Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

    “Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

    TRATTO DA http://www.korazym.org di Vik van Brantegem

    Ieri, 19 gennaio 2020 abbiamo letto un’affermazione che – per amore di verità e per dovere di cronaca – non possiamo lasciare inosservato (senza entrare in cose laterali, che meriterebbero una parola, il minimo è osservare che l’autore del docufilm del 2017 non si chiama Boudat, ma Boudot, errore copiato da Domina TV Multilingual, che l’ha copiato da Complicit Clergy).

    Nel suo blog su Libero Quotidiano, sotto il titolo Il documentario sulla tedesca ZDF: papa Francesco ignorò gli abusati e difese il pedofilo. Bergoglio nega, ma “carta canta” Andrea Cionci scrive: «Nel 2018, la tv di stato tedesca ZDF ha mandato in onda uno sconvolgente documentario di Martin Boudat intitolato “Il Codice del Silenzio”, mai arrivato in Italia. Ora, il canale Youtube Domina Tv Multilingual ha provveduto a sottotitolarlo in italiano e ve lo proponiamo in esclusiva. Il video afferma che Bergoglio, da Arcivescovo di Buenos Aires, non solo abbia del tutto ignorato e rifiutato di ricevere sette persone abusate da preti, ma abbia anche promosso – tentando di orientare il giudizio della Corte d’Appello argentina – una potente difesa del prete pedofilo Julio Caesar Grassi, condannato a 15 anni di reclusione per abusi su minori dai 9 ai 17 anni di età. Grassi è tuttora recluso in Argentina. Fino ad oggi, nonostante il documentario e una petizione, Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente».

    Vero è, che Domina Tv Multilingual ha pubblicato (l’8 gennaio 2022) sul proprio canale YouTube (con 388 iscritti) una parte del video nella versione inglese con sottotitoli (per vedere i sottotitoli in italiano, attivare la funzione):

    Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot.
    «Questo segmento afferma che Papa Francesco, in qualità di Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi. Pervertire il corso della giustizia è reato consistente in qualsiasi condotta diretta ad impedire che venga resa giustizia all’autore del reato o ad altra persona. Si tratta di un reato grave che prevede la reclusione fino a 25 anni».

    Ricordiamo che di questa storia abbiamo scritto in modo esaustivo già 10 mesi fa, il 22 marzo 2021 [Si dimette il Vescovo argentino Cuenca Revuelta, complice di abusi. Caso Grassi e caso Zanchetta. Il codice del silenzio del Cardinale Bergoglio. Le presunte bugie e le protezioni di Papa Francesco], offrendo anche il link all’estratto dal docufilm francese di Martin Boudot Abusi Sessuali nella Chiesa: Il Codice del Silenzio, pubblicato il 5 settembre 2018 da Complicit Clergy sul proprio canale YouTube (con 61.500 iscritti):

    Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot.
    «Questo segmento afferma che Papa Francesco, come Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi».

    Inoltre, già 6 mesi prima, il 23 settembre 2018, l’amico e collega Aldo Maria Valli aveva diffuso lo spezzone (sempre da Complicit Clerty) sul suo blog Duc in altum, all’interno di un articolo, che di seguito riportiamo. Valli parte da una lunga inchiesta dedicato al papato di Francesco del settimanale tedesco Der Spiegel, che riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”. Gli inviati di Der Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. Secondo Der Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. “Nel 2006 – riferisce Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.

    Anche se va riconosciuto il merito a Cionci di aver rispolverato il caso, dove sta l’esclusiva non abbiamo capito. Sostanzialmente lo spezzone video che riporta è stato diffuso l’8 gennaio 2022 da Domina Tv Multilingual (15’56”) nella versione inglese con aggiunto di sottotitoli ed è lo stesso di quello diffuso il 5 settembre 2018 da Complicit Clercy (11’56”, escluso l’intervista con Padre Hans Zollner all’inizio, non attinente al quanto segue nello spezzone), sempre nella versione inglese.

    Questo docufilm, rilasciato il 21 marzo 2017 in Francia, diretto da Martin Boudot e prodotto da Premières Lignes Télévision, con la distribuzione mondiale di JAVA Films, nella versione originale (inglese e francese) è lungo 52’ [QUI].

    La presentazione ufficiale
    di Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio
    21 marzo 2017
    Regia di Martin Boudot

    Nonostante la sua diffusa esposizione negli ultimi anni, il flagello della pedofilia nella Chiesa Cattolica Romana continua. La gerarchia della Chiesa è esperta nel mascherare i casi di abuso e nel proteggere i colpevoli attraverso il trasferimento. Sex Abuse in the Church: The Code of Silence esplora questi insabbiamenti sistemici.

    L’indagine conduce i realizzatori attraverso Camerun, Argentina, Italia e Stati Uniti. Scoprono una cospirazione del silenzio e dell’ingiustizia che è pienamente sanzionata da coloro che sono considerati protettori. I membri del clero che sono stati accusati di abusi sessuali su minori vengono troppo spesso trasferiti in altre Chiese in tutto il mondo e il loro accesso ai bambini rimane costante.

    La portata dell’epidemia è chiarita nei primi momenti del film. I realizzatori partecipano a un incontro annuale di vittime di abusi chiamato SNAP-Survivors Network of those Abused by Priests(Rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati abusati dai sacerdoti). Lì incontrano molte centinaia di adulti che convergono nell’attivismo contro le strutture che da giovani permettevano i loro abusi. I partecipanti viaggiano da luoghi come il Cile, le Filippine e la Germania.

    In Francia, la troupe del documentario rintraccia un prete accusato, ricercato dalle forze dell’ordine canadesi da quasi due decenni. È uno degli innumerevoli sacerdoti che sono stati protetti dalla Chiesa e nascosti dalla giustizia per i loro crimini.

    La cospirazione porta al vertice della struttura del potere all’interno della Chiesa. L’indagine coinvolge Papa Francesco esponendo il ruolo cruciale che ha svolto nella protezione di un molestatore sessuale duranti il suo ministero come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires.

    Il docufilm presenta anche interviste con informatori la cui lealtà alla Chiesa è stata corrosa dallo scoppio di questi scandali di abusi sessuali e funzionari che sono stati assegnati a commissioni progettate per frenare gli episodi di abusi nella Chiesa.

    Generazioni di vittime si sono fatte avanti per descrivere i loro anni di abusi e traumi persistenti per mano di sacerdoti che conoscevano e di cui si fidavano. La speranza era che la Chiesa Cattolica Romana imponesse una serie di norme che mettessero effettivamente fine a questi orrori. Il docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio dimostra che c’è ancora molta strada da fare.

    Trailer del docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio (2’ 19“).

    Abbiamo pubblicato nostro articolo sul caso il 22 marzo 2021, due giorni dopo che la Sala Stampa della Santa Sede aveva reso noto che Papa Francesco aveva accettato la rinuncia del Vescovo di Alto Valle del Río Negro in Argentina, Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta, il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa (condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore) e che ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, condannato per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori, sostenendo che era innocente.

    Riportiamo di seguito quanto abbiamo scritto il 22 marzo 2021 sul caso Cuenca-Bergliaffa-Grassi (con una nota sul caso Zanchetta) e sul documentario Sex Abuse in the Church: The Code of Silence (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) prodotto da Martin Boudot nel 2017 e diffuso nel 2018 (i link contenuto nell’articolo si trovano nell’originale [QUI]).

    * * *

    Estratto da Si dimette il Vescovo argentino Cuenca Revuelta, complice di abusi. Caso Grassi e caso Zanchetta. Il codice del silenzio del Cardinale Bergoglio. Le presunte bugie e le protezioni di Papa Francesco – 22 marzo 2021

    Poi, il 20 marzo 2021 è arrivata la notizia dall’Argentina, comunicata dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 170: “Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Alto Valle del Río Negro (Argentina), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta”. Nel 2020, a causa del levarsi delle proteste all’interno della Diocesi di Alto Valle del Rio Negro, in Argentina, il Vaticano aveva deciso una visita apostolica per verificare i fatti. L’esito di quella ispezione è arrivato il 20 marzo 2021.

    Mons. Cuenca è il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa, condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore.

    Mons. Cuenca ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, sostenendo che era innocente, un giorno dopo che una sentenza della Corte suprema di Buenos Aires ha ratificato la sua condanna per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori.

    Mons. Cuenca ha rifiutato di dare la benedizione alla famiglia di Lucas Muñoz, l’ufficiale di 29 anni assassinato a Bariloche a metà del 2016, la cui morte ha portato alla decapitazione del vertice della polizia locale a causa del forte sospetto della sua partecipazione al fatto. La denuncia della morte violenta di Muñoz ha portato alla luce un patto di silenzio e una catena di insabbiamenti, conferma il giudice Marcelo Barrutia.

    Il salesiano Julio César Grassi (Lomas de Zamora, 14 agosto 1956), fondatore della Fondazione Felices los Niños, che gestisce case per bambini adottivi e mense per i poveri, è stato condannato dalla giustizia argentina il 10 giugno 2009 a 15 anni di carcere, per abusi sessuali aggravati su minori e corruzione di minori.

    Era noto per essere un prete dei media che appariva spesso in programmi televisivi per raccogliere fondi per la Fondazione. Il primo caso per abuso sessuale è stato presentato nel 1991 presso il Tribunale per i minorenni di Mercedes, ma solo dopo 22 anni, dopo molti andirivieni con Grassi libero, l’accusa ha disposto la sua reclusione. Minacce, intimidazioni, percosse e attacchi fisici e verbali sia contro i querelanti che contro i testimoni erano una costante in questo caso. Quattro anni dopo la sua condanna, quando finalmente è stato carcerato, la Diocesi di Morón ha dichiarato che stava per iniziare un processo canonico. sebbene sembra che nulla di tutto ciò sia accaduto finora.

    Inoltre, Grassi è stato condannato ad altri due anni di reclusione per il delitto di appropriazione indebita di fondi della Fondazione e per deviazione di donazioni a proprio vantaggio. Nel luglio 2014 il Direttore delle case della Fondazione Felices los Niños, Juan Manuel Casolati, lo ha denunciato alla Procura di Morón, per il furto del cibo dei bambini e le donazioni della Fondazione, che gli venivano inviate settimanalmente. Invece di andare alla Fondazione Grassi si permetteva una vita di “lusso”, mentre i bambini ne avevano un disperato bisogno.

    Grassi fu messo agli arresti domiciliari il 7 marzo 2012 e ha riacquistato la sua libertà il 31 maggio successivo. Infine, la giustizia argentina ha ordinato la sua detenzione definitiva in settembre 2013. Da allora, sta scontando la pena nel padiglione 6 dell’Unità Penitenziaria N. 41 a Campana, in provincia di Buenos Aires. Un tribunale penale ha stabilito che il profilo DNA di Grassi fosse incorporato nel Registro nazionale dei dati genetici legato ai reati di natura sessuale. Il registro, che dipende dal Ministero della Giustizia Nazionale, è stato creato nel luglio 2013 e incorpora tutti i dati personali di persone condannate per reati sessuali.

    Il 21 marzo 2017 la Corte Suprema della Repubblica Argentina, all’unanimità, ha respinto i ricorsi presentati dalla difesa e ha confermato la sentenza che aveva condannato Grassi a 15 anni di reclusione “per abusi sessuali aggravati dall’essere sacerdote, incaricato dell’educazione e della cura del vittima minore, ha ribadito, due fatti, in reale concorrenza tra loro, che a loro volta concorrono formalmente alla corruzione aggravata dei minori”.

    Papa Francesco è stato accusato in un documentario francese del 2017 di aver ignorato e coperto gli abusi sacerdotali mentre era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires. Il docufilm sostiene questa e altre tesi, come il fatto che Papa Francesco abbia provato (senza successo) a difendere il prete pedofilo Grassi, che è stato poi condannato con la sentenza emessa nel 2009 in primo grado, confermata in secondo grado dalla Cassazione, e poi anche in terzo grado dalla Corte Suprema nel 2017. Un segmento di questo documentario – Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio – indaga sull’affermazione di Bergoglio, che gli abusi sessuali non sono mai avvenuti nella sua arcidiocesi.

    Il giornalista investigativo Martin Boudot si è recato a Buenos Aires per scoprire se il Papa diceva la verità. Contraddicendo l’affermazione del Papa, un gruppo di vittime ha affermato di aver subito abusi sessuali mentre il Cardinale Bergoglio, ora Papa Francesco, era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires e hanno detto a Boudot che le loro grida di giustizia erano state ignorate. “Riguardo ai preti pedofili, nel suo libro Papa Francesco dice che non ci sono stati casi nella sua diocesi”, ha detto Boudot, suscitando risate derisorie dal gruppo. “Vuole che la gente lo creda, ma è una bugia”, ha detto una delle vittime. Hanno detto che tutti hanno cercato di contattare l’Arcivescovo dopo aver subito abusi, ma le loro grida sono cadute nel vuoto. “Ha ricevuto tutte le celebrità, come Leonardo DiCaprio”, ha detto una delle donne. “E per noi, nemmeno una breve lettera per dire che era dispiaciuto”.

    Ancora peggio, Bergoglio ha cercato di influenzare il sistema giudiziario argentino nel tentativo di proteggere Julio Grassi.

    Il documentario diretto da Martin Boudot nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia. Il lavoro di Boudot si concentra sui molti preti accusati di abusi su minori coperti da una cappa di compiacenza e silenzio all’interno delle diocesi: invece che essere sospesi o radiati, spesso i vescovi decidevano di trasferirli, per evitar loro di poter essere incriminati. La seconda parte del docufilm è tutta concentrata sulla figura del Cardinale Jorge Maria Bergoglio.

    Boudot parte da una frase contenuta nel libro Il cielo e la terra, scritto a quattro mani dal futuro Papa con il Rabbino Abraham Skorka. Nel volume Bergoglio afferma che nella sua diocesi non c’erano preti pedofili (citazione che si trova a pagina 50 della versione inglese). “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”. E a un vescovo che si era trovato a dover gestire un prete pedofilo, Bergoglio avrebbe consigliato di “non permettergli di esercitare il ministero”.

    Peccato che, una volta diventato Papa, secondo il documentario, Bergoglio avrebbe ignorato proprio quel suo consiglio. Come nel caso di Don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, condannato per abusi, rimosso da Papa Benedetto XVI e che dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto Papa Francesco.

    Ma Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua Arcidiocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio della Fondazione Felices los Niños, che dirigeva. Almeno sei delle vittime di Grassi, che ora sta scontando una pena di 15 anni, si sarebbero rivolte al futuro Papa Francesco, che non avrebbe mai risposto alle loro richieste d’aiuto.

    Ma nel documentario c’è un’accusa ancora più pesante: qualcuno infatti sostiene che Bergoglio abbia provato a deviare il corso della giustizia. “La Chiesa argentina ha fatto tutto quello che era in suo potere per scagionarlo”. Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime, la Conferenza Episcopale Argentina nel 2010 ha commissionato uno studio a un professore di diritto penale. L’inchiesta – un dossier in 4 volumi e 2.000 pagine – concludeva che Grassi era innocente, che le sue vittime mentirono e che il caso non avrebbe dovuto andare a processo.

    Come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires, il Cardinale Bergoglio non aveva alcuna responsabilità diretta per Grassi, perché era sotto giurisdizione del Vescovo di Morón. Ma il Cardinale Bergoglio era Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, che aveva commissionato lo studio, e ha spedito il dossier ai giudici subito prima degli interrogatori di Grassi. Carlos Mahiques, oggi giudice della Corte Suprema, che ha trovato il dossier sulla sua scrivania: “Hanno provato a esercitare una sottile forma di pressione sui giudici”.

    Nel 2006, il futuro Papa è stato citato dalla rivista argentina Veintitres nell’affermare che le accuse contro Grassi erano “cattiveria contro di lui, una condanna da parte dei media”. Nonostante la sentenza del tribunale civile, non si ha notizia che Grassi sia stato dimesso dallo stato clericale.

    Un’altra delle vittime che parla con Boudot lascia intendere che Grassi aveva la protezione dell’Arcivescovo metropolita di Buenos Aires: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.

    Lo staff di Boudot ha provato per 8 mesi a ottenere un’intervista con il Pontefice. Senza risultato. Poi, si sono presentati anche in piazza San Pietro durante un’Udienza generale. Nel filmato si vede il Pontefice regnante che risponde a una domanda precisa sul caso Grassi e nega di aver mai commissionato una contro-inchiesta sul caso. Élise Lucet, giornalista d’inchiesta per Cash Investigation domanda: “Santità, durante il caso Grassi lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il Pontefice si è fermato, e si è fatto ripetere la domanda. Poi ha risposto: “No”. La giornalista incalza: “Allora perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. Al che Papa Francesco, con un gesto eloquente della mano, ha replicato: “Non l’ho mai fatto”, e si è allontanato. Questo è tutto. Il Papa, né la Santa Sede hanno mai commentato sul caso Grassi.

    Mentre il summit di Papa Francesco sugli abusi sessuali in febbraio 2019 era in corso nella Città del Vaticano, in Argentina continuavano a svilupparsi due casi di cattiva condotta sessuale da parte di sacerdoti a lui vicini: il caso del salesiano Julio César Grassi (di cui abbiamo riferito già) e il caso del Vescovo Gustavo Óscar Zanchetta.

    Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Gustavo Óscar Zanchetta, Vescovo emerito di Orán, abita alla Domus Sanctae Marthae. Tutte le mattine si reca a piedi al Palazzo Apostolico e sempre a piedi fa rientro alla Domus per l’ora del pranzo. Zanchetta cammina a testa alta sotto la luce del sole, come per altro abbiamo già scritto in passato, il 21 novembre 2020: «Il “Mastro Titta dei giorni nostri” – non si serve più d’er boia, opera in proprio – esegue processi sommari, dove la presunzione d’innocenza esiste solo per tipi come il suo amico Gustavo Zanchetta, già condannato in Argentina, ma libero in Vaticano di mostrare il suo bel faccione sorridente ogni giorno dalla Domus Sanctae Marthae fino al Palazzo Apostolico andata e ritorno, come nulla fosse, esponendo alla luce del sole una croce pettorale da vescovo che tutti i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano possono ammirare, come la sua faccia di bronzo (per rimanere signorili) sorridente».

    I silenzi di Francesco
    di Aldo Maria Valli
    Duc in altum, 23 settembre 2018

    In Vaticano “regna un clima di paura e di incertezza”. “Francesco è molto bravo nel mettere in moto le cose, ma alla fine ci sono solo oscillazioni”. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una sua parola”.

    Voci uscite dal Vaticano. Voci anonime. Sappiamo solo che tra esse c’è anche quella di un cardinale. Il giornale che le pubblica è il tedesco Der Spiegel, che dedica al papato di Francesco una lunga inchiesta.

    Dunque, stando a queste testimonianze, in Vaticano il clima sarebbe di paura ma anche di incertezza. Paura perché chi è critico si sente sotto controllo, non libero di esprimere le proprie valutazioni. Incertezza perché spesso, come nel caso della comunione per i coniugi protestanti dei cattolici (questione molto avvertita in Germania), non c’è una linea chiara.

    Il quadro che emerge dall’inchiesta contrasta con l’immagine pubblica del papa argentino e del suo pontificato. A dispetto delle richieste, più volte avanzate da Francesco, di parresia, ossia di libertà e coraggio nell’esprimere le proprie idee, anche in contrasto con quelle del papa, nei sacri palazzi dominerebbe non la trasparenza, ma il sospetto. Il giornale riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della commissione vaticana per la tutela dei minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”.
    Der Spiegel non è certamente noto per la pacatezza dei suoi giudizi. Tempo fa, per esempio, l’ambasciata d’Italia in Germania fu costretta a protestare per un articolo nel quale il giornale tedesco lanciava un durissimo attacco al nuovo governo italiano (“promette agli italiani il paradiso in terra ma vuol far pagare il conto ai vicini”, l’Italia è un “paese di scrocconi”), tuttavia i risultati dell’inchiesta coincidono con le valutazioni che, sia pure a mezza bocca e sempre dietro rigoroso anonimato, arrivano sempre più spesso dai sacri palazzi.

    Uno dei problemi di maggiore portata, riferisce il giornale, è il silenzio dietro al quale il papa si trincera davanti a questioni che non possono essere ignorate. Ha taciuto di fronte alle critiche mosse dai quattro cardinali con i dubia, ha taciuto di fronte al memoriale dell’arcivescovo Viganò, ha taciuto di fronte alla petizione di migliaia di donne cattoliche che gli hanno scritto chiedendogli di rispondere chiaramente alle osservazioni dell’ex nunzio negli Usa. “Il papa – si chiede dunque il giornale – è ancora padrone della situazione?”.

    Gli inviati dello Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. L’abuso avvenne in una tenda, durante un campeggio di bambini, approfittando del sacramento della confessione.

    Julieta, originaria di La Plata, non lontano da Buenos Aires, solo in seguito ha scoperto che padre Giménez era già stato trasferito a causa di precedenti accuse di abuso su minori.

    Nel 2013, qualche mese dopo l’elezione di Bergoglio, Julieta e altre tredici vittime di padre Giménez decisero di scrivere una lettera al papa. Descrivevano i fatti, spiegavano quanto forte fosse ancora la loro sofferenza, raccontavano che alcuni soffrivano di depressione (fino al tentato suicidio) e che altri erano caduti nella tossicodipendenza, mentre il prete abusatore continuava a celebrare la messa ed a stare a contatto con bambini e giovani.

    La lettera fu inviata a Francesco, per posta raccomandata, nel dicembre 2013. Tre settimane dopo, racconta Julieta, dall’Italia arrivò un avviso di ricevimento, ma dal papa solo silenzio. “Non abbiamo saputo più nulla”. E don Giménez nel frattempo è stato ancora trasferito: ora presta servizio in una casa di cura per anziani.

    Secondo lo Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. Julieta Añazco e altre vittime ora chiedono che contro i loro violentatori si arrivi a un processo da parte delle autorità argentine. Ben sessantadue, riferisce il giornale, sarebbero i processi di questo tipo in corso nel paese sudamericano.

    Tuttavia, dice Julieta, “la situazione per noi resta difficile, perché nessuno ci crede; vorremmo raggiungere il papa, ma non è interessato a noi”.

    Un altro testimone che parla senza rifugiarsi dietro l’anonimato è Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi, il quale arriva addirittura a sostenere che “Francesco è ora in esilio a Roma: lì, per così dire, ha trovato rifugio”.

    Particolarmente scottante è la vicenda di padre Julio César Grassi, arrestato e chiuso in carcere per aver abusato di ragazzi nella fascia di età compresa tra undici e diciassette anni. Secondo Gallego, Bergoglio fu il confessore di Grassi e ordinò a uno studio legale un corposo rapporto, di 2.600 pagine, per difendere Grassi dalle accuse.

    “Nel 2006 – riferisce Gallego – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.

    Di recente, all’interno di un documentario intitolato Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio si vede una giornalista che, all’inizio di un’udienza in piazza San Pietro, pone al papa, a gran voce e in spagnolo, una domanda specifica sul caso Grassi: “Santità, circa il caso Grassi, lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il papa, che in un primo tempo sembra non cogliere la domanda, a un certo punto si ferma e guarda la giornalista con l’aria di chi non ha capito bene. Allora l’inviata ripete la domanda in modo ancora più chiaro, scandendo le parole, al che il papa, scuotendo la testa, e con un’espressione che è un misto di stupore e disprezzo, risponde: “Nada”. La giornalista tuttavia non demorde e chiede: “Perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. E il papa, di nuovo, accompagnando le parole con un gesto della mano, risponde: “Non l’ho mai fatto”.

    Nel documentario, realizzato dal giornalista Martin Boudot, si ricorda che Bergoglio nel libro Il cielo e la terra, scritto dal futuro papa con il rabbino Abraham Skorka, a proposito di abusi sessuali commessi da preti dice: “Non è mai accaduto nella mia diocesi” (siamo a pagina 55 dell’edizione italiana, Mondadori), ma le testimonianze raccolte da Boudot vanno in senso contrario a questa affermazione.

    Circa il caso Grassi, risulta che effettivamente nel 2010 la Conferenza episcopale argentina commissionò una contro-inchiesta tesa a screditare le vittime, accusate di “falsità, menzogne, inganno e invenzione”. Scopo del documento era ribaltare il giudizio del tribunale di primo grado, che aveva condannato il prete a quindici anni di carcere. “Una sottile pressione sui giudici” la definì uno dei giudici della commissione d’appello.

    Avvicinato da Boudot, un giovane, una delle vittime di Grassi, ha raccontato della sua paura di ritorsioni. Ha detto di aver ricevuto minacce e che qualcuno è entrato in casa sua per rubare materiale relativo al processo: “Alla fine il tribunale mi ha inserito in un programma di protezione dei testimoni. Non dimenticherò mai quello che padre Grassi continuava a ripetere durante il processo: Bergoglio, diceva, non ha mai lasciato la mia mano”.

    Boudot ha chiesto di poter intervistare il pontefice, ma gli è stato negato.

    “Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

  • “Quasi il 5 per cento dei preti è abusatore”

    “Quasi il 5 per cento dei preti è abusatore”

    “Siamo sotto choc per il report sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga“. Tali inchieste “servono, e ne occorrerebbe una anche in Italia”. Ma “ormai il fenomeno è chiaro: nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa”. A dirlo alla Stampa è il gesuita tedesco padre Hans Zollner, teologo e psicologo, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui papa Francesco ha affidato la prevenzione della piaga degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa.

    “Il numero di preti abusatori si aggira tra il 3 e il 5%”

    Zollner fa riferimento allo scandalo tedesco. Almeno 497 persone avrebbero subito danni nell’ambito di abusi pedofili nell’arcidiocesi di Monaco, secondo un rapporto shock sul fenomeno e sul suo occultamento fra il 1945 e il 2019. Per lo più giovani vittime di sesso maschile, il 60% in età 8-14 anni. Coinvolti come presunti artefici almeno in 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone di ambito scolastico.

    La Chiesa “sta lavorando molto nell’ambito della prevenzione”, assicura il gesuita. E poi: “Indagini condotte in modo oggettivo e pubblicate servono assolutamente. E servirebbe anche in Italia, certo, così si guarderebbe in faccia la realtà e non si continuerebbe a negare qualcosa che viene continuamente smentito, e cioè che in Italia non ci sono abusi sessuali nella Chiesa. Anche se in generale paradossalmente ormai tutto è chiaro dal punto di vista della diffusione del fenomeno: nel mondo il numero di preti abusatori si aggira tra il 3 e il 5% in ogni regione. Dopo l’uscita di queste inchieste bisognerebbe innanzitutto avviare un’opera di ascolto delle vittime. E poi, modificare i rapporti di potere nella Chiesa”, dice Zollner.

    Pedofilia a Monaco, Ratzinger respinge le accuse su eventuali errori

    Nel rapporto bavarese, che sta facendo il giro del mondo in questi giorni, il Papa emerito Josef Ratzinger è accusato di comportamenti erronei in 4 casi (era arcivescovo all’epoca). Il Papa emerito ha affermato di non aver commesso errori di comportamento per tutti i 4 casi indicati nel rapporto. Ratzinger ha rilasciato una dichiarazione scritta, allegata al rapporto. I legali del rapporto di Monaco sulla pedofilia nell’arcidiocesi ritengono “poco credibile” la smentita del papa emerito, che ha sostenuto di non essere presente ad una seduta importante nel 1980, nella quale si decise di prendere un prete pedofilo nell’arcivescovado di Monaco e impiegarlo nella cura delle anime: così Ulrich Wastl a Monaco presentando il rapporto.

    “La Santa Sede ritiene di dover dare la giusta attenzione al documento, di cui al momento non conosce il contenuto – ha detto ai giornalisti il portavoce vaticano Matteo Bruni, interpellato sul rapporto sugli abusi a Monaco e Frisinga -. Nei prossimi giorni, a seguito della sua pubblicazione, ne prenderà visione e potrà opportunamente esaminarne i dettagli. Nel reiterare il senso di vergogna e il rimorso per gli abusi sui minori commessi da chierici, la Santa Sede assicura vicinanza a tutte le vittime e conferma la strada intrapresa per tutelare i più piccoli garantendo loro ambienti sicuri”.

    “Benedetto XVI fino ad oggi pomeriggio (ieri, ndr) non ha conosciuto il rapporto dello Studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl, che ha più di 1.000 pagine. Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo. Il Papa emerito, come ha già più volte ripetuto durante gli anni del suo pontificato, esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime, alcune delle quali ha incontrato in occasione dei suoi viaggi apostolici”, ha dichiarato mons. Georg Gaenswein, segretario particolare del Papa emerito Benedetto XVI.

    “Sono scosso e mortificato”. È quello che ha detto il cardinale Reinhard Marx in una nota, dopo la pubblicazione del rapporto. Un rapporto che lo vede accusato di errori di comportamento in due casi del 2008. “Come ho sempre detto come arcivescovo della diocesi mi sento corresponsabile per l’istituzione della chiesa. E come arcivescovo in carica, in nome dell’arcidiocesi, chiedo scusa per la sofferenza che le persone hanno subito nell’ambito della chiesa negli scorsi decenni”, ha aggiunto. “La crisi degli abusi è e resta una profonda scossa per la Chiesa”.

    https://www.today.it/cronaca/preti-abusatori-5-per-cento.html

  • Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

    Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

    di Franca Giansoldati

    CITTÀ DEL VATICANO – «In Vaticano continuano a dire bugie. Mi rincresce ripeterlo ma sono testimone del fatto che l’allora cardinale Ratzinger conosceva benissimo quello che a noi vittime di padre Maciel Marcial Degollado era accaduto già negli anni Novanta. Così come Giovanni Paolo II e i suoi collaboratori a cominciare dall’allora segretario di Stato, cardinale Sodano. Le regole che applicava allora la Chiesa erano di spostare, coprire, insabbiare i pedofili. Delle vittime importava poco. Nel 1998 ho fatto avere alla Congregazione della Fede, allora guidata proprio da Ratzinger, un pacco di documenti, compreso prove registrate da un notaio. Insomma certificazioni. Le carte pesavano un chilo e mezzo, ancora me lo ricordo, perché per spedirle dal Messico le dovetti pesare. Posso provare quello che dico. E sempre nel 1998 parlammo con l’allora numero 3 della Congregazione implorando l’apertura di processo canonico (che non fu mai aperto)».

    José Barba-Martin parla da Città del Messico, oggi ha 82 anni, è un ex professore che ha insegnato ad Harvard. E’ stato un ex seminarista violentato per anni da padre Maciel, potentissimo fondatore dei Legionari di Cristo. «Era il Male assoluto quell’uomo». Documentare decenni di abusi sessuali e psicologici non è stato facile, né per lui, né per gli altri ex legionari che scoperchiarono la vita criminale del capo di uno degli ordini religiosi più potenti, amico personale di Wojtyla al quale mandava fiumi di denaro per la Polonia. Un violentatore seriale che non risparmiò nemmeno i figli avuti da una donna messicana alla quale fece credere di essere un agente della Cia sotto copertura. In Vaticano ebbe ottime coperture a suon di dollari.

    PRASSI
    Josè Barba Martin ripercorre gli ultimi fatti mettendo in evidenza che solo nel 2005 il cardinale Ratzinger fece fare una indagine. «C’era un evidente tappo più in alto. Giovanni Paolo II non volle fare nulla. Conservo ancora la ricevuta postale del 2002 relativa ad un plico di documenti consegnati al cardinale Stanislaw Dziwisz, nel Palazzo Apostolico. Altri documenti furono inoltrati dalla nostra avvocatessa. Sentire che l’allora Papa Giovanni Paolo II non ha mai saputo nulla, così come non sapeva nulla Ratzinger di quello che accadeva attorno lo ritengo una offesa assai dolorosa».

    Davanti ai casi di pedofilia la Chiesa in passato preferiva guardare altrove calpestando le vittime. Vi è una lettera inviata nel 1982 da un vescovo americano, John Cummins, alla Congregazione della fede, per denunciare un prete della sua diocesi che aveva commesso abusi e che, di conseguenza, andava rimosso. Cummins ricevette una risposta solo tre anni dopo, il 6 novembre 1985. Portava la firma dell’allora Prefetto Ratzinger che lo informava che il tribunale non riteneva di rimuovere il prete nonostante gli argomenti presentati, che si riteneva necessario considerare il bene della Chiesa Universale, che occorreva più tempo per valutare. La lettera terminava con questa frase: «Nel frattempo l’eccellenza vostra non dovrà mancare di fornire al denunciante la maggior cura paterna possibile e spiegare allo stesso la logica di questo tribunale, che è abituato a procedere tenendo in considerazione il bene comune». La logica era chiara: prima si doveva proteggere l’istituzione. «Le vittime come me erano dei fantasmi».

    SANTITÀ
    Il caso mostruoso di Maciel ciclicamente affiora e ancora oggi è soggetto ad una sorta di cortina fumogena poiché tira in ballo Wojtyla, nel frattempo proclamato santo da Papa Francesco forse troppo in fretta. Maciel fu punito ma in modo molto soft solo da Papa Benedetto XVI nel 2006. Visto che era ottantenne e malato non venne mai dimesso dallo stato clericale. Fu solo invitato a ritirarsi a vita privata e non fare celebrazioni in pubblico. Nel 2008 è morto in una clinica in Florida circondato da alcuni sacerdoti, dalla seconda moglie Norma e dalla figlia Normita. Il suo curriculum resta spaventosamente nero, una macchia notevole per la Chiesa. «Una sessantina di vittime accertate, tra cui io e gli altri miei compagni con i quali intraprendemmo questa dolorosa operazione verità negli anni Novanta».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_pedofilia_chiesa_ratzinger_sapeva_jose_barba_martin_messico_news_cosa_e_successo-6455022.html

  • Germania, Zanardi (Rete l’Abuso): “Avviare inchiesta su abusi anche in Italia”

    Germania, Zanardi (Rete l’Abuso): “Avviare inchiesta su abusi anche in Italia”

    In 15 anni sono 160 i sacerdoti condannati in via definitiva in Italia per pedofilia. “Ed è solo la punta dell’iceberg del fenomeno, le vicende emerse. Una nostra mappa segnala anche i casi attualmente in attesa di giudizio, quelli indagati all’estero e nascosti in Italia. La cifra quindi si amplia: in tutto sono circa 320. Ma pur tenendo conto solo del numero dei 160 condannati, e se pensiamo che con il caso Spotlight in 50 anni sono saltati fuori una settantina di preti pedofili, allora ci si può rendere conto della portata del fenomeno nel nostro Paese”. Così Francesco Zanardi, fondatore e presidente della ‘Rete l’Abuso’, l’associazione italiana vittime di preti pedofili, all’indomani del dossier sugli abusi commessi dal clero in Germania. Un’inchiesta, spiega all’Adnkronos, che non lo sorprende più di tanto.

    “Benedetto XVI è accusato, quando era arcivescovo di Monaco, di non aver agito su 4 casi di pedofilia? Non mi stupisce. In Italia abbiamo decine di casi gestiti allo stesso modo. Come associazione abbiamo documenti non della Procura ma dei vescovi sui nostri assistiti. Io, da vittima, posso dire che tutto ciò non è uno choc, solo una conferma. E’ il modus operandi in tutto il pianeta”, dice Zanardi che ricorda le accuse mosse dall’avvocato Daniel Shea, difensore di 3 vittime della pedofilia dei religiosi di Galveston Houston (Usa), contro lo stesso Ratzinger su presunte coperture dei sacerdoti rei di abusi sessuali su minori.

    “Un’inchiesta nel nostro Paese andrebbe certamente avviata – sottolinea Zanardi -, a tal proposito voglio ricordare che abbiamo costituito un Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia, #ItalyChurchToo, principalmente con le vittime, ma non solo. Sarà presentato al pubblico il prossimo 15 febbraio in diretta sui social delle associazioni aderenti. Presenteremo richieste al presidente della Cei visto che Papa Francesco sembra essere d’accordo con una commissione d’inchiesta”.

    “La pedofilia all’interno della Chiesa cattolica è un problema complesso, di doppia gestione: da una parte lo Stato italiano, dall’altra la Chiesa che ultimamente, riconosco, passi avanti ne ha fatti. Mentre lo Stato da più di dieci anni fa scena muta. Il Papa può fare anche la sua parte ma non ha autorità in Italia, è lo Stato che deve muoversi”, conclude Zanardi.

    https://www.adnkronos.com/germania-zanardi-rete-labuso-avviare-inchiesta-su-abusi-anche-in-italia_j4mdTWVmEVkkM62NZYLdu?refresh_ce

  • Preti pedofili, la Chiesa tedesca nella bufera. Ratzinger sotto accusa

    Preti pedofili, la Chiesa tedesca nella bufera. Ratzinger sotto accusa

    Un nuovo rapporto sugli abusi sessuali commessi dal clero nell’arcidiocesi di Monaco di Baviera, reso noto ieri, mette direttamente sotto accusa il papa emerito Benedetto XVI: secondo l’indagine, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco, avrebbe coperto quattro preti pedofili, consentendo loro di continuare a esercitare il ministero, nonostante fosse a conoscenza delle loro colpe.

    DALLA CITTÀ DEL VATICANO, dove risiede dopo le dimissioni da pontefice, Ratzinger respinge «rigorosamente» ogni responsabilità, attraverso una dichiarazione inviata agli estensori del rapporto, i quali però la ritengono «non credibile». «Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo», spiega monsignor Georg Gänswein, segretario particolare di Ratzinger, e aggiunge: «Il papa emerito, come ha già più volte ripetuto durante gli anni del suo pontificato, esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime». La Santa sede per ora tace e, tramite il direttore della sala stampa vaticana, Matteo Bruni, fa sapere che verrà data «la giusta attenzione al documento di cui al momento non conosce il contenuto. Nei prossimi giorni ne prenderà visione e potrà opportunamente esaminarne i dettagli». Anche la Chiesa tedesca resta in silenzio, parlerà la prossima settimana.

    AL DI LÀ DEL COINVOLGIMENTO di Ratzinger, il quadro che emerge dal rapporto commissionato due anni fa dalla stessa arcidiocesi di Monaco-Frisinga e realizzato dallo studio legale Westphal Spilker Wastl, visionando documenti finora riservati e interpellando vittime e testimoni, è tragico. Un «bilancio dell’orrore», lo definiscono gli avvocati che hanno presentato l’inchiesta, un volume di 1.900 pagine. Sono 497 le persone che, fra il 1945 e il 2019, hanno subito abusi e violenze sessuali all’interno della diocesi. Si tratta in maggioranza di giovani maschi, ma ci sono anche molte donne. Le vittime sono per lo più minorenni, il 60% dei quali di età compresa fra gli otto e i quattordici anni. Tuttavia secondo l’avvocata Marion Westphal i numeri sarebbero molto più alti. I responsabili individuati sono 235: 173 preti, 9 diaconi, 5 incaricati pastorali e 48 impiegati nel settore scolastico (insegnanti, educatori, personale vario). Molti di loro, denuncia Westphal, hanno proseguito a esercitare il loro ministero e i loro incarichi anche se riconosciuti colpevoli: «C’è stato un insabbiamento sistematico per tutelare l’istituzione ecclesiastica». Risulta coinvolto anche l’attuale arcivescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx, accusato dal rapporto di aver coperto due casi di preti pedofili. Marx a maggio scorso aveva presentato le proprie dimissioni a papa Francesco, denunciano la «responsabilità della Chiesa per la catastrofe dell’abuso sessuale», ma Bergoglio le aveva respinte.

    RATZINGER, ARCIVESCOVO di Monaco-Frisinga fra il 1977 e il 1982, prima di essere chiamato a Roma da papa Wojtyla a guidare la Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) e poi di essere eletto egli stesso pontefice (2005-2013), è accusato di «cattiva condotta» in quattro casi, cioè di non aver intrapreso nessuna azione nei confronti di preti pedofili di cui conosceva i comportamenti. Martin Pusch, uno degli avvocati dello studio legale che ha realizzato il rapporto, spiega che a due preti, pur essendo stati sanzionati penalmente, Ratzinger ha permesso di continuare a esercitare il ministero, senza nessun provvedimento canonico nei loro confronti. Un altro caso riguarda don Peter Hullermann, che aveva già commesso abusi su minori nella diocesi di Essen e poi è stato trasferito a Monaco di Baviera nel 1980 – ma Ratzinger ha negato di essere stato presente all’incontro in cui si è deciso questo trasferimento in quella che allora la sua diocesi –, dove ha compiuto altri abusi (ed è stato poi condannato penalmente nel 1986). Infine un quarto caso di un prete condannato da un tribunale non tedesco e poi accolto a Monaco, sempre nel periodo in cui l’ex papa era arcivescovo della diocesi.

    «IL PAPA EMERITO Benedetto XVI ha negato qualsiasi illecito da parte sua», dice Pusch. Ratzinger ha sostenuto di «non essere a conoscenza dei fatti» e «che non vi erano elementi rilevanti ai sensi del diritto canonico e penale». Ma, conclude l’avvocato, queste affermazioni di mancanza di conoscenza sembrano «difficili da conciliare» con quanto emerso dai documenti.

    https://ilmanifesto.it/preti-pedofili-la-chiesa-tedesca-nella-bufera-ratzinger-sotto-accusa/

  • Dal caso Spotlight fino al coinvolgimento di Ratzinger: ecco come gli scandali dei cardinali hanno svelato la pedofilia nella Chiesa, riscrivendone la storia recente

    Dal caso Spotlight fino al coinvolgimento di Ratzinger: ecco come gli scandali dei cardinali hanno svelato la pedofilia nella Chiesa, riscrivendone la storia recente

    Appelli, riforme e nuove leggi, ma a che punto è la Chiesa cattolica nel contrasto della pedofilia del suo clero? La domanda diventa sempre più pressante dopo la pubblicazione dei rapporti sugli abusi sessuali sui minori commessi dai preti in Francia e Germania. Cifre spaventose che hanno scalfito perfino Benedetto XVI, accusato di quattro casi di negligenza quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga, dal 1977 al 1981. Proprio sulla scrivania di Ratzinger, chiamato dopo il breve episcopato bavarese da san Giovanni Paolo II in Vaticano come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sono arrivati per decenni i dossier mondiali della pedofilia. Una pentola difficilissima, se non impossibile da scoperchiare durante gli anni del pontificato wojtyliano, nonostante la storica denuncia di Ratzinger sulla “sporcizia nella Chiesa” riferita proprio alla piaga degli abusi. Divenuto Papa, il tappo che per decenni ha insabbiato migliaia di questi crimini è saltato, con il rischio di minare per sempre l’immagine del cattolicesimo mondiale.

    Law – A dire il vero qualcosa si era iniziato a muovere negli ultimi anni del lungo regno di Karol Wojtyla. Nel 2002, ovvero tre anni prima della morte del Papa polacco, l’allora arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, fu letteralmente travolto da un’accurata inchiesta del The Boston Globe. Inchiesta che vinse il Premio Pulitzer nel 2003 e che fu poi oggetto del film Il caso Spotlight vincitore del Premio Oscar nel 2016. Un lavoro che ebbe, tra l’altro, il merito di sfondare il muro di gomma dell’omertà sulla pedofilia nella Chiesa cattolica con lobby potentissime che rendevano quasi impossibile la ricostruzione degli abusi. Law, che guidava l’arcidiocesi di Boston dal 1984, fu smascherato per aver coperto per decenni centinaia di casi di pedofilia, occultando le denunce delle vittime e spostando gli abusatori di parrocchia in parrocchia. Ma fu semplicemente trasferito a Roma da Wojtyla con l’incarico onorifico di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Incarico che mantenne fino al compimento degli 80 anni come previsto dalle norme canoniche. Nessun processo e nessuna sanzione. Nel conclave del 2005 entrò regolarmente nella Cappella Sistina per votare il successore del Papa polacco.

    Maciel – Altrettanto inquietante è la vicenda del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado. Un prete messicano morto con tutti gli onori nel 2008, che aveva il merito di aver fondato una delle congregazioni religiose maschili con il maggior numero di vocazioni al mondo e che, invece, si era macchiato di crimini inenarrabili, costantemente coperti dai vertici della Curia romana. Le denunce arrivavano, ma venivano puntualmente occultate. Lo stesso cardinale Ratzinger, nel ruolo di prefetto dell’ex Sant’Uffizio, aveva provato ad agire contro Maciel, scontrandosi, però, contro il muro di altre figure apicali della Santa Sede. Un uomo potentissimo e con una disponibilità economica talmente alta da assicurarsi l’omertà del Vaticano. Alla sua morte il suo patrimonio personale segreto fu stimato intorno ai trenta milioni di dollari. Maciel aveva abusato dei suoi seminaristi, coperto centinaia di casi di pedofilia all’interno dei Legionari di Cristo, avuto diverse donne che gli avevano dato alcuni figli e assunto numerose identità false. Uno scenario satanico più che l’immagine perfetta del fondatore di una congregazione religiosa. Eppure per decenni, nonostante tutto, il ritratto a dir poco edulcorato, per usare un eufemismo, del santo sacerdote aveva prevalso sulla realtà criminale.

    Eletto Papa, Benedetto XVI volle una radicale purificazione dei Legionari e ammise le colpe: “Purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento. Per me, Marcial Maciel rimane una figura misteriosa. Da un lato c’è un tipo di vita che, come ormai sappiamo, è al di là di ciò che è morale: un’esistenza avventurosa, sprecata, stramba. Dall’altro vediamo la dinamicità e la forza con cui ha costruito la comunità dei Legionari”. Proprio i suoi seguaci, una volta venuta alla luce la triste verità, fecero un mea culpa per i reati commessi dal loro fondatore: “Vogliamo esprimere il nostro profondo dolore per l’abuso di seminaristi minorenni, per gli atti immorali perpetrati verso uomini e donne, per l’uso arbitrario della sua autorità e dei beni, per il consumo smisurato di sostanze stupefacenti e per l’aver presentato come propri scritti pubblicati da terzi. Ci risulta incomprensibile l’incoerenza di essersi continuato a presentare per decenni come sacerdote e testimone della fede, mentre occultava questi comportamenti immorali”.

    McCarrick – Uno scenario simile a quello che avveniva negli Stati Uniti dove, nonostante le gravissime accuse di pedofilia, nel 2000 l’ex cardinale Theodore Edgar McCarrick fu promosso arcivescovo di Washington e l’anno successivo ricevette la porpora da san Giovanni Paolo II. Anche in questa vicenda le coperture e la rete di omertà tra gli Usa e il Vaticano avevano nascosto una realtà terrificante. Francesco ha voluto far luce con un’inchiesta che, per la prima volta, ha svelato le numerose complicità di cui McCarrick godeva presso i vertici della Santa Sede. Complicità che, però, non hanno impedito a Bergoglio, una volta appurata la condotta criminosa dell’ex porporato, di ridurlo allo stato laicale. Un provvedimento radicale mai preso prima. Ciò che è inquietante nella vicenda di McCarrick è che la promozione, prima alla guida della prestigiosa sede di Washington e poi alla porpora, avvenne nonostante le denunce dei suoi crimini di pedofilia.

    Pell – Diverso è il caso del cardinale australiano George Pell, travolto da un lungo processo per abusi nel suo Paese, che lo ha costretto a lasciare frettolosamente il ruolo di prefetto della Segreteria per l’economia. Il porporato, condannato in primo e secondo grado a sei anni di reclusione e costretto a 13 mesi di carcere in isolamento, è stato poi assolto con formula piena ed è ritornato a Roma. “Il mio processo – commentò Pell uscendo dal carcere – non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica, né un referendum su come le autorità della Chiesa in Australia hanno affrontato il crimine della pedofilia nella Chiesa. Il punto era se avevo commesso questi terribili crimini e non l’ho fatto”. Aggiungendo che “l’unica base per la guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base per la giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti”.

    Benedetto XVI – Per anni l’ordine della Santa Sede era quello di insabbiare la pedofilia. Lo ammise lo stesso Benedetto XVI: “Perché in passato non si è reagito allo stesso modo di oggi? Anche la stampa prima non ha dato rilievo a queste cose, la coscienza a quel tempo era diversa. Sappiamo che le stesse vittime provavano grande vergogna e all’inizio non sempre vogliono essere messe subito sotto la luce dei riflettori. Molte sono state in grado di raccontare quello che era loro accaduto soltanto dopo decenni”. E aggiunse: “Quello però che non deve mai succedere è che si fugga e si faccia finta di non vedere e si lasci che i colpevoli continuino nei loro misfatti. È necessaria quindi vigilanza da parte della Chiesa, che punisca chi ha mancato e soprattutto che lo escluda da qualsiasi altra possibilità di entrare in contatto con dei bambini”.

    Francesco – Il suo successore ha fatto molti passi avanti nella tolleranza zero della pedofilia del clero. Norme severissime non solo per i colpevoli, ma anche per coloro che insabbiano gli abusi. Provvedimenti a molti indigesti all’interno della Chiesa perché mettono i vescovi con le spalle al muro davanti alle loro responsabilità e alle loro omertà, ma resi necessari da una piaga decisamente devastante all’interno del cattolicesimo. Nel febbraio 2019 Bergoglio convocò in Vaticano i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in un inedito summit sulla pedofilia del clero. Il Papa volle che a parlare fossero anche alcune vittime. Da quell’evento sono scaturiti provvedimenti concreti, come l’abolizione del segreto pontificio per gli abusi. Ma i passi da compiere sono ancora tanti. Nell’ultima assemblea generale straordinaria della Cei, nel novembre 2021, il vescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni, che è anche presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, aveva proposto un’indagine sulla pedofilia del clero anche in Italia. La stragrande maggioranza dell’episcopato italiano si è subito opposta con il timore di uno tsunami ingestibile e richieste risarcitorie impossibili da sostenere. L’ennesimo muro che fa ben comprendere quanto l’omertà sulla pedofilia nella Chiesa sia ancora difficile da far crollare.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/21/dal-caso-spotlight-fino-al-coinvolgimento-di-ratzinger-ecco-come-gli-scandali-dei-cardinali-hanno-svelato-la-pedofilia-nella-chiesa-riscrivendone-la-storia-recente/6463029/

  • No dei vescovi all’indagine in Italia: l’ira del Papa

    No dei vescovi all’indagine in Italia: l’ira del Papa

    «È inutile fare i mea culpa istituzionali, dobbiamo concentrarci realmente sulle vittime di pedofilia, altrimenti non faremo altro che continuare a morderci la coda». Nei palazzi del Vaticano non si parla d’altro: si respira rabbia, vergogna, ma si usa anche un tono polemico, come chi deve lottare contro l’immobilismo di troppe persone che sulla questione degli abusi stanno ancora a braccia incrociate.

    Dopo l’ennesima bufera sulla Chiesa, questa volta quella tedesca che con una commissione indipendente ha scoperchiato 497 casi di pedofilia nella diocesi di Monaco e Frisinga tra il 1945 e il 2019, tra la residenza di Papa Francesco e i vari uffici preposti della Santa Sede, si studiano i prossimi passi in avanti da fare, per evitare che sul tema «Chiesa e abusi», tutto rimanga ancora fermo per troppo tempo. Le parole d’ordine su cui il Pontefice chiede di concentrarsi sono «vicinanza e tenerezza», soprattutto verso chi è stato abusato. Con una raccomandazione importante: non siano parole da utilizzare soltanto in un sermone, ma che siano messe in pratica davvero, senza indugi. Soprattutto da quei preti che pubblicamente parlano di pedofilia come una piaga ma poi non fanno nulla per combatterla. «A che cosa serve che il Santo Padre continua a invocare questi atteggiamenti teneri e vicini se poi questi non vengono esplicitati in gesti concreti verso chi ha subito abusi?», si interroga un alto prelato vicino a Bergoglio, «Dobbiamo passare a una sorta di «Fase 2», in cui le vittime diventano il centro di tutto e non siano viste soltanto come delle persone da cui scappare e di cui aver paura».

    In effetti, dicono in Vaticano, che c’è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto perché, anche in Italia, si fatica a seguire il cammino intrapreso da Francia e Germania per tirare finalmente fuori i propri scheletri dell’armadio. La proposta di istituire una commissione indipendente sugli abusi anche per la Chiesa italiana era stata sollevata nel corso dell’Assemblea Generale straordinaria dei vescovi del novembre 2021 ma la maggioranza dei presenti ha espresso parere negativo: niente commissione per il momento, con grande rammarico, raccontano, del presidente del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori, monsignor Lorenzo Ghizzoni. «Forse è successo per una questione di paura o forse perché ancora non siamo pronti, come lo sono i confratelli francesi e tedeschi, ad affrontare un peso così importante», confida adesso a Il Giornale uno dei vescovi che era presente a quella riunione, «è chiaro che dobbiamo scrollarci di dosso ogni possibile tentazione a essere omertosi e scoprire cosa è successo anche in passato; il Papa e soprattutto i fedeli sarebbero felici se lo facessimo».

    In effetti Francesco, da diverso tempo, ha chiesto e sta ancora chiedendo che si faccia pulizia, che si dialoghi con le vittime e che si possa lavorare insieme a loro per scoperchiare il marcio che ha colpito la Chiesa.

    In occasione della pubblicazione del rapporto sugli abusi in Francia, lo scorso ottobre, il Pontefice aveva usato parole molto chiare, incoraggio e invitando i vescovi e i superiori religiosi a continuare a compiere tutti gli sforzi «affinché drammi simili non si ripetano». E aveva parlato di «prova salutare», invitando i cattolici francesi ad assumersi le proprie responsabilità per garantire che la Chiesa sia una casa sicura per tutti. Per quanto riguarda il rapporto pubblicato ieri in Germania, Papa Francesco, da quanto spiegano in Vaticano, attenderà la prima occasione utile per manifestare vicinanza alle vittime.

    Intanto alcune copie del dossier che conta mille pagine ed è suddiviso in tre tomi, sono già state recapitate in Vaticano, anche perché il 94enne Papa emerito Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, tirato in causa nel report, possa analizzarlo e fare tutte le valutazioni del caso.

    https://www.ilgiornale.it/news/politica/no-dei-vescovi-allindagine-italia-lira-papa-2003820.html

  • Gli spergiuri del Papa Emerito – Sia in Germania che in Italia

    Gli spergiuri del Papa Emerito – Sia in Germania che in Italia

    Nelle settimane scorse un’inchiesta di Die Zeit aveva criticato l’operato di Benedetto XVI, ai tempi in cui era arcivescovo di Monaco e Frisinga. Secondo il giornale ci sono prove del fatto che abbia coperto un prete pedofilo.

    Dal Vaticano immediata la smentita del suo segretario, mons. Georg Gaenswein: «L’affermazione che egli fosse a conoscenza degli antefatti», ovvero accuse di abusi sessuali, «al momento dell’ammissione del padre Peter Hullermann è falsa. Di tali fatti precedenti non aveva alcuna conoscenza».

    Per i media italiani, tranne pochissimi, la notizia è quella che il Papa Emerito respinge le accuse, nei fatti neppure avanzate da vittime o associazioni, ma da una Commissione d’inchiesta condotta dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl.

    Par davvero strano nessuno ricordi la recentissima storia del Papa Emerito (poi dimesso), che nel 2004 (prima di diventare papa) fu trascinato in tribunale da un avvocato di Houston (Texsas) per intralcio alla giustizia. Nel 2005, diventato Papa, uscì da quel processo, reclamando in quanto capo di Stato, l’immunità.

    Pare strano pure, che nessuno ricordi il suo coinvolgimento in casi italiani, come quello di don Nello Giraudo a Savona, quello di don Pietro Tosi a Ferrara (dal cui stupro nacque Erik Zattoni) oppure quello dell’Istituto cattolico per bambini sordi Provolo di Verona, fu proprio il suo papato a volere la commissione di inchiesta nel 2010, che però finì nel nulla insieme al caso di don Nicola Corradi, poi condannato in Argentina a 42 anni di carcere per altri stupri, sempre su bambini sordi dell’Istituto Provolo, questa volta quello sudamericano, al quale Ratzinger lo lasciò a capo.

    Giornalisticamente oggi, limitare al fatto che il Papa emerito ha respinto le accuse di Monaco dimenticando la sola cronaca scritta ieri, da chi oggi pare avere un buco nero nella mente, trovo sia davvero di cattivo gusto ed offensivo per il pubblico, quasi preso per stupido da chi invece dovrebbe illuminarlo.

    Zanardi

  • Pedofilia, Inchiesta Tedesca Accusa Ratzinger. Casi Anche In Italia

    Pedofilia, Inchiesta Tedesca Accusa Ratzinger. Casi Anche In Italia

    L’ex Papa Emerito Benedetto XVI Non Avrebbe Agito In Almeno Quattro Casi Di Pedofilia: È Quanto Emerge Dal Dossier Sugli Abusi Commessi Dal Clero In Germania.

    Francesco Zanardi Presidente Della Rete “L’Abuso” Conferma: Casi Anche In Italia.

  • Rapporto sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco: almeno 497 vittime. Coinvolti 173 preti e 9 diaconi negli abusi

    Rapporto sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco: almeno 497 vittime. Coinvolti 173 preti e 9 diaconi negli abusi

    Terremoto all’arcidiocesi di Monaco di Baviera. Sono almeno 497 le persone che hanno subito danni nell’ambito degli abusi pedofili nell’arcidiocesi di Monaco. Lo ha spiegato Martin Pusch leggendo il rapporto a Monaco. Per lo più si tratta di giovani vittime di sesso maschile, il 60% dei quali in età compresa fra 8-14 anni. Le persone coinvolte negli abusi sessuali come artefici sono almeno 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone dell’ambito scolastico.

    I dati sono emersi oggi dal rapporto indipendente sugli abusi commessi dal clero. L’indagine è stata condotta dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl e riguarda oltre 70 anni, dal 1945 al 2019. È compreso il periodo in cui fu arcivescovo della diocesi Joseph Ratzinger. La piaga della pedofilia e degli abusi aveva portato l’attuale arcivescovo, il cardinale Reinhard Marx, a dimettersi lo scorso mese di giugno. Dimissioni che, nel giro di qualche giorno, furono respinte da Papa Francesco.

    L’arcidiocesi tedesca farà la sua valutazione non direttamente oggi, giovedì 20, ma in una conferenza stampa convocata per il 27 gennaio, una settimana dopo la presentazione del rapporto.

    L’indagine scandaglia l’operato di preti e religiosi dal dopoguerra fino ai nostri giorni e tocca anche il periodo, dal 1977 al 1982, in cui a guidare l’arcidiocesi fu Joseph Ratzinger. Nelle settimane scorse un’inchiesta di Die Zeit aveva chiamato in causa l’operato di Benedetto XVI, ai tempi in cui era arcivescovo di Monaco e Frisinga. Il giornale sostiene che ci sono prove del fatto che abbia coperto un prete pedofilo. Ma dal Monastero Mater Ecclesiale in Vaticano è arrivata secca la smentita del suo segretario, mons. Georg Gaenswein: «L’affermazione che egli fosse a conoscenza degli antefatti», ovvero accuse di abusi sessuali, «al momento dell’ammissione del padre H. è falsa. Di tali fatti precedenti non aveva alcuna conoscenza».

    La vicenda tornata sotto i riflettori era quella di Peter Hullermann, il prete che il Papa emerito, quand’era arcivescovo a Monaco di Baviera, aveva accettato nella diocesi nel 1980. Nonostante le accuse di pedofilia, il religioso fu anche impiegato in attività pastorali in un’altra parrocchia, dove commise altri abusi. Ma il Vaticano allora, e mons. Gaenswein in questi giorni, ribadiscono che Ratzinger non era a conoscenza delle accuse contro il sacerdote in questione. Un singolo caso che potrebbe essere una ‘goccia’ rispetto al report. Dati che potrebbero minare la stabilità della Chiesa tedesca già alle prese con una serie di punti che la allontanano da Roma, dalle unioni gay al ruolo delle donne nella gerarchia ecclesiastica. E che ha visto negli anni una progressiva emorragia di cattolici rispetto alla quale sembra difficile una inversione di tendenza.

    https://www.lastampa.it/cronaca/2022/01/20/news/rapporto_sulla_pedofilia_nell_arcidiocesi_di_monaco_almeno_497_vittime_di_abusi_-2836536/