Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Benedetto XVI

  • Vaticano e pedofilia: belle parole, pochi fatti

    Vaticano e pedofilia: belle parole, pochi fatti

    La mole di documenti inquietanti, pubblicati a Chicago sugli abusi commessi dal clero tra gli anni 1950 e 2010, è un campanello di allarme per il Vaticano. Al di là dell’impegno personale di papa Francesco – evidenziato dalla decisione di sottoporre a processo penale il pedofilo ex nunzio nella Repubblica dominicana Jozef Wesolowski – la vicenda ripropone la questione della grande disparità esistente da una nazione all’altra, più precisamente da una conferenza episcopale all’altra, nelle strutture per contrastare le violenze contro ragazzi e ragazze.

    La speciale commissione anti-abusi, formata dal Papa va a rilento. C’è stata qualche riunione, ma finora non sono state elaborate linee-guida, che organizzino a livello planetario le modalità per accogliere le denunce, indagare sui misfatti e risarcire le vittime. LA CHIESA ha molto da recuperare. Perché gli Stati in quanto tali non hanno praticato sistematicamente una politica di insabbiamento quando un insegnante o un allenatore compivano atti di pedofilia.

    Non c’erano prefetti che trasferivano silenziosamente l’insegnante o l’allenatore da una scuola o una palestra all’altra. Non c’erano denunce andate misteriosamente perdute nei meandri del ministero della Giustizia o nella corte di Cassazione. Non c’erano criminali graziati in extremis come per esempio il fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel – obbli – gato solamente da Benedetto XVI a una vita ritirata e di preghiera – a cui fu risparmiato il processo ecclesiastico.

    Nella Chiesa, invece, a partire dalla svolta indicata da papa Ratzinger con la sua Lettera ai cattolici d’Irlanda, si tratta di smantellare una prassi secolare di copertura degli abusi e di creare organismi precisi a cui le vittime possano rivolgersi per avere giustizia. Molto si è fatto in questi anni, troppo rimane ancora da fare. Ci sono paesi in cui ci sono organismi funzionanti.

    Prendiamo gli Stati Uniti, dove mons. Blase Joseph Cupich è diventato da poche settimane arcivescovo di Chicago succedendo proprio al cardinale George: all’interno della conferenza episcopale statunitense Cupich è presidente della Commissione per la protezione dei minori. Anche in altre nazioni, per esempio la Germania, esistono organismi del genere. In Polonia c’è un Centro per la tutela dei minori, creato dall’episcopato.

    L’Italia è tra i paesi dove la conferenza episcopale –quanto a strutture specifiche di aiuto alle vittime – continua a latitare. L’assem – blea della Cei si riunisce domani ad Assisi, discuterà della formazione del clero e certamente anche della sensibilizzazione sul tema del rapporto con i minori. Ma di centri di ascolto per le vittime e di impegni per i risarcimenti la Cei continua tenacemente a non parlare. Spetta proprio alla commissione vaticana anti-abusi elaborare le procedure più efficaci per affrontare il fenomeno, dando al Papa gli strumenti operativi per imporre una linea uniforme valida per la Chiesa cattolica in ogni nazione.

    Le poche riunioni, organizzate da marzo in poi (quando l’organismo fu costituito) e i rapporti via mail tra i membri del gruppo, non assicurano però speditezza ai lavori. A settembre il pontefice ha nominato segretario della commissione l’americano Robert Oliver (già promotore di giustizia, cioè “pubblico ministero”, al Sant’Uffizio) per dare impulso all’iniziativa. Ma fino a oggi niente è stato prodotto. E gli scandali incombono.

  • Bergoglio, Ratzinger e l’amore per gli esseri umani. Di Federico Tulli

    Bergoglio, Ratzinger e l’amore per gli esseri umani. Di Federico Tulli

    Il cappellano della Saint John’s School di Milwaukee, Lawrence Murphy, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Intorno alla metà degli anni Settanta fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove, a suo dire, non commise più abusi. In base a un dossier segreto reso pubblico nel 2010 dal New York Times, è emerso che solo nel 1996 l’arcivescovo di Milwaukee, monsignor Weakland, aveva informato del caso il cardinale Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo.

    Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998, al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a

    Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata da Tarcisio Bertone, che era ancora il braccio destro di Ratzinger all’ex tribunale dell’Inquisizione, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba, e monsignor Fliss, vescovo di Superior.

    Il resto è storia; Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime. Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento vaticano ‘confidenziale’ protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa».

    È questo uno dei tanti esempi di ‘ragion di Stato’ che hanno contribuito a insabbiare migliaia di casi di pedofilia nella seconda metà del Novecento permettendo che venissero stuprati decine di migliaia di minori che altrimenti si sarebbero potuti salvare.

    Ma per una volta – con il caso Murphy – non fu il ‘bene della Chiesa universale’ a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensò il cardinal Bertone osservando, in quella stessa sede, che il processo era inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti». Una lungimiranza politica e una – si fa per dire – umanità che furono premiate anni dopo, nel 2006, da Joseph Ratzinger divenuto Benedetto XVI, assegnando a Bertone la carica di Segretario di Stato.

    Perché racconto questa orrenda storia di pedofilia oramai sepolta negli archivi della cronaca nera e scarsamente indagata anche all’epoca dai nostri media? Perché è una delle tante che ruotano intorno alla figura di Ratzinger, colui che per primo invocò la “tolleranza zero” nei confronti della pedofilia.  Mi è tornata alla mente leggendo la seguente dichiarazione di papa Francesco I durante il suo intervento alla Pontificia accademia delle scienze: «Benedetto XVI è stato un grande Papa. Grande per la forza e penetrazione della sua intelligenza, […], grande per il suo amore nei confronti della Chiesa e degli esseri umani, grande per la sua virtù e la sua religiosità».

    Senza dubbio, l’amore di Ratzinger per la Chiesa, e per il potere che conferisce, è certificato anche da come ha permesso di gestire la vicenda di Lawrence Murphy. Tuttavia per comprendere cosa intenda il gesuita argentino per «amore nei confronti degli esseri umani» e quindi la sua sintonia con l’agghiacciante fatuità e cinismo del suo predecessore che è tra i principali responsabili della diffusione della pedofilia clericale nel mondo (come si evince anche dalle considerazioni conclusive della Commissione Onu sui diritti del Fanciullo pubblicate il 5 febbraio 2014), occorre ricordare l’intenso momento di religiosità e soprattutto – si fa per dire – di umanità sgorgato dal cuore di Jorge Mario Bergoglio quando all’udienza generale dell’8 gennaio 2014 ha tenuto a precisare che «un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato».

    Tale discriminazione, unita all’idea perversa che l’abuso sia un’offesa a Dio prima che lo stupro di una persona umana inerme – pensiero, anche questo, che accomuna il pontefice e il papa emerito –, rappresenta la chiave di volta per scoprire le radici culturali della complicità morale e materiale dei gerarchi vaticani, tutti, nei casi di pedofilia clericale. Perché in questa frase di Bergoglio c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano – diviene tale con il battesimo – pertanto gli si può fare quel che si vuole. Salvo poi confessarsi per aver violato il VI Comandamento (e nel caso tornare a “peccare” dopo aver fatto penitenza).

    Federico Tulli

    (28 ottobre 2014)

     

  • Pedofilia, ecco perché lo scandalo può travolgere il consiglio della corona del Papa

    Pedofilia, ecco perché lo scandalo può travolgere il consiglio della corona del Papa

     Lo scandalo pedofilia aveva già bussato alle porte del conclave nel 2013. Il “cardinale molestatore” Keith Patrick O’Brien si era fermato sulla soglia della Cappella Sistina, a differenza di quanto aveva fatto nel 2005, perché la sua condotta sessuale, come da lui ammesso, era “scesa al di sotto degli standard che ci si doveva aspettare da me come prete, arcivescovo e cardinale”. Niente conclave, dunque, e ritiro di penitenza fuori dalla Scozia per volontà di Papa Francesco. Oggi lo scandalo di aver coperto gli abusi sui minori rischia di travolgere addirittura il “consiglio della corona” di Bergoglio, il cosiddetto “C9” di cardinali che, appena un mese dopo la fumata bianca, ha iniziato a elaborare la riforma della Curia romana. Gli occhi degli osservatori sono tutti puntati sul “ranger australiano”, come lo chiama il Papa, George Pell, prefetto della Segreteria per l’economia, al centro di un’indagine per la gestione dei casi di pedofilia quando era arcivescovo di Melbourne in Australia dal 1996 al 2001.

    Il 22 agosto 2014 Pell, durante un’audizione via webcam da Roma alla Commissione nazionale d’inchiesta australiana sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali sui minori, ha affermato che “i preti pedofili sono come dei camionisti che molestano autostoppiste”. Un paragone assurdo per sostenere che la colpevolezza legale dei sacerdoti pedofili non può essere imputata ai vertici della Chiesa cattolica, immediatamente contestato sia dalle vittime degli abusi, sia dalle associazioni dei camionisti. Ma in Vaticano i nemici che Pell si è fatto, grazie ai suoi modi da ranger non certamente consoni alle felpate pugnalate curiali, hanno preso subito nota dell’accaduto per rispolverarlo al momento opportuno. Ovvero oggi che, per volontà di Bergoglio, sono scattati gli arresti domiciliari nelle mura leonine per l’ex nunzio polacco Jozef Wesolowski, accusato di pedofilia e pedopornografia. E mentre sono in corso i processi canonici per gli altri due vescovi indagati per abusi sui minori, il cileno Marco Antonio Órdenes e il peruviano Gabino Miranda Melgarejo. E soprattutto dopo la rimozione, decisa dal Papa, del vescovo paraguayano Rogelio Ricardo Livieres Plano, accusato di malversazioni e di aver coperto la pedofilia del suo vicario generale.

    Le pesanti accuse contro Pell e le polemiche sulla sua gestione, anche in termini di risarcimenti economici per le vittime, sui casi di pedofilia sono note da tempo e sono state oggetto di studio sotto il pontificato di Benedetto XVI. Nei sacri palazzi, infatti, non è un mistero che Ratzinger, nel 2010, aveva pensato proprio all’allora cardinale di Sydney per il ruolo di prefetto della potentissima Congregazione per i vescovi, come successore di Giovanni Battista Re giunto all’età canonica della pensione. Ma alla fine il pericolo che la nomina di Pell a Roma avrebbe potuto far scoppiare un vero e proprio tsunami in Vaticano fece desistere Benedetto XVI che preferì lasciare il porporato a Sydney. L’accusa principale contro il cardinale australiano è legata al cosiddetto “Melbourne Response”, uno schema di risarcimenti per le vittime dei preti pedofili. Queste ultime si sono sempre dichiarate tradite dal tetto di 50mila dollari australiani che l’allora arcivescovo Pell imponeva come risarcimento, mentre chi ha avviato azioni legali ha ricevuto in media 293mila dollari. Il porporato ha sempre ribattuto che prima dell’introduzione del “Melbourne Response”, ovvero del 1996, non erano affatto previsti risarcimenti per le vittime e che “molte delle persone assistite da noi avrebbero ricevuto poco o niente se si fossero rivolte ai tribunali”.

    Gli sviluppi delle indagini australiane, però, oggi sono destinate a interferire col governo di Papa Francesco. Qualora, infatti, fossero accertate le responsabilità di Pell nella copertura dei preti pedofili, Bergoglio non potrebbe non usare lo stesso durissimo provvedimento attuato per il vescovo paraguayano, rimuovendo il porporato australiano sia dal neonato dicastero economico a lui affidato, sia dal “C9” dei cardinali. Una rimozione che, inevitabilmente, colpirebbe anche la riforma dello Ior messa in atto proprio da Pell con uomini di sua fiducia e diverrebbe un pesantissimo boomerang sul pontificato di Francesco.

    Twitter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/28/pedofilia-ecco-perche-lo-scandalo-puo-travolgere-il-consiglio-della-corona-del-papa/1136081/

  • Ogni anno 600 denunce contro i preti

    Ogni anno 600 denunce contro i preti

     Lo scandalo ha pesato anche sull’ultimo conclave. Gli abusi sui minori da parte di esponenti del clero hanno colpito duramente l’immagine e il prestigio di esponenti di spicco della gerarchia, anche cardinali, spesso accusati, se non direttamente, almeno di non aver contrastato con efficacia gli abusi. I numeri, forniti dal Vaticano a inizio 2013, non lasciano dubbi: il picco delle denunce di abusi ricevuti dalla Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio, è stato nel 2004, con 800 denunce, mentre negli ultimi tre anni ci si è attestati sui 600 casi l’anno, in maggioranza relativi ad abusi commessi dal 1965 al 1985. Denunce di tipo «canonico», perché poi esistono le denunce all’autorità giudiziaria. Gli abusi sui bambini da parte di preti hanno rappresentato un vero e proprio «tornado» fin dall’inizio del pontificato di Benedetto XVI, sconvolgendo intere Chiese nazionali, in particolare negli Stati Uniti, ma anche in Irlanda, Olanda, nella stessa Germania. Rivelazioni da parte di uomini della Chiesa, soprattutto negli Usa, erano partite già prima dell’arrivo di Ratzinger nel 2005 al soglio pontificio, ma è negli anni successivi che lo scandalo si è allargato anche in America Latina e in Europa.

    Le denunce delle vittime sono stata sempre più frequenti, aiutate da associazioni, sostenute da avvocati che spesso hanno chiesto risarcimenti milionari, in particolare negli Stati Uniti. Una pressione sempre più forte, tanto che nell’ottobre del 2006 Benedetto XVI reagì parlando degli abusi sessuali commessi dal clero come di «crimini enormi». Nel 2008 nel corso del suo viaggio negli Stati Uniti, Ratzinger aveva deciso di incontrare personalmente alcune vittime, chiedendo loro scusa a nome della Chiesa. Altrettanto accadde nei suoi viaggi in Australia, Malta, Regno Unito e Germania. Il giro di vite impresso da Benedetto XVI si è tradotto anche in processi canonici che hanno portato, nel biennio 2011-2012, alla riduzione allo stato laicale di 400 sacerdoti accusati di molestie a minori.

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/ogni-anno-600-denunce-contro-i-preti-1054167.html

  • ABUSI, NON SOLO WESOLOWSKI VATICANO A TOLLERANZA ZERO

    ABUSI, NON SOLO WESOLOWSKI VATICANO A TOLLERANZA ZERO

     di Valeria Pacelli

    Non c’è solo Jozef Wesolowski nel “giro di vite” voluto da Papa Francesco, che ieri ha messo uno dei primi tasselli al cosiddetto nuovo corso in Vaticano, targato “tolleranza zero”.

    Da oltretevere altri due sono i casi di vescovi finiti nel mirino di Bergoglio per abusi sessuali sui quali c’è il massimo riserbo. E non solo. Perché non ci sarà alcuna tolleranza neanche nei confronti di chi ha coperto abusi. Infatti, secondo indiscrezioni, sarebbe stato acceso un faro sulla diocesi di Varsavia, di cui è arcivescovo dal 2007 il cardinale Kazimierz Nycz, dopo esser stato ordinato diacono nel 1972 da Karol Wojtya. Ed è proprio sulla rete polacca, legata a Giovanni Paolo II, che si concentrano le indagini del tribunale vaticano. Circostanza che il portavoce Padre Federcio Lombardi né conferma né smentisce: “Non ne ho prontezza”.

    ALTRO PROBLEMA da risolvere, per contrastare il problema della pedofilia, però riguarda anche le misure da prendere nei casi di denunce contro ecclesiastici, finiti sotto inchiesta delle procure italiane. E di casi già ne esistono parecchi. Nei loro confronti, la posizione di Papa Francesco di certo non sarà particolarmente morbida. Basti ricordare il trattamento riservato a Bernard Law, arcivescovo di Boston, trasferito a Roma alla basilica di Santa Maria Maggiore da Giovanni Paolo II. L’ar – civescovo Law era stato accusato di aver coperto i preti pedofili nell’arcidiocesi di Boston. Accuse che Bergoglio non ha dimenticato, tanto che quando lo ha incontrato nella Basilica di Santa Maria Maggiore, non lo avrebbe salutato. L’accusa mossa a Law in realtà per anni è un cruccio per la chiesa cattolica.

    Basti pensare all’inchiesta pubblicata dal New York Times, che sulla base di alcuni documenti accusò i vertici del Vaticano, tra cui Benedetto XVI, di aver occultato gli abusi di un prete americano, sospettato di aver violentato circa 200 bambini sordi di una scuola del Wisconsin. Circostanza sempre smentita. Ma di scandali legati agli abusi ce ne sono stati parecchi. E significati sono i numeri delle denunce presentate: 600 nel 2013 soltanto presso la Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ne sa qualcosa Re – te l’abuso, una onlus che segue le vittime di violenze. Sul sito, addirittura, c’è una mappa dei casi divisi per regioni e l’immagine che ne viene fuori è davvero imbarazzante.

    C’è ad esempio la storia di don Marino Genova, ex parroco di Portocannone (Termoli), accusato da una parrocchiana (all’epoca dei fatti minore) di abusi sessuali. La giustizia canonica ha confermato nei suoi confronti la sospensione ‘a divinis’, ossia l’impossibilità di somministrare sacramenti e di incontrare persone in qualità di sacerdote. Una punizione troppo leggera, accusa Francesco Zanardi, fondatore di Rete l’abuso: “gira ancora a piede libero”. Nei confronti di Don Marino però non c’è una sentenza e le indagini della magistratura sono ancora in corso. Il 10 ottobre invece ci sarà l’udienza davanti al Tribunale di Roma a don Vito Beatrice, della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca, accusato di abusi sessuali da parte di un giovane che a 28 ha trovato il coraggio di denunciare gli abusi subiti per dieci anni. Ha fatto perdere le tracce di se, invece, Don Silverio Mura, insegnante di religione in una scuola di Ponticelli (Napoli).

    Dopo le denunce di un ragazzo che ha rivelato gli abusi solo dopo aver compiuto 38 anni e quando il reato era ormai prescritto, il parroco era stato spostato. “Lo abbiamo rintracciato a Nola – racconta Zanardi – e faceva lo stesso lavoro. Lo abbiamo segnalato e adesso nessuno sa più dove si trova”. È fuggito pure don Roberto Mastro, ex prete di Belcastro (Catanzaro). Avrebbe abusato di 17 ragazzini, quando era parroco tra il 2007 e il 2010. L’indagine nei suoi confronti è stata chiusa, dalla Procura di Catanzaro, a novembre del 2013, ma di lui non si hanno più tracce dal 2010. E sono solo alcune delle storie di chiesa e abusi. Adesso sembra che le cose, su questo tema, stiano cambiando. Lo sa bene Josef Wesolowski, ai domiciliari (ora rischia 7 anni di carcere) per aver abusato di alcuni minori mentre si trovava a Santo Domingo. C’è infatti il pericolo che potesse scappare.

    Il FAtto Quotidiano

  • Con il via libera del Papa arrestato arcivescovo accusato di abusi sui minori

    Con il via libera del Papa arrestato arcivescovo accusato di abusi sui minori

    Si tratta dell’ex nunzio Jozef Wesolowski già condannato allo stato laicale dall’ex Sant’Uffizio per abusi sessuali su minori. Dal pomeriggio è agli arresti domiciliari.

    ROMA – L’ex nunzio Jozef Wesolowski, 66 anni, sotto inchiesta per pedofilia, è stato arrestato oggi in Vaticano. L’arresto, reso noto dal Tg de La 7, è stato realizzato secondo le indicazioni di Papa Francesco, ha dichiarato padre Federico Lombardi: “L’iniziativa assunta dagli organi giudiziari dello Stato è conseguente alla volontà espressa del Papa, affinché un caso così grave e delicato venga affrontato senza ritardi, con il giusto e necessario rigore, con assunzione piena di responsabilità da parte delle istituzioni che fanno capo alla Santa Sede”.

    Mons. Wesolowski, che ha già avuto una condanna canonica di primo grado che lo ha visto ridotto allo stato laicale dall’ex Sant’Uffizio per abusi sessuali su minori, è stato arrestato questo pomeriggio intorno alle 17.

    Le accuse. Jozef Wesolowski, confermano fonti Oltretevere, è stato arrestato dagli agenti della Gendarmeria vaticana su ordine del promotore di giusitizia che lo accusa di reati di pedofilia quando era nunzio della Repubblica Dominicana tra il 2008 e il 2013. Wesolowski avrebbe adescato alcuni ragazzini su una spiaggia di Santo Domingo pagandoli per fare sesso. Un diacono, suo ex collaboratore, ha riferito di avergli procurato giovani per rapporti sessuali. Anche altri quattro testimoni hanno puntanto il dito contro il monsignore, indagato, oltre che Santo Domingo, anche in Polonia dove, in base ad accordi internazionali, Varsavia persegue i suoi cittadini anche per reati commessi all’estero.

    Wesolowsky era stato richiamato in Italia nell’estate di un anno fa, dopo che l’arcivescovo di Santo Domingo aveva informato della vicenda Papa Francesco. Nel frattempo la procura distrettuale di Varsavia aveva chiesto informazioni sul suo status legale. Dal Vaticano nel gennaio di quest’anno era giunta la risposta: godendo di immunità diplomatica e in ogni caso essendo cittadino vaticano non poteva essere estradato, perché tra Santa Sede e Polonia non ci sono accordi in tal senso. Il 26 giugno la Congregazione per la dottrina della fede avava processato il 66enne ai fini della giurisdizione canonica, decretandone la restituzione allo stato laicale. Contro questa sentenza è stato promosso appello, ma il giudizio ancora non è stato emesso e arriverà nelle prossime settimane.

    Così l’alto prelato polacco, privo dell’immunità diplomatica era tornato a Roma, vivendo in un convento. Nel frattempo, autorizzata dal Pontefice, era partita anche l’indagine penale dell’autorità Vaticana. Qualche giorno fa i gendarmi vaticani hanno informato il promotore di giustizia che era in Italia e stamattina è stato convocato negli uffici del tribunale vaticano: quindi la notifica, le formalità di rito e l’arresto.

    Anche Onu aveva chiesto intervento. Il caso Wesolowski era stato al centro anche delle dure critiche del Comitato Onu contro la tortura nei confronti della Senta Sede. In più occasioni il Comitato di Ginevra aveva chiesto al Vaticano  di garantire indagini immediate e imparziali sulla condotta del Nunzio a Santo Domingo. L’ultima richiesta dell’Onu risale a maggio scorso. Con il nuovo corso voluto da Papa Francesco, a giugno la condanna allo stato laicale, oggi l’arresto.

    SCANDALO IN VATICANO

    Il precedente del maggiordomo di Ratzinger. Dopo l’ex maggiordomo di Papa Ratzinger, Paolo Gabriele, questo è il secondo clamoroso arresto in Vaticano, anche se la situazione è molto diversa. L’arresto di Gabriele, nel maggio 2012, il processo per il furto dei documenti dall’appartamento papale e la successiva detenzione hanno fatto il giro del mondo. Come anche la grazia che Benedetto XVI ha concesso al suo ex strettissimo collaboratore prima del Natale 2012.

    http://www.repubblica.it/esteri/2014/09/23/news/pedofilia_arrestato_in_vaticano_arcivescovo_accusato_di_abusi_col_s_del_papa-96500566/

  • Papa Giovanni XXIII volle nascondere al mondo la piaga della pedofilia nel clero?

    Papa Giovanni XXIII volle nascondere al mondo la piaga della pedofilia nel clero?

    Talvolta l’opinione pubblica tende a “catalogare” alcune personalità storiche, accettandone i lati positivi ed escludendo i negativi o viceversa.
    In questo caso si parla di Sant’Angelo Roncalli, il Papa Giovanni XXIII o “il Papa buono”, come talvolta è conosciuto: proprio la sua bontà (che lui stesso, in vita, non accettava come definizione) è testimoniata in numerose occasioni (l’enciclica “Pacem in terris” ne è un esempio) ma è spesso orgogliosamente difesa, anche quando le prove sembrano contraddirla.

    Si parla molto spesso della pedofilia nell’ambiente cattolico e si indica il Papa Benedetto XVI (al contrario di Papa Roncalli, lui è l’esempio di tutte le negatività) chi tentò di nascondere questa grave piaga: questo perché nel gennaio del 2005, la corte distrettuale di Harris County (Texas) ha imputato Joseph Ratzinger per “ostruzione alla giustizia” (riferendosi al caso dei religiosi pedofili americani), il processo non si è potuto svolgere poiché tuttora il Papa emerito ha l’immunità come capo di stato estero.
    Curiosamente però fu lo stesso Ratzinger ad accennare a una vecchia istruzione pontificia, fino allora mai portata alla luce, attraverso la lettera “de delictis gravioribus”, che individuava i mali più grandi della chiesa moderna.
    Eccone lo stralcio del testo originale.

    « Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare «i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti», per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere «a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche», poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Uffizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici »

    Da queste affermazioni, il mondo comprese cosa era la “Crimen sollicitationis”: un’istruzione scritta dal cardinale Ottaviani, approvata da Giovanni XXIII ma mai resa pubblica fino a allora.
    Che significato ha questa scrittura ? è semplicemente un regolamento che istruisce come sanzionare quei religiosi che si macchino di pedofilia o violenza sessuale, nello specifico come i confessori lascino “speciali perdoni” agli ingenui peccatori.
    Nulla di strano, anzi è un punto in più per Giovanni XXIII: peccato che lo scritto obblighi il segreto assoluto da parte del clero nei confronti dell’opinione pubblica, ossia vale a dire che la sacra chiesa deve restare inviolabile.
    Nella prima parte il documento non ha nulla da eccepire:

    « A norma costituzioni apostoliche e in particolare della costituzione Sacramentum Poenitentiae di Benedetto XIV del 1º giugno 1741, il penitente deve denunciare all’ordinario del luogo o alla Sacra Congregazione del Sant’Uffizio nello spazio di un mese il sacerdote del delitto di sollecitazione nella confessione; e il confessore deve, sotto obbligazione grave di coscienza, far presente tale dovere al penitente. »

    « Colui che avrà commesso qualsiasi crimine di sollecitazione del quale parla il can. 904 sia sospeso dalla celebrazione della Messa e dall’ascolto delle confessioni sacramentali, e secondo la gravità del delitto sia dichiarato inabile a ricevere le stesse, sia privato di tutti i benefici, dignità, voce attiva e passiva, e sia dichiarato inabile a tutto ciò, e nei casi più gravi sia sottoposto a degradazione. »

    E’la seconda parte, in cui il segreto è chiaramente prescritto:

    « Nello svolgere questi processi si deve avere maggior cura e attenzione che si svolgano con la massima riservatezza e, una volta giunti a sentenza e poste in esecuzione le decisioni del tribunale, su di essi si mantenga perpetuo riserbo. Perciò tutti coloro che a vario titolo entrano a far parte del tribunale o che per il compito che svolgono siano ammessi a venire a conoscenza dei fatti sono strettamente tenuti al più stretto segreto (il cosiddetto” segreto del” Sant’Uffizio”), su ogni cosa appresa e con chiunque, pena la scomunica latae sententiae, per il fatto stesso di aver violato il segreto (senza cioè bisogno di una qualche dichiarazione); tale scomunica è riservata unicamente al sommo pontefice, escludendo dunque anche la Penitenziera Apostolica. [ossia: tale scomunica può essere ritirata solamente dal papa,] »

    « Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento »

    La chiesa ovviamente volle puntualizzare, sostenendo che il segreto era dato solo quando il processo era in atto, ma chiaramente la precisazione fu scritta dopo e non fu certo puntualizzata sulla “Crimen Sollicitanionis”

    « …Nonostante una certa cultura del segreto abbia pervaso queste materie nella Chiesa cattolica, non è questo documento [il Crimen sollicitationis] la causa. […]
    Gli esperti di diritto canonico ritengono ci siano buone ragioni per mantenere la massima riservatezza nei casi di abusi sessuali. Essa permette ai testimoni di parlare liberamente, ai preti accusati di proteggere il loro buon nome fino a che non sia accertata la colpevolezza e alle vittime che non vogliono pubblicità di farsi avanti. »

    Inoltre fu lo stesso cardinale Bertone in un’intervista, a mettere ancora più il dito nella piaga nella vicenda, rammentando come il vescovo non era tenuto a rivelare la pedofilia del sacerdote, seguendo il rigoroso segreto confessionale.

    « …Giornalista: A queste nuove Norme, soprattutto da parte laica, è stata fatta una obiezione. Perché un vescovo che viene a conoscenza del comportamento di un proprio sacerdote, delittuoso per la Chiesa ma anche per l’autorità civile, non ne deve informare la magistratura civile?
    Bertone: Le Norme di cui stiamo parlando si trovano all’interno di un ordinamento giuridico proprio, che ha un’autonomia garantita, e non solo nei Paesi concordatari. Non escludo che in particolari casi ci possa essere una forma di collaborazione, qualche scambio di informazioni, tra autorità ecclesiastiche e magistratura. Ma, a mio parere, non ha fondamento la pretesa che un vescovo, ad esempio, sia obbligato a rivolgersi alla magistratura civile per denunciare il sacerdote che gli ha confidato di aver commesso il delitto di pedofilia. Naturalmente la società civile ha l’obbligo di difendere i propri cittadini. Ma deve rispettare anche il “segreto professionale” dei sacerdoti, come si rispetta il segreto professionale di ogni categoria, rispetto che non può essere ridotto al sigillo confessionale, che è inviolabile.
    Giornalista: Eppure si può pensare che tutto ciò che viene detto al di fuori della confessione non rientri nel “segreto professionale” di un sacerdote…
    Bertone: È ovvio che si tratta di due livelli differenti. Ma la questione è stata ben spiegata dal cardinale Ersilio Tonini durante una trasmissione televisiva: se un fedele, un uomo o una donna, non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote per avere dei consigli perché ha paura che questo sacerdote lo possa denunciare; se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato… allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza. »

    Di là delle polemiche resta che Papa Giovanni XXIII quel documento lo divulgò, facendolo rimanere segreto per troppi anni: forse perché consapevole della gravità dello stesso ? forse per non rischiare di rovinare la sua reputazione di “Papa buono” ?
    Qui non si vuole infangare la figura di un grande Papa, un uomo che parlava di pace, di tolleranza e che rivoluzionò la chiesa: qui si tratta di non osservare mai le personalità storiche in modo categorico, ma comprenderne le sfumature.
    Benedetto VII creò scandalo, indossando indumenti che non si usavano da molti anni: pochi sanno che fu Giovanni XXIII a usare quei capi per l’ultima volta, pochi sanno che Giovanni XXIII usava la tiara tempestata di pietre preziose (che fu abolita da Paolo VI), pochi sanno che Giovanni XXIII usava il “plurale maiestatis” (che fu abolito da Giovanni Paolo I), pochi sanno che Giovanni XXIII usava la sedia gestatoria (che fu abolita da Giovanni Paolo II).

    Fonte wikipedia

    Rey Brembilla

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2025/02/preti-pedofili-e-adulti-complici-il-corto-di-cammuso-illumina-la-sala-farina-gesti-orrendi-camuffati-da-abito-religioso.webpwp-content/uploads/2025/02/dettagli-abusi-su-minori-in-nome-di-dio-da-piu-di-25-anni-ad-aci-bonaccorsi-la-comunita-che-plagiava-le-giovani-il-video.webpwp-content/uploads/2025/02/caso-vitale-processo-rinviato-a-dicembre-messere-a-telemolise-fatti-gravissimi-perche-commessi-da-chi-ha-una-funzione-educativa.webpwp-content/uploads/2025/02/chi-lha-visto-affronta-il-prete-che-ha-abusato-di-lui-la-risposta-preghiamo-insieme-un-caso-denunciato-dalla-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2024/09/il-primo-film-sui-preti-pedofili-girato-a-savona-e-verona-sara-al-bari-international-film-festival-domenica-6-aprile.webp2006/10/02/crimen-sollicitationis-come-la-chiesa-cattolica-ha-coperto-i-crimini-sessuali-dei-preti/

  • “Processo in piazza” contro i preti pedofili. Sotto tiro Nello Giraudo i suoi familiari e i vesovi

    “Processo in piazza” contro i preti pedofili. Sotto tiro Nello Giraudo i suoi familiari e i vesovi

    SAVONA. Il cuore della città, ieri pomeriggio, tra corso Italia e piazza Sisto, ha fatto da scenario a una sorta di processo pubblico nel corso del quale l’associazione Rete l’Abuso ha denunciato il dramma della pedofilia nella diocesi di Savona.

    Un processo, di fatto, senza contraddittorio, perché non era presente nessuno della curia o in sua rappresentanza. Si è così assistito a un lungo “j’accuse” del coordinatore della Rete, Francesco Zanardi, affiancato da Christian Abbondanza della Casa della Legalità. I due hanno presentato il docu-film “Parole, opere e omissioni” che, attraverso documenti della Procura di Savona, testimonianze, ma anche colloqui riservati, registrati e riprodotti, racconta anni bui in cui le violenze sui minori sono state perpetrate da parte di sacerdoti, due dei quali, don Nello Giraudo e don Giorgio Barbacini, sono stati condannati, mentre un terzo, don Pietro Pinetto, è risultato colpevole, salvato dalla prescrizione.

    Oltre alle responsabilità dei sacerdoti pedofili, Zanardi e Abbondanza hanno puntato il dito contro il vero imputato della giornata: l’omertà.

    Il docu-film, infatti, è percorso da un leitmotiv che ritorna in modo costante in entrambe le due parti di narrazione, della durata complessiva di un’ ora: la chiesa, i superiori dei sacerdoti, sapevano e hanno coperto. Un’accusa, peraltro, non nuova visto che la Procura di Savona, nel febbraio 2012, prelevò dalla cassaforte della Curia savonese documenti che dimostrano come il papa emerito Benedetto XVI, nel 2003, prima dell’elezione a pontefice, fosse stato informato dei casi savonesi. Direttamente dall’allora vescovo monsignor Domenico Calcagno che, come il suo predecessore, monsignor Dante Lafranconi, sapeva ma ha taciuto. Lafranconi, tra l’altro, è stato indagato per questo motivo ma salvato dalla prescrizione.

    Il documentario, tuttavia, va oltre chiamando in causa anche l’attuale vescovo don Vittorio Lupi. Per lui l’accusa sarebbe la stessa Zanardi utilizza colloqui tra lui e il vescovo, riservati, quindi “rubati”, registrati e qui ripresentati. I colloqui sarebbero riferiti ad anni prima dell’esplosione pubblica del caso di don Nello Giraudo. Dai dialoghi emerge che il vescovo Lupi era effettivamente a conoscenza dei casi denunciati da Zanardi, nonostante avesse dichiarato il contrario nelle successive interviste rilasciate al Secolo XIX e alla trasmissione “Le Iene” che, il 18 marzo del 2012, il giorno della festa patronale di Savona, aveva effettuato una incursione intervistando Lupi.

    Anche in quel caso il vescovo aveva assicurato di essere venuto a conoscenza dei fatti soltanto a seguito delle azioni della Procura. Nell’ occasione aveva anche garantito “tolleranza zero” nei confronti della pedofilia, oltre all’avvio di un processo canonico nei confronti di don Pietro Pinetto. Nel docu-film si chiede direttamente alla curia perché tale processo, non sia stato avviato e perché le vittime non siano state contattate dal vescovo.

    Altre figure vengono citate nel documentario, come soggetti a conoscenza dei fatti. Tra queste compare l’assessore Isabella Sorgini, cognata di don Giraudo, chiamata in causa per una vicenda per cui, è bene precisarlo, non è stato ravvisato, ad oggi, alcun reato. Interpellata dal Secolo XIX, la stèssa Sorgini, si è dichiarata estranea ai fatti e ha ribadito di non essere mai stata convocata dalla magistratura. L’entourage dell’assessore ha letto le parole di Zanardi come «un chiaro attacco politico». Il documentario porta in scena alcune vittime: molte chiedono di parlare celate nella voce e nel volto.

    Il concetto che ritorna è sempre lo stesso. Il perpetrarsi delle violenze, l’arrivo alla denuncia, dopo lunghi anni di sofferenza silenziosa, infine quelle che dalle vittime stesse vengono definite, senza mezzi termini, vere e proprie ritorsioni. Nel docu-film, a questo punto, viene inserito lo spezzone di un ampio lavoro . di documentazione, girato e trasmesso alcuni anni fa dalla BBC, “Sex crimes and Vaticans”, dove si dimostrerebbe come la tecnica utilizzata dal Vaticano, nei confronti degli abusi sessuali compiuti da presti pedofili in tutto il mondo, sarebbe lo stessa: negare, nascondere e punire le vittime.

    Due vittime savonesi, nel documentario prodotto dalla Rete L’Abuso, denunciano di avere subito lo stesso trattamento: dopo una travagliata denuncia, invece dell’appoggio, dalla curia, soltanto ritorsioni.

    Quindi Zanardi; in particolare, porta avanti una vicenda personale, legata allo sfratto dalla casa di proprietà della diocesi in cui viveva, subito, secondo quanto da lui denunciato, ingiustamente. Durissime anche le parole di Abbondanza che ha definito i fatti, “semplicemente vergognosi”.

    Ieri, di fronte alla libreria Ubik dove è stato proiettato il film, erano una trentina i savonesi seduti, mentre altrettanti, passando, si sono fermati. Chi stupito, chi perplesso, chi già era a conoscenza dei fatti. Ma l’evento non è passato inosservato: i fatti, molti dei quali già noti, sono stati per la prima volta letteralmente messi in piazza.

    Silvia Campese per Il Secolo XIX

     

  • In pensione il primate d’Irlanda accusato di insabbiare un caso di pedofilia

    In pensione il primate d’Irlanda accusato di insabbiare un caso di pedofilia

    Il caso del silenzio chiesto ad una vittima all’epoca in cui il cardinale Sean Brady era un giovane sacerdote. “Chiedo scusa”. Subentra il coadiutore, mons. Eamon Martin. 

    IACOPO SCARAMUZZI (VATICAN INSIDER)

    Va in pensione il cardinale Sean Brady, arcivescovo di Armagh e primate d’Irlanda, bersaglio da anni di polemiche sull’insabbiamento del caso di un prete pedofilo avvenuto all’epoca in cui il porporato era un giovane sacerdote. Papa Francesco ha accettato oggi le sue dimissioni per raggiunti limiti di età ed ha contestualmente nominato arcivescovo di Armagh, sede primaziale d’Irlanda,   monsignor Eamon Martin, finora arcivescovo coadiutore della diocesi.

    Nominato vescovo della città irlandese nel 1996, Brady aveva rassegnato le dimissioni nelle mani del Papa al compimento del 75esimo anno di età, lo scorso 16 agosto. Il porporato, già accusato negli anni scorsi, è tornato di recente nell’occhio del ciclone in connessione alla vicenda di un prete pedofilo. Brendan Boland, all’epoca 14enne, lo aveva già accusato pubblicamente e ha recentemente pubblicato il libro “Sworn to Secrecy” nel quale racconta gli abusi subiti da un sacerdote, padre Brendan Smyth, negli anni Settanta.

    Nel volume è riprodotto il documento di impegno al silenzio che egli fu costretto dalla diocesi a firmare alla presenza di Brady, allora giovane sacerdote con funzione di notaio. In seguito padre Smyth ha abusato numerosi altri bambini. A quanto fu riportato dalla stampa irlandese, due vittime di preti pedofili, Marie Kane e Mark Vincent Healy, avevano chiesto al Papa le dimissioni anticipate di Brady nel corso di un incontro in Vaticano a luglio. Jorge Mario Bergoglio, in quella occasione, ha celebrato messa alla presenza di un piccolo gruppo di sopravvissuti ai preti pedofili. Nell’omelia dedicata a questo “crimine e grave peccato”, il Pontefice argentino, tra l’altro, aveva chiesto perdono anche “per  i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa”.

    “Il Santo Padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Armagh (Irlanda), presentata dall’Em.mo Card. Sean Baptist Brady, in conformità al canone 401 canone 1 del Codice di Diritto Canonico”, si è limitata a comunicare la sala stampa della Santa Sede. “Gli succede S.E. Mons. Eamon Martin, finora Arcivescovo Coadiutore della medesima diocesi”.

    “Il motto di Papa Francesco, Miserando atque eligendo, mi sfida e mi ispira con il suo messaggio di Dio misericordioso che al tempo stesso ci sceglie, nonostante i nostri peccati”, ha commentato il card. Brady, a quanto riportato sul sito della diocesi, in un discorso che ha concluso la messa mattutina alla cattedrale di Saint Patrick. “Mi ricorda che anche io devo chiedere scusa e chiedere perdono. E lo faccio nuovamente, ora. Al contempo il motto di Papa Francesco mi ispira ad avere fiducia nella misericordia di Dio e a pregare per avere la forza di fare sempre ciò che Gesù vuole da me”.

    Monsignor Martin, da parte sua, ex segretario generale della conferenza episcopale irlandese nominato coadiutore di Armagh da Benedetto XVI, nel gennaio 2013, e ordinato vescovo con Francesco, nell’aprile successivo, ha ringraziato Brady ed ha sottolineato che “la gente mi chiede di mettere un cuore fresco nel rinnovamento della Chiesa in questo paese. Ma io sono solo una persona con tutte le mie inadeguatezze e peccaminosità. Il compito di portare incoraggiamento nella fede al mondo appartiene a tutti noi – fedeli, preti, religiosi, vescovi – che lavoriamo insieme in comunione con Cristo e tra di noi. Sono certo che un umile rinnovamento nella Chiesa in Irlanda arriverà solo se i fedeli laici eserciteranno la loro specifica vocazione e missione per trasmettere la fede e inserire il Vangelo nella realtà della loro vita e del loro lavoro quotidiano”.

    http://www.lastampa.it/2014/09/08/esteri/vatican-insider/it/in-pensione-il-primate-dirlanda-accusato-di-insabbiare-un-caso-di-pedofilia-JyZoy3rxkYYXRzV4luFY4M/pagina.html

  • Il lato oscuro di don Gelmini

    Il lato oscuro di don Gelmini

    I funerali di don Pietro Gelmini – La lunga esistenza terrena di don Pietro Gelmini, celebrità mediatico-ecclesiastica e fondatore della Comunità Incontro, si è conclusa il 12 agosto 2014 dopo 89 anni di pensieri, parole, opere, guai giudiziari e accuse infamanti.

    La destra italiana, verso la quale Gelmini aveva una spiccata (e ricambiata) simpatia, si è profusa in lodi sulla persona e l’operato di don Pierino. Carlo Giovanardi l’ha definito “un gigante dell’impegno sociale e civile, in prima linea da sempre per strappare i tossicodipendenti e le loro famiglie dall’incubo della droga.” E anche per Gianni Alemanno abbiamo avuto l’onore di trovarci di fronte a un “gigante che ha fatto del bene in tutto il mondo”, sfidando “senza riserve il mostro della droga.”

    La stampa si è prontamente unita al coro di lamenti e celebrazioni, parlando di Don Gelmini come di un “guerriero della vita”, una specie di Martire Del Bene impegnato in una lotta senza quartiere alle storture del mondo. Certo, la maggior parte delle testate hanno ricordato (quasi con fastidio) che Gelmini era finito in una “complessa inchiesta” per presunte molestie sessuali su decine di “ospiti” della sua comunità—con la scontata postilla: “comunque non c’entrava nulla, come ha ribadito più volte”—ed era comunque “una figura discussa” o un “prete controverso”, senza naturalmente andare troppo a fondo sul perché la sua figura fosse discussa o controversa.

    Lo sbianchettamento a reti unificate della vita del prete, condotto con grande zelo e aiutato dalla pausa di Ferragosto, ha rimosso praticamente tutte le zone d’ombra che negli anni hanno offuscato le imprese di don Gelmini. Se si ricostruisce la sua reale biografia, infatti, il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo molto attaccato alla materialità e tutt’altro che “santo.”

    Pietro Gelmini nasce a Pozzuolo Martesana, provincia di Milano, il 19 gennaio 1925. Viene ordinato prete nel 1949, nella diocesi di Grosseto. È fratello del più celebre (almeno all’inizio) padre Eligio, frate che “preferiva il cachemire al ruvido panno francescano”, “confessore e assistente spirituale di vip e calciatori” nonché “precursore di tante figure di preti mediatici e mondani che frequentano salotti, feste e studi televisivi.” Tra le altre cose, Padre Eligio aveva un’autentica passione per le auto di lusso—una passione che in un’intervista spiegò in questo modo: “L’auto per me è un’occasione di stare con Dio.”

    Negli anni ’60 Gelmini diventa segratario del cardinale Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires fino al 1959, e si inserisce nella comunità di Casal Palocco a Roma. La svolta nella vita del sacerdote—così narra l’epica sul personaggio—avviene il 13 febbraio del 1963 a seguito dell’incontro con Alfredo, un giovane della borgata romana che “smaltiva la sbornia del suo compleanno” sui gradini della chiesa di Sant’Agnese a  piazza Navona. “A zì prete, damme ‘na mano,” gli dice Alfredo. “Nun vojo soldi. Nun vedi che sto male?” Alfredo viene poi accolto in casa da don Gelmini, che “da quel momento cominciò il suo impegno con i tossicodipendenti.”

    In parallelo a quell’episodio vagamente pasolinano, però, sempre in quegli anni arriva una diffida dalla Curia per abuso di titolo: Gelmini, infatti, andava in giro facendosi chiamare “monsignore.” Oltre ai problemi con le autorità ecclesiastiche, don Pierino inizia ad avere grossi grattacapi anche con la giustizia dello Stato italiano.

    Il 13 novembre del 1969 arriva il primo arresto. I carabinieri prelevano don Gelmini nella sua villetta all’Infernetto con le accuse di bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita per il fallimento della cooperativa edilizia “Tre Fontane” (collegata alle Acli), di cui il sacerdote era presidente e liquidatore. Nel giardino della sua abitazione le forze dell’ordine trovano una fiammante Jaguar—probabilmente utilizzata per attenersi più strettamente ai precetti evangelici—che gli vale il soprannome di “padre Jaguar.”

    Tra le persone che denunciano Gelmini per appropriazione indebita ci sono anche Ngô Ðình Thuc, arcivescovo della città di Huè e fratello di Ngô Ðình Diêm (dittatore assassinato nel 1963) e la signora Nhu, vedova dell’ex presidente. Stando a un articolo del 1971, Nhu era fuggita dal suo paese ed era approdata a Roma “con i figli e notevoli conti in banca.” Decide di comprare una villa e, tramite il cognato Thuc, conosce don Gelmini. “Il prelato,” continua la cronaca, “si incaricò di trovarle una villa con parco dal valore di 300 milioni [di lire].” L’arcivescovo dalla Svizzera comincia a inviare soldi a Gelmini per pagare le rate del mutuo, ma i due si accorgono che qualcosa non torna. Secondo i vietnamiti, infatti, il sacerdote italiano “si sarebbe appropriato di 60 milioni di lire dell’arcivescovo Thuc e di 13 milioni della signora Nhu.”

    Ritaglio de La Stampa del 14 marzo 1976.

    Don Pierino viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione per i reati addebitatigli e inizia a scontare la pena in carcere. In un articolo sul Messaggero dell’epoca si legge: “Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi.” Nel 1974 la Corte d’Appello di Roma dimezza la condanna a due anni di carcere (l’appropriazione indebita, nel frattempo, è stata estinta per l’amnistia del 1971), e l’anno successivo la Cassazione la conferma rendendola definitiva.

    Scontata la pena, il Vaticano gli impone “un periodo di ‘esilio’ a Grosseto.” Finito l’“esilio”, Gelmini torna a Casal Palocco e si trasferisce in una villa più spaziosa, che La Stampa descrive così: “Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto bianco, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera.”

    Ma i guai con la giustizia non finiscono qui. Nel 1976 è arrestato nuovamente, insieme al fratello e all’avvocato siciliano Carmelo Conte, dipinto da La Stampa come “ostentatore di ricchezza” nonché “spalla in campo giuridico” degli affari del “clan” Gelmini. I tre sono accusati di “aver ricevuto una bustarella di 50 milioni da Vito Passera, un imprenditore in difficoltà, per farlo diventare console onorario della Somalia ed avere facilitazioni nel commercio di burro tra gli Usa e il paese africano.” Le accuse si rileveranno poi infondate e il procedimento si chiuderà senza conseguenze.

    La ricostruzione della storia giudiziaria di don Pierino fatta dal programma Matrix nel 2007.

    Nel 1979 don Gelmini disse di aver rinunciato alla “carriera per salire su una corriera di balordi”—ossia la Comunità Incontro. In quell’anno, infatti, Gelmini rileva un frantoio abbandonato, il Mulino Silla ad Amelia, e ne fa la sede della sua comunità. Il recupero dei tossicodipendenti è imperniato sulla Cristoterapia, un metodo in cui—ha detto lo stesso Gelmini—“si pone l’accento principale sul potere risanatore di Cristo.”

    Il comune di Amelia concesse il frantoio in comodato d’uso, ma la relazione con la giunta si incrinò quando Luciano Lama, ex leader della Cgil, venne eletto sindaco nel 1988. “Erano gli anni del boom delle comunità,” scrive Marco Lillo su l’Espresso, “e don Pierino non badava troppo al codice urbanistico. I piccoli casali abbandonati diventavano imponenti ostelli. Mensa, campo di calcio, sotterranei, tutti edificati a fin di bene, ma tutti abusivi, furono immediatamente segnalati da Lama alla Procura.” Alla fine, sempre secondo Lillo, tutto sarebbe stato sanato “grazie anche ai socialisti della giunta.”

    La consolidazione e l’ascesa della Comunità Incontro—che ufficialmente conta 164 sedi residenziali in Italia e 74 all’estero (anche se i dati sono stati contestati dalla giornalista Stefania Nardini)—vengono accompagnati da critiche piuttosto feroci sulla trasparenza finanziaria e sulla gestione degli ospiti.

    Nel 2004 esce il libro Mara come me del giornalista Marco Salvia, uno dei più vocali accusatori di Gelmini, che racconta la difficile vita all’interno di una comunità di recupero. La storia è romanzata e i nomi sono cambiati, ma l’anno dopo l’autore pubblica una lettera in cui dichiara che i fatti narrati nel libro sono reali e autobiografici, e che il personaggio di “don Luigi”, capo supremo della comunità, è in realtà “ispirato direttamente” a don Gelmini.

    “Ricordo bene don Gelmini, urlare come un folle al minimo accenno di dissenso, il lavaggio del cervello, i soprusi,” ha scritto Salvia. “Il mio soggiorno presso la comunità Incontro fu un incubo ad occhi aperti, pieno di eventi crudeli e arbitrari.” In un’intervista su Il Manifesto pubblicata nel 2011, il giornalista ha ribadito che all’interno della comunità di Gelmini si eserciterebbe “un grande controllo carismatico su persone molto fragili come i tossicodipendenti e le loro famiglie.”

    In parallelo alla fiorente attività della Comunità, che Gelmini ha sempre descritto come un’associazione “laica” e non religiosa, ci sono i rapporti con il Vaticano e quelli con la politica. I primi sono sempre stati piuttosto tesi. Negli anni ’70, ricorda l’articolo de La Stampa del 1976, “denunce e proteste giungono al vicariato di Roma anche da parte del parroco di Casal Palocco,” e per due volte don Pierino è convocato, “diffidato dall’usare la veste che non gli spettava e sospeso ‘a divinis’.”

    La notizia del falso arresto di don Gelmini, da La Stampa del 5 gennaio 1997. La beffa mediatica era stata orchestrata da Luther Blissett.

    Per risolvere una volta per tutti i problemi legati all’uso indebito di titoli ecclesiastici, nel 1988 Gelmini riesce a farsi insignire del titolo di Esarca Mitrato della Chiesa cattolica greco-melkita. Questa investitura, dice la biografia ufficiale, “gli apre le porte del Medio Oriente” e gli dà il diritto di usare l’anello, la mitra, la croce e la pastolare, pur non essendo vescovo.

    I rapporti con la politica, invece, sono sempre stati eccellenti e hanno sicuramente contribuito all’espansione del piccolo impero del sacerdote. Don Gelmini, che è considerato uno degli ispiratori della legge Fini-Giovanardi recentemente bocciata dalla Corte Costituzionale, è sempre stato molto vicino a Udc e Alleanza Nazionale.

    Il 4 marzo 2000 don Gelmini partecipa alla presentazione del “manifesto” di AN, “Valori e idee senza compromessi”, in qualità di illustre testimonial anti-droga. A un certo punto don Pierino allarga il suo intervento ed evoca scenari apocalittici e scontri di civiltà: “I musulmani tra poco in Italia saranno il 10-15% della popolazione e metteranno a rischio la purezza dei nostri valori. Un tempo venivano per predare le nostre città, oggi hanno una parola d’ ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all’ Islam. Bisogna bloccare questo germe.” Le cronache dell’epoca riportano l’“imbarazzo” di Gianfranco Fini, la platea che “va in delirio” e le mani che si spellano per don Pierino.

    All’80esimo compleanno di don Gelmini viene organizzata una megafesta che probabilmente racconta meglio di ogni altro episodio gli appoggi politici di cui poteva godeva il sacerdote. Tra gli invitati ci sono diversi ministri (Maurizio Gasparri, Rocco Buttiglione e Pietro Lunardi), una sfilza di sottosegretari, parlamentari come Gustavo Selva (il cui nome venne ritrovato tra le liste della P2, anche se ne ha sempre smentito l’iscrizione) e volti noti di Tangentopoli quali l’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, condannato in via definitiva per associazione a delinquere e corruzione. Alla festa non può mancare nemmeno Silvio Berlusconi, grande amico personale di don Gelmini, che come regalo gli stacca un assegno da 5 milioni di euro per costruire una comunità in Thailandia.

    Nel 2007, quando la procura di Terni inquisisce Gelmini per presunti abusi sessuali nei confronti di una decina di ospiti della comunità, l’impero sembra sul punto di crollare. Don Pierino nega tutti gli addebiti e grida al complotto ordito nei suoi confronti da “toghe rosse”, “poliziotti infami” e dalla lobby “ebraico-radical chic” che punta a “indebolire la Chiesa tutta.”

    Il riferimento alla lobby ebraica scatena un putiferio, e Gelmini si vede costretto a correggere il tiro: “Chiedo scusa agli ebrei. Io ho molto rispetto e molta considerazione per loro. C’ è questa loggia massonica-radical chic, invece, che sicuramente combatte la Chiesa su tutti i fronti.” Nonostante le polemiche e la gravità della accuse, Gelmini viene difeso a spada tratta dai suoi sponsor politici e anche da una parte del mondo cattolico. Il saggista Vittorio Messori, ad esempio, in un’intervista arriva a dire una cosa del genere: “Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora?”

    In realtà, già prima del 2007 giravano accuse piuttosto scabrose nei confronti di don Pierino. Nel 1991 venne ritrovato sgozzato a Rimini Fabrizio Franciosi, che anni prima era stato ospite della Comunità Incontro. Durante le indagini il fratello gemello della vittima afferma che, poco prima di morire, Franciosi gli aveva “confidato di essere venuto a conoscenza di molestie compiute all’interno della comunità di Amelia; e per questo motivo sarebbe stato picchiato, minacciato e cacciato dal centro.”

    Nel 2003 don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, riceve la lettera di un ragazzo che dice di aver subito molestie sessuali da don Gelmini nel 1993, quando era ospite della sua comunità. Oltre a questi casi, ci sono anche le accuse fatte da Bruno Zanin nell’autobiografia Nessuno dovrà saperlo, in cui afferma di aver subito molestie dal sacerdote quando era minorenne.

    Vittorio Sgarbi difende don Gelmini e attacca i “ragazzotti” che si sono “fatti stoccazzare”.

    Per difendersi meglio dall’inchiesta della procura, nel marzo del 2008 don Gelmini ottiene dal pontefice di essere ridotto allo stato laicale. “Papa Benedetto XVI ha fatto bene ad accogliere la mia richiesta,” dichiara Gelmini, “perchè credo che la libertà dell’individuo venga prima di ogni cosa.” Qualche giorno dopo, però, don Pierino si scaglia contro il Vaticano: “L’inferno non esiste nell’aldilà: esiste qui, su questa terra, dovrebbero capirlo quelli che stanno nei palazzoni, laggiù, in Vaticano, dove c’è il migliore paradiso possibile, quello dei ricchi e dei potenti.”

    A giugno del 2010 don Gelmini viene rinviato a giudizio, ma il processo—che comunque andava molto a singhiozzo per i continui rinvii dovuti alle condizioni di salute di Gelmini—non si farà mai, mettendo una pietra sopra all’accertamento (o meno) delle responsabilità di “padre Jaguar.”

    Quello che rimane, dunque, è la figura di personaggio adorato e odiato in egual misura, un “giusto” per alcuni e un impostore per altri, un uomo perfettamente inserito nella società dello spettacolo e in un preciso milieu politico, un prete in rotta con le gerarchie vaticane e insofferente alle restrizioni imposte dal codice penale.

    “Don Gelmini è buono come Dio,” disse una volta il fondatore di Comunione e Liberazione, Don Giussani. “Se penso a un esempio vivente di Cristo vedo lui.” Ecco, qualcosa mi dice che Dio e Gesù Cristo potrebbero non essere entusiasti di questo paragone.

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