Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Bologna

  • Abusi sessuali su bimbi dell’asilo “Il sacerdote va condannato” L’appello

    Abusi sessuali su bimbi dell’asilo “Il sacerdote va condannato” L’appello

    Il procuratore generale ha chiesto la conferma dei 6 anni e 10 mesi
    di Nicola Bianchi

    Ferrara, 21 gennaio 2012 – Furono le maestre ad accorgersi che qualcosa, in quel sacerdote, non andava più. Strano lui, strani i bambini della scuola che da anni gestiva, in un paese dell’alto ferrarese. «Carezze un po’ troppo spinte, — secondo le accuse — palpeggiamenti, strofinamenti nelle zone intime e baci sulla bocca a una decina di bimbetti». Colpevole, per il tribunale estense, tradotto il 9 aprile 2008 in 6 anni e 10 mesi di condanna. Colpevole anche per il procuratore generale Miranda Bambace che ieri, al termine della sua lunga requisitoria in appello, ha chiesto alla corte di riconfermare la pena del primo grado.

    Accusa e difesa. Credibili e fondate, per il pg, le accuse contenute nelle testimonianze oculari delle insegnanti, delle cuoche e delle ausiliarie della materna ferrarese, che riferirono in aula numerosi episodi verificatisi durante gli anni scolastici 2003-2004 e nei primi mesi del 2005. «Il mio assistito deve essere assolto perché innocente — la replica dell’avvocato Giuseppe Coliva del foro di Bologna — Confido in una decisione congrua e giusta dei giudici».

    Sotto choc. Una vicenda che squarciò la quiete di un’intera provincia e fece tremare la curia felsinea. I riflettori sulla scuola vennero accesi all’inizio del 2005 dopo che alcune insegnanti, non senza timori e dubbi, presentarono ai carabinieri una denuncia nei confronti del sacerdote, nato a Verona e fino a quel momento ben voluto da tutti. In quell’occasione, le due donne raccontarono alcuni episodi circostanziati di molestie ai danni di una decina di bimbi: carezze un po’ troppo spinte, palpeggiamenti, strofinamenti, baci sulla bocca. A convincerle a parlare e a vincere gli iniziali timori reverenziali verso l’uomo, fu la direttrice della scuola materna. Lei stessa, infatti, non solo venne presto a sapere dalle maestre e dalle ausiliare (in lacrime) di alcuni episodi emblematici accaduti in passato ma fu addirittura testimone oculare di numerose attenzioni morbose del prete verso una bimba kosovara, ospite della parrocchia assieme alla madre, al padre e ai fratellini.

    L’arresto. Il caso esplose letteralmente quando la procura decise di arrestarlo: inizialmente venne detenuto ai domiciliari nella canonica della parocchia, a fianco dell’asilo. Rimase lì fino all’estate del 2005 quando fu poi trasferito in una struttura religiosa del Bolognese. «Sono innocente», ha sempre gridato lui, attaccando chi lo accusava e parlando di invidie e ripicche nei suoi confronti. Il suo destino giudiziario verrà deciso il 7 marzo, giorno fissato per repliche e sentenza.

    di Nicola Bianchi

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cr…ell_asilo.shtml

  • Iniziato il secondo grado per il sacerdote condannato a Ferrara a 6 anni

    Iniziato il secondo grado per il sacerdote condannato a Ferrara a 6 anni

    Corte d’appello di Bologna

    Non si è ancora conclusa la vicenda giudiziaria del prete, residente nell’alto ferrarese, accusato di aver molestato una decina di bambine affidate all’asilo nido parrocchiale. La vicenda iniziò nel 2005, con la denuncia presentata ai carabinieri da alcune maestre impegnate nella stessa struttura, le quali avevano notato nel comportamento dell’uomo con i più piccoli degli atteggiamenti poco chiari. Le insegnanti, inizialmente timorose nell’esprimere un giudizio così forte sul sacerdote, vennero motivate a presentare i loro dubbi all’autorità dalla direttrice didattica della scuola materna, testimone oculare di alcune attenzioni particolari riservare dall’uomo a una bambina originaria del Kosovo, ospitata assieme ai suoi familiari nella struttura.

    Le indagini condotte sulla vicenda portarono il tribunale di Ferrara ad emettere nei confronti dell’uomo una sentenza di colpevolezza, per scontare la quale veniva stabilita una condanna a sei anni e dieci mesi di reclusione (vai all’articolo). L’avvocato del sacerdote, Giuseppe Coliva, ricorse in secondo grado e per questo ieri il caso è stato discusso nella sede della Corte d’Appello di Bologna.

    Il legale in aula ha sostenuto come ai danni del’ex sacerdote – l’uomo infatti, già sospeso in via cautelare dall’esercizio di tutte le facoltà sacerdotali nell’aprile 2005, dopo gli arresti domiciliari, è stato ridotto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede allo stato laicale (vai all’articolo) – possa essere stato organizzato un complotto, da parte delle maestre che temevano di perdere il lavoro. Inoltre ha contestato la tardività della denuncia e ha insistito affinché fossero reinterpretati i gesti considerati equivoci. Quest’ultimo punto è stato fermamente rigettato sia dalla procura generale che dalle parti civili.

    La discussione si è conclusa con la richiesta di assoluzione da parte della difesa, e in subordine la contestazione per un fatto lieve, a cui si è contrapposta la procura assieme alle parti civili, rappresentate dagli avvocati Colombo e Pritoni, i quali vorrebbero invece la riconferma della sentenza di primo grado.

    Il collegio dei giudici, composto dal presidente Pederiali assieme a Di Bari e Passerini, renderà noto il proprio giudizio il 7 marzo.

    www.estense.com/?p=193092

  • La  Asl paga il prete ex pedofilo

    La Asl paga il prete ex pedofilo

    La  Asl paga il prete ex pedofilo
    Martedì 13 Settembre 2011 08:12 Redazione_1

    BRINDISI – Atti di libidine violenta nei confronti di due bambine: uno dei sei sacerdoti assunti e pagati dalla Asl di Brindisi ha un arresto e una condanna nel proprio curriculum vitae. Per abusi sessuali su minori che furono oggetto di indagine della procura di Brindisi nel 1991 e la ragione di una richiesta di applicazione della custodia cautelare che fu accordata da un giudice. Il prete fa il cappellano, è stato assunto nell’ottobre scorso e presta servizio nell’ospedale Perrino di Brindisi. La designazione è dellla Curia, che ha pieni poteri nel decidere chi, fra i sacerdoti della diocesi, debba curarsi delle anime in pena che si ritrovano in una struttura sanitaria per motivi di salute più o meno gravi.
    La Azienda sanitaria locale che stipula il contratto di “co.co.co” ratificando di fatto gli intendimenti della Chiesa non ha verificato, così come accadrebbe invece per qualsiasi altro dipendente, dal portantino al dirigente, cosa ci fosse nel casellario giudiziario del prete. Se per caso in elenco si scorgessero condanne definitive per reati gravi a tal punto da rendere incompatibile l’aggirarsi dell’uomo in abito talare, notte e giorno, per i corridoio del nosocomio. Dalla Geriatria fino alla Pediatria: senza limiti di sorta.
    I fatti sono vecchi ma non sono mai caduti nell’oblio. Ricordano in molti cosa accadde nel lontano 1992 quando i giornali riportarono la notizia di un arresto “eccellente”. La pedofilia in ambienti ecclesiali non era all’ordine del giorno. Non ancora quel nervo scoperto che ha costretto il Pontefice a esprimersi pubblicamente e condannare, pur nella consapevolezza che è sempre successo e che spesso è stato tutto sotterrato. I genitori di due bimbe che frequentavano una parrocchia della provincia di Brindisi si recarono dalla polizia e formularono una denuncia – querela completa di dettagli inquietanti.
    Immediatamente le notizie furono girate al sostituto procuratore di turno: il fascicolo fu aperto immediatamente e l’inchiesta fu chiusa in poco tempo. Non si dovette indagare a lungo. Fu disposta una ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico del prete, che all’epoca faceva il cappellano militare a Bari. I fatti furono ritenuti gravi, così come si concluse che c’erano i presupposti per applicare una misura restrittiva, le cosiddette esigenze cautelari.
    “Leggi l’articolo completo sull’edizione di Senzacolonne oggi in edicola”

    www.senzacolonne.it/index.php?optio…disi&Itemid=280

    Una vicenda destinata a creare nuove polemiche sui sacerdoti stipendiati dall’Azienda
    Asl,uno dei cappellani fu
    condannato per pedofilia
    Passato scomodo per il prete assunto come consulente spirituale dei malati

    di ROBERTA GRASSI
    BRINDISI – Atti di libidine
    violenta nei confronti di due
    bambine: uno dei sei sacerdoti
    assunti e pagati dalla Asl di
    Brindisi ha un arresto e una condanna
    nel proprio curriculum
    vitae. Per abusi sessuali su
    minori che furono oggetto di
    indagine della procura di
    Brindisi nel 1991 e la ragione di
    una richiesta di applicazione
    della custodia cautelare che fu
    accordata da un giudice. Il prete
    fa il cappellano, è stato assunto
    nell’ottobre scorso e presta servizio
    nell’ospedale Perrino di
    Brindisi. La designazione è dellla
    Curia, che ha pieni poteri nel
    decidere chi, fra i sacerdoti della
    diocesi, debba curarsi delle
    anime in pena che si ritrovano in
    una struttura sanitaria per motivi
    di salute più o meno gravi.
    La Azienda sanitaria locale che
    stipula il contratto di “co.co.co”
    ratificando di fatto gli intendimenti
    della Chiesa non ha verificato,
    così come accadrebbe
    invece per qualsiasi altro dipendente,
    dal portantino al dirigente,
    cosa ci fosse nel casellario
    giudiziario del prete. Se per caso
    in elenco si scorgessero condanne
    definitive per reati gravi a tal
    punto da rendere incompatibile
    l’aggirarsi dell’uomo in abito
    talare, notte e giorno, per i corridoio
    del nosocomio. Dalla
    Geriatria fino alla Pediatria:
    senza limiti di sorta.
    I fatti sono vecchi ma non sono
    mai caduti nell’oblio. Ricordano
    in molti cosa accadde nel lontano
    1992 quando i giornali riportarono
    la notizia di un arresto
    “eccellente”. La pedofilia
    in ambienti ecclesiali non
    era all’ordine del giorno.
    Non ancora quel nervo
    scoperto che ha costretto il
    Pontefice a esprimersi
    pubblicamente e condannare,
    pur nella consapevolezza
    che è sempre successo
    e che spesso è stato
    tutto sotterrato. I genitori di due
    bimbe che frequentavano una
    parrocchia della provincia di
    Brindisi si recarono dalla polizia
    e formularono una denuncia –
    querela completa di dettagli
    inquietanti.
    Immediatamente le notizie furono
    girate al sostituto procuratore
    di turno: il fascicolo fu aperto
    immediatamente e l’inchiesta fu
    chiusa in poco
    tempo. Non si dovette indagare
    a lungo. Fu disposta una ordinanza
    di custodia cautelare in
    carcere a carico del prete, che
    all’epoca faceva il cappellano
    militare a Bari. I fatti furono
    ritenuti gravi, così come si concluse
    che c’erano i presupposti
    per applicare una misura restrittiva,
    le cosiddette esigenze cautelari.
    Poteva fuggire, inquinare le
    prove o addirittura rifarlo
    il giovane sacerdote. Si scrissero
    fiumi di parole, poi fu celebrato
    un processo che si è ormai concluso
    da tempo. L’uomo di chiesa
    poté beneficiare della sospensione
    condizionale della pena,
    dopo la condanna. Per anni è
    stato in Congo, da missionario
    .
    Poi è ritornato a casa, in Puglia,
    nel Brindisino. Ed è stato destinato
    dal vescovo all’ospedale
    Perrino, lì dove ci sono due cappellani
    che, stando a quanto stabilito
    nell’intesa tra Regione e
    Conferenza episcopale pugliese
    nel 2002, vengono stipendiati
    dalla Asl così come gli insegnanti
    di Religione cattolica,
    che non siedono in cattedra perché
    vincitori di concorso, percepiscono
    il compenso da statali.
    Funziona così: la Curia sceglie
    il cappellano, lo comunica al
    distretto sanitario che prende
    atto e delibera l’assuzione come
    co.co.co del prete. Lo stipendio
    può variare: nel Brindisino si
    arriva a spendere 100mila euro
    all’anno per i cappellani, anche
    più di 20mila a testa ogni anno.
    E’ uno scampolo di passato che
    è destinato a generare polemica,
    in tempi di licenziamenti in
    blocco. La notizia che i sei
    sacerdoti, tutti cattolici, fossero
    “stipendiati” aveva già provocato
    malumore tra il personale
    sanitario mandato a casa a scadenza
    di contratto. Il dettaglio
    che fa più riflettere, appreso che
    c’è un prete con precedenti per
    abusi sessuali, è relativo alle
    modalità di selezione che adotta
    la Asl per il personale: chiunque,
    dai medici agli infermieri,
    ha l’obblico di presentare un
    certificato o un’autocertificazione
    in cui si attestano i procedimenti
    in corso, le condanne o in
    alternativa l’assenza di “avventure”
    penali nella propria vita. Il
    passato dei dipendenti dev’essere
    trasparente e se macchiato è a
    discrezione dell’azienda decidere
    se procedere comunque con
    l’assunzione o invece decretare
    che è meglio lasciar perdere.
    Nel caso dei cappellani non c’è
    alcun tipo di procedura concorsuale
    o di selezione. I preti non
    devono presentare documentazione.
    Li sceglie il vescovo. E la
    Asl si fida ciecamente, pur
    senza sapere nulla di chi
    varca la soglia dell’ospedale,
    mangia insieme ai dipendenti
    e ha facoltà, notte e
    giorno, di entrare nei reparti
    e nelle stanze.

    La struttura sanitaria mette a disposizione dei religiosi anche il vitto e l’alloggio
    In altre parti d’Italia i precari hanno protestato contro le Asl
    MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011 Sanità & Santità 7
    L’accordo del 2002
    e ipreti stipendiati

    di ROBERTA GRASSI
    BRINDISI – Lo stabilisce un
    accordo del 2002. I capellani
    degli ospedali sono stipendiati
    dalle Asl. La struttura ospedaliera
    mette a disposizione gli
    spazi per le funzioni di culto e
    per l’attività religiosa, alloggi
    per gli assistenti, uffici arredi,
    suppellettili, attrezzature, nonché
    tutte le spese necessarie al
    loro mantenimento. E la Asl
    paga.
    Nel Brindisino sono sei i
    sacerdoti “assunti”. Dai dati
    nazionali emerge che il
    Servizio sanitario nazionale
    paga più sacerdoti che dentisti.
    Sono 417, infatti, gli “assistenti
    religiosi”, 389 uomini e
    28 donne, che percepiscono
    uno stipendio dal Ssn, in base
    a convenzioni stipulate fra la
    diocesi e le Aziende sanitarie.
    Il numero degli odontoiatri del
    servizio pubblico si “ferma”
    invece ad appena 163, su un
    totale di 105.652 camici bianchi.
    I numeri dei dipendenti
    Ssn sono contenuti nell’ultimo
    rapporto della Direzione statistica
    del ministero della Salute
    e in scala, il rapporto è lo stesso
    anche nella piccola e provinciale
    realtà brindisina: c’è
    solo un igienista dentale al
    servizio della Asl pagato
    1.572 euro al mese, 18.869
    all’anno. Due farmacisti, tre
    psicologi, che intascano all’incirca
    1.300 euro al mese, due
    biologi da 2.500 euro al mese,
    un oculista da 1.900, due farmacisti
    da 3.500 euro al mese,
    e ben cinque cappellani “pubblici”
    con busta paga.
    Chiaramente gli assistenti religiosi
    non vengono selezionati
    sulla base di un concorso, ma
    vengono scelti e assunti direttamente,
    senza dover superare
    selezioni per titoli o competenze.
    Sono a tutti gli effetti
    dipendenti pubblici e guadagnano
    abbastanza. In ogni
    ospedale c’è una chiesa, un
    luogo di preghiera. Ed è proprio
    nelle strutture sanitarie
    che c’è chi ha più necessità di
    un conforto e lo cerca nella
    religione e nella preghiera.
    Percepiscono compensi mensili
    che variano dai 1.800 euro
    ai 900 euro. Sono inclusi nella
    stessa lista in cui, in nome
    della trasparenza, viene riportato
    il costo del personale
    cosiddetto “co.co.co”.
    Insieme all’igienista dentale,
    al biologo, all’assistente
    sociale e allo psicologo ci
    sono anche loro, gli assistenti
    religiosi, e appartengono alla
    categoria dei più remunerati,
    più o meno allo stesso livello
    dei medici e dei due farmacisti
    che arrivano a percepire mensilmente
    anche 3.500 euro. I
    due più anziani sono stati
    assunti per la prima volta nel
    2006 e poi il rapporto con
    l’Azienda è proseguito, di rinnovo
    in rinnovo. L’ultimo è
    stato invece assunto nell’ottobre
    del 2010. L’ultima proroga
    risale alla fine dello scorso
    anno: l’elenco dei “collaboratori
    e consulenti” in servizio al
    primo gennaio 2011 si può
    reperire sul sito della Asl, ed è
    accessibile a tutti.
    La polemica è scoppiata in
    Toscana, di recente, e a
    Bologna nel dicembre scorso
    è stata scritta una interrogazione
    alla Regione Emilia
    Romagna. Dal 2000 a oggi
    numerose regioni italiane, il
    Veneto, la Puglia, la Sardegna,
    la Toscana, l’Umbria, la
    Sicilia e la Lombardia, alcune,
    hanno sottoscritto con i presidenti
    delle Conferenze episcopali
    schemi di intesa per l’assistenza
    religiosa negli ospedali
    pubblici.
    A Treviso nel 2009 fu avviata
    una raccolta di firme. Alla fine
    dello stesso anno 500 dirigenti
    medici, veterinari, psicologi,
    biologi, chimici, fisici, tutti
    veneti e con contratto precario,
    protestarono in massa.
    Erano stati assunti 36 preti per
    una smesa di 1 milione di
    euro. 41 lavoravano i regime
    di convenzione e altri 6
    erano co.co.co.
    Scoppiò il pandemonio.
    Ma anche in Puglia c’è la
    stessa situazione: il profondo
    rosso della Sanità
    impone di risparmiare e
    tagliare sul personale. E’
    per questa ragione che
    100 infermieri sono rimasti
    senza lavoro, quando
    il contratto precario è
    arrivato alla scadenza.
    Non ne vengono assunti
    degli altri e l’avviso pubblico
    del marzo scorso,
    pur essendo scaduto, non
    ha mai prodotto una graduatoria.
    L’ultima resta
    quella del 2009 che non
    dovrebbe essere più valida.
    Molti operatori sanitari
    non hanno più un
    lavoro e dicembre sarà
    l’ultimo mese di disoccupazione
    formale e remunerata.
    Poi la fame.
    I preti, quelli sono stati assunti.
    Sono cinque ad essere stati
    inclusi nell’elenco dei collaboratori
    pubblicato sul sito
    web della Asl in nome della
    trasparenza. Il sesto è arrivato
    dopo, a fine luglio con una
    delibera firmata dal commissario
    straordinario Paola
    Ciannamea, mandata a
    Brindisi per far quadrare i
    conti e stringere la cinghia sui
    servizi, ma non sul culto.
    Quello non si tocca.

    L’ultima nomina: il sesto cappellano. Stipendiato
    Lunedì 12 Settembre 2011 08:36 Redazione_2
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    BRINDISI – Gli “assistenti religiosi”, ossia i cappellani che prestano servizio negli ospedali del Brindisino sono scelti dagli arcivescovi e percepiscono uno stipendio da “statali”, a spese delle Asl. Alla designazione di coloro che dovranno prendersi cura delle anime sofferenti ci pensano i vertici delle diocesi, nel caso del distretto sanitario della provincia di Brindisi, sono due: Rocco Talucci, arcivescovo di Brindisi – Ostuni, e Vincenzo Pisanello, arcivescovo di Oria. La scelta viene poi ratificata dalla Asl il cui settore di Gestione del personale pubblica la delibera, firmata dai tre direttori: il commissario straordinario, il direttore amministrativo, e il direttore sanitario. Non sono cinque i dipendenti religiosi della Asl ma sei. Al cappellano del “Perrino” Francesco Legrottaglie è subentrato don Silvio Pizzuto, scelto da Talucci che ha però conferito a Legrottaglie la carica di “secondo”. Il contratto di collaborazione di Legrottaglie, non è stato interrotto. A meno che non sono errati i prospetti pubblicati su internet e non è veritiero quanto riportato sul sito della diocesi relativamente alle ultime nomine di Talucci. Primo e secondo. Er il subentro è stato necessario un atto della Asl il cui oggetto è il seguente: “Curia arcivescovile di Brindisi, cappellano dello stabilimento ospedaliero ‘Di Summa – Perrino’, sacerdote Francesco Legrottaglie, cessazione dall’incarico. Padre Silvio Pizzuto, subentro”. Legrottaglie va però in “panchina”, e non smette di percepire il dovuto, quanto pattuito con il contratto di collaborazione di fine dicembre. Al nuovo cappellano spetta il compenso regolato dal protocollo di intesa del 2002 e i pasti in ospedale.
    E’ stata la Curia a decidere, il 20 giugno del 2001 e a “comunicare al direttore generale la designazione”. La Asl ratifica e sborsa quattrini. I sacerdoti, per l’abito talare che indossano, percepiscono di già mille euro al mese all’incirca, soldi che vengono elargiti dalla Conferenza episcopale italiana per il dignitoso sostentamento dei sacerdoti. Le tariffe sono le seguenti: ai sacerdoti abili a prestare un servizio a tempo pieno spettano da un minimo di 960 euro mensili (11.520 euro all’anno) a un massimo di 1.788 euro mensili (21.456 euro all’anno); agli altri toccano invece 1.296 euro mensili (15.552 euro all’anno). In più c’è il compenso dato dalla Asl per la “collaborazione” offerta, un compenso che varia a seconda dei casi e viene stabilito non si sa bene sulla base di quali criteri. Per i cappellani brindisini la situazione è la seguente: “Cosimo Carruggio, ha iniziato a collaborare con la Asl il primo novembre del 2006, il rapporto di lavoro (lo è anche se si tratta della cura delle anime) non è ancora cessato. Il compenso mensile ammonta a 917 euro al mese per ben 11mila euro all’anno; Maurizio Ciccarese, anch’egli collaboratore a progetto della Asl di Brindisi dal 2006, percepisce 1.572 euro al mese, all’anno sono 18.889 euro. Poi c’è Pietro De Punzio, assunto nel 2009 che percepisce 1.772 euro al mese, per 21mila 264 euro all’anno, Francesco Legrottaglie a cui spettano 1.842 euro al mese, ossia 22mila euro all’anno dal 2010, Giuseppe Lofino, assunto agli inizi del 2009, il cui compenso mensile è di 1.672 euro, all’anno poco più di 20mila euro. In totale la Asl di Brindisi spende all’anno 93.307 euro per il sostentamento dei preti che si occupano del culto degli ammalati. Il numero degli odontoiatri del servizio pubblico si “ferma” invece ad appena 163, su un totale di 105.652 camici bianchi. I numeri dei dipendenti Ssn sono contenuti nell’ultimo rapporto della Direzione statistica del ministero della Salute e in scala, il rapporto è lo stesso anche nella piccola e provinciale realtà brindisina: c’è solo un igienista dentale al servizio della Asl pagato 1.572 euro al mese, 18.869 all’anno. Due farmacisti, tre psicologi, che intascano all’incirca 1.300 euro al mese, due biologi da 2.500 euro al mese, un oculista da 1.900, due farmacisti da 3.500 euro al mese, e ben sei cappellani “pubblici” con busta paga. La selezione dei “co.co.co” il cui elenco è pubblicato sul sito della Azienda sanitaria locale, in rispetto della legge sulla Trasparenza, è a discrezione dei vescovi delle diocesi i cui territori ricadono all’interno del distretto sanitario. I preti, quindi, sono scelti dai propri “superiori” e pagati dalla collettività. Alla loro funzione, importantissima ma probabilmente rientrante nella missione scelta, non rinunciano i manager che preferiscono però tagliare sul resto, specie in termini di personale. Non si assume ormai da anni. Un centinaio di infermieri è rimasto a casa dopo la scadenza del contratto a tempo determinato. Non ci sono medici. Mancano gli operatori sanitari di ogni tipo, l’ultima graduatoria per gli infermieri è del 2009. Ai preti si elargiscono quasi centomila euro all’anno: vengono pagati per fare i sacerdoti, non per fornire assistenza materiale agli ammalati. Pagati per fare i preti. Tutto ciò è consentito perché nel 2002 fu stipulata una convenzione tra la Regione e i presidenti delle Conferenze episcopali schemi di intesa per l’assistenza religiosa negli ospedali pubblici. Sono quindi doppiamente stipendiati i sei preti brindisini che offrono servizi “religiosi”, di religione rigorosamente cattolica, a chi è ricoverato presso il nosocomio e ha necessità di supporto spirituale. Pagati dalla Chiesa, che per il sostentamento dei preti attinge dai fondi Otto per mille versati dai contribuenti, stipendiati dalla Asl per svolgere una funzione che non è differente da quella che ogni giorno, per via della vocazione che hanno seguito, li contraddistingue nel rapporto con i fedeli. Fuori e dentro le parrocchie. Nelle strutture sanitarie, però, non fanno volontariato. Del resto, devono pur campare.

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  • Caso Don Zaghini, patteggiano i due estorsori

    Caso Don Zaghini, patteggiano i due estorsori

    SCANDALO A SAN MERCURIALE. Accordo tra accusa e difesa: due anni a testa per i ventenni ex amanti del prelato e 5mila euro di indennizzo

    Forlì, 20 luglio 2011 – QUATTRO mesi dopo il caso è chiuso. O quasi. Forlì tira le somme; restano in sospeso però i conti di Bologna; i più urticanti: nell’affaire don Zaghini, i due ventenni forlivesi che ricattarono l’ex abate di San Mercuriale — estorcendogli per un paio d’anni sesso e denaro in cambio del silenzio sull’incoffesato, incoffesabile triangolo amoroso — sono tornati in libertà (erano ai domiliari). Contestualmente il loro legale (Fabrizio Ragni) ha ratificato il patteggiamento col pm Fabio Di Vizio. Entro settembre i due sfileranno davanti al giudice dell’udienza preliminare (Luisa Del Bianco) per il sigillo del ‘popolo italiano’. L’accordo prevede due anni di reclusione (condanna che sta pari pari nel recinto della condizionale) più il risarcimento a don Zaghini, che in questa conduttura giudiziaria primaria figura come persona offesa per il reato di estorsione: 5mila euro e spicci andranno all’ex numero uno della chiesa-distintivo di Forlì.

    MA I GUAI per il 66enne alto prelato — sospeso e collocato momentaneamente a riposo dal vescovo Lino Pizzi — non sono qui. Sono a Bologna. Alla Direzione distrettuale antimafia. Dove a metà giugno è sbarcato un plico col timbro della procura di Forlì; plico ricchissimo degli estremi del caso Zaghini. Nella perquisizione effettuata nella canonica di San Mercuriale subito dopo l’emersione del caso — 8 aprile — i carabinieri del nucleo operativo radiomobile di Forlì scovano nell’abitazione del prete una moltitudine di materiale sospetto. Filmati piazzati sulla memoria del computer e dvd a valanga. Secondo qualificate fonti investigative quella congerie di supporti digitali nasconderebbero presunti filmati a sfondo pedopornografico. Argomento che da circa un anno è passato di competenza della Dda. Ora sta ai detective bolognesi fare le prossime mosse: che indice di gravità è inclusa nelle immagini del pc di don Zaghini? E lui, che cosa rischia adesso in concreto?

    VENERDI 8 aprile. Pomeriggio tardi. Prima chiamata ai carabinieri. Al telefono c’è don Zaghini: «Ho un problema con due giovani per il pagamento di alcuni lavori al chiostro…»; seconda telefonata; stavolta al cellulare c’è uno dei due ragazzi: «Venite a San Mercuriale, c’è un problema col parroco…». È l’epilogo. Drammatico. Ai militari il parroco sciorina repentinamente la sua trama, col timbro della verità. I due giovani ne snocciolano un’altra, di verità. I carabinieri portano tutti in caserma. Gli animi si placano. Le parole decantano. A galla si profilano le versioni poi messe a verbale: i due giovani sono dei ricattatori (l’hanno ammesso).
    Don Franco Zaghini (non solo abate di San Mercuriale, ma pure eminente studioso e illustre docente di teologia, impegnato socialmente in città come rotariano) con quei due ragazzi aveva una relazione omosessuale che andava avanti da un paio d’anni. Gli incontri avevano un prezzo: a pagare era don Zaghini (con tutta probabilità coi soldi delle offerte, sempre munifiche a San Mercuriale). Duecento, trecento euro a convegno. I ragazzi però avevano scoperto che il prete, nel frattempo, li tradiva. Aveva imbastito un’assidua corripondenza con un terzo giovane. A lui, don Zaghini — dicono i due amanti ai militari — donava somme superiori a quelle riservate a loro. Così i due pretendevano di più. Il ricatto diventa allora il prezzo del silenzio sullo scandalo. Ma il tessuto della storia si lacera. I ragazzi assillano don Zaghini. Che la sera dell’8 aprile, stremato, affronta la via della legge. Prima con la sua verità. Poi con quella — molto più scomoda — dei verbali.

    di MAURIZIO BURNACCI

  • Don Dessì, il processo torna in appello

    Don Dessì, il processo torna in appello

    Monica Tiezzi
    La Cassazione annulla per la seconda volta la sentenza di condanna della Corte d’Appello nei confronti di Marco Dessì, l’ex missionario sardo della Confraternita «Gesù divino operaio», accusato di abusi sessuali su alcuni bambini del Nicaragua, e rinvia di nuovo il procedimento ai giudici di secondo grado.
    Il nuovo colpo di scena nell’intricata vicenda giuridica è arrivato ieri sera dalla quarta sezione penale della Cassazione, chiamata a giudicare la sentenza di appello che, nel luglio 2010, aveva condannato Dessì a sette anni per abusi sessuali su minori.
    La motivazione della Cassazione sarà depositata nei prossimi giorni, ma dal dispositivo della sentenza sembrano essenzialmente tre i punti che, accogliendo le motivazione della difesa, hanno indotto i giudici supremi ad annullare la condanna: il non dovuto risarcimento danni e pagamento delle spese processuali nei confronti di uno dei ragazzi denuncianti, previsto invece dalla sentenza d’appello; la caduta dell’aggravante di atti di violenza su infraquattordicenni; una valutazione errata del computo della pena nella continuazione dei reati.
    Il primo punto fa riferimento alla denuncia di una vittima che aveva sostenuto di essere stata molestata durante un tour del coro fondato dall’ex missionario, a Houston, mentre la difesa ha dimostrato, con documenti doganali, che il ragazzo non si trovava negli Usa quando sarebbero avvenuti i fatti. Le vittime quindi avrebbero tutte compiuto i 15 anni all’epoca degli abusi e, anche in considerazione di questo, cadrebbe un’aggravante e sarebbe sbagliato il computo della pena.
    «Siamo soddisfatti, la Cassazione ci ha dato ragione», ha commentato ieri sera a caldo Massimo Jasonni, legale di Dessì assieme a Pierluigi Concas.
    Marco Dessì, 63 anni, – che nel febbraio 2010 è stato «dimesso dallo stato clericale» da papa Benedetto XVI in seguito all’inchiesta interna del Vaticano – ha atteso la sentenza nella casa di famiglia in Sardegna, dove si trova da circa sei mesi, quando – scaduti i termini della custodia cautelare – ha lasciato il carcere di Saluzzo.
    Resterà libero finchè non sarà messa la parola fine alla sua vicenda processuale.
    L’inchiesta aveva preso le mosse nel 2006 dalla denuncia delle associazione umanitarie «Rock no war» e «Solidando» – rappresentate dall’avvocato reggiano Marco Scarpati – che avevano raccolto, con show e manifestazioni, fondi per la missione «Betania» di Chinandega gestita da don Dessì, e alle quali erano giunte voci inquietanti sul comportamento del sacerdote.
    Le denunce di sei ragazzini – raccolte su dvd da un volontario che si era recato in Nicaragua – erano quindi approdate alla procura di Parma.
    La complessa inchiesta del pm Lucia Russo aveva scoperto, tra l’altro, che Dessì aveva archiviato nel suo pc 1440 file con immagini pedopornografiche, scaricate fino a due giorni prima dell’arresto, il 4 dicembre 2006.
    Il sacerdote era stato condannato in primo grado il 23 maggio 2007 dal gup Roberto Spanò a 12 anni per violenza sessuale su tre ragazzi, ed era stato rinchiuso nel carcere di Saluzzo. Pena ridotta a otto anni in appello.
    La Cassazione però, nel maggio 2009, aveva annullato senza rinvio la sentenza di condanna per tutte le imputazioni relative a fatti avvenuti prima dell’agosto ’98, e stabilito che si doveva tornare al giudizio della Corte d’Appello per i restanti episodi. La seconda sentenza dei giudici di Bologna, nel luglio 2010, aveva ulteriormente ridotto la pena a sette anni.
    Ora, dopo il secondo pronunciamento della Cassazione, il procedimento torna, per la terza volta, in Corte d’Appello.

    http://www.gazzettadiparma.it/primapagina/…n_appello_.html

     

  • Forlì, prete ricattato da due giovani gay coi quali aveva rapporti sessuali

    Forlì, prete ricattato da due giovani gay coi quali aveva rapporti sessuali

    Uno scandalo sessuale si abbatte sull’ex abate di San Mercuriale a Forlì, don Franco Zaghini. Secondo quanto emerso, questi aveva da tempo una relazione con due giovani omosessuali di 25 e 24 anni, che lo avevano ricattato. Il vescovo mons. Lino Pizzi ha quindi rimosso don Zaghini dal suo incarico a San Mercuriale.
    Secondo la ricostruzione degli inquirenti, guidati dal sostituto procuratore Fabio Di Vizio, i due giovani ricevevano dei soldi per consumare rapporti sessuali col sacerdote. Ma la relazione si era interrotta quando i due avevano saputo che don Zaghini aveva iniziato una relazione a pagamento con un romeno (poi tornato al suo Paese) che minacciava di diventare esclusiva. I due giovani gay avevano quindi preteso più soldi, per non rivelare tutta la storia al vescovo. Nel corso di un’accesa discussione proprio a San Mercuriale, il prete e i due ragazzi avevano chiamato la polizia, che era intervenuta sul posto. Ai militari, come prima versione, era stato detto che c’era una lite per dei lavori in parrocchia eseguiti ma non pagati. Ma poi, condotti i tre in caserma, il parroco aveva confessato la tresca. Sulla base di quanto detto dallo stesso don Zanghi, la relazione durava da anni e i due si erano rivolti a lui bisognosi di denaro. Ma poi erano iniziati i rapporti sessuali, pagati all’inizio 200 € ogni volta. Per un flusso totale di denaro difficile da quantificare e di cui non è ancora chiara la provenienza. L’estorsione in questo caso non si configurerebbe non tanto nel pagamento delle prestazioni sessuali, quanto nella successiva intimazione a versare più soldi, sotto la minaccia dello scandalo pubblico.
    La storia ha aperto due filoni di indagine, uno per estorsione di competenza della Procura di Forlì, l’altro gestito dalla Procura Distrettuale antimafia di Bologna per la perizia del pc del parroco, al fine trovare tracce di pagamenti e contatti con coloro che avevano preteso soldi. Ma si parla anche di accusa per detenzione di materiale pedo-pornografico, per foto e video sospetti che sarebbero stati rinvenuti nel pc del religioso.
    Valentino Salvatore

    http://www.uaar.it/news/2011/06/30/forli-p…porti-sessuali/

  • Forlì, prete ricattato. L’avvocato di Don Zaghini: ”Non è indagato”

    Forlì, prete ricattato. L’avvocato di Don Zaghini: ”Non è indagato”

    28 giugno 2011 – 19.53 (Ultima Modifica: 28 giugno 2011)

    FORLI’ – Don Franco Zaghini, l’abate di San Mercuriale fino all’aprile scorso finito al centro del caso di estorsione a sfondo sessuale che ha portato all’arresto di due giovani di 24 e 25 anni, non ha ricevuto alcun avviso di garanzia nei suoi confronti. Lo ha detto l’avvocato Massimo Beleffi dopo la notizia pubblicata martedì dal “Corriere Romagna”, che ha riportato di un’iscrizione nel registro degli indagati del sacerdote per detenzione di materiale pedo-pornografico.

    L’avvocato ha specificato come don Zaghini risulta parte lesa dopo il tentativo di estorsione da parte dei due ragazzi. Gli inquirenti hanno chiarito che il fascicolo sull’estorsione è di competenza della Procura di Forlì ed è nelle mani del sostituto procuratore Fabio Di Vizio. Sono in corso gli accertamenti sul computer dell’ex abate di San Mercuriale. Di quest’ultimo aspetto se ne sta occupando la Procura distrettuale antimafia di Bologna.

    www.romagnaoggi.it/forli/2011/6/28/197270/

  • Don Franco Zaghini indagato per pedopornografia

    Don Franco Zaghini indagato per pedopornografia

    28 giugno 2011 – 9.35 (Ultima Modifica: 28 giugno 2011)

    FORLI’ – Don Franco Zaghini, l’abate di San Mercuriale fino all’aprile scorso finito al centro del caso di estorsione a sfondo sessuale che ha portato all’arresto di due giovani di 24 e 25 anni, è stato indagato dalla Procura distrettuale antimafia di Bologna con l’accusa di detenzione di materiale pedo-pornografico. La notizia è stata riportata martedì dall’edizione forlivese del “Corriere Romagna”. Un autentico terremoto per la Diocesi forlivese.

    L’inchiesta, inizialmente seguita dal sostituto procuratore della Repubblica di Forlì, Fabio Di Vizio, e dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile, guidati dal tenente Cristiano Marella, è passata alla procura di Bologna per competenza, in quanto del capo d’imputazione che vede indagato il sacerdote, se ne occupa la Distrettuale antimafia. Lo scandalo è scoppiato lo scorso aprile, con l’arresto di due giovani, accusati di estorsione.

    Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, don Zaghini aveva pagato i due ragazzi per consumare dei rapporti sessuali. La sorte di relazione si è bruscamente interrotta quando i due giovani hanno scoperto che il sacerdote avrebbe avuto un terzo partner, un romeno poi rientrato nel suo Paese. A quel punto hanno cominciato a pretendere con forza compensi più profumati, almeno pari a quelli del “terzo incomodo”, o avrebbero rivelato tutto al vescovo.

    Insomma, l’estorsione starebbe non nel pagamento, ma nella “richiesta dell’aumento”. Gli inquirenti hanno analizzato il computer del parroco di San Mercuriale per verificare la presenza di documenti riconducibili alla contabilità oppure mail ricevute, inviate dagli estorsori per mettere sotto pressione il sacerdote. Nel pc si sono cercati anche indirizzi o nominativi che possono tornare utili ai fini dell’inchiesta. Altri accertamenti verranno eseguiti dagli esperti della Polizia Postale.

  • La chiesa di Cantini, le scusa di Betori e il danno inflitto alla città intera

    La chiesa di Cantini, le scusa di Betori e il danno inflitto alla città intera

    La chiesa di Cantini, le scusa di Betori e il danno inflitto alla città intera

    Postato lunedì 6 dicembre 2010 e inserito in Istituzioni totali, Laicità, Legalità. Puoi seguire i commenti a questo articolo attraverso i feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito. Stampa questo articolo solo se necessario
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    di Enzo Mazzi

    La visita pur tardiva dell’arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori, domenica scorsa, alla chiesa della Regina della pace, che fu per anni teatro delle aberrazioni pedofile di don Lelio Cantini, ha un significato che va oltre la contingenza e investe la vita della diocesi fiorentina e interessa la città. Tutta l’omelia del prelato gira intorno alla sofferenza della parrocchia a causa degli abusi di don Cantini. Ma è la diocesi intera e la stessa società civile che in qualche modo sono state abusate, sia perché i minori ai quali è stata fatta violenza sono parte integrante della città, un po’ figli di tutti noi, sia perché la «visione errata della Chiesa» di don Cantini (così definita da Betori) è stata fatta propria dalla gerarchia che ha guidato la diocesi fiorentina dopo il cardinale Elia Dalla Costa. Insomma don Cantini non è solo il prete pedofilo; è anche il parroco rigidamente tradizionalista sostenuto in questo dalla Curia.

    Gli anni del Concilio e quelli immediatamente successivi hanno visto ovunque ma specialmente a Firenze una forte polarizzazione fra la resistenza del tradizionalismo autoritario e la spinta riformatrice aperta verso il positivo della modernità. Papa Giovanni concepì il Concilio proprio per rompere il centralismo romano, per far tacere i «profeti di sventura» e quindi liberare le esperienze conciliari delle periferie e dare spazio ai «segni dei tempi». E’ emblematico lo scontro durissimo che esplose nell’assise dei vescovi riuniti in San Pietro su alcuni aspetti centrali della riforma conciliare. Papa Giovanni a un certo punto s’impose sostenendo le istanze rinnovatrici di vescovi come i cardinali Giacomo Lercaro di Bologna, Frings di Colonia, Liènart di Lilla, Alfrink di Utrecht e sconfessando praticamente lo schieramento dei vescovi conservatori. Questi erano organizzati dall’arcivescovo Lefebvre in una vera e propria «compagine tradizionalista» all’interno del Concilio, che si dette anche un nome: «Coetus Internationalis Patrum», con in testa il potente cardinale Ottaviani, composta da 250 prelati fra cui l’arcivescovo di Firenze Ermenegildo Florit, il cui obiettivo conclamato era quello di trasformare il Concilio in un evento di semplice colore senza reali aperture, anzi con la conferma delle rigidezze dogmatiche e di tutte le condanne.

    Lo scontro che si verificò fra i vescovi riuniti in Concilio si ripropose poi in tutta la realtà ecclesiale. Nel 1967 una decina di parroci fra cui don Cantini scrissero una lettera al cardinale Florit in cui ponevano un perentorio aut-aut: «O loro o noi: se non mette fuori loro, andiamo fuori noi». Chi erano questi «Loro» da metter fuori? I parroci delle esperienze conciliari, fra cui Don Bruno Borghi, prete operaio, don Luigi Rosadoni della Nave a Rovezzano, don Fabio Masi del Vingone, don Sergio Gomiti della Casella, noi dell’Isolotto, altri sulla stessa linea pastorale e sociale e, a livello di memoria perché era morto da poco, lo stesso don Lorenzo Milani. Fu scelta la visione autoritaria e chiusa della Chiesa di don Cantini & confratelli, che s’ispirava alla visione e alla prassi della «compagine tradizionalista» all’interno del Concilio, mentre l’alternativa conciliare fu colpita in vario modo. La città intera fu ferita e la sua anima creativa repressa se non annullata. Il «lungo inverno», di cui Betori si rammarica, è stato voluto, la diocesi è stata svuotata dalle esperienze conciliari alternative al fondamentalismo di cui don Cantini era uno degli araldi e i nefasti veleni di quel tradizionalismo autoritario si propagano fino ad oggi in questo appiattimento e grigiore di una religiosità ritualistica senza profezia, dove solo alcune esperienze di spirito conciliare si ritagliano nicchie costrette alla autoreferenzialità. E’ importante che il vescovo chieda finalmente scusa per l’abuso dei minori ma non basta.

    Non sarebbe doverosa una pubblica autocritica per la scelta, imposta alla diocesi e alla città intera, della «visione errata della Chiesa» di don Cantini? E non sarebbe necessaria una conversione concreta di rotta che recuperi lo spirito del Concilio sulla linea già impostata dal cardinale Silvano Piovanelli e risarcisca finché è possibile il danno inflitto alla Chiesa fiorentina, alle persone colpite e alla città intera?

    http://www.altracitta.org/2010/12/06/la-ch…a-citta-intera/

  • Pedofilia: 7 anni a don Dessì in appello

    Pedofilia: 7 anni a don Dessì in appello

    Nuova condanna (7 anni di reclusione) e rischio prescrizione più lontano per padre Marco Dessì, il sacerdote accusato di violenza sessuale su tre ragazzi della comunità di Chinandega,i n Nicaragua, di cui era responsabile.

    Don Dessì era già stato dichiarato colpevole dalla corte d’appello di Bologna nel novembre 2008, ma la terza sezione penale della Cassazione, nel giugno 2009, aveva annullato senza rinvio per vizi di forma la sentenza per quanto concerneva le imputazioni relative ai fatti precedenti l’agosto 1998, e stabilito invece la necessità di rifare il processo (che si è celebrato oggi) per gli altri episodi più recenti al centro del procedimento.

    In primo grado, il 23 maggio 2007, il sacerdote sardo era stato invece condannato dal Tribunale di Parma a 12 anni, condanna ridotta in appello a otto anni. Oltre agli episodi di violenza, Dessì era stato trovato in possesso anche di materiale pedopornografico: nel suo computer gli inquirenti avevano recuperato 1.440 file di immagini proibite, materiale che il prete, stando alle imputazioni, continuò a scaricare fino a due giorni prima dell’arresto, il 4 dicembre 2006. Le indagini partirono dopo le denunce, raccolte da alcuni volontariitaliani, da parte di sei ragazzi nicaraguensi che poi sia ppoggiarono ad alcune associazioni, come ‘Rock no war’ di Modena e ‘Solidando’ di Cagliari.

    «Siamo molto soddisfatti di quanto successo oggi a Bologna -ha commentato l’avv.Mario Scarpati, legale di parte civile dell’associazione sarda – Si tratta infatti di una sentenza più severa della precedente, perchè l’imputato è stato condannato solo per tre dei quattro capi d’accusa su cui verteva il primo procedimento». Soddisfazione da parte dei rappresentanti dell’associazione ‘Solidando’ soprattutto per lo scongiurato pericolo che il procedimento non si concludesse prima della prescrizione dei reati, fissata per il febbraio 2011. «Qui non si è trattato solo di fare giustizia – scrivono in una nota diffusa su Youtube – Si tratta di salvaguardare la sicurezza di una comunità che, in Nicaragua, si è sottratta alla morsa del terrore e che, lontana dalle leggi italiane, potrebbe tornare nelle mani di una persona condannata per crimini abietti e poi prosciolta solo perchè la giustizia è stata troppo lenta per colpire». Oggi invece è arrivata la nuova sentenza d’appello.

    https://www.gazzettadiparma.it/news/parma/37628/Pedofilia–7-anni-a-don.html