Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Benedetto XVI

  • Processo don Marino, ammessi testi e documenti: si torna in aula il 19 luglio

    Processo don Marino, ammessi testi e documenti: si torna in aula il 19 luglio

    TERMOLI. Ha preso il via stamane davanti al collegio(composto di tre giudici donne) dei giudici presieduto da Maria Paola Vezzi, presso il tribunale di Larino, il processo a carico di don Marino Genova, l’ex parroco di Portocannone accusato di presunti abusi sessuali nei confronti dell’allora minorenne Giada.

    Don Marino, difeso dall’avvocato del foro capitolino Ciro Intino, è tuttora sospeso “a divinis” dalla Chiesa cattolica italiana per applicazione delle norme vigenti (fissate da Papa Benedetto XVI) da parte del vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca.

    La cronaca odierna ha visto avviato il processo conl’ammissione di testi e documenti e il rinvio al prossimo 19 luglio del dibattimento con l’ascolto dei primi otto testimoni del Pubblico Ministero. Tra loro, probabilmente, la stessa Giada.

    Stando alle accuse mosse dalla ragazza, don Marinopresente questa mattina in aula, avrebbe sottoposto la presunta vittima ad attenzioni particolari sfociate in veri e propri rapporti sessuali che sarebbero andati avanti da quando la giovane aveva 13 anni fino ai 16 anni.

    Il tutto fino a quando la ragazza non trovò la forza di confidarsi con una parrocchiana che aveva notato in lei degli atteggiamenti strani che, di fatto, dettero il via a tutto l’iter fatto di denuncia, incidente probatorio, la sospensione del prete dal proprio esercizio e l’avvio del processo che già tra qualche giorno, questa volta per un altro aspetto, potrebbe seguire un determinato percorso.

    Nodo della faccenda, infatti, è legato all’età dei presunti abusi perché in sede di udienza preliminare il Gup avevarinviato a giudizio don Marino ma aveva derubricato le presunte violenze che Giada avrebbe subito dai 14 ai 16 anni perché, stando al diritto, la ragazza in sostanza sarebbe potuta essere stata consenziente.

    Una decisione che non trovò d’accordo l’avvocato Arturo Messere, difensore di Giada, che presentò immediata opposizione che sarà dibattuta nel corso dell’udienza davanti al Gip del 2 febbraio prossimo poi l’attesa per l’ascolto dei testimoni, a porte chiuse su richiesta della stessa Giada, fissata per il prossimo 19 luglio.

  • Violenza sessuale da parte dei preti: per la prima volta la Chiesa denuncia

    Violenza sessuale da parte dei preti: per la prima volta la Chiesa denuncia

    Per la prima volta le istituzioni religiose collaborano senza omertà

    Una terribile storia di violenza sessuale su un minore scuote Arese, un comune alle porte di Milano. Gli attori sono un educatore della parrocchia e un sacerdote, entrambi trentenni, accusati di abusi su un ragazzo di 15 anni. La vicenda ha suscitato particolare clamore mediatico perché la cronaca non annovera molti precedenti in cui istituzioni ecclesiastiche abbiano collaborato fattivamente con la magistratura nell’accertamento della verità: don Claudio Caciòli, Superiore provinciale dei Salesiani, ha raccolto la confessione scritta dai presunti stupratori e dopo averli sospesi ha offerto supporto alla giovane vittima e massima collaborazione ai pm.
    Questi i fatti in breve: la scorsa primavera un ragazzino di 15 anni da sempre presente nelle attività dell’oratorio chiese e ottenne un confronto sulle tematiche sessuali con un educatore 30enne. Qualche tempo dopo, sapendolo solo in casa, l’educatore sarebbe andato a trovare il giovane e con la scusa di fare un gioco avrebbe abusato di lui. Il ragazzo si sarebbe così rivolto al suo padre spirituale, anch’egli 30enne, per denunciare quanto accaduto e per chiedere consiglio. Questi per tutta risposta avrebbe prima cercato di convincerlo della normalità di quanto accaduto, poi avrebbe cercato addirittura di coinvolgerlo in pratiche sessuali di gruppo. A questo punto il giovane si sarebbe sfogato con i genitori, dando il via alle indagini.
    Di seguito l’intervista a don Claudio Caciòli, Superiore dei Salesiani della provincia di Milano.

    La magistratura come ha accolto la vostra collaborazione?
    In modo positivo e, credo, anche con una certa soddisfazione nel confrontarsi con degli interlocutori istituzionali che hanno offerto una collaborazione tempestiva, puntuale e, mi permetta di sottolinearlo, non richiesta. Da parte nostra abbiamo ritenuto di non avere alternative perché il nostro unico obiettivo è la tutela del giovane.

    Aver collaborato con la magistratura denota che per l’Ispettoria salesiana il fatto accaduto è un crimine e non solo un peccato.
    Chi si trova ad affrontare casi di questo tipo risponde sia a Dio che agli uomini. I due piani non sono sovrapponibili e vanno affrontati con procedure differenti. Il fatto di rispondere a Dio non esclude che si debba rispondere anche alle leggi e alle istituzioni poste a difesa della società. Se uno ruba restituisce il maltolto e paga per il furto, non può cavarsela semplicemente accendendo un cero a Sant’Antonio.

    Perché fa notizia che un’istituzione religiosa collabori con la magistratura in indagini di questo tipo?
    E’ quello che mi chiedo anch’io. L’esposizione data a questa notizia ci sorprende. Penso alla giovane vittima e mi rammarico per il rilievo mediatico assunto dalla vicenda. Anche lui si domanda se tale esposizione possa rivelarsi di qualche utilità. Personalmente non credo che questo possa aggiungere qualcosa al cammino difficile che abbiamo fin qui intrapreso. Io personalmente non mi sento un eroe: ho fatto il minimo che dovevo fare agendo secondo coscienza.

    Perché ancora oggi molti sacerdoti coprono anziché denunciare?
    Posso parlare solo in base alla mia personalissima esperienza. Faccio il Superiore da 5 anni e non ho mai trovato atteggiamenti di chiusura o di segretezza. Per fortuna, devo aggiungere, fino ad oggi non mi ero mai imbattuto in situazioni di tale gravità.
    Ritengo che la Chiesa stia portando avanti negli anni, nel suo modo di gestire questi eventi, un progressivo cammino di conversione e apertura che è stato coraggiosamente avviato da Papa Benedetto XVI e che con Francesco sta andando avanti con ancora maggiore consapevolezza.
    Chi dovesse ragionare in maniera differente dovrebbe renderne conto dinnanzi a Dio. Perché il bene da tutelare è uno soltanto: la salute e il benessere dei nostri giovani.
    Fino a non molti anni fa si parlava poco delle violenze dei sacerdoti; le cose sono cambiate quando la chiesa USA è stata condannata a rifondere risarcimenti milionari; possiamo dire che la Chiesa ha sollevato il velo su questi fatti anche per una questione economica?
    [Mi interrompe] Non lo so. Rispondo solo delle cose di cui sono direttamente responsabile. Non mi sento di esprimere chiavi di lettura su dinamiche così ampie. Parlo di quello che faccio nel mio piccolo. Come detto, c’è un bene da tutelare costi quel che costi. E su questo mi ci gioco la vita. Spero che la giocata si riveli vincente quando sarò al cospetto del buon Dio [ride].

    Perché la cronaca registra per lo più episodi di violenza su bambini e ragazzini maschi?
    E’ un tema molto delicato. Diffido delle indebite semplificazioni. Non vorrei che, come in passato, dovessero crearsi dei corto circuiti mediatici che ritengo devianti. Credo che si tratti solo delle condizioni nelle quali si vive e si opera. Non faccio letture di altro tipo come fanno altri. Non ho elementi per fare analisi, né sono un esperto in questo ambito. Dedico la maggior parte del mio tempo ad impegni educativi con scuole e oratori e quando la vita mi chiede di prendere provvedimenti difficili come in questo caso lo faccio basandomi sulle mie esperienze di educatore e rispondendo alla coscienza.

    http://www.nanopress.it/cronaca/2016/01/15/violenza-sessuale-da-parte-dei-preti-per-la-prima-volta-la-chiesa-denuncia-intervista/107729/

  • GEORG RATZINGER ERA A CONOSCENZA DEGLI ABUSI AI BAMBINI DEL CORO DI RATISBONA

    GEORG RATZINGER ERA A CONOSCENZA DEGLI ABUSI AI BAMBINI DEL CORO DI RATISBONA

    Almeno 231 i casi di abusi fisici ai bambini del coro di Ratisbona, condotto per trentanni dal fratello di Benedetto XVI, Georg Ratzinger.

    L’indagine dell’avvocato Ulrich Weber, incaricato dalla diocesi di far luce sulla vicenda degli abusi ai bambini del coroDomsplatzen, di Ratsbona, rivela che sono231 i casi di maltrattamenti e violenze sessuali inflitte durante quattro decenni ai piccoli membri del coro di questa città della Baviera. Quello stesso coro condotto per 30 anni dal fratello di Benedetto XVI, Georg Ratzinger.

    Weber avrebbe scoperto che tra il 1953 e il 1992, circa un terzo degli alunni del coro e della scuola adiacente subirono una qualche forma di abuso fisico, dalle percosse alla privazione di cibo. Ha intervistato decine delle vittime e i responsabili dell’istituzione, arrivando alla conclusione che in almeno 40 dei 231 casi registrati ci fu violenza sessuale, “dalle carezze fino allo stupro”, ha dichiarato l’avvocato al quotidiano BBC Mundo. Ha, inoltre, aggiunto che 50 vittime hanno riferito di 10 responsabili, “la maggior parte dei quali già morti”. In ogni caso non sarebbero stati condannati perchè i reati sono ormai caduti in prescrizione.

    Johan Meier, il principale responsabile

    Johan Meier, morto poco dopo essersi ritirato, è stato direttore della scuola adiacente al coro tra il 1953 e il 1992, anno in cui andò in pensione e secondo l’avvocato Weberè stato il principale responsabili degli abusi. Nel 2010 il compositore tedesco Franz Wittenbrink raccontò al quotidiano Der Spiegel che la sera Meier era solito “portare due o tre bambini tra gli 8 e i 9 anni nella sua stanza”, offriva loro del vino e po li puniva. In un’occasione venne accusato di aver colpito un bambino con uno sgabello fino a romperglielo sulla spalla.

    “Si trattava di un ingegnoso sistema di sadiche punizioni legate al piacere sessuale”, ha dichiarato il compositore.

    Georg Ratzinger ne era al corrente

    Il fratello maggiore dell’ex Papa Benedetto XVI, Georg Ratzinger,  condusse il coro dal 1964 al 1994, periodo nel quale si è registrato l’apice del numero degli abusi; per questo Weber ritiene che non poteva esserne all’ oscuro.Nel 2010, in pieno…… continua 

  • Violenza sessuale da parte dei preti: per la prima volta la Chiesa denuncia [INTERVISTA] Per la prima volta le istituzioni religiose collaborano senza omertà

    Violenza sessuale da parte dei preti: per la prima volta la Chiesa denuncia [INTERVISTA] Per la prima volta le istituzioni religiose collaborano senza omertà

    Violenza sessuale da parte dei preti: per la prima volta la Chiesa denuncia [INTERVISTA]
    Una terribile storia di violenza sessuale su un minore scuote Arese, un comune alle porte di Milano. Gli attori sono un educatore della parrocchia e un sacerdote, entrambi trentenni, accusati di abusi su un ragazzo di 15 anni. La vicenda ha suscitato particolare clamore mediatico perché la cronaca non annovera molti precedenti in cui istituzioni ecclesiastiche abbiano collaborato fattivamente con la magistratura nell’accertamento della verità: don Claudio Caciòli, Superiore provinciale dei Salesiani, ha raccolto la confessione scritta dai presunti stupratori e dopo averli sospesi ha offerto supporto alla giovane vittima e massima collaborazione ai pm.
    Questi i fatti in breve: la scorsa primavera un ragazzino di 15 anni da sempre presente nelle attività dell’oratorio chiese e ottenne un confronto sulle tematiche sessuali con un educatore 30enne. Qualche tempo dopo, sapendolo solo in casa, l’educatore sarebbe andato a trovare il giovane e con la scusa di fare un gioco avrebbe abusato di lui. Il ragazzo si sarebbe così rivolto al suo padre spirituale, anch’egli 30enne, per denunciare quanto accaduto e per chiedere consiglio. Questi per tutta risposta avrebbe prima cercato di convincerlo della normalità di quanto accaduto, poi avrebbe cercato addirittura di coinvolgerlo in pratiche sessuali di gruppo. A questo punto il giovane si sarebbe sfogato con i genitori, dando il via alle indagini.
    Di seguito l’intervista a don Claudio Caciòli, Superiore dei Salesiani della provincia di Milano.

    La magistratura come ha accolto la vostra collaborazione?
    In modo positivo e, credo, anche con una certa soddisfazione nel confrontarsi con degli interlocutori istituzionali che hanno offerto una collaborazione tempestiva, puntuale e, mi permetta di sottolinearlo, non richiesta. Da parte nostra abbiamo ritenuto di non avere alternative perché il nostro unico obiettivo è la tutela del giovane.

    Aver collaborato con la magistratura denota che per l’Ispettoria salesiana il fatto accaduto è un crimine e non solo un peccato.
    Chi si trova ad affrontare casi di questo tipo risponde sia a Dio che agli uomini. I due piani non sono sovrapponibili e vanno affrontati con procedure differenti. Il fatto di rispondere a Dio non esclude che si debba rispondere anche alle leggi e alle istituzioni poste a difesa della società. Se uno ruba restituisce il maltolto e paga per il furto, non può cavarsela semplicemente accendendo un cero a Sant’Antonio.

    Perché fa notizia che un’istituzione religiosa collabori con la magistratura in indagini di questo tipo?
    E’ quello che mi chiedo anch’io. L’esposizione data a questa notizia ci sorprende. Penso alla giovane vittima e mi rammarico per il rilievo mediatico assunto dalla vicenda. Anche lui si domanda se tale esposizione possa rivelarsi di qualche utilità. Personalmente non credo che questo possa aggiungere qualcosa al cammino difficile che abbiamo fin qui intrapreso. Io personalmente non mi sento un eroe: ho fatto il minimo che dovevo fare agendo secondo coscienza.

    Perché ancora oggi molti sacerdoti coprono anziché denunciare?
    Posso parlare solo in base alla mia personalissima esperienza. Faccio il Superiore da 5 anni e non ho mai trovato atteggiamenti di chiusura o di segretezza. Per fortuna, devo aggiungere, fino ad oggi non mi ero mai imbattuto in situazioni di tale gravità.
    Ritengo che la Chiesa stia portando avanti negli anni, nel suo modo di gestire questi eventi, un progressivo cammino di conversione e apertura che è stato coraggiosamente avviato da Papa Benedetto XVI e che con Francesco sta andando avanti con ancora maggiore consapevolezza.
    Chi dovesse ragionare in maniera differente dovrebbe renderne conto dinnanzi a Dio. Perché il bene da tutelare è uno soltanto: la salute e il benessere dei nostri giovani.

    Fino a non molti anni fa si parlava poco delle violenze dei sacerdoti; le cose sono cambiate quando la chiesa USA è stata condannata a rifondere risarcimenti milionari; possiamo dire che la Chiesa ha sollevato il velo su questi fatti anche per una questione economica?
    [Mi interrompe] Non lo so. Rispondo solo delle cose di cui sono direttamente responsabile. Non mi sento di esprimere chiavi di lettura su dinamiche così ampie. Parlo di quello che faccio nel mio piccolo. Come detto, c’è un bene da tutelare costi quel che costi. E su questo mi ci gioco la vita. Spero che la giocata si riveli vincente quando sarò al cospetto del buon Dio [ride].

    Perché la cronaca registra per lo più episodi di violenza su bambini e ragazzini maschi?
    E’ un tema molto delicato. Diffido delle indebite semplificazioni. Non vorrei che, come in passato, dovessero crearsi dei corto circuiti mediatici che ritengo devianti. Credo che si tratti solo delle condizioni nelle quali si vive e si opera. Non faccio letture di altro tipo come fanno altri. Non ho elementi per fare analisi, né sono un esperto in questo ambito. Dedico la maggior parte del mio tempo ad impegni educativi con scuole e oratori e quando la vita mi chiede di prendere provvedimenti difficili come in questo caso lo faccio basandomi sulle mie esperienze di educatore e rispondendo alla coscienza.

    http://www.nanopress.it/cronaca/2016/01/15/violenza-sessuale-da-parte-dei-preti-per-la-prima-volta-la-chiesa-denuncia-intervista/107729/

  • Abusi sui minori e Chiesa Cattolica

    Abusi sui minori e Chiesa Cattolica

    di Matteo Cresti

    Ciclicamente spuntano nuovi casi di abusi su minori da parte di sacerdoti e consacrati della Chiesa Cattolica. Fenomeno a macchia di leopardo, che per decenni è stato coperto dalle autorità ecclesiastiche, per opportunismo, lassismo o alle volte accondiscendenza, e che negli ultimi trent’anni è emerso sempre di più alla luce del sole, grazie alle voci delle vittime, alla pressione mediatica, e alle conseguenti spinte riformatrici di Ratzinger e Bergoglio.

    Questa volta a tornare alla ribalta su alcuni quotidiani è il caso di abusi nella diocesi di Ratisbona, in Germania. Diocesi famosa per uno sfortunato quanto mal interpretato discorso di papa Benedetto XVI, e per essere stata la “sede operativa” del meno famoso di lui fratello Georg, che vi avrebbe diretto il coro delle voci bianche, “Il Coro dei Passeri” come è chiamato, dal 1964 al 1994.

    Secondo quanto dichiarato dal Ulrich Weber l’avvocato della diocesi e del coro, che è stato incaricato di seguire i fatti, sarebbero ben 231 le vittime di abusi, da collocarsi tra il 1953 e il 1992, di cui una cinquantina sarebbero di natura sessuale, dalla semplice molestia fino allo stupro. Gli abusi sarebbero avvenuti sia all’interno del coro, che in due scuole primarie ad esso collegate.

    Anche il fratello del papa emerito, come già si supponeva, è coinvolto in questa storia di abusi, che però non sarebbero di natura sessuale. Egli si difende, ammette di aver picchiato con degli schiaffi i cantori che facevano delle cattive performance, ma poi sottolinea che questo era un costume dell’epoca, comune e condiviso nelle famiglie e nelle scuole.

    Weber però sostiene che non si sarebbe trattato solo di una qualche botticella occasionale, quanto piuttosto di un metodo impiegato su larga scala, e che anche grazie alla severità del monsignore e alla sua autoritarietà, avrebbe instaurato un clima di terrore e subordinazione.
    In ogni caso anche se ci fosse davvero un reato, ormai esso risulta prescritto. Altra cosa sono invece gli abusi sessuali, del quale mons. Georg Ratzinger dice di non aver mai saputo e sospettato nulla.

    Ancora troppo spesso emergono casi si questo genere, nugoli di vittime che reclamano giustizia per i comportamenti dissennati di un sacerdote, e la compiacenza dei suoi superiori. Ma è normale che sia così, perché la chiesa ha favorito un clima omertoso, che ha nascosto questi carnefici per decenni. Purtroppo per tanto tempo l’aura di sacralità che avvolgeva gli istituti religiosi, il potere che essi rivestivano, e il senso di vergogna che hanno contribuito a diffondere hanno fatto sì che solo oggi le vittime abbiano trovato il coraggio di raccontare ciò di cui erano state vittime.

    Il caso di Ratzinger, dunque non è di per sé né nuovo né presenta degli aspetti eccezionali, se ne continua a parlare solo perché coinvolge il fratello del pontefice non più regnante. Altrimenti, come tanti altri casi, sarebbe già finito nel dimenticatoio. Sfortunatamente, perché le vittime avrebbero tutto il diritto di essere ricordate, e noi dovremmo ricordare il fenomeno, perché ci rammentiamo di sorvegliare, sempre. Per ora, infatti, in Italia mancano grandi inchieste collettive, come questa della diocesi di Ratisbona o quelle delle diocesi statunitensi. Non che non ci siano mai stati violenze sessuali ai danni di bambini e giovani, magari, quanto piuttosto perché permane il clima di vergogna e di sudditanza. Né sono mai nate commissioni d’inchiesta ad hoc, come in altri paesi.

    Ed è proprio su questo che dovremmo riflettere. La pedofilia è orribile tanto che la commetta un prete o un elettricista. Le percosse certo non sono un bell’atto, ma ricordiamo che in alcuni di questi casi esse risalgono agli inizi degli anni ’50, da parte di sacerdoti che ad occhio e croce saranno nati nei primi del ‘900, che hanno visto la crudeltà delle due guerre mondiali e del nazismo, e che i metodi educativi dell’epoca erano quelli che erano.

    Non che si debba relativizzare a tutti i costi, un atto non può cambiare la sua natura a seconda del tempo e del luogo in cui è commesso, però è anche vero che fino a qualche decennio fa anche i nostri maestri elementari entravano in classe con la bacchetta (per la quale qualche vecchio docente prova ancora nostalgia). Un’altra cosa ancora è istaurare un clima di terrore o di sottomissione psicologica, ma anche questo è stata (e talvolta è) pratica corrente.

    Insomma bisognerebbe chiederci perché talune cose fanno notizia e altre no. Perché alcuni fatti, altrettanto gravi o interessanti, finiscono nel dimenticatoio, e alcuni non ricevono nemmeno l’onore di essere menzionati, ed altri invece sono sempre sulla cresta dell’onda. Se i giornalisti, come ama definirli la nostra direttora, devono essere i “cani da guardia del potere” non indagano anche se questo, vengono meno alla loro professione.

    Il giornalismo ha avuto un grande merito nel portare a galla tanti abusi, nel dare la voce alle vittime, che non hanno mai avuto uno spazio per poter raccontare la loro vicenda, ha contribuito a creare un clima di accusa e inchiesta, che ha costretto la Chiesa Cattolica a correre ai ripari e a prendere la situazione sul serio.

    Ma il giornalismo italiano dove è? Perché si riduce a raccontare una vicenda, che ha poco di nuovo, solo perché uno dei coinvolti è il fratello del papa emerito? Perché il giornalismo italiano non indaga sui crimini della chiesa italiana? Forse che la vicenda di Nuzzi e Fittipaldi, sebbene in modo diverso, ci continua a dire, che in Italia non siamo ancora pronti per fare “i mastini” contro la chiesa?

  • Ratisbona, abusi sessuali sui bambini del coro del Duomo, oltre 200 casi

    Ratisbona, abusi sessuali sui bambini del coro del Duomo, oltre 200 casi

    La vicenda venne alla luce nel 2010, ma solo oggi è stato rivelato il numero delle vittime.

    Dal 1953 al 1992 diversi bambini del famoso coro del duomo di Ratisbona sono stati picchiati o hanno subito abusi sessuali da parte di preti o insegnanti della diocesi. La vicenda non è nuova, se ne era parlato nel 2010, quando lo scandalo era venuto alla luce. Quello che non era chiaro era l’entità di questo orrore.

    Oggi Ulrich Weber, l’avvocato incaricato dall’episcopato e dai responsabili del coro di far luce sulla vicenda, ha dichiarato che i casi di abusi sui bambini sono stati almeno 231. Molto superiori rispetto a quanto finora ritenuto: “Le aggressioni di tipo sessuale vanno dalle molestie fino a vere e proprie violenze carnali”, ha spiegato Weber, che si dice convinto che la dimensione reale delle violenze avvenute sia ancora maggiore rispetto a quel che è emerso.

    “Vigeva un sistema di paura”, ha aggiunto. La sua stima è che almeno un terzo dei 2.100 scolari tra il 1953 e il 1992 abbia subito violenze corporali di vario genere. Nel febbraio dello scorso anno, la diocesi diRatisbona aveva comunicato che 72 ex scolari del famoso coro erano stati picchiati con tanta violenza da aver subito lesioni corporali. Ad essi la chiesa aveva offerto un risarcimento economico pari a 2.500 euro ciascuno.

    Nel 2010 il vescovo di Ratisbona aveva ammesso abusi sessuali nell’ambiente del famosissimo coro (che con oltre mille anni di storia, probabilmente è il più antico del mondo). Il periodo degli abusi risale, in parte, all’epoca in cui il coro era diretto dal fratello di papa Benedetto XVI, Georg Ratzinger, che lo ha guidato dal 1964 al 1993. Ratzinger però aveva precisato di non essere a conoscenza di casi di pedofilia.

    In una lettera inviata nel 2010 ai genitori dei ragazzi del coro di Ratisbona, il vescovo sosteneva di “essere venuto a conoscenza di un caso di abusi sessuali (…) negli anni ’50”. “Il direttore del convitto dell’epoca, a quanto ci risulta, è stato condannato. Successivamente è morto”, si legge ancora nel sito del vescovado.

    La diocesi tedesca di Ratisbonaha condotto un’indagine sulla vicenda, con una commissione.

    http://www.panorama.it/news/esteri/ratisbona-abusi-sessuali-bambini-coro-duomo/

     

  • Chiesa e pedofilia, la fortuna di chiamarsi Ratzinger

    Chiesa e pedofilia, la fortuna di chiamarsi Ratzinger

    Pestaggi, torture, violenze. Pedofilia. Per almeno 40 anni i bambini del coro delle voci bianche della cattedrale di Ratisbona in Baviera hanno subito di tutto da alcuni dei loro educatori. In 231 sono stati sottoposti ad abusi di ogni genere al buio delle stanze della storica istituzione fondata nel 975 e diretta per 30 anni fino al 1994 da mons. Georg Ratzinger, fratello del papa emerito Benedetto XVI. Sono le conclusioni dell’inchiesta commissionata dalla direzione del Coro nel 2010 all’avvocato Ulrich Weber rese note venerdì 8 gennaio durante una conferenza stampa a Ratisbona. La notizia è velocemente rimbalzata dall’Europa negli Stati Uniti, dove il New York Times è uscito con un importante articolo, ma senza passare per l’Italia. Nessuna delle grandi testate nostrane le ha degnato la giusta attenzione. Non il Corriere, non Repubblica e nemmeno Vatican Insider de La Stampa. Strano, perché di solito non perdono occasione per sparare in prima anche i sacri starnuti vaticani.

    Secondo una stima di Weber gli abusi potrebbero essere stati molti di più. Un terzo dei giovani che sono passati per il coro tra il 1953 e il 1993 ha affermato di aver subito molestie. Il principale responsabile indicato dagli investigatori è stato Johann Meier, direttore dello studentato del coro dal 1953 fino al suo pensionamento avvenuto nel 1992. Meier è morto improvvisamente in quello stesso anno. Già al centro di un’inchiesta scattata nel 1987 in seguito a numerose segnalazioni Maier era rimasto al suo posto e nessuno intraprese azioni penali nei suoi confronti. Si arriva poi a marzo 2010 quando spuntano rivelazioni che arrivano a sfiorare addirittura monsignor Georg Ratzinger.

    La vicenda esplode dopo la pubblicazione di una lettera sul sito della diocesi di Ratisbona firmata dalla direzione del coro, che si rivolse a genitori, coristi e collaboratori spiegando di essere venuta a conoscenza di un caso di pedofilia avvenuto all’inizio degli anni Sessanta tra i Domspatzen (ovvero i “passeri del duomo”, così viene chiamato il coro famoso in tutto il mondo). Il fatto fu confermato dal vescovo della cittadina tedesca, Gerhard Ludwig Müller, ma non era chiaro se fossero state commesse all’interno del coro oppure in un’altra istituzione. Gli amministratori dei Domspatzen ammisero comunque che c’erano indizi concreti di abusi da parte di Meier. Quanto a monsignor Ratzinger, in un’intervista radiofonica alla BR (Bayerische Rundfunk) il fratello del papa emerito sostenne di non essere a conoscenza di casi di pedofilia commessi all’epoca in cui era direttore. In breve le accuse si moltiplicarono. In una conferenza stampa, il portavoce della diocesi di Ratisbona, Clemens Neck, parlò di «sospetti concreti» nei confronti di due ex direttori delle voci bianche del coro, vicende «che in generale erano già note» in diocesi. Smentendo così l’affermazione di Ratzinger ma nessuno ha mai voluto approfondire. I due religiosi, morti nel 1984, sarebbero anche finiti in prigione per gli abusi commessi. Il primo, un ex insegnante di religione e direttore del collegio, sarebbe stato allontanato nel 1958 mentre l’altro, direttore anch’egli del collegio per alcuni mesi, sarebbe stato condannato nel 1971.

    La responsabile della diocesi di Ratisbona per i casi di pedofilia, la psicologa Birgit Boehm, chiese quindi a tutte le vittime di farsi avanti. «Vogliamo fare un’inchiesta trasparente», disse mons. Neck, annunciando la creazione di una commissione da parte del vescovo Müller. Dal canto suo la Santa Sede, all’epoca guidata da Joseph Ratzinger, in una nota emessa dal vicedirettore della sala stampa vaticana, informò il mondo che «stava prendendo molto sul serio tutta la vicenda dello scandalo di pedofilia in Germania», pur senza intervenire direttamente sul caso Ratisbona (che come è noto non era l’unico). Dunque, mai una riga in Vaticano è stata dedicata ai Domspatzen. Nè dopo l’avvio dell’inchiesta auspicata dalla diocesi, né oggi che si è conclusa. E questo forse spiega perché la stampa italiana rimane muta e quanto sia influente, ancora, Benedetto XVI.

    Federico Tulli

  • Lotta alla pedofilia, l’Osservatorio sui Diritti dei Minori chiede la revisione del Concordato tra Stato e Chiesa

    Lotta alla pedofilia, l’Osservatorio sui Diritti dei Minori chiede la revisione del Concordato tra Stato e Chiesa

    Alla pregiata attenzione

    On.le Prof. SERGIO MATTARELLA – Presidente della Repubblica Italiana

    On.le Avv. MATTEO RENZI – Presidente del Consiglio dei Ministri

    Sen. Dott. PIETRO GRASSO – Presidente del Senato della Repubblica

    On.le Dott.ssa LAURA BOLDRINI – Presidente della Camera dei Deputati

    Sua Santità PAPA FRANCESCO I

    S.E. Mons. PIETRO PAROLIN – Segretario di Stato Vaticano

    Oggetto: Proposta di revisione del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato Italiano in merito alla collaborazione per la lotta alla pedofilia e di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici.

    Il recente fatto di cronaca verificatisi nella diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, in Calabria, ha evidenziato che il fenomeno della pedofilia tra i prelati nella Chiesa cattolica è ancora attuale e che tutti gli interventi fino ad ora intrapresi non hanno sortito i risultati sperati.

    Dalla lettura dell’ordinanza di custodia cautelare emessa a carico del sacerdote Antonio Tropea emerge che il vescovo della diocesi, S.E. Mons. Francesco Milito, pur essendo a conoscenza delle contestazioni mosse al chierico, non ha collaborato con le istituzioni dello Stato Italiano e non lo ha rimosso dall’incarico di parroco di Messignadi, frazione di Oppido Mamertina.

    Dopo che la bufera mediatica ha coinvolto anche il vescovo, nella sua funzione di autorità morale, questi si è difeso riferendo di aver scrupolosamente adempiuto al proprio dovere comunicando, come gli era imposto dalle leggi canoniche, i fatti appresi ai propri superiori gerarchici all’interno della Chiesa.

    E’ evidente che si rende necessario un immediato intervento legislativo, concordato tra lo Stato del Vaticano e quello Italiano, al fine di coordinare e rendere effettiva la lotta ai fenomeni di pedofilia che si celano all’interno della Chiesa Cattolica.

    Nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” del 28 marzo 2014, la Conferenza Episcopale Italiana ha affermato che: «Nell’ordinamento italiano il Vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida».

    La Legge Italiana, inoltre, pur stabilendo che: «Ogni persona che ha notizia di un reato perseguibile di ufficio può farne denuncia» (art. 333, comma 1 del Codice di Procedura Penale), limita ai «pubblici ufficiali» ed agli «incaricati di un pubblico servizio», allorquando «hanno notizia di un reato» (art. 333, comma 1, c.p.p.), l’obbligo di denuncia, salvo che non si tratti «di un delitto contro la personalità dello Stato» che, invece, impone a chiunque di sporgere denuncia (art. 364 Codice penale).

    Sempre col predetto documento, i Vescovi Italiani hanno ritenuto che pur essendo «importante la cooperazione del Vescovo con le autorità civili», secondo la legge Italiana e il Concordato, «i Vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ufficio» e che la normativa della Santa Sede stabilisce che l’obbligo di leale collaborazione con l’autorità giudiziaria civile, introdotto da Benedetto XVI, deve comunque rispettare il diritto vigente nei singoli Stati.

    Solamente «Qualora il denunciante dovesse decidere di sporgere denuncia in sede civile, la competente Autorità ecclesiastica, nel rispetto della vigente normativa canonica e civile, provvederà a fornirgli tutto l’aiuto spirituale e psicologico necessario, con ogni premura verso le vittime».

    Nessun riferimento specifico, salvo un generico aiuto spirituale e psicologico alle vittime, vi è alle modalità di collaborazione tra lo Stato Vaticano e quello Italiano ed all’obbligo di comunicazione dei risultati dell’indagine interna alla Chiesa, anche quando questi dimostrano in modo incontrovertibile la responsabilità dei preti coinvolti.

    L’Osservatorio sui Diritti dei Minori

    CHIEDE

    alle autorità ed istituzioni, civili e religiose, in indirizzo un intervento immediato finalizzato a rivedere il Concordato tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica al fine di riconoscere ai vescovi, oltre alla loro alta funzione morale, quella di pubblici ufficiali e di obbligare loro di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione dei loro uffici.

    Solo attraverso una riforma dei Patti Lateranensi, tesa all’esclusivo interesse del minore abusato, la Chiesa e lo Stato riusciranno a coordinare la lotta alla pedofilia ed a creare le condizioni per sconfiggerla ricordando che Gesù Cristo stesso ha affermato che: «È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi! (Luca 17:1-3)».

    Milano, addì 29 dicembre 2015

    Il Presidente 

    Dott. Antonio Marziale

    Il Vicepresidente e Responsabile dell’Ufficio Legale

    Avv. Antonino Napoli

  • Prete accusato di pedofilia, il giudice: “Vescovo lo ha coperto”

    Prete accusato di pedofilia, il giudice: “Vescovo lo ha coperto”

    Dall’indagine sull’arresto di don Antonello Tropea, parroco di una chiesa di Oppido Mamertina in provincia di Reggio Calabria, risulta che il suo superiore non ha preso provvedimenti e gli avrebbe consigliato di “evitare di parlare con i carabinieri”

    di ANDREA GUALTIERI

    Al SUO prete, accusato dai parrocchiani di omosessualità e pedofilia, il vescovo consigliava di “evitare di parlare con i carabinieri” perché loro avrebbero potuto redigere un promemoria con il rischio di “far degenerare le cose”. E anche quando il sacerdote è stato formalmente indagato per adescamento di minorenni e pedopornografia, il presule non ha preso provvedimenti e avrebbe consigliato “di continuare a fare le cose che faceva prima”.

    L’ACCUSA DI COPRIRE IL SACERDOTE. L’ordinanza con la quale Antonio Scortecci, giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, ha disposto l’arresto per don Antonello Tropea, 44 anni, parroco della piccola chiesa della frazione Messignadi di Oppido Mamertina, dedica un passaggio anche a monsignor Francesco Milito, che della diocesi di Oppido-Palmi è il vescovo, oltre che il vicepresidente della Conferenza episcopale calabra. Il prelato non è indagato, ma secondo quanto si legge nelle carte, pubblicate in anteprima dal sito Il Dispaccio, avrebbe coperto il suo prete senza adottare “provvedimenti cautelativi né di minima verifica delle accuse rivolte all’indagato”. È per questo che il giudice non si fida del presule. E nel rigettare l’ipotesi degli arresti domiciliari per don Antonello, aggiunge che “neppure sarebbe tranquillizzante” se a trovare un altro luogo nel quale far scontare la detenzione fosse il vescovo che ha avuto “atteggiamenti particolarmente prudenti e conservativi dello status quo, dando pieno credito alla versione negatoria dello stesso accusato”.

    IL DIALOGO INTERCETTATO. Le venti pagine che ricostruiscono la doppia vita di Antonello Tropea  –  che di giorno faceva il parroco e di notte frequentava le chat per organizzare incontri omosessuali a pagamento con minorenni  –  si concludono proprio con un’intercettazione di una conversazione tra il prete e Milito, avvenuta il 7 agosto scorso. “Lascia perdere riguardo la lettera che hanno fatto sta storia che hanno fermato i bambini”, dice il vescovo che aggiunge: “La cosa gravissima non è, è questo pettegolume di suore. Tu piomba subito e glielo puoi dire, io mi sono incontrato col vescovo, il vescovo c’è rimasto proprio…(incompr) quanto il fatto che le suore siano andate a riferire a M. la battuta del prete”.

    LE INDAGINI DEI CARABINIERI. Il riferimento era ad una donna, ritenuta da don Antonello l’autrice di una lettera anonima che denunciava alla curia di Oppido-Palmi gli incontri omosessuali del parroco: il sacerdote, infuriato, aveva parlato di lei durante una cena alla quale erano presenti alcune religiose. Le voci sulle torbide attività del parroco in realtà erano piuttosto diffuse, tanto che il sacerdote si era già trovato a discuterne con Milito durante un incontro nel mese di luglio. Era stato in quell’occasione che il vescovo gli aveva consigliato di non parlarne con i carabinieri. Ma la Squadra Mobile di Reggio Calabria stava già ricostruendo gli adescamenti del prete. Le indagini erano partite dopo che una pattuglia lo aveva trovato in auto con un minorenne in un luogo appartato. L’atteggiamento di don Antonello, che aveva dichiarato di essere un insegnante di educazione fisica, e alcuni oggetti ritrovati in uno zaino avevano insospettito gli agenti. Due mesi di intercettazioni, le testimonianze delle vittime e l’analisi dei dispositivi informatici sequestrati hanno permesso di accertare che non si era trattato di un episodio isolato. Di ragazzi, don Antonello ne aveva adescato altri. E, secondo il magistrato, era al corrente della loro età.

    GLI ADESCAMENTI SU GRINDER. Lo strumento che il sacerdote usava per individuare i giovani con i quali consumare gli atti sessuali a pagamento era Grinder, un social network noto negli ambienti omosessuali. Don Antonello si presentava con il nome di Nicola, lo stesso del patrono della sua parrocchia, San Nicola di Mira. L’approccio era esplicito e gli incontri avvenivano in auto, anche se i poliziotti hanno documentato che persino la canonica era diventata alcova per il prete.

    LA LINEA DURA DEL VATICANO. Una condotta sulla quale il vescovo non ha voluto indagare. Parlando con un amico, don Antonello sembrava quasi sorpreso che nemmeno dopo la perquisizione e l’avviso di garanzia monsignor Milito abbia ritenuto di sospenderlo. Proprio questa posizione della curia potrebbe però richiamare l’attenzione del Vaticano, dove Benedetto XVI ha fatto promuovere nel 2010 durissime linee guida contro la pedofilia applicate in modo ferreo anche da papa Francesco. Il pontefice argentino ha pure istituito un tribunale specifico e introdotto il reato di abuso d’ufficio episcopale, arrivando a rimuovere i presuli per i quali sia riconosciuto che non hanno dato adeguato seguito alle denunce di abusi. E in una lettera del febbraio scorso, affidava ai vescovi e ai superiori degli ordini religiosi “il compito di verificare che nelle parrocchie e nelle altre istituzioni della Chiesa venga garantita la sicurezza dei minori e degli adulti vulnerabili”, affermando che non potrà “venire accordata priorità ad altro tipo di considerazioni, di qualunque natura esse siano, come ad esempio il desiderio di evitare lo scandalo, poiché non c’è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori”.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2015/12/20/news/vescovo_prete_pedofilo-129851645/

  • Prete arrestato ad Ostuni per pedopornografia: lettera all’arcivescovo e al papa, “ci vuole una commissione di inchiesta”

    Prete arrestato ad Ostuni per pedopornografia: lettera all’arcivescovo e al papa, “ci vuole una commissione di inchiesta”

    Nei giorni scorsi un sacerdote di Ostuni, Francesco Legrottaglie, 67enne, fu arrestato. Secondo l’accusa, aveva il computer pieno di immagini pedopornografiche, con tanto di nomi di santi dati alle cartelle contenenti tali immagini. Di seguito il testo del documento indirizzato dal gruppo Manifesto4Ottobre all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, Domenico Caliandro, documento indirizzato anche a papa Francesco e al segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Nunzio Galantino:

    Gent.mo Arcivescovo,

    nel maggio scorso, qualche giorno dopo l’arresto di un parroco nella città capoluogo con l’accusa di violenza sessuale su minori di 14 anni con l’aggravante dell’abuso di autorità, Le indirizzammo una lettera* a conclusione della quale chiedevamo di istituire una commissione di inchiesta come avevano fatto due diocesi italiane, Verona e Bressanone.

    Purtroppo a pochi mesi di distanza apprendiamo dalla stampa che un altro prete è stato ristretto ai domiciliari in questi giorni con l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico; mentre per il prete arrestato nel maggio scorso la pubblica accusa ha chiesto il rinvio a giudizio sul quale il giudice delle indagini preliminari deciderà il prossimo 12 dicembre.

    Leggiamo anche una Sua dichiarazione secondo la quale “per il sacerdote (arrestato ndr) si determina da subito la limitazione di qualsiasi atto di ministero pubblico fino a nuova disposizione” e “tuttavia da anni non ha alcun incarico e non svolge alcun ruolo in diocesi”.

    I giornali parlano di una Sua dichiarazione secondo la quale il sacerdote arrestato “potrà celebrare solo privatamente”. Un passaggio, quest’ultimo, originato, forse, da un difetto di comunicazione o refuso, che richiederebbe qualche parola chiarificatrice del Suo pensiero dal momento che, per come lo si legge, appare avulso dal senso profondo dell’Eucarestia, fonte e culmine della vita comunitaria, che non potrebbe essere ridotta a pia pratica di pietà individuale.

    I fatti corroborano il nostro convincimento che il problema della pedofilia nel clero non possa continuare ad essere affrontato in maniera episodica e con dichiarazioni rassicuranti verso le comunità e l’opinione pubblica, sempre più insofferenti nei riguardi di questi comportamenti che, secondo Benedetto XVI, “oscurano la luce del Vangelo a un punto a cui non erano giunti neppure secoli di persecuzioni”. Non si tratta di punire e reprimere, ma di avviare una profonda revisione dei metodi di selezione e formazione dei presbiteri, troppo lontani e separati dalla vita quotidiana e dalle comunità. E si tratta anche di promuovere una verifica, libera e sincera, degli stili di vita di tutti.

    Ci chiediamo, allora, se a fronte di certi comportamenti sia sufficiente l’allontanamento dal ministero pubblico dei presbiteri coinvolti o se, invece, nel dare segnali chiari e rigorosi di riprovazione, non sia giusto procedere, rapidamente, dopo le prescritte verifiche, alla sospensione da qualsiasi funzione pastorale e sacramentale in pubblico e in privato (“sospensione a divinis”), almeno fino a quando non risultasse l’innocenza degli accusati.

    Con riferimento all’ultimo arresto ci chiediamo, inoltre, se non sarebbe stato doveroso, dopo la precedente condanna negli anni ’90 per abusi su minori, non permettere all’interessato la prosecuzione del ministero presbiteriale. Per molto meno, e cioè perché il loro amore non rientra nel canone ecclesiastico, non si permette a uomini e donne l’accesso ai sacramenti!

    Torniamo perciò a chiedere di istituire la già proposta commissione diocesana di inchiesta e di procedere alla “sospensione a divinis” dei preti che sono incorsi e che incorreranno in comportamenti che arrecano danno alla libertà ed alla dignità dei minori, al fine sia di assumere conseguenti e più efficaci decisioni preventive e sia per prendere in considerazione comportamenti che possono nuocere più in generale al bene della collettività.

    Offriamo le considerazioni che precedono alla Sua attenzione, restando a disposizione per ogni colloquio, chiarimento e correzione.

    Prete arrestato ad Ostuni per pedopornografia: lettera all’arcivescovo e al papa, “ci vuole una commissione di inchiesta” La chiede il gruppo Manifesto4Ottobre