Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Bernard Preynat: trovato morto il sacerdote condannato per violenza su minori, gestiva i campi scout

    Bernard Preynat: trovato morto il sacerdote condannato per violenza su minori, gestiva i campi scout

    Bernard Preynat aveva ammesso di aver praticato “carezze” definite proibite ai ragazzini che partecipavano i campi scout. E per questo era stato condannato. Alla vicenda che lo aveva visto protagonista è stato ispirato anche un film. È stato ritrovato morto, a 79 anni, nel bagno della sua casa di Saint-Etienne l’ex sacerdote condannato per violenza sessuale su minori. Per accertare le cause della morte è stata aperta un’inchiesta.

    La condanna a cinque anni di carcere è arrivata nel 2020: lo scandalo che lo aveva coinvolto è stato uno dei più mediatici a proposito di accuse di abusi da parte di sacerdoti. Aveva riguardato alti prelati, le accuse riguardavano ragazzi minorenni tra i 7 e i 14 anni nel corso di campi scout che Preynat aveva gestito tra il 1971 e il 1991. Aveva ammesso nel corso del processo di aver praticato “carezze” proibite. Il pubblico ministero Dominique Sauves lo accusò di aver “spezzato” delle vite e di aver “usato il silenzio dei genitori e della Chiesa” per incrementare i suoi abusi. Uno degli avvocati delle parti civili aveva stimato il numero di vittime tra 3.000 e 4.000.

    Non soltanto un caso di abusi ma anche di insabbiamento. Il processo aveva coinvolto anche il superiore di Preynat, l’arcivescovo e cardinale Philippe Barbarin. L’ex sacerdote era rimasto in carica nella diocesi di Lione fino all’autunno del 2015, era stato sospeso a divinis solo nel 2019 alla fine di un processo canonico, lo stesso anno era stato condannato Barbarin poi assolto in Appello, nel 2021 Preynat era stato incarcerato nel 2021 nel centro penitenziario di Saint-Etienne-La Talaudière, nella Loira. Aveva chiesto perdono alle nove vittime che avevano testimoniato, la prescrizione aveva impossibilitato altre denunce.

    Barbarin si era comunque dimesso, oggi è cappellano in Bretagna. Preynat si trovava “da diverse settimane” nella casa di Saint-Etienne, presso la quale era stato rilasciato. La Procura ha fatto sapere che sulle cause della morte “non c’è nulla di sospetto sul suo corpo che sarà sottoposto ad autopsia entro pochi giorni”. La vicenda aveva ispirato il film Grâce à Dieu, diretto da François Ozon, del 2019, tratto dalla lotta e dall’impegno dell’associazione delle vittime, “Le Parole Libere”.

    Bernard Preynat: trovato morto il sacerdote condannato per violenza su minori, gestiva i campi scout

  • Caso Orlandi-Gregori, “Sonia De Vito nasconde un segreto e non ce lo dirà mai”: secretata la sua audizione davanti alla commissione d’inchiesta

    Caso Orlandi-Gregori, “Sonia De Vito nasconde un segreto e non ce lo dirà mai”: secretata la sua audizione davanti alla commissione d’inchiesta

    Erano quattro ragazzine come tante in quell’estate dell’83. Di un’altra epoca, certo, e non solo perché sono trascorsi 41 anni. Le donne convocate questa settimana a Palazzo San Macuto dai membri della commissione parlamentare d’inchiesta che indaga sul mistero delle scomparse di Mirella Gregori e Emanuela Orlandi, sono state adolescenti prima dell’avvento di Internet. Quando non ci si scriveva in chat per poi vedersi ma si pigiava il pulsante del citofono e questo, come vedremo, non era certo garanzia di maggiore sicurezza, al contrario. Ma soprattutto quando si usciva di casa senza il telefono cellulare, privando i familiari di qualsiasi legame dal momento in cui ti chiudevi la porta alle spalle. Non c’erano coordinate satellitari per ritrovarti ese poi non rientravi, restavi inghiottita dal nulla come è successo a Mirella e a Emanuela in quella tragica estate. Ma chi sono queste ragazze, donne oggi adulte, e perché sono state convocate dalla commissione? Che ruolo hanno avuto all’epoca delle sparizioni? Iniziamo da Sonia De Vito, amica e confidente di Mirella Gregori, ascoltata ieri dal gruppo di lavoro presieduto dal parlamentare Andrea De Priamo che domani riceverà invece tre amiche di Emanuela Orlandi.

    7 maggio 1983
    “Mamma, scendo, torno tra poco”. E intanto sono trascorsi 41anni: da quel 7 maggio del 1983, la 15enne Mirella Gregori non ha mai più fatto ritorno nella casa in via Nomentana, a Roma. Ma prima di andare all’appuntamento con il ragazzo che le citofonò quel giorno, un certo Alessandro – come riferì a sua madre – alla statua del bersagliere a Porta Pia, Mirella fece tappa al bar di proprietà della famiglia di Sonia, la sua migliore amica, sempre in via Nomentana ovvero a due passi da casa. Ma non fu un saluto veloce: ci rimase per 15 minuti in cui le due ragazze restarono chiuse in bagno a parlare, come ha dichiarato all’epoca anche il barista che lavorava lì. Cosa le avrà detto? Che motivo c’era di tornare al bar se si erano viste appena dieci minuti prima, quando Mirella era rientrata da scuola?

    Sonia De Vito
    La sorella di Mirella, Maria Antonietta Gregori tempo fa ci aveva dichiarato che Mirella passò al bar di Sonia quel giorno, prima di scomparire per sempre. All’epoca dei fatti, Sonia disse a Maria Antonietta che Mirella quel pomeriggio aveva un appuntamento con un amico sotto la scalinata della statua del Bersagliere, a Porta Pia e che dopo sarebbero andati a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Ma Mirella non suonava affatto la chitarra e questo già rappresentò una prima forte incongruenza. Sonia fu persino intercettata durante le prime indagini da due agenti del Sisde (servizi segreti civili) il 26 ottobre del 1983 ai tavolini del suo stesso bar. Parlando di Mirella con un’altra ragazza, disse: “Certo, lui ci conosceva. Contrariamente a noi che non lo conoscevamo. Quindi poteva fare quello che voleva… Come ha preso Mirella poteva prendere anche me…”. A chi si riferiva Sonia, quel giorno? Dal giorno dopo la scomparsa Sonia è sparita e ha interrotto i contatti con la famiglia di Mirella ma era stata per anni una presenza fissa a casa Gregori fino a quel maledetto sabato. Lei e Mirella stavano sempre insieme. Maria Antonietta è sempre stata convinta che Sonia sappia qualcosa in più di ciò che ha detto all’epoca sia a lei che agli inquirenti da cui, negli anni a venire ha persino ricevuto un avviso di garanzia per reticenza.

    18 giugno 2024
    Sonia Maurizia De Vito non sembra aver cambiato atteggiamento negli anni, è rimasta molto schiva. Ieri, quando si è presentata alla commissione parlamentare ha chiesto di secretare la seduta e disattivare lo streaming interno per i giornalisti in sala stampa. Ha impedito ai fotografi di riprenderla e solo un’immagine è stata rubata al circuito televisivo interno che la ritrae in abiti e occhiali neri da vista. La De Vito, che non era mai stata fotografata in 41 anni, ha chiesto di svolgere a porte chiuse la sua audizione che tra quelle in agenda era di certo la più importante. Lo pensa anche lo scrittore di inchiesta Mauro Valentini, profondo conoscitore della vicenda di Mirella a cui ha dedicato il libro “Mirella Gregori, cronaca di una scomparsa”. “Sonia nasconde il segreto – dice a FqMagazine – perché ha raccolto le ultime confidenze di Mirella per me. Per qualche motivo ha deciso di trattenerle per sé. Non è lei il segreto di questo mistero ma lo nasconde e non riesco a immaginare che non ce lo dirà mai”. L’interrogatorio dei 40 commissari è durato due ore e – secondo quanto riportato dal Corriere Roma – sarebbe stato “molto sofferto e complesso. E sarebbero inoltre emerse parecchie contraddizioni”, come già ribadito in passato da Maria Antonietta Gregori. La superteste, “come dichiarato da più di un membro della commissione” (fonte: Il Corriere) sarebbe apparsa come “reticente e contraddittoria”. La sua deposizione sarebbe stata costellata da troppi “Non ricordo”.

    Sono previste per il 20 giugno invece le audizioni delle tre amiche di Emanuela Orlandi: Laura Casagrande e Alessandra Cannata – entrambe allieve della stessa scuola di musica frequentata da Emanuela, la Ludovico da Victoria – e di Cristina Franzè con cui la ragazza condivideva le attività parrocchiali.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/19/caso-orlandi-gregori-sonia-de-vito-nasconde-un-segreto-e-non-ce-lo-dira-mai-secretata-la-sua-audizione-davanti-alla-commissione-dinchiesta/7593043

  • Trans nuda si lancia dalla finestra del prete: l’estate folle del parroco tra sesso, droga e alcol

    Trans nuda si lancia dalla finestra del prete: l’estate folle del parroco tra sesso, droga e alcol

    DESENZANO – Una trans che vola dalla finestra del sacerdote della Diocesi di Verona si aggiunge agli episodi che coinvolgono il prete del Basso Garda, già denunciato per vicende legate a droga, sesso e minacce. Dalla sua abitazione di Desenzano, infatti, la scorsa notte una trans, dopo essersi spogliata, ha iniziato a minacciare di gettarsi dalla finestra.

    All’arrivo dei pompieri si è gettata sul telo elastico per darsi alla fuga, ma è stata fermata e identificata.

    I precedenti del prete

    Il sacerdote era già stato denunciato per detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente, dopo che le forze dell’ordine avevano rinvenuto in casa sua alcuni grammi di cocaina. E, prima ancora, era stato protagonista di altri fatti legati a siti di incontri, sesso e minacce.

    Un barista 31enne ha dichiarato di aver incontrato il prete tramite l’app Grindr usata dal parroco con falso nome. L’uomo ha sostenuto di non sapere che fosse un parroco e l’ha denunciato per presunti mancati pagamenti dopo aver intrattenuto prestazioni sessuali.

    Il prete lo avrebbe quindi minacciato con audio e messaggi minatori. Su tutta la vicenda, iniziata nel 2020, stanno indagano le forze dell’ordine dopo la denuncia e i racconti del 31enne.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/verona/trans_prete_finestra_verona_desenzano-7562457.html

  • Il maestro di religione arrestato per le «coccole» nell’asilo di Milano, il precedente due anni prima: così ha potuto lavorare ancora

    Il maestro di religione arrestato per le «coccole» nell’asilo di Milano, il precedente due anni prima: così ha potuto lavorare ancora

    Aveva avuto diversi incarichi e molto brevi l’insegnante di religione arrestato a Milano con l’accusa di aver abusato di almeno quattro bambini di cinque anni in un asilo della periferia Nord. Ed è proprio dal suo passato professionale che emergerebbero casi precedenti che potrebbero ulteriormente aggravare la sua posizione. G.P., 34 anni, originario di Bari, ottiene nella diocesi di Bari-Bitonto nel 2018 l’idoneità all’insegnamento della religione, dopo essersi laureato in Scienze religiose.

    Il suo nome resta nelle graduatorie fino all’anno successivo, dopo di che decide di trasferirsi al Nord. L’uomo supera con successo la procedura per inserirsi nella graduatoria dei docenti di religione nella Diocesi di Trento, quattro mesi dopo riesce anche in quella di Milano. Tra maggio e giugno 2019 ottiene il primo incarico a Cantù, in un istituto comprensivo statale. E poi a settembre 2021 passa a Milano, dove lavora in alcune scuole materne.

    Da una viene spostato dopo appena due mesi. In quella breve esperienza di appena 60 giorni in una asilo a Milano nel 2021 emergono i primi sospesosi sul presunto pedofilo. Alcune segnalazioni avevano parlato di atteggiamenti troppo confidenziali con alcuni bambini. Durante la pandemia Covid, il maestro si sarebbe tolto più volte la mascherina per dare loro baci e carezze.

    Quelle segnalazioni però non avevano portato a nessuna denuncia da parte di insegnanti e genitori. Per il maestro i baci ai bambini erano costati appena un procedimento disciplinare, finito con una sanzione finale pari a quattro ore di retribuzione. Ed è stato così che il 34enne ha potuto continuare a insegnare almeno fino a metà marzo, quando in un altro asilo milanese una maestra scopre che l’uomo ha dei comportamenti sospetti con i bambini.

    Ne parla con una bimba che confida alla maestra come il 34enne facesse loro le «coccole». A quel punto scatta l’allarme che arriva in procura. Gli agenti della polizia locale piazzano in classe microcamere e microfoni in attesa di un passo falso del 34enne. In pochi minuti arriva la conferma con una sequenza di azioni che non lascia dubbi aglio inquirenti.

    https://www.open.online/2023/04/02/milano-maestro-religione-abusi-sessualia-asilo-precedente/

  • Le Filippine devono porre fine all’impunità per gli abusi sessuali del clero

    Le Filippine devono porre fine all’impunità per gli abusi sessuali del clero

    Sacerdoti e vescovi come tutti possono essere peccatori e devono essere ritenuti responsabili di crimini contro i bambini

    La protezione dei bambini dai danni, e in particolare dagli abusi sessuali, è la prima responsabilità di ogni genitore e di ogni adulto, in particolare di coloro che hanno responsabilità morali e legali nella Chiesa e nello Stato.

    Un presunto prete stupratore di bambini, Karole Reward Ubina Israel, 29 anni, di Solana, Cagayan, è stato arrestato lo scorso ottobre e, si spera, sarà accusato di abusi sessuali su minori in tribunale. La vittima bambina aveva 15 anni quando sarebbe stata abusata per la prima volta da lui. Il sacerdote è stato sospeso dalla sua diocesi subito dopo l’arresto.

    Il processo sta procedendo con il pubblico ministero che ha deciso di inviare le accuse di stupro al tribunale, ma l’avvocato di Israele ha chiesto un riesame, una normale azione legale.

    La prima serie di accuse si basava sul fatto che era stato arrestato per aver abusato di un bambino. L’accusa di seduzione di minorenne lo ha messo immediatamente in carcere. L’imputato ha chiesto al tribunale la libertà su cauzione e l’ha ottenuta.

    Siamo in attesa della decisione del pubblico ministero sulle accuse di stupro. Tali accuse non sono depositabili e dovrà tornare in prigione, a meno che non scappi all’estero.

    Secondo la testimonianza della vittima minorenne, questo prete di Cagayan ha filmato più volte gli abusi sessuali del bambino e ha minacciato di pubblicarli sui social media che avrebbero instillato paura, intimidazione e controllo sul bambino.

    “È in grado di proteggere i pedofili e permettere alle vittime di soffrire e intimidire i funzionari del governo”

    Israel ammette gli atti sessuali ma afferma che erano consensuali. La vittima nega. I video usati per ricattarla ne fanno una difesa inutile.

    Republic Act 11930 altrimenti noto come Anti-Online Sexual Abuse and Exploitation Act dice nella Sezione 5: “Effetto del consenso della vittima – Il consenso della vittima non è materiale o rilevante e non deve essere disponibile come difesa nel perseguimento di gli atti illeciti vietati dalla presente legge”.

    È uno dei pochissimi sacerdoti mai accusati in tribunale nelle Filippine di abusi su minori e nessuno è mai stato condannato o finito in prigione. I sacerdoti godono di totale impunità, a quanto pare. Questo è un invito per loro a continuare ad abusare dei bambini e altro a farlo.

    Tale è il potere della Chiesa come istituzione. È in grado di proteggere gli autori di abusi sui minori e consentire alle vittime di soffrire e intimidire i funzionari governativi nel consentire accordi extragiudiziali.

    Negli ultimi anni sono state presentate ai pubblici ministeri oltre una dozzina di denunce di abusi sessuali su minori contro sacerdoti filippini, ma tutte sono state risolte privatamente o archiviate dai pubblici ministeri.

    Ci sono sette sacerdoti che servono oggi in varie diocesi che sono fuggiti da accuse o condanne per abusi su minori negli Stati Uniti e hanno cercato rifugio qui. Come ha affermato il cardinale Antonio Tagle in due interviste televisive, tra cui HardTalk alla BBC, la Chiesa considera gli abusi sui minori una questione interna e se ne occupa in privato. Papa Francesco non è d’accordo. I sospetti dovrebbero essere consegnati alle autorità civili in quanto potrebbero essere stati commessi crimini.

    I difensori dei bambini plaudono alla rivelazione della verità su questo caso, doloroso per la vittima e per la comunità. È solo la verità che avviserà e avviserà le persone che i pedofili possono essere chiunque e abusare sempre e ovunque. Tutti devono proteggere i bambini.

    Sacerdoti e vescovi, come tutti, possono essere peccatori e devono essere ritenuti responsabili, come tutti, di crimini contro i bambini. Non devono esserci impunità, deferenza o protezione speciale per loro. La legge si applica ugualmente a tutti e quando le prove sono convincenti e convincenti, la punizione deve seguire la legge.

    Pubblicare immagini di abusi sui minori per ricattare o intimidire le vittime è uno dei peggiori usi negativi dei social media come padre Karole Israel avrebbe fatto alle sue vittime. Piattaforme basate su Internet come Facebook, Google, Twitter e TikTok vengono utilizzate per pubblicare immagini vili, degradanti e offensive di bambini vittime di abusi sessuali.

    I fornitori di servizi Internet (ISP) sono i percorsi attraverso i quali le immagini e i video vengono pubblicati online e i canali attraverso i quali le immagini di abusi sessuali su minori e i video trasmessi in live streaming di spettacoli di abusi sui minori vengono condivisi con criminali pedofili depravati in tutto il mondo che li ordinano e li pagano . Questo è un terribile crimine vietato dalla RA 11930 approvata nel luglio 2022.

    “Tutti – genitori, cittadini, Chiesa e Stato – sono chiamati a comportarsi in modo moralmente corretto”

    La sfida per gli ISP e i loro proprietari di società di telecomunicazioni è fornire il più potente software basato sull’intelligenza artificiale (AI) per rilevare, catturare e bloccare la trasmissione di tali immagini e video malvagi. Ciò è imposto dalla legge RA11930.

    Potrebbe essere impossibile, dato che ce ne sono così tanti, impedire che vengano realizzati e pubblicati, ma non impossibile intercettarli, catturarli e impedire che raggiungano il pubblico o i presunti abusatori e quindi segnalarli alle autorità in modo che gli autori possano essere identificati e assicurato alla giustizia.

    Le piattaforme di social media ai sensi della legge filippina sono chiamate “fornitori di piattaforme di rete partecipativa” o “intermediari di social media” e sono state utilizzate per fissare le elezioni, fare il lavaggio del cervello al pubblico e trasmettere contenuti malvagi, come video e immagini di stupro di minori e streaming live di abusi sui minori. Sono incaricati dalla legge filippina (RA11930) di identificare, bloccare e rimuovere tali contenuti dal raggiungere il pubblico. Lo fanno in Germania, Australia, Francia e Turchia, negli Stati Uniti e in altri paesi dell’UE per non essere ritenuti penalmente responsabili per contenuti illegali sulle loro piattaforme.

    Hanno esternalizzato questo lavoro ad appaltatori che assumono lavoratori di call center per formarsi come “moderatori di contenuti” nelle Filippine e altrove. Questi filippini devono visualizzare una quota di immagini pedopornografiche e altri post barbari e odiosi sulle piattaforme e decidere se conservarli o eliminarli. Apparentemente non li denunciano alle autorità come la legge dice che dovrebbero. Ciò che serve è installare un software di rilevamento guidato dall’intelligenza artificiale.

    Un moderatore di contenuti su migliaia può vedere 1.000 immagini offensive in un giorno e decidere di eliminarle, ma prima deve segnalarle al Philippine Internet Crimes against Children Center istituito nel 2019 per indagare sulla fonte del materiale offensivo e ritenere le persone responsabili della pubblicazione il materiale abusivo responsabile. È già totalmente sopraffatto dal compito, quanto di più se ricevessero i contenuti trovati dai call center di moderazione dei contenuti?

    Tutti – genitori, cittadini, Chiesa e Stato – sono chiamati a comportarsi in modo moralmente corretto e rispettare e seguire il mandato evangelico.

    Gesù di Nazareth dice che i bambini sono i più importanti al mondo sopra tutti gli altri, anche i vescovi. Dice anche che una macina da mulino sia legata al collo dei maltrattatori ed essi saranno portati davanti alla giustizia (Matteo 18:1-7). Questo è ciò che dobbiamo tutti sforzarci di fare, ma soprattutto aiutare le vittime a guarire, riprendersi e acquisire potere.

    https://www.ucanews.com/news/philippines-must-end-impunity-for-clergy-sexual-abuse/100098

  • OPERAZIONE “REVELATUM”

    OPERAZIONE “REVELATUM”

    La Polizia di Stato di Bari e Foggia ha condotto un’operazione, denominata “Revelatum”, finalizzata al contrasto della pedopornografia online, mediante esecuzione di 67 decreti di perquisizione su tutto il territorio nazionale, che hanno portato all’arresto di 8 persone e alla denuncia di altre 59 per detenzione, cessione e divulgazione di materiale pedopornografico.

    Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e gli elementi di accusa devono essere ancora convalidati in sede dibattimentale con il contraddittorio della difesa. L’indagine, durata un anno e mezzo, è stata curata dalla Polizia Postale di Foggia e Bari con il coordinamento del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni – C.N.C.P.O. (Centro Nazionale di Contrasto alla Pedopornografia Online), sotto la direzione della Procura Distrettuale di Bari, coinvolgendo nella sua fase esecutiva più di 50 Uffici della Specialità su tutto il territorio nazionale.

    Gli investigatori della Polizia Postale hanno sviluppato una segnalazione anonima relativa alla presenza di materiale pedopornografico all’interno di un cloud, analizzando scrupolosamente il tenore delle immagini ritraenti minori in atti sessualmente espliciti, che sono state scrupolosamente categorizzate secondo gravità e utilizzate per ricostruire le tracce informatiche lasciate dai soggetti che a vario titolo vi erano entrati in contatto.

    Delineate le ipotesi investigative, l’Autorità Giudiziaria barese ha emesso i decreti di perquisizione, estesa ai sistemi informatici in uso agli indagati, che nel complesso ha consentito agli operatori di ispezionare e sequestrare circa 60 dispositivi, oltre a numerosi spazi virtuali di interesse investigativo.

    Nel complesso il citato materiale ammonta a più di 500 Terabyte di volume, circostanza che ha consentito, in 8 casi di detenzione di ingente quantità da parte degli indagati di materiale pedopornografico, di procedere agli arresti in flagranza di reato, convalidati dalle AG territorialmente competenti. Il trend nel contrasto alla pedopornografia segna un costante aumento dei casi, scoperti dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni in ragione dell’attività di costante monitoraggio della rete e trattazione delle denunce e segnalazioni dei cittadini, pervenute anche attraverso il portale della Specialità (www.commissariatodips.it), con l’obiettivo di individuazione degli autori delle condotte delittuose e contestuale salvaguardia e tutela dei minori eventualmente coinvolti.

    https://www.commissariatodips.it/notizie/articolo/operazione-revelatum/index.html

  • Abusi in Italia, e se la bomba non scoppiasse?

    Abusi in Italia, e se la bomba non scoppiasse?

    LORENZO PREZZI – DOMANI –

    • Perché “bomba” degli abusi nella Chiesa non esplode in Italia come in altri paesi? Se lo chiede un nuovo podcast del Post.
    • Eppure clamorose denunce anti-ecclesiali non mancano negli ultimi lustri.
    • Forse il fatto che alcune decisioni, non particolarmente coraggiose come quelle prese dalla Cei nell’ultima assemblea di maggio, siano avviate senza la massiccia spinta dei media smorza l’impatto della denuncia.

    In una serie di sei podcast Alvise Armellini e Iacopo Scaramuzzi si interrogano sul perché, almeno finora, la “bomba” degli abusi compiuti da uomini di chiesa in Italia non sia ancora scoppiata.

    Eppure le condizioni ci sono. La Rete l’Abuso parla di circa 400 casi giudiziali di cui circa 160 sono arrivati al terzo grado di giudizio.

    Una decina di associazioni e riviste hanno avviato un coordinamento per questo: ItalyCurch Too. Sono una mezza dozzina i libri usciti negli ultimi due anni: da La casta dei casti (Marco Marzano) a Il sesso degli angeli (Iacopo Scaramuzzi), a Agnus Dei. Gli abusi sessuali dei clero in Italia (Lucetta Scaraffia, Anna Foa, Franca Giansoldati) ecc.

    Molte testate cartacee e mediali hanno trattato il tema. Fra i giornali ricordo La Stampa e Il Domani. Le (poche) vittime disposte a parlare trovano udienza. Insomma, le condizioni ci sarebbero, ma il botto non è ancora esploso. E, forse, non esploderà.

    LA BOMBA DEL POST

    I podcast sono costruiti con professionalità e rigore. La prima impressione è positiva. I punti maggiori della storia di queste denunce a livello internazionali sono correttamente annotati, così il loro progressivo ampliamento geografico, dal contesto americano a quello anglofono, dall’Europa del Nord a quella del Sud, fino ai paesi latino-americani, africani e asiatici.

    Ricordo alcuni momenti del racconto: la vicenda che ha interessato don Ruggero Conti e il suo vescovo (monsignor Gino Reali) a Roma nel 2010; il caso emblematico e sempre citato del Boston Globe (USA) del 2002 e la vicenda del cardinale Bernard Law, l’inchiesta nazionale in Germania e in Francia, le testimonianze efficaci e drammatiche, i rapporti governativi ecc.

    Non mancano le note di riconoscimento all’azione ecclesiale sia per gli episcopati che si sono esposti sia per i pontefici, pur nei limiti e contraddizioni delle loro decisioni.

    Fra gli elementi che non compaiono vi è, ad esempio, il ruolo dello stato in alcuni casi come in Irlanda, dove le istituzioni per le ragazze madri ove si sono registrati gravissimi abusi, erano in carico anche alla responsabilità e al controllo statale.

    Così in Canada dove i collegi per gli aborigeni, i popoli originali, sono stati gestiti dalle Chiese, ma avviati e sostenuti dai governi (che si sono scusati).

    Alcuni grandi eventi giudiziari relativi a figure apicali della Chiesa, fortemente enfatizzati dei media si sono risolti a favore degli imputati. È stato il caso del cardinale americano Joseph Bernardin (anni Novanta), del cardinale australiano George Pell (2020), del cardinal Philippe Barbarin (Francia, 2020). Cosa succede agli accusati quando le denunce non risultano vere?

    E ancora: si percepisce solo di rimbalzo la progressiva crescita delle disposizioni canoniche e pastorali, sia nazionali come universali, contro gli abusi.

    Pur con ritardi e inadempienze esse costruiscono non solo un argine, ma favoriscono cambiamenti e riforme di rilievo. Infine si ha l’impressione che gli autori guardino alla chiesa come un fenomeno monolitico, riproducibile a tutte le latitudini.

    Nella Chiesa convivono culture e società che non danno lo stesso peso nostro a gesti gravi come gli abusi, travolte da emergenze di immediata sopravvivenza.

    E questo senza nulla togliere al dovere della lotta alla violenza e ai minori (del resto prevista dalla morale), né all’affermazione evocata nei podcast del parallelo fra il dramma dello scisma occidentale e l’impatto degli abusi sul futuro della Chiesa.

    Il caso Italia

    Ma rimane la domanda: perché la “bomba” non esplode? Torna il riferimento al potere della Chiesa in Italia, al suo radicamento popolare, alla sua credibilità sociale.

    Sono tratti veri, ma non sufficienti. Si considera non redditizia una battaglia politica in merito.

    Anche questo è plausibile, ma la forza di ritorno della questione abortiva indica che quando è il momento lo scontro non è evitato. Si accenna al limite dei media italiani che rincorrono i singoli elementi, ma non disegnano il quadro complessivo.

    Eppure clamorose denunce anti-ecclesiali non mancano negli ultimi lustri. Forse il fatto che alcune decisioni, non particolarmente coraggiose come quelle prese dalla Cei nell’ultima assemblea di maggio, siano avviate senza la massiccia spinta mediale smorza l’impatto della denuncia.

    Più che una esplosione ci si può attendere una esondazione da stimolare e accompagnare con l’autonomia propria dei media.

    Così si impongono le domande di trasparenza e coraggio autocritico: è plausibile affidare solo a istituti di ricerca “cattolici” il materiale dei tribunali ecclesiastici e delle congregazioni romane?

    Perché abbandonare l’idea di una ricerca nazionale, anche sull’insieme del fenomeno abusi, per dare una misura credibile dei fatti, anche sul lungo periodo?

    Perché non insistere su luoghi e forme di denuncia non riconducibili agli ambienti ecclesiali?

    Manca soprattutto e in primo luogo l’ascolto collettivo delle vittime nelle istituzioni ecclesiali. Il mare di sofferenza che esse testimoniano è il luogo sorgivo delle domande e delle indicazioni per una riforma sistemica e non occasionale.

    https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/abusi-in-italia-e-se-la-bomba-non-scoppiasse-krc510ek

  • Il senso di impunità del prete e lo scaricabarile dei vescovi

    Il senso di impunità del prete e lo scaricabarile dei vescovi

    Federica Tourn EDITORIALE DOMANI – Quando apre la porta ai carabinieri, don Livio non sospetta nulla. Conosce già quella coppia, venuta a chiedere informazioni per mandare il figlio nella comunità “Effatà Apriti” che il sacerdote gestisce a Prata Principato Ultra, in provincia di Avellino. Invece si tratta della copertura di un’indagine per violenza sessuale ai danni di un bambino di dodici anni e per don Livio Graziano, 56 anni, scatta l’arresto: l’ordine di custodia cautelare viene firmato il 22 ottobre scorso dalla Gip del tribunale di Avellino Francesca Spella. Quattro giorni dopo, la sede della comunità viene perquisita: «come indicato con precisione dal ragazzo, nell’armadietto del bagno del sacerdote vengono trovati preservativi, vaselina e lubrificanti – afferma l’avvocato Giovanni Falci, difensore del padre della vittima – oltre a 107mila euro in due scatole chiuse a chiave». Quando, due giorni dopo, viene interrogato dalla gip, l’indagato si avvale della facoltà di non rispondere.

    Originario della provincia di Caserta, don Livio è un prete sui generis. Le sue messe sono perturbanti, pervase da spirito carismatico: impone le mani e i fedeli si accasciano a terra, i malati vanno da lui per essere guariti. È anche un educatore: si dedica ai bambini senza famiglia, va nelle periferie per cercare chi è rimasto ai margini. Nel 2002 fonda ad Avellino la Fidde, Fraternità i Discepoli di Emmaus, una onlus che in breve tempo si ramifica in tutta la regione, aprendo ambulatori, attività per disabili, gruppi di auto aiuto per chi soffre di ansia, ludopatie, disforie di genere, disagio giovanile in generale. A Castel Volturno dal 2004 al 2020 il sacerdote gestisce anche una comunità educativa a gestione famigliare, dove accoglie decine di ragazzi in difficoltà.

    Nel 2015 la onlus si costituisce in cooperativa sociale con il nome di Effatà Apriti, specializzata in problemi alimentari e convenzionata con il Servizio sanitario nazionale e con il Tribunale di Avellino, un progetto che sta particolarmente a cuore a don Livio perché, come confessa in un’intervista a Repubblica, lui stesso ha sofferto a lungo di bulimia e anoressia. Fra i vari ambiti della missione del versatile sacerdote c’è, tragica ironia, anche la lotta contro la pedofilia: nel 2012, infatti, don Livio partecipa come esperto a un convegno sulla pedopornografia patrocinato dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Benevento, con un intervento sul “recupero del minore vittima di abusi”. Per il suo impegno sociale e umanitario, due anni dopo riceve addirittura il premio “Padre Pio da Pietrelcina”.

    Andrea (nome di fantasia) ha una famiglia normale; va a scuola, ha la passione per il calcio e da tifoso del Napoli sogna di incontrare Insigne. Ha la curiosità e il desiderio di esplorare tipico della sua età: da un rapporto con un coetaneo si prende un’infezione e i genitori, disorientati, lo indirizzano propro a don Livio. La speranza è che il prete, forte della sua esperienza con i ragazzi in crisi, possa aiutare Andrea a mettere ordine nei suoi turbamenti preadolescenziali. Glielo affidano da giugno alla fine di agosto 2021: tre mesi Andrea resterà nella grande casa di Prata Principato Ultra, dormendo su un materasso ai piedi del prete: secondo quanto racconta il padre del ragazzo, dopo solo cinque giorni dal suo arrivo don Livio abusa di lui con il pretesto di “visitarlo”. «Le violenze da quel momento si ripeteranno per tutto il periodo della sua permanenza nella comunità», conferma l’avvocato Falci.

    Il programma della “rieducazione di Andrea” è organizzato in una rigida griglia di impegni giornalieri, seguito passo passo da un’équipe di specialisti, e la famiglia è informata regolarmente dei suoi progressi. «Don Livio mi aggiornava su come proseguiva il soggiorno e mi mandava foto del ragazzo impegnato in diverse occupazioni», racconta il padre, che vede Andrea spazzare il cortile, mettere in ordine i libri in biblioteca ed è convinto che tutto prosegua per il meglio. Ma è soltanto una messinscena per tranquillizzare i genitori: «mio figlio mi ha detto in seguito che il prete lo metteva in posa apposta per le foto», riporta il padre. Al termine dell’estate, nella relazione consegnata ai genitori e firmata dallo stesso don Graziano, si legge che Andrea è molto migliorato e «mostra una serenità e una pace interiore. Quella serenità che è la scoperta di esserci, di vivere l’istante intensamente».

    A settembre, Andrea torna a casa. «Mi sono insospettito perché mio figlio era silenzioso, se ne stava sempre in disparte con il telefono – racconta il padre – gli ho chiesto a chi scrivesse continuamente e mi ha risposto: “a padre Livio, se non gli rispondo subito poi mi stressa”». Dalla chat fra i due, racconta il padre, vengono fuori centinaia di messaggi: quelli del prete sono incalzanti, si lamenta che il ragazzino non lo considera, gli scrive che senza di lui la sua vita non ha più senso. Don Livio è inarrestabile, non cerca nemmeno di essere prudente: manda whatsapp a tutte le ore, anche di notte, pieni di chioccioline che – gli spiega Andrea – significano “ti amo”. «Gli scriveva anche mentre celebrava la messa – sottolinea sempre il padre – Durante il soggiorno estivo gli aveva anche fatto regali costosi: un iphone 12, un orologio, un Apple smart watch». Non è tutto: secondo quanto riportano i difensori della famiglia, il prete dava anche dei soldi al ragazzino in cambio delle prestazioni sessuali. «Durante l’esame del contenuto dell’iphone di don Livio sono emerse anche alcune fotografie di Andrea mentre dorme, in pose inequivocabili – dichiara l’avvocata Benedetta Falci, che rappresenta la madre della vittima – foto cancellate dal sacerdote ma recuperate dagli inquirenti nella memoria dei file eliminati».

    La Chiesa, alla notizia dell’arresto, prende le distanze. La diocesi di Aversa, a cui il sacerdote appartiene, diffonde un comunicato stampa in cui dice che don Livio «da ormai molti anni aveva intrapreso un suo percorso di attività personali che esulavano dalla vita e dalla pastorale della comunità ecclesiale». Monsignor Arturo Aiello, vescovo di Avellino dal 2017, a sua volta alza le mani e rimpalla la questione al suo predecessore, monsignor Francesco Marino, che a più riprese aveva chiesto al sacerdote di non esercitare il ministero pastorale nel territorio diocesano.

    Marino conferma, spiegando che l’attività terapeutica di don Graziano lo preoccupava: «agiva in maniera autocefala e senza controllo – sottolinea il vescovo – questa situazione a me non convinceva, sia perché sganciata da ogni riferimento ecclesiale, sia perché in campi tanto delicati ci sarebbe stato bisogno di discernimento e competenza, che a me non risultava lui avesse». «Ero convinto – rincara l’ex vescovo di Avellino – che agisse al riguardo senza averne effettiva capacità; lui stesso non mi sembrava avere un retroterra psicologico personale equilibrato ed adeguato».

    Dubbi, chiacchiere sul conto del prete non mancano, ma denunce esplicite non arrivano, specifica monsignor Marino, che non manca di sottolineare come don Graziano operasse comunque non sotto la sua responsabilità ma alle dipendenze del vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo. Dal canto suo, Spinillo ribadisce che il prete da ormai quindici anni manteneva con la diocesi di Aversa «un rapporto molto occasionale». «Il mio giudizio – spiega il vescovo –  era che si trattasse di un sacerdote che, pur avendo una buona sensibilità personale, non riuscisse a vivere l’attività che sviluppava come un vero apostolato, ma piuttosto quasi come ricerca di un’affermazione di sé».

    Proprio Spinillo, però, aveva ingiunto a don Livio un periodo di discernimento e di recupero spirituale nella comunità monastica di Montevergine. Don Vitaliano Della Sala, vicedirettore della Caritas di Avellino, che ha conosciuto il sacerdote proprio a Montevergine, lo ricorda come una specie di santone: «padre Livio incoraggiava la superstizione della gente e a volte ho avuto l’impressione che confondesse la fede con la magia». «Che io sappia è stato allontanato da Aversa per sospetti di pedofilia – precisa don Vitaliano – purtroppo i vescovi in questi casi, invece di fare un’indagine seria alle prime avvisaglie e interrompere subito ogni rapporto fra il prete e i ragazzi, lo spostano da un’altra parte aggravando il problema». Con conseguenze drammatiche se, come nel caso di don Livio, il sacerdote si occupa di minori a rischio, anche in convenzione con il servizio pubblico: «se avessero avuto una denuncia in mano, le istituzioni ci avrebbero pensato due volte ad affidargli dei ragazzini», chiosa don Vitaliano.

    Andrea, intanto, ha lasciato gli amici e a calcio non parla con nessuno. «È sempre da solo, gli sta montando la rabbia», dice il padre, desolato. «Il ragazzo ha subito un’esperienza di abuso continuativa che il sacerdote ha qualificato come amore – spiega lo psichiatra Egidio Errico, che ha fatto una perizia su richiesta dell’avvocato Falci – i danni, già evidenti, purtroppo tenderanno a peggiorare con il tempo».

    Il processo a don Livio Graziano è nella fase dibattimentale e si celebra a porte chiuse; è stato chiesto il giudizio immediato ed è probabile che si arriverà presto a una sentenza. Al momento il sacerdote è sospeso dal ministero sacerdotale e il Tribunale ecclesiastico ha avviato un processo a suo carico, che procede su un binario parallelo e indipendente da quello dello Stato. Lo scorso dicembre il sacerdote è uscito dal carcere in seguito a uno sciopero della fame e si trova agli arresti domiciliari in una struttura di proprietà della Chiesa in attesa del giudizio ecclesiastico e civile.

    Federica Tourn EDITORIALE DOMANI del 23/5/22

     

  • I fedeli stanno col prete allontanato da Nosiglia: «E’ una brava persona

    I fedeli stanno col prete allontanato da Nosiglia: «E’ una brava persona

    Riserbo e poca voglia di parlare, nel day-after della notizia che ha gelato una comunità. «Non voglio dire niente, questa storia non la commento», taglia corto la barista del Caffè Sole. E lo stesso fanno due anziani seduti al tavolo, che si limitano a dire che in chiesa vanno «a messa alle 9, e don Roberto non c’è mai». Don Roberto è il parroco, o forse sarebbe meglio dire ex, della chiesa Don Leonardo Murialdo. Il prete che Cesare Nosiglia ha deciso di allontanare con una missiva ufficiale dalla parrocchia di via De Sanctis. Don Volaterra è stato allontanato «per un congruo periodo di cura e di ritiro spirituale», recita la lettera. I parrocchiani, non lo vedono da una decina di giorni, qualcuno anche da un mese. Il perché della decisione, a loro non è stato spiegato.

    Ma il passato del don, processato per abusi sessuali su una 12enne nel 2004, lo conoscono tutti. «Si, del suo passato si sapeva. Ma qui è sempre stato una persona cortese, con tutti i parrocchiani», dice Maria Teresa. Davanti alla chiesa passano Matteo e Miranda, due coniugi di zona. «Don Roberto era bravo, e nelle omelie era fantastico. Il passato è passato – dice Matteo -. Alla Don Murialdo nessuno si è mai lamentato di lui. E grazie a lui la chiesa si è riempita, anche di giovani». «L’hanno mandato via? Mi spiace, ci siamo salutati due settimane fa», racconta Miranda. I parrocchiani, in pratica, col prete non ce l’hanno affatto e anzi, lo difendono a spada tratta. Non pensano alle vicende passate, che però sono piuttosto scottanti. Ordinato sacerdote nel 1993, quando era parroco a Castagnole Piemonte era stato prima arrestato e poi processato con l’accusa di abusi sessuali nei confronti di una bambina di 12 anni, figlia di una sua parrocchiana.

    In tribunale, il don aveva patteggiato una pena di un anno e otto mesi, più un risarcimento alla famiglia della ragazzina di 45mila euro. Dopo quella vicenda, don Roberto non ha smesso di esercitare il sacerdozio e da un decennio era alla chiesa Don Leonardo Murialdo di via De Sanctis. I suoi parrocchiani, pur consapevoli del suo oscuro passato e di quelle accuse infamanti, lo avevano accolto bene e lo apprezzavano tantissimo. «E’ una persona affidabile, non mi interessano le storie passate sul suo conto», sentenzia un signore di passaggio davanti alla chiesa. Vuota, la parrocchia, ieri mattina. Dentro, sulla bacheca, tra i vari avvisi affissi c’è una pubblicazione di matrimonio risalente al 24 febbraio, firmata proprio da don Roberto. Difficile che ne firmerà altre, da ora in avanti. La Diocesi ha assicurato di non avere notizie di denunce a suo carico, ma il sacerdote non si fa più vedere da una decina di giorni. Maria lavora al Bar Smile, proprio di fronte alla chiesa: «Don Roberto veniva qui alla domenica, dopo la messa. Prendeva sempre il cappuccino. Il suo passato? Da uno come lui non me l’aspettavo, non l’avrei mai detto. Anzi, avevo perso la fede, l’ho ritrovata grazie a lui».

    https://cronacaqui.it/i-fedeli-stanno-col-prete-allontanato-da-nosiglia-e-una-brava-persona/

  • Abusi sessuali nella Chiesa: i vescovi italiani supereranno l’omertà?

    Abusi sessuali nella Chiesa: i vescovi italiani supereranno l’omertà?

    Alto, magro, sigaretta in mano, parla come una mitragliatrice: Francesco Zanardi ci riceve nel suo piccolo bilocale, all’ultimo piano di un edificio fatiscente a Savona, cittadina costiera del nord Italia.

    Vive e lavora qui, dedicando le giornate alla sua associazione, la Rete L’Abuso, dedita alla denuncia dei preti pedofili e all’aiuto alle vittime.

    Al muro, foto di manifestazioni contro “il silenzio della Chiesa” . Con un gesto netto, tira su la manica: sull’avambraccio, tracce di punture, ricordo della sua passata dipendenza dalla droga: «Uno dei frutti dello stupro compiuto da un prete nella mia giovinezza. »

    “Lacune giuridiche italiane”
    Sul sito della Rete L’Abuso Francesco Zanardi pubblica costantemente nuovi articoli e aggiorna una mappa dei preti aggressori. « In Francia, osserva, la commissione Sauvé ha stimato in 216mila il numero delle vittime dei sacerdoti in settant’anni. Immaginate l’Italia, con il triplo dei preti…», Affermando di« non avere niente contro i cattolici, ma contro la Chiesa istituzionale» applica la regola del tre, amplia per i “vizi giuridici italiani” e per l’importanza della Chiesa nella Paese e arriva a un risultato: 1 milione di vittime. La cifra colpisce, anche se manca di solide basi.

    A differenza di Francia, Germania, Stati Uniti o, più recentemente, Spagna, nessuna commissione grande ampiezza è stata finora incaricata dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) sulla questione.

    «Dopo il rapporto della Ciase, ho lanciato una petizione e ho scritto al presidente della Cei per chiedergli una commissione simile», racconta Paola Lazzarini, presidente di un’associazione di donne cattoliche. «Nessuna risposta…».

    “Un prete, qui, non si critica”
    «I vescovi pensano ancora di potervi sfuggire. Approfittano del fatto che non c’è una reale pressione», attacca, dal canto suo, Marco Marzano, docente di sociologia delle organizzazioni all’Università di Bergamo e autore di La Casta dei casti (ed. francese Philippe Rey, 2022, 221 pagine , 19€). Perché se in Francia l’“affare Preynat”, divenuto “l’affare Barbarin”, ha innescato un cataclisma mediatico e una forte richiesta da parte dell’opinione pubblica, in Italia la situazione non è paragonabile. «I giornalisti italiani non stanno facendo il loro lavoro» si rammarica Francesco Zanardi. «Quando parlano della Chiesa, è per applaudire il papato».

    Ottimo conoscitore della Chiesa italiana, il giornalista Iacopo Scaramuzzi è forse meno categorico.
    «Un prete, qui, non si critica», riassume. Quanto all’eventuale responsabilità dei vescovi, viene raramente messa in discussione, visto che questi ultimi sono tutelati dinanzi ai tribunali dal concordato vigente, il cui articolo 4 garantisce che essi «non sono tenuti a fornire a magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o fatti di cui hanno conoscenza a motivo del loro ministero».

    Questa protezione ha permesso, fino a tempi recenti, di continuare a spostare dalle parrocchie i sacerdoti incriminati, una pratica che, l’episcopato ci assicura, ora è definitivamente finita.

    Fare una segnalazione non basta
    «Con quanto sta accadendo in Francia e, più recentemente, in Spagna, i vescovi italiani avvertono tuttavia una forma di pressione che li spinge a cambiare», spiega un osservatore, a Roma. «Sono sempre più isolati nel mondo occidentale», vuole credere Vittorio Bellavite, già responsabile di un’associazione cattolica piuttosto progressista. Spinti dalle decisioni dei loro vicini, alcuni vescovi italiani, secondo le nostre informazioni, avrebbero già preso atto della necessità di un rapporto sulla pedofilia nella Chiesa del Paese.

    Tuttavia, avverte una fonte romana molto favorevole a che la Chiesa in Italia faccia un vero lavoro sulla questione, decidersi per un rapporto non basta. Dovrebbe essere commissionato a un organismo indipendente o dovrebbe essere preferita un’indagine interna? Concentrarsi sul passato o sulla prevenzione? Abbiamo bisogno di un’indagine statistica? Di raccomandazioni? Si può rendere pubblico? Tra i responsabili cattolici italiani, queste domande creano imbarazzo e pochi sono quelli che hanno accettato di rispondere alle richieste di La Croix .

    “I numeri ci interessano poco”
    In Curia, pur senza essere sfavorevoli per principio a un rapporto, molti ritengono che la metodologia francese costituisca un controesempio. «Con la Ciase, i vescovi francesi si sono scavati la fossa», ha detto una fonte. Molto criticato anche il termine “sistemico” , ripreso dai vescovi francesi per caratterizzare gli abusi.

    Per il momento, l’episcopato italiano sembra voler escludere l’opzione francese di una commissione indipendente e di un’importante indagine statistica. «I numeri ci interessano poco, se non per la prevenzione», risponde a La Croix mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio tutela minori della Cei. «Vogliamo un’analisi qualitativa e non quantitativa, per conoscere i nostri punti di forza e di debolezza». Gli attuali funzionari della Cei si propongono piuttosto di svolgere un’indagine in un periodo relativamente limitato – due decenni – e a partire dagli archivi diocesani.

    “Paura della valanga”
    Secondo chi chiede una commissione indipendente e multidisciplinare sul modello della Ciase, questo metodo permetterebbe soprattutto di evitare rivelazioni con cifre shock. «I vescovi hanno paura della valanga», sorride Paola Lazzarini. «Vogliono accontentarsi di un mea culpa che non parli delle vittime», lamenta Francesco Zanardi. L ‘“unica via” che trova favore ai suoi occhi sarebbe una commissione parlamentare d’inchiesta, alla quale le diocesi e la Cei aprano i loro archivi, possibilità in cui lui non crede.

    Vittorio Bellavite ha un programma molto chiaro, che secondo lui i vescovi dovrebbero seguire: «Fare luce sugli eventi passati, compiere un atto collettivo di pentimento, riconoscere i torti subiti.
    Dobbiamo avere il coraggio di dire “noi abbiamo fallito, la Chiesa ha fallito”».

    Ma come in Spagna, dove i vescovi hanno cambiato rotta in poche settimane, anche in Italia la situazione potrebbe cambiare rapidamente. «Tutte le opzioni sono sul tavolo», dice una fonte romana. La scelta dipenderà ora dall’elezione a maggio dei nuovi vertici dell’episcopato italiano».

    E il papa avrà un ruolo decisivo da svolgere: è lui che designerà il presidente della Cei, tra tre nomi proposti dai vescovi. Ed è quindi Francesco, a seconda delle rispettive posizioni sull’opzione da scegliere, che si ritroverà nella posizione di arbitro.
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    Le varie commissioni per abusi sessuali nel mondo Negli Stati Uniti , nel 2004, il rapporto John Jay, richiesto dalla Chiesa cattolica, riporta oltre 10.000 vittime dal 1950. 252 sacerdoti sono stati sanzionati.
    In Irlanda, nel 2009, il Rapporto Ryan commissionato dal governo ha rilevato oltre 2.000 bambini maltrattati in 216 strutture gestite da ordini religiosi. Incriminati 800 aggressori.

    In Australia, nel 2017, un rapporto, realizzato dalla Commissione reale indipendente d’inchiesta su richiesta del governo, stima al 7% i sacerdoti che sono stati oggetto di accuse di abusi sessuali tra il 1950 e il 2010.

    In Germania, nel 2018, uno studio commissionato dalla Chiesa rivela che 3.677 bambini e adolescenti hanno subito abusi dal 1946. Ogni diocesi da allora ha avviato ulteriori indagini.

    In Francia, nel 2021, il rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) stima in 330.000 il numero delle vittime di pedocriminalità nella Chiesa dagli anni ’50, di cui 216.000 abusate dal clero.

    In Nuova Zelanda, nel febbraio 2022, un rapporto commissionato dalla Chiesa rivela l’entità degli abusi, non solo sessuali, dal 1950. Sono state fatte 1.680 denunce da 1.122 persone contro clero e religiosi.

    Xavier Le Normand (inviato speciale a Milano, Savona e Bergamo) e Loup Besmond de Senneville (inviato speciale permanente a Roma)

    https://www.la-croix.com/Religion/Abus-sexuels-lEglise-eveques-italiens-leveront-ils-lomerta-2022-03-28-1201207406