Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Gli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica

    Gli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica

    In risposta alle tante sollecitazioni dei frequentatori del sito della UAAR, è stata preparata questa prima scheda informativa sul problema degli abusi sessuali sui minori commessi da esponenti della Chiesa cattolica. Ne seguiranno altre, che analizzeranno i vari aspetti del fenomeno ed in particolare la realtà italiana.

    Presa di coscienza del problema negli Stati Uniti
    Il problema degli abusi sessuali su minori era noto negli Stati Uniti, anche se non nelle sue reali dimensioni, fin dagli anni Cinquanta del Novecento, anche se  solo nel 1967 se ne era tenuta una pubblica discussione presso il campus della Notre Dame University. Il clero cattolico statunitense tuttavia, almeno fino agli anni Ottanta, se ne è interessato solo occasionalmente.
    Nel settembre 1983 il “National Catholic Reporter” aveva portato il problema alla ribalta nazionale; ma solo nel 2002, dopo la pubblicazione di alcuni articoli accusatori sul “Boston Globe”, il tema ha polarizzato i media e suscitato un vasto allarme sociale, giacché è sembrato subito evidente che (a) gli abusi sessuali costituivano una realtà documentata, (b) il loro numero era notevole, (c) vi era stata una politica di segretezza e di copertura degli abusi da parte della Chiesa locale, (d) la Chiesa non aveva preso adeguati provvedimenti nei confronti dei colpevoli, limitandosi per lo più ad allontanarli dalla loro sede ma senza limitarne il contatto con altre possibili vittime, (e) il fenomeno non era limitato agli Stati Uniti.
    Ciò ha portato: (a) ad una maggiore attenzione al fenomeno negli Stati Uniti, (b) ad un serio allarme in altre nazioni, (c) alla denuncia di un numero rilevante di abusi in altre nazioni (in particolare Canada, Australia, Nuova Zelando e poi in vari stati europei).
    A seguito degli scandali e dei procedimenti penali, molti sacerdoti vengono sono stati indotti dalle autorità cattoliche a dimettersi, senza peraltro subire alcun processo disciplinare ecclesiastico. Molte parrocchie e diocesi sono costrette a vendere proprietà ed a chiudere attività per pagare lauti risarcimenti.

    Dimensione del fenomeno negli Stati Uniti
    Il maggior numero di accuse di abusi sessuali riguarda, sin dagli ultimi due decenni del Novecento, gli Stati Uniti, Australia, Canada, Irlanda; ma nessun paese ne è immune. Si calcola comunque che l’80% circa dei casi sia stato finora denunciato negli Stati Uniti, in particolare nella diocesi di Boston.
    Le reali dimensioni del fenomeno sono tuttavia ancora poco note. Secondo uno studio commissionato nel 2002 dalla Conferenza Statunitense dei Vescovi Cattolici, nel periodo compreso fra il 1950 ed il 2002 il 4% dei sacerdoti in attività negli Stati Uniti era stato accusato di reati a sfondo sessuale.

    I primi casi  esemplari negli Stati Uniti
    Il primo caso importante giunge alla cronaca nel 1981, allorché padre Donald Roemer, dell’Arcidiocesi di Los Angeles viene accusato, con ampia eco sui media, di abuso sessuale nei confronti di un minore.
    Nel 1983 Thomas Laughlin, un sacerdote di 57 anni, in servizio dal 1972 nella diocesi di Portland, viene accusato di abuso sessuale nei confronti di un minore. Secondo un articolo apparso in una rivista diocesana, l’arcivescovo Cornelius M. Power era venuto a  conoscenza di ciò solo nel 1981 (in occasione di un colloquio con il giovane e con i suoi genitori). Secondo la magistratura, invece, Laughlin era responsabile di abusi, anche su altri minori, avvenuti in un lasso di tempo di 15-20 anni, e tali abusi dovevano certamente essere noti ai responsabili dell’arcidiocesi, che non avevano preso tuttavia alcun provvedimento contro il sacerdote, né avevano riferito alcunché alle autorità statali. La condotta reticente dell’arcivescovo forse non violava le norme di legge, ma senza dubbio l’arcidiocesi non si era fatta carico dei problemi pastorali e legali connessi. Prima di incorrere in un procedimento penale (che fu evitato), Laughlin fu trasferito e sottoposto ad un programma rieducativo; quindi fu assegnato ad una nuova parrocchia. La diocesi pagò un risarcimento alle famiglie ed avviò una campagna informativa fra i sacerdoti, illustrando loro l’obbligo di denuncia degli abusi sui minori di cui fossero venuti a conoscenza al di fuori della confessione.
    Nel 1985 padre Gilbert Gauthe, della Louisiana, viene accusato di molestie sessuali nei confronti di 11 minori.

    Le principali accuse alla Chiesa cattolica degli Stati Uniti
    Scoppiato lo scandalo, la Chiesa Cattolica statunitense è stata accusata a vario titolo, sia per quanto riguarda le responsabilità dei singoli, sia per la gestione complessiva del problema.

    Occultamento deliberato degli abusi. Molti vescovi, informati dei fatti, hanno preferito, di fronte ai casi più gravi, risarcire direttamente le vittime in cambio del loro silenzio con le autorità e con l’opinione pubblica.

    Mancata collaborazione con le autorità civili. Fino all’esplodere dello scandalo, nel 2002, la Chiesa Cattolica Statunitense non si è mai preoccupata di denunciare i casi di abuso alle autorità civili, giacché ciò non rientrava nelle sue norme interne.

    Mancata presa in carico del problema. Prima degli scandali degli Stati Uniti, non si aveva una chiara presa di coscienza pubblica del problema: né per quanto attiene a: (a) il numero dei soggetti (abusanti ed abusati) coinvolti, (b) la tipologia degli abusanti, (c) le specifiche modalità degli abusi, (d) le conseguenze sulla vita delle comunità coinvolte. Lo stesso clero ha preso atto solo recentemente di un problema che in passato era stato minimizzato o non ben compreso.

    Omissione di adeguati provvedimenti disciplinari nei singoli casi. Secondo gli organi di stampa statunitensi, prima dell’emergere dello scandalo, nella maggior parte dei casi avvenuti negli Stati Uniti le autorità religiose, conosciute le accuse, le avevano coperte, limitandosi in buona parte dei casi a sottoporre gli accusati (nel 40% dei casi, secondo il “John Jay report”) ad un trattamento psicologico, secondo la prassi medica dell’epoca, reintegrandoli poi nelle loro funzioni, ed eventualmente assegnandoli ad un’altra parrocchia, o addirittura assegnando loro un incarico in una diversa nazione.
    Di ciò esistono svariate e gravi prove. Secondo un resoconto della Associated Press, pubblicato il 14 aprile 2010, trenta sacerdoti pedofili furono semplicemente trasferiti (anche all’estero); ma continuarono ad occuparsi di minori, ed alcun reiterarono i loro abusi.
    Secondo gli accusatori delle Chiesa, provvedimenti adeguati sarebbero stati la rimozione dai loro incarichi pubblici dei sacerdoti colpevoli, la loro eventuale riduzione allo stato laicale e la denuncia alle autorità civili. Le autorità ecclesiastiche si erano invece generalmente comportate nel modo proprio della Chiesa, ovvero intendendo l’abuso come un problema spirituale che va risolto con un approccio spirituale e non medico o giuridico.

    Scarso interesse nei confronti degli abusati. In base alle cronache giornalistiche, uno degli aspetti più gravi del problema abusi è stato sempre l’assenza di iniziative di assistenza e protezione dei soggetti abusati (come una informazione alle famiglie o la denuncia alle autorità competenti).

    La risposta della Chiesa alle affermazioni dei media statunitensi
    Al di là dei singoli casi giunti alla ribalta della cronaca, secondo i media statunitensi la pedofilia è un problema specifico del sacerdozio; mentre la Chiesa obietta che quello della pedofilia è invece un problema personale dei singoli sacerdoti.
    Secondo la gerarchia romana, il problema della pedofilia e degli abusi commessi da sacerdoti cattolici è ampiamente sovrastimato dai giornalisti e dall’opinione pubblica. Per esempio, il 5 gennaio 2008, l’ “Osservatore Romano” ha pubblicato una intervista al card. Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, secondo il quale solo una minima parte del clero é coinvolta in situazioni gravi, mentre neppure l’uno per cento ha a che fare con problemi di condotta morale e sessuale. Poco più di un anno dopo, lo stesso cardinale ha tuttavia dichiarato, nel corso di una intervista ad un settimanale spagnolo che in alcune diocesi la percentuale dei preti pedofili non arriva nemmeno al 4% mentre la percentuale dei sacerdoti che non rispettano il celibato sarebbe molto più alta (dunque, a quanto pare, nella maggior parte delle diocesi, la percentuale dei preti pedofili è superiore al 4%; e la percentuale dei preti sessualmente attivi è ancora maggiore, con buona pace del celibato ecclesiastico!).
    Nella maggior parte dei casi si tratterebbe di efebofilia piuttosto che di pedofilia, ovvero di preti con orientamento omosessuale o eterosessuale attratti non da ragazzi prepuberi ma da adolescenti; e comunque la maggior parte dei preti sessualmente attivi (eterosessuali, omosessuali o bisessuali) non molesterebbe né abuserebbe sessualmente di minori.
    Resta il fatto che, anche secondo molti sacerdoti, in linea di massima i vescovi hanno impedito di approfondire il fenomeno ed il Vaticano non si è per nulla interessato agli studi scientifici sul celibato e la sessualità dei preti, anche se, ad esempio, molti istituti ecclesiastici statunitensi hanno assistito centinaia di sacerdoti responsabili di abuso sessuale e dunque possiedono una notevole quantità di dati utili a comprendere le motivazioni del fenomeno.

    Si tratta di accuse strumentali. Al di là delle colpe e delle responsabilità dei singoli, lo scandalo dei preti pedofili, nei suoi vari aspetti, ha messo sotto pesante accusa la Chiesa Cattolica come istituzione e come ente morale. Le accuse sono aumentate a dismisura durante il pontificato di Benedetto XVI, già oggetto di forte contestazione per svariati altri motivi.
    Ciò ha portato la Chiesa a ritenere (e, opportunamente, a far credere ai propri fedeli) che, dietro lo scandalo dei preti pedofili e dietro le accuse di copertura da parte della gerarchia, vi sia una preciso piano di screditamento del papa e di destabilizzazione della Chiesa Cattolica stessa. In pratica, l’attacco alla Chiesa cattolica avrebbe avuto più risalto rispetto all’interesse per le vittime.
    Secondo i cattolici, le ragioni di ciò andrebbero ricercate anche nella opposizione alla linea di restaurazione messa in atto da Benedetto XVI.
    Nonostante il fenomeno pedofilia si sia dimostrato, con l’andar del tempo, comune alla maggior parte dei paesi cattolici, secondo il Vaticano lo scandalo sarebbe stato particolarmente virulento negli Stati Uniti per alcuni particolari motivi: (a) una specifica caratteristica della cultura statunitense, che amplifica istericamente tutto ciò che ha rapporto con il sesso, (b) una scarsa comprensione dell’organizzazione della Chiesa Cattolica, che non affronta problemi come quello della pedofilia con la velocità che vorrebbe la maggioranza degli statunitensi, (c) una particolare forma locale di anticattolicesimo, (d) l’attivismo degli avvocati statunitensi a caccia di facili risarcimenti.
    Su questa linea, il 19 giugno 2009. L’Osservatore Romano” ha pubblicato una intervista a mons. Mauro Piacenza, vice prefetto della Congregazione per il clero, secondo il quale esiste  un preciso disegno che va ben oltre il diritto di cronaca da parte dei media che raccontano i casi di pedofilia nella Chiesa.

    I preti cattolici non sono in maggioranza pedofili che molestano i bambini. Secondo la Chiesa la maggior parte dei preti colpevole di abusi è costituita non da pedofili ma da ebefilici o efebofili, cioè da preti che hanno compiuto atti sessuali con soggetti in età postpuberale (dai 13 ai 17 anni).

    La gran parte dei preti non è pedofila. Secondo uno studio prodotto dalla Conferenza dei vescovi cattolici statunitensi, solo il 4% dei sacerdoti è stato accusato (dal 1950 ad oggi) di abusi sessuali su minori; ma la stragrande maggioranza dei sacerdoti è celibe, sposata o ha una relazione sessuale con altri adulti.In ogni caso, è abbastanza difficile conoscere la reale entità del fenomeno, per vari motivi, ed in particolare: (a) perché molte vittime scelgono il silenzio, (b) perché molti adulti accusatori hanno falsi ricordi di violenze, (c) perché molti adulti avanzano false accuse per ottenere indebiti risarcimenti.

    Lo scandalo del 2002-2003 dipende da un cumulo di accuse e non di crimini. L’enorme numero di casi di abuso sessuale su minori denunciati o riportati dalla stampa non riflette la reale entità del fenomeno. Si tratta infatti in molti casi di fatti riferiti ad un periodo di oltre cinquanta anni, la maggior parte dei quali accaduti negli anni Settanta ed Ottanta. I casi attuali, in realtà, sarebbero di gran lunga meno numerosi; ma la percezione del comune lettore, a causa del modo di parlarne, è che attualmente la quantità di abusi ed il numero dei molestatori sia notevolmente maggiore del reale ed in aumento. A conferma di ciò, il numero di denunce di casi recenti è piuttosto ridotta.

    La percentuale dei preti pedofili non è maggiore di quella presente nella popolazione generale.Secondo la Chiesa Cattolica, fra i sacerdoti, la percentuale di quelli colpevoli di abusi non è maggiore di quanto avvenga nella popolazione generale. Tanto più se viene fatto un confronto con la sola popolazione di maschi adulti.

    La percentuale dei preti pedofili non è più alta, fra i cattolici, rispetto ai religiosi di altre confessioni cristiane e dei non cristiani. Su questo punto non esistono dati attendibili. Certamente il fenomeno è presente anche nel clero non cattolico. Tuttavia, secondo le autorità cattoliche, la stampa non da dato pari rilievo a queste storie di abuso sessuale su minori commessi da rappresentanti di altre religioni. In tal senso l’accanimento dei media sarebbe una delle espressioni della retorica anti-cattolica.

    Il contrattacco della Chiesa Cattolica
    L’abuso sessuale non è riferibile solo alla Chiesa cattolica.
    Sin dall’emergere dello scandalo USA, la Chiesa (sia nelle sue componenti locali, che a Roma) ha sempre criticato i media per l’eccessiva enfasi data al fenomeno degli abusi sessuali, che in fondo riguarderebbero le istituzioni in genere. Ad esempio, una indagine commissionata (sotto la presidenza Bush, nel 2002)  dal Dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti ha rilevato che nella scuole pubbliche americane insegnanti ed impiegati abuserebbero di una percentuale di studenti compresa fra il 6 ed il 10 per cento (cento volte più degli abusati dai sacerdoti); anche se va precisato che in molti casi è evidente un certo consenso delle vittime.
    Nel 1984 il Dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti ha eseguito una meta-analisi su alcuni studi apparsi negli ultimi anni riguardo al comportamento degli operatori scolastici, trovando che una percentuale variabile fra il 3.5% ed il 50.3% degli studenti erano stati oggetto di molestie o abuso sessuale in ambiente scolastico I responsabili erano generalmente insegnanti, allenatori e supplenti.
    Di fronte a questi dati, la percentuale degli abusi commessi dai sacerdoti cattolici sarebbe ben poca cosa, ma sui media essi hanno una maggiore esposizione.

    Analisi del fenomeno
    Quanti sono i casi di abuso di minori nella popolazione generale?
    Orientativamente si presume che una percentuale del 2% circa di adulti commetta abusi sessuali nei confronti di minori o di altri adulti, ma non esistono precise statistiche, soprattutto perché tale problema, così come quello dell’interesse morboso degli adulti verso la sessualità dei minori (che talora sfocia in atti di abuso), è stato sempre minimizzato, occultato o rimosso dalla società.

    Quanti sono i preti cattolici che abusano di minori? Secondo Philip Jenkins, docente di storia delle religioni alla Penn State University, il 2% dei preti abusa sessualmente di bambini e ragazzi. Secondo lo psicoterapeuta ed ex-sacerdote Richard Sipe (che in 25 anni ne ha intervistati alcune centinaia), la percentuale dei sacerdoti autori di abuso sessuale dovrebbe aggirarsi intorno al 6%; ed in particolare, il 4% per cento avrebbe abusato di adolescenti, il 2% di minori prepuberi.
    Secondo l’avvocato texano Sylvia M. Demarest, almeno 1500 preti statunitensi (su circa 60.000 in attività negli stessi anni) sono stati accusati di abuso sessuale a partire dalla metà degli anni Novanta del Novecento; dunque una percentuale del 2.5 %. Ma questa percentuale è scarsamente indicativa perché, se da un lato solo un parte di queste accuse è stata sottoposta a procedimento legale (e dunque è difficile conoscere se fossero fondate), dall’altra è probabile che meno del 40% dei colpevoli sia stata in effetti accusata.
    Fra le stime al ribasso, c’è quella della giornalista Ann Coulter, che senza citare alcuna fonte ha scritto che solo 55 su 45.000 sacerdoti statunitensi sono stati indicati quali autori di abusi sessuali (dunque una percentuale dello 0.12%).

    Quali sono le caratteristiche del prete pedofilo? Fra i sacerdoti che abusano sessualmente di minori vengono per lo più identificati due sottogruppi: (a) pedofili eterosessuali attratti da bambine o da bambini in età prepubere, oppure da entrambi, e che di solito hanno particolare preferenza per una particolare età (ad esempio 7-8 anni), (b) efebofili omosessuali, che sono attratti da maschi adolescenti di età compresa fra i 14-17 anni, e anche da adulti (ed hanno con loro rapporti omosessuali). Secondo molti osservatori, almeno il 90% dei preti abusanti rientrerebbe nella categoria degli efebofili omosessuali, che scelgono ragazzi di 13-17 anni. Il loro comportamento di molti di loro rientrerebbe, in un certo senso, entro i limiti di una preferenza sessuale per partner giovanissimi piuttosto che in una vera e propria pedofilia.

    Quante sono le vittime di ciascun prete pedofilo? Una buona parte dei preti pedofili ha ricevuto accuse da parte di una singola vittima. È però impensabile che il prete pedofilo, proprio a ragione della sua devianza, non abbia reiterato tale comportamento. D’altra parte, ragioni oggettive ne facilitano la condotta criminosa. Egli infatti, a ragione del suo status e dell’ambito della sua attività, ha facili ed abbondanti contatti con minorenni dei quali gode di assoluta fiducia.
    Il numero degli abusati da parte di un solo sacerdote è inoltre spesso elevato, perché (per effetto della sua posizione sociale) egli ha più di altri la possibilità di operare a lungo prima di essere accusato da una delle sue vittime. Secondo alcuni studi, è verosimile che ciascun prete pedofilo sia responsabile di una media di almeno sei altri casi di abuso per ognuno di quelli giunti alla pubblica attenzione

    La Chiesa di fronte allo scandalo pedofilia
    La più importante conseguenza degli scandali degli abusi, è la perdita di credibilità della Chiesa cattolica su quanto attiene alle norme morali, giacché non solo si è di fronte a degli abusi, ma perfino al loro occultamento da parte della gerarchia, che oltretutto in molti casi ha fatto poco o nulla per proteggere le vittime. Per superare questo rischio ad un certo punto la Chiesa ha dovuto affrontare con serietà il problema.

    Analisi del problema. Nel giugno del 2002 la conferenza dei Vescovi degli Stati Uniti, riunita a Dallas, ha approvato un documento intitolato «Charter for the Protection of Children and Young People», in base al quale sono stati programmati due separati studi sul fenomeno degli abusi: uno per indagarne il contesto, ed un secondo per studiarne la natura. Oltre a ciò la Conferenza ha proposto di attuare subito un più efficace screening dei candidati al sacerdozio, in particolare per quanto attiene la loro effettiva disponibilità al celibato ed alla castità (sebbene questi fattori non siano ritenuti una diretta causa degli abusi).
    In seguito a ciò sono stati prodotti due documenti: «A Report on the Crisis in the Catholic Church in the United States.», e “The Nature and Scope of the Problem of Sexual Abuse of Minors by Priests and Deacons in the United States 1950-2002 (a cura di Karen Terry et al., del John Jay College of Criminal Justice di Washington DC).
    Il ”John Jay Report” (2004). Secondo i dati al momento disponibili, 10.667 statunitensi avevano denunciato o riferito di avere subito, nel periodo compreso fra il 1950 ed il 2002, un abuso sessuale in età minorile da parte di un rappresentante del clero cattolico. Le diocesi avevano verificato la veridicità di questi abusi in 6.000 casi riguardanti 4.392 sacerdoti (circa il 4% dei 109.694 in attività in quel periodo), con una percentuale del 4.3% nel clero secolare e del 2.5% negli ordini religiosi. Fra gli abusati, 81% erano maschi, a conferma delle tendenze omosessuali degli abusanti (anche se non  poteva essere esclusa come concausa l’atmosfera prettamente maschile dei seminari). In quanto all’età, il 6% delle vittime di abuso avevano meno di 7 anni, il 16% fra 8 e 10 anni, il 51% fra 11 e 14 anni, il 15% fra 16 e 17 anni. In gran parte dei casi si dovrebbe dunque parlare, più correttamente, di ‘efebofilia’  piuttosto che di ‘pedofilia’.
    L’80% dei casi denunciati risalivano al periodo 1960-1990, con un picco negli anni Settanta; il fenomeno sembrava invece in decrescita negli anni Ottanta e Novanta. Un terzo delle accuse erano state formulate negli anni 1993-2001 ed un terzo nel 2002-2003.
    Nel corso dell’inchiesta le  diocesi non avevano comunque fornito alcuna  informazione sul nome degli abusanti e delle loro vittime, e sulle diocesi interessate; in un secondo tempo avevano invece fornito dati non nominativi sui provvedimenti adottati nei confronti di 1.021 sacerdoti (3.300 di questi non subirono alcuna indagine, essendo deceduti prima delle accuse).
    Complessivamente, solo il 6% degli accusati era stato perseguiti legalmente e solo il 2% era stato imprigionato.
    A commento di questi dati, il Report metteva in assoluta evidenza l’atteggiamento gravemente immorale del clero, ed il fatto che le gerarchie, con assoluta miopia, non avevano mai preso in seria considerazione le conseguenze del fenomeno, coltivando dunque una cultura della segretezza: non parlare alle vittime, non discuterne con i propri pari. Il report accusava inoltre esplicitamente il Vaticano di avere risposto con eccessiva lentezza e malavoglia alle molte richieste di intervento, giunte dal clero statunitense sin dagli anni ’90, e di avere fatto qualcosa solo dopo l’esplosione dello scandalo statunitense.
    Forniva infine alcune raccomandazioni per contrastare il fenomeno: ammettere onestamente le colpe e la vergogna; analizzarlo a fondo; migliorare la selezione dei candidati al sacerdozio; valutare con grande attenzione ogni denuncia e segnalazione di abuso; porre attenzione alle norme legali; collaborare con le autorità civili nella repressone e denuncia degli abusi; maggiore trasparenza.

    L’abuso è un problema legato alle caratteristiche dell’istruzione religiosa? Per molti, e secondo gli stessi sacerdoti, il percorso educativo dei seminaristi non aiuta per nulla gli studenti ad affrontare i problemi legati alla propria sessualità, soprattutto i più giovani. Solo recentemente la Chiesa è stata investita del problema, ma quasi esclusivamente per quanto attiene ai criteri di accoglimento dei seminaristi, secondo la convinzione che sia l’omosessualità a condurre alla pedofilia.

    È un problema legato al contesto sociale? Secondo alcuni commentatori, alla base della pedofilia c’è una cultura del dissenso, interna alla Chiesa cattolica stessa, legata alla secolarizzazione ed al rifiuto della tradizione. Molti sacerdoti ritengono che la Chiesa sbagli nel proporre i suoi modelli di sessualità e di celibato, così come sbaglia in molti altri campi.  Questo dissenso interno sarebbe parte di una più generale crisi dei valori morali precipitata sul finire del Novecento.
    La Chiesa sarebbe stata ampiamente investita da questo fenomeno specialmente dopo il Concilio VaticanoII. Ma certamente il problema esisteva comunque anche prima di esso, e forse esso è solo emerso con evidenza a causa del crescente interesse pubblico, della polizia e della magistratura.

    Quali soluzioni secondo la Chiesa Cattolica? Per quanto abbia tentato a lungo di ricondurre gli abusi sessuali e la pedofilia a problemi di natura personale (ad esempio una personale predisposizione alla omosessualità), la Chiesa ha dovuto necessariamente riconoscere che il problema è di ben altra portata e richiede una attenta analisi ed adeguate risposte. La prima di queste dovrebbe essere una accurata selezione dei candidati, unita ad un miglioramento dell’ambiente educativo.

    Approccio medico-psicologico. Fino agli ultimi decenni del Novecento, la migliore risposta al problema della incontinenza sessuale in genere, sembrava, in ambito clericale, la preghiera, oggi tenuta in assai minore considerazione. Oggi la Chiesa preferisce un approccio psicologico, adottato sempre più a partire almeno dagli ultimi due decenni del Novecento, nella presunzione che il prete abusante può essere curato e reintegrato nelle sue attività, senza ulteriore pericolo per la collettività (al più andrebbe limitato il suo contatto con i minori). Ma neanche esso è risultato particolarmente efficace; ed in molti casi ha perfino radicato nei singoli il problema di fondo.

    Prevenzione degli abusi. Così come tradizionalmente manca nella Chiesa un chiaro interesse per la vita sessuale dei sacerdoti e per le sue deviazioni patologiche, altrettanto manca nel diritto canonico una trattazione del problema della omosessualità, della pedofilia e degli abusi sessuali. Solo negli ultimi anni, sulla spinta dello scandalo iniziato degli Stati Uniti, il problema ha cominciato ad impegnare le gerarchie.
    Nel 2002 la Chiesa cattolica statunitense ha dichiarato di avere adottato una politica di “tolleranza zero” degli abusi sessuali del clero, mobilitando ingenti risorse umane. Da allora e fino al 2008, ha infatti coinvolto nel progetto quasi 6.000.000 di ragazzi (invitati a riferire eventuali abusi), oltre 1.000.000 di volontari; oltre 150.000 educatori, 51.000 esponenti del clero, circa 5.000 seminaristi.

    Iniziative legali contro il clero
    Nella convinzione che il Vaticano abbia ed abbia avuto una parte attiva (se non anche di assoluto primo piano) nella copertura degli abusi sessuali, sono stati compiuti negli Stati Uniti vari tentativi di ottenere la citazione in giudizio di alti esponenti della Chiesa cattolica romana, ad esempio i cardinali Bertone, Sodano e Ratzinger (e quest’ultimo anche una volta divenuto papa).
    Nel giugno 2004 William McMurry, avvocato di Louisville (Kentucky) ha intrapreso una azione legale contro il Vaticano, accusato di avere coperto una storia di abusi sessuali su tre minori. Nel Novembre 2008 la Corte di Appello di Cincinnati ha rigettato l’istanza del Vaticano tendente a riconoscerne l’immunità come Stato Sovrano; ed il Vaticano non ha presentato ricorso contro la sentenza. Ma Benedetto XVI, personalmente accusato di avere coperto una storia di abusi nei confronti di tre minori, avvenuti in Texas, ha chiesto ed ottenuto l’immunità diplomatica, secondo alcuni grazie all’intervento del presidente George W. Bush.

    Francesco D’Alpa

    http://www.uaar.it/ateismo/controinformazione/abusi-sessuali-Chiesa-cattolica/

  • Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

    Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

    Accogliendo una proposta elaborata dalla pontificia commissione per la Tutela dei minori, papa Francesco ha stabilito che è un reato canonico «l’abuso di ufficio episcopale», la prassi cioè, da parte dei vescovi, di non dare seguito alle denunce raccolte su presunti abusi compiuti da sacerdoti appartenenti alle loro diocesi. Al fine di rendere possibile l’individuazione e la punizione di eventuali responsabili, il papa ha quindi creato una sorta di commissione ad hoc all’interno della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) alla quale già spetta il compito di giudicare i sacerdoti accusati di pedofilia così come è stato stabilito nel 2010 dalle norme emanate da Benedetto XVI.

    La decisione di Francesco, che colma un vuoto procedurale della Crimen sollicitationis del 1962, è stata annunciata con enfasi dalla sala stampa vaticana e presentata dalla stampa italiana come l’ennesimo segnale di svolta rispetto al passato compiuto da Bergoglio in materia di lotta alla pedofilia clericale. Indubbiamente il messaggio recapitato ai vescovi di tutto il mondo è in sintonia con l’intenzione espressa più volte dal successore di Joseph Ratzinger sin dalle prime settimane di pontificato, di estirpare la pedofilia dalle parrocchie, dagli oratori, dalle scuole e dai seminari cattolici di tutto il pianeta. Quanto però questa mossa potrà rivelarsi efficace (o «rivoluzionaria») è difficile dirlo oggi. In quanto l’obbligo per il vescovo di dare seguito a una denuncia non va inteso come obbligo di denunciare e collaborare con le autorità civili, ma solo di informare la Cdf riguardo eventuali situazioni critiche. Cosa che peraltro era già prevista, solo che in Vaticano mancava un organo giudicante ad hoc per i vescovi.

    Quindi, per fare un esempio, in Italia non cambia nulla. La denuncia di un reato di questo tipo è obbligatoria solo per i pubblici ufficiali, pertanto la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida ha stabilito che i vescovi non sono obbligati a informare l’autorità giudiziaria. Un eventuale abuso compiuto da un sacerdote della diocesi di Crema potrà essere denunciato dal vescovo solo in Vaticano, come del resto è accaduto nel caso di don Mauro Inzoli, ex vice presidente della Compagnia delle opere (il braccio operativo di Comunione e liberazione). Se non lo facesse scatterebbe per lui il processo canonico in Cdf. E qui c’è una seconda criticità da segnalare.

    Il testo del decreto di Bergoglio non è ancora pubblico e quindi al momento si conosce solo quanto riporta dichiarato dalla sala stampa vaticana. Ma è noto che per quanto riguarda i procedimenti canonici in generale e quelli che si occupano della pedofilia in particolare, non c’è trasparenza amministrativa. Nel senso che quanto viene deciso dalla Cdf e soprattutto le motivazioni della sentenza sono coperte dal segreto. Pertantosemmai si venisse a sapere che un vescovo è stato “punito” dall’ex Sant’Uffizio, difficilmente in Italia sapremo di che natura è il “crimine” compiuto. Quindi solo accidentalmente un prelato che si dovesse rendere complice di un sacerdote pedofilo, evitando di segnalarlo alle autorità preposte, finirebbe sotto la lente della magistratura.

    @federtulli

    Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

  • Ecco come il Papa processerà i vescovi che coprono gli abusi sessuali

    Ecco come il Papa processerà i vescovi che coprono gli abusi sessuali

    Matteo Matzuzzi

    La comunicazione l’ha data ieri padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, nel briefing al termine della tre giorni di lavoro del C9 (prossima riunione già programmata per settembre), la commissione cardinalizia incaricata dal Papa di predisporre una riforma globale della curia romana.

    UNA NUOVA SEZIONE GIUDIZIARIA AD HOC

    Dopo aver ascoltato la relazione del cardinale Sean O’Malley “sulla proposta da avanzare al Santo Padre riguardo alle denunce di abuso d’ufficio episcopale, proposta preparata dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori”, è stato dato il via libera alla creazione di una nuova sezione giudiziaria cui competerà di giudicare “i vescovi in relazione ai delitti di abuso d’ufficio” in merito alle “denunce di abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili da parte del clero”. La relazione si articola in cinque punti.

    L’ORGANIZZAZIONE DEL TRIBUNALE

    Innanzitutto, si è stabilito che “la competenza a ricevere ed esaminare le denunce di abuso d’ufficio episcopale appartenga alle Congregazioni per i Vescovi, per l’Evangelizzazione dei Popoli, o per le Chiese Orientali e tutte le denunce debbano essere presentate alla Congregazione appropriata”. In secondo luogo, si è stabilito che a giudicare i vescovi sarà la Congregazione per la dottrina della fede, all’interno della quale sarà istituita appunto una nuova Sezione giudiziaria, che potrà contare sulla nomina di personale stabile che presterà servizio nel Tribunale apostolico. Su come procedere, si stabilirà in seguito a consultazioni con il cardinale prefetto. Il Papa provvederà anche alla nomina di un Segretario, cui sarà ricondotta la responsabilità della Sezione. Il personale, poi, sarà “utilizzabile anche per i processi penali per l’abuso dei minori e degli adulti vulnerabili da parte del clero”. La proposta è stata approvata dal C9 all’unanimità e Francesco, successivamente, ha disposto che siano fornite “risorse adeguate” per conseguire tali fini.

    “NON INTERVENIRE SAREBBE STATO IMPOSSIBILE”

    Intervistato da Repubblica, padre Hans Zollner, presidente del Centre for child protestino alla Pontificia Università Gregoriana e membro della Commissione guidata dal cardinale O’Malley, ha osservato che “non intervenire avrebbe significato lasciare una pietra pesante sulla missione della Chiesa” e “questa cosa è stata chiara fin da subito al Papa, il quale ci ricorda ogni giorno che dobbiamo vivere ciò che annunciamo”. A ogni modo, aggiunge, “la retroattività nella legge non esiste”, ma “in ogni caso il messaggio che diamo oggi è forte per tutta la Chiesa. Quello che per anni non si è mai fatto, oggi si fa. Comportamenti fino a ieri ammissibili, o quanto meno tollerati, saranno puniti ai sensi del diritto canonico”. Un cambiamento, ricorda il padre gesuita, che “si deve a Benedetto XVI, che iniziò con decisione un nuovo percorso e a Francesco che ha dato una spinta decisiva”. Una stoccata anche all’esuberante Peter Saunders, membro della commissione per la tutela dei minori che nelle ultime settimane ha criticato il Papa per sue affermazioni circa le sculacciate ai bambini, ha contestato la nomina di un vescovo cileno e ha suggerito a Bergoglio di rispedire in Australia il cardinale Pell: “La Commissione non ha competenza per commentare casi o inchieste singole”.

    “DECISIONE STORICA IN TEMPI RECORD”

    Sempre Zollner, stavolta al Giornale, ha parlato di “decisione storica attuata in tempi record. E’ il segnale che il Papa pensa seriamente a come combattere la piaga della pedofilia nel clero. Il Santo Padre non lascia scappatoie, non ammette scuse, ed è un richiamo molto esplicito e autentico a prestare attenzione alle vittime di abusi sessuali”.

    LA POSIZIONE DELLO STORICO

    Sempre sul quotidiano diretto da Ezio Mauro, lo storico Adriano Prosperi ha osservato che “per le autorità ecclesiastiche il problema dominante è sempre stato quello di impedire che le debolezze della carne rovesciassero il discredito sull’intero corpo ecclesiastico. E se per lungo tempo la procedura segreta dei processi canonici risolse il problema, le cose cambiarono agli inizi dell’età moderna con la diffusione dell’informazione e delle satire a mezzo stampa e con la Riforma protestante. Allora la risposta papale fu quella di mettere nelle mani della Congregazione dell’Inquisizione Romana il caso dei preti che approfittavano del contesto della penitenza sacramentale per insidiare sessualmente chi andava a confessarsi”.

  • Lotta a pedofilia, Papa crea Tribunale per processare vescovi

    Lotta a pedofilia, Papa crea Tribunale per processare vescovi

    Roma, (askanews) – La dura lotta contro la pedofilia nel clero e l’operazione trasparenza e pulizia di Papa Francesco continuano senza sosta. Il Pontefice argentino, infatti, ha deciso di istituire un Tribunale ad hoc dove sarebbero processati, in Vaticano, i vescovi accusati di “reato di abuso d’ufficio episcopale” (che ora diventa reato canonico), ovvero che hanno sottovalutato o addirittura insabbiato le denunce ricevute relative a casi di pedofilia. Una decisione storica, che si inserisce nell’azione contro gli abusi sessuali commessi da religiosi già iniziata con Benedetto XVI e proseguita con Bergoglio. Il Pontefice ha accolto la proposta della commissione creata da lui stesso a inizio pontificato – guidata dal cardinale Sean Patrick O’Malley – composta anche da un uomo e una donna che da bambini furono vittime di preti abusatori. E ha deciso l’istituzione di una nuova sezione giudiziaria all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede e la nomina di personale stabile che presterà servizio nel Tribunale apostolico. Il Papa dovrà anche nominare un Segretario per assistere il Prefetto nel lavoro del Tribunale. O’Malley – arcivescovo di Boston, autore di una decisa operazione pulizia nella diocesi americana vittima del fenomeno dei preti pedofili – ha stilato una proposta sul tema delle denunce di “abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili da parte del clero”.

  • Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Diversi casi in poche settimane scuotono la Puglia. Un gruppo di cattolici brindisini chiede alla Santa sede di istituire una commissione di inchiesta su scala nazionale.

    Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v.Adista Notizie n. 41/14) -, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».

    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».

    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono -, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale».

    Luca Kocci, Adista

    http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74470&typeb=0

  • Il «mea culpa» dei vescovi del Canada per le violenze ai nativi

    Il «mea culpa» dei vescovi del Canada per le violenze ai nativi

    L’arcivescovo di Ottawa Prendergast alla «marcia della riconciliazione» con inuit e metis sulle «scuole residenziali» dove 150mila bambini vennero strappati alle famiglie.

    In Canada è giunta al termine dei suoi lavori la Commissione per la Verità e la Riconciliazione sulle «scuole residenziali», gli istituti gestiti da Chiese cristiane dove – a partire dalla metà dell’Ottocento e per quasi tutto il XX secolo – il governo federale trasferì forzatamente circa 150mila bambini delle tribù native per perseguire la politica dell’assimilazione forzata. Per domani è attesa la presentazione del rapporto finale, con i racconti dettagliati delle violenze subite e il numero sconvolgente di almeno 6mila bambini morti in queste strutture. Ma già ieri a Ottawa si è svolta una «marcia della riconciliazione» per riconoscere la verità di una barbarie che solo a partire dagli anni Ottanta in Canada si è cominciata a riconoscere come tale. E tra le migliaia di persone che hanno preso parte alla marcia di Ottawa c’erano anche l’arcivescovo cattolico della città, monsignor Terrence Prendergast e una rappresentanza ufficiale dei vescovi canadesi.

    Quella delle violenze nei confronti dei piccoli inuit e metis strappati alle loro famiglie per farli diventare «veri canadesi» è una pagina nera della storia di tutto il Canada: già nel 2008 il premier Stephen Harper aveva presentato scuse formali alle comunità aborigene per questa vicenda, avviando il processo della Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Questo organismo ha raccolto le testimonianze delle vittime di questo sistema, protrattosi fino ad anni recentissimi (l’ultima delle «scuole residenziali» è stata chiusa nel 1996). Ed è una vicenda che ha chiamato in causa in prima persona anche la Chiesa cattolica che – forte della sua tradizione in ambito scolastico – gestiva molte di queste strutture. E sotto accusa non c’è solo il fatto di aver collaborato con il governo federale in quest’opera di sradicamento della cultura nativa, ma anche i casi non isolati di violenze fisiche e psicologiche gravissime – compresi abusi sessuali – commessi nei confronti di questi piccoli all’interno delle scuole.

    «Guardiamo al passato e chiediamo perdono», ha scritto l’arcivescovo di Ottawa in una lettera pastorale indirizzata alla sua diocesi in occasione della «marcia della riconciliazione». «Molte delle scuole residenziali erano gestite da enti cattolici e riconosciamo di avere una responsabilità morale in ciò che è successo, insieme all’obbligo di pentirci per questi errori. Con la vostra consapevolezza di questa vicenda – ha aggiunto Prendergast rivolgendosi ai fedeli – con la vostra presenza agli eventi e con la preghiera, aiuterete la Chiesa nel suo desiderio di collaborare con le comunità aborigene per costruire un futuro condiviso nel rispetto reciproco».

    In questo stesso percorso di presa di coscienza e purificazione della memoria da parte della Chiesa canadese, va anche ricordato che nel 2009 in Vaticano era già avvenuto un incontro tra papa Benedetto XVI e il «Grande capo» dell’Assemblea dei nativi del Canada, Phil Fontaine, organizzato dall’allora presidente della Conferenza episcopale canadese, monsignor James Weisgerber. In quell’occasione – spiegò un comunicato della Sala stampa vaticana – Ratzinger manifestò «il suo dolore e l’angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa» in questo sistema delle scuole residenziali, aggiungendo che «atti di abuso non possono essere mai tollerati nella società» e pregando perché le vittime potessero ricevere conforto.

    http://www.lastampa.it/2015/06/01/esteri/vatican-insider/it/il-mea-culpa-dei-vescovi-del-canada-per-le-violenze-ai-nativi-DuOyLqfB63TaAil5cmwbZI/pagina.html

  • BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO  UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    38152 BRINDISI-ADISTA. Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v. Adista Notizie n. 41/14) –, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».
    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».
    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono –, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale». (luca kocci)

    http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=55056

  • Papa Francesco al Santuario di Savona, ora c’è una data. Incontrerà anche le vittime dei preti pedofili savonesi ?

    Papa Francesco al Santuario di Savona, ora c’è una data. Incontrerà anche le vittime dei preti pedofili savonesi ?

    Savona – Si profila una data per la visita del Papa a Savona. La lettera di Francesco al vescovo Lupi, inviata in occasione del bicentario dell’incoronazione dalla statua della Vergine Maria parte di Pio VII e l’auspicio di poter venire un giorno in visita al Santuario di Nostra Signora di Misericordia, hanno acceso la speranza dei fedeli savonesi. Speranza fondata, perché si parla anche di una data. Il Pontefice dovrebbe arrivare in Liguria a metà settembre tra il 15 e il 18. E il programma prevederebbe una tappa a Genova, un blitz a Santa Giulia di Piana Crixia, e poi una visita al Santuario.

    Al momento non c’è ancora l’ufficialità ma le voci, in particolare in ambienti religiosi liguri e romani, rimbalzando anche a Savona. Da tempo a Piana Crixia, che ricade sotto la Diocesi di Acqui, l’amministrazione e la comunità dei fedeli chiedono una visita di Papa Francesco che in quel comune ha le sue origini attraverso il ramo paterno della famiglia.

    Nel caso della visita a Savona di Benedetto XVI nel maggio del 2008, che aveva fatto visita al Santuario di Nostra Signora di Misericordia per donare la Rosa d’Oro, la macchina organizzativa si era mossa molti mesi prima.

    Ma l’attuale Pontefice con la sua semplicità e spontaneità ci ha abituati a visite improvvise nelle quali ama mischiarsi tra i fedeli senza filtri, come quella ad una baraccopoli di immigrati a Roma. Blitz improvvisi che mettono un po’ in crisi l’apparato di sicurezza che lo circonda ma che sono diventate una caratteristica molto amata.

    «Al momento non ci sono notizie ufficiali – spiega l’ufficio stampa della Diocesi di Savona Noli – c’è stata la lettera del Santo Padre al nostro vescovo, con l’auspicio del cardinale Domenico Calcagno di vedere il Pontefice al Santuario, e ci ha fatto estremo piacere che il Santo Padre abbia posto questo Giubileo straordinario sotto la protezione di Nostra Signora di Misericordia. L’auspicio del cardinale Calcagno che è di tutti i fedeli savonesi ma per ora, per le informazioni che abbiamo resta tale. Certo questo Pontefice ci ha abituato ad un nuovo modo di comunicare e di essere presente alla comunità dei suoi fedeli e, come ha detto il Cardinale Domenico Calcagno alla messa di domenica scorsa, non poniamo limiti alla provvidenza».

    La speranza poi, si consolida alla conferma da parte dello stesso cardinale Calcagno che in occasione della messa a celebrazione dell’incoronazione della statua della Vergine ha detto di avere invitato Papa Bergoglio al Santuario.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2015/05/16/AR6iasSE-savona_francesco_santuario.shtml

  • Preti Pedofili: Chiesa Usa, 150 mln in 1 anno; situazione migliora

    Preti Pedofili: Chiesa Usa, 150 mln in 1 anno; situazione migliora

    (AGI) – Washington, 18 apr. – In un anno, tra il giugno del 2013 e del 2014, la chiesa cattolica Usa e’ stata costretta a sborsare un totale di 150 milioni di dollari (138 di euro) tra risarcimenti (120 milioni) per le vittime degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti su minori e (30 milioni) per corsi di prevenzione. E’ quanto emerge dai dati pubblicati dalla conferenza episcopale americana Nei dodici mesi considerati in totale sono stati denunciati 657 casi di abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti. Di questi 130 sono stati confermati dalle indagini e 243 sono ancora ‘sub judice’.

    La situazione sta comunque progressivamente migliorando da quando la piaga dei preti pedofili, perseguita con estrema prudenza durante il pontificato di Giovanni Paolo II (condizionato dalla sua esperienza personale di coraggioso sacerdote in Polonia, uno dei Paesi del Patto di Varsavia dove l’accusa di pedofilia veniva usata dalle autorita’ comuniste per perseguitare ed incastrare i sacerdoti), deflagro’ in tutto il suo clamore nel 2002. Il bubbone scoppio’ inizialmente nella arcidiocesi di Boston, in cui vennero allontanati 55 preti e venne coinvolto anche il cardinale Bernard Francis-Law per aver di fatto ‘coperto’ i suoi sacerdoti. Quest’ultimo venne costretto da Papa Wojityla a rassegnare le dimissioni dopo lo tsunami che investi’ la conferenza episcopale americana.

    Vennero poi alla luce centinaia di casi e le azioni di risarcimento portarono alla bancarotta le diocesi di Portland (Oregon), Tucson (Arizona) e Spokane (Stato di Washington).
    Si riusci’ a salvare, solo grazie alle ricchezze accumulate, l’arcidiocesi di Los Angeles (508 vittime e 113 preti coinvolti). Nel 2007 nella citta’ californiana la chiesa cattolica pago’ 660 milioni di dollari ed in precdenza ne aveva versati altri 114.

    Ma anche l’arcidiocesi di Chicago (Illinois), Trenton (New Jersey) ed in Alaska vennero macchiate da decine di casi di preti pedofili. A cambiare la situazione e’ stato, negli 8 anni del suo pontificato, Benedetto XVI, che , coraggiosamente, ha condannato senza riserva alcuna la pedofilia diffusa tra le file dei sacerdoti.

    http://www.agi.it/estero/notizie/preti_pedofili_chiesa_usa_150_mln_in_1_anno_situazione_migliora-201504180317-est-rt10006

  • Il papa emerito, il papa santo e l’amico pedofilo

    Il papa emerito, il papa santo e l’amico pedofilo

    di Federico Tulli – «Padre Maciel è molto caro al Santo Padre e ha fatto molto per la Chiesa. Quindi, mi dispiace, ma non è prudente riaprire un’inchiesta». Quando il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, spedisce queste poche righe al vescovo di Coatzacoalcos in Messico, monsignor Carlos Talavera Ramírez, sono passati 48 anni dalle prime accuse per abusi “sessuali” trasmesse in Vaticano nei confronti del padre fondatore (nel 1941) della congregazione dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Siamo nel 1996. Ratzinger guida l’ex Sant’Uffizio e Karol Wojtyla è Giovanni Paolo II. Ramirez aveva scritto a Ratzinger sollecitato dal sacerdote Alberto Athié, una delle vittime delle violenze di Maciel quando negli anni 50, minorenne, era un seminarista dei Legionari. La sua denuncia rimane lettera morta, come del resto tutte le altre giunte in Vaticano a partire dal 1944.

    Ma Athié non si scoraggia. Insieme a Fernando M. González, sociologo e psicanalista, e José Barba, legionario di Cristo dagli 11 ai 24 anni e in seguito docente universitario, raccoglie in un libro 212 documenti vaticani riservati, segreti e inediti su Maciel, dai quali emerge la consapevole complicità delle gerarchie vaticane, a cominciare da Giovanni Paolo II e dal futuro Benedetto XVI, con il potente sacerdote messicano.

    Il volume che difficilmente vedremo in Italia, i cui diritti appartengono alla Grijalbo-Random House Mondadori, è stato pubblicato nel marzo del 2012 in castigliano, con una tiratura di poche migliaia di esemplari, con il significativo titolo “La volontà di non sapere. Ciò che veramente si conosceva su Maciel negli archivi segreti del Vaticano dal 1944”. Gli autori
    affrontano da tre punti di vista l’esame dei documenti desecretati (tutti consultabili online): González, autore di un altro volume su Maciel, ne svolge l’illustrazione e la ricostruzione cronologica, offrendo considerazioni sull’atteggiamento e la reazione istituzionale della Chiesa cattolica; Athié presenta la propria esperienza personale, spirituale ed ecclesiastica che lo ha condotto ad abbandonare il sacerdozio di fronte al muro di omertà e silenzi eretto intorno alle sue denunce nei confronti del caso Maciel e in generale degli abusi sui minori nella Chiesa; Barba riferisce l’iter di denuncia alla Santa Sede dei crimini di Maciel da lui personalmente seguito dal 1996 in poi.

    L’uscita del libro a marzo 2012 non è casuale. Avviene in coincidenza con il viaggio pastorale di Benedetto XVI in Messico ed è lui il primo destinatario del messaggio di denuncia in esso contenuto. Da qualche anno all’interno delle Mura Leonine le spalle di Maciel non sembravano più tanto coperte ma la sua immagine pubblica continuava ad apparire praticamente immacolata. Per capire cosa sta accadendo bisogna tornare al 2006. «Dopo aver sottomesso le risultanze dell’investigazione ad attento studio, la Congregazione per la dottrina della fede, sotto la guida del nuovo prefetto, il cardinale William Levada, ha deciso – tenendo conto sia dell’età avanzata del reverendo Maciel che della sua salute cagionevole – di rinunciare ad un processo canonico e di invitare il padre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico». Con questa laconica nota la sala stampa vaticana annunciava il 19 maggio 2006 che Ratzinger, divenuto un anno prima Benedetto XVI, aveva deciso di togliere le prerogative pastorali a Marcial Maciel Degollado. Il potente deus ex machina dei Legionari ha 86 anni e la sospensione a divinis è la sola “condanna” che sconterà dopo una vita vissuta da pedofilo, concubino, violentatore e morfinomane. Comportamenti che però non vengono citati nella nota, la quale infatti non specifica in alcun modo le motivazioni della “sentenza”. Tutti sanno ma nessuno lo dice. L’obiettivo della Santa Sede è far cadere l’imbarazzante storia di Maciel e dei Legionari nel dimenticatoio preservando l’immagine di Joseph Ratzinger e del futuro santo Karol Wojtyla il cui iter di beatificazione era stato appena avviato, appunto, da Benedetto XVI.

    Di cosa si è macchiato Degollado è presto detto. Ecco una rapida sintesi delle sue gesta pubblicata nel 2002 da Sandro Magister su L’Espresso, confermata anni dopo dall’inchiesta vaticana e dalla documentazione originale pubblicata in “La volontà di non sapere”. Scrive il vaticanista: «Le prime accuse sono del 1948. Sono trasmesse a Roma dai gesuiti di Comillas, in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il Vaticano le lascia cadere. Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga su nuove accuse ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni ed esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei legionari. Terzo. Nel 1978 è l’ex presidente dei legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand’era ragazzo. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta. L’ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da parte di otto importanti ex Legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba, accompagnati dall’avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma senza alcun risultato».

    Le amicizie potenti, la ragion di Stato, la falsa morale di cui è intrisa la religione cattolica nei confronti dei crimini pedofili e “sessuali” e la conseguente predisposizione dei gerarchi vaticani a valutarli come dei peccati da condannare con qualche preghiera, a Maciel hanno garantito incolumità, e alle sue vittime una vita di sofferenze e solitudine. Degollado è morto nel 2008 a Miami, in Florida. Due anni dopo la “sua” congregazione dei Legionari verrà commissariata da Benedetto XVI. A metà 2010, diversamente da quanto accaduto nel 2006, la Chiesa ammette infatti pubblicamente che Maciel ha violentato decine di bambini e seminaristi e che ha avuto tre figli da due donne diverse. Ma fa cadere sulla Legione la colpa dell’impossibilità di intervenire prima e di compiere accertamenti sulle accuse, avendo creato «meccanismi di difesa» intorno al fondatore rendendolo di fatto «un intoccabile». Le cose per i Legionari si mettono decisamente male. A ottobre 2010 il delegato pontificio per la congregazione, cardinale Velasio De Paolis, costituisce due commissioni: una per la raccolta delle denunce di abusi nei confronti di Maciel e di altri confratelli Legionari, e l’altra per lo studio e la revisione della situazione economica della congregazione. Secondo la Santa Sede occorre fare piena luce sia sugli abusi che sulle insistenti voci di una gestione economica e finanziaria poco cristallina.

    Nel 2004, anno in cui il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, aveva iniziato a indagare su Maciel per conto della Cdf, i Legionari di Cristo avevano a bilancio 650 milioni di dollari di liquidità e un miliardo di dollari in beni per le attività delle scuole, dei seminari e delle opere in America Latina, Europa e Nord America. Grazie al sostegno economico costante di ricchi donatori appartenenti all’oligarchia borghese e della destra estrema latinoamericana, nell’arco di mezzo secolo i legionari erano infatti cresciuti fino a diventare la congregazione più ricca e forse più potente dell’intera Chiesa cattolica, forti di un esercito di 3mila seminaristi e 600 sacerdoti dislocati in 145 collegi, 21 scuole superiori e nove università direttamente controllate. Oggi tutto questo patrimonio è a serio rischio.

    A confermare la tesi della Santa Sede riguardo la cortina protettiva innalzata intorno a Maciel dai suoi accoliti vi sono dei documenti resi noti durante un processo a Rhode Island negli Stati Uniti, proprio nei giorni a ridosso dell’abdicazione di Joseph Ratzinger da pontefice, avvenuta l’11 febbraio 2013. Secondo gli avvocati dell’accusa queste carte dimostrerebbero che i Legionari di Cristo hanno nascosto informazioni sulla vita “sessuale” del loro fondatore a una ricca vedova che negli ultimi 20 anni ha donato all’ordine circa 30 milioni di dollari. L’accusa è di frode e come racconta Jason Barry, il cronista del National Catholic Reporter (NCR), che per primo a fine anni Novanta indagò e riuscì a ricostruire le vicende criminali di Maciel dando voce a decine di vittime e rompendo il muro d’omertà clericale, «le migliaia di pagine di testimonianze, dati finanziari e religiosi, offrono una visione incredibile sulla cultura propria dei Legionari e del loro fondatore messicano, Marcial Maciel Degollado». Secondo Barry, Maciel ha costituito una centro di potere a Roma istituendo una delle più grandi raccolte fondi della Chiesa moderna: «Si è garantito il supporto incondizionato di papa Giovanni Paolo II che lo aveva definito “guida efficace per i giovani” e lo aveva pubblicamente lodato durante solenni cerimonie, anche dopo una denuncia del 1998 che vedeva Maciel indagato per abusi sessuali sui seminaristi della Legione». Il Vaticano non è coinvolto al processo di Rhode Island, ma le decisioni di Woytjla e Ratzinger permeano la lunga cronistoria che emerge dai documenti resi pubblici su ordine del giudice. La figura del papa emerito appare più che centrale in tutta la vicenda, almeno negli ultimi 25 anni.

    Come osserva il filosofo della politica Tommaso Dell’Era, unico in Italia ad averrecensito La volontà di non sapere, «non ci si può non domandare cosa spinse il cardinale Ratzinger a passare dal disinteresse mostrato nel 1996 di fronte alle accuse di monsignor Ramirez, all’incarico assegnato nel 2004 a Scicluna di indagare su Maciel e i suoi». La risposta secondo cui a ottobre 2004 Giovanni Paolo II è ormai prossimo alla morte e non più in grado di impedire un’inchiesta sull’uomo che «ha fatto molto per la Chiesa» non è soddisfacente. Se l’atteggiamento di Wojtyla è stato sempre reticente, quello di Ratzinger, anche dopo aver preteso le dimissioni di Maciel nel 2006 è rimasto quanto meno ambiguo. Ad esempio, tornando al processo di Rhode Island, un capitolo chiave della documentazione riporta l’ammissione del cardinale sloveno Franc Rodé, che aveva dichiarato al NCR e al Global Post di aver visto nel 2004 «un video di Maciel con una donna e un figlio che lui presentava come suo». Secondo Barry, Rodé non mai ha interrogato l’amico Maciel riguardo la sua paternità, ma il cardinale dal canto suo afferma, sempre nei documenti citati, di aver ordinato ai canonisti vaticani, sottoposti del cardinale Ratzinger, di investigare sulle accuse di pedofilia. Le spiegazioni arriveranno solo nel 2010, dopo l’indagine vaticana sui Legionari che ha prodotto nuovi report sull’ordine certificando che Maciel aveva una figlia e che la Santa Sede, quindi Ratzinger, lo sapeva dal 2005. Sebbene in Italia non ne sia giunta voce, non c’è dubbio che i file del processo di Rhode Island, pubblicati due giorni dopo l’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI, aggiungono un ulteriore capitolo agli scandali che Ratzinger teneva ben presenti nella sua ultima messa pubblica da papa, quando ha parlato del volto della Chiesa «talvolta sfigurato».

    Restano le domande: perché il Vaticano pur sapendo dei figli di Maciel dal 2005 non ha diffuso l’informazione o non ha spinto i Legionari a farlo quando Benedetto XVI lo ha sospeso nel 2006? Perché ha nascosto questa e altre informazioni fino al 2010? José Barba, (citato nella ricostruzione di Magister) che oggi è professore in pensione del Mexico City college, sostiene che la questione fondamentale per Benedetto XVI era proteggere la reputazione di Giovanni Paolo II. «Ratzinger voleva garantire la beatificazione di Woytjla», afferma Barba. Ma commise dei passi falsi. Su tutti spicca il significativo rifiuto di incontrare le vittime di Maciel durante il suo viaggio pastorale in Messico. Era una decisione coerente con la volontà di tenere il profilo basso sulla vicenda dei Legionari ma fu certamente una scelta “politicamente” errata pensando alle critiche che questa essa provocò. Solo allora Ratzinger, che da cardinale aveva eluso ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, si è trovato per la prima volta a fare i conti con l’imbarazzo per l’entusiasmo del papa polacco verso Maciel anche dopo le denunce del 1998.

    Come detto, l’inchiesta vaticana è avanzata dopo la morte di Wojtyla. Ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005), Angelo Sodano, che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi anche sull’emerito papa tedesco. Ancora in settembre, otto mesi prima della sospensione inflitta da Benedetto XVI, Sodano – che oggi è il decano del Collegio cardinalizio – invitava indisturbato l’amico Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza. Secondo Barba, pressando il coperchio sulla vita segreta di Maciel, Ratzinger ha sperato «di difendere la causa di canonizzazione di Woytjla dalle accuse che costui ha protetto un maniaco». Proteggendolo a sua volta e quindi tentando di salvare se stesso.