Un’inchiesta di QN, su dati dell’associazione Coping International, apostolato riconosciuto dalla Chiesa, e del team Spotlight del Boston Globe racconta la vita e le difficoltà dei preti con figli, delle loro angosce e di come ha reagito il Vaticano, in particolare Papa Bergoglio che si occupò del tema prima di salire al soglio pontificio
da Lorena Cacace
Un fenomeno di cui si parla poco ma che esiste e con numeri importanti: i preti con figli sono una realtà e non solo nel nostro Paese. A raccontarlo è un’inchiesta di QN che ha intervistato Vincent Doyle, 34enne psicoterapista irlandese, fondatore dell’associazione Coping International e figlio di un sacerdote cattolico. Non si tratta di pochi e sporadici casi, tutt’altro: i numeri portati a galla dal team di Spotlight del Boston Globe – quelli che fecero scoppiare lo scandalo dei preti pedofili – parlano di un fenomeno globale (qui in originale), che interessa tutte le nazioni in cui la Chiesa Cattolica è presente. Secondo le stime di International, apostolato riconosciuto dalla Chiesa e che collabora col Vaticano sul tema dei figli dei preti, in Italia il 40% dei sacerdoti avrebbe figli.
L’associazione Coping International (Coping sta per “children of priest”, figli di sacerdoti) nasce dall’esperienza personale di Doyle. Cresciuto con la mamma e il patrigno, ha sempre avuto in padre John J. Doyle, parroco di Longford, un paesino nella diocesi di Ardagh, in Irlanda, una figura di riferimento. Le vacanze, i momenti passati insieme, l’affetto e la condivisione di ogni momento della sua vita, fino ai 12 anni, quando il parroco morì e quel vuoto improvviso, come se avesse perso più di un parroco.
A 28 anni, racconta Vincent a QN, la scoperta: padre John era suo padre naturale. Da lì, il suo percorso è stato più chiaro. “Ho sempre pensato che padre John fosse il mio papà biologico e che qualcosa mi fosse stato nascosto”, confessa al quotidiano. “I bambini possono dedurre la verità dalla menzogna senza che sia detto loro nulla”.
Più passava il tempo, più scopriva di non essere solo. Grazie a un profilo Facebook ha raccolto le testimonianze di altri figli di sacerdoti e ha deciso di creare l’associazione Coping International, ricevendo un grosso sostegno dalla Conferenza episcopale irlandese.
L’associazione è nata per dare sostegno psicologico ai figli dei sacerdoti, accompagnandoli nella loro vita e attraverso le difficoltà che incontrano ogni giorno, ma anche per aiutare la Chiesa e gli stessi parroci a gestire la genitorialità. Per entrambi i genitori è infatti difficile parlarne per quella che Doyle definisce la “ragione collettiva” del segreto, cioè “la protezione dell’immagine incontaminata del sacerdote” per cui “il sacrificio del celibato non deve essere inquinato”.
Lo stesso Doyle ne ha parlato in una lettera con Papa Francesco, incontrandolo nel 2014. Bergoglio aveva trattato l’argomento fin da quando era arcivescovo di Buenos Aires in un libro scritto con il rabbino Abraham Skorka, dal titolo “Il cielo e la terra” in cui deplorava non tanto la vicenda in sé ma la doppia vita dei parroci genitori. “Se uno viene da me e mi dice che ha messo incinta una donna cerco di tranquillizzarlo e a poco a poco gli faccio capire che il diritto naturale viene prima del suo diritto in quanto prete. Di conseguenza deve lasciare il ministero e farsi carico del figlio, anche nel caso decida di non sposare la donna”, scriveva nel testo, riportato qualche tempo fa da Avvenire.
La stessa Chiesa ha ribadito la sua posizione di allora in un breve testo, pubblicato dalla Conferenza Episcopale Irlandese (qui in originale), dal titolo “Principi di responsabilità per sacerdoti che hanno generato figli durante il loro ministero”, in cui si chiede ai sacerdoti di lasciare l’abito talare e diventare padre a tutti gli effetti.
I problemi però sono molti. Cosa possono fare uomini che hanno dedicato la loro vita alla Chiesa nel mondo secolare? Come aiutarli a rientrare nello stato laico? Come vincere anche le resistenze e i pregiudizi che spesso si nascondono nelle piccole e grandi parrocchie?
Lo sono soprattutto se pensiamo ai numeri importanti del fenomeno. Secondo le stime di Coping International 40mila preti nelle chiese cattoliche di rito romano su 400mila violano il voto della castità: di questi, circa 4mila hanno un bambino nato da una relazione con una donna.
Come ha ricordato Sante Sguotti, 51 anni, ex prete che lasciò l’abito talare dopo aver avuto un figlio, al QN, un sacerdote “può essere un buon padre di famiglia e un ottimo ministro di culto”, tanto da suggerire a Papa Francesco di “affidare le parrocchie ‘abbandonate’ a ex sacerdoti ridotti allo stato laicale”.
La versione più distorta della predicazione ha lo scopo di convincere le coscienze e non di stimolarle nel ragionamento critico. Le conquista imbambolandole e rendendole infantili, tramite azioni e gesti plateali capaci di raccogliere consensi. È questa la ragione del drastico rifiuto della concessione della grazia da parte di Papa Bergoglio nei confronti dei cosiddetti ‘preti pedofili’. Ma è proprio il caso di dire che stavolta il buco è troppo grosso per una toppa improvvisata come questa: non basta negare il perdono – contraddicendo tra l’altro i precetti fondamentali della religione cristiana – per sistemare decenni e decenni di insabbiamenti. Non si cancellano anni di omissioni e complicità riprovevoli semplicemente dando le spalle ai pesci che non sanno nuotare da soli. Gli intrighi ecclesiastici con i reati di pedofilia vantano rapporti consolidati e saldi. È infatti dai primi anni 2000 che vengono alla luce i tasselli di questa tragica storia, soprattutto grazie alla grande inchiesta avviata a Boston dal quotidiano The Boston Globe, che ha coinvolto nomi molto importanti. Da John J. Geoghan, un prete condannato a dieci anni di carcere per aver abusato di un bambino, all’arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, accusato di aver permesso a diversi preti – già accusati di violenze su minori – di continuare ad operare in parrocchie non informate dei fatti. Il 13 dicembre 2002 quest’ultimo, prima di rassegnare le sue dimissioni a Giovanni Paolo II, è costretto a fornire all’autorità giudiziaria 90 nomi di sacerdoti responsabili di molestie a danno di minori. L’inchiesta riesce a svelare denunce e condanne per reati di pedofilia insabbiati: nella sola Boston vengono accusati 89 sacerdoti e rimossi dall’incarico più di 55 preti. Nel 2002, la conferenza episcopale statunitense commissiona uno studio sul fenomeno, ormai accertato, al John Jay College of Criminal Justice di New York, il quale dopo circa due anni conferma le 6.700 accuse contro circa 4.392 sacerdoti e diaconi in carica negli Stati Uniti fra il 1950 e il 2002, cioè circa il 4% del totale dei sacerdoti. Dei 4.392 accusati, soltanto poco più di 100 sono stati condannati a pene detentive. Nel biennio 2009-2010 invece è la volta delle ‘magagne’ europee, fra queste anche l’Italia. Uno dei casi più estesi e complessi è quello irlandese, raccontato anche in un documentario della BBC, Sex crimes and the Vatican, che racconta i casi di 100 bambine e bambini abusati da 26 sacerdoti irlandesi. Proprio questi, sempre secondo il servizio della BBC, sarebbero stati coperti dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, a capo della Congregazione della Dottrina della Fede. Lo stesso che poi l’8 febbraio 2010, durante l’assemblea plenaria per la famiglia, condanna tutti quei comportamenti inconciliabili con la tutela dei diritti e della dignità dei minori. Dopo circa nove anni di indagini, l’inchiesta sul caso irlandese lascia a dir poco sbigottiti perché arriva a coinvolgere migliaia di bambini e adolescenti (le testimonianze di violenze sarebbero circa 2.500, avvenute fra gli anni ‘40 e ‘80), abusati nelle scuole, negli orfanotrofi e nei riformatori gestiti dagli ordini religiosi cattolici irlandesi. Cifre ridimensionate dalla dichiarazione dell’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU di Ginevra, durante un intervento al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, che riduce il fenomeno ad un’incidenza compresa fra l’1,5% e il 5%. A rimanere un dato certo è però l’autonomia della magistratura ecclesiastica e dunque la ritrosia a rendere pubbliche e note denunce e vicende che richiederebbero un’indispensabile partecipazione collettiva.
I casi italiani più noti
La storia degli abusi in Italia è costellata davicende raccapriccianti. A partire dal processo avvenuto presso il Tribunale di Roma, nei confronti di don Ruggero Conti, parroco della parrocchia di Selva Candida a Roma, accusatoper l’abuso di 7 minori dal 2001 al 2008, anno in cui viene arrestato e condannato a 15 anni e 6 mesi di reclusione. Fino al caso Bertagna, riguardante l’omonimo don Pierangelo Bertagna, ex abate dell’abbazia di Farneta, in provincia di Arezzo, che viene arrestato l’11 luglio 2005, in seguito alla denuncia di un bambino tredicenne.Confessa abusi avvenuti a partire dal 1988,inizialmente nelle sue zone di origine, la Lombardia e il Bresciano – quando ancora non era entrato in seminario – ai danni di 38 bambini fra gli otto e i quindici anni. Bertagna confessa che padre Vittorio Cappelletto, capo dell’associazione dei Ricostruttori della preghiera, e anche alcuni altri membri dell’associazione stessa ne erano a conoscenza. È stato condannato a 8 anni di carcere nel giugno 2007, soltanto per 16 dei 38 abusi confessati.
Altro caso è quello dell’ex seminarista Marco Marchese, che ha denunciato gli abusi subiti da parte di don Bruno Puleo, il quale ha poi patteggiato dichiarandosi colpevole. Marchese ha chiesto un risarcimento di 65.000 euro alla Curia di Agrigento, ma il vescovo, Carmelo Ferraro, ha risposto con una richiesta di 200.000 euro per danni di immagine alla Chiesa. Va da sé che lacondanna stabilita da parte delle istituzioni ecclesiastiche per Puleo è consistita nel solo trasferimento in un’altra località, anche qui in seguito accusato di ulteriori abusi sessuali nei confronti di minorenni.
E ancora, il sacerdote don Mauro Inzoli, ex dirigente del movimento cattolico di Comunione e Liberazione ed ex presidente del Banco Alimentare, condannato il 29 giugno 2016 a 4 anni e 9 mesi di carcere, con l’accusa di violenze su minori, aggravate dall’abuso di autorità. È stato possibile condannarlo per 8 abusi, commessi fra il 2004 e il 2008, mentre gli altri 12 casi, che lo vedevano protagonista di ulteriori vessazioni, sono caduti in prescrizione. Gli abusi avvenivano nell’oratorio, nello studio del prete e nelle località di vacanza dove i gruppi di preghiera si riunivano.
Il 2009 è anche l’anno dello squallore sconcertante dell’Istituto Provolo di Verona, teatro delle peggiori violenze e vessazioni fisiche e psicologiche. Le accuse sono state sottoscritte da 67persone, ormai di un’età compresa fra i 50 e i 70 anni, e allora bambini e bambine sordomuti chevivevano nell’Istituto. Hanno denunciato abusi protratti per circa trent’anni, fino al 1984. Le vittime e i testimoni dell’accusa, non potranno più avere neanche quella insulsa parvenza di giustizia accordata nei casi precedenti, perché i reati sono caduti in prescrizione. I religiosi accusati sono 25, mentre il numero dei bambini abusati raggiunge circa il centinaio. Poco più di sessanta persone, il 20 novembre 2008, trovano il coraggio di scrivere una lettera a monsignor Gianpietro Mazzoni, vicario giudiziale, ovvero magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona, nella quale riportano i fatti accaduti. «Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell’Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave). Irapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all’Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna». Inoltre aggiungono di essere stati oggetti di ulteriorivessazioni, botte e bastonate. Le violenze avvenivano addirittura sotto l’altare e nel confessionale o in gruppo sotto la doccia.
I ritardi nelle condanne e la complicità subdola sono le cause principali dei numeri impressionanti delle vittime che si sono susseguite negli anni, ma non solo. La caduta in prescrizione e dunque l’impunità della gran parte dei reati è anch’essa frutto dell’omertà che circonda simili circostanze: le poche voci che hanno trovato la forza di raccontare le atrocità subite non state prese in considerazione o sono arrivate troppo tardi per vedere puniti i loro aguzzini. E questa è solo una piccola parte del perché la negazione della grazia è soltanto fumo negli occhi.
Ogni anno quasi 600 denunce all’attenzione del Vaticano. E 900 preti ridotti allo stato laicale in un decennio. Solo la Chiesa Usa spende 3 miliardi tra terapie e spese legali. L’allarme di papa Francesco
Francesco non ha lasciato spazio a dubbi: «La Chiesa è stata tardiva nell’affrontare il problema della pedofilia». E, ha aggiunto, «da parte mia non ci sarà mai una grazia per i protagonisti di questa vergogna». La piaga degli abusi sui minori all’interno del clero, d’altra parte, si è diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo e si è arrivati anche ad 800 denunce in un solo anno in Vaticano. Era il 2004, ma anche negli ultimi anni i casi sottoposti all’ex sant’Uffizio si aggirano intorno ai 600 l’anno.
L’INTERVENTO DI PAPA RATZINGER. Queste dunque le denunce di tipo “canonico”, secondo i dati forniti dal Vaticano nel 2013, ma restano poi le inchieste giudiziarie aperte dalla magistratura civile. Uno scandalo enorme, che ha visto oggi il forte intervento di Papa Francesco, è che portò Benedetto XVI, già da cardinale con la responsabilità di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’istituzione vaticana che si occupa della materia) ad alzare i tappeti sotto i quali era nascosta la ‘polvere’ e a decidere per la ‘tolleranza zero’.
NOVECENTO PRETI RIDOTTI ALLO STATO LAICALE. Linea confermata e rafforzata da Bergoglio, che ha assunto in questi anni di pontificato una serie di decisioni molto forti. Anche quella di voler processare in Vaticano un nunzio, un alto esponente della diplomazia, come nel caso di Jozef Wesolowski. In 10 anni, dal 2004 al 2013, sono stati circa 900 i preti ridotti allo stato laicale. Praticamente ‘cacciati’ dalle gerarchie e impossibilitati a proseguire nel loro ministero sacerdotale. Questi sono gli ultimi dati diffusi dallo stesso Vaticano, nel 2014, in occasione dell’inchiesta aperta in sede Onu nel Comitato contro la tortura.
LA CHIESA AMERICANA HA SBORSATO 3 MILIARDI. Ma enorme non è solo il numero dei casi e di Paesi coinvolti nello scandalo della pedofilia da parte di uomini di Chiesa. Gigantesche sono state anche le cifre già sborsate in alcune realtà per i reati commessi da ecclesiastici. La sola Chiesa degli Stati Uniti ha già pagato nell’ultimo decennio, quando le denunce sono venute alla luce e sono state coinvolte anche le Corti di Giustizia, quasi 3 miliardi di dollari, tra patteggiamenti, terapie e spese legali. In questo contesto emblematico è proprio il caso di Boston, raccontato nel film Il caso Spotlight che ha vinto l’Oscar.
IN AUSTRALIA SOTTO ACCUSA IL 7% DEI PRETI. L’attuale cardinale della cittadina americana, Sean Patrick O’ Malley, scelto da papa Francesco per presiedere la Commissione vaticana sulla pedofilia, dopo aver ‘ereditato’ la difficile situazione creata dal suo predecessore, Bernard Francis Law, decise di vendere il palazzo vescovile e scelse per sé una residenza ordinaria, proprio al fine di risarcire le vittime di pedofilia. Anche in Australia – dove è ancora in corso la vicenda che riguarda il cardinale George Pell, il ministro dell’Economia vaticana al momento in ‘congedo’ dall’incarico – il caso ha assunto dimensioni drammatiche: il 7% dei preti cattolici australiani è accusato di aver commesso abusi sessuali su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime, 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto, fra il 1980 e il 2015, 4.444 persone hanno denunciato abusi di preti o religiosi di 93 entità della Chiesa australiana.
In principio il dilemma fu uno solo: chiudere o purificare? L’ago della bilancia indicava con forza la prima opzione, senz’altro radicale, ma certamente più facile da attuare. Per i Legionari di Cristo, dopo che la vicenda umana del loro fondatore, padre Marcial Maciel Degollando, era emersa in tutto il suo orrore perverso, sembrava non esserci altra strada che quella di migrare in diocesi o congregazioni che, dopo un’attento esame, avrebbero accolto i loro membri. Una pagina che torna agli onori delle cronache dopo che Francesco ha scelto monsignor Kevin Joseph Farrell per guidare il neonato Dicastero laici, famiglia e vita. Il vescovo irlandese, insieme al fratello Brian che ricopre il ruolo di segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha fatto il noviziato nei Legionari di Cristo. Attualmente nella Curia romana c’è un terzo presule figlio di questa congregazione ed è il segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, monsignor Fernando Vérgez Alzaga.
Dopo anni di silenzi e complici coperture negli Stati Uniti e a Roma, Benedetto XVI aveva rotto uno dei tabù più difficili da far crollare. Nel libro intervista Luce del mondo scritto con il suo biografo, il giornalista Peter Seewald, il Papa tedesco affermò: “Purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento. Per me, Marcial Maciel rimane una figura misteriosa. Da un lato c’è un tipo di vita che, come ormai sappiamo, è al di là di ciò che è morale: un’esistenza avventurosa, sprecata, stramba. Dall’altro vediamo la dinamicità e la forza con cui ha costruito la comunità dei Legionari”.
Rispondendo alle domande dei giornalisti sul volo verso gli Stati Uniti d’America, nell’aprile 2008, Benedetto XVI disse: “Se leggo i resoconti di questi avvenimenti mi riesce difficile comprendere come sia stato possibile che alcuni sacerdoti abbiano potuto fallire in questo modo nella missione di portare sollievo, di portare l’amore di Dio a questi bambini”. E incontrando i vescovi americani Ratzinger non esitò a evidenziare che lo scandalo dei preti pedofili era stato “talvolta gestito in pessimo modo”. E aggiunse: “Ora che la dimensione e la gravità del problema sono compresi più chiaramente, avete potuto adottare misure di rimedio e disciplinari più adeguate e promuovere un ambiente sicuro che offra maggiore protezione ai giovani”.
Il terribile scandalo della pedofilia del clero era deflagrato anche negli Stati Uniti con proporzioni impressionanti, in particolare nell’arcidiocesi di Boston oggetto del film Premio Oscar Il caso Spotlight. Durante il suo viaggio negli Usa, il Papa tedesco incontrò privatamente nella nunziatura di Washington cinque persone vittime di molestie sessuali da parte di sacerdoti americani. In quell’occasione, l’arcivescovo di Boston, il cappuccino Sean Patrick O’Malley, dove scoppiò lo scandalo nel 2002 e che vide il trasferimento a Roma del cardinale Bernard Francis Law, consegnò simbolicamente a Benedetto XVI un libretto con i nomi di un migliaio di vittime. Parole e gesti analoghi furono ripetuti da Ratzinger durante numerosi viaggi internazionali e da Francesco proprio negli Stati Uniti durante l’ultima tappa del suo lungo viaggio, a Philadelphia nel settembre 2015.
Al di là della politica della tolleranza zero messa in atto dalla Chiesa cattolica, restava ancora da decidere cosa fare con i Legionari di Cristo che, a dispetto della vergognosa, per usare un eufemismo, storia del loro fondatore, è tuttora tra le congregazioni religiose che hanno il maggior numero di vocazioni al mondo. Autore di numerosi abusi sui suoi seminaristi, Maciel, come racconta John Thavis, vaticanista di lungo corso, nel suo libro I diari vaticani (Castelvecchi), al momento della sua morte aveva almeno cinque identità diverse. “Come Raúl Rivas – scrive il giornalista – era l’amante di Norma Hilda e il padre di sua figlia a Madrid. Durante i suoi ultimi giorni in Florida – prosegue Thavis – i suoi segretari personali avevano ricevuto istruzioni di liquidare queste identità e i fondi fiduciari, le proprietà e i conti in banca a esse associati e sparsi in tutto il mondo, un patrimonio personale segreto stimabile intorno ai trenta milioni di dollari”.
Prima che “nuestro Padre”, come Maciel veniva chiamato nella sua congregazione, morisse, al suo capezzale si presentarono la moglie e la figlia che si chiama anche lei Norma come la madre. Maciel non le fece allontanare e disse ai suoi assistenti: “Voglio stare con loro”. “La comparsa dell’amante e della figlia di Maciel – racconta Thavis – allarmò molto i suoi collaboratori, tanto che fu chiamato subito il quartier generale della Legione a Roma, e in breve tempo i dirigenti dell’ordine erano accalcati nella stanza di Maciel, a Jacksonville, assieme alle due Norma. E a un esorcista: qualche assistente di Maciel aveva ritenuto che questo improvviso rifiuto delle cose religiose potesse essere opera del diavolo. Verso la fine, Maciel rifiutò di confessare i suoi peccati disperando del perdono di Dio, e quando un fratello Legionario cercò di ungerlo con l’olio santo, gridò: ‘Ho detto di no!’”.
“Quando Benedetto XVI ha nominato il delegato pontificio dei Legionari – ha spiegato il cardinale Velasio De Paolis – aveva già emesso sul bollettino ufficiale un giudizio severo sull’operato del fondatore della Legione, ma non tale da distruggere la stessa realtà: se il Papa nomina un delegato, implicitamente nega che si debba dare un giudizio sostanzialmente negativo sulla stessa Legione. Lui stesso,- ha aggiunto ancora il porporato – all’inizio della bolla di nomina, dice: ‘Vi sono un gran numero di sacerdoti zelanti e impegnati nel cammino di santità’”. Un cammino lungo quello di profondo rinnovamento che ha visto come protagonisti i Legionari, che per sopravvivere nella Chiesa hanno dovuto rinnegare il loro fondatore. Al termine di questo non facile processo di purificazione, durato tre anni e mezzo, è stato redatto il nuovo testo delle costituzioni della congregazione. “Bergoglio – ha sottolineato De Paolis – è stato molto attento, molto vicino e vuole giustamente seguire il cammino che stiamo percorrendo, perché, queste sono le sue parole, ‘sente la grande responsabilità, come successore di Pietro, di accompagnare la vita religiosa e consacrata’”.
Un processo di purificazione che ha visto anche un importante mea culpa da parte dei Legionari di Cristo: “Chiediamo perdono per gli abusi di padre Maciel. Abbiamo considerato i comportamenti gravissimi e oggettivamente immorali di padre Maciel che hanno meritato le sanzioni che, a suo tempo, la Congregazione per la dottrina della fede giustamente gli ha imposto. Allo stesso tempo, vogliamo esprimere – proseguono i Legionari – il nostro profondo dolore per l’abuso di seminaristi minorenni, per gli atti immorali perpetrati verso uomini e donne, per l’uso arbitrario della sua autorità e dei beni, per il consumo smisurato di sostanze stupefacenti e per l’aver presentato come propri scritti pubblicati da terzi. Ci risulta incomprensibile l’incoerenza di essersi continuato a presentare per decenni come sacerdote e testimone della fede, mentre occultava questi comportamenti immorali. Tutti questi comportamenti noi li condanniamo con forza. Ci dispiace che molte vittime e persone da lui offese abbiamo atteso invano una richiesta di perdono e di riconciliazione da parte di padre Maciel. Noi oggi vogliamo esprimere a tutti loro la nostra solidarietà”.
Nelle conclusioni del capitolo generale dei Legionari c’è un’altra ammissione importante: “Riconosciamo oggi con tristezza l’incapacità iniziale di credere alla testimonianza delle persone che erano state vittime di padre Maciel, il lungo silenzio istituzionale e, posteriormente, i tentennamenti e gli errori di giudizio al momento di informare i membri della congregazione e le altre persone. Chiediamo perdono per queste deficienze che hanno aumentato il dolore e lo sconcerto di molti”. E, infine, la presa di distanza dal fondatore per il futuro cammino dei Legionari: “La congregazione ha già chiarito che non può proporre padre Maciel come modello, né i suoi scritti personali come guida di vita spirituale”.
39053 BOSTON-ADISTA. C’è chi lo ha saputo fin da quando era piccolo, ma aveva ricevuto dalla madre una devastante consegna del silenzio. C’è chi lo ha saputo in età più adulta, scoprendo una verità nascosta sotto il tappeto. C’è chi è roso dal dubbio, dal sospetto, ma non ha più la possibilità di sapere con certezza. C’è chi è stato allevato con amore e sollecitudine, ma nel segreto, e chi è stato ignorato ed evitato e costretto a tacere, pena la cessazione di qualsiasi aiuto. Sono i figli del “peccato”, uomini e donne nati da relazioni clandestine tra una donna e un prete, una legione ancora in larga parte nascosta e inconsapevole, diffusa ovunque sia presente la Chiesa, ma la cui consistenza sembra potenzialmente molto alta: su di loro, in una nuova coinvolgente inchiesta, fa luce Michael Rezendes, uno dei giornalisti del quotidiano Usa Boston Globe che, con il caso “Spotlight”, una quindicina di anni fa scoperchiò nella Chiesa cattolica il vaso di Pandora della pedofilia nel clero.
Non voluti, ignorati, dimenticati
Molte e dolorose le storie che sostanziano l’inchiesta. C’è Jim Graham, di Buffalo, che ha saputo solo a 48 anni, nel 1993, grazie all’aiuto di due zii, che quel padre che lo aveva cresciuto, distante e anaffettivo, non era il suo vero padre. A dargli la vita era stato un prete, Thomas Sullivan, della Congregazione degli Oblati, all’epoca già morto. Le sue richieste di conferma presso la sede romana non hanno avuto alcuna risposta, finora.
C’è Chiara Villar, 36 anni, di Toronto, che conosce la verità fin da quando era piccola, ma è stata obbligata a mantenere il segreto e a chiamare il padre, don Anthony Inneo, “zio”. «Tutto ciò che avrei voluto – afferma – è che mi portasse a prendere un gelato e mi dicesse: “Sono orgoglioso della mia bambina”». Sua madre, una esule cubana, all’inizio della relazione con il prete credette alla promessa dell’uomo di abbandonare il sacerdozio, e si trasferì nella rettoria della chiesa, dove fece da perpetua e organista. Dopo la nascita della bambina, fu chiaro che ciò non sarebbe mai accaduto. La madre le chiese di mentire, trattando il padre in pubblico come uno zio. Il peso del segreto lentamente compromise la sua integrità psichica, e arrivò all’autolesionismo. La sua ferita più grande, però, è quella lasciata dal padre, che l’ha sempre tenuta nascosta e ora, malato di Alzheimer, non la riconosce più.
Anche il diritto canonico tace
Il numero dei figli dei preti è ignoto. Tuttavia, osserva Rezendes, con più di 400mila preti diffusi nel globo, molti dei quali non osservano l’obbligo del celibato, la cifra potenziale può essere molto alta. Sul tema, ancora poco studiato, le poche cifre a disposizione sono quelle del libro di A. W. Richard Sipe, A Secret World, risalente ormai a 27 anni fa: Sipe vi afferma che il 30% dei preti ha una relazione stabile o occasionale con una donna, e che solo il 50% è fedele all’impegno del celibato. Vincent Doyle ha dato vita al sito Coping International, che offre supporto ai figli di sacerdoti come lui. Se anche solo l’1% dei preti del mondo avesse avuto un figlio, ha detto, si parlerebbe comunque di 4mila persone. Ma sono certamente molti di più: per Paul Sullins, prete e sociologo della Catholic University of America, il numero, solo negli Usa, potrebbe superare quello delle vittime di abusi da parte del clero, che ammontano a poco meno di 20mila: «È certo un impulso meno comune, per un maschio adulto – ha detto – cercare sesso con un minore piuttosto che con una donna». E in Irlanda, ad esempio, si tratta di un fenomeno talmente diffuso da aver originato dei cognomi (McEntaggart e McAnespi) che, in gaelico, significano “figlio del prete” e “figlio del vescovo”. «La gente sapeva, ma non parlava», ha detto al Globe il card. Diarmuid Martin di Dublino.
Di contro alla rilevanza del problema, la Chiesa non ha mai stabilito delle norme per un rappresentante del clero che diventi padre: nessuna istruzione per il supporto delle madri, spesso lasciate sole a allevare il figlio, né dei figli stessi, trattati come un problema da contenere piuttosto che come una vita da far crescere. Figli che, scossi dalla verità, non di rado cadono nella depressione o nell’abuso di sostanze e in pensieri suicidari. E così, il contributo che un prete-padre può dare alla crescita di un figlio resta continua a essere dipendente dalla sua “generosità” o dalla sua coscienza: il diritto canonico tace anche sulla responsabilità di un vescovo quando uno dei suoi preti diventa genitore. Nel migliore dei casi – e qualcuno ve ne è stato – il prete può essere un padre amorevole, ma in privato, nel segreto. In tanti, riporta Rezendes, hanno promesso alle loro compagne di abbandonare il sacerdozio, ma sono pochissimi ad averlo fatto; altri hanno sperato nell’abolizione prossima ventura dell’obbligo al celibato, e nell’attesa, tuttora vana, i figli sono cresciuti senza di loro. Troppo spesso non si sono assunti la responsabilità legale e finanziaria dei loro figli, e le madri non hanno intrapreso alcuna azione legale: nei casi esaminati dal Boston Globe, solo 2 donne su 10 lo hanno fatto, e 6 bambini su 10 non hanno ricevuto alcun sostegno finanziario dal padre. I preti che vi hanno provveduto, lo hanno fatto, spesso, a condizione che la loro identità restasse segreta. Una richiesta che a volte non era necessaria: le madri avevano un tale culto per l’uomo che consideravano rappresentante di Dio che non avrebbero fatto nulla per danneggiare la sua immagine.
L’uscita dall’ombra
Il fenomeno, lentamente, sta venendo in superficie. Tre anni fa, la Commissione dell’Onu per i diritti del bambino, preoccupata del fatto che i preti cattolici obbligassero le donne a restare in silenzio in cambio di assistenza economica, chiese al Vaticano di «definire il numero di figli di preti cattolici, scoprire la loro identità e prendere tutte le misure necessarie per garantire che i diritti di quei bambini fossero conosciuti e rispettati dai loro padri». Il termine concesso scade il primo settembre. L’ufficio del Vaticano presso le Nazioni Unite, rivela il Globe, ha chiesto a Doyle di incontrare il suo ambasciatore mons. Ivan Jurkovic, aggiungendo, senza aggiungere dettagli, di stare lavorando a una risposta.
Già da una trentina d’anni, tuttavia, la consapevolezza che si tratti di un problema sistemico è cresciuta. Lo provano i rapporti confidenziali di suor Maura O’Donohue e suor Mary McDonald che, negli anni ’90, riferirono al Vaticano il fenomeno delle suore abusate dai preti in Africa e in altre regioni del Terzo mondo (nel 1988 in Malawi un vescovo locale silurò i vertici di una congregazione religiosa che avevano denunciato la gravidanza di 29 suore; il settimanale statunitense National Catholic Reporter li pubblicò nel 2001, e anche Adista, vedi n. 24/01), affermando che in Africa il celibato comportava che un prete non si sposasse ma non che non avesse figli, e che era anche accaduto che le suore abusate e incinte fossero state costrette ad abortire. Il Vaticano derubricò la questione a fenomeno isolato, a casi eccezionali, invece di considerarne la portata. Ma gli episodi si moltiplicarono anche nelle alte sfere: come quello di Eamonn Casey, vescovo irlandese di Galway, che dovette dare le dimissioni nel 1992 dopo che Anne Murphy, americana, madre di suo figlio, scrisse un libro sulla vicenda; quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, che fu costretto a lasciare la guida della congregazione dopo le accuse di abusi e la rivelazione dell’esistenza di diversi figli da almeno due donne; quello del vescovo di Los Angeles Gabino Zavala che nel 2012 si dimise dopo aver comunicato di avere due figli adolescenti; la diocesi si assunse il carico del loro sostentamento.
Vincent Doyle, il fondatore di Coping International, irlandese, nel 2014 è andato a incontrare papa Francesco in piazza san Pietro. A 28 anni aveva scoperto che quel prete amorevole che chiamava “J.J.” e con cui aveva passato molta della sua infanzia era, in realtà, suo padre. Il suo progetto era nato da un gruppo chiuso su Facebook, che aveva coagulato lentamente una comunità di persone segnate dalla stessa storia, migliaia di persone: voleva dare al papa una copia della lettera che aveva scritto ai vescovi del suo Paese, un appello a farsi carico del fenomeno e delle esigenze dei figli dei preti.
Papa Francesco non gli ha mai risposto. Ma le sue iniziative non sono cadute nel vuoto: i vescovi irlandesi, che hanno finanziato il progetto di Doyle («Un figlio ha il diritto di conoscere suo padre e il padre ha obblighi verso suo figlio», ha detto il card. Martin), hanno emanato, il 29 maggio scorso, delle linee guida (“Principi di responsabilità riguardo ai preti che hanno figli durante il ministero”) che chiedono ai preti-padri di «assumersi le proprie responsabilità: personali, giuridiche, morali, e finanziarie», anche se non esigono l’abbandono del sacerdozio. Il card. Sean O’Malley, uno dei consiglieri del papa nonché presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha detto che la Commissione non si occuperà delle esigenze dei bambini dei preti: va oltre il mandato dell’organismo, ha detto, spiegando che esso «cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali». Tuttavia ha affermato che «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto, «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».
Il cardinale commenta il report del Boston Globe: «Se un sacerdote è padre, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio»
«Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio». Con queste parole il cardinale arcivescovo di Boston, Sean O’Malley, commenta i risultati dell’inchiesta pubblicata il 16 agosto scorso dal Boston Globe intitolata “I figli dei sacerdoti cattolici vivono nel segreto e nella tristezza”.
Il report – svolto, tra gli altri, da Michael Rezendes, uno dei giornalisti che lanciò anni fa con i colleghi la grande inchiesta sulla pedofilia del clero negli Stati Uniti, a partire dai casi di Boston, divenuta famosa in tutto il mondo grazie al film Premio Oscar nel 2016 “Spotlight” – parla del destino di numerosi bambini, figli di sacerdoti e dunque di relazioni non ammesse dalla Chiesa, che crescono nell’abbandono e nella solitudine.
Secondo il porporato, anche membro del C9 e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, il benessere di questi ragazzi «è la priorità più alta». «Al momento della loro ordinazione – spiega – i preti cattolici fanno una promessa di celibato nella Chiesa e si impegnano a servire così le persone. Se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».
O’Malley rivela inoltre che, già lo scorso anno, la Commissione da lui guidata aveva ricevuto delle lettere riguardanti casi di figli di sacerdoti, ma «dopo un’attenta valutazione» si è convenuto che il tema andasse oltre il mandato affidato all’organismo. «La Commissione – sottolinea il porporato – cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali».
Il team “Spotlight” del Boston Globe – quello del film – ha pubblicato la sua ultima inchiesta: sul celibato nella Chiesa cattolica e sui sacerdoti diventati padri
Il Boston Globe, storico quotidiano di Boston fondato nel 1872, ha pubblicato ieri l’ultima inchiesta di “Spotlight”, il suo team di giornalismo investigativo, uno dei più famosi al mondo. L’inchiesta, divisa in due parti (qui e qui), riguarda i figli dei sacerdoti cattolici, figli “illegittimi” visto che da nove secoli la Chiesa cattolica impone il celibato ai suoi sacerdoti: racconta la storia di alcuni di loro, di come sono venuti a sapere nel corso della loro vita di essere figli di preti, delle difficoltà e problemi che hanno dovuto affrontare e delle risposte che la Chiesa ha dato sul tema negli ultimi anni. L’inchiesta è stata molto ripresa anche per la notorietà ottenuta dal team investigativo del Boston Globe dopo l’uscita del film Il caso Spotlight, nel febbraio 2016, che tra le altre cose ha vinto l’Oscar come miglior film.
Michael Rezendes, autore dei due articoli del Boston Globe e membro del team Spotlight (nel film Spotlight è il giornalista interpretato da Mark Ruffalo), ha raccontato alla trasmissione CBS This Morning di avere cominciato l’inchiesta dopo essere venuto a conoscenza della storia di uno dei molti figli di sacerdoti negli Stati Uniti, Jim Graham, e di avere capito che non era un episodio isolato – un’eccezione, come sostiene la Chiesa da molti anni – ma di una situazione che probabilmente coinvolge migliaia di persone in tutto il mondo: «Capii che era una cosa sistematica e meritava tutta la mia attenzione», ha detto Rezendes. Gli articoli del team Spotlight partono da qui, dalla storia di Graham e dalle sue ricerche – iniziate ormai più di vent’anni fa – per scoprire qualcosa di più sul suo padre biologico.
Graham, ha raccontato il Boston Globe, passò la sua giovinezza e parte della sua vita adulta a chiedersi come mai quello che credeva essere suo padre – John Graham, proprietario di una pompa di benzina a Buffalo, nello stato di New York – lo detestasse così tanto. Nel 1993, quando i suoi genitori erano già morti, Graham tornò a Buffalo, dove incontrò i suoi zii per sapere la verità sul suo passato. Sua zia Kathryn tirò fuori una lettera di un ordine religioso cattolico: mise il dito sulla fotografia che ritraeva un uomo calvo, con lo sguardo triste, che indossava il collarino ecclesiastico, il collarino bianco dei preti: «Solo i tuoi genitori lo sanno per certo, ma quest’uomo potrebbe essere tuo padre». Quell’uomo era il reverendo Thomas Sullivan, che si era laureato al Boston College e che poi aveva studiato da sacerdote a Tewksbury, in Massachusetts. Tempo dopo Graham venne a sapere che quello che aveva creduto per molto tempo essere suo padre, John Graham, aveva scoperto che sua moglie lo aveva tradito con Sullivan, e per questo voleva il divorzio: «Assomigliavo così tanto a mio padre [a Sullivan], devo essere stato [per John Graham] un costante ricordo dell’uomo che gli aveva portato via la moglie».
Oggi Graham sta ancora aspettando la conferma ufficiale che suo padre fosse Sullivan.
Un’alta storia molto intensa raccontata dal Boston Globe è quella di Chiara Villar, una donna di 36 anni che vive nella periferia di Toronto, in Canada. Villar sa di essere figlia di un prete da quando era molto piccola, ma sua madre le ha sempre detto di riferirsi a lui solo come a uno zio: «Mi chiedevo perché non poteva essere mio padre, così ho cominciato a sentirmi in colpa». La madre di Villar, Maria Mercedes Douglas, incontrò Anthony Inneo all’inizio degli anni Settanta a Buffalo. Douglas non sapeva che Inneo era un sacerdote; quando l’aveva conosciuto non indossava il collarino bianco. Dopo essere tornata a Madrid per un periodo, Douglas andò di nuovo a Buffalo, dove aveva degli amici, e iniziò una relazione con Inneo. Quando Inneo le disse di essere un sacerdote, Douglas non ci poteva credere: «Sembrava uno scherzo di cattivo gusto», ha raccontato al Boston Globe. I due continuarono comunque la loro relazione e Inneo le promise che avrebbe lasciato presto il sacerdozio. Poi, un giorno, lei scoprì di essere incinta: «Fu uno shock. Non sapevo cosa fare». Lo disse a Inneo, ma lui rispose che non era ancora pronto a lasciare la sua vita religiosa. Lei cominciò a credere che non l’avrebbe mai fatto.
Fin da quando era piccola, Chiara Villar – la figlia di Douglas e Inneo – sapeva la verità sul padre, ma non poteva dirla a nessuno: «Non penso che loro [i miei genitori] capissero il trauma psicologico che mi avrebbe provocato il fatto di dirmi che dovevo mentire», ha raccontato Villar. Negli anni successivi Inneo andò regolarmente a vedere sua figlia, con la quale aveva un ottimo rapporto, ma Villar era costretta a continuare a mentire: «In privato lui era mio padre, ma in un attimo, quando uscivamo dalla macchina di mia madre, era una cosa tipo, “Ok, Chiara, che Dio ti benedica”. Era tutto un Dr. Jekyll e Mr. Hyde». Quando fu più grande, Villar cominciò a sentirsi in colpa e a considerarsi non meritevole dell’amore di suo padre: cominciò a farsi regolarmente dei tagli sul corpo. Villar non ebbe mai la possibilità di avere una relazione normale e pubblica con suo padre: dopo che Inneo si ammalò di Alzheimer, la sua famiglia lo mise in una casa di cura senza dirle niente. Lei trovò l’indirizzo e andò a trovarlo, ma la malattia era già in fase avanzata e lui non la riconobbe: «Mi ha nascosto tutta la sua vita e poi si è ammalato di Alzheimer, e mi ha dimenticata», ha raccontato Villar al Boston Globe.
Il Boston Globe ha scritto che probabilmente ci sono migliaia di figli di sacerdoti in tutto il mondo: Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, Stati Uniti e molti altri paesi, dovunque ci sia la Chiesa cattolica (quindi ovviamente anche in Italia). Il numero esatto non si può sapere, ma negli ultimi anni molti di loro sono entrati in contatto grazie a un sito internet creato da Vincent Doyle, figlio di un prete cattolico irlandese che ha scoperto la verità sulla sua famiglia quando aveva 28 anni. Grazie al sito, che si chiama Coping International, Doyle ha conosciuto decine di figli di preti, tra cui molte persone che a causa della loro storia – a volte perché costrette a mentire, altre per la mancanza di un sostegno finanziario da parte del padre biologico – hanno avuto problemi psicologici ed economici. Doyle ha anche cercato di rivolgersi direttamente al papa. Nel giugno 2014 andò a San Pietro per assistere alla messa della domenica: quando papa Francesco passò davanti a lui, gli baciò l’anello e gli diede una lettera tradotta in spagnolo che parlava della situazione dei figli dei sacerdoti. A Doyle sembrò che il papa leggesse il primo paragrafo della lettera: «Aveva uno guardo sincero e profondo sul suo viso. Poi strinse la lettera vicino al cuore e disse: “Sì, sì, la leggerò”». Doyle però non ricevette mai una risposta. Nel frattempo la Chiesa cattolica continuò a trattare i figli dei sacerdoti come situazioni negative ma “eccezionali”, minimizzando la dimensione del fenomeno.
Il diritto canonico, il sistema di leggi, regole e principi che la Chiesa usa per governare il mondo cattolico, non spiega come dovrebbe comportarsi la Chiesa nel caso in cui un sacerdote faccia dei figli. Il contributo economico alla madre del bambino dipende dalla generosità del sacerdote, non esiste nessun obbligo:
«Alcuni sacerdoti nei casi analizzati dal Globe hanno preso le loro responsabilità seriamente. Sono padri devoti, anche se in privato. Alcuni hanno promesso alle donne madri dei loro figli che avrebbero lasciato il sacerdozio, ma pochi l’hanno fatto; altri le hanno confortate dicendo che sarebbe stato solo questione di tempo prima che la Chiesa abbandonasse l’obbligo del celibato, decisione che però papa dopo papa, compreso papa Francesco, non è mai stata presa.»
In molti casi i sacerdoti non hanno assunto la responsabilità finanziaria o legale per i loro figli. Dei 10 casi analizzati approfonditamente dal Boston Globe, solo due madri hanno deciso di rivolgersi a un tribunale per ottenere un qualche tipo di sostegno per i loro figli, mentre tutte le altre hanno lasciato che fosse il padre a decidere quanto dare ed essere presente. In altri casi, ha scritto il Boston Globe, non c’è stato nemmeno bisogno che il sacerdote chiedesse segretezza: le madri profondamente cattoliche lo considerano non solo come il padre dei loro figli, ma anche come un rappresentante di Dio. Questo ha fatto sì che le donne vittime di abusi sessuali siano state riluttanti a riportare alle autorità quello che era successo, perché si assumevano spesso la colpa della violenza.
Negli ultimi anni sono stati pochi i leader della Chiesa cattolica che hanno parlato della situazione dei sacerdoti con figli. Uno di loro è stato l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, che tra le altre cose ha aiutato Doyle a lanciare il suo sito, Coping International. Martin ha detto: «Un bambino ha il diritto di conoscere suo padre e ogni padre ha obblighi fondamentali nei confronti di suo figlio o sua figlia». Di recente la Conferenza episcopale dei vescovi irlandesi ha approvato delle linee guida che chiedono a ogni sacerdote con figli di «affrontare le proprie responsabilità personali, legali, morali e finanziarie», ma non chiedono la rinuncia al sacerdozio. Doyle sperava che una decisione simile fosse presa anche dal Vaticano, ma le cose sono andate diversamente. Il cardinale Sean O’Malley, importante consigliere di papa Francesco e capo della Commissione pontificia per la protezione dei minori, ha scritto un breve comunicatosulla questione in risposta all’inchiesta del Boston Globe. In un passaggio si legge che ciascun sacerdote che ha fatto un figlio ha «un obbligo morale di farsi da parte dal sacerdozio e provvedere alla cura e ai bisogni della madre e del figlio». O’Malley ha aggiunto che la commissione che guida non si occuperò di queste situazioni, perché andrebbero oltre il suo mandato.
Tre anni fa, la commissione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino ha parlato dei casi in cui sacerdoti cattolici avevano costretto le donne incinte dei loro figli a rimanere in silenzio per evitare lo scandalo, in cambio di sostegno finanziario. La commissione aveva chiesto al Vaticano di dire quanti fossero il numero dei bambini figli di sacerdoti, aveva chiesto di scoprire chi fossero e di prendere tutte le misure necessarie per assicurare che i diritti di questi bambini venissero garantiti. Il Vaticano dovrà farlo entro l’1 di settembre di quest’anno.
Il cardinale George Pell, tra i maggiori consiglieri di Papa Francesco, è tornato alla sua nativa Australia il 10 luglio per affrontare delle accuse relative ad abusi sessuali a suo carico. Non sono stati resi noti né i termini delle accuse né i denunciatori, mentre il cardinale continua ad affermare che si tratta di un “attentato alla reputazione”. Il suo caso sarà dibattuto dalla corte australiana.
Non è la prima volta che la chiesa cattolica è stata coinvolta in accuse di abusi sessuali. (l’ultimo caso è scoppiato proprio in questi giorni e riguarda presuntiabusi compiuti sui bambini del coro di Ratisbona, diretto dal fratello dell’ex papa Ratninger ndr.)
Anche se alcune riforme nella chiesa cattolica degli Stati Uniti hanno reso obbligatorio ai sacerdoti di riferire i casi di abuso sessuale,nel resto del mondo c’è ancora molto lavoro da fare.
Dal mio punto di vista di studioso della religione cattolica, una delle sfide da vincere per affrontare il problema è la stessa gerarchia ecclesiastica. È ancora difficile far sì che gli alti prelati si assumano responsabilità, sia per i misfatti compiuti da loro sottoposti che per quelli a carico di loro stessi.
La struttura della chiesa
Al vertice della gerarchia della chiesa cattolica c’è il Papa. È considerato il successore dell’apostolo Pietro, al quale Cristo disse: “Sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia chiesa”. Per i cattolici il Papa è la grande “pietra” che garantisce alla chiesa fondamenta salde. Il Papa parla in modo infallibile, “senza errore” dal punto di vista della dottrina. Non è però infallibile quando si tratta di decidere qualcosa di personale, come ad esempio da chi ottenere consigli.
Al di sotto del papa ci sono i vescovi, che lo servono come i 12 apostoli originari seguirono Gesù.
Ci sono anche i cardinali, designati dal papa: solo loro possono designare il suo successore. I cardinali governano inoltre la chiesa durante la vacanza tra un papa e l’altro. I cardinali sono un livello superiore a quello dei vescovi, quindi non tutti i vescovi sono cardinali. Tutti i cardinali sono oggi vescovi, anche se in passato ci sono state delle eccezioni. George Pell è sia vescovo sia cardinale, oltre ad essere al terzo posto nella gerarchia vaticana.
La struttura gerarchica della chiesa cattolica assomiglia a quella militare, con i suoi alti livelli di controllo sulla sua amministrazione. Nella percezione propria del mondo cattolico, la “chiesa” non è però solo un ente burocratico, ma anche una sacra istituzione voluta da Dio.
I preti e l’obbedienza
I preti occupano il più basso livello della gerarchia. Quando sono ordinati, offrono ai loro superiori i voti di castità, povertà e obbedienza. Normalmente i preti sono soggetti all’autorità del vescovo locale, la cui area amministrativa è chiamata “diocesi”.
Mentre in molte nazioni i sacerdoti sono obbligati sia dalla legge ecclesiastica sia da quella civile a denunciare gli abusi sessuali alle commissioni ecclesiastiche e alle autorità giudiziarie, c’è ancora una cultura del diniego e dell’omertà che impedisce alle accuse di essere pienamente investigate. Un documento vaticano del 1962 istruiva i vescovi a mantenere il più stretto segreto nei casi di abusi sessuali, e di considerare l’abuso sessuale, o “istigazione” come una faccenda interna alla chiesa, e non un reato da riferire alle autorità locali.
Malgrado Papa Francesco abbia nominato una commissione con il compito di analizzare i problemi e promuovere la soluzione dei casi arretrati, non ha ancora stabilito un protocollo per gestire le accuse di abuso sessuale nella totalità della chiesa cattolica. Ha però indicato delle linee guida per rimuovere dalla loro carica i vescovi che si siano rivelati “negligenti” nel segnalare casi di abuso. Nonostante ciò, vari commentatori sostengono che questi provvedimenti non siano sufficienti.
L’abuso sessuale è ignorato
C’è una lunga storia di protezione dei maggiori leader cattolici dalle accuse loro rivolte di abuso sessuale, e questo è un fatto.
Quando nel 1995 alcune indagini portarono alla luce che il cardinale austriaco Hans Hermann Groer aveva molestato monaci e scolari, questi abusi sessuali furono minimizzati come “ragazzate” dal vescovo Kurt Krenn. Così come fu rivelato che le vittime avessero ricevuto denaro in cambio del loro silenzio. Le accuse di abusi sessuali a carico del cardinale Groer furono poi confermate.
Un altro caso, i cui fatti risalgono alla fine degli anni Quaranta, rivelò come Marcial Maciel, il fondatore dell’ordine religioso dei Legionari di Cristo, fosse un molestatore sessuale seriale. Quando furono per la prima volta sollevate le accuse contro Maciel, Giovanni Paolo II le ignorò. Joseph Ratzinger, confidente di Giovanni Paolo II e suo successore, osservò: “Nessuno può mettere sotto processo un amico così intimo del papa”. Anche se Maciel fu infine punito (con la pena della rinuncia a ogni ministero pubblico l’imposizione di una vita riservata di preghiera e di penitenza ndr.) all’elezione di Ratzinger come Papa Benedetto XIV, Maciel evitò di essere incriminato fino alla sua morte, avvenuta nel 2008.
Negli Stati Uniti il cardinale Bernard Law, che durante il suo mandato dal 1984 al 2004 protesse prelati colpevoli di abuso nell’arcidiocesi di Boston, scampò a sua volta alle azioni legali. Law fu addirittura promosso a capo di una delle chiese più famose del mondo cattolico, Santa Maria Maggiore a Roma.
Segnalazioni scomode
In tutti questi casi, la struttura gerarchica della chiesa non ha favorito che questi alti esponenti del clero fossero consegnati alla giustizia. Quando ai propri superiori si deve la massima obbedienza, la soglia da superare per agire contro questi ultimi è molto alta. I superiori possono, allo stesso modo, proteggere i prelati di grado minore colpevoli di abuso.
Nella chiesa cattolica, la presunzione di integrità va di pari passo con i livelli più alti della gerarchia. È spesso difficile credere che un vescovo possa commettere o coprire un crimine così terribile come lo stupro o l’abuso sessuale. Inoltre, dato che la chiesa cattolica è un’istituzione divina necessaria alla salvezza, ci sarà quindi anche chi proteggerà ad ogni costo la sua reputazione.
C’è però stato un giro di boa. Il momento chiave che ha portato alle dimissioni del cardinal Law è stata una lettera, firmata da 58 preti, che chiedeva appunto le sue dimissioni.
Un momento decisivo: l’incriminazione di Pell
Il compendio della confessione cattolica, “Il Catechismo della Chiesa Cattolica” osserva che la “santità” della chiesa è “reale”, ma allo stesso tempo “imperfetta.” In altre parole, la chiesa è composta da esseri umani, con i loro limiti. Da questo punto di vista il problema non è certo la gerarchia in sé, ma il modo in cui i suoi superiori abusano del potere.
Benché i cattolici siano consapevoli della “umanità” della chiesa, le accuse al cardinal Pell sono state traumatiche per i molti cattolici che si aspettavano integrità dai propri leader.
Il caso del cardinal Pell è un ulteriore esempio di come la chiesa cattolica stia lottando per affrontare l’abuso sessuale nelle sue stesse fila. La sua accusa segna un punto importante, perché si tratta del più alto esponente della gerarchia ecclesiastica coinvolto in accuse penali.
Indipendentemente da come la vicenda si concludeà, credo che la statura internazionale del cardinal Pell possa aiutare, in quanto esempio decisivo, a sviluppare da parte della chiesa cattolica nella sua accezione più globale un approccio coerente all’abuso sessuale.
*Professore associato di Religione, College of the Holy Cross, Worcester, Massachusetts (Usa).
UNA MOTO PER SÉ, un’auto per l’amico e per la madre un intervento chirurgico. Poi viaggi e cene. Don Lucio Sinigaglia, parroco del padovano, è stato scoperto a dilapidare migliaia di euro prelevati dal lascito alla Caritas di un facoltoso farmacista.
Poco più a est, don Angelo Lazzarin è stato allontanato dalla sua parrocchia a Chioggia dopo che un marito geloso ha messo un investigatore dietro alla moglie e ha scoperto che se la spassava proprio con il prete.
Don Stefano Maria Cavalletti I ‘hanno invece beccato a Milano, mentre si faceva a un coca party.
A Napoli, don Mario d’Orlando non s’è più visto in circolazione dopo le accuse di aver partecipato a festini gay organizzati sulla chat “Reverendis”.
E poi c’è il lungo elenco di preti pedofili, come don Massimo Iuculano, ex direttore dell ‘Istituto salesiano Sacro cuore di Gesù di Vercelli condannato a cinque anni di carcere perchè invitava gli studenti in un’ aula, li depilava, li massaggiava con olio, prima di costringerli a palpeggiamenti e sesso orale. Dove ha trascorso don Iuculano gli arresti domiciliari in attesa che la giustizia arrivasse a sentenza?
E i sacerdoti che hanno fatto scandalo senza commettere reati, che fine hanno fatto una volta scomparsi da parrocchia e pagine di giornale?
Fq Millennium è in grado di aprire uno squarcio nel segretissimo mondo dei centri dove la Chiesa rinchiude i suoi peccatori. Per nasconderli agli occhi dei fedeli, cercando di curarli e di rieducarli. «Con pratiche discutibili», racconta una psicoterapeuta che per anni ha lavorato a contatto con una di queste strutture. Ed è «la sofferenza» il ricordo più vivido di un sacerdote costretto al percorso di recupero per preti gay, sotto il ricatto economico: “O ti adegui al volere dei superiori, o ti ritrovi da un giorno all’altro in mezzo alla strada senza stipendio». Ma raccogliamo anche la testimonianza del sacerdote cascato in un giro di droga che dopo gli anni di “confino” si è rialzato ed è stato riabilitato: «Nella casa di recupero ho imparato ad avere consapevolezza dei miei problemi e a volermi bene».
IL SILENZIO DELLA CHIESA
La Chiesa continua a tacere. Alle domande oppone solo un imbarazzato silenzio. «Preti in difficoltà», li definisce il verbo ufficiale. Pastori di anime caduti in disgrazia su cui intervenire senza fare rumore. Da un lato il percorso terapeutico che dovrebbe avere come fine la salute e il recupero del paziente. Dall’altro è prioritario ripararsi il più possibile dagli scandali. <Fuori non si deve sapere nulla di quanto accade dentro”, è una delle prime cose che racconta a Fq Millennium la criminologa e psicoterapeuta che in passato ha collaborato con i padri Venturini, una congregazione che gestisce due centri per preti in crisi, la Casa Madre di Trento e Villa iride a Verbania. Fino a pochi mesi fa ha avuto come pazienti alcuni sacerdoti accusati di pedofilia inviati dalla Curia di Milano. Convincerla a parlare è dura, teme ritorsioni, pretende l’anonimato. «Ai primi incontri ero obbligata a vederli alla presenza dei difensori. Una seduta di psicoterapia non dovrebbe funzionare cosÌ, ma i superiori del prete dovevano essere certi che di me ci si potesse fidare».
A un certo punto su uno dei casi rischiano di accendersi i riflettori dei media. La soluzione? Spedire il prete da un giorno all’altro in Umbria, a Città di Castello. Dove due sacerdoti della congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso gestiscono sotto il più stretto riserbo un’altra di queste case: Villa Sacro Cuore. «Avevo in cura quel paziente da anni e con lui avevo raggiunto ottimi risultati», ricorda la psicologa. «L’hanno mandato lì per più di un mese, senza che nessuno si facesse una chiacchierata introduttiva con me. Sono intervenuti a gamba tesa nel percorso terapeutico. Niente di più sbagliato, sia dal punto di vista clinico che deontologico».
Ed ecco le conseguenze: «Quando il sacerdote è tornato da me, era evidente dai suoi racconti che avevano tentato di forzarne la volontà, giocando sui sensi di colpa. Ma la psicoterapia ha come fine quello di rendere il paziente più consapevole di chi è veramente, non di manipolarne la volontà. Sono arrivati a mettergli in testa di essere omosessuale, quando è un pedofilo del tutto eterosessuale. Risultato, uno stato di confusione e la messa in discussione del lavoro fatto nel corso di un paio d’anni».
Chiedere conto di questo a padre Aurelio Del Prado, religioso spagnolo responsabile del programma formativo e terapeutico di Villa Sacro Cuore, non porta a nulla: «Non voglio esprimermi su quanto detto da un’altra persona. Siamo professionisti seri e responsabili, che usano le tecniche oggi vigenti e contenute nei protocolli internazionali. Per il resto preferiamo non dare notizie a nessuno», è il poco che gli si riesce a strappare.
Con lui collabora Pierluigi Imperatore, psicologo e psicoterapeuta esterno che, tra le altre cose, è esperto in programmazione neurolinguistica, una tecnica parascientifica utilizzata in diversi ambiti, tra cui il marketing. Tanto che a scorrere il passato di Imperatore, lo si ritrova tra i soci e consiglieri della Crs International Network, una società di multilevel marketing fallita nel 2003 che con il crollo della sua struttura di vendite a piramide ha lasciato a bocca asciutta molti cittadini che si erano fidati.
Dopo due telefonate chiuse in faccia e un sms, Imperatore liquida come «sgradevole e inelegante» il riferimento a «mie questioni personali superate». Sulle tecniche terapeutiche si limita a scrivere: «La mia dimensione professionale non mi consente, neanche se lo volessi, di interloquire su questioni naturalmente riservate e relative a terzi». Poi silenzio.
SVUOTARE LA MENTE
Giornate che iniziano presto, quelle a Villa Sacro Cuore. Sveglia all’alba, le preghiere prima di colazione. Poi l’inizio delle attività che al lavoro manuale e alle ore di studio alternano le sedute di psicoterapia, sia individuali sia di gruppo. Tra le tecniche utilizzate c’è la mindfulness, con la quale il paziente viene fatto rilassare e portato in una condizione di svuotamento mentale simile alla meditazione. <<È in quel momento che al mio ex paziente venivano inculcate idee piuttosto discutibili», prosegue la psicologa. «Se usata cosi, questa tecnica può portare a scompensi seri. So che venivano frammischiate parabole evangeliche con la meditazione, al solo fine di “riprogrammare” il cervello e i pensieri dei malcapitati, probabilmente nel tentativo di assicurarsi che non commettessero altri atti criminali. Ma senza consentire loro di arrivare a una presa di coscienza autentica». Villa Sacro Cuore «è una bolgia», arriva a dire sulla base dei racconti dell’ex paziente. «Un insieme di preti con patologie e disagi diversi, chiusi lì tutti insieme, in una situazione che rischia di accentuare i loro problemi».
Poco dopo la villa dei misteri, la strada si trasforma in polveroso sterrato. La recinzione a rete lascia il giardino libero alla vista: maglietta bianca e barba lunga ma ben curata, uno degli ospiti è chino su un tavolo a scrivere. Per il resto i contatti con l’esterno sono ridotti al minimo. A un certo punto, dopo un paio d’ore di passeggiata nei dintorni con una Canon al collo, a controllare chi scrive arrivano addirittura i carabinieri. Eppure gli interni cosi gelosamente custoditi fanno bella mostra in un video su YouTube: il refettorio con la tavolata a ferro di cavallo, la cappella scarna, il laboratorio dove gli ospiti dipingono, una sala con una fila di tappetini per terra. In sottofondo, musica religiosa. Forse un messaggio promozionale. Il video è stato postato da padre Quinto Tornassi, il sacerdote che ha in mano le questioni economiche e pratiche della casa. Provare a chiedergli una spiegazione è impossibile, visto che al citofono non hanno intenzione di passarlo: «Siamo una comunità di sacerdoti che vivono un’ esperienza spirituale e non vogliamo essere disturbati da nessuno. Non siamo interessati a che si sappiano le cose nostre».
Anche le gerarchie ecclesiastiche sono sempre state parche di dettagli. La villa, un edificio di quattro piani che risale alla seconda metà dell’Ottocento, è un vecchio seminario. Nel maggio 2011 l’annuncio del vescovo di Città di Castello, Domenico Cancian: «Villa Sacro Cuore sarà riservata ai preti malati o in difficoltà. L’attività è condivisa e sostenuta dalla Conferenza episcopale italiana». Parole che dicono per non dire. E così quando in città si viene a sapere che li dentro finiscono pure i sacerdoti che hanno abusato di minori, inizia a girare un volantino anonimo. Un anno fa l’associazione delle vittime di preti pedofili Rete l’ABUSO riceve una lettera in cui si chiede di rendere pubblico che nella villa vivono «pedofili, omosessuali, alcolizzati e quant’altro ( … ). È cosa buona e giusta che questi individui si mettessero una macina al collo e si buttassero a mare». Sono parole riprese da Gesù, ma suonano dure se a scriverle è quel «gruppo di preti della diocesi di Città di Castello» che si intesta il messaggio.
La congregazione dei Figli dell’ Amore Misericordioso, a cui abbiamo detto appartenere il vescovo Domenico Cancian, non è l’unica a occuparsi di preti con problemi. La questione è esplosa in Vaticano da quando, una decina di anni fa, iniziarono a emergere pure in Italia diversi casi di pedofilia, dopo gli scandali venuti a galla negli Stati Uniti grazie agli scoop del The Boston Globe raccontati in Spotlight. Quale sia il coinvolgimento della Conferenza episcopale italiana non è dato saperlo. L’ufficio stampa risponde che la gestione delle case per sacerdoti in difficoltà non è riconducibile agli Uffici o ai Servizi pastorali della Cei. Se ne occupano alcune congregazioni religiose che hanno questo tipo di attività come elemento peculiare del proprio carisma». Tra queste ci sono i già citati padri Venturini, pionieri nell ‘accoglienza di sacerdoti da recuperare, ai quali mettono a disposizione le loro strutture di Trento e Verbania. Al confine tra Roma e Pomezia hanno invece sede l’Oasi di Elim e il Monte Tabor, due centri gestiti dall ‘associazione di fedeli laici.
Apostolato Accademico Salvatoriano insieme ai religiosi del santuario del Divino Amore che – secondo quanto si legge sul sito – hanno il supporto della Cei e della diocesi romana. Un anno fa papa Francesco ha visitato la comunità di Monte Tabor, incontrando gli otto ospiti nella cappella. Del loro colloquio è trapelato ben poco. La visita è stata resa pubblica, ma il velo di riservatezza è rimasto intatto.
Dall’annuncio del vescovo Cancian su Villa Sacro Cuore sono passati sei anni. Contattarlo, però, è inutile: «Sono cose private, non ho intenzione di parlarne con voi». Nel centro di solito vivono dieci-quindici preti, alcuni agli arresti domiciliari. Come don Giovanni Desio, parroco del ravennate venuto alla ribalta la prima volta nel febbraio del 2014 per essere finito con il suo Suv in un canale, completamente sbronzo. Poi sono emersi abusi su quattro ragazzini tra i 12 e i 15 anni. Prima della riduzione in stato laicale e della condanna definitiva in Cassazione che lo scorso novembre lo ha spedito dietro le sbarre, don Desio ha passato un po’ di tempo a Villa Sacro Cuore. Così come il citato salesiano don Iuculano. Mentre a Trento, alla Casa Madre dei Venturini, a inizio anno è stato nascosto don Andrea Contin, il parroco a luci rosse di San Lazzaro a Padova, che dopo la denuncia di una ex amante per sfruttamento della prostituzione e violenza privata ha confessato diversi incontri di sesso estremo avvenuti in canonica, tra orge e video hard con donne e uomini, compresi altri tre sacerdoti.
RIABILITATO IN DUE ANNI
Fq Millennium è riuscito a parlare con un prete “riabilitato” dopo più di due anni passati dai Venturini. Tutto era iniziato così: «Il superiore mi ha chiesto se non avessi nulla da riferirgli. Poi mi ha detto che il giorno dopo sarei dovuto partire». Allontanato dalla sua parrocchia all’improvviso, senza che ai fedeli venisse comunicato nulla, dietro garanzia di anonimato ripercorre la sua storia dal punto in cui le cronache hanno smesso di raccontarla. Lo chiameremo don Lorenzo, lungo la camminata che dalla canonica ci porta al bar della piazza principale per un caffè, e poi fino all’ufficio dove il sacerdote svolge parte delle sue nuove mansioni. «Dal mio superiore non ho sentito quell’amore e quella comprensione che predica il Vangelo. Avrei preferito affrontare il momento di difficoltà nella mia parrocchia. E assumermi lì le mie responsabilità, davanti alla comunità». Ma don Lorenzo viene allontanato » ancora prima che i giornali raccontino la vicenda di droga in cui è implicato, grazie a una comunicazione degli investigatori al vescovo.
L’accordo di Villa Madama del 1984, che ha sostituito il Concordato del ’29 tra Stato italiano e Santa Sede, prevede che la nostra autorità giudiziaria avvisi quella ecclesiastica qualora venga aperto un procedimento su un sacerdote. In ogni caso a don Lorenzo la giustizia non contesterà nulla: semplice consumatore. Ma a quel punto lui è già stato parcheggiato per qualche mese in una comunità isolata, per poi finire a Trento. Ma che cosa prevede il diritto canonico in casi come questi? I giudici, cioè i vescovi, godono di una certa discrezionalità: «Non è rigido come le nostre leggi secolari», spiega Alessandro Cesarani, ricercatore di Diritto ecclesiastico e canonico ali ‘Università degli studi di Milano. «Il fine ultimo del codice è la salvezza delle anime. E se il vescovo ritiene che per questo sia meglio non applicare una norma, può farIo».
«Ci ho messo un po’ a trovare una nuova diocesi», continua don Lorenzo. «Qui il vescovo mi ha accolto a tre condizioni: che entrassi in punta di piedi, che ottenessi il permesso dei miei superiori e soprattutto che una relazione garantisse l’ultimazione del mio percorso dai Venturini». Da loro dice di essersi trovato bene: «Sono arrivato a riconoscere le mie difficoltà e a riacquisire fiducia in me stesso. A volermi bene». Un incontro alla settimana con il padre spirituale, uno di psicoterapia individuale e uno di psicoterapia di gruppo. Per il resto giornate scandite da preghiera, studio, attività manuali, un’ ora di camminata a contatto con la natura. Dice di essere riuscito a ripartire, Don Lorenzo. Non sempre finisce così. «Un sacerdote dopo aver passato diverso tempo a Città di Castello è stato ridotto allo stato laicale. In mezzo alla strada, senza più lo stipendio>.
E siamo arrivati allo sterco del demonio. «Il primo strumento che la Chiesa usa per bloccarti o importi le sue scelte è di tagliarti lo stipendio. Casi se hai già una certa età, preferisci andare in questi posti che chiamano “di recupero”, ti subisci il tuo anno di terapia e te ne tomi buono buonino facendo quello che facevi prima. Magari stando solo attento a scopare’ di nascosto, senza lasciare tracce». Mario Bonfanti è un ex sacerdote che non ha voluto rinnegare la propria omosessualità. Era vice parroco nella diocesi sarda di Ales-Terralba, quando dodici anni fa l’allora vescovo Giovanni Dettori cercò di imporgli un periodo di “riflessione” alla Casa Madre di Trento: <Io non ho problemi con la mia omo-sessualità», gli ho risposto. «Se i problemi ce li ha lei, ci vada lei lassù». Dopo una serie di scontri, ha chiesto di essere cancellato dalla lista dei presbiteri per uscire dalla Chiesa. «Se non sei corazzato e non hai gli strumenti per far fronte a tutto questo, ti adegui alle loro decisioni, facendo una doppia vita o rischiando di cadere in depressione».
di Luigi Franco per Fq Millennium n. 3 del luglio 2017
Ancora uno scandalo scuote il Vaticano, è il turno del cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia, membro del C9 (il gruppo di nove cardinali che coadiuvano Francesco nella riforma della Curia) e uomo di fiducia di Bergoglio che lo ha voluto tra i suoi fedelissimi, oggi accusato dalle autorità civili non solo di aver insabbiato casi di pedofilia quando era in Australia, ma addirittura incriminato per aver commesso lui stesso abusi su minori.
Nello speciale di Federico Tulli che trovate su LEFT di sabato 7 luglio 2017
Anche se oggi, nell’intento di smorzare quelle che sono state le incoerenti e difficilmente giustificabili scelte di Bergoglio dal Vaticano si grida “al complotto”, va ricordato che le accuse di insabbiamenti nei confronti di Pell non sono una novità recente. Già nel febbraio del 2016 fu ascoltato proprio a riguardo dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child sexual abuse, oggi viene semplicemente formalizzata anche l’incriminazione per pedofilia.
Definire un papa che ha promesso ai quattro venti di fare pulizia e riforme concrete al grido della “tolleranza zero” contro i pedofili e contro coloro che hanno insabbiato casi, che consapevolmente si circonda di personaggi a dir poco chiacchierati sia vittima di un improbabile complotto è un’offesa all’intelligenza umana, altro che complotto al papa, questo è un complotto contro il diritto dei cittadini a una corretta informazione.
Vogliamo parlare in modo onesto di complotto?
Bene parliamo di quello fatto da Bergoglio ai suoi stessi danni allora, perche tra le figure a dir poco ambigue di cui la stampa parla poco stando ben attenta a separare i casi per non dare un quadro troppo completo della situazione, non c’è solo Pell e il nuovo prefetto della C.D.F. Francisco Ladaria Ferrer, altro fidatissimo scelto personalmente da Bergoglio e chissà, magari in futuro oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni dell’operato del pontefice.
Di Ladaria si è subito detto delle gravi accuse di aver insabbiato un caso, quello di don Gianni Trotta, motivo già più sufficiente se si volesse dare almeno una parvenza di coerenza e di serietà con la “tolleranza zero” tanto acclamata, per non metterlo a capo proprio di quell’organo (la Congregazione per la Dottrina della Fede) che ha il compito di giudicare i preti abusatori. Ma anche qui l’informazione è scarna e incompleta perchè il passato di Ladaria non è stato “valorizzato” quanto si dovrebbe.
Non si è detto per esempio che Ladaria non è nuovo alla C.D.F., in passato ne fu il segretario e non era la prima volta che aveva a che fare con casi di pedofilia e i relativi silenzi.
Un altro caso passato anche per le sue mani, è quello del sacerdote della diocesi di Savona, don Nello Giraudo, di cui Ladaria si occupò nel 2010. (vedi allegato a destra)
In quella occasione il vescovo inadempiente si chiamava Domenico
Calcagno, oggi promosso cardinale e meglio conosciuto negli ambienti vaticani come il cardinale Rambo, per via della sua passione per le armi.
Anche lui è un altro fedelissimo di Bergoglio tutt’ora alla presidenza dell’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
Chissà un domani, anche lui probabile oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni del povero Francesco.
E si, questo è un rischio concreto perché il cardinale non è coinvolto solo nelle inadempienze del caso savonese di don Giraudo, ma è anche indagato – sempre a Savona – per malversazione.
Tornando a don Nello Giraudo, la lista di nomi coinvolti in quella sola vicenda va ben oltre Ladaria e Calcagno, c’è anche il nome di colui che nel 2003 era il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, tale Joseph Ratzinger (allegato a destra), che non è un omonimo, è proprio lui, il papa emerito non nuovo a simili accuse che nel 2005 lo portarono ad essere citato in giudizio in Texas dove evitò il processo chiedendo l’immunità.
Come finì poi il caso di don Giraudo?
Tra parole, opere e omissioni finì che nel 2005, cioè ben 2 anni dopo il carteggio che vedete, don Giraudo abuserà sessualmente dell’ennesimo ragazzino.
Malgrado ciò, nel 2006, cioè un anno dopo quell’ultimo abuso di minore, Calcagno chiederà a Charles Scicluna – allora Prefetto – di “chiudere un occhio” e superare il giudizio espresso dalla C.D.F. ovvero la riduzione dallo stato clericale.
Questa volta però verrà denunciato anche all’autorità civile e nel 2012 patteggierà una condanna a un anno e sei mesi – con la condizionale – per quel solo abuso del 2005. Per tutti gli altri invece, anche grazie alle inadempienze di cui sopra, sono intervenuti i termini prescrittivi.
Ma altre recentissime scelte di Bergoglio stridono maledettamente con quella “tolleranza zero” tanto acclamata.
Milano, 25 marzo 2017. Papa Francesco visita la diocesi di Milano. Mons. Mario Delpini e il card. Angelo Scola
Giusto pochi giorni fa (7-7-17) è stato nominato a Milano il successore del cardinale Scola, monsignor Mario Delpini al quale anche a nome delle vittime della Rete L’ABUSO faccio le mie congratulazioni per la sua importante promozione.
Ma non sono solo scelte azzardate di Bergoglio e farina del sacco altrui.
Guarda l’approfondimento “Non abusare. Il comandamento negato nella chiesa di Francesco” il docu-film sul caso argentino del prete italiano don Nicola Corradi
Francesco ha dato anche del suo, per esempio con il caso del prete pedofilo veronese don Nicola Corradi, denunciato dagli allievi sordi dell’istituto Antonio Provolo di Verona già negli anni 80, nascosto dalla chiesa in Argentina dove nel novembre scorso è stato arrestato per aver reiterato su decine di bambini sordi gli stessi reati che aveva commesso a Verona. (vedi il docu-film argentino)
Ebbene, proprio questo caso, gli fu segnalato nel 2014 – quando era già papa – e sfatando il mito dei segretari che non consegnano le lettere al pontefice, questa lettera (a sinistra) contenente il nome di don Corradi e di altri 14 sacerdoti ancora operanti e in vita accusati di abusi, gli fu consegnata direttamente in mano, ci sono persino le foto! (a destra)
Purtroppo non intervenne ma oggi, solo dopo che la magistratura Argentina ha aperto un’inchiesta arrestando oltre a don Corradi altre 5 persone, Bergoglio manda i suoi ispettori i quali in virtù della “tolleranza zero” e della collaborazione con l’autorità giudiziaria, pretenderebbero dagli inquirenti di accedere al fascicolo, rigettando però l’analoga richiesta della magistratura argentina che vorrebbe accedere a quelli nelle mani degli ispettori papali.
Ma nell’era della così detta “tolleranza zero” di Francesco quello argentino non è l’unico caso in cui il Vaticano nega alla magistratura la documentazione, per esempio, senza dover andare troppo a ritroso, c’è il caso di don Mauro Inzoli.
E’ stato detto che la decisione di Bergoglio ricalca quella presa nel 2012 da Ratzinger, ma non si dice che fu proprio papa Francesco a riabilitare don Mauro accettando nel 2014 il ricorso contro il decreto di riduzione dallo stato clericale emesso in precedenza da Ratzinger.(Comunicato diocesi integrale)
Leggendo le notizie di pochi giorni fa, provvidenzialmente divulgate poco prima che venisse annunciato che Pell era stato incriminato in Australia, si da quasi ad intendere che Bergoglio, in linea con le scelte del suo predecessore abbia cacciato con decisione e pugno duro don Mauro Inzoli.
Ma la “tolleranza zero” di papa Francesco stride anche rispetto a altre inadempienze. Per esempio quelle che furono nel 2014 le richieste della Commissione Onu per i diritti del bambino, la quale raccomandava non solo di prendersi cura delle vittime, ma di aprire alla magistratura gli archivi contenenti i nomi dei preti denunciati alla chiesa, in modo tale che la giustizia civile potesse fare il suo corso. Chiese anche di inserire uno strumento risolutivo oltre che di semplicissima realizzazione, l’obbligo della denuncia per i vescovi all’autorità civile e per far questo, basterebbe un Decreto che il papa può fare.
Concordi non solo riguardo all’inefficacia della commissione di Bergoglio ma anche ai progressi della chiesa in materia di contrasto alla pedofilia, decine di migliaia di vittime in tutto il mondo e le associazioni che le tutelano, con le quali il Vaticano, malgrado i proclami, continua ancora oggi a rifiutare qualunque tipo di dialogo compreso rispondere alle loro lettere.
… continua dopo il video delle vittime al quale Bergoglio non ha mai risposto
Sono all’incirca 17 anni da quando dopo l’indagine dell’ormai famoso team del Boston Globe chiamato Spottlight, il mondo ha preso atto che tra i preti ci sono molti pedofili e quel che è peggio è che la chiesa, come conferma anche l’ONU, ha procedure interne che permettono sistematicamente di insabbiare i casi e di commettere altri abusi.
Dopo 17 anni siamo ancora qui, in una situazione forse peggiore non solo perché non c’è stato un minimo cambiamento concreto ma perché a quanto pare non esiste un altro team come Spotlight che abbia voglia di indagare a fondo e dare un’informazione reale raccontando tutto quello che in questi anni non è cambiato affatto.
Invece, soprattutto sulla stampa italiana, leggiamo continuamente di un papa onnipotente e rivoluzionario che malgrado le vittime di tutto il mondo lamentino la latitanza risolve, licenzia, punisce e processa i vescovi insabbiatori creando un rivoluzionario tribunale, che dopo due anni di propaganda si scopre che quel tribunale tanto osannato non è mai esistito, “era soltanto un progetto” – fa sapere il cardinale Gerhard L. Müller – tra le altre cose sottolinea – inutile – in quanto le norme per processare i vescovi esistono già nel Codice Canonico.
Un papa onnipotente che quando si trova però di fronte a dover concretizzare quanto osannato da tutti i mezzi di informazione possibili e non, improvvisamente si trasforma in un papa solo, con un’intera curia che lo boicotta impedendogli di concretizzare i suoi buoni propositi che fino al giorno prima la stampa vendeva per concreti e efficacissimi.
Un papa che non ha più il potere nemmeno di sfrattare dalla sua chiesa che lui stesso dice di volere umile e povera un cittadino Vaticano come il cardinale Tarcisio Bertone o che non è capace di bloccare un pedofilo come don Nicola Corradi o ancora, reintegrando preti condannati per pedofilia come ad esempio nel caso di don Turturro.
Insomma, dalle stelle alle stalle, un pontefice che da “Superman” diventa quasi incapace li leggere una lettera consegnata a mano o di trovare la finestra dalla quale dice abitualmente l’Angelus…
Una politica che in questi 17 anni e grazie ai complici di papa Francesco non solo ha agevolato l’immobilità della chiesa ad affrontare il problema, ma quel che è peggio è che ha reso sacrificabili altri bambini innocenti, si perché intanto che se ne parla, come si può vedere dalla nostra mappa che raccoglie gli ultimi 15 anni dei soli casi italiani, sembrerebbe che i pedofili continuino ad abusare producendo altre vittime.
Sentir dire oggi che papa Francesco è vittima di un complotto della curia romana, è francamente inaccettabile ma potrebbe essere già un buon inizio se qualcuno di quei giornalisti tanto cari a Bergoglio gli andasse a chiedere conto almeno di quanto abbiamo detto sopra.