Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PEDOFILIA, 1000 VITTIME DEGLI ABUSI DEI PRETI IN 4 ANNI

    PEDOFILIA, 1000 VITTIME DEGLI ABUSI DEI PRETI IN 4 ANNI

    Il Belgio ci sono state oltre mille vittime di abusi sessuali da parte di preti pedofili in quattro anni, tra il 2012 e il 2015. Sono le cifre presentate da una Commissione parlamentare speciale sugli abusi a sfondo sessuale, creata con la collaborazione anche della Chiesa belga: 418 di loro hanno contattato centri istituiti dalla Chiesa e i rimanenti 628 si sono rivolti a strutture di assistenza pubbliche. Durante questo periodo, le autorità ecclesiastiche hanno pagato risarcimenti alle vittime pari a 3,9 milioni di euro, riferisce lo stesso rapporto presentato da Manu Keirse, professore emerito presso KULeuven, l’università di Leuven, e presidente della Commissione interdiocesana per la protezione dei bambini e dei giovani. Da sottolineare che per far fronte alle denunce delle vittime, la stessa Chiesa belga ha istituito undici centri di accoglienza, divisi tra le diocesi e le congregazioni religiose, intese come punti informativi, dove le persone che desiderano presentare le denunce ricevono l’assistenza adeguata.

    http://www.leggo.it/news/esteri/pedofilia_1000_vittime_degli_abusi_preti_4_anni-1568255.html

  • Scandalo preti pedofili: sacerdoti in fuga verso Sud America

    Scandalo preti pedofili: sacerdoti in fuga verso Sud America

    Da un indagine del Globalpost: che fine hanno fatto i preti pedofili? la libertà è in Sud America.

    La riforma di Papa Bergoglio sui controlli in Vaticano ha instillato nei Cattolici Romani la speranza di un cambiamento radicale nella chiesa. Ma proprio mentre le parole del pontefice si diffondono a macchia d’olio fra le sparute diocesi di tutto il mondo, il Globalpost porta alla luce l’ennesimo scandalo di abusi su minori, che vede coinvolti i preti pedofili americani scampati dalla giustizia e protetti dalla chiesa in Sud America, in paesi come Colombia o Perù.

    Scandalo preti pedofili in Sud America: i fatti

    In un’indagine durata un anno, il Globalpost è riuscito a rintracciare ed intervistare sacerdoti scampati alla giustizia grazie al mistico intervento della Chiesa Cattolica Romana. Tutti i protagonisti di abusi su minori, ad eccezione di uno, conducono la messa e predicano nelle piccole comunità del Sud America.
    Alcuni di questi uomini sono perseguiti penalmente negli Stati Uniti, ma si sono sottratti alle loro responsabilità.
    Uno di loro, messo sotto torchio dall’intervistatore, ha perfino ammesso di aver stuprato un ragazzino di 13 anni, riconoscendo “amaramente” che per questa ragione non potrà più tornare a predicare in America, ma beandosi di essersi integrato perfettamente in una piccola comunità di pescatori del Perù.

    Un altro è indagato dall’autorità brasiliana per molestie. L’uomo, con il sostegno della Chiesa Cattolica, era riuscito a fondare una centro d’accoglienza per bambini senzatetto.

    Durante l’inchiesta, il Globalpost ha intervistato alcuni appartenenti alle diocesi sotto accusa, ma nessun alto esponente del clero locale, ne tanto meno nessun portavoce vaticano, ha accettato di deporre una dichiarazione, sia pure per negare le terribili accuse.

    “Dato che nei paesi sviluppati è più difficile riuscire a mantenere i preti pedofili al loro posto, i vescovi li spostano nelle zone di mondo in via di sviluppo, dove l’applicazione della legge è meno rigida.”

    Ha dichiarato David Clohessy, avvocato e portavoce SNAP (Survivor Network of Those Abused by Priest).

    Padre Jan Van Dael:”Si, sono un pedofilo nel vero senso del termine”

    Quando la troupe del Globalpost arriva nei quartieri poveri di Fortaleza dove padre Jan Van Dael, 76 anni, esercita le sue funzioni, lo sorprende mentre afferra per il braccio un bambino del posto e gioca con i suoi capelli con aria compiaciuta, come testimoniano le foto.

    Van Dael, nato in Belgio, gestisce un orfanotrofio in Brasile. Si trova in Sud America dal 1980, dopo che era stato allontanato dalla sua diocesi di appartenenza.
    Nel corso degli anni l’uomo, agevolato dai tassi d’interesse profittevoli di Rio De Janeiro, ha aperto il suo centro di accoglienza dando ospitalità e cibo ai bambini più indigenti. La parte sporca della faccenda è che il sacerdote, sembra, non abbia fatto tutto questo disinteressatamente. Nella sua casa sono state trovate centinaia di foto di bambini e un indagine ha rivelato che nel corso della sua carriera l’uomo è più volte stato accusato di tessere rapporti ambigui con i bambini di cui si prendeva cura.
    Le accuse partono dal Belgio, agli inizi degli anni 70, in seguito alle quali il sacerdote fu allontanato. A Fortaleza le autorità giudiziarie hanno dichiarato al Globalpost che ci sono decine di denunce per abuso sul suo conto, ma che le indagini si sono sempre arenate per mancanza di prove e per una scarsa collaborazione da parte dell’autorità vaticana che pare abbia imposto il silenzio a chi è a conoscenza di qualcosa di più.

    “In Brasile la percezione della religione cattolica è molto alta. Il prete è un’autorità e per i bambini piccoli è molto difficile comprendere che dietro una carezza o un bacio di un sacerdote possano esserci degli abusi.”

    Ha dichiarato Livia De Souza, procuratore federale di Fortaleza che si sta occupando delle indagini.

    Al microfono dell’intervistatore, Van Dael ha affermato di essere estremamente ben voluto da tutti e si è paragonato a Gesù Cristo. In merito alle accuse di pedofilia ha risposto:

    “Il termine pedofilia deriva dal greco e significa letteralmente: amicizia con i bambini. In questo caso, allora si, io sono un pedofilo nel senso stretto del termine!”

    L’uomo legittima la sua innocenza, vantando di non aver mai subito un processo da parte della Chiesa Cattolica.

    L’arcivescovo di Fortaleza, che ha il controllo sui membri delle diocesi, ha rifiutato il colloquio con gli intervistatori. In merito agli scandali all’interno della chiesa cattolica esistono delle procedure ben precise, filtrate dal segreto pontificio sancito da una lettera apostolica di Papa Giovanni Paolo II.

    Padre Paul Madden, pedofilo reo confesso

    Padre Paul Madden, irlandese, ha ammesso davanti alla corte uno stupro compiuto nel 1973 ai danni di un tredicenne.
    L’uomo nel 2003 si è anche scusato con la famiglia della vittima, chiedendo perdono per il reato commesso. Tuttavia, poiché troppo tempo era trascorso dai fatti, non è stato possibile incriminarlo per il reato di pedofilia e abuso su minore.
    Quindi, Madden oggi non è a scaldare il giaciglio delle patrie galere, ma potrete trovarlo ogni domenica nella parrocchia di Puerto Huarmey, Perù.

    “Qualcosa è successo. Non so, ero ubriaco e mi sono svegliato nel cuore della notte. E’ stata la prima volta in assoluto…però beh, si qualcosa è successo. Sono fiducioso nella misericordia di Dio e se ho commesso qualche peccato sarò perdonato.”

    Ha dichiarato Madden intervistato dal Globalpost.

    L’anno scorso Papa Francesco ha inviato una lettera a tutti i vescovi del mondo predicando la “tolleranza zero” nei casi dei preti pedofili.
    Per quale motivo allora Paul Madden esercita ancora le sue funzioni in Perù?

    Il Globalpost ha provato a contattare il vicario generale Rodriguez Ruiz, ma non ha ricevuto una risposta a questa pur pertinente domanda.

    Padre Fredy Montero, Dall’Ecaudor al Minnesota e poi di nuovo in Ecuador

    Incontrare Padre Fredy Montero è arduo come incontrare un fuorilegge. Guaranda è un paesino montanaro dell’Ecuador, protetto da una foresta che lo circonda in ogni suo lato. La troupe del globalpost era sulle sue tracce perché nel 2007 Montero è stato accusato di abuso su una bambina di 4 anni, quando era sacerdote a Minneapolis. La piccola ha sostenuto diversi incontri con uno psicologo, che l’ha trovata psicologicamente devastata dall’incontro con l’orco, seppur inconsapevole di cosa le era accaduto.
    Ella aveva detto al padre:“Papà, padre Fredy mi ha baciata sulle labbra.” Purtroppo la bambina èmorta per un tumore qualche anno dopo e un’indagine più approfondita non è stata portata avanti per mancanza dell’unica testimone.
    Tuttavia nel computer di padre Montero vennero trovati file compromettenti di natura pedopornografica.

    L’arcidiocesi di Minneapoli ha allontanato padre Montero a seguito dello scandalo ed il sacerdote è tornato in patria, precisamente nel piccolo paesino di Guaranda, dove è stato accolto dall’arcidiocesi locale.
    Una fredda lettera dell’arcidiocesi di Minneapolis aveva messo in guardia i responsabili della chiesa di Guaranda sul passato di padre Fredy, ma non c’è mai stata la reale intenzione di denunciarlo alle autorità.
    Padre Montero da due anni non esercita più le sue funzioni: non perché su di lui sia stato preso qualche provvedimento, quanto perché ha pensato di candidarsi sindaco.

    La troupe trova Padre Montero alla guida di un furgoncino carico di ragazzini, di ritorno da una partita di calcio. Ha accettato con riluttanza di parlare ai microfoni, ma ha negato qualsiasi accusa.

    Padre Federico Fernandez Baez e la sua fuga in Colombia

    Jennifer è una donna di San Antonio perseguitata da tutta la vita da un incubo ricorrente: un uomo che la insegue, facendola precipitare in fondo ad un buco nero.
    La psicoterapia ha fatto emergere la verità sul suo sogno. L’uomo è Padre Federico Fernandez Baez, sacerdote di San Antonio che la stuprò nella prima metà degli anni 80.

    Baez è stato incriminato per due accuse di abusi su minori nel 1987, ma negoziando un patteggiamento e offrendo un risarcimento sottobanco alle famiglie di un milione di dollari – presumibilmente di provenienza vaticana – è riuscito ad evitare il processo.

    Il patteggiamento è stato negato, ma Baez per qualche motivo non ha mai sostenuto il processo ed è stato allontanato dagli USA dal Vaticano. Nel 2011, Umberto Leal, un cittadino messicano nel braccio della morte in Texas per aver stuprato a morte una ragazza nel 1995, raccontò la sua infanzia e ricordò di essere stato molestato a sua volta da padre Fred.
    Il team legale di Leal si è messo alla ricerca di ulteriori prove su padre Fernandez, trovando altre vittime della sua malsana pulsione. Leal ha ricevuto l’iniezione letale ed è morto; al contrario, padre Fernandez non soltanto è libero, ma occupa una posizione di prestigio alla Universidad de San Buenaventura di Cartagena, Colombia. Egli è segretario, il secondo rango amministrativo più alto nell’organigramma.

    Fernandez, a seguito delle accuse si è recato in Colombia dove ha continuato la sua attività di sacerdote protetto dall’arcidiocesi. Il globalpost ha provato ad intervistarlo sul suo luogo di lavoro, ma egli è inavvicinabile. Durante la caccia all’uomo, la troupe ha ricevuto diverse lettere anonime che confermavano la sua presenza all’interno dell’Università.

    I ragazzi che studiano all’Università di San Buenaventura si sono dichiarati disgustati e increduli che un esponente della categoria “preti pedofili” potesse rivestire una carica così alta nella loro università.
    L’inchiesta del Globalpost si conclude con un’intervista mancata: padre Fernandez è riuscito ancora una volta a sottrarsi alle sue responsabilità e ai suoi sensi di colpa, rifiutando ogni confronto con il suo passato.
    Egli però rilascia comunicati e dichiarazioni sul sito internet dell’università, ogni giorno, come questo risalente al 2015: www.templodesanfrancisco.com/web/index.php?option=com_content&view=article&id=696:holy-week-a-easter-b&catid=47:sunday-reflections&Itemid=62

    Protetto dalle eminenze grige che l’hanno collocato al sicuro fra quelle mura, Don Federico Fernandez Baez sa di essere intoccabile.

    Tutte le immagini sono di esclusiva proprietà del GlobalPost

    http://www.controcopertina.com/scandalo-preti-pedofili-sacerdoti-in-fuga-verso-sud-america/

  • Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Diversi casi in poche settimane scuotono la Puglia. Un gruppo di cattolici brindisini chiede alla Santa sede di istituire una commissione di inchiesta su scala nazionale.

    Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v.Adista Notizie n. 41/14) -, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».

    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».

    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono -, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale».

    Luca Kocci, Adista

    http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74470&typeb=0

  • BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO  UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    38152 BRINDISI-ADISTA. Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v. Adista Notizie n. 41/14) –, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».
    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».
    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono –, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale». (luca kocci)

    http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=55056

  • Sacro e pedofilia, il lato oscuro della Chiesa

    Sacro e pedofilia, il lato oscuro della Chiesa

    «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati di mente».

    Durissime le parole che la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti scrive nella prefazione del libro inchiesta “Chiesa e pedofilia, il caso italiano”, firmato per L’Asino d’oro dal giornalista Federico Tulli, uno dei principali studiosi italiani del fenomeno pedofilia nel clero.

    Parole che significativamente preludono agli argomenti cardine del libro: il legame patologico tra sacralità e violazione dell’infanzia, la visione distorta della Chiesa sull’abuso di un minore – un peccato e non un orrendo crimine -, e la stessa strategia di “pulizia” che, annunciata già da papa Ratzinger («tolleranza zero») e continuata da papa Bergoglio, altro non è che una spolverata mediatica volta a salvaguardare l’immagine della Chiesa più che le potenziali vittime. 

    Tulli, già autore nel 2010 sempre per L’Asino d’oro di un primo saggio sul tema (“Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”), sviluppa questi temi attraverso un’indagine approfondita non solo esaminando i fatti inerenti agli abusi clericali sui minori, ma servendosi del parere degli esperti, psichiatri e psicoterapeuti, per colmare quel confine, in realtà inesistente, tra violenza su un bambino e psicopatologia.

    Interviste, articoli, documenti e dichiarazioni si legano insieme per dare finalmente una visione d’insieme su un fenomeno aberrante che arriva al lettore centellinato dalle cronache di giornale, sbriciolato in rivoli che non ne consentono di capire l’entità e la gravità e, soprattutto, le radici profonde. Ne esce fuori un ritratto agghiacciante che partendo dal livello più basso della catena, l’analisi della figura del prete pedofilo e sue strategie seriali, arriva a smascherare un intero sistema di abusi, coperture e omissioni da parte della Chiesa e lo correla ad altre vicende di potere (Watileaks, lo Ior, le dimissioni di Ratzinger, l’elezione di Bergoglio, la canonizzazione di Karol Wojtyla) apparentemente slegate, ma in realtà profondamente connesse alle strategie ecclesiastiche per sconfiggere – almeno sulla carta – la piaga della pedofilia nel clero.

    Nulla è un caso, insomma. L’abuso di minori è il doloroso sottofondo a un sistema di potere politico ed economico basato sul sacro, sul peccato, sul segreto; è la sua conseguenza, è la faccia buia della Chiesa “buona”, misericordiosa e dalla parte degli ultimi. 

     Il saggio – che, attenzione, non è un libro anticlericale ma una accurata inchiesta su un argomento da sempre schivato dai media, quando non completamente ignorato – è uscito a maggio, giusto tre mesi dopo la pubblicazione del Rapporto Onu sulle violazioni della Convenzione sui diritti del fanciullo da parte della Santa Sede. Tulli riporta i documenti (tra i quali il testo integrale del Rapporto tradotto in italiano) e le reazioni sottolineando un aspetto fondamentale che riguarda l’Italia: a oggi la Santa Sede e la Conferenza episcopale italiana non ritengono opportuno istituire una commissione d’inchiesta sulla pedofilia, al contrario di ciò che hanno fatto i Paesi più colpiti (Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda e Germania) dal fenomeno. Perché? Eppure dal 2000 in poi sono stati circa 150 i casi finiti sotto la lente della giustizia italiana, ai quali si aggiunge «la questione del sommerso, non certo marginale», come scrive l’autore.

    «D’altronde la Chiesa non contribuisce a fare chiarezza, tenendo sigillati gli archivi che contengono queste informazioni ed evitando quanto più possibile di coordinarsi con la giustizia ‘laica’». In più, le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” della Conferenza episcopale italiana, redatte a gennaio 2014 e rese note a marzo, sottolineano ancora una volta che i vescovi non hanno l’obbligo di denuncia alla magistratura italiana. 

    Nessuno stupore. La pedofilia, nel diritto canonico, è un «delitto contro la morale», cioè un’offesa a Dio. È un fatto interno alla Chiesa, una piaga da risolvere senza sollevare clamore, al riparo dai riflettori che aggiungerebbero al “peccato” compiuto dai chierici anche il danno alla credibilità dell’istituzione. È questa la mentalità brutale e perversa che Tulli smaschera attraverso la sua rigorosa indagine. È questo che fa veramente paura. 

    Cecilia M. Calamani 

    Federico Tulli
    Chiesa e pedofilia, il caso italiano
    L’Asino d’oro edizioni, 2014
     

  • Chiesa e pedofilia in Italia: quando la storia non insegna. E si ripete

    Chiesa e pedofilia in Italia: quando la storia non insegna. E si ripete

    Valerio Gigante, Adista

    Un libro che analizza le radici storico-culturali – e le opportunità “politiche” – che hanno portato la Chiesa italiana ad essere così reticente, a volte addirittura omertosa, sui casi di pedofilia che riguardavano il clero, e che scava alle radici delle logiche che hanno condotto vescovi ed istituzioni ecclesiastiche a rimuovere o insabbiare sistematicamente tale questione, finché essa non è esplosa in maniera incontenibile negli anni scorsi, portando il Vaticano e molte Conferenze episcopali ad assumere misure straordinarie per contrastare il fenomeno. Molte, ma non quella italiana, dove ad oggi solo due diocesi, in seguito a decine di denunce rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona (la prima perché si rivolge ad un’opinione pubblica molto esigente, prevalentemente formata sul modello di quella austriaca e tedesca; l’altra, Verona, in seguito al clamoroso scandalo dell’istituto Provolo). Nel resto d’Italia, nulla. L’indagine di Federico Tulli, giornalista per numerose testate, da Sette del Corriere della Sera a Left/Avvenimenti, da Cronache Laiche (di cui è condirettore) a Globalist, si intitola Chiesa e pedofilia, il caso italiano (l’Asino d’Oro, 2014, euro 18) e costituisce l’ideale prosieguo di un altro libro scritto nel 2010 sempre per lo stesso editore: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro.

    Tulli, che si occupa di divulgazione scientifica, bioetica, laicità e diritti civili, fa iniziare la sua riflessione da una risposta resa all’autore stesso, nel 2012, da p. Federico Lombardi: il portavoce della Santa Sede, a Tulli che nel corso di una conferenza stampa gli chiedeva se il Vaticano non ritenesse opportuna l’istituzione in Italia di una commissione di inchiesta sulla pedofilia sulla scia di analoghe esistenti in Paesi come dall’Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda, Germania, considerando che nel decennio precedente circa 150 sacerdoti erano finiti sotto processo, rispose che no, non ce n’era affatto bisogno.

     E allora, visto che la mappatura del fenomeno la Chiesa italiana e il Vaticano non intendono realizzarla, a tentare di fare luce sulle dimensioni e le cause del fenomeno della pedofilia nella Chiesa del nostro Paese ci ha provato lo stesso Tulli. Il risultato della sua indagine è significativo. Nella seconda parte del libro, dai casi descritti (a partire dall’Unità d’Italia sino ad oggi), si evince da una parte che gli episodi criminali sono molti e si sono succeduti senza soluzione di continuità; dall’altra che la Chiesa istituzione ha costantemente ed esclusivamente mirato a preservare la propria immagine pubblica, sacrificando in questo modo diritti e la tutela delle vittime. Esponendo al pericolo altri bambini, potenziali vittime di preti pedofili trasferiti di parrocchia in parrocchia, invece che rimossi dal loro ufficio, denunciati o curati. Tuttora, le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” della Cei non prevedono alcun obbligo dei vescovi di denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia.

    Si comprende così come mai l’autore interpreti la linea della “tolleranza zero” avviata sotto il pontificato di Benedetto XVI più come la strategia per salvare la reputazione e le casse della Chiesa piuttosto che la volontà di fare realmente pulizia. Del resto, come riferisce l’autore nella sua introduzione, lo scandalo è costato alla Chiesa almeno due miliardi di dollari, in termini di mancate offerte. Oltre a perdita di influenza sulle masse e credibilità, diminuzione di potere politico e di lobbying, fuga di fedeli (nella sola cattolicissima Irlanda i cattolici – ricorda Tulli – sono passati dal 69% del 2005 al 47% del 2010). Tutta la prima parte del libro viene invece dedicata ad analizzare le strategie con cui prima Ratzinger e poi Bergoglio hanno scelto di contrastare il fenomeno. Per Tulli anche sotto papa Francesco poco o nulla sembra essere realmente cambiato, se non in termini di un consenso che il nuovo pontefice sembra capace di suscitare in maniera decisamente superiore rispetto a chi lo ha preceduto. Il nuovo papa, forte del grande appoggio dell’opinione pubblica laica e cattolica, unita allo sdegno crescente per gli scandali del passato, avrebbe potuto imporre a tutte le Chiese del mondo l’obbligo di denuncia alle autorità giudiziarie “laiche”, o disporre la pubblicazione degli archivi con i nomi dei sacerdoti denunciati in Vaticano, ma non lo ha fatto. E anche la Commissione antipedofilia nominata da Bergoglio è poca cosa. Tulli ricorda che essa era stata annunciata sin dal febbraio del 2012, cioè sotto Benedetto XVI. E che ci sono quindi voluti quasi due anni solo per nominare i primi otto saggi che la compongono. Nel frattempo, i rilievi dell’Onu proseguono; e a quelli della commissione sull’infanzia si sono aggiunte, in maggio, quelle della Commissione Onu contro la tortura, che ha inserito i crimini dei preti pedofili contro i bambini dentro questa fattispecie di reato, articolando una serie di dure e dettagliate critiche al Vaticano per la mancata prevenzione e vigilanza sui suoi preti.

    Il libro di Tulli, oltre a costituire un prezioso dossier sul fenomeno dei preti pedofili in Italia, contiene infine anche una serie di interessanti documenti. Tra essi, l’integrale della famosa indagine pubblicata nel febbraio scorso dalla commissione Onu sui diritti dell’infanzia, che il libro riporta tradotta in italiano.

    http://norational.wordpress.com/2014/07/09/chiesa-e-pedofilia-in-italia-quando-la-storia-non-insegna-e-si-ripete/

  • Vicenda don Gatti, alla curia chiesto un milione di euro

    Vicenda don Gatti, alla curia chiesto un milione di euro

     PERUGIA – Mediazione da 1 milione di euro per chiudere la vicenda degli abusi sessuali perpetrati da don Lucio Gatti a danno di alcuni ospiti delle strutture gestite dal sacerdote della diocesi di Perugia-Città della Pieve. E la chiamata in mediazione, che precede obbligatoriamente qualsiasi citazione civilistica davanti al giudice, è stata fatta non solo a carico del sacerdote, ma anche della curia perugina.

    Il processo penale a carico del sacerdote si è concluso con un patteggiamento a due anni di reclusione (con sospensione della pena): l’episodio incriminato sarebbe avvenuto a Cenerente una sera in cui il sacerdote avrebbe costretto uno degli ospiti della struttura a dormire con lui) e non di violenza consumata. Le cinque persone che accusavano il sacerdote avevano sempre parlato di tentativi di approcci sessuali, di toccamenti, della dura vita in comunità, della doccia calda a giorni alterni e dei vestiti in comune, compreso l’?intimo.

    L’accusa era di molestie sessuali e abuso dei mezzi di correzione. La giustizia ecclesiastica ha deciso per la sospensione per cinque anni dalle funzioni religiose. Il patteggiamento, inoltre, è stata una scelta processuale per uscirne senza tanto rumore e tagliando fuori proprio le vittime come parti civili. Le quali hanno tutte le intenzioni di rivalersi in sede civile. Prima, però, c’è la mediazione. Le parti si siederanno davanti ad un tavolo e decideranno se procedere con la mediazione.

    Se una delle parti rifiuta si va in causa. Secondo gli avvocati Alessandro Fratini e Federico Mazzi, difensore di uno dei ragazzi che denunciò le molestie, i vertici della curia perugina non potevano non sapere dei comportamenti del sacerdote e, quindi, sarebbero responsabili dell’omessa vigilanza o di non aver provveduto a fermare tali molestie. Da qui la richiesta di 1 milione di euro. Una richiesta che ricalca un po’ quelle che si fanno in un procedimento per un incidente stradale si cita l’assicurazione come responsabile civile. Al momento solo un ragazzo camerunense, residente in Belgio, che aveva raccontato degli abusi davanti alle telecamere delle Iene, ha presentato una domanda risarcitoria da discutere in mediazione il 2 luglio.

    Le altre vittime, nel processo penale assistite dagli avvocati David Zaganelli, Massimo Brazzi, non hanno ancora presentato alcuna richiesta. Altre vittime si sono affidate allo studio legale Bagianti e le notifiche della mediazione saranno effettuate nei prossimi giorni.

  • Abusi sessuali, quando la Cei farà mea culpa e cambierà politica?

    Abusi sessuali, quando la Cei farà mea culpa e cambierà politica?

     La domanda è d’obbligo dopo la relazione della Commissione Onu per i diritti del fanciullo circa le responsabilità del Vaticano per gli abusi sessuali commessi dal clero. La Santa Sede ha forse alcune ragioni nel ricordare che negli ultimi due anni qualcosa ha fatto, di certo però questo non vale per l’Italia. Infatti, mentre le Conferenze episcopali di Germania, Olanda, Francia, Belgio, Svizzera, Austria, Irlanda sono intervenute con azioni dirette – sebbene dopo l’esplodere nell’opinione pubblica di indicibili tragedie – in Italia la Cei ha sempre perseguito una politica di opacità e di autotutela corporativa. Non si è voluta costituire una Commissione speciale sugli abusi commessi da ecclesiastici, considerati “fenomeno marginale”. Negata persino la figura di un vescovo responsabile a livello nazionale perché, parole del segretario generale Cei, ”in Italia non c’è bisogno di un’autorità terza per seguire questi casi, il vescovo è responsabile di tutto nella propria diocesi anche in questo campo”. Possibile allora che solo in Italia nessun Vescovo abbia ritenuto di dover rassegnare le dimissioni o fare mea culpa per l’omessa vigilanza nei casi accertati di abusi sessuali? Eppure di casi ce ne sono purtroppo stati, ne posso riportare due di cui sono testimone diretto. Quello di don Ruggero Conti, parroco a Roma condannato a 14 anni in Appello per reiterati abusi su minori e rispetto al quale mi costituì in giudizio a nome del Comune visto che il sindaco Alemanno non voleva. Durante il processo il Vescovo Gino Reali, responsabile della Diocesi cui faceva capo don Conti, ammise di aver ricevuto per tempo notizie e segnalazioni di quanto poi accertato dai tribunali: non gli credette e così gli abusi proseguirono. Ebbene, non solo al momento non mi risultano siano stati presi provvedimenti canonici rispetto a don Conti, ma neanche rispetto al vescovo che rimane nel pieno esercizio delle sue funzioni.
    Caso analogo quello relativo a don Luigi Gatti, già numero uno della Caritas di Perugia che ha appena patteggiato due anni di reclusione rispetto alle accuse di molestie sessuali nei confronti di soggetti deboli affidati alla sua comunità. Anche in questo caso, il Vescovo fu informato che qualcosa non andava ma si limitò a fare “da paciere” tra vittima e predatore. Allo stesso modo, non ho notizia di reazioni nei vescovi italiani che hanno visto i tribunali accertare violenze sessuali da parte di sacerdoti sotto la loro giurisdizione: almeno 135 casi dal 2000 al 2011 secondo la stessa Cei. E allora, come può la Conferenza episcopale italiana pensare che a gestire una fase nuova possano essere gli stessi vescovi che hanno dimostrato per anni di essere incapaci di vigilare e di ammettere i loro errori? La verità è che la Cei andrebbe commissariata, essendo un organismo che riunisce i vescovi italiani e che ha mostrato di muoversi in maniera corporativa. Prova ne è che le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, adottate in pompa magna dalla Cei nel 2012, siano state respinte dallo stesso Vaticano perché fondate sul “tutto va bene madama la marchesa”. L’ultima assemblea generale della Cei del 25 gennaio scorso ne ha dovuto prendere atto ed elaborarne di nuove, ma come diceva san Tommaso “se non vedo non credo”. Sia chiaro, se la Cei vuole davvero cambiare pagina, deve prevedere: – l’obbligo di denuncia alle autorità civili da parte del clero informato di abusi; – meccanismi concreti per portare alla luce i crimini di pedofilia commessi dal clero attraverso i decenni, anche attraverso commissioni indipendenti cui aprire gli archivi; – strumenti di sostegno alle vittime degli abusi. A differenza che negli Usa o in altri Paesi europei, infatti, l’unico vero attivismo delle nostre Diocesi è stato quello degli avvocati che hanno presidiato i tribunali affinché le vittime di abusi non potessero rivalersi su di loro per i risarcimenti danni. Ecco, se la Cei vuole fare davvero chiarezza, tutelando le vittime anziché le sue gerarchie, cominci con il creare un fondo per i minori abusati, ad esempio con una parte del miliardo di euro che ogni anno ottiene in maniera truffaldina dall’8 per mille dell’Irpef degli italiani.

    Il Fatto Quotidiano

  • Belgio: sono 8 i preti accusati di Pedofilia ridotti allo stato laicale. 2+1=4 i conti non tornano…

    Belgio: sono 8 i preti accusati di Pedofilia ridotti allo stato laicale. 2+1=4 i conti non tornano…

    Sono otto i preti belgi ad essere stati ridotti allo stato laicale dal Vaticano negli ultimi anni perché colpevoli di abusi sessuali.

    A confermarlo al Sir è il portavoce della Conferenza episcopale belga, padre Tommy Scholtes, che spiega: «Quando padre Lombardi ha detto che 394 preti erano stati ridotti allo stato laicale da papa Benedetto XVI, i giornalisti mi hanno chiesto in Belgio quanti preti belgi c’erano in questo gruppo. Abbiamo quindi fatto dei calcoli con i vescovi e i superiori religiosi e siamo arrivati ad un calcolo di 7 preti diocesani e un prete religioso per un totale di 8». «Annullando la loro consacrazione sacerdotale – ha quindi spiegato padre Scholtes – sono diventati di nuovo cittadini ordinari». La Chiesa cattolica belga specifica che, comunque, i sacerdoti implicati non occupavano più funzioni all’interno della Chiesa e non percepivano salari. «La notizia – ha aggiunto il portavoce dei vescovi belgi – è stata accolta con soddisfazione sebbene c’è chi fa notare che ce ne sono anche altri e soprattutto si parla dell’ex vescovo di Bruges Roger Vangheluwe che non compare nella lista».

    Dunque la pagina non è ancora del tutto chiusa? «No – risponde padre Scholtes – resta ancora presente nei media e nell’opinione pubblica». Riguardo al caso dell’ex vescovo di Bruges il portavoce ricorda che «per la giustizia belga i fatti sono prescritti». «Gli è stato comunque chiesto di non esercitare più il sacerdozio», ricorda il portavoce. E se la giustizia decidesse di riaprire il dossier, la Chiesa potrebbe allora intervenire come previsto dal Codice di diritto canonico del 1983

    Fonte: Sir
  • Quei padre Murphy d’Italia

    Quei padre Murphy d’Italia

    Federico Tulli, Left 11 del 23 marzo 2013

    «Una vita unicamente dedita alla preghiera e alla penitenza; divieto di qualsiasi contatto con i minori; assidua sorveglianza da parte di responsabili individuati dal vescovo di Verona». È la pena più pesante inflitta ai sacerdoti protagonisti di una delle più agghiaccianti vicende di pedofilia clericale mai emerse in Italia. Il destinatario del «precetto penale» comminato dalla Santa Sede è don Eligio Piccoli, come si legge nella lettera (di cui left è in possesso) inviata il 24 novembre 2012 dal vicario giudiziale, monsignor Giampietro Mazzoni, all’avvocato delle vittime riunite nell’Associazione sordi Provolo.

    Per gli abusi pedofili compiuti nell’Istituto per bambini sordi Provolo di Verona, nel quale era educatore, Piccoli è stato riconosciuto colpevole al termine di una inchiesta indipendente unica in Italia, affidata dalla Santa Sede a un magistrato “civile”, Mario Sannite. Le accuse formulate dai giovani ospiti dell’Istituto sin dalla metà degli anni 80 e inascoltate per quasi 30 anni, riguardano 25 persone tra sacerdoti e fratelli laici. Al termine dei tre anni d’indagine Sannite ha ravvisato elementi di colpevolezza solo per tre di loro: don Piccoli, don Danilo Corradi e frate Lino Gugole. Per Corradi le accuse «non risultano provate», ma «stante il dubbio, la Santa Sede ha formulato nei suoi confronti un’ammonizione canonica, che comporta una stretta vigilanza da parte dei responsabili dei suoi comportamenti».

    Corradi dunque, rimane prete e viene controllato da chi per anni ha ignorato le accuse nei suoi confronti. Ancor più sconcertante, se possibile, il paragrafo relativo al terzo uomo. «Gugole – si legge nel testo – è affetto da una grave forma di alzheimer che lo rende del tutto incapace di intendere e di volere. È ricoverato in una casa di riposo presso l’ospedale di Negrar. Nessun provvedimento, stante la sua condizione, è stato preso nei suoi confronti».

    In realtà sarebbe difficile anche solo recapitargli di persona un telegramma, poiché, come ha raccontato a chi scrive il portavoce dell’associazione, Marco Lodi Rizzini, «Lino Gugole è morto nel 2011, con tanto di necrologi pubblicati sui giornali locali e i gazzettini parrocchiali». Riguardo gli altri accusati la Santa Sede liquida la faccenda affermando che su alcuni di loro si continuerà a indagare mentre per altri non è possibile perché deceduti oppure perché dimessi dall’Istituto. Tra i “prosciolti” c’è l’ex vescovo di Verona, oggi in odor di canonizzazione, Giuseppe Carraro. Il suo accusatore non è stato creduto nonostante la minuziosa descrizione della stanza in cui era costretto a «masturbazioni, sodomizzazioni e rapporti orali».

    La vicenda dei sordi di Verona, anche per le analogie con il caso Murphy, è stata descritta da Gibney nel suo film Mea maxima culpa. Il silenzio nella casa di Dio appena uscito nelle sale italiane. A condurre il regista premio Oscar sulle tracce di questa tipica storia di pedofilia clericale, fatta di omertà, reticenze e disprezzo per delle persone indifese, è stato l’esponente dei Radicali Maurizio Turco, che prima da parlamentare europeo e poi da deputato in Italia è stato uno dei pochissimi politici a puntare il dito contro le responsabilità della Chiesa, in particolare della Conferenza episcopale italiana: «Il caso del Provolo non è isolato.

    Chiediamo al neo papa Francesco di non fare pulizia a occhi chiusi come i suoi predecessori. In Italia sono avvenute cose gravi e diffuse, non singole vicende. L’auspicio è che nel nome della trasparenza Bergoglio obblighi la Cei di Bagnasco a istituire una commissione d’inchiesta indipendente su scala nazionale. Come è già avvenuto in Irlanda, Belgio e Germania».