Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Quando il pedofilo è un prete. Francesco Zanardi racconta

    Quando il pedofilo è un prete. Francesco Zanardi racconta

    Alla mia corposa agenda di contatti aggiungo il nome di Franceso Zanardi. Non si tratta, come ovvio, del mitico sindaco di Bologna del “Pane e Alfabeto”. Questo Francesco Zanardi ha 47 anni, vive a Savona e ha una voglia inarrestabile di dire la verità. Una verità che colpisce, spiazza e a volte imbarazza. Da anni, circa 15, si occupa con la sua associazione Rete L’abuso di denunciare i sacerdoti pedofili. La Onlus offre assistenza legale e psicologica alle vittime e i suoi famigliari. E offre anche tanti dati, dati poco noti e troppo poco divulgati. L’associazione è composta da sole persone che hanno subito violenze da sacerdoti. I casi in Italia accertati sono tanti, incredibilmente e drammaticamente tanti. E sebbene la mappa non sia completa, rende l’idea. Ad ogni puntino corrisponde alla storia di uno, e più facilmente tanti bambini che hanno subito violenza. Oggi incontriamo Zanardi per farci raccontare il suo lavoro e dare molte informazioni utili.
    Tra i pedofili condannati, ce ne sono molti preti? Se si, di che percentuali parliamo?
    La percentuale è certo alta. Dati certi non esistono ad oggi. In una recente intervista che Papa Bergoglio ha rilasciato a Eugenio Scalfari, la pedofilia in seno alla chiesa cattolica si dovrebbe aggirare attorno a 2%. Ma il fatto più grave non è questo.
    E qual’è allora?
    Il fatto  che un pedofilo “normale” molesta durante la sua “attività” circa 5, 6 bambini. Un prete può fare 70 vittime…o 200 come pare sia “riuscito” Padre Murphy in una scuola del Wisconsin.
    Come mai avviene questo?
    Molto spesso i casi che riguardano i sacerdoti pedofili sono insabbiati. Le vittime se hanno la forza di denunciare, lo fanno in età adulta.
    Anche a lei è successo questo: perché si è deciso a denunciare?
    Dopo anni ho raccontato ad un’amica quello che avevo vissuto. Lei mi ha convinta a denunciare.
    E’ riuscito a superare il trauma?
    No, ho imparato a conviverci, a 40 anni diventa difficile superare il trauma.
    Se si denuncia la violenza fin da subito cosa cambia?
    Prima, si interviene migliori saranno le possibilità di recupero.
    Come agisce il pedofilo?
    Intanto sfatiamo un mito. Il pedofilo non è una persona malata. Ha una grave deviazione della personalità, certo, ma non è uno sciocco o uno sprovveduto. Lavora in modo astuto e circoscritto. Quando non è un familiare lavora prima sulla fiducia e la stima dei familiari.
    Chi sono le sue vittime?
    Spesso bambine, ma anche bambini. Molto spesso il pedofilo colpisce famiglie povere.
    Perché povere?
    Perché sono più facilmente manovrabili, o per ignoranza, o perché, più facilmente, se ne può comprare il silenzio. Anche con mille euro.
    Perché ci sono tanti casi insabbiati tra i preti pedofili?
    Per più motivi, anche per motivi legali.
    Perché legali?
    Oggi grazie ai patti Laternensi, quando la magistratura indaga su un sacerdote, deve prima avvisare il vescovo. Molto spesso il Vescovo avverte o trasferisce il presunto colpevole, stroncando le indagini.
    No, mi faccia capire bene: se parte una denuncia su un educatore la magistratura indaga in un modo, se la denuncia riguarda un prete in un altro?
    Esattamente così.
    Ed è legale?
    Certo, grazie al protocollo, Addizionale punto 2 paragrafo b. La magistratura segnala prima al vescovo. E il vescovo non ha obbligo di denunciare. Questo succede spesso in Italia.
    L’Italia è un paradiso per i sacerdoti pedofili?
    Si. Nella nostra mappa i puntini neri sono i preti condannati all’estero e nascosti in Italia.
    Ci sono altre carenze nel nostro paese?
    Si, molte. Mancano dati e informazioni. Nel 2007 durante il Governo Prodi si stanziarono svariati MLN di Euro per adeguare il nostro paese con un database sugli abusi sessuali a danno dei minori. Non esiste ancora oggi. Non è mai stata creata una commissione parlamentare d’inchiesta che quantifichi il fenomeno. Infine manca una cultura della prevenzione. Con una buona prevenzione faremmo passi da gigante.
    Prevenzione per chi? I genitori?
    Anche ai bambini. Se si informano i bambini a quali tipi di discorsi e comportamenti dovrebbero segnalare alla mamma, al papà o ad un adulto di riferimento, si potrebbe fare molto.
    Secondo lei i pedofili scelgono volontariamente di farsi preti, visti i privilegi di cui godono?
    No, non lo penso.
    Allora perché tanti pedofili tra i sacerdoti?
    Tanti bambini entrano in seminario all’età di dieci, undici anni, nel pieno dello sviluppo fisico e sessuale. In seminario l’erezione si condanna e viene punita come qualcosa di mostruoso, per non parlare della masturbazione. Quando il normale è fatto vivere come una colpa continua e come qualcosa di mostruoso, poi le devianze diventano tante.
    Tra i protestanti ci sono meno pedofili?
    Si e non perché i protestanti si sposano ma perché in generale c’è una cultura sessuale non repressiva.
    C’è differenza tra un pedofilo e un pedofilo prete?
    Si, rispetto alla tutela legale, come abbiamo già detto, ma anche dal punto di vista sociale.
    Perché sociale?
    Quando si accerta un prete pedofilo, molto spesso, la comunità lo difende. Questo non accade quando il pedofilo fa un altro lavoro, anzi frequentemente viene lapidato.
    Non si accetta socialmente che un prete faccia del male ai bambini?
    Si, ci sono molto condizionamenti anche tra le vittime. Vittime che facevano o fanno parte della comunità cattolica.
    Papa Francesco ha avviato un dialogo e un’indagine interna rispetto ai pedofili interni alla chiesa. Cosa ne pensa?
    Penso che al momento siano solo parole, nei fatti non sta facendo nulla. Le vittime che noi seguiamo, che sono oltre 500, hanno scritto al papa. Tutti quanti. Non c’è stata risposta. Ciò nonostante in tanti continuano a sperare. E’ difficile da accettare, ma è ora che l’Italia cambi e si adegui al resto d’Europa.
    http://bolognanidi.blogspot.it/2017/02/quando-il-pedofilo-e-un-prete-francesco.html
  • I preti pedofili e il diavolo

    I preti pedofili e il diavolo

    Il papa dice che «la pedofilia nella Chiesa è opera del diavolo», è una ‘malattia’ diabolica… E vabbè, mi rassegno sconsolato a queste argomentazioni clericali da un tanto al chilo: quando nella Chiesa qualcuno fa delle porcherie è sempre colpa di un immaginario diavolo di passaggio che sostituisce in quel frangente l’angelo custode… Così come quando preti, frati, suore e vescovi non sanno che dire di cose della fede e della vita ci sparano addosso il classico: «È un mistero!». Per cui, tra diavoli e misteri, la razionalità e l’intelligenza vanno a farsi friggere, mentre i reati si rifugiano nei peccati o in una presunta malattia di “possessione”, o vengono rottamati dall’ipocrisia.

    Fatto sta che le vittime di pedofilia negli occhi e nella coscienza hanno volti, violenze e ferite di carne d’uomo, e non diavoli con code e corna che vanno a zonzo senza fissa dimora. Ma facciamo finta che quello che dice il papa, per caso o per culo, sia vero; o abbia divinamente ragione: tutti quei vescovi e quegli altri papi che l’hanno fatta passare liscia a quei morbosi carnefici, lasciando senza un minimo di giustizia le loro vittime, dobbiamo o dovremmo conseguenteme-nte considerarli, essi stessi o chi per loro, degli ‘indiavolati’? Oppure possiamo permetterci di considerarli penalmente dei ‘mandanti’ o almeno dei complici, visto che direttamente o indirettamente sono loro che li hanno formati e ordinati “sacerdoti”, quegli stramaledetti pedofili in tonaca?

    Diavoli a parte, papa Francesco ci sta mettendo tanto impegno per suturare e rimediare ai danni presenti e tamponare quelli futuri nei confronti di questa “malat-tia”/peccato/reato che ha sfregiato e svilito la credibilità della Chiesa. Il problema però, per lui e per tutti, è che nelle singole realtà diocesane ed ecclesiali questa sua tensione etica non ha la stessa intensità e la stessa voglia di verità e di riparazione, anzi, ancora si insiste secondo il modello tradizionale a ‘riparare’ con la rimozione, cioè spostando il soggetto e il problema in un’altra ‘location’ o in luoghi di cura, parrocchie e conventi “fuori mano”, snobbando le vittime, le leggi dello Stato, gli effetti civili e penali e i danni morali e psicologici subiti dalle vittime. E questa modalità, in particolare, è ancora quasi unanimemente la scelta privilegiata da Curie, ordini religiosi, congregazioni… E così mentre da un lato si predica bene, dall’altro si insiste a voler considerare la pedofilia solo un ‘peccato o una malattia’ e il prete pedofilo un ‘peccatore’ qualunque, malato fin che si vuole, ma peccatore coi fiocchi, saltando a piedi pari il fatto che è un reato gravissimo da denunciare. D’altronde, nella formazione dei preti si insegna ancora che il prete è ontologicamente diverso dai comuni mortali, quasi un cittadino speciale che gode di extraterritorialità giudiziaria, un marziano del diritto e dei tribunali umani, appartenente ad una Chiesa/Stato che presume di avere l’esclusiva di infilarsi negli orrori ed errori commessi dai propri rappresentanti, dimenticandosi a monte di incentivare un’educazione alla crescita umana, affettiva e relazionale dei propri “ministri”, e a valle rifiutando di fare i conti non solo col popolo di Dio, ma anche con le leggi, i principi e l’etica.

    E il perdono? Il perdono cronologicamente viene sempre dopo. Sì, vogliamo che la Chiesa sia capace di chinarsi ai piedi anche del peccato più orrendo e di rialzarsi poi davanti a occhi dilatati di nuova luce perché perdonati e feriti dalla vergogna e il pentimento, il Vangelo di Gesù ci insegna questo, ma dobbiamo rispettare anche quel perdono del popolo che si chiama giustizia, l’unico perdono che consente anche alle vittime l’infinita pazienza di ricominciare e di trovare forse anche nelle ferite subite quei fili d’oro che li riallacciano alla fede.

    Benito Fusco è frate dell’ordine dei Servi di Maria, parroco di S. Lorenzo a Budrio (Bologna)

    http://www.adista.it/articolo/57084

  • La Cassazione conferma la condanna per don Desio: ora l’ex prete andrà in carcere

    La Cassazione conferma la condanna per don Desio: ora l’ex prete andrà in carcere

    Otto anni e otto mesi è la pena che dovrà scontare l’ex parroco di Casal Borsetti, condannato in via definitiva per atti sessuali su quattro minori e violenza sessuale su uno di loro

    Per Don Desio si aprono le porte del carcere, dopo la conferma della condanna da parte della Corte di Cassazione, che ieri sera ha dato lettura della sentenza, dichiarando inammissibile il ricorso avanzato dall’ex prete – come si legge sul Corriere di Ravenna in edicola oggi. L’uomo era stato arrestato il 4 aprile del 2014 per violenza sessuale e atti sessuali su quattro ragazzini minorenni che frequentavano la sua parrocchia.

    In primo grado era stato condannato a 10 anni e 8 mesi dal giudice del Tribunale di Ravenna nel 2015, dopo un processo svolto con rito abbreviato. Pena poi ridotta dalla Corte di Appello di Bologna ad 8 anni e 8 mesi nel novembre dello stesso anno, pena confermata dalla Cassazione.

    Ora l’ex sacerdote 55enne, che fino a ieri si trovava detenuto agli arresti domiciliari in una struttura di Saronno, sarà trasferito in carcere.

    Confermate anche le disposizioni relative ai risarcimenti: 200mila euro per il ragazzino oggetto dei fatti più gravi, 50mila agli altri due minori che si erano costituiti parte civile (non lo fece il quarto ragazzino coinvolto), 20mila euro ai genitori delle giovani vittime.

    Le indagini su Don Desio partirono dall’episodio che lo vide finire ubriaco con il suo Suv nelle acque del canale Candiano, salvato in extremis da alcuni passanti. Per riabilitare la sua immagine compromessa, Desio utilizzò anche i profili social di alcuni ragazzini che frequentavano la sua parrocchia pubblicando messaggi di fuoco contro la stampa locale, ma il padre di uno di loro se ne accorse e da lì partì un’inchiesta per sostituzione di persona, che portò poi alla luce i fatti ben più gravi in cui era coinvolto l’allora prete.

    http://www.ravennanotizie.it/articoli/2016/11/16/la-cassazione-conferma-la-condanna-per-don-desio-ora-lex-prete-andr-in-carcere.html

  • Sesso con quattro ragazzini, Giovanni Desio va in carcere

    Sesso con quattro ragazzini, Giovanni Desio va in carcere

    Ravenna, 15 novembre 2016 – Condanna definitiva e carcere inevitabile. In tarda serata i giudici romano della Suprema Corte hanno dichiarato «inammissibile« il ricorso presentato dall’ex sacerdote Giovanni Desio. Per lui la pena resta perciò quella a otto anni e otto mesi di carcere inflittagli in appello a Bologna per avere avuto rapporti sessuali con quattro ragazzinitra i 12 e i 15 anni a lui affidati.

    Desio – 54 anni, nato a Milano ma a lungo residente a Saronno (Varese) e per 13 anni parroco di Casal Borsetti – era stato arrestato nella canonica rivierasca dalla polizia il 5 aprile del 2014 soprattutto sulla scorta di intercettazioni dal contenuto esplicito. Le manette erano piombate quando stava facendo le prove di matrimonio con una giovane coppia.

    Dopo sette mesi in carcere a Forlì, Desio aveva ottenuto i domiciliari in una struttura di Città di Castello, in provincia di Perugia, che accoglie preti segnati da problematiche personali di varia natura. Ma a causa di frizioni interne, quest’anno aveva ottenuto il trasferimento sempre ai domiciliari in una struttura di Barza d’Ispra, in provincia di Varese, che si occupa di anziani. E il suo compito era per lo più di leggere loro il giornale. Il 54enne è ora in attesa che gli notifichino la carcerazione visto che il tipo di reato a lui addebitato non prevede sospensioni all’esecuzione pena.

    Confermate dunque tutte le provvisionali per 420 mila euro assegnate alle parti civili: tre minorenni attraverso i loro genitori, la Diocesi di Ravenna-Cervia e l’associazione ‘Dalla parte dei minori’ attiva a Ravenna dal 2003. Ai quattro giovani – oltre che di Ravenna sono delle province di Bergamo e di Treviso – l’ex sacerdote, per il quale il Vaticano da tempo ha provveduto alla dispensa dallo stato clericale, aveva dato in totale 100 mila euro di risarcimenti.

    Desio per la prima volta era salito alla ribalta delle cronache quando nel febbraio 2014 con la sua Bmw X1-18 nuova da 35 mila euro era finito in un canale ed era stato salvato in extremis da due fedeli. Secondo le analisi guidava completamente ebbro d’alcol. E l’inchiesta sul sesso in canonica è figlia di quell’episodio: perché l’allora don aveva usato uno dei profili Facebook dei minori per attaccare i giornalisti con parole di fuoco. Ma le perplessità del padre del ragazzo per quei post erano giunte sui tavoli della polizia. Le intercettazioni avevano fatto il resto. E l’allora don era finito in carcere poco prima di Pasqua, periodo nel quale avrebbe dovuto incontrarsi con uno dei giovani per trascorrere assieme un periodo di vacanza.

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/giovanni-desio-1.2682643?wt_mc=fbuser

  • ‘Don’ condannato e poi assolto per pedofilia, fine di un incubo

    ‘Don’ condannato e poi assolto per pedofilia, fine di un incubo

    La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del padre che lo aveva accusato

    È finito un incubo. O almeno una parte di esso. La terza sezione della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ai soli effetti civili, di Damnjan Mitrovic contro la sentenza di appello che aveva assolto don Andrea Margutti e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

    Si chiude così il capitolo – uno dei capitoli – che vedeva contrapposti il 35enne di origine serba e il sacerdote ferrarese. La vicenda risale al 2010, quando il parroco accoglie il 35enne e la sua famiglia nella propria abitazione. Pochi mesi dopo sorgono già i primi problemi:  il parroco chiedeva ai suoi ospiti di trovare una nuova sistemazione, ma il capofamiglia gli avrebbe risposto minacciando di denunciarlo per violenza sessuale sul figlio, di appena tre anni: “Se mi sfratti ti denuncio per pedofilia”, sono le parole che don Margutti riportò in aula durante il processo di primo grado. Dopo la condanna a un anno e quattro mesi per violenza sessuale su minore, il parroco fu sospeso ‘a divinis’ dal vescovo Luigi Negri. Ma la decisione del tribunale ferrarese fu ribaltata lo scorso dicembre dalla corte di appello di Bologna, che lo assolse con formula piena ‘perchè il fatto non sussiste’.

    Mentre un tribunale, quello di Bologna, assolveva don Margutti, un altro, quello di Ferrara, apriva – a febbraio – la causa contro Mitrovic, denunciato per estorsione e calunnia. Nel frattempo il 35enne aveva fatto ricorso, senza esito, come visto.

    E ora “viene detta – si sfoga l’avvocato del sacerdote, Claudio Maruzzi – la parola fine sulla infamia che ha colpito Don Andrea, accusato ingiustamente di abusi sessuali nei confronti di un minore, dichiarando inammissibile il ricorso promosso, ai soli effetti civili, dai genitori del minore stesso, quando la stessa procura generale di Bologna aveva sollecitato l’assoluzione in appello. Verrebbe da dire che è finito un incubo. Ma il calvario del processo che è stato costretto a vivere il cittadino e sacerdote don Andrea Margutti, noto e benvoluto da tutti, per affermare la propria innocenza e le palesi assurdità delle accuse costruite a suo danno, è difficilmente emendabile”.

    Il riferimento è alla sospensione dalle funzioni sacerdotali, “con evidenti gravi difficoltà a gestire una situazione che, solo la forza della fede e la vicinanza che, nonostante tutto, molti fedeli e amici gli hanno in questi anni voluto assicurargli, hanno impedito che diventasse irrecuperabile”.

    Maruzzi assicura che il suo assistito “dedicherà ogni residua energia nella sua battaglia tesa a dimostrare che le accuse a suo danno erano non solo ingiuste, ma calunniose e parte di un disegno estorsivo”. E lo potrà fare già a partire dal 2 novembre, data fissata per la prosecuzione del relativo processo, ove il sacerdote è costituito parte civile.

    Il 27 ottobre invece è fissata l’udienza di un altro processo, sempre tra i due contendenti. Quello per il furto dei mobili subito dal cittadino serbo, allorchè fu costretto – per ordine del tribunale – a liberare l’immobile, che il sacerdote aveva concesso in uso alla sua famiglia.

    Il 6 dicembre, infine, è prevista la prosecuzione del processo per diffamazione a mezzo web, attraverso una intervista resa dal cittadino serbo e postata su Youtube da Rete L’Abuso.

    ‘Don’ condannato e poi assolto per pedofilia, fine di un incubo

  • La pedofilia nel clero, una crisi morale e dottrinale

    La pedofilia nel clero, una crisi morale e dottrinale

    (di Roberto de Mattei) Il quotidiano Il Tempo di Roma, diretto da Gian Marco Chiocci ha pubblicato, l’8 ottobre, un’ampia inchiesta dedicata alla diffusione della pedofilia nel clero italiano. Un triste fenomeno che vede finora 130 sacerdoti condannati e 100 sotto processo. Per sradicare il fenomeno, ha dichiarato don Nicola Bux, in un’intervista allo stesso quotidiano, «bisognerebbe avere il coraggio di dire che la pedofilia è connessa all’omosessualità. Tutti lo negano, ma gli studi e gli esperti affermano che è così». Riportiamo l’editoriale di Roberto de Mattei apparso su Il Tempo, con il titolo Crisi morale e dottrinale.

    La diffusione della pedofilia nel clero è una delle tante manifestazioni della profonda crisi morale esplosa negli ultimi decenni all’interno della Chiesa. Benedetto XVI, che nella Via Crucis del 2005 denunciò la «sporcizia nella Chiesa», in molte dichiarazioni, tra cui la Lettera ai cattolici di Irlanda del 19 marzo 2010, si è sempre espresso per una linea di estremo rigore contro gli abusi del clero, sottolineando l’urgenza di una riforma morale della Chiesa.

    Talvolta però la pedofilia viene strumentalmente utilizzata per squalificare il clero nel suo complesso e per proporre l’abolizione del celibato come soluzione del problema. In realtà la pedofilia non riguarda che una minima parte del clero e l’esistenza di preti pedofili non deve farci dimenticare l’esistenza di sacerdoti ingiustamente accusati come don Giorgio Govoni, un parroco della Bassa Modenese, accusato, alla fine degli anni Novanta, da un’assistente sociale, di guidare un gruppo di “satanisti pedofili”. La Corte di Cassazione confermò nel 2002 la sentenza della Corte d’Appello di Bologna secondo cui il sacerdote era stato ingiustamente calunniato. Ma intanto don Govoni, stroncato dalla vergogna, il 19 maggio 2000 era morto di infarto nello studio del suo avvocato.

    Inoltre, secondo il sociologo Philip Jenkins, uno dei principali studiosi della pedofilia nel clero, il tasso di sacerdoti condannati per abusi su minori varia, a seconda delle aree geografiche, dallo 0,2% all’1,7% del totale, mentre per i ministri protestanti va dal 2 al 3%. Negli Stati Uniti, in particolare, la presenza di pedofili è da due a dieci volte più alta tra i pastori protestanti rispetto ai preti cattolici.

    La statistica è importante perché, dal momento che i pastori protestanti si sposano, dimostra che il problema non è in alcun modo legato al celibato dei sacerdoti. Un altro studio del John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, citato dal sociologo Massimo Introvigne, attesta che oltre l’80% dei preti incriminati per pedofilia risultano di orientamento omosessuale.

    Il che, se non stabilisce l’equivalenza tra omosessualità e pedofilia, conferma che la soluzione del problema non sta nel matrimonio dei preti. Va anche detto che all’interno della Chiesa cattolica, si è diffusa una cultura relativista ed edonista ed esistono oggi seminari, collegi, istituti religiosi, in cui l’omosessualità, o almeno una tendenza omosessuale, è considerata come irrilevante dal punto di vista morale e pacificamente tollerata. Ma l’omosessualità che a differenza della pedofilia non è un reato, resta un peccato grave per la Chiesa cattolica e la sua diffusione all’interno del clero dovrebbe provocare nelle gerarchie ecclesiastiche un allarme che finora è mancato.

    Il vero problema sta nel fatto che la crisi morale della Chiesa si accompagna alla sua crisi dottrinale. La Chiesa invece di convertire il mondo alla legge del Vangelo, sembra voler piegare il Vangelo alle esigenze del mondo. E’ la strada che pare indicare l’Esortazione Amoris laetitia di papa Francesco, il cui equivoco di fondo sta proprio in questo: l’illusione che, accogliendo con “misericordia” le tendenze amorali della cultura contemporanea, sia la società e non la Chiesa a rinunciare alla propria identità. (Roberto de Mattei, in Il Tempo, 8 ottobre 2016)

    La pedofilia nel clero, una crisi morale e dottrinale

  • Abusi di don Pinetto su seminarista arriva la “prescrizione” dalla Chiesa

    Abusi di don Pinetto su seminarista arriva la “prescrizione” dalla Chiesa

    SAVONA. Archiviato perché sono passati troppi anni da quei tristi episodi. A distanza di sei mesi dall’archiviazione per prescrizione da parte della giustizia ordinaria (il gip Fiorenza Giorgi), anche l’ordinamento canonico ha “prescritto” don Giuseppe Pinetto dalle accuse diabusi sessuali su un giovane che negli anni settanta frequentava il seminario di Savona. La conferma è arrivata nelle scorse settimane direttamente dal vescovo Vittorio Lupi che in una dichiarazione giurata presentata alla procura nell’ambito del procedimento acarico di don Antonio Ferrie di unsecondo prete sudamericano accusati di circonvenzione d’incapace, ha confermato l’adozione di un provvedimento disciplinare nei confronti di don Pinetto, da quasi un anno trasferito dalla parrocchia di Celle a quella di san Francesco da Paola in piazza Bologna e la pronuncia adottata dal tribunale ecclesiastico delVaticano. Come è accaduto con il gip Giorgi che ha puntualizzato nel suo provvedimento la presenza di «univoci, precisi e concordanti elementi di prova a carico di don Pinetto in ordine alla effettiva perpetrazione da parte sua,nei primi anni settanta,di plurime condotte d iviolenza sessuale», anche la chiesa sarebbe entrata nel merito della vicenda affidando «ai troppi anni passati dai fatti» l’impossibilità di entrare nel merito della vicenda. Ma cosa centra la vicenda di don Pinetto con l’inchiesta che ha visto indagato don Antonio Ferri?

    Semplice i presunti abusi sessuali che sarebbero stati consumati  in seminario quando don Pinetto era in seminario e si verificarono episodi strani. Quali il decesso di Alessandro Nicolick per il quale il fratello maggiore Roberto,  ha presentato un esposto querela dopo che, alcuni anni fa, don Ferri ei l suo collega si erano presentati in casa della donna, ormai anziana, per ricavare una dichiarazione favorevole a don Pinetto. La procura ha aperto un’inchiesta per presunta circoscrizione d’incapace che nelle scorse settimane è giunta a conclusione con la richiesta di archiviazione presentata dal pm Giovanni Battista Ferro, e notificata a Roberto Nicolick, nei confronti  di don Ferri e del  suo collaboratore. Due i punti su cui si fondala richiesta inviata al gip. Innanzitutto non sarebbe stata accertata la circonvenzione, ma soprattutto di fronte alla dichiarazione giurata del vescovo presentata dall’avvocato di don Ferri le dichiarazioni della donna favorevoli a donPinetto, sarebbero risultati ininfluenti sull’esito del processo.

    ciolina@ilsecoloxix.it

  • In Italia manca da 30 anni il reato di tortura. E il parroco “wanted” in Argentina per le violenze ai tempi di Videla, può restare in Italia a dire messa. L’incredibile storia di don Franco Reverberi

    In Italia manca da 30 anni il reato di tortura. E il parroco “wanted” in Argentina per le violenze ai tempi di Videla, può restare in Italia a dire messa. L’incredibile storia di don Franco Reverberi

    Sorbolo è un paesino di poco più di 9.500 abitanti in provincia di Parma. Vicino a Sorbolo c’è Enzano di Sorbolo. In Strada del Fienile, la Parrocchia di Sant’Andrea Apostolo. Gli abitanti di Enzano di Sorbolo sono circa trecento, ricorda il comunicato di Antigone. Una realtà tranquilla, con la sua villa comunale, le sue scuole, i suoi negozietti. E, ovviamente, la sua parrocchia. Un luogo di ritrovo, oltreché religioso per grandi e piccoli. E, specie in una realtà piccola come Sorbolo, l’esempio del parroco è quanto mai fondamentale. Succede, però, che proprio qui, nel piccolo paesello in provincia di Parma, il sacerdote è tale Don Franco Reverberi. E perché mai questo dovrebbe interessarci? Semplice: perché dall’alto del leggio, a tenere le omelie ogni santissima domenica, è un ricercato per tortura che, paradosso dei paradossi, non è allontanato da nessuno. Né dal Vaticano né tantomeno dallo Stato italiano.

    La denuncia arriva da Antigone, una delle associazioni da sempre più impegnate nella lotta a crimini in divisa, com’è appunto la tortura. “Sul web – denunciano da Antigone – vi è una scheda Interpol a lui dedicata”. Eccola qui:

    Come si legge dalla scheda, l’accusa rivolta a Don Reverberi è “imposicion de tormentos”. In italiano: tortura. “Don Reverberi – dicono ancora dall’associazione – è accusato di essere complice, anzi autore, delle torture perpetrate dai militari nell’Argentina di Videla”. Parliamo, ovviamente, di Jorge Rafael Videla Redondo, il dittatore che arrivò al potere con un colpo di Stato ai danni di Isabelita Perón, condannato a due ergastoli e 50 anni di carcere per vari crimini contro l’umanità, tra i quali l’assassinio e la tortura di 30 mila persone.

    Secondo le accuse, ci sarebbero diversi testimoni e prgionieri che parlano di un cappellano italiano vestito da militare. Ecco, quel cappellano sarebbe Don Reverberi. Tanto basta per le autorità argentine per chiedere l’estrazione. Un’estradizione risalente già al 2012. La richiesta è stata giudicata prima dalla Corte d’Appello di Bologna e poi dalla Corte di Cassazione. Ma la risposta è stata sempre la stessa: la magistratura italiana non ha concesso l’estradizione all’Argentina in quanto in Italia manca il delitto di tortura e per gli altri reati a lui ascrivibili ci sarebbe stata prescrizione.

    Insomma, Don Reverberi può continuare tranquillamente a dire messa nella parrocchia di Sorbolo. Un’altra storia incredibile derivante da un vuoto normativo, quello sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale, che va avanti da trent’anni.

    Tw: @CarmineGazzanni

    In Italia manca da 30 anni il reato di tortura. E il parroco “wanted” in Argentina per le violenze ai tempi di Videla, può restare in Italia a dire messa. L’incredibile storia di don Franco Reverberi

  • Ravenna, data in sposa a 12 anni: condannati i genitori e l’ex “marito”

    Ravenna, data in sposa a 12 anni: condannati i genitori e l’ex “marito”

    Le nozze imposte per ripianare un debito della famiglia. La piccola subì botte e maltrattamenti tanto dal padre quanto dal compagno.

    BOLOGNA – Quando arrivò il matrimonio a 12 anni, per ripianare un debito di 30mila euro contratto dalla famiglia, per una ragazzina originaria del Bangladesh fu solo il punto più basso di un’esistenza fatta di botte e maltrattamenti subìti dal padre e della matrigna. E dopo le nozze con quell’uomo di 16 anni più grande, le violenze continuarono per mano di un consorte manesco e alcolista. Il racconto che fece una ragazzina originaria del Bangladesh e che all’epoca abitava a Ravenna, è costato la condanna per il padre e la matrigna, commercianti 46enni residenti in provincia di Rovigo, a tre anni per maltrattamenti in famiglia.

    Il collegio penale ha inoltre inflitto otto anni di carcere all’ex marito, un 37enne connazionale che doveva rispondere degli abusi sessuali e che al tempo abitava a Forlì. Il matrimonio, non registrato, era stato celebrato a Ravenna nel 2006. La ragazzina era riuscita a denunciare tutto alla polizia nel 2011.

  • Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Franco Reverberi è un sacerdote della diocesi di Parma e vive tranquillo a Sorbolo, a circa dieci chilometri dalla città emiliana. Ha 78 anni e origini argentine. Ma negli anni Settanta, durante il sanguinoso regime di Jorge Videla, era cappellano dell’esercito presso la “Casa dipartimentale”, nella località di San Rafael. Secondo il racconto di alcuni testimoni, e grazie alle prove raccolte dalla giustizia di Buenos Aires in questi anni, nelle celle di quell’edificio si sono compiuti atroci atti di tortura ai danni degli oppositori. Ben quattro persone hanno identificato in Reverberi il cappellano militare della “Casa dipartimentale”.

    Il 15 novembre 2012 il tribunale federale di San Rafael ha chiesto la “detenzione immediata” del sacerdote italo-argentino, per essersi negato alle domande che i giudici avrebbero voluto fargli, chiamandolo a rispondere di un’eventuale implicazione in quei crimini. Già nel 2010 don Franco aveva deposto in aula, quando i testimoni lo avevano identificato. Poi è tornato in Italia. Il tribunale argentino di San Rafael ha quindi sollecitato il nostro paese a estradare Reverberi, perché possa essere giudicato sul sospetto coinvolgimento nelle torture alla “Casa dipartimentale”. Dall’Italia, però, è arrivato un netto rifiuto: nel nostro codice penale il reato di tortura non è previsto, non ci sono pertanto i presupposti per un’estradizione. Don Franco dovrebbe rispondere anche del reato di lesioni; ma è stato prescritto, quindi niente da fare.

    Il caso di Reverberi è noto ai media argentini e spagnoli. In Italia solo un grande silenzio. Che Monica Bernabè, giornalista del quotidiano El mundo, ha provato a rompere, recandosi a Sorbolo per parlare con alcuni parrocchiani. Ma tutti si negano, nessuno si sbilancia: «No, non sappiamo», «Sì, qualcosa. Però è una storia passata, non lo hanno estradato. Don Reverberi è una persona buona e tranquilla, non possiamo giudicarlo per ciò che è avvenuto anni fa. Ci penserà Dio».

    Di anni ne sono trascorsi esattamente 40: era infatti il 1976 quando, nelle celle della “Casa dipartimentale”, si consumarono, anche grazie alla complicità di don Franco, le torture dei militari argentini. Questa è la tesi dell’accusa, che vorrebbe interrogare direttamente Reverberi, ma che finora ha ricevuto dall’Italia solo rifiuti. L’ambasciata argentina a Roma ha fatto ricorso presso la Corte di Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Bologna, che negava l’estradizione del sacerdote a Buenos Aires. Fonti ufficiali della rappresentanza diplomatica in Italia, inoltre, fanno sapere che la stessa richiesta è stata formulata per altri due generali italo-argentini, che vivono indisturbati nel nostro paese.

    Il tema dell’introduzione del reato di tortura in Italia non è nuovo nel dibattito pubblico e ha già suscitato polemiche e scontri tra chi ritiene che il nostro ordinamento dovrebbe colmare questa grave lacuna legislativa e chi si oppone strenuamente (come le sigle sindacali delle forze dell’ordine), giustificando la posizione contraria col timore che ciò porti a «criminalizzarle», dice Fabrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte da anni perché la tortura diventi un reato anche per il codice penale italiano. Nell’aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro paese a risarcire di 45mila euro Arnaldo Cestaro, una delle vittime delle violenze compiute durante il G8 di Genova del 2001.

    Arturo Salerni, uno degli avvocati dell’ambasciata argentina a Roma che segue il caso, spiega che si potrebbe tentare la strada del diritto internazionale, ad esempio appellandosi alla Convenzione Onu contro la tortura, firmata anche dall’Italia. Ma la Corte di Cassazione su questo punto ha usato parole che più chiare non potrebbero: “È necessaria una legge che converta la proibizione internazionale della tortura in un delitto”.

    Tocca quindi al Parlamento italiano pronunciarsi. Un’altra strada, in realtà, sarebbe percorribile e l’Assemblea permanente per i diritti umani di San Rafael non la esclude a priori. A Roma, infatti, vive un illustre argentino, che potrebbe facilitare una soluzione del caso. Sì, è proprio Papa Francesco. In Vaticano sono stati inviati alcuni documenti, in due distinte occasioni: nella prima, è stata comunicata l’avvenuta ricezione; nella seconda, neanche questo. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, ha dichiarato: «Tutti ricorrono a Papa Francesco come se potesse risolvere ogni problema. Se la giustizia italiana non ha concesso l’estradizione, che possiamo fare?».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/prete_italo_argentino_torture_videla_estradizione_reato-1552591.html