Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La diocesi di Brooklyn pubblica i nomi di 108 preti pedofili

    La diocesi di Brooklyn pubblica i nomi di 108 preti pedofili

    Continua l’opera di disvelamento della Chiesa americana. Nei giorni scorsi cinque diocesi del New Jersey avevano pubblicato altri 180 nomi. Prima condanna per pedopornografia

    A pochi giorni dal summit in Vaticano che per volontà del Papa vedrà riuniti i capi della Chiesa cattolica per affrontare il tema della pedofilia, la diocesi di Brooklyn ha pubblicato un elenco di oltre 100 preti che si sono credibilmente macchiati di abusi nei confronti di minori.

    L’annuncio è solo l’ultimo di una serie di rivelazioni che stanno scatenando un terremoto nella Chiesa cattolica negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi cinque diocesi del New Jersey hanno pubblicato i nomi di altri 180 preti accusati di pedofilia.

    La pubblicazione delle liste è un’operazione che riguarda solo gli Stati Uniti, dove sull’onda del successo del “Caso Spotlight”, la fortunata pellicola che riprendeva l’indagine del Boston Globe sulle coperture dell’arcivescovo Bernard Francis Law, sostituito nel 2003 e oggi sul banco degli imputati, le pressioni in America si sono fatte crescenti.

    A sostituire Law c’è oggi Sean O’Malley, il frate cappuccino della «tolleranza zero» nei confronti dei pedofili. L’uomo diventato punto di riferimento di papa Francesco ma tanto duro da aver avuto recenti screzi con lo stesso Pontefice sul caso dei sacerdoti cileni.

    Le liste sono un segnale di “espulsione” dei pedofili dalla comunità clericale. L’ennesimo segnale che il clima, con papa Francesco, è cambiato. Come dimostra anche l’introduzione di nuovi reati nel codice Che il clima con papa Francesco sia cambiato e che le liste siano un segnale di “espulsione” dei pedofili dalla comunità clericale, lo dimostrano anche le modifiche al codice penale che hanno introdotto nuove fattispecie di reato. Proprio oggi il Promotore di giustizia del tribunale vaticano, aprendo l’anno giudiziario al tribunale della Santa Sede, ha parlato della prima condanna per pedopornografia inflitta a monsignor Carlo Alberto Capella, ex consigliere alla nunziatura apostolica a Washington. Capella è stato condannato a cinque anni, il massimo della pena edittale, con le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti dovute al comportamento processuale dell’imputato che ha fornito la massima collaborazione e riconosciuto tutti gli addebiti. L’ex consigliere non ha proposto appello e per questa ragione sta già scontando la sua pena.

  • Vaticano, la responsabilità dei vescovi al centro del summit sugli abusi

    Vaticano, la responsabilità dei vescovi al centro del summit sugli abusi

    “Accountability”, trasparenza dei processi, rapporto con le vittime: alcuni dei temi chiave dell’incontro di febbraio. Per padre Zollner la strada è quella della «corresponsabilità» fra chiese locali e Santa Sede

    FRANCESCO PELOSO
    CITTÀ DEL VATICANO

    La responsabilità dei vescovi nei casi di abuso sessuale sui minori nella Chiesa: è questo il tema più rilevante al centro del prossimo summit internazionale sullo scandalo pedofilia che si svolgerà in Vaticano dal 21 al 24 febbraio con la partecipazione di tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo. E in effetti si tratta di uno dei nodi più delicati e tuttora irrisolti di una vicenda già di per sé drammatica e dolorosa.
    “Cover up” e vescovi

    Il problema è quello dell’insabbiamento – il cosiddetto “cover up” – dei casi di abuso, cioè di quel sistema di protezione dei sacerdoti colpevoli, in vigore per diversi decenni, reso possibile da un ruolo attivo svolto in questo senso dai vescovi. In passato, molti preti autori di violenze su minori, anche “predatori seriali” come hanno dimostrato nel tempo vari procedimenti giudiziari, sono stati spostati di parrocchia in parrocchia e poi di diocesi in diocesi, dunque, via via che reiteravano i reati proseguiva parallelamente l’azione di occultamento e protezione nei loro confronti (da ricordare che lo scandalo scoppiò nei primi anni duemila nella diocesi di Boston proprio in riferimento a diverse decine di casi di preti abusatori non denunciati ma appunto trasferiti da una sede all’altra).

    Le indagini condotte dalla magistratura o da commissioni governative in Paesi come gli Stati Uniti, l’Irlanda, l’Australia, hanno dimostrato che la “protezione” interna dei colpevoli è stata una delle caratteristiche costanti dello scandalo. Il buon nome dell’istituzione e dei sacerdoti, la reputazione della chiesa, la tutela dei propri membri a prescindere dalla giustizia, venivano prima delle vittime. È quanto hanno denunciato con forza anche gli ultimi due Pontefici. D’altro canto, passi importanti sono stati compiuti sulla strada di una maggiore trasparenza, sia in Vaticano che in alcuni episcopati, altrove permangono ritardi gravi; di certo tuttavia una presa di coscienza del problema c’è stata. Allo stesso tempo esiste un problema di responsabilità: ovvero se il vescovo consapevolmente nasconde un reato all’autorità civile deve risponderne in prima persona, non può e non deve essere considerata responsabile tutta l‘istituzione, ragionano Oltretevere.

    “Accountability” e trasparenza

    In merito al prossimo summit sugli abusi sessuali, convocato eccezionalmente da Papa Francesco, padre Hans Zollner, a capo del comitato organizzativo dell’incontro e uno dei massimi esperti vaticani sul tema, spiega: «Ci concentriamo fin dall’inizio sulle cose che il Papa anche ha approvato»; nell’agenda dei lavori, osserva il gesuita, ci sono vari temi: «come possiamo affrontare il tema della responsabilità dei vescovi nei casi di abuso, come incontrare le vittime, cosa fare con gli abusatori. Poi cercheremo di capire a chi questi vescovi devono rendere conto, è il problema dell’accountability: a chi devono fare un rapporto, se mettono veramente in atto ciò che la Chiesa stessa richiede loro». Ancora bisognerà capire «cosa succede quando non mettono in pratica quanto richiesto».

    La parte finale dell’incontro è dedicata invece «alla questione della trasparenza di fronte ai processi interni alla Chiesa: chi deve essere informato, come trasmettere le informazioni importanti al grande pubblico, ai media, come possiamo collaborare in questo senso, e quindi la trasparenza di fronte al popolo di Dio, ai fedeli, che giustamente hanno una grande impazienza e ultimamente in molti paesi del mondo ci chiedono: “Che cosa state facendo?”. Anche perché non siamo molto bravi a parlare delle cose positive che sono successe negli ultimi anni, iniziando da Paesi come Stati uniti, Irlanda, Australia dove le misure di protezione sono in vigore da dieci o vent’anni, e portano frutti veramente visibili».

    Il report Pennsylvania

    Per padre Zollner c’è un problema legato ai meccanismi dei media, per questi ultimi funziona il criterio per il quale “bad news is a good news”, cioè prevalgono sempre le “cattive notizie”. «Questa – spiega – è una legge del giornalismo e dei media e non possiamo cambiarla, ma possiamo comunicare più attivamente i progressi che stiamo facendo. Il rappresentante del governo tedesco che si occupa di queste vicende ha detto pubblicamente varie volte che in Germania la Chiesa cattolica è l’unica istituzione ad aver fatto veramente progressi nel predisporre misure di prevenzione del fenomeno». Anche negli Stati Uniti, aggiunge il religioso, dal 2002, da quando cioè sono state introdotte nuove politiche per la tutela dei minori, la situazione è cambiata in positivo. «Il report del Grand Jury della Pennsylvania (indagine che ha destato grande scalpore l’estate scorsa, ndr) – afferma Zollner – parla di 301 sacerdoti abusatori dal 1945 fino al 2018, ma se si va a vedere nel dettaglio dal 2002 al 2018 i nuovi casi sono solo 3 e fino al 2002 erano 298; il numero complessivo fa più scalpore, ma c’è anche un lavoro di prevenzione che porta i suoi frutti». A tal proposito va rilevato in ogni caso che il procuratore generale della Pennsylvania, Josh Shapiro, in una recente intervista alla Cnn, ha dichiarato che da quando l’agosto scorso è stato pubblicato il report, alla procura sono arrivate altre 1500 segnalazioni di abusi, secondo il procuratore, inoltre, le cose non sono cambiate veramente nella Chiesa; insomma, spesso quanto rivelato dalle indagini è solo la punta dell’iceberg.

    “Il Papa non è un imperatore”

    In merito all’ipotesi che il Papa – approfittando anche del prossimo incontro – possa prendere provvedimenti drastici sul piano legislativo per dare un segno tangibile dell’impegno della Chiesa, Zollner ha spiegato: «Penso che questo sia un aspetto ambivalente. Innanzitutto la Chiesa cattolica a differenza di ciò che pensa la gente, non è un’istituzione monolitica, è molto diversificata al suo interno, il Papa non è un imperatore che preme il bottone rosso e tutti i vescovi e sacerdoti lo seguono. Come vediamo anche dalle discussioni pubbliche ci sono alcuni cardinali che criticano il Papa». «Credo – ha aggiunto – che la sua visione della Chiesa non è quella di una piramide, al contrario vuole favorire il metodo sinodale, che significa attuare una vera corresponsabilità fra i vari livelli con le diverse competenze; uno degli intenti del Papa per questo incontro è che i vescovi si rendano conto esattamente di quale sia la loro responsabilità». «Perché – aggiunge – un vescovo particolare o una Conferenza episcopale possono anche facilmente giocare con questo problema e dire: “Questo riguarda Roma”. No, devono assumersi la loro parte id responsabilità, poi ci saranno altri livelli superiori che valuteranno se agiscono bene o meno, e questa secondo me è una delle domande più pertinenti cui dobbiamo rispondere e che non vale solo per questo tema ma che avrà ripercussioni pure su altre questioni».

    La teoria e la pratica

    Il problema ha una sua complessità anche procedurale e giuridica, non sempre di facile comprensione per l’opinione pubblica. «Il Papa – spiega Zollner – ha già istituito una nuova legge del 2016, il motu proprio Come una madre amorevole, in cui si spiega il contesto in cui i vescovi che sono negligenti nel trattare i casi di abuso possono essere giudicati. Questo già esiste; quindi si vede che almeno in teoria c’è la possibilità di procedere su questo punto, ma ciò che dobbiamo vedere è come questo si configura praticamente, come si applica. Il Papa ha detto pubblicamente che non è favorevole ad un tribunale per i vescovi». In base all’attuale normativa «i vescovi dei Paesi tipicamente detti cristiani, diciamo l’occidente, dovrebbero essere accusati presso la Congregazione per i vescovi. I presuli dell’Africa e dell’Asia sono sotto la giurisdizione di Propaganda Fide, quelli di rito orientale sono sotto la giurisdizione della Congregazione per le chiese orientali. I superiori maggiori dei religiosi rispondono invece alla Congregazione per la vita consacrata. Poi c’è la Segreteria di Stato che controlla i nunzi e altre figure. Secondo me c’è anche un possibile ruolo per il Pontificio Consiglio per i laici perché ci sono dei gruppi nuovi guidati da laici che hanno un ruolo simile a quello dei superiori maggiori. Quindi un tribunale solo non va bene». Emerge, da questo quadro, un rischio frammentazione delle procedure che può portare a un nulla di fatto: «Il problema – rileva Zollner – è proprio quello di avere un unico approccio in questo senso».

  • Guerra nella Chiesa cattolica degli Stati Uniti: l’arcivescovo di Boston denuncia New York – Guerra en la Iglesia católica de EE.UU.: el arzobispo de Boston denuncia al de Nueva York

    Guerra nella Chiesa cattolica degli Stati Uniti: l’arcivescovo di Boston denuncia New York – Guerra en la Iglesia católica de EE.UU.: el arzobispo de Boston denuncia al de Nueva York

    Il cardinale Seán O’Malley, molto vicino al Papa, ha denunciato il cardinale Timothy Dolan per l’insabbiamento di un prete pedofilo. Entrambi figurano come candidati per succedere a Francesco.

    Il quotidiano Religion Digital annuncia una nuova bomba che minaccia di scuotere la Chiesa degli Stati Uniti quattro giorni dopo che i vescovi sono stati chiusi in ritiro, per riconsiderare la loro risposta alla pedofilia istituzionalizzata. Il presidente della Pontificia Commissione per la protezione dei minori e anche l’arcivescovo di Boston, Seán O’Malley, ha denunciato il suo omologo a New York, il cardinale Timothy Dolan, davanti al nunzio a Washington per l’insabbiamento dei crimini di un prete pedofilo, questo significa esclusivamente che poteva sapere.

    In una lettera del 21 novembre, a cui il portale ha avuto accesso, il cardinale O’Malley porta al rappresentante del Papa negli Stati Uniti, Christophe Pierre, il caso del prete pedofilo Donald Timone. Nella lettera, il cardinale ha espresso preoccupazione per la “gravità delle accuse” nei confronti di Timone, descritta in un articolo del New York Times dell’ultimo giorno 20, che rivela che il cardinale Dolan ha risarcito due vittime di Timone nel 2017 e, più tardi, permise al violentatore di continuare a svolgere un ministero attivo, fino ad oggi.

    Un’altra vittima di abuso con cui Religion Digital ha parlato, preferendo rimanere anonima, ha informato O’Malley delle aggressioni di Timone e anche dell’ostruzionismo che ha sofferto per mano di Dolan e delle altre autorità della Chiesa dal momento in cui ha denunciato i crimini del prete pedofilo.

    Il sopra menzionato superstite ha rivelato a quel giornale in modo molto dettagliato come Dolan abbia permesso a Timone di continuare a tenere Messe pubbliche, insegnare nelle università e restare a capo del ramo locale dell’apostolato anti-omosessuale, anche dopo che Dolan aveva stabilito che il programma Independent for Reconciliation and Compensation ha risarcito finanziariamente due vittime di Timone l’anno scorso.

    Il sostegno di Dolan a Timone ha raggiunto un punto tale che nel 2013, dopo aver ricevuto accuse contro il sacerdote pederasta, il cardinale lo ha elogiato come un uomo “straordinariamente tenero e santo”.

    Dopo aver sostenuto in un primo momento, dopo la pubblicazione del rapporto del New York Times, che Timone avrebbe continuato a svolgere un ministero attivo (perché il programma di indennizzo era indipendente e non era l’arcidiocesi stessa che aveva rinforzato gli abusi del sacerdote) la Chiesa guidata da Dolan rettificò e annunciò che Timone era stato sospeso.

    Una correzione che non ha soddisfatto affatto le vittime degli abusi e dei loro difensori, come Anne Barrett Doyle, co-direttore del sito web bishopaccountability.org, che ha definito “riprovevole” il fatto che Dolan abbia concesso per anni che Timone lavorasse come prete con i bambini.

    “Il cardinale ha messo a rischio gli altri bambini”, ha denunciato Barrett Doyle. “Che solleva la domanda: quanti altri preti accusati stai coprendo?”

    (Traduzione con Google)
    https://www.clarin.com/mundo/guerra-iglesia-catolica-ee-uu-arzobispo-boston-denuncia-nueva-york_0_m0abkgXkd.html

  • Accuse alla chiesa Usa, indagati 700 sacerdoti di pedofilia

    Accuse alla chiesa Usa, indagati 700 sacerdoti di pedofilia

    Secondo la procura dell’Illinois 700 sacerdoti avrebbero commesso abusi su minorenni, in circa 6 diocesi del territorio dello Stato americano.

    La chiesa cattolica degli Stati Uniti sotto accusa. Secondo il procuratore dello Stato dell’Illinois, gli abusi sessuali sui minori ad opera dei preti si sarebbero verificati in circa 6 diocesi dello Stato. L’inchiesta degli inquirenti ha portato alla raccolta di circa 700 nominativi, tutti di sacerdoti. Su di loro grava l’accusa di reati di pedofilia. Gli investigatori puntano il dito anche contro le gerarchie ecclesiastiche, ree di aver coperto i reati di questi sacerdoti, senza segnalare nulla alle autorità competenti.

    L’inchiesta

    Gli investigatori hanno iniziato a indagare ad Agosto 2018. Come riferisce anche Tgcom24, l’inchiesta prenderebbe le mosse dalla diffusione di un rapporto compromettente in Pennsylvania. Alla maniera dei giornalisti del Boston Globe, autori del caso Spotlight e ripresi nel film omonimo di Tom McCarthy, le autorità dell’Illinois hanno seguito passo passo gli elementi di prova diffusi da quel documento. Il risultato, riporta Tgcom24, è stato più di quanto si aspettassero: in 6 diocesi dello Stato dell’Illinois sarebbero stati commessi abusi sessuali su minori, ad opera di uomini di chiesa.

    Un dato pesante, che si va a sommare con i 185 casi già noti alle autorità.

    Abolizione del segreto confessionale

    “Il segreto confessionale è inviolabile“, o forse no. Secondo quanto riportato da Il Messaggero, in diversi Paesi sarebbe aperto il dibattito sulla possibilità di abolire il segreto confessionale. La proposta è stata suggerita da numerosi giuristi, che sostengono come questa possa essere la giusta soluzione per combattere i reati di pedofilia. In pratica, qualora un sacerdote venisse a conoscenza in sede confessionale che un altro prete abbia commesso degli abusi sui minori, invece di mantenere il segreto, il sacerdote potrebbe denunciare il fatto. Sulla questione, però, sono intervenuti anche alcuni esponenti della chiesa cattolica, tra cui anche i vescovi del Belgio, i quali sostengono che “Il Codice di Diritto Canonico non prevede eccezioni all’inviolabilità della segretezza della confessione. Ciò significa che un prete non può in alcun modo rivelare informazioni su un penitente e sulla sua confessione”.

  • Pedofilia nella Chiesa: delitti senza castigo – Panorama seconda puntata

    Pedofilia nella Chiesa: delitti senza castigo – Panorama seconda puntata

    Di Antonio Rossitto

    Monsignori che allertano l’indagato. Vescovi che intercedono con il Vaticano perché conceda la grazia. Prelati che danno dei «coprofagi» ai giornalisti. la seconda puntata di Panorama su come la Chiesa ha coperto i preti pedofili parte dalla diocesi di Como, passa per la curia di Crema e arriva dritta alla Santa sede. Favoreggiamenti, compiacenze, accomodamenti. il canovaccio sembra ripetersi. Ancora una volta, dai documenti riservati e le carte giudiziarie emergono reticenze e tentennamenti. E un odioso rumore di fondo: la cristiana benevolenza che accompagna i carnefici e il generale biasimo per le vittime. il viaggio tra i peccati omissivi della Chiesa continua. E ricomincia da laglio, sul lago di Como. Don Mauro Stefanoni, parroco del paese, il 29 maggio 2008 viene condannato dal Tribunale di Como a otto anni. È colpevole di violenza sessuale su un ragazzo di 15 anni, infermo di mente. il sacerdote dovrà anche risarcire il minorenne e i genitori, rappresentati dall’avvocato Nuccia Quattrone, con 200 mila euro. la sentenza mette in fila i fatti. All’inizio dell’ottobre 2004 il ragazzo si lascia sfuggire, per caso, l’indicibile segreto. i compagni di scuola si vantano: prime conquiste, passioni fugaci, fidanzatine. E il quindicenne, corpo d’adolescente e cervello di bambino, non vuole sentirsi da meno: pure lui, racconta, ha avuto rapporti sessuali. Precisamente, con un sacerdote. i compagni si allarmano. Ne parlano con un’insegnante, che avverte la madre del ragazzo. i genitori, il 21 ottobre 2004, denunciano il parroco di laglio: avrebbe abusato del figlio già dall’estate del 2003. Parte l’inchiesta. i telefoni del prete vengono messi sotto controllo. Ed emerge una clamorosa fuga di notizie. Coinvolge Alessandro Maggiolini, l’allora vescovo di Como, e Oscar Cantoni, in quel momento vicario episcopale della diocesi lariana, poi vescovo di Crema e adesso di Como.

    IL PARROCO AVVERTITO: «ATTENTO, SEI INDAGATO» il 7 febbraio 2008 è lo stesso Stefanoni a spifferare tutto, durante la sua deposizione in tribunale. il pm Maria Vittoria Isella gli chiede di ricostruire che cosa fosse accaduto tra il 16 e il 17 novembre 2004. E lui risponde: «Appena arrivo a casa, vedo lampeggiare la segreteria telefonica. Trovo la chiamata di don Aurelio Pagani, al tempo segretario di monsignor Maggiolini. Mi chiedeva di raggiungere la curia appena possibile». Stefanoni si precipita a Como. «il segretario mi dice: “Guarda, sua eccellenza non c’è, però ti aspetta di là monsignor Enrico Bedetti (allora vicario generale della diocesi, ndr)… Nello studio, c’è anche monsignor Cantoni. Entro e mi dicono: “Dobbiamo darti una notizia un po’ così. il vescovo ci ha detto di riferirti che c’è in ballo una segnalazione per abusi sessuali su un minore… Si tratta di una persona disabile: non sappiamo né di più né di meno». Stefanoni spiega al magistrato di aver visto quella sera anche Maggiolini: «lui sicuramente era un po’ turbato di tutta la faccenda dei preti di Boston, erano giorni che la televisione ne parlava». Don Stefanoni chiarisce al magistrato: «Accennò a una querela… Ricordo anche che disse: “Ma tu non ti senti osservato?”». Durante l’incontro, chiarisce il prete, il vescovo lo invita a lasciare la parrocchia di laglio. lui però insiste per rimanere. il monsignore avrebbe replicato: «Resta, però a una condizione: di questa cosa qui non ne parli con nessuno». Finito il colloquio con Maggiolini, il parroco di laglio chiama un amico. Nonostante sia stato appena informato di essere intercettato, non lesina particolari: «il vicario generale m’ha detto: “Stai attento pure a come usi il telefono, perché sicuramente t’han messo sotto controllo anche quello». Poco dopo, gli investigatori ascoltano una conversazione tra Stefanoni e Cantoni. il vicario episcopale gli chiede: «Com’è andata?». Si riferisce all’incontro con Maggiolini. il sacerdote risponde che il vescovo è stato «abbastanza tranquillo»: «Gli ho parlato mezz’ora, come ho parlato questa mattina con te e monsignor Bedetti». Cantoni replica: «Non so dove lui abbia preso le informazioni…». il 20 maggio 2005, Stefanoni viene arrestato. Dopo un breve periodo ai domiciliari, viene mandato a Colico come viceparroco. E il 4 luglio 2006 il vescovo interviene pubblicamente: «Prego per don Mauro e sono vicino a lui con affetto. la curia ha taciuto perché è assai meglio il silenzio del cicaleccio, quando le vicende sono ancora da chiarire. indizi gravi non sono prove. Un cittadino è innocente fino alla sentenza definitiva. la gente semplice e pacata guarda a don Mauro nella speranza di vederlo reintegrato pienamente nel ministero sacerdotale».

    ACCUSA ALLA CURIA: FAVOREGGIAMENTO Meglio il silenzio del cicaleccio? il 4 aprile 2008, il pm isella iscrive Maggiolini, Bedetti e Cantoni nel registro degli indagati per «favoreggiamento personale». Un’iniziativa clamorosa, mai avvenuta prima nei rapporti tra Stato e Chiesa. l’articolo 129 del Codice di procedura penale prevede infatti che, nel caso di un’inchiesta su un religioso, venga avvertito il vescovo. Che però, ovviamente, è tenuto al rispetto del segreto istruttorio (vedere il box qui sopra). l’11 novembre 2008 il vescovo Maggiolini muore. E il pm subito isella chiede l’archiviazione: non soltanto per lui, ma anche per gli altri due prelati. Nel decreto, poi accolto il 22 novembre 2008, il magistrato scrive: «Pochi giorni dopo l’avvio delle verifiche, l’indagato veniva chiamato in curia. Dapprima monsignor Cantoni insieme a monsignor Bedetti, e in un secondo tempo lo stesso Maggiolini, lo informarono dell’esistenza di un procedimento penale o comunque di indagini a suo carico per sospetto di abusi sessuali su un minore disabile. in effetti, don Stefanoni era sottoposto a intercettazioni telefoniche e ambientali, ed era in atto osservazione diretta e controllo da parte della polizia». il pm ribadisce: «l’avviso della curia vanificò l’attività investigativa, costrinse a una perquisizione urgente il giorno successivo e soprattutto impose la celebrazione di un difficilissimo e lungo processo indiziario». la scomparsa di Maggiolini, però, «comporta necessariamente una richiesta di archiviazione nei suoi confronti». E i due vicari? Bedetti e Cantoni hanno ammesso l’incontro con Stefanoni, ma hanno aggiunto di avergli chiesto solo la fondatezza delle voci sulle sue «condotte immorali». il pm dubita ancora della veridicità «di quanto dichiarato dagli indagati». Ma anche per i due coindagati arriva l’archiviazione. Maggiolini infatti non ha mai parlato con i pm: e quindi non ha mai ammesso di averli informati. E in un eventuale processo la testimonianza di Stefanoni, resa in un procedimento connesso, avrebbe «uno spessore probatorio sminuito». i monsignori, insomma, sono salvi anche grazie al silenzio del vescovo.

    LA DIOCESI CONDANNATA A PAGARE 200 MILA EURO la condanna a otto anni di reclusione per don Stefanoni viene confermata nel novembre 2011 in Appello e nel maggio 2012 in Cassazione. Ma il parroco di laglio non ha ancora pagato il risarcimento alla vittima. Gli avvocati della famiglia, allora, decidono di rivalersi sulla curia di Como, che nel 2016 è obbligata a pagare i danni dal Tribunale civile di Milano. la sentenza è confermata a marzo 2017. Panorama è in grado di rivelarne il contenuto. la diocesi è stata condannata a versare al giovane disabile e ai suoi familiari i 200 mila euro dovuti da Stefanoni, perché «solidamente responsabile della condotta del sacerdote». È solo la seconda volta che succede in italia. Negli Stati Uniti, invece, 17 diocesi hanno addirittura dichiarato fallimento dopo gli enormi indennizzi pagati alle vittime dei sacerdoti. Su don Stefanoni, uscito dal carcere di Bollate qualche mese fa, la giustizia penale e quella civile hanno quindi inequivocabilmente sentenziato. Resta in itinere, invece, il processo canonico. Dal 21 ottobre 2004, quando vennero denunciati gli abusi, sono passati 14 anni. Ma Stefanoni è ancora un prete: nonostante le condanne, rimane un «presbitero», dettaglia laconico il sito della curia. Dal 2016 la diocesi di Como è guidata proprio dall’ex vicario episcopale, Cantoni. Prima, però, il monsignore diventa vescovo di Crema. Ed è in quel periodo che gli scoppia tra le mani un altro dei casi di pedofilia più eclatanti degli ultimi anni. l’11 dicembre del 2012, infatti, è lo stesso Cantoni a comunicare la decisione di Papa Benedetto XVI di ridurre un sacerdote cremasco allo stato laicale: anche lui, travolto da accuse di abusi sessuali sui minori. Si chiama don Mauro Inzoli, è un uomo potente e carismatico: dominus di Comunione e liberazione in provincia di Cremona, rettore di istituti privati cattolici ed ex presidente della Fondazione banco alimentare. la sua passione per le auto di lusso gli è valsa il soprannome di «don Mercedes». Stavolta, quindi, la giustizia ecclesiastica ha anticipato quella penale. Nel febbraio del 2013 don inzoli fa però ricorso alla Congregazione per la dottrina della fede e la sentenza canonica viene ribaltata. il 6 giugno 2014 riceve la grazia da Papa Francesco: rimarrà sacerdote. Sconterà solo una «pena medicinale perpetua». insomma, «una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza». Venti giorni dopo la nuova sentenza  il 26 giugno 2014, Cantoni comunica la notizia ai fedeli comaschi: «l’invito che rivolgo è di considerare il giudizio nei confronti di don Mauro alla luce di un binomio inscindibile: quello della verità e della misericordia. Senza queste due componenti ci ridurremmo a una “mentalità mondana” ben lontana da quello spirito ecclesiale che deve sempre accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, e non deve mai far prevalere giudizi di condanna». Qualche mese più tardi, parte però il processo penale. il procuratore di Cremona, Roberto di Martino, con una rogatoria internazionale, chiede alla Santa Sede gli atti del procedimento ecclesiastico. il Vaticano risponde il 23 gennaio 2015. i documenti sull’«affare» inzoli non possono essere rivelati: sono «sub secreto pontificio». il diniego non fa demordere il procuratore, che va alla ricerca di prove e testimonianze. E il 18 ottobre 2015 «don Mercedes» viene rinviato a giudizio dal Tribunale di Cremona per violenze sessuali sui minori.

    LA SENTENZA «BUONA» TRADISCE PAPA FRANCESCO il sacerdote, intanto, risarcisce le cinque vittime con 25 mila euro a testa. E i suoi avvocati chiedono il rito abbreviato. in primo grado, il 29 giugno 2016, don inzoli è condannato a quattro anni e nove mesi. il giudice Letizia Platè scrive che toccava i ragazzini anche durante le confessioni: per convincerli, citava persino brani del Vecchio Testamento, come la relazione filiale fra Abramo e isacco. le molestie sessuali, dettaglia Platè, sono proseguite dal 2004 al 2008, su cinque ragazzini tra i 12 e i 16 anni: vittime di una «forte sottomissione psicologica». Ma i casi sarebbero molti di più: «Una pluralità indiscriminata di soggetti, all’epoca minorenni», abusati «sin dalla metà degli anni Novanta». Sono casi ormai prescritti. la condanna sarà confermata definitivamente in Cassazione. il giudizio di primo grado, però, rimette in moto anche la giustizia ecclesiastica, che ribalta la mite decisione che inzoli ha ottenuto nel 2004. il 20 maggio 2017 l’ex presidente del Banco alimentare viene definitamente spretato dal Vaticano. Perché la retromarcia? il 21 settembre 2017 Papa Francesco, ribadita la linea di tolleranza zero sulle violenze sessuali dei sacerdoti, cita «un solo caso» in cui ha accolto una richiesta di grazia. È proprio quello di don inzoli: «C’erano due sentenze» ricorda il pontefice. «Era l’inizio: si trattava di un sacerdote della diocesi di Crema. la sentenza del vescovo era buona, prudente, toglieva tutti i ministeri ma non lo stato clericale. io ero nuovo, non capivo bene queste cose, e ho scelto la più benevola. Dopo due anni lui però è ricaduto: è stata l’unica volta che l’ho fatto e non lo farò mai più». la sentenza «buona e prudente» era quella dell’allora vescovo Cantoni, nominato dallo stesso Papa Francesco un anno prima a capo della diocesi di Como. Che intanto, nell’attesa della sua venuta, era stata coinvolta in un altro devastante scandalo di pedofilia.

    I GENITORI ACCUSANO IL DON MA RESTA IN ORATORIO l’indagine, in questo caso, parte nel marzo del 2012. Don Roberto Pandolfi, parroco della chiesa di San Giuliano, a Como, riceve le confidenze di una giovane, che si dice vittima del suo predecessore, Marco Mangiacasale. le voci aumentano. Don Marco, che nel frattempo è stato promosso economo della curia, avrebbe abusato di altre quattro ragazzine, fra i 12 e i 15 anni. Si parla di masturbazioni, toccamenti, baci. la notizia finisce anche sui giornali locali. E la replica è tranciante. il 5 giugno 2012 il direttore dell’ufficio comunicazione della diocesi, monsignor Angelo Riva, risponde a una lettera sul Settimanale, il periodico della curia, che dirige: «Può darsi che il nostro silenzio abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire coprofagia) di certa informazione noi intendiamo smarcarci». Curiosamente, sarà lo stesso concetto usato da Papa Francesco qualche anno dopo in un’intervista al settimanale belga Tertio sui guasti dei media, che dovrebbero evitare di cadere nella «coprofilia». la giustizia penale, in questo caso, va veloce. il 15 novembre 2012 il Tribunale di Como condanna Mangiacasale, anche lui con rito abbreviato, a tre anni e sei mesi per atti sessuali con minorenni. Al sacerdote vengono concesse le attenuanti generiche: è incensurato, s’è pentito, aveva una «relazione affettiva» con le vittime e le ha risarcite, complessivamente, con 200 mila euro. la sentenza ripercorre i fatti. E, ancora una volta, le omissioni. Già a novembre 2008, scrive il giudice Nicoletta Cremona, i genitori di una ragazzina «denunciano al vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, che don Mangiacasale aveva, in due diverse occasioni e in loro presenza, palpeggiato il seno alla loro figlioletta di 12 anni». la giovane, sentita dal magistrato, aggiunge: «i miei genitori mi hanno detto di aver parlato di quello che era successo al vescovo di Como già nel 2008… lui però non li
    aveva ascoltati fino in fondo e non aveva spostato don Marco né dalla chiesa di San Giuliano né dai giovani: infatti, ha continuato a svolgere funzioni nell’oratorio». Continua il giudice: «la denuncia al vescovo avrà come conseguenza la rimozione di don Marco dalle funzioni di parroco, ma non gli impedirà purtroppo di continuare ad abitare sopra l’oratorio e di essere responsabile delle attività dell’oratorio». il 21 maggio 2013, la Corte d’appello di Milano conferma la condanna a Mangiacasale. Ma mentre la giustizia penale procede spedita, quella ecclesiastica comincia a muovere i primi passi. il 23 settembre 2013 si conclude la fase istruttoria del processo canonico contro il sacerdote «ai sensi dell’articolo 4 del Motu proprio sacramentorum sanctitatis tutela». il caso passa alla Congregazione per la dottrina della fede. l’11 dicembre 2013, Papa Francesco decide la dimissione dallo stato clericale di Mangiacasale. la notizia viene comunicata il 12 febbraio 2014 da Coletti. il vescovo rammenta che «in ossequio alle volontà del pontefice, tali notificazioni e comunicazioni sono classificate come riservate e destinate alle soli parti in causa, vincolate al segreto». Per questo, stigmatizza «l’inopinata diffusione della notizia sui mezzi d’informazione». Ancora una volta: i panni sporchi della Chiesa vanno lavati in casa. lo impone il Vaticano.

    UN PRETE DENUNCIA: «TROPPE COPERTURE» Negli stessi giorni, monsignor Riva, il responsabile della comunicazione della curia, interviene nuovamente sul sito della diocesi in difesa di Mangiacasale: «Non è un pedofilo, non è malato, non è socialmente pericoloso. È un peccatore che ha commesso dei crimini per i quali è stato giudicato. È davvero deprecabile che una certa immagine “mostruosa” dell’imputato abbia finito per diventare di pubblica opinione, ben al di là della sua reale consistenza… la Chiesa di Como sa di volergli ancora bene, e di dovergli porgere, dopo l’aceto aspro della giustizia, il balsamo della misericordia». Una riflessione cui replica caustico lui però è ricaduto: è stata l’unica volta che l’ho fatto e non lo farò mai più». la sentenza «buona e prudente» era quella dell’allora vescovo Cantoni, nominato dallo stesso Papa Francesco un anno prima a capo della diocesi di Como. Che intanto, nell’attesa della sua venuta, era stata coinvolta in un altro devastante scandalo di pedofilia.

    I GENITORI ACCUSANO IL DON MA RESTA IN ORATORIO l’indagine, in questo caso, parte nel marzo del 2012. Don Roberto Pandolfi, parroco della chiesa di San Giuliano, a Como, riceve le confidenze di una gio
    don Pandolfi, il parroco di San Giuliano che ha raccolto le denunce su Mangiacasale: «Non so a quale parte della Chiesa di Como si riferisca il monsignore. Forse a quella che frequenta lui, quella dei passi felpati nei sacri palazzi. Forse a quella di coloro che pensano che bisogna coprire, nascondere, tacere. Forse a quella che ritiene che lo scandalo non siano gli abusi sessuali di un sacerdote sulle ragazzine, ma l’averli portati alla luce». il 27 febbraio 2014, sei anni dopo le prime accuse, arriva però il rammarico del vescovo Coletti: «Grava sul mio animo la tristezza di non essere riuscito a far pervenire con chiarezza la mia sollecitudine» scrive nel messaggio di quaresima. «Rinnoviamo alle giovani vittime e alle loro famiglie la domanda umile e accorata di perdono per tutto il male che hanno dovuto subire». il cerchio si chiude a ottobre del 2015. Dopo aver denunciato Mangiacasale e attaccato le coperture della curia comasca, don Pandolfi viene trasferito a Grandate, un paesino di 3 mila anime a qualche chilometro da Como. Due mesi fa, nella riflessione settimanale per i fedeli della parrocchia, ha scritto: «Parliamoci chiaro: denunciare espone a tanti rischi. Bisogna mettere in conto l’ostracismo da parte della stessa comunità ecclesiale, le calunnie più tremende messe in giro per screditare i denuncianti, la disapprovazione di preti, laici e suore per aver suscitato scandalo, le accuse di incuria per i genitori e di immoralità per i minori coinvolti. in ogni caso, certe situazioni hanno goduto di fin troppe coperture, a tutti i livelli. È tempo di dare una svolta. Parlare e denunciare è l’unico modo per iniziare a guarire».

    PANORAMA del 28.11.18

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-chiesa-coperture-inchiesta/

  • Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

    Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

    Il porporato di Boston, che nel 2015 aveva ignorato una denuncia dei comportamenti dell’arcivescovo di Washington, è stato escluso dal comitato che deciderà il da farsi sui casi di pedofilia nel clero

    By Maria Antonietta Calabrò

    Il Cardinale di Boston, Sean O Malley è stato escluso dal Papa, venerdì scorso, dalla partecipazione al Comitato organizzatore dell’Assemblea di tutti i presidenti delle Conferenze episcopali mondiali che a febbraio (dal 21 al 24) dovrà decidere una volta per tutte il da farsi sulla pedofilia del clero. Il termine di un anno, il 2018, funestato dal riesplodere dei casi in tutto il mondo.

    Al suo posto un altro cardinale americano Blase Cupich (Chicago) e un altro componente del C9 (il Consiglio della Corona di Francesco), il cardinale indiano, Oswald Gracias, mentre per la pontificia Commissione di tutela dei minori, presieduta da O’ Malley, sarà presente il padre gesuita della Gregoriana Hans Zollner. Ieri O’ Malley ha sentito la necessità di dire pubblicamente che “è e resta un uomo di Francesco”, resta presidente della Commissione pontificia sui minori e all’inizio di dicembre verrà a Roma per la prossima riunione del C9. Ha voluto insomma arginare le speculazioni sulla sua “esclusione”.

    Pur non facendo parte del Comitato né ricoprendo l’incarico di presidente della Conferenza episcopale americana, O’ Malley potrebbe comunque partecipare all’Assemblea di febbraio. Ma certamente Francesco non fa affidamento solo su di lui. Già a fine agosto il cardinale di Boston (che ha ereditato la cura della Diocesi che nel 2002 fu al centro dello scandalo rivelato dal team investigativo del Boston Globe “Spotlight” ) non aveva partecipato al Meeting delle famiglie a Dublino, quello reso famoso per l’irrompere sulla scena del famoso “comunicato” dell’arcivescovo, ed ex Nunzio negli States, Carlo Maria Viganò￲.

    Poco prima del viaggio di Francesco in Irlanda, un prete americano, padre Boniface Ramsey, aveva rivelato infatti che tre anni fa, il 17 giugno 2015 (cioè quando O’ Malley già era presidente della Commissione contro la pedofilia) gli aveva scritto una lettera per denunciare la decennale condotta del cardinale McCarrick (destituito agli inizi di luglio dal cardinalato per decisione di Francesco) in alcuni seminari americani. E gli aveva chiesto, qualora non fosse stato di sua competenza, di inoltrarla comunque in Vaticano.

    Il 20 agosto 2018, O’ Malley si è pubblicamente scusato per non aver dato seguito alla lettera di Ramsey, di cui in base ad alcune procedure del suo ufficio, quale Presidente della Commissione non aveva neppure saputo l’esistenza, fino alle notizie apparse sulla stampa statunitense quest’estate. E questo nonostante il problema della “responsabilità” dei vescovi sia una delle questioni esplose in modo virulento negli ultimi mesi.

    “Ora è chiaro – ha scritto nelle sue scuse O’Malley – che avrei dovuto vedere quella lettera proprio perché conteneva affermazioni sul comportamento di un arcivescovo nella Chiesa. Mi assumo la responsabilità delle procedure seguite dal mio ufficio e sono anche disposto a modificarle alla luce di questa esperienza”. Per il momento, comunque, O’Malley sta fermo un giro.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/11/27/il-caso-mccarrick-mette-nei-guai-il-cardinale-sean-omalley_a_23602285/?utm_hp_ref=it-culture

  • VIAGGIO NELLA CHIESA DELL’OMERTA’

    VIAGGIO NELLA CHIESA DELL’OMERTA’

    di Maurizio Belpietro

    L’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, nello scorso mese di agosto ha puntato il dito contro le gerarchie vaticane, colpevoli a suo dire di aver coperto l’opera di “corruzione morale” portata a termine su giovani seminaristi dal cardinale di Washington Theodore Edgar McCarrick. Il memoriale, pubblicato in esclusiva da La Verità, era un vero e proprio atto d’accusa contro la Chiesa, e faceva nomi e cognomi di alti prelati che da anni erano a conoscenza del comportamento del porporato, il quale dormiva abitualmente con i giovani a lui affidati. Ma nonostante le denunce dei ragazzi abusati, nessuno fece nulla e solo quando la faccenda finì sul New York Times il cardinale fu destituito.

    La Procura della Pennsylvania, sempre nello scorso mese agosto, ha reso noto un dossier di 1.300 pagine sugli abusi sessuali compiuti in sei delle otto diocesi dello Stato americano: un’indagine condotta in due anni dal gran giurì e che ha portato sul banco degli imputati 301 sacerdoti, i quali avrebbero approfittato di oltre mille minori. Anche in questo caso con le coperture di vescovi e arcivescovi i quali, pur avendo ricevuto diverse segnalazioni, hanno preferito rivolgere lo sguardo altrove. Casi analoghi sono venuti alla luce in Cile, in Paraguay, a Santo Domingo, in Irlanda, in Australia, in Germania, in Belgio, in Olanda. L’elenco è lungo e quasi sempre dalle carte delle inchieste spunta il silenzio dei vertici, di chi aveva la possibilità di rimuovere il predatore sessuale in tonaca e non lo ha fatto.

    E in Italia? Mentre all’estero si riflette sul comportamento della Chiesa nei casi di abusi su minori compiuti da sacerdoti, nel nostro Paese che cosa è avvenuto? Panorama è andato a rileggersi le carte delle inchieste che hanno visto coinvolti preti che invece di consacrare la propria vita a Dio l’hanno consacrata agli abusi, approfittando dei minori che avevano intorno,.

    Gli atti dei processi sono sconvolgenti, perché non solo si scopre che quasi mai le vittime sono state risarcite per ciò che hanno subito, private di un qualsiasi indennizzo sia dal colpevole sia dai superiori, i quali, pur sapendo, hanno preferito l’omertà alla denuncia. Ma si scopre anche che mentre la Giustizia faceva il proprio corso, accertando gli abusi, il tribunale ecclesiastico assolveva il pedofilo in tonaca consentendogli di continuare a esercitare il suo magistero e, dunque, spesso anche di commettere altre violenze. Le storie che leggerete nell’inchiesta che comincia con questo numero di Panorama sono agghiaccianti. Ci sono altri prelati, tutt’ora in servizio, in qualche caso hanno fatto anche carriera, che non solo non sono intervenuti per impedire che un prete accusato di abusi proseguisse l’opera di predatore sessuale, ma addirittura sono stati accusati di aver fatto sparire sms compromettenti o, incredibile, di aver avvisato il prete dell’esistenza delle indagini e di intercettazioni disposte dalla magistratura.

    Grazie alla prescrizione le vicende sono spesso restate impunite anche perché, a causa della minore età delle vittime, le denunce sono state presentate anni dopo i fatti, proprio come è successo in America o in Cile. Ma, a differenza di quanto capitato negli Stati Uniti o in America Latina, da noi nessuno paga e soprattutto nessuno parla. Gli arresti sono confinati nelle cronache e le carte dei processi con le responsabilità dei vertici vaticani sono seppellite negli archivi dei tribunali. Con l’articolo della diocesi di Firenze, Panorama comincia oggi un’inchiesta a puntate dedicata ai tanti Spotlight (dal nome del film, premiato con l’Oscar, che ha svelato le coperture dei vertici della Chiesa sugli abusi commessi nelle diocesi di Boston) italiani. Quello dei nostri inviati è un viaggio nella Chiesa dell’omertà. Buona lettura.

    (Trascrizione da Panorama del 21 novembre 2018 – Editoriale)

  • Incontro vaticano sugli abusi, si parte male

    Incontro vaticano sugli abusi, si parte male

    Annunciato il Comitato organizzativo dell’incontro di febbraio su “La protezione dei minori nella Chiesa»: primo nome è il cardinale Cupich, legato all’ex cardinale McCarrick, mentre brilla l’assenza del cardinale O’Malley, presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori. Un regolamento di conti?

    Marco Tosatti

    La Sala Stampa della Santa Sede ha reso noti ieri i nomi dei membri del Comitato organizzativo dell’incontro “La protezione dei minori nella Chiesa”, che si terrà in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019. Al primo posto c’è il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago. Subito dopo il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay e Presidente della Conferenza Episcopale dell’India. Poi  mons. Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e Segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, una nomina recentissima. Infine Padre Hans Zollner, S.J., Presidente del Centro per la Protezione dei Minori della Pontificia Università Gregoriana e membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che ha anche ricevuto l’incarico di referente del Comitato stesso.

    Il comunicato prosegue così: «Alla riunione, cui sarà presente Sua Santità, parteciperanno i Capi delle Chiese cattoliche orientali, i Superiori della Segreteria di Stato, i Prefetti delle Congregazioni per la Dottrina della Fede, per le Chiese Orientali, per i Vescovi, per l’Evangelizzazione dei Popoli, per il Clero, per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, i Presidenti delle Conferenze Episcopali e i Rappresentanti dell’Unione dei Superiori generali e dell’Unione internazionale delle Superiore generali. Nei lavori preparatori dell’incontro saranno coinvolti, tra gli altri, la dott.ssa Gabriella Gambino, Sottosegretario per la Sezione Vita, e la Dott.ssa Linda Ghisoni, Sottosegretario per la Sezione Fedeli Laici, del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e alcune vittime di abusi da parte del clero”.

    Qualche annotazione è d’obbligo. Il primo nominato è il cardinale Cupich, di Chicago, la cui nomina, secondo la testimonianza dell’arcivescovo Viganò, è stata voluta e suggerita dal cardinale Maradiaga e dall’ex cardinale McCarrick, Fra l’altro Cupich è stato protagonista, nei giorni scorsi, di una vicenda poco chiara. La Catholic News Agency l’ha accusato di aver lavorato, insieme con Wuerl, nel campo degli abusi a un piano alternativo a quello dei vescovi Usa, che è stato bloccato da un intervento vaticano dell’ultima ora. Cupich ha negato, ma non si può dire che sia un personaggio di equilibrio sul piano degli equilibri ecclesiastici, e  non toccato dalle recenti turbolente vicende che hanno scosso la Chiesa americana. Fra l’altro una sua dichiarazione, secondo cui il Pontefice aveva cose più importanti degli abusi di cui occuparsi, come il problema del clima o l’immigrazione, aveva scatenato su di lui una tempesta mediatica in agosto. Ma un altro elemento, oltre a questa nomina, suscita interrogativi: ed è l’assenza del cardinale Sean O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.

    L’assenza è stata rilevata anche da Il Sismografo, un sito paravaticano molto attento in tema di abusi del clero. «Il cardinale statunitense non è nell’elenco dei membri del Comitato organizzativo dell’incontro e non appartiene a nessuna delle categorie che, secondo il comunicato, prenderanno parte ai lavori della riunione. Quindi non risulta che il porporato possa prendere parte ai lavori della riunione di febbraio. Se le cose stanno come si evince dalla nota della Sala Stampa della Santa Sede, si tratta di un’assenza rilevante per tutto ciò che il cardinale O’Malley rappresenta dal punto di vista pastorale ma anche come esperto della materia». Il Sismografo accenna a possibili impegni diocesani come eventuale causa di impedimento. Ma questa è una difficoltà condivisa dagli altri membri responsabili di grandi diocesi, anzi più grandi di Boston.

    Va ricordato che O’Malley si era espresso con una certa severità verso le parole pronunciate durante il viaggio in Cile dal Pontefice, che aveva espresso appoggio al vescovo di Osorno, Barros, accusato di aver coperto abusi. «È comprensibile che le parole di papa Francesco in Cile siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero», aveva detto O’Malley in una nota. Difendendo Barros, il papa aveva detto: «Il giorno che mi portano prove contro il vescovo Barros, allora forse si vedrà, parlerò. Finora non ne ho visto nemmeno una. Non c’è una sola evidenza contro di lui. Questa è calunnia. Chiaro?». O’Malley affermò che se la Chiesa sostiene che «se non riesci a dimostrare le tue lamentele, allora non ti si crederà», questo significherebbe «abbandonare coloro che hanno subito illecite violazioni della loro dignità personale», che si sentirebbero relegati «all’esilio del discredito». E concludeva che non si può sottovalutare la sofferenza.

    http://www.lanuovabq.it/it/incontro-vaticano-sugli-abusi-si-parte-male?fbclid=IwAR3zbl565uQkc0CJmhW1FPnk4c4GbaqQmKGdBS-LK2qvB7Nx2p7lH9b2V6A

  • Ordini vaticani ai vescovi Usa: un precedente grave

    Ordini vaticani ai vescovi Usa: un precedente grave

    L’inedito blocco del voto Vaticano su due misure di contrasto agli abusi all’Assemblea della Conferenza Episcopale Usa a Baltimora, può costituire un precedente giuridico pericoloso. Infatti, finora, nelle cause risarcitorie, il Vaticano si era ritenuto non responsabile per la politica dei vescovi Usa sulla protezione dei bambini. Ora non può più.

    Marco Tosatti

    L’inaspettato e inedito blocco del voto Vaticano su due misure di contrasto agli abusi all’Assemblea della Conferenza Episcopale Usa a Baltimora potrebbe avere conseguenze di portata grandissima nell’immediato futuro per la Santa Sede. Lo scrive, in un commento su Breitbart, Ben Harnell, direttore del Dignitatis Humanae Institute, che mette in rilievo i rischi di carattere internazionale dell’interferenza vaticana sui vescovi USA.

    Secondo Harnwell, ordinando ai vescovi americani di astenersi dal votare su misure volte a contrastare gli abusi sessuali del clero, Papa Francesco potrebbe aver inavvertitamente compiuto l’atto più ricco di conseguenze, e costoso, del suo pontificato. La Conferenza degli Stati Uniti dei vescovi cattolici (Usccb) come sappiamo intendeva votare su due misure che rispondevano alla crisi di abuso sessuale in corso nella sua riunione annuale autunnale, che si è conclusa a Baltimora mercoledì.  Un intervento dell’ultimo minuto, tuttavia, della Congregazione per i Vescovi del Vaticano, ha intimato ai vescovi di astenersi dal votare, e di attendere invece il summit di tutte le conferenze episcopali del mondo, convocato da Papa Francesco per febbraio, per discutere sul tema degli abusi sessuali. L’intervento diretto del Vaticano sulla governance dei vescovi potrebbe compromettere quello che fino ad oggi è stato il primo pilastro della difesa legale della Santa Sede quando è stata accusata di negligenza nel trattare gli abusi sessuali; e cioè l’indipendenza delle diocesi cattoliche dalla supervisione del Vaticano.

    Quando il processo del 2010, O’Bryan contro la Santa Sede, ha cercato di ottenere una deposizione da parte di papa Benedetto XVI in un tribunale degli Stati Uniti, l’avvocato del Vaticano, Jeffrey Lena, ha utilizzato un argomento organizzato in maniera estremamente stringente davanti alla corte distrettuale degli Stati Uniti nel Kentucky. La tesi di base era la dimostrazione che il Vaticano non era responsabile per la politica dei vescovi statunitensi sulla protezione dei bambini, e non era di conseguenza responsabile della politica operativa quotidiana. L’avvocato del querelante, William McMurray riteneva che il suo caso avesse un potenziale di class action, sperando che in quel modo ne potessero beneficiare anche le migliaia di vittime di abusi sessuali su minori in tutti gli Stati Uniti, cercando di ottenere enormi somme di risarcimento direttamente da Roma.

    Di solito, in base alla legge Foreign Sovereign Immunities del 1976, i governi stranieri godono dell’immunità dall’azione legale nei tribunali degli Stati Uniti. Tuttavia, ci sono nove eccezioni a questa immunità, una delle quali è la cosiddetta clausola “eccezione di torto”. Due anni prima dell’audizione del Kentucky, una corte d’appello federale aveva dichiarato che il processo avrebbe potuto continuare, in esenzione dalle norme di salvaguardia del 1976, se si fosse potuto dimostrare che i vescovi americani avevano agito seguendo la politica ufficiale del Vaticano. E cioè il Vaticano sarebbe stato in realtà il responsabile da chiamare in causa nel procedimento. Questo è ciò che rende l’intervento dell’undicesima ora del Vaticano a Baltimora così potenzialmente importante. Sembra che spazzi via i confini legali, attentamente elaborati, che il Vaticano ha energicamente utilizzato per difendersi dalle procedura di accusa internazionali.

    Il fatto che non abbiano voluto contestare l’ordine della Congregazione vaticana per i Vescovi suggerisce che i vescovi in realtà rispondono alla Santa Sede su questioni operative che riguardano la politica di gestione degli abusi sessuali commessi da sacerdoti e vescovi. Questa tacita ammissione avrà quasi certamente enormi conseguenze in un futuro contenzioso. Considerando l’aumento delle denunce di abuso nei confronti della Chiesa negli Stati Uniti, è difficile immaginare che il Vaticano non vedrà un drammatico aumento delle azioni legali, che potrebbero esporre la Santa Sede a richieste di risarcimento per milioni di dollari in crediti. L’azione penale di O’Bryan fu ritirata nel 2011, in parte perché 243 vittime di abusi avevano già raggiunto un accordo diretto con l’arcidiocesi di Louisville, e in parte a causa del precedente delle precedenti sentenze giudiziarie che riconoscevano l’immunità della Santa Sede.

    Secondo una ricerca compilata da Bishop-Accountability.org, fino ad oggi 15 diocesi degli Stati Uniti hanno dichiarato fallimento in seguito agli accordi di risarcimento seguiti allo scandalo di Boston, e il totale dei risarcimenti pagati dopo il 1980 ha raggiunto i tre miliardi di dollari. Quindi l’intervento della Congregazione per i vescovi, e il conseguente apparente abbandono da parte del Vaticano di un antico principio di difesa legale ha conseguenze potenzialmente rivoluzionarie per il futuro. L’intervento diretto del Vaticano nella risposta dei vescovi statunitensi alla crisi degli abusi sessuali potrebbe facilmente essere l’atto più gravido di conseguenze del papato di papa Francesco, il che non è precisamente l’eredità che i suoi seguaci vorrebbero.

    La crisi attuale, che si prolunga ormai dall’estate, con la pubblicazione del Rapporto del Grand Jury di Pennsylvania, le inchieste aperte in numerosi Stati e la testimonianza dell’arcivescovo Viganò, e il silenzio tenuto dal Pontefice e dal Vaticano, seppure chiamati in causa direttamente, stanno avendo un effetto negativo sull’immagine del papa e della Chiesa. Secondo il direttore del Pew Research Center, per il pontefice argentino si sono triplicate le sue valutazioni negative per il modo in cui  gestisce gli abusi sessuali del clero e oggi viene classificato sotto il Papa emerito Benedetto XVI nel momento della sia stima più bassa. Parlando con Crux of the Matter, che va in onda ogni lunedì su un canale cattolico, Alan Cooperman ha detto che il calo dei consensi del papa è direttamente correlato alla sua gestione della crisi degli abusi sessuali da parte del clero. La percentuale di cattolici che pensano che il papa stia facendo un “povero lavoro” è triplicata rispetto a quello che era nel 2015, secondo il Pew, raggiungendo il 36% dei cattolici americani. “Nel 2014, il 54% dei cattolici americani pensava che stesse facendo un lavoro buono o eccellente [gestendo la crisi degli abusi]”, ha detto Cooperman. “Oggi sono solo 3 su 10, il 30 percento dei cattolici americani a dargli un punteggio buono o eccellente, facendolo cadere di 24 punti in quattro anni, e di 14 punti solo dall’inizio del 2018.”

    http://lanuovabq.it/it/ordini-vaticani-ai-vescovi-usa-un-precedente-grave

  • Lettera aperta ai Vescovi cattolici statunitensi: è finita. Open letter to the US Catholic bishops: It’s over

    Lettera aperta ai Vescovi cattolici statunitensi: è finita. Open letter to the US Catholic bishops: It’s over

    Cari fratelli in Cristo, pastori, compagni di pellegrini,

    Ci rivolgiamo a voi mentre vi avvicinate all’incontro nazionale di quest’anno a Baltimora perché sappiamo che non c’è nulla da nascondere.

    È finita.

    Tutte le manipolazioni e le contorsioni degli ultimi 33 anni, tutti i tentativi di deviare e equivocare – tutto ciò ha portato la chiesa, ma soprattutto voi, a questo momento.

    È finita.

    Anche i federali sono ora sulla pista. Hanno ordinato di non distruggere alcun documento. Il Dipartimento di Giustizia sta conducendo un’indagine penale nazionale su come avete gestito lo scandalo degli abusi sessuali del clero. È un punto della nostra storia senza precedenti. Vogliamo che voi sappiate che non siete soli in questo momento, non siete stati abbandonato. Ma questa volta deve essere diverso. Questa volta non sarà facile.

    Dalla favola al testo sacro, sappiamo come va. Il punto è raggiunto dove tutti capiscono che il re è nudo, i giusti accusatori leggono la scritta sulla sabbia e svaniscono, le autorità religiose ricevono i rimproveri più pungenti del Maestro. Come classe di governanti religiosi, i più forti tra voi sono diventati piuttosto bravi nell’applicare la legge e rivendicare l’autorità divina nell’emarginare coloro che trasgrediscono la legge. Lo scandalo di abusi prolungati suggerirebbe, tuttavia, che non avete fatto molto bene a giudicare voi stessi.

    Non abbiamo una visione particolare del perché ora – il rapporto del gran Giurì della Pennsylvania, il crollo di Theodore McCarrick – abbia catturato così l’opinione pubblica e spinto la chiesa verso questo limite esterno di esposizione e vulnerabilità. Ci sono teorie, non ultima delle quali è che gli opportunisti tra di noi stanno tentando di usare questo momento per far cadere l’unico Papa che ha detronizzato i vescovi e un cardinale per i loro crimini e imprudenze.

    Ma questo è un problema per un’altra volta.

    La realtà, lo sappiamo tutti, è che è andata avanti da molto tempo. La prima storia nazionale è stata pubblicata su quattro pagine di questa pubblicazione nell’estate del 1985 . Il peggio è accaduto durante il pontificato del frettoloso santo Giovanni Paolo II, un gigante sul palcoscenico mondiale, ma un pastore che ha lasciato vagare i lupi nel proprio gregge. Il suo concetto idealizzato di sacerdozio eroico apparentemente lo ha lasciato incapace di ascoltare la verità da testimoni credibili, compresi i pochi vescovi che hanno osato turbare quel mondo idealizzato con notizie preoccupanti. Promosse fino alla fine Marciel Maciel Degollado, fondatore della Legione di Cristo, e un personaggio che è venuto a rappresentare il peggiore degli scandali di abuso. Maciel, un abile adulatore, ha tenuto a bada l’esame minuzioso con la sua capacità di distribuire un sacco di giovani preti e un sacco di soldi in giro per il Vaticano.

    Si tratta di un marciume nel cuore della cultura affidata alla leadership della comunità cattolica.

    Il punto oltre ogni disputa è che siamo in un momento nella storia della Chiesa degli Stati Uniti – e forse nella storia della chiesa globale – senza precedenti. Non si tratta di questioni discutibili – il celibato o la clausola filiale, o il primato delle Scritture o se la Terra è il centro dell’universo o se le donne dovrebbero essere autorizzate all’ordinazione sacerdotale o qualcuno dei temi caldi che hanno mantenuto un clima turbolento negli ultimi decenni. Questo, invece, riguarda un marciume nel cuore della cultura affidata alla leadership della comunità cattolica. Una marea così pervasiva che ha toccato ogni aspetto della vita della comunità, sconvolgendo tutte le certezze e le presunzioni su chi siamo e chi siete che ha aiutato a tenere insieme questa comunità.

    Coloro che hanno lavorato così ardentemente in passato per rendervi capaci – i fedeli, così traditi, che non potevano credere che vi sareste impegnati in una copertura così deliberata; personaggi del calibro di George Weigel e la sua agiografia acritica e cieca di Papa Giovanni Paolo II; La dottoressa Mary Ann Glendon e il defunto p. Richard John Neuhaus e la loro ingenua celebrazione e difesa di Maciel; il resto del coro di First Things e pubblicazioni simili; il tacito silenzio di tanti altri punti di vista cattolici; l’assurdità del ciarlatano William Donohue e della sua sciocca lega “cattolica” – hanno aiutato a sostenere il vostro scarso racconto, poiché molti di loro hanno denigrato quelli che hanno sollevato le domande difficili e hanno perseguito la verità.

    È finita.

    Nessuno di loro ha più di un caso convincente da produrre. Alcuni di loro ora cercano di incolpare la crisi dei preti gay. Potreste essere tentati di aggrapparvi a quel diversivo, ma non farete altro che prolungare l’agonia già intollerabilmente lunga.

    I preti e i vescovi gay sono certamente tra noi – probabilmente una percentuale maggiore di gay nel clero cattolico, se si vuole credere alle prove aneddotiche e alle chiacchiere private dei Parroci e dei Rettori dei Seminari, di quanto si possa trovare nella popolazione generale.

    La cultura del clero ha un profondo bisogno di una conversazione seria e di un’educazione su questo argomento e molto altro riguardo alla sessualità. Questa discussione è improbabile su scala significativa perché troppi vescovi e troppi preti, se fossero onesti, dovrebbero ammettere un orientamento che la chiesa chiama ancora “disordinato”. A meno che la preponderanza di esperti credibili abbia improvvisamente ribaltato la sua comprensione delle cose, tuttavia, l’orientamento sessuale non è uno degli argomenti che si abbinano agli abusi sessuali.

    L’orientamento sessuale non è un fattore determinante nell’abuso di bambini. Se lo fosse, dovremmo investigare sull’orientamento eterosessuale come causa perché un sacco di abusi sono perpetrati da uomini eterosessuali su ragazzi e ragazze. Quindi, prendete quella strada se volete, ma siate pronti a perdere credibilità per ciò che potrà essere trovato in serbo.

    È finita.

    Vi siete nascosti in una cultura che vi ha protetto per troppo tempo dalle conseguenze dei vostri peggiori istinti. I confini che un tempo proteggevano la vostra cultura dal controllo sono diventati oggi irrilevanti come i fossati e le mura dei secoli precedenti. Non c’è più alcun nascondiglio. Siete stati in grado di assorbire gli eccessi di potere, autorità e privilegi che si sono accumulati nei secoli e, come il tossicodipendente che tocca il fondo, una decisione fondamentale per il recupero è essenziale per la vostra sopravvivenza.

    È finita.

    Avete toccato il fondo non perché l’ultimo sprizzo di cattive notizie è il risultato di una decisione di ripulire e dire la verità. È il risultato di un’altra inchiesta. In breve, siete stati spinti a parole di contrizione perché ancora una volta siete stati costretti. Sì, la maggior parte sono vecchie notizie. Sì, il meccanismo di insabbiamento è stato progettato principalmente da vescovi che non sono più in carica o sono morti. Le organizzazioni giornalistiche, una volta riluttanti a prendervi in giro per paura di essere etichettate anticattoliche, non sono più reticenti.

    Siete diventati certo “clickbait”, cliccati. E continuerete ad essere sotto i riflettori, di diocesi in diocesi, più documenti vengono pubblicati e rivelati e più Tribunali esaminano il funzionamento interno di questa istituzione negli ultimi 50 anni circa. È un dolore auto-inflitto.

    Vescovi, siete stati abbastanza sicuri di ciò che stava succedendo e delle sue potenziali conseguenze che avete impiegato legioni di avvocati individuali e studi associati.

    E per favore smettete di affermare che non sapevate cosa stava succedendo prima del 2002. Se lo scandalo è esploso nel 2002, è stato perché una lunga miccia aveva già scatenato esplosioni in città dopo città e Stato dopo Stato ed è stata ampiamente descritta 17 anni prima della scintilla che colpì Boston. All’indomani di quelle esplosioni, eravate abbastanza sicuri di ciò che stava succedendo e delle sue potenziali conseguenze che avete impiegato legioni di avvocati individuali e studi associati. Sapevate abbastanza per tenere i file segreti sotto chiave. Sapevate che era abbastanza malvagio da doverlo nascondere.

    È finita.

    Non si può negare che avete apportato molte modifiche alle cattive notizie. Avete prodotto un documento per proteggere i giovani. (Giusto notare che ci sono voluti 16 anni per prendere in considerazione l’idea di includere voi stessi tra coloro che devono essere ritenuti responsabili). Avete istituito un ufficio nazionale, avete pagato studi legali specializzati, istituito commissioni di revisione nazionali e locali, avete organizzato servizi di riconciliazione e avete richiesto la formazione per la protezione dei minori e controlli sui precedenti, e pagato miliardi negli accordi. La chiesa è indiscutibilmente un posto più sicuro per i bambini per tutto questo. Ma era stato fatto tutto come reazione alle spinte esterne alla chiesa.

    L’unica cosa che non si può essere costretti a fare è rivelare quello che si viene a sapere attraverso la nostra tradizione sui sacramenti: un esame personale approfondito, dicendo la verità, implorando il perdono e una decisione di riparare.

    La verifica inizia con la domanda alla quale solo voi potete rispondere, individualmente e come gruppo: come mai noi e i nostri fratelli in passato, come leader di questa cultura clericale, raggiungemmo il punto in cui potemmo razionalizzare voltando le spalle ai bambini che erano stati sessualmente abusati dai nostri sacerdoti per proteggere quei preti e la nostra cultura? Uno dei vostri fratelli, il cardinale di Chicago Blase Cupich, ha già illustrato alcune misure appropriate. I vescovi devono “cedere l’autorità”, ha detto, per consentire una maggiore responsabilità verso l’autorità esterna. Ha anche detto che “il privilegio, il potere e la protezione di una cultura clericale” devono essere “sradicati dalla vita della chiesa” o “tutto il resto è un evento secondario”.

    Questi sono punti degni da considerare. L’ incontro che avete programmato per gennaio sarebbe il posto perfetto per farlo proprio tutti insieme. Un consiglio: partecipate in abito civile e lasciate a casa tutti i crismi, i colletti e i completi neri, tutta la seta, i merletti e le croci pettorali. Dio vi riconoscerà. Fate quel piccolo passo in umiltà come si incontrano effettivamente i fratelli. Cercate quelli tra voi che hanno sofferto, che hanno saputo cosa significa passare attraverso il dolore, la dipendenza o la malattia. Chiedete loro di aiutarvi ad uscire da questo momento buio. Loro sapranno indicarvi la via.

    Quando sarà finita, e qui diamo un suggerimento che va contro l’interesse giornalistico: state zitti. Nessuna dichiarazione grandiosa.

    Nei mesi a seguire, dato che l’indagine federale probabilmente comprenderà ancor più documenti e che la miccia accesa continua a scatenare esplosioni, alcuni di voi potrebbero pagare caro per ciò che si è o non si è fatto in passato. Sapremo come è andato il vostro incontro da come vi comporterete in quei momenti.

    Sapremo se avete davvero toccato il fondo e siete in via di guarigione, se avete a cuore il miglior interesse della comunità, o se siete ancora alla ricerca di grazia a buon mercato e via d’uscita facile.

    È finita.

    Nel nome delle vittime minorenni, le famiglie distrutte, i genitori che non conoscono la fine della loro agonia, il corpo di Cristo sottoposto a inesorabile umiliazione da decenni, deve essere finita. Questa volta deve essere diverso.

    Preghiamo per te,

    Tue sorelle e fratelli, i vostri compagni di pellegrini, la chiesa.

    (Traduzione con Google)

    https://www.ncronline.org/news/opinion/open-letter-us-catholic-bishops-its-over