere le rispettive posizioni. Oltre alla condanna penale, don Nunziato Abbriano dovrà pagare una provvisionale di 5 mila euro alla vittima ed ai parenti costituitisi parte civile.

    Si conclude quindi il primo processo di una vicenda che ha visto comunque protagonista la vittima delle molestie, che ha pagata a caro prezzo la denuncia, a causa del discredito che le è derivato da parte di coloro che hanno difeso il prete, dipingendola come una ragazza di dubbia moralità. La battaglia legale proseguire in secondo grado, davanti alla Corte d’Appello di Messina, dopo che saranno rese note le motivazione della sentenza.

    http://www.24live.it/78728-milazzo-condannato-a-2-anni-e-mezzo-il-prete-accusato-di-molestie

  • Preti pedofili: cosa prevedono i testi ufficiali della Chiesa

    Preti pedofili: cosa prevedono i testi ufficiali della Chiesa

     Un documento pontificio del 1517, la Taxa Camerae, fissava un tariffario per i preti che volessero ottenere il perdono di alcuni peccati. Ecco quello che prevedeva per i preti pedofili: “Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione, chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi”.
    Nella seconda metà del Novecento è stato redatto un nuovo testo per normare i casi in cui un sacerdote incorre in abusi sessuali su minori. Si tratta della Crimen Sollicitationis, scritto nel 1962 da Alfredo Ottaviani, segretario del Sant’Uffizio.
    Questo documento stabilisce che il processo canonico al prete accusato è un processo diocesano e a condurlo deve essere il vescovo della diocesi cui il sacerdote appartiene. Ma soprattutto si ribadisce continuamente l’esigenza di mantenere la segretezza sui fatti delittuosi.
    L’articolo 4 recita inoltre che non c’è nulla che impedisca ai vescovi, “se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo, a meno che il vescovo del posto non lo abbia proibito perché ha già accettato la denuncia e ha cominciato l’indagine”.

    Cosa deve fare un vescovo se viene a sapere che un prete è pedofilo:

    Quindi, se si viene a sapere che un prete è pedofilo, ma nei suoi confronti non è stato aperto alcun processo canonico, nulla vieta al vescovo  di trasferirlo in un’altra parrocchia. E così per decenni è stato fatto. Non per la superficialità o la connivenza di qualche prelato, ma perché così prescrive la norma. E se si arriva ad istruire il processo canonico, viene fatto giurare a tutti di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all’accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni”.

    Al prete pedofilo eventualmente trovato colpevole la cosa peggiore che può capitare è la riduzione allo stato laicale. Alle persone abusate che parlino di quanto gli è successo tocca invece la scomunica. Una volta concluso il processo diocesano, se ci sono prove sufficienti a condannare il prete pedofilo, gli atti devono essere trasmessi, sempre in totale segretezza, al Sant’Uffizio. In caso non ci siano prove sufficienti, gli atti devono invece essere distrutti.
    Se questi sono i testi ufficiali del magistero pontificio perché il papa e gli eminenti uomini di Curia reagiscono con tanta veemenza alle critiche giunte dalla stampa e dall’opinione pubblica per i nuovi casi di pedofilia esplosi in Germania, Irlanda, Austria ed Olanda, e alle accuse di connivenza o complicità, che ha caratterizzato l’azione dei vertici della Chiesa cattolica nel fronteggiare lo scandalo degli ecclesiastici pedofili?
    Camillo Ruini ha parlato addirittura di “campagna diffamatoria contro la Chiesa cattolica e il papa messa in campo dai media” ed ha puntato il dito, senza alcun senso del ridicolo, contro la “rivoluzione sessuale”. Dimentica di dire l’esimio presule che, ben prima della rivoluzione sessuale, al prete pedofilo la Chiesa condonava il suo peccato con sole 131 libbre a fronte delle 219 pretese qualora avesse infranto la norma con un adulto.

    Fonte 

  • Favoreggiamento pedofilia, papà della vittima in aula conferma le accuse a Don Fusta

    Favoreggiamento pedofilia, papà della vittima in aula conferma le accuse a Don Fusta

    Pietra Ligure. Cambia il testimone, ma non la sostanza delle dichiarazioni. Il processo che vede a giudizio Don Luigi Fusta, l’ex sacerdote della parrocchia pietrese di San Nicolò, accusato di favoreggiamento personale di un pedofilo, è ripreso questa mattina con l’audizione del papà della presunta vittima. L’uomo nella sua deposizione, di fatto, ha confermato quanto aveva riferito nella precedente udienza la moglie.

    Al religioso viene contestato il fatto di aver consigliato alla madre di una presunta vittima di abusi di non sporgere denuncia alle autorità. I fatti presi in esame risalgono al 2006: al centro dell’episodio c’era una ragazzina dodicenne che, secondo l’accusa, venne palpeggiata da un sessantenne loanese, amico della famiglia, che si era detto disponibile a far compagnia alla piccola a letto con l’influenza.

    Il papà della ragazzina ha raccontato della decisione presa con la moglie di chiedere un consiglio al sacerdote: “Ci fidavamo di lui e quindi abbiamo chiesto un appuntamento. Quel giorno lavoravo e quindi mia moglie è andata da sola”. “Tutto quello che riferisco da ora è ciò che mi ha raccontato lei al suo ritorno a casa” ha spiegato l’uomo prima di ripetere le parole della consorte”.

    La donna nella scorsa udienza, a proposito del giorno in cui incontrò Don Fusta, aveva raccontato: “Non ricordo bene il periodo, era gennaio o febbraio, ma andai a parlare con lui perché era parroco a Pietra Ligure. Non sapevo come comportarmi, se denunciare quello che era successo. Vedevo che mia figlia non dormiva più da sola e allora ho deciso di parlare con Don Fusta perché conosceva quella persona. Siamo andati nel suo ufficio in parrocchia ed eravamo solo noi due. Gli ho parlato di mia figlia e lui disse di non fare denuncia, di dirle che farlo è contro la chiesa”.

    “Ricordo che alla fine della nostra chiacchierata mi ha fatto il gesto del ‘ti assolvo’ come se mi fossi confessata, ma per me non era una confessione. Io non gli ho detto il nome di quell’uomo, ma quello della moglie” aveva precisato la mamma della presunta vittima che però non ha dubbi sul fatto che Don Fusta, conoscendo i coniugi, avesse capito di chi si stava parlando.

    Dopo l’audizione del papà della bimba il processo è stato rinviato al prossimo gennaio. Per questa vicenda Don Fusta, inizialmente, era stato assolto dal gup Emilio Fois, ma la sentenza era poi finita in Cassazione e di lì il fascicolo era tornato a Savona dove, in seconda battuta, era arrivato il rinvio il giudizio.

    Olivia Stevanin

    http://www.ivg.it/2014/07/favoreggiamento-pedofilia-papa-della-vittima-aula-conferma-le-accuse-don-fusta/

  • Assolto per querela tardiva, condannato civilmente a risarcimento

    Assolto per querela tardiva, condannato civilmente a risarcimento

    SANTA MARGHERITA LIGURE MI chiamo “omissis” e sono la mamma di una ragazza che ha subito abusi sessuali da un sacerdote…». Inizia così la lettera a Giovanni Paolo II di una madre di Santa Margherita Ligure, la cui figlia, dopo le attenzioni subite in canonica, è entrata in un convento di clausura. Sono una quarantina di righe che pesano come un macigno. Sono state scritte tempo fa (ma il testo è stato reso noto solo ieri), quando la vittima e i familiari avevano già accusato in tribunale il sacerdote.

    La donna rivolge al Papa un appello accorato: «Vi avevo già scritto in passato per chiedervi aiuto. Aiuto perchè, nonostante via sia stata una sentenza del tribunale di Chiavari in cui don Pino veniva dichiarato colpevole, tutta la città continuava a considerare me e la mia famiglia come gente spregevole, per il solo fatto di aver avuto il coraggio di dire la verità… Noi eravamo e restiamo indifesi, mentre don Pino continua a svolgere ogni funzione pastorale come se nulla fosse successo…». Era stata la madre della ragazza, nel 1996, a tre anni di distanza dai fatti, a presentare un esposto contro il sacerdote. La donna aveva accusato il parroco di Santa Margherita, don Pino Carpi, di aver abusato della figlia, quando quest´ultima aveva 15 anni. Le indagini erano sfociate in un rinvio a giudizio e nel processo. Il sacerdote aveva negato l´addebito. «Si sono inventati tutto», si era difeso. Il pm aveva chiesto una condanna a un anno e 4 mesi di reclusione, senza sospensione condizionale.

    La sentenza era arrivata nel `98. Avevano scritto i giudici di Chiavari: «Le fonti di accusa sono costituite dalle dichiarazioni della ragazza, della cui attendibilità non è lecito dubitare… Secondo quest´ultima, la frequentazione del parroco cominciò a trascendere dal normale rapporto di assistenza spirituale e religiosa, e in occasione delle confessioni che avvenivano nell´appartamento personale del Carpi assunse i caratteri di relazione sessuale… I contatti avvenivano con la frequenza di due o tre volte la settimana, nell´appartamento del Carpi e di pomeriggio…». Il sacerdote era stato prosciolto, perchè la querela nei suoi confronti è stata presentata in ritardo.

    A questo punto era intervenuta la Curia: don Pino era stato trasferito a Sestri Levante. Il provvedimento aveva scatenato la protesta di tanti parrocchiani di Santa Margherita, che erano insorti in difesa del prete, con striscioni e volantini. La famiglia della ragazza, intanto, denunciava ai carabinieri minacce continue. Don Carpi, oltre a negare l´accusa di abusi, aveva anche presentato una querela per falsa testimonianza e diffamazione contro i suoi accusatori. Scrive ancora la donna al Papa: «Lui è più forte, fa leva sull´abito che indossa e crede che lo protegga da tutto. Io credo invece che il suo comportamento sporchi quell´abito, portando molti a pensare che tutti i preti siano come lui, che denuncia, che attacca… E´ giusto tutto questo?».

    Nel gennaio scorso si è concluso il processo in sede civile intentato dalla famiglia. I giudici hanno condannato il sacerdote a risarcire con 30 milioni di lire la vittima. «Finora non ha ancora provveduto al pagamento», dicono gli avvocati Emanuele Quacquaro e Luigi Del Pacchia, i legali della ragazza, che proprio in questi giorni ha terminato il noviziato e che ha destinato la somma ad una associazione per le vittime della pedofilia. E don Carpi? A Sestri si parla di un suo possibile nuovo trasferimento. CARPI Giuseppe

    http://laici.forumcommunity.net/?t=56456075

  • Quel prete anziano, gobbo e pedofilo. Confermata condanna all’ex sacerdote del Sacro Cuore di Foggia

    Quel prete anziano, gobbo e pedofilo. Confermata condanna all’ex sacerdote del Sacro Cuore di Foggia

    Don Nicolangelo Rossi riconosciuto colpevole anche in appello. Il sacerdote salesiano, ex vice parroco della chiesa “Sacro Cuore” di Foggia nel rione Candelaro, fu protagonista di una brutta storia di molestie sessuali durante il 2006. La sua pena è stata ridotta a un anno e mezzo per il riconoscimento dell’attenuante del fatto di lieve entità. L’uomo fu condannato per le molestie ai danni di una bambina avvenute in confessionale nel luglio 2006, durante i giochi estivi.

    Oggi 83enne, don Nicola fu arrestato a maggio del 2007 e messo ai domiciliari per alcuni mesi. Ha sempre protestato la sua innocenza ma invano. In primo grado infatti, fu condannato a 2 anni, 2 mesi e 10 giorni per una delle 4 imputazioni contestate dalla Procura. Sentenza del Gup del Tribunale di Foggia datata 13 maggio 2011. Invece fu assolto dall’accusa di aver molestato altre tre bambine sempre durante le confessioni. Le bambine ridimensionarono notevolmente le proprie accuse dopo iniziale denuncia.

    Michele Vaira, legale di parte civile per i genitori della bambina, ha commentato soddisfatto: “Interessa poco l’entità della pena, quello che premeva era la conferma della colpevolezza del sacerdote ribadita anche in appello. Ribadisco che ho avviato una causa civile per quanto successo, citando come responsabili civili l’istituto salesiano e la parrocchia del Sacro cuore”.

    Le dichiarazioni della ragazzina all’epoca 11enne (molestata la sera del 21 luglio 2006) sono definite “intrinsecamente credibili e attendibili e i suoi genitori non erano affatto alla testa di un complotto, né erano anticlericali, né volevano attaccare l’istituzione ecclesiastica, né pretendevano lauti risarcimenti per il danno subìto dalla loro figlia o per mettere a tacere quanto accaduto”.

    LE MOLESTIE

    Don Nicolangelo Rossi, Pesco Sannita (Bn), sacerdote salesiano nato il 9 ottobre 1931 residente a Vico Equense (Napoli). È lui il protagonista di una vicenda che tenne banco soprattutto tra il 2006 e il 2007.

    Dai ragazzini era definito come “quel prete anziano, un po’ gobbo e con pochi capelli”. Ma alcune delle bambine che all’epoca frequentavano la chiesa “Sacro Cuore”, lo ricordano per ben altri motivi. Una di loro raccontò di essere stata molestata durante una confessione. Don Nicola la faceva stare in piedi toccandola sul costato, sulla coscia e accarezzandola sulla guancia. La minore affermò di essere stata toccata in quell’occasione anche nell’interno. Spiegò che durante la confessione, svolta in occasione del ritiro spirituale, si inginocchiò poggiando la testa fra le gambe del sacerdote. Poi, una volta in piedi, mentre recitava l’atto di dolore, don Nicola con la stessa mano che poneva all’altezza dei suoi genitali, la toccò sul viso e nelle parti intime sulla tuta che indossava.

    Un’altra ragazzina invece, durante il ritiro spirituale, attendeva il suo turno per confessarsi nella stanza di don Nicola. La sua amica che l’aveva preceduta, appena uscita dalla camera del sacerdote, le sconsigliò di entrare, ma non riuscì a dirle altro.

    “Sono entrata e ho chiuso la porta come avevano fatto gli altri bambini prima di me – disse la ragazzina -; don Nicola prima mi ha fatta sedere di fronte a lui, poi mi ha fatta inginocchiare per terra, non c’era l’inginocchiatoio e nemmeno un cuscino e mi ha fatto mettere la testa sulla sedia e lui mi toccava la testa, poi mi ha fatta alzare e mi ha fatto recitare l’atto di dolore. Durante l’atto di dolore mi toccava le gambe, le cosce, la pancia e la farfallina sopra la tuta, mentre tremava e balbettava e teneva la sua mano così (all’altezza dei propri genitali). Nella confessione di prima (svoltasi davanti al confessionale) mi aveva toccato solo le mani e le guance. Dopo l’estate non l’ho più visto don Nicola, c’erano dei nuovi sacerdoti. Non sono andata più in chiesa subito dopo quello che è successo, anche perché era estate, ma non volevo cambiare chiesa, perché andavo con la mia amica, una bambina che non può fare la denuncia perché la nonna sta sempre in chiesa, organizza le attività della parrocchia e le gite e questi fatti non li sa. Un mio amico – raccontò la ragazzina -, mi ha detto che don Nicola anche con i maschi faceva così ed era capitato anche a lui, però i genitori non hanno fatto nessuna denuncia ma gli hanno fatto cambiare chiesa”.

    LA BATTAGLIA DI ALCUNI GENITORI

    Il 22 luglio, il giorno dopo la molestia ai danni della ragazzina di 11 anni, episodio per il quale don Nicola è stato condannato, i genitori si recarono da don Pino Ruppi, parroco del “Sacro Cuore”. Papà e mamma della bambina registrarono la conversazione che oggi è agli atti.

    “Intendo andare avanti nella cosa – disse il papà al parroco -. Io ho anche la grande (la figlia maggiore della coppia, ndr) che trova già difficoltà nel concetto di chiesa. Cioè le abbiamo fatto capire ma lei non crede più, non crede non in Cristo, non crede in chi opera in Cristo, cioè sotto l’abito che si porta si celano persone malvagie… Che cosa facciamo? Buttiamo a terra l’operato di don Bosco? Io che ero contento fino a ieri sera di sapere mia figlia in un ambiente come questo…”

    La mamma: “Io so di un’altra bambina che prima di ricevere la comunione è stata toccata, le bambine sia mia figlia che mia nipote sono rimaste tutte scandalizzate. Proprio a Laura (nome di fantasia) le ha toccato il seno, se l’è palpata per bene e Laura da allora non va più in chiesa”.

    LE PAROLE DI DON PINO

    Il parroco della chiesa ha sempre scelto la via diplomatica mostrando, però, massima vicinanza ai genitori delle bambine. In una registrazione, don Pino disse: “C’è nei confronti di don Nicola una stima anche per quello che lui ha fatto come sacerdote, sono dodici anni che è presente qui, quindi da molta gente io l’ho sentito sempre come una persona stimata. Ma quando ho saputo, l’ho subito sospeso dalle confessioni”. Poi don Nicola venne mandato a “fare gli esercizi”. Durante l’intercettazione, don Pino spiegò che si trattava di “esercizi spirituali, giorni di ritiro. Ora sta a Capognano in provincia di Napoli. Sta lì a fare gli esercizi… adesso ritornerà sabato perché deve seguire, ora l’ispettore (il padre provinciale chiamato così dai salesiani, ndr) passa di qui e domani va agli esercizi per dargli la decisione che ha preso. Ecco perché io ho pensato, è giusto che prima di… saluta anche voi”.

    POSSIBILI DANNI PSICOLOGICI

    Tra gli atti più importanti del processo c’è senza dubbio la consulenza psicologica. Dalle considerazioni dell’esperta, a seguito di precisi test, emerse che una delle bambine “prova senso di solitudine e di apprensione perché si sente poco apprezzata e valorizzata, teme di essere abbandonata e di soccombere, si sente minacciata, e spera di trovare rifugio e protezione in un luogo sicuro. Ha una bassa autostima, ha bisogno di aiuto, cerca appoggio e consolazione perché si sente sola ed è incapace di superare da sola una crisi. Emerge comunque tendenza a proiettarsi verso situazioni positive in cui può realizzare i bisogni di socialità”. Inoltre, sempre secondo la psicologa, “la bambina non si attiva per incontrare persone nuove ed è restia ad aprirsi a nuove esperienze relazionali. È timida e riservata, ha difficoltà di comunicazione sia con gli adulti che con i pari età. Va perciò molto sollecitata a partecipare alle discussioni libere e guidate. Mostra difficoltà ad esprimere il proprio pensiero e tende a conformarsi agli altri piuttosto che a far valere il proprio punto di vista”.

    LA DIFESA DI DON NICOLA

    Il 17 dicembre 2009 venne ascoltato don Nicola. In quel periodo il prete era già stato trasferito e risiedeva a Vico Equense. Nell’interrogatorio negò ogni coinvolgimento protestando la sua assoluta innocenza: “Non ricordo le bambine che mi hanno denunciato – affermò al Pubblico Ministero -. Ho confessato centinaia di ragazzini senza intrattenere rapporti particolari con alcuno. Sono stato operato di prostata nel dicembre 2004 e, da allora, ho accusato una disfunzione erettile ed è regredito il mio desiderio sessuale che è scomparso del tutto. Per altro soffro da anni di ipertensione arteriosa che, però, non ha inciso sul mio desiderio sessuale e sulla funzione erettile che sono state irrimediabilmente pregiudicate dall’intervento alla prostata nel dicembre 2004. Inoltre nel 2006 ho subìto un infarto e mi hanno sostituito 3 bypass”.

    In realtà, la consulenza medico legale espletata dal dottor Stefano D’Errico ha evidenziato, con argomentazioni di carattere medico, non solo che gli abusi denunciati dalle minori erano pienamente compatibili con lo stato di salute di don Nicola ma anche che proprio le modalità degli abusi denunciati erano riconducibili al desiderio sessuale che, non solo era indipendente dalla capacità sessuale dell’interessato, ma non era venuto affatto meno a causa delle operazioni chirurgiche subite dal prete.

    Confermata condanna a don Nicola Rossi, prete pedofilo del Sacro Cuore di Foggia. Ecco l’inchiesta

  • Diffamazione su facebook: interrogato don Carfagnini

    Diffamazione su facebook: interrogato don Carfagnini

     La querela è legata al caso don Carli: il parroco di Firmian è accusato anche di aver reso noto il nome della parte lesa.

    BOLZANO. Primo atto processuale a carico di don Gigi Carfagnini, il parroco della Chiesa del quartiere Firmian , querelato per quanto pubblicato sulla propria bacheca facebook in relazione alla condanna di don Giorgio Carli con l’accusa di aver violentato per quattro anni e mezzo una parrocchiana che all’epoca dei fatti aveva otto anni. Come noto per quella vicenda don Giorgio fu in un primo tempo assolto per l’insufficienza degli elementi di prova (con un tribunale composto da tre giudici donne), e poi condannato in appello a 7 anni e mezzo di reclusione. Sotto il profilo della pena detentiva la sentenza rimase senza conseguenze in quanto, pur confermata in via definitiva dalla Cassazione, la sanzione risultò estinta per intervenuta prescrizione.

    Rimasero però le prescrizioni civilistiche con un obbligo di risarcimento a carico di don Giorgio (e della Diocesi) per 700 mila euro. La disposizione contenuta nella sentenza penale venne poi ribadita anche nella sentenza di primo grado della causa civile avviata nei confronti del sacerdote e della Diocesi a seguito del mancato pagamento della somma.

    Fu in occasione di queste fasi processuali che don Gigi Carfagnini fu autore di un post pubblicato (per alcune ore) sulla propria bacheca di facebook nella quale reagiva in maniera veemente alle disposizioni dei magistrati definendo la sentenza penale una «pagliacciata», prendendo le difese a spada tratta di don Giorgio, rivelando il nome (oltre a presunti problemi di instabilità psichica) della parte lesa, lanciando infine pesanti sospetti sul nonno (ormai defunto) della ragazza. Il messaggio (pur eliminato dopo poche ore da don Gigi) venne pubblicato da una terza persona anche sul sito del nostro giornale e da lì nacque la notizia di reato.

    Don Gigi Carfagnini venne così querelato dalla parte lesa per diffamazione (della figura del nonno della vittima) e per aver reso noto il nome della parte lesa rimasta sempre riservato per effetto delle disposizioni sulla privacy. Nei giorni scorsi il sostituto procuratore Daniela Pol che conduce la nuova inchiesta penale, ha delegato la polizia a procedere all’interrogatorio del sacerdote.

    Il parroco di Firmian è stato così sentito da un ispettore di polizia alla presenza del suo difensore , l’avvocato Alberto Valenti, e ha cercato di difendersi affermando di aver a suo tempo espresso il profondo disappunto per una vicenda che – a suo dire – avrebbe portato alla condanna di don Giorgio senza concerti elementi di prova, riportando alcune testimonianze indirette sul nonno della vittima, non pensando che un semplice “post” potesse diventare pubblico.

  • Abusi in oratorio, don Rea “assolto”: «Sottovalutai l’allarme dei ragazzi»

    Abusi in oratorio, don Rea “assolto”: «Sottovalutai l’allarme dei ragazzi»

    FIUME VENETO – Don Pasquale Rea non testimoniò il falso nel processo contro il pedofilo indiano condannato a oltre 3 anni per le molestie sessuali sui ragazzini che giocavano nel suo oratorio a San Nicolò di Fiume Veneto. Sottovalutò l’episodio.

    Erano così tante le volte che l’immigrato aveva disturbato i giochi dei ragazzi, che il parroco non inquadrò la vicenda nella giusta dimensione. Anzi, se ne dimenticò. È per questo che al processo la sua versione non coincideva con quella delle vittime e degli altri testimoni. Don Pasquale, 33 anni, ex vicario a Fiume e Cimpello, ora a Concordia Sagittaria (Venezia), era l’unico testimone adulto controMandee Singh, accusato di violenza sessuale aggravata (le vittime delle sue attenzioni morbose avevano 7 e 15 anni) e condannato a 3 anni e 4 mesi. I ragazzi raccontarono di aver informato il parroco delle attenzioni subite dall’indiano, ma don Rea nella sua deposizione negò.

    http://www.ilgazzettino.it/nordest/pordenone/abusi_oratorio_don_rea_assolto_sottovalutai_allarme_ragazzi-343198.html