Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Banda della Magliana

  • Dietro il rapimento di Emanuela l’ombra di pedofilia e ricatti. Intervista a Pietro Orlandi

    Dietro il rapimento di Emanuela l’ombra di pedofilia e ricatti. Intervista a Pietro Orlandi

    Negli ultimi 3 anni sono stati aperti altrettanti filoni d’indagine sul caso ancora insoluto della sparizione di Emanuela Orlandi avvenuta 43 anni fa, il 22 giugno 1983: uno da parte del Vaticano, un secondo dalla procura di Roma, e un terzo fronte è rappresentato dalla commissione parlamentare d’inchiesta su casi Orlandi e Mirella Gregori, quindicenne italiana scomparsa a Roma il 7 maggio 1983, poco più di un mese prima di Emanuela. Va detto che, dopo l’entusiasmo iniziale per l’apertura di un’indagine da parte della giustizia vaticana, si è tornati a una gestione opaca della vicenda. Così se è vero che i lavori delle varie inchieste sul versante civile stanno facendo segnare dei piccoli passi avanti, tutto resta avvolto nella nebbia delle omertà e dei “non ricordo”. In questo gioco a nascondere la verità, sembra che il Vaticano giochi un ruolo da protagonista. Abbiamo chiesto al fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, di farci il punto su alcune delle più gravi reticenze vaticane in relazione alla scomparsa di sua sorella Emanuela. Ecco l’intervista.

    Come nasce la storia del dossier vaticano su Emanuela?

    Nel 2011, incontrai l’allora segretario di papa Ratzinger, mons. Georg. Volevo infatti consegnare al papa una petizione e con l’occasione chiedevo la possibilità di poter parlare con Benedetto XVI. Mons. Georg mi ha dato un appuntamento. Quando arrivo, mi dice subito che il papa si trova nell’altra stanza, e che si deve occupare di questioni spirituali, di queste cose ce ne dobbiamo occupare noi e la Segreteria di Stato, mi dice, quindi mette subito il papa da parte, nonostante fosse nell’altra stanza. Così abbiamo parlato in generale e lui mi ha detto: «Io all’epoca non c’ero, quindi tante cose non le so». In ogni caso ho avuto la possibilità di raccontargli le cose che pensavo e del perché io ce l’- ho con il Vaticano. A quel punto lui ha sostenuto che avrebbe detto a Domenico Giani, all’epoca comandante della Gendarmeria, di fare una ricerca totale di tutto quello che si trova su questa vicenda in Vaticano e da lì è nato il famoso dossier, il rapporto di cui parlò Paolo Gabriele (il maggiordomo di Benedetto XVI che trafugò i documenti riservati dall’appartamento del papa dando origine al primo scandalo di Vatileaks, ndr).

    Eppure per tanti anni, Oltretevere, hanno negato perfino l’esistenza di un simile fascicolo…

    Quella di Paolo Gabriele è stata la conferma dell’esistenza di questo dossier, che io ho sempre chiesto di vedere, anche con l’avvocato, perché sapevo che stava in Segreteria di Stato. In Vaticano hanno sempre negato l’esistenza del documento, da mons. Becciu al card. Bertone, dicendo «noi qua non abbiamo niente, qua non c’è niente». Invece alla fine la cosa è emersa, perché lo stesso Giani è stato ascoltato in Commissione parlamentare e gli hanno fatto questa domanda. Lui ha detto sì, il fascicolo c’è e si trova in Segreteria di Stato, quindi Diddi (Alessandro Diddi, il promotore di giustizia vaticano, ndr) poco tempo dopo ha ammesso pubblicamente l’esistenza del dossier; ha detto: «Il famoso fascicolo che ha sempre chiesto Orlandi alla fine l’abbiamo trovato ma al momento è ancora riservato e non condivisibile. È un’inchiesta ancora aperta e per ora non ne possiamo parlare». E questa cosa mi ha dato particolarmente fastidio. Erano passati 42 anni in quel momento, ed era ancora riservato e non condivisibile? Questa mi pare una cosa assurda. Certo io ho chiesto alla Commissione e alla Procura: ma perché in questo clima di collaborazione che si è stabilito con la procura vaticana, non chiedete la possibilità di visionare questo fascicolo? Certo sì, mi è stato risposto, però nessuno lo fa.

    In questo fascicolo c’erano anche le indagini fatte dal Vaticano nei primi tempi dopo la scomparsa di Emanuela?

    Eh, questo purtroppo non lo so perché non l’ho letto ma io presumo di sì perché se ha raccolto tutto quello che c’era da raccogliere… Ma questo lo dice anche la Procura di Roma. È impossibile che in uno Stato sparisca una cittadina di quello Stato e non si apra neanche un fascicolo interno, un qualcosa, è impossibile; quindi è ovvio che c’è questa documentazione. Certo resta il fatto che il Vaticano dal primo giorno ha sempre continuamente negato che loro abbiano fatto qualunque cosa, che abbiano aperto un’inchiesta. Questa è la cosa che ha sempre colpito tutti e che non è chiara.

    Il fatto che da parte del Vaticano non sia stato mai consegnato questo dossier mi sembra un dato rilevante…

    Sì, mi sembra una cosa totalmente assurda. Non so cosa ci sarà scritto là, certo, però guarda, ti dico solo un particolare rispetto a questo che credo che sia importante, perché Giani l’- ha redatto quel fascicolo e lui disse una volta al mio avvocato di aver fatto cercare dappertutto, e Giani ti assicuro era una persona che poteva aprire qualunque porta in Vaticano perché aveva il mandato del papa di fare qualunque cosa. Tuttavia disse che non gli era stata data, durante questa ricerca che faceva su Emanuela, la possibilità di accedere agli archivi dello Ior.

    I lavori della Commissione parlamentare sono stati importanti, però va detto che non sono stati ascoltati testimoni importanti, soprattutto di parte vaticana. Perché non hanno convocato, per esempio, il cardinal Re, all’epoca importante?

    Certo loro hanno detto sì, abbiamo ascoltato qualcuno del Vaticano come padre Lombardi (ex direttore della sala stampa della Santa Sede, ndr) il quale però cosa vuoi che ti dica? Oppure hanno sentito don Pietro Vergari (l’ex rettore della chiesa di sant’Apollinare, adiacente alla scuola di musica frequentata da Emanuela, a suo tempo indagato per sequestro di persona dalla procura di Roma e poi prosciolto, ndr). Quest’ultimo, durante la sua testimonianza si è fatto sfuggire una cosa che quando la dicevo io, venivo trattato come un deficiente. Dicevo di aver saputo che De Pedis (Enrico De Pedis, uno dei principali boss della malavita romana che fu sepolto, col permesso del Vicariato, all’interno della chiesa di Sant’Apollinare, ndr) frequentava la scuola, conosceva suor Dolores, che ne era la direttrice. Entrava e usciva, parlava con Scalfaro che aveva l’ufficio allo stesso piano della scuola di musica. Tutto questo l’ha detto anche don Vergari. Ed ebbene sì, De Pedis frequentava qualche volta la scuola. Sinceramente se il cardinale Re pure andasse a testimoniare, penso non si ricaverebbe molto. Tuttavia, convocarla sarebbe un bel segnale da parte della Commissione, per far vedere che non ci sono personalità intoccabili; d’altro canto, la mia personale opinione è che il cardinale sia a conoscenza sicuramente se non di tutto, almeno di cose importanti di questa storia.

    Invece sulla storia di don Vergari tu diversi anni fa dicesti una cosa che ti avevano riferito delle compagne di scuola di Emanuela, cioè che era meglio non frequentarlo…

    Esatto, suor Dolores voleva in qualche modo evitare che andassero nella chiesa. Ci andavano soltanto quando c’era una funzione particolare, con il coro della scuola, e cantavano. Certo, diceva proprio di evitare di frequentarlo perché aveva capito che l’ambiente che aveva creato don Vergari era nocivo e pericoloso (durante le indagini svolte dalla Procura di Roma, emersero fra l‘altro delle intercettazioni fra il sacerdote e un seminarista a sfondo sessuale, ndr). Io ho letto poi delle lettere di Vergari ad Andreotti o a Scalfaro per chiedere favori per aiutare la famiglia De Pedis per qualche motivo. Tieni presente che pochi mesi dopo che era avvenuta la scomparsa di Emanuela, aveva fatto richiesta in Vaticano perché venisse chiusa la scuola di musica perché voleva trasformare completamente il luogo, aprendo uno spazio per i seminaristi che venivano dall’estero.

    Interessante anche la testimonianza davanti alla Commissione parlamentare di mons. Valentino Miserachs, insegnante di canto di Emanuela. Gli viene chiesto se, come riportato da altri testimoni, la scuola poteva essere considerata un “porto di mare” in quel periodo. E lui ha risposto di sì…

    Sì, sono quelle persone però, che non hanno il coraggio di aprirsi al 100%. Perché dicendo una frase del genere fanno capire che effettivamente in quella scuola poteva entrare chiunque. Quindi lanciano solo quel messaggio senza aprirsi totalmente. E questa è una cosa insopportabile. Certo, di lui si sapeva che era proprio in totale contrasto con suor Dolores, per motivi che non conosco. All’epoca non fu mai ascoltato dagli inquirenti.

    È una cosa strana, no?

    Lui ha sempre negato delle cose che, nella sua ricostruzione dei fatti, ha raccontato suor Dolores, la quale disse che, il giorno della scomparsa, Emanuela chiese il permesso di uscire in anticipo, anche se non a lei. Ma non è vero, e questa è un’altra leggenda. Emanuela non chiese mai un permesso, la lezione di Miserachs terminò un quarto d’ora prima perché c’era da festeggiare l’anniversario di matrimonio di due dipendenti della scuola.

    Sabrina Minardi (ex compagna di De Pedis, che raccontò una versione del sequestro di Emanuela che coinvolgeva il boss) è morta prima di essere ascoltata dalla commissione…

    Sì, e io avevo chiesto più volte di riascoltarla visto che lei non mi ha mai voluto incontrare. Però è morta prima. Di recente, c’è stata la riedizione di un libro della giornalista Angela Camuso, (Mai ci fu pietà, pubblicato per la prima volta nel 2009, ndr), dedicato ai fatti criminali legati alla banda della Magliana, nel quale si dicono cose interessanti sul caso di Emanuela. La presentazione del volume si è svolta in Senato, lo scorso 18 giugno, alla presenza dell’ex presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sui casi Orlandi-Gregori, Andrea De Priamo, e dello stesso magistrato che condusse le indagini della seconda inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, Giancarlo Capaldo. La giornalista a un certo punto se ne esce dicendo che aveva avuto da una fonte investigativa, registrata, riguardante l’inchiesta che poi è stata archiviata nel 2015 da Pignatone, quindi l’inchiesta portata avanti da Capaldo, la notizia di un’indagine che la Procura stava facendo nell’ambito di un ricatto legato al rapimento di Emanuela. Quindi ha spiegato che questa fonte gli avrebbe detto che all’epoca stavano conducendo un’indagine su un sistema di pedofilia all’interno del Vaticano che coinvolgeva anche il papa, quantomeno per essere a conoscenza dei fatti e non averne mai detto nulla. Una cosa piuttosto pesante, dalla quale De Priamo ha preso le distanze. Ma la Camuso ha chiesto anche a Capaldo, che era seduto vicino a lei, se a lui risultasse una cosa del genere, visto che era a capo dell’indagine. E lui ha confermato che le cose stavano proprio così (per il dibattito svoltosi in Senato quel giorno, il riferimento è al video della presentazione del libro, a cura di Radio Radicale urly.it/31g895, ndr).

    Tra l’altro la questione degli  abusi sessuali commessi dai sacerdoti è una storia che risale a quel periodo, nel senso che poi lo scandalo è scoppiato negli anni 2000 però il grosso delle storie e dei fatti risale ai decenni precedenti…

    Guarda, questa è purtroppo una mia convinzione: io sono convinto che ci sia dietro questa storia un ricattatore e un ricattato. E tutta la vicenda è nata proprio per ricattare. Emanuela è una cittadina vaticana, ma se tu vai a ricattare lo Stato e la persona più potente e influente al mondo in quel momento, il papa, poi non ti basta una ragazzina anche se cittadina vaticana per chiedere un qualcosa di pesante in cambio. Devi avere in mano qualcosa di più pesante. E quel qualcosa di più pesante sono convinto che possa riguardare una questione come la pedofilia o il coinvolgimento a livello dei vertici della Chiesa in questa storia; c’era qualcuno a conoscenza dei fatti che ha documentato e ha creato come oggetto di ricatto Emanuela. Allora, se dopo 43 anni si evita di far uscire qualcosa è perché l’oggetto del ricatto era così pesante che metterebbe totalmente in crisi l’intera istituzione.

    https://www.adista.it/articolo/76132

  • Casa del Jazz, Ris e Scientifica sul posto: si cercano tracce di Emanuela Orlandi e Paolo Adinolfi

    Casa del Jazz, Ris e Scientifica sul posto: si cercano tracce di Emanuela Orlandi e Paolo Adinolfi

    Parte la fase conclusiva degli scavi alla Casa del Jazz, annunciata nei giorni scorsi, come riportato da Fanpage.it nei giorni scorsi. Oggi sono scattati i primi sopralluoghi alla presenza della Scientifica e dei carabinieri del Ris, al lavoro per dare il via a quelli che saranno gli ultimi accertamenti prima della conclusione.

    Gli scavi sono iniziati lo scorso novembre e sono durati settimane. Lo scopo è quello di arrivare alla fase conclusiva senza lasciare nulla di intentato. I lavori erano stati avviati dopo le parole del giudice Muntoni che aveva avanzato la possibilità che all’interno della struttura sotterranea dell’ex Villa Osio, dove ora sorge la Casa del Jazz, ci fossero i resti del giudice Paolo Adinolfi, scomparso nel luglio del 1994. Al nome di Adinolfi, si è presto accostato quello di Emanuela Orlandi: secondo alcune voci, non sarebbe stata da escludere la presenza di, almeno, qualche oggetto appartenuto alla ragazzina, cittadina del Vaticano, scomparsa il 22 giugno 1983.

    La Casa del Jazz ed Enrico Nicoletti della Banda della Magliana
    La villa, infatti, costruita dall’avvocato Osio, da cui prende il nome, è stata venduta negli anni Ottanta a Enrico Nicoletti, ritenuto il tesoriere della Banda della Magliana. Adinolfi, poco prima di sparire, aveva lasciato il lavoro alla sezione fallimentare del Tribunale: proprio durante l’ultimo periodo di permanenza lì, si sarebbe occupato di alcune pratiche relative a una società riconducibile a Nicoletti. Numerosi, inoltre, i possibili collegamenti, sebbene mai confermati, della scomparsa di Emanuela Orlandi con il gruppo criminale romano.

    Ad aumentare le possibilità e il mistero su un passaggio delle due persone scomparse nella Casa del Jazz, proprio la presenza dei cunicoli che si ramificano sotto alla struttura e che, per lungo tempo, sono risultati essere inaccessibili a causa di una frana, forse naturale forse fittizia, sembra quasi impossibile da stabilire.

    Il prefetto: “Scavi ultimati, ultimi accertamenti”
    Nella giornata di oggi è stato lo stesso Prefetto di Roma Lamberto Giannini a spiegare cosa sta succedendo adesso. Ribadita la fase conclusiva verso cui si apprestano gli scavi alla Casa del Jazz, ha commentato ad AdnKronos la presenza degli agenti della Polizia Scientifica e dei carabinieri del Ris: “Atto doveroso per poter poi non escludere nulla, tracce umane comprese”. Nei giorni scorsi era stato Pietro Orlandi a dimostrare completa fiducia nei suoi confronti: “È stato chiaro, non vuole lasciare dubbi e credo sia quello che sta facendo”, aveva spiegato a Fanpage.it.

    https://www.fanpage.it/roma/casa-del-jazz-ris-e-scientifica-sul-posto-si-cercano-tracce-di-emanuela-orlandi-e-paolo-adinolfi/

  • Casa del Jazz, Pietro Orlandi: “Il Vaticano si è servito della criminalità per organizzare il sequestro di Emanuela. Ho prova dei legami del boss Nicoletti con i Cardinali Poletti e Casaroli”

    Casa del Jazz, Pietro Orlandi: “Il Vaticano si è servito della criminalità per organizzare il sequestro di Emanuela. Ho prova dei legami del boss Nicoletti con i Cardinali Poletti e Casaroli”

    Scavi alla Casa del Jazz, Pietro Orlandi: “Basterebbe un minimo di coraggio per sapere la verità. Il rapimento di mia sorella? Il Vaticano complice della criminalità organizzata”

    La verità verrà fuori. Perché una verità c’è sempre, in tutte le cose, e non può nascondersi. Ne è convinto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, della quale non si hanno più notizie dal22 giugno del 1983. Gli scavi alla Casa del Jazz, iniziati lo scorso novembre e che si avviano ora verso la fase conclusiva, sembrano aver dato un nuovo barlume di speranza, la stessa che, in Pietro, è sempre accesa e non accenna ad affievolirsi.

    “Ogni tipo di indagine e ricerca fatta in questo senso, per la mia famiglia, è sempre interessante. I personaggi legati alla vicenda del Giudice Adinolfi, sparito nel nulla il 2 luglio 1994 e mai ritrovato, sono quelli che hanno sempre ruotato intorno alla vicenda di Emanuela, come il cardinal Ugo Poletti. Perché non pensare che possa esserci qualcosa anche su Emanuela?”, racconta Pietro ad Affaritaliani.

    “Anche se, al momento, dalle operazioni di scavo non sono emersi i risultati sperati, il prefetto D’Angelo, che aveva indagato sulla scomparsa di mia sorella, è stato chiaro: non vuole lasciare dubbi e credo sia quello che sta facendo. Ma di dubbi, purtroppo, su questa triste vicenda ce ne sono sempre stati. Ho sperato che potesse essere trovato qualcosa, non certo un possibile ritrovamento delle ossa: quelle spero di non trovarle, perché il giorno in cui le troverò sarà il giorno in cui Emanuela sarà morta”, dice Pietro.

    I misteri intorno alla Casa del Jazz

    L’uomo si dice certo di un collegamento esistente tra la vicenda di Emanuela e i misteri che avvolgono la Casa del Jazz, l’ex villa appartenuta a Enrico Nicoletti, cassiere della Banda della Magliana: “La villa in questione fu venduta a Nicoletti nel marzo dell’83, ma sappiamo che non vi si trasferì immediatamente e, di fatto, non vi abitò mai. Originariamente era una proprietà nelle disponibilità del boss Enrico De Pedis, che aveva un peso ben maggiore di Nicoletti. Sappiamo anche che c’era un legame di conoscenza tra De Pedis e il Cardinal Poletti e che il Vicariato di Roma insistette più volte affinché quella villa fosse ceduta proprio al cassiere, nonostante ci fossero tanti acquirenti onesti e che avrebbero pagato anche di più. Facendo due conti, non è difficile pensare a un ruolo di De Pedis nell’orientare la vendita”, dice Pietro.

    L’uomo si dice convinto del ruolo attivo di De Pedis nel rapimento della sorella: “Ma non fu lui a ideare l’intero piano. Svolse un ruolo di manovalanza, probabilmente non per soldi, quanto per eventuali benefici futuri. Era un criminale, ma non uno stupido, e non è detto che, pur limitandosi a compiti di manovalanza, non si sia tenuto qualcosa per sé, magari qualche documento, qualche prova. Eravamo nel 1983, un periodo in cui le armi della Banda della Magliana erano nascoste anche sotto l’ospedale. Un luogo come quella villa, con i suoi sotterranei naturali, poteva facilmente essere sfruttato da personaggi come De Pedis per creare spazi di occultamento di armi o denaro”.

    I presunti legami con il Vaticano

    E infatti, una delle ipotesi più accreditate che ha spinto a proseguire gli scavi nella villa è che, nei tunnel, possano essere stati nascosti documenti riservati collegati alla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, altro caso irrisolto. “Sono certo, ora come allora, che all’epoca ci sia stato un ricattato e un ricattatore. E credo che, tra i ricattatori, ci sia stata una parte interna al Vaticano e una parte esterna. Hanno usato personaggi della criminalità romana per organizzare il sequestro. Magari De Pedis non sapeva neanche i motivi, ma è certo che fosse legato ad ambienti vaticani. Conosceva anche il Cardinale Casaroli, che lo aveva aiutato quando era in carcere. Allo IOR, poi, c’era monsignor De Bonis, una persona che aveva molti contatti…”, dice Pietro.

    “Per ricattare quello che ho sempre considerato lo Stato più potente e influente al mondo, non può bastare una semplice banda di criminali. Doveva esserci qualcuno dentro il Vaticano, qualcuno intenzionato a voler gestire quello Stato, al di là della questione economica, che certo non è da sottovalutare, perché il denaro smuove le montagne”, prosegue.

    “Io ho la certezza, e non la speranza, che si possa arrivare alla verità, che esiste da qualche parte e non può rimanere occultata per sempre. Prima o poi, emergerà. Ci sono più persone che sanno cosa è successo, e la situazione si può sbloccare in un attimo. Basterebbe un minimo di coraggio”, dice il fratello di Emanuela, da sempre critico verso l’atteggiamento del Vaticano.

    “Anche se non hanno avuto un ruolo diretto, il semplice fatto di essere a conoscenza dei fatti li rende complici. Loro nascondono la verità. Dietro questo rapimento c’è qualcosa di grande, e dopo tutto questo tempo continuano a fare di tutto per impedire che la verità venga alla luce. Qualcuno sa come sono andate le cose, qualcuno oggi conosce la verità. Anche quando faccio accuse, non arrivano neanche smentite: questo aumenta la rabbia, e le domande”, prosegue.

    L’ultimo ricordo di Emanuela

    Pietro torna poi indietro nel tempo, all’ultimo ricordo della sorella: “E’ uscita di casa e da allora non l’ho più vista. Dopo poco mia sorella Federica mi raccontò dell’offerta di lavoro che aveva ricevuto Emanuela, e io risposi, ingenuamente, ‘Tutte queste fortune capitano a lei, a me mai’. Chissà dov’era. Nessuno di noi poteva immaginare ciò che poi sarebbe accaduto”.

    Da anni, Pietro lotta senza sosta per far emergere la verità: un impegno che attraversa decenni, perché dietro la scomparsa di Emanuela c’è molto di più di quanto appare: “Ne sono certo io e anche tutte le persone che in questi anni mi sono stati vicino. La solidarietà delle persone è davvero enorme”, conclude.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/casa-del-jazz-pietro-orlandi-il-vaticano-si-e-servito-della-criminalita-per-organizzare-il-sequestro-di-emanuela-ho-prova-dei-legami-del-boss-nicoletti-con-i-cardinali-poletti-e-casaroli.html

  • ‘Emanuela Orlandi? C’è stato un sofisticato depistaggio coordinato da un’unica regia, simile a quello di Ustica. La pista prevalente porta in Vaticano’: le rivelazioni del procuratore Malerba alla commissione d’inchiesta

    ‘Emanuela Orlandi? C’è stato un sofisticato depistaggio coordinato da un’unica regia, simile a quello di Ustica. La pista prevalente porta in Vaticano’: le rivelazioni del procuratore Malerba alla commissione d’inchiesta

    “Un sofisticato depistaggio, simile a quello di Ustica”: lo dice senza mezzi termini il procuratore Giovanni Malerba alla commissione bicamerale di inchiesta che nei giorni scorsi l’ha audito sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due 15enni scomparse a Roma nel 1983.

    I depistaggi e l’ambiente romano

    Il magistrato che nel 1997 firmò la requisitoria della seconda inchiesta sulle sue scomparse, e che ha recapitato tre rogatorie al Vaticano, tutte disattese, ne chiese anche l’archiviazione. Lasciò molte tracce da approfondire, le stesse su cui è tornato davanti ai commissari a Palazzo San Macuto. “Nella requisitoria del ’97 ho usato il termine ‘ambiente romano’.

    Non volevo rischiare querele ma la mia sensazione era che l’ambiente fosse un ambiente d’Oltretevere”, in riferimento al Vaticano. Sui depistaggi, Malerba sembra tirare in ballo soprattutto quelli della cosiddetta pista turca e dei cinematografi, quando dice: “Il moltiplicarsi di soggetti rivendicanti il sequestro, sigle come Turkesh o Phoenix, tutti in possesso di elementi dimostranti un contatto con Emanuela, ma nessuno in grado di dimostrarne l’esistenza in vita, unito all’accertata inesistenza di taluni soggetti, rivela tutta la trama di un’operazione mirata a sviare dall’individuazione dei responsabili e del reale movente del sequestro. Non battitori liberi ma un’unica regia.

    La professionalità mostrata dai sequestratori era di livello tale da non potersi ritenere che sia stata opera di delinquenti comuni, c’era a monte qualche altro soggetto e sono portato a escludere che fosse orchestrato per la liberazione di Agca”, afferma il pm in riferimento all’attentatore turco di Papa Woytyla di cui fu chiesta la scarcerazione in cambio della cittadina vaticana Orlandi da parte di fantomatici rapitori. “Il livello di conoscenza di cose italiane e vaticane è incompatibile con dei dilettanti. Escludo anche la tratta delle bianche — ha proseguito — e quella familiare. Se i contatti che il Vaticano ha avuto sulla linea telefonica riservata avessero evidenziato un quadro di responsabilità della famiglia Orlandi, allora il Vaticano avrebbe tutto l’interesse a farsi avanti”, ha precisato. Malerba non ha scartato del tutto la pista che coinvolge la Banda della Magliana, “evidentemente convocata da qualcuno, con un ruolo nello smaltimento”. (fonte: Repubblica)

    Villa Osio

    Intanto si sono nuovamente fermati gli scavi alla Casa del Jazz, un tempo di proprietà del boss Enrico Nicoletti. Il cassiere della Magliana, lo ricordiamo, la comprò dal Vicariato di Roma attraverso la congregazione religiosa degli Oblati. Un’interruzione che sopraggiunge dopo la scoperta della scalinata di accesso al tunnel sotterraneo e sigillato da blocchi di cemento. Per procedere occorrono nuovi permessi per cui si tratta di uno stop di origine burocratica.
    Il tunnel, secondo quanto indicato dal sacerdote della congregazione degli Oblati, padre Domenico Celano, era un tempo accessibile attraverso una botola collocata dov’è adesso lo studio di registrazione. Fu Enrico Nicoletti a decidere di “tombare” la zona. “Avevano qualcosa da nascondere per fare un muro”, osserva Pietro Orlandi a cui in passato un ex criminale avrebbe detto che i sotterranei di Villa Osio, secondo un magistrato, nascondono i resti di sua sorella Emanuela Orlandi. I lavori sono partiti su iniziativa privata di un altro magistrato, Guglielmo Muntoni, ora presidente dell’Osservatorio sulle politiche per il contrasto alla criminalità economica della Camera di Commercio di Roma. All’ultimo sopralluogo era presente anche il figlio del giudice desaparecido Paolo Adinolfi scomparso nel nulla nel luglio del ’94 e i cui resti, secondo quanto emerso da alcune indagini della Procura, potrebbero essere stati occultati proprio nei sotterranei di villa Osio.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/23/emanuela-orlandi-ce-stato-un-sofisticato-depistaggio-coordinato-da-ununica-regia-simile-a-quello-di-ustica-la-pista-prevalente-porta-in-vaticano-le-rivelazioni-del-procuratore-malerba-alla/8301697/

  • Emanuela Orlandi, De Pedis, il collezionista di ossa: tutti i misteri di Roma tra indagini e scheletri

    Emanuela Orlandi, De Pedis, il collezionista di ossa: tutti i misteri di Roma tra indagini e scheletri

    Il più grande archeologo italiano, Andrea Carandini, qualche anno fa paragonò il suo lavoro di ricerca nel sottosuolo di Roma all’attività di Sigmund Freud: «Anche nella psicoanalisi si scava, si cercano radici, fondamenta». Con una piccola differenza: Freud trovava traumi, chi scava oggi nella città eterna rischia di trovare scheletri, ossa, tracce di delitti, indizi di misteri irrisolti.

    La scomparsa del giudice Adinolfi

    Le pale al lavoro nella fascinosa Casa del Jazz, a ridosso delle Mura, sono solo l’ultimo esempio di questa psicoanalisi del delitto che Roma, periodicamente, compie su se stessa. Oggi si è alla ricerca di tracce del giudice Paolo Adinolfi, scomparso all’età di 52 anni mentre andava al lavoro, sabato 2 luglio 1994.

    Era una mattina torrida, le cronache locali del tempo titolavano sui 40 gradi all’ombra del Cupolone, mentre i titoli nazionali era dedicati all’allora quarantenne Massimo D’Alema appena eletto segretario del Pds. Quella mattina il magistrato, dopo aver dato un veloce saluto alla moglie e ai due figli, prese la sua auto parcheggiata sotto casa in via della Farnesina e scomparve inghiottito dalla città e dai suoi misteri. Da allora, più nessuna traccia.

    Il boss della Magliana

    Eppure adesso si scava. Magari uno scheletro, una mandibola, un metatarso che possa emergere lì dove da anni, dopo che l’area con elegante casino al centro venne confiscato al boss della Magliana Enrico Nicoletti, si celebra ogni estate una stupenda rassegna jazz, con nomi altisonanti… In superficie si suona free o acid jazz e magari, chi può escluderlo, cinque metri più sotto, molti segreti potrebbero continuare a tacere nelle loro dolorose sepolture.

    Pale al lavoro

    Da questo punto di vista, quello dei misteri è pane quotidiano della Città Eterna. E alcuni di questi sono davvero misteri antichi, come quello, cominciato sette anni prima, nel 1987, quando un grandissimo nome dell’economia mondiale, Federico Caffè, svanì nel nulla dopo aver lasciato il suo appartamento a Monte Mario. Scomparsa volontaria? Rapimento? Omicidio? Le indagini sono ferme sostanzialmente a quel giorno del 1987.

    Emanuela e Mirella

    E quattro anni prima, l’Italia aveva drammaticamente cominciato a fare i conti con uno dei più grandi gialli mai risolti: la scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia quindicenne di un dipendente vaticano, sparita poco tempo dopo un’altra adolescente che abitava a Roma, Mirella Gregori. Due ragazze, due buchi neri nella coscienza della Capitale.

    Per trovare tracce di Emanuela Orlandi si è scavato, eccome. Si sono aperti sarcofaghi dove alcune voci volevano che ci fosse il corpo della ragazza, oppure si sono usate ruspe e pale per portare alla luce in via Po – nel 2018 – ossa umane all’interno della Nunziatura Apostolica del Vaticano, un legame più che ghiotto tra la giovane scomparsa e il lavoro che faceva il padre. Si sono tirati fuori resti umani femminili, ma – come disse il direttore di Medicina legale di Tor Vergata, Giovanni Arcudi, raggelando la pista – «sono di una donna tra i 25 e i 35 anni». Troppi per la piccola Emanuela. Qualche giorno dopo vennero trovati altri resti, ma anch’essi di donna adulta. Pista chiusa.

    Renatino nella cripta

    A venir aperta, qualche anno prima, fu invece una sepoltura gentilizia all’interno dell’elegante chiesa di Sant’Apollinare, nell’omonima piazza che sta a metà tra piazza Navona e Palazzo Altemps, uno dei musei più importanti della scultura classica romana. Nella cripta della basilica, con tutti gli onori, trovò sepoltura per ben 22 anni il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto «Renatino» che nella serie tv sulla banda della Magliana era il Dandi, ammazzato a pistolettate da uno dei suoi, soprannominato il Bufalo, a pochi passi da piazza Navona. 

    Per intercessione del rettore della basilica, don Piero Vergari, e con l’autorizzazione del cardinal Poletti, allora Vicario di Roma, il Dandi venne sepolto a Sant’Apollinare. Perché tanta grazia? Per il semplice motivo – come scrisse il rettore a Poletti, perorando la causa – «che il defunto è stato generoso nell’aiutare i poveri che frequentano la basilica, i sacerdoti e i seminaristi, e in suo suffragio la famiglia continuerà a esercitare opere di carità». Amen. Nel 1997, il Messaggero, grazie alla cronista Antonella Stocco, scopre la storia e un giudice, Andrea De Gasperis, che già per ragioni sue s’era incuriosito, si mette di punta finché non riesce a far sloggiare, ben 15 anni dopo, il caro estinto dalla sacra cripta.

    Il collezionista

    Ma non è solo la Banda della Magliana a dare vita e lutti alla Roma delle sepolture. Ci sono anche romani così, senza particolare curriculum criminale. Prendiamone uno a caso. Quel tipo strano, e mai individuato, che seppellisce alla Magliana (sempre lì, ok) agli inizi degli anni Duemila le ossa di cinque diverse persone per comporre un «suo» scheletro, quasi che volesse giocare all’Allegro Becchino. Lascia lì accanto una carta di identità, ma che non appartiene a nessuno dei cinque. I giornali lo chiamarono “Il collezionista di ossa”, in omaggio al grandissimo giallista Jeffery Deaver. Con una piccola differenza: nei libri di Deaver alla fine si scopre l’assassino. Alla Magliana, no.

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/25_novembre_15/orlandi-de-pedis-misteri-roma-2d9b3b74-f61c-4ec5-aa82-803605497xlk.shtml

  • “Il Vaticano venga a testimoniare in commissione d’inchiesta, altrimenti resterà sempre nel mistero e nel sospetto”: l’appello del vicepresidente Roberto Morassut

    “Il Vaticano venga a testimoniare in commissione d’inchiesta, altrimenti resterà sempre nel mistero e nel sospetto”: l’appello del vicepresidente Roberto Morassut

    Qual è lo stato dell’arte della commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori? Lo spiega il vicepresidente della bicamerale Roberto Morassut in sua recente intervista a Fanpage. Il deputato ha dichiarato senza mezzi termini che il Vaticano stesso potrebbe essere utile alla commissione, per far luce sul mistero della cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983.

    L’appello al Vaticano

    “L’auspicio sul Vaticano è ci possano essere figure e persone in grado di mostrare la volontà di portare in commissione una testimonianza, qualcosa che possa essere proficuo alla commissione. Noi possiamo agire fino a un certo punto perché, dal punto di vista formale, servono rogatorie e le nostre procedure difficilmente riuscirebbero ad arrivare al termine in tempi utili“, ha detto in riferimento a un auspicabile aiuto da parte di esponenti dello Stato Pontificio di cui, lo ricordiamo, Emanuela Orlandi è ancora cittadina, oggi come nel 1983. Questa riflessione del deputato potrebbe nascere dal fatto che alcune delle amiche della Orlandi, convocate in commissione, hanno fatto riferimento a figure religiose che, poco prima della sua scomparsa, avrebbero fatto apprezzamenti su quella che all’epoca era solo una ragazzina, come confessò loro la stessa Emanuela in preda al panico.

    A tal proposito ecco le dichiarazioni di Morassut comparse nei giorni scorsi: “Non siamo ancora riusciti a chiarire se eventuali personaggi vicini al Vaticano possano aver avuto un ruolo nel suo rapimento né abbiamo notato alcun atteggiamento che possa celare la volontà di non chiarire. Sicuramente, però, ci sono ancora personalità che possono aiutarci a capire se sia reale il coinvolgimento di qualche singola personalità, altrimenti resterà sempre nel mistero e nel sospetto. Per questo auspico che questo passo venga fatto: noi possiamo richiederlo, ma le procedure sono troppo lunghe per la vita residua della commissione”, trattandosi di uno Stato a sé stante.

    Le quattro piste principali

    Il mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi, in questi 42 anni, ha tirato in ballo ogni tipo di potere e apparato, dai terroristi turchi al Kgb e fino ai bulgari, senza escludere niente e nessuno: servizi segreti, Banda della Magliana, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II Ali Agca e via dicendo. I depistaggi, purtroppo fanno parte di questa vicenda in cui è davvero complesso isolare gli elementi riscontrabili da quelli falsi, per costruire uno scenario verosimile. A tal proposito dichiara Morassut: “Restano quattro le piste principali: ricatto internazionale, ricatto finanziario, fino alla pista di natura sessuale, che si può scomporre in diverse a seconda delle figure coinvolte e ai rapimenti. Noi stiamo cercando di sistemarle sulla base delle audizioni che abbiamo svolto e dei documenti consultati per poi approfondirle”. Di ricatto al Vaticano ha sempre parlato anche Pietrpo Orlandi, il fratello della cittadina scomparsa secondo cui i ricatti sarebbero addirittura due: uno all’epoca reso pubblico e l’altro sotterraneo, nascosto. “Non esiste ancora un indirizzo formale della commissione, dobbiamo continuare a lavorare”, ha concluso Morassut che non ha escluso da questo suo report sui lavori la vicenda di Mirella Gregori, la ragazza di via Nomentana scomparsa nel nulla pochi giorni prima di Emanuela, il 7 maggio del 1983.

    Mirella Gregori

    La contiguità delle scomparse, avvenute entrambe a Roma, e l’età comune delle ragazze hanno unito i destini delle due quindicenni con indagini congiunte. Ma spesso i commissari della bicamerale Orlandi-Gregori hanno ammesso che i lavori fatti hanno portato su strade distanti per quanto riguarda Emanuela e Mirella. A indicare una pista comune, all’epoca, con il famigerato Komunicato 1, fu in realtà un fantomatico fronte anticristiano turco, il Turkesh, di cui non è neanche certa l’esistenza. Tuttavia, secondo Morassut, per entrambe potrebbe essere valida “La pista del rapimento a fini sessuali, è quella che può portarci più vicino alla verità”. Mentre secondo gli avvocati delle loro famiglie, Laura Sgrò per Orlandi e Nicodemo Gentile per Maria Antonietta Gregori, si tratterebbe di due storie completamente disgiunte.

    Nuova audizione su Mirella

    Il caso di Mirella Gregori sarà oggi al centro di una nuova audizione che vede protagonista Roberto Tiberti, un amico di Mirella di Centocelle. Sul caso della Gregori, Morassut è stato molto esplicito nella sua intervista: “Io credo che la scomparsa sia maturata nel suo quartiere e che, forse, fosse già attenzionata da almeno un paio di anni da chi l’ha rapita. Nello specifico, il bar dei genitori della migliore amica, Sonia De Vito, potrebbe aver avuto un ruolo fondamentale. Occorrerebbe cercare di ricostruire quanto accaduto in quell’ultimo pomeriggio nel locale, fra Mirella e l’amica, per avere un’idea più chiara dell’accaduto”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/23/il-vaticano-venga-a-testimoniare-in-commissione-dinchiesta-altrimenti-restera-sempre-nel-mistero-e-nel-sospetto-lappello-del-vicepresidente-roberto-morassut/8171148/

  • Emanuela Orlandi, il racconto di Minardi alla ex della mobile: «Rapita da De Pedis su ordine di Marcinkus, poi consegnata a un sacerdote»

    Emanuela Orlandi, il racconto di Minardi alla ex della mobile: «Rapita da De Pedis su ordine di Marcinkus, poi consegnata a un sacerdote»

    Emanuela Orlandi, spuntano nuovi inquietanti dettagli. È stata sentita oggi Giovanna Petrocca, la vice dirigente della squadra mobile della Questura di Roma dal 2007 al 2009, che raccolse le dichiarazioni di Sabrina Minardi sul caso della cittadina vaticana scomparsa a roma il 22 giugno 1983 a Roma. Petrocca ha ripercorso le tappe fondamentali del lungo racconto dell’ex fidanzata di Renato De Pedis, boss della Banda della Magliana, fornendo ulteriori elementi.

    L’incontro: cosa sappiamo

    «Abbiamo cercato per tantissimo tempo di trovare tracce della Minardi, poi siamo riusciti a sapere che era in una comunità nei pressi di Salerno, e quindi siamo andati per sentirla», ha raccontato Petrocca che aveva chiesto di essere sentita davanti all’organismo parlamentare. «Sabrina Minardi non ci aspettava, non è stata lei a chiedere un incontro, non sapeva che noi saremmo andati a sentirla, di conseguenza l’abbiamo colta di sorpresa – ha riferito Petrocca – Noi chiedemmo semplicemente se lei, nel periodo in cui aveva la sua storia con De Pedis (Enrico ndr), avesse sentito qualcosa sul sequestro Orlandi».

    Il ruolo di De Pedis nel rapimento

    «La nostra sorpresa è stata grande quando lei – dopo essersi rassicurata che sarebbe stato un colloquio informale – ha dichiarato che non solo conosceva la vicenda Orlandi, ma che lei stessa era stata partecipe di questo rapimento in quanto era stata incaricata da parte di De Pedis di spostare la ragazza da una macchina all’altra e poi da una zona di Roma all’altra in una determinata circostanza». «Tutte le dichiarazioni di Sabrina Minardi sono da attribuire a una persona con una fragilità psicologica evidente», ha precisato aggiungendo: «Abbiamo trovato (nel 2008 ndr) una donna in condizioni di salute pessime, molto fragile quindi le dichiarazioni della Minardi non sono tutte da prendere per oro colato però ci sono delle cose», ha osservato Petrocca.

    L’incontro al Gianicolo e la Mercedes scura

    Minardi, ha ricordato Petrocca, «dichiarò che un giorno era stata incaricata da De Pedis, che all’epoca era latitante, di portarsi in questo posto al Gianicolo dove si sarebbero incontrati e poi, secondo il suo racconto, sarebbe arrivato De Pedis con il suo autista e, dopo poco, sopraggiunse una Renault 5 guidata da una signora che lei conosceva, che portava una ragazza che venne fatta salire a bordo di un Bmw con cui era giunto De Pedis con l’autista e che lei avrebbe portato poi nella via delle mille curve e l’avrebbe consegnata a un sacerdote che l’attendeva con un Mercedes scuro».

    Il cardinale Marcinkus

    «In particolare – ha ricordato poi Petrocca – Minardi ha dichiarato che riteneva che questo “sequestro” fosse stato ordinato a De Pedis dal cardinal Marcinkus, che all’epoca era presidente dello Ior». L’audizione è poi proseguita in modalità segreta. Prima di interrompere il collegamento a proposito di Minardi, il presidente della Commissione di inchiesta Andrea De Priamo ha voluto sottolineare: «Quando Sabrina Minardi è venuta a mancare c’è stato anche qualcuno che ha polemizzato sulla mancata audizione (in Commissione ndr). Voglio precisare che tutta questa Commissione lavora molto seriamente e non aveva escluso l’audizione di Minardi, ma sarebbe stata possibile solo all’esito di un attento lavoro di studio della documentazione e anche della verifica dello stato di salute».

    https://www.ilmessaggero.it/schede/emanuela_orlandi_racconto_sabrina_minardi_rapita_da_de_pedis_ordine_marcinkus_consegnata_a_un_sacerdote_ultime_novita-9062091.html

  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    di Alessandro Ambrosini – Il cardinale Poletti, non era solo nelle rubriche telefoniche del potere politico romano. Usava “l’arte delle pubbliche relazioni” a 360°. Sapeva relazionarsi con ogni fascia sociale se ciò poteva servire ai suoi scopi. Scopi che potevano collimare con quelli della Chiesa e del suo ruolo ecclesiastico.  Altri rimanevano strettamente personali, e con molti punti di domanda.

    Di illazioni e congetture ne sono state fatte molte sul Vicario di Roma. Sicuramente alcune sono state inventate per invidia, alcune per lotte intestine di potere, altre senza riscontri. C’è una regola però che bisogna sempre considerare: se le stesse “voci” vengono da più ambienti, se ciclicamente compaiono su certi argomenti, qualcosa di vero c’è. Sempre. Soprattutto in un periodo storico ( gli anni ‘70/’80) in cui, per l’opinione pubblica, la Chiesa era forte e moralmente indiscutibile. Anni in cui rappresentava un baluardo spirituale, economico e sociale dell’Occidente all’interno della “Guerra fredda”. Un ruolo che ha permesso più del lecito in molti casi, “scandalo Marcinkus” docet.

    Andreotti e Monsignor Casaroli

    Nella politica vaticana, Poletti non è mai stato vicino all’ala di Casaroli, che proponeva la famosa “Ostpolitik”, la politica di apertura verso i paesi del blocco di Varsavia. Era un anticomunista convinto. Negli anni delle Brigate Rosse, sebbene non sia mai stato colpito un solo rappresentante della Santa Sede, la paura di rapimenti o gambizzazioni era concreta nel silenzio delle stanze dei porporati.

    E’il 12 febbraio del 1980, quando a Roma,  sugli scalini che portano alla facoltà di Scienze politiche della Sapienza, viene ucciso con sette colpi di pistola Vittorio Bachelet. Docente e vicepresidente del Csm,  democristiano proveniente dall’Azione Cattolica, Bachelet era finito nel mirino delle Brigate Rosse per “aver trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura da organismo formale a mente politica”. Il primo democristiano che le Br hanno voluto uccidere. Non rapire, non processare come l’onorevole Aldo Moro, qualche anno prima. Una differenza sostanziale.  Non era un politico qualsiasi il giurista romano. Era stato dentro le architetture di sistema dello Stato pontificio, era stato un collaboratore prezioso per gli ultimi papi. Soprattutto per Paolo VI che nel ‘76 lo fece nominare vicepresidente del Pontificio consiglio per la famiglia, per la giustizia e per la pace.

    L’omicidio di Vittorio Bachelet

    L’omicidio Bachelet fece scalpore dentro le mura del Vaticano, forse più del rapimento del presidente Moro. Bachelet non era solo politicamente vicino alla Chiesa. Bachelet era dentro la Chiesa.  Forse, fu per questo che il cardinale Poletti iniziò ad allacciare rapporti con alcuni elementi trasversali tra le formazioni estremistiche di destra e la criminalità organizzata della Banda della Magliana. Personaggi che frequentavano le zone adiacenti  Città del Vaticano, come Prati, Parioli o il centro storico. Persone giovani, che sapevano “muoversi” e che potevano sentire ciò che non arrivava dietro le mura leonine. Persone che potevano essere “utili” per scopi non ufficiali. Fuori dal controllo della Gendarmeria. Non era qualcosa di inusuale. Altri porporati, prima di lui, conobbero e usarono persone con pedigree criminale di spessore. A Regina Coeli o al minorile di Trastevere, come l’allora segretario di Stato Agostino Casaroli, come i cappellani del tempo: don Pietro Prestinenzi e don Pietro Vergari. In modo più diretto, e continuativo, l’oscuro vescovo Paul Marcinkus.

    Il cardinale e il “guerriero senza sonno. Una nota stonata

    E’ da una agenda, sequestrata nel 1983 a un latitante dei Nar, Stefano Soderini, che possiamo parlare di rapporti tra Poletti e l’area spontaneista armata dell’estremismo di destra. La giornalista d’inchiesta Antonella Beccaria, durante il processo a Gilberto Cavallini sulla strage di Bologna nota, nei fascicoli processuali, un appunto in una pagina dell’agenda. E’ segnato in data 19 giugno 1982 e recita: Ore 19 Tel. Card. Poletti.

    Stefano SoderiniLa questione è particolarmente spinosa. Nel 1982, Stefano Soderini, ha solo 21 anni  ma è un latitante con, alle spalle, la partecipazione a diversi omicidi e svariate rapine. Come molti giovani legati all’estrema destra, non tutti, proveniva da una famiglia borghese. Non ha le stigmate del leader, non è considerato un predestinato alla “guerriglia urbana”, ma si applica. Da “Costruiamo l’azione” di Paolo Signorelli passa a Terza Posizione di Roberto Nistri, una delle formazioni più numerose e capillari a Roma Nord. Da lì, il passaggio ai Nar con Gilberto Cavallini. Non ha una spinta militante ideologica, la sua partecipazione è più legata alle simpatie umane e all’amicizia. Viene considerato inquietante e cinico. Nella preparazione di rapine e aggressioni armate lui è l’uomo che deve procurare le auto, rigorosamente rubate. E’ l’uomo della logistica che però sparò il suo primo colpo d’arma da fuoco a sedici anni, con la pistola di Aldo Semerari, l’illustre psichiatra che lavorò contemporaneamente con servizi segreti, camorra e Banda della Magliana.  Una sorta di “chiavistello umano” usato per perizie legali accomodanti.
    Aldo SemerariSoderini legò molto anche con Walter Sordi e i Walter’s boy, l’aristocrazia romana con la pistola. Ragazzi più da “Piper” che da lotta armata, più alla ricerca di emozioni forti e bella vita che spontaneismo armato militante. Un mondo diverso rispetto alla sua “batteria pesante”, che annoverava nomi come Massimo Carminati, Stefano Tiraboschi, Vittorio Spadavecchia, Vittorio Baioni e Cristiano Fioravanti. Un gruppo dove la linea di demarcazione tra politica di strada, sopravvivenza e criminalità correvano parallele, quasi sovrapposte. Linea che si spostò sempre di più verso l’ambito criminale.

    Soderini si pentì, dopo il suo arresto. Alcuni anni dopo, ancora sotto regime di protezione e di collaborazione, rapì il figlio che ebbe con una donna ungherese e andò in Guatemala. Paese senza trattato di estradizione. Lo cercarono? Questa domanda se la pose anche il presidente della corte che, durante il processo a Paolo Bellini sulla strage di Bologna, chiese lumi in quanto Soderini doveva essere sentito come testimone. Venne prodotta una nota della Digos che recita: “la Questura di Bergamo e Roma, La Direzione Centrale Polizia Criminale di Roma, Servizio Centrale di Protezione, opportunamente interessati da questa DIGOS, non hanno fornito elementi utili sia per il rintraccio di Soderini che per accertare la presenza dello stesso nel territorio nazionale. In relazione a quest’ultimo punto emerge agli atti della DIGOS di Roma che Soderini avrebbe lasciato il territorio nazionale alla fine del 2005 per raggiungere il Guatemala. Inoltre a carico del predetto risulta inserita in data 3 marzo 2011, dal Reparto Carabinieri di Roma, una segnalazione per rintraccio e notifica. In conclusione si rappresenta che allo stato il predetto non risulta rintracciato e si fa riserva di comunicare ogni positivo elemento di novità utile al suo rintraccio.” Tradotto, sappiamo che è in Guatemala, non sappiamo esattamente dove e quindi non possiamo chiedere alle autorità locali di contattarlo o fermarlo.Una nota che, anche in questo caso lascia dubbi sull’effettiva volontà di fermare o arrestare Soderini, che per il fatto di aver sottratto un minore a chi aveva la patria potestà del figlio minorenne, ha visto decadere anche il suo status di collaboratore.

    Dubbi che aumentano,quando non si riscontrano domande o richiesta di spiegazioni su quella nota riferita a Poletti, non ufficialmente almeno. Il cardinale Poletti non era certo un nome così inflazionato da diventare il “soprannome” di qualcuno. Di sicuro non di un ragazzo di 21 anni che deve pensare a come non farsi arrestare, a come procurarsi i soldi per vivere, a dove dormire.

    Cosa poteva legare il cardinale Poletti a un personaggio così distante dalla sua missione religiosa? Perché un latitante avrebbe dovuto telefonargli quel 19 giugno del 1982? Perché nessuno ha approfondito quella nota? Troppo “potente” Poletti, o troppo rischioso andare a disturbare lo Stato del Vaticano, per gli inquirenti?

    Il cardinale e il “cassiere”

    Quando si parla del cardinale Poletti, non si ricordano le opere meritevoli fatte durante il suo mandato da Vicario di Roma. Il pensiero corre alla tomba di Enrico De Pedis a Sant’Apollinare. E’ la sua fotografia indelebile. Quel “lasciapassare” che ha mischiato il sacro al criminale, rimane il richiamo più forte a dei legami che non sono stati esclusivamente con il boss dei “testaccini” della Banda della Magliana. E’ un dogma che quando la criminalità si mischia alla società, tutto diventa meno chiaro, più sfocato. Il potere dei soldi lava anche il sangue con cui sono stati guadagnati.

    Enrico Nicoletti

    Se Marcinkus si rapportò con faccendieri della Banda della Magliana come Flavio Carboni o Ernesto Diotallevi, Poletti li ebbe sicuramente con Enrico Nicoletti, definito in modo superficiale il “cassiere” della stessa. In realtà un dominus, per molti aspetti. Sicuramente il rapporto emerge tra il religioso e il “contabile del crimine” a livello finanziario. Lo troviamo nella compravendita del complesso di Villa Osio in via di Porta Ardeatina, 55. Una struttura di tre ville su un terreno di 24.300 mq. , ufficialmente vendute dall’Opera Francesco Oddasso S.r.l , rappresentata dal reverendo Carmine Antonio Uras. Nella sostanza era sotto il controllo del Vicariato di Roma, presieduto dal cardinale Poletti. Valore dell’affare: 1.190.000.000 di lire. Una valutazione talmente fuori mercato, talmente inferiore a una seconda proposta di acquisto, che fu lo stesso Poletti a dover intervenire nero su bianco per dirimere uno scontro tra prelati che rischiava di finire in tribunale: “In questa vicenda concorrono elementi che costituiscono pericolo di scandalo grave e, posto che la causa venisse notata nella cancelleria del tribunale, la stampa non mancherebbe di pubblicizzare il tutto. Per questo motivo non ritengo di dare il nulla osta alle vie legali.”

    Sette anni dopo, in virtù di una richiesta di prestito per la ristrutturazione, la struttura venne valutata dalla Cassa di risparmio di Rieti, ventisette miliardi di lire. Una sperequazione talmente evidente che può prendere significati diversi: una forma di riciclaggio, il pagamento rispetto a un ricatto in corso, un silenzio pagato caro. Congetture.

    Villa OsioIl rapporto tra i due uomini di potere, non era solo finanziario. Secondo fonti accreditate, il matrimonio della figlia di Nicoletti fu officiato dal cardinale. Un privilegio per pochi, comprovato però da foto che sono state fatte sparire, tanto da indurre l’allora giudice delegato nei procedimenti di prevenzione patrimoniali dott. Guglielmo Muntoni, che insieme a Lupacchini, De Gasperis e al personale dell’Ulco ( Unità Lotta alla criminalità organizzata, nata per volere del Questore di Roma, Masone nel 1988 e sostituita dalla Dia nel 1992) lavorava sull’ex carabiniere Nicoletti, a emettere un decreto per cercarle. Risultato: sparite, dissolte. Come se nulla fosse mai avvenuto. Una stranezza sospetta per un matrimonio di “rango”.

    Il cardinale e il Boss

    Se Nicoletti era la “stella” finanziaria della Banda, De Pedis era quella in forte ascesa. Era la stella che cercava e aveva relazioni importanti. Aveva capito che il potere vero si coltiva nei salotti buoni della Roma capitolina, nelle feste private dove sacro e profano si mischiano. Non è opinione, sono fatti.

    Una polaroid inedita con il cardinale Ugo Poletti e mister xSu questi elementi, Sabrina Minardi, l’eterna amante di De Pedis, racconta a Raffaella Notariale: “ Poletti l’ho conosciuto con Renato. Era un contesto di sesso. Io avevo portato due ragazze a Marcinkus, c’era pure Renato, c’era pure Poletti. E lui, il cardinale, stava molto, molto molto in confidenza con Renato. Si vedeva proprio. Grandi sorrisi, chiacchieravano amabilmente. Si misero a chiacchierare pure in disparte, mi ricordo ancora le mosse di Renato. Si metteva le mani in faccia, a coprire la bocca, mentre parlava. Quando doveva parlare di cose serie e c’era gente faceva così. “. Vero, falso, parzialmente vero? Non lo sapremo mai. Sabrina Minardi è morta il 7 marzo del 2025, a sessantacinque anni. Senza essere ascoltata dalla Commissione parlamentare sul caso di Emanuela Orlandi, che ha preferito partire dall’analizzare la pista parental-amicale, rispetto a chi aveva dato ( soprattutto nella prima deposizione) degli elementi interessanti. Da rivalutare dopo anni. Una delle tante scelte sbagliate di una commissione che è già fallita.

    E’ una tomba, il sigillo che ha rappresentato il rapporto tra Enrico “Renatino” De Pedis e il cardinale Poletti.  Una tomba dove sono racchiusi non solo i resti del boss ma soprattutto i “non detti”. Pensare che i soldi possano comprare tutto è sbagliato. Soprattutto quando parli del Vaticano, soprattutto quando devi tumulare, insieme ad alti prelati, un personaggio della caratura di un boss, morto ammazzato. L’intercessione di Don Vergari nella richiesta di sepoltura di De Pedis a Sant’Apollinare è più una formalità per creare un muro di gomma, che il reale motivo per cui Poletti la concesse il 10 marzo 1990.

    Enrico De Pedis

    Dopo l’omicidio di “Renatino” in via del Pellegrino ( 2 febbraio 1990), gli investigatori sono in massima allerta e seguono la moglie della vittima: Carla Di Giovanni. Il suo incontro con il cardinale e Don Vergari è monitorato. Poletti acconsente alla tumulazione, ma con due diktat: nessun funerale a Sant’Apollinare e la sepoltura deve essere fatta al Verano, prima del trasferimento. Tutto deve svolgersi nella massima discrezione. Una scelta pericolosa e strana per il Vicario di Roma, che dall’alto del suo potere si “spende” così tanto per la sepoltura di un normale cittadino. Uno dei tanti “benefattori” della Chiesa. Per questo, l’incontro a “a tre” è un passaggio fondamentale per capire i veri rapporti tra Poletti e De Pedis. Un passaggio che emerge solo anni dopo, nel 1995 in un’informativa della Dia.

    Dopo appena un anno da questi fatti, il cardinale lascia il suo incarico di Vicario di Roma e di presidente della Cei per limiti d’età. Si aprono le porte della pensione ma due anni dopo, anche quelle degli uffici giudiziari. Infatti, sarà sfiorato in un’inchiesta per tangenti inerenti la costruzione dell’Istituto Galileo Ferraris di Torino. Finirà tutto in una bolla di sapone, come molte altre inchieste del periodo “Mani pulite”.

    Il 25 febbraio del 1997, la porpora “nera” di Ugo Poletti verrà riposta idealmente nella sua tomba. Portando in dote davanti a Dio più ombre che luci, più misteri che atti misericordiosi, più relazioni pericolose che gesta da ricordare.

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

  • “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    22/6/83. È il giorno della scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Mentre due procure (quella italiana e vaticana) dopo 40 anni hanno riaperto l’inchiesta, c’è anche una commissione parlamentare che indaga sulla ragazzina sparita in un incomprensibile mistero che si intreccia ad altri. Tra i tanti punti oscuri, ci sono dei dossier anch’essi spariti, poi ritrovati ma soltanto in parte.

    I dossier fantasma

    Quella data, il giorno della scomparsa, è riportata sulla copertina di un dossier fantasma. Oggi, la giornalista Simona Zecchi pubblica sulla sua newsletter l’indice completo di quel fascicolo e un estratto della documentazione che lo accompagna. Quattro mesi fa, la Zecchi aveva pubblicato sul Venerdì di Repubblica, un altro malloppo di documenti inediti su Emanuela Orlandi. “Documenti che a quanto pare si volevano tenere nascosti sotto l’ombra del Vaticano”, scrive oggi la Zecchi. Questi documenti sono stati da lei ritrovati presso l’Archivio Centrale di Stato e sono di provenienza del Sismi (ex Aise): la sigla, all’epoca dei fatti, dei Servizi Segreti Militari. Quella invece che la Zecchi pubblica oggi è un’analisi dettagliata di tutti gli argomenti citati in riferimento a un altro fascicolo sparito. L’indice fu ritrovato lo scorso gennaio dal giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro, ricercatore ed ex consulente della Commissione di inchiesta sempre nell’Archivio centrale dello Stato ed è di provenienza del Ministero dell’Interno. “Di quel dossier – spiegava lo scorso gennaio Pellizzaro– secondo la Commissione di inchiesta non c’è più nessuna traccia”.

    I punti del dossier

    La Zecchi ripercorre nel dettaglio i titoli dell’indice stesso. La copertina del dossier riporta un titolo: “Scomparsa Orlandi Emanuela”, che fa il verso al dossier da lei pubblicato proveniente invece dall’ex Sismi (“Caso Emanuela Orlandi”) e i titoletti degli 11 incartamenti che comprende (di cui l’ultimo scritto a penna e con una calligrafia diversa) sono suddivisi in tre volumi. Nel primo volume questi sono i titoletti di ogni incartamento: Atti della Questura di Roma, Criminalpol, appunti, telefonate, atti dei Servizi di Sicurezza. Nel secondo volume i titoletti sono i seguenti: richiesta di verbali di Agca (Alì, l’attentatore del Papa di origini turche, ndr) prese in qualità di teste; questura Roma, accertamenti in Italia relativi a cittadini Turchi; accertamenti in Germania anche in ambienti turchi; lettere in lingua tedesca pervenute all’Ansa ed al Messaggero; Accertamenti per conto di: Montesanti Alfonso e Patrizia De Lellis; fronte liberazione turco anticristiano Turkesh; lettera pervenuta all’Ansa di Milano; M.a.e = avvocato Gennaro Egidio; messaggi a firma Phoenix – Phenix: il gruppo che “Ha infestato la vicenda al tempo con messaggi pseudo-anonimi volti solo a depistare anche questi): per acquisire probabilmente quanto già pervenuto al Sismi”, precisa Simona Zecchi. Il terzo volume di cui sarebbe composto il dossier fantasma cita solo a lettere cubitali, appunto, la dicitura “ritagli stampa”. In nessuno di questi titoli emerge il riferimento al Vaticano e “Alle riunioni – sottolinea la Zecchi – invece emerse tra gli appunti del Sismi in cui entrambi i nostri servizi del tempo e il Vaticano erano stati diverse volte in consesso. E, è ben ricordare per ora, che in uno degli appunti da me pubblicati viene indicato espressamente come la vicenda Ali Agca, che ha preso piede nelle cronache successive alla scomparsa di Emanuela, fosse un chiaro depistaggio”.

    Molti degli argomenti indicizzati in questo dossier fantasma sono simili a quelli del dossier Sismi ritrovato dalla Zecchi ed è facile immaginarne il motivo: le forze dell’ordine collaborando, si scambiavano informazioni sul caso ed è assolutamente possibile che molti documenti siano simili, “riprodotti, inviati con note informative che li trasmettono e ritrasmettono”, dice la Zecchi.

    Montesanti e De Lellis

    “Gli unici argomenti trattati dall’indice che non sono presenti nel dossier Sismi, di cui ho dato notizia e contezza lo scorso marzo – scrive la Zecchi –, sono: gli accertamenti sul conto di due personaggi legati al tempo al sottobosco della tossicodipendenza, Montesanti e De Lellis, e la documentazione proveniente dal Ministero degli affari esteri (da cui la sigla Mae) sull’avvocato Gennaro Egidio che fu assegnato ai familiari da un certo punto in poi dal Sisde”. Alfonso Montesanti all’epoca dei fatti era sposato con Patrizia De Lellis, che in quegli anni aveva frequentato per un paio di mesi il corso di canto corale a cui era iscritta anche Emanuela Orlandi. Sua madre all’epoca lavorava nella scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria” che aveva sede nel Palazzo di Sant’Apollinare. Giuliana De Ioannon, questo il suo nome, era factotum e impiegata nella segreteria della direttrice della scuola suo Dolores. “Ho conosciuto De Lellis perché io lavoravo al cinema e l’ho incontrata in un film dove faceva la segretaria di edizione”, ha raccontato Montesanti pochi mesi fa alla commissione di inchiesta che lo ha convocato nell’ambito della pista dei cinematografi. A Montesanti è stato chiesto anche di Bruno Mattei, regista di film hard più volte tirato in ballo in questa vicenda. “Ho conosciuto Bruno Mattei, me lo ha presentato Patrizia e abbiamo fatto un weekend insieme: sapevo che faceva il regista, dopo un po’ scoprii che faceva il regista di film a luci rosse; ma io non ho mai fatto film a luci rosse”, ha detto Montesanti aggiungendo di non aver mai lavorato con lui. Montesanti ha ricostruito davanti alla Commissione il suo rapporto proprio con Patrizia De Lellis, affermando che il matrimonio durò pochissimo, circa un mese. “Entrambi avevamo problemi di tossicodipendenza, frequentavamo piazza San Cosimato a Trastevere perché era un luogo di spaccio, la mia vita in quel periodo era dedita solo a quello, a rimediare un po’ di soldi e trovare le droghe”. Alla domanda se tramite l’ambiente della droga trasteverino sia mai entrato in contatto con esponenti della Banda della Magliana, l’uomo ha risposto di no: “noi cercavamo giusto una dose al giorno, per tirare avanti, non eravamo proprio considerati, entravi in contatto con esponenti di livello se magari compravi qualche etto”. (fonte: Ansa). Patrizia De Lellis invece aveva attirato i sospetti degli inquirenti al tempo. Le persone legate a quel periodo della sua vita, continua Montesanti “non le ho più viste, come tutto il resto che girava intorno a quel periodo, erano ricordi spiacevoli, ho cercato di allontanarli”.

    Il fascicolo scomparso

    Del dossier “scomparso”, di cui Pellizzaro ritrovò l’indice pare non ci sia più nessuna traccia o almeno non se n’è più fatta parola. Ma la Zecchi azzarda infine un’ipotesi: “É logico pensare che ormai il dossier del Ministero dell’Interno è stato ritrovato e che vista l’audizione del Montesanti a questo punto sia stato visionato dalla Commissione. Il fascicolo era parte di un bulk di documenti rinvenuti presso la Via Appia e appartenenti all’allora Ucigos, alcuni di quei documenti, per intenderci, contenevano anche il dossier sul Noto Servizio e Anello, la struttura occulta che dal ‘44 al ‘81 ha gestito alcune operazioni di destabilizzazione nel nostro Paese e alternandosi con altre strutture. Un marasma di cose da mettere in ordine tutte di disparata provenienza, alcune molto importanti, ritrovate dal perito di procure e tribunali Aldo Giannuli nel 1997. Pare che per errore il dossier del Ministero sulla Orlandi non sia stato convogliato interamente e prontamente dopo l’emanazione della Direttiva Renzi del 2014”.

    La Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi riprenderà i lavori a settembre – ha anticipato l’Ansa lo scorso 4 agosto – con l’audizione dell’ex dirigente della Polizia, Giovanna Petrocca, che ha seguito da vicino il ruolo di Sabina Minardi ormai scomparsa, e con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dopo le rivelazioni della grafologa forense, Sara Cordella.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/19/emanuela-orlandi-dossier-segreto-indice-notizie/8098647/

  • L’ultimo Servizio/ Nella “lettera dal futuro” l’ombra di un “consigliere”. Ancora vivo

    L’ultimo Servizio/ Nella “lettera dal futuro” l’ombra di un “consigliere”. Ancora vivo

    di Ambrosini Alessandro – Bisogna fare sempre molta attenzione quando si maneggiano lettere anonime. Bisogna sempre partire dal presupposto che ciò che viene scritto sia da considerarsi in una fascia tra il falso e l’inverosimile. La prima cosa da fare è cercare riscontri su nomi e situazioni. Non bisogna mai avere fretta di pubblicare ciò che sembra un tassello mancante di un puzzle. E’ quello che è stato fatto con la “lettera dal futuro”. Compito agevolato dal fatto che i contenuti erano stati trattati (in parte),  quando fu pubblicato l’audio di Marcello Neroni. C’è però un tassello in più, nella lettera anonima. Un tassello che aggiunge una figura, a quelle già trattate. C’è una persona che consigliò al cardinale Agostino Casaroli di contattare Enrico De Pedis, il boss dei “Testaccini” della Banda della Magliana. Per risolvere un problema che era diventato “un allarme”.

    E’, come  viene scritto dall’anonimo, “ l’amante di letto” del porporato.

    Non è certo un segreto, lo disse in modo greve anche l’ex socio di De Pedis, che il cardinale fosse omosessuale. Non faremo nome e cognome della persona  visto l’anonimato della missiva, visto che c’è la possibilità che tutto sia stato “trattato” ad hoc e visto il ruolo che poi ha raggiunto nella sua carriera. Quello che abbiamo riscontrato, da fonti credibili,  è che la “relazione” tra questa persona e monsignor Casaroli potrebbe esserci stata.

    La sovrapposizione dei contenuti con quelli dell’audio di Neroni, e alcuni riscontri trovati nei contenuti stessi, ci fanno pensare che la lancetta che segna la veridicità, o meno, di questa lettera anonima sia da ritenersi in perfetto equilibrio.

    Essendo questa lettera in mano alla Commissione parlamentare e alla Procura, essendo particolarmente  delicati gli argomenti, essendo ancora viva questa persona. Ci auguriamo che il presunto “consigliere” venga audito quanto prima e che venga aperto un file d’indagine su questa missiva. Che rappresenta, insieme a ciò che leggerete tra qualche puntata, una “verità anticipata”.

    L’ultimo Servizio/ Nella “lettera dal futuro” l’ombra di un “consigliere”. Ancora vivo