Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Boston

  • “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

    LE VIOLENZE
    Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

    IL REATO PRESCRITTO
    Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

    LA LETTERA DEL PONTEFICE
    Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

    LA CURIA E LE VITTIME
    Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

    Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

    https://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/_copri_gli_abusi_del_prete_pedofilo_denuncia_al_papa_contro_il_cardinale_sepe-157681636/

  • “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    L’arcivescovo di Napoli al centro dell’esposto di una vittima: “Da lui gravi negligenze” È il primo procedimento dopo il motu proprio di Francesco sulla responsabilità dei prelati

    di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI

    “Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

    LE VIOLENZE
    Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

    IL REATO PRESCRITTO
    Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

    LA LETTERA DEL PONTEFICE
    Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

    LA CURIA E LE VITTIME
    Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

    Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

     http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/_copri_gli_abusi_del_prete_pedofilo_denuncia_al_papa_contro_il_cardinale_sepe-157681636/
  • Lussuria, l’inchiesta di Fittipaldi che denuncia i crimini sessuali e i silenzi nella Chiesa

    Lussuria, l’inchiesta di Fittipaldi che denuncia i crimini sessuali e i silenzi nella Chiesa

    Dalle carte giudiziarie e dai documenti parrocchiali esaminati nell’inchiesta, soltanto in Italia sono 200 i sacerdoti indagati o condannati per crimini sessuali: abusi, violenze su minori, pedofilia, pedopornografia. Lungo tutto lo stivale spuntano nomi, reati, processi e condanne, insieme a molta, moltissima omertà. Per citarne uno; Don Antonello Tropea, beccato in flagrante dentro un’auto con un ragazzo di diciassette anni: venti euro in cambio di una prestazione. L’accusa è quella di prostituzione minorile, ma Tropea continua a esercitare le sue funzioni, evitando «di parlare con i Carabinieri» su consiglio dell’arcivescovo Francesco Milito.

    E per chi copre i molestatori? Arrivano anche promozioni importanti: ci sarebbero tre cardinali entrati nel gruppo dei nove alti prelati di papa Francesco dopo aver protetto preti pedofili, altri arrivati ai vertici della piramide ecclesiastica. Tra questi spicca il cardinale australiano George Pell, scelto da Bergoglio per “moralizzare” i sacerdoti che cedono alla lussuria. Una decisione azzardata, considerando che anche su di lui pende un’accusa  di molestie sessuali verso cinque persone, oltre quella di aver coperto gli abusi di altri stupratori. Indifferenza verso le vittime, insabbiamenti, fino al tentativo di corrompere chi voleva denunciare. Chi non ha peccato scagli la prima pietra, come si dice. Intanto, Pell è uno degli uomini più potenti della Curia romana.

    Eppure il Vaticano aveva dichiarato una linea intransigente nei confronti degli «Erode che fagocitano l’innocenza dei bambini». A giugno 2016, attraverso il documento Come una madre amorevole, Bergoglio annunciava una nuova procedura per punire i presuli omertosi. Almeno a parole, quindi, la posizione del papa più amato dagli italiani sembra chiara: «i crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più». Tuttavia, ancora neanche l’ombra di una norma canonica che introduca l’obbligo giuridico per i vescovi di denunciare all’autorità giudiziaria civile i casi di pedofilia.

    Poi c’è la commissione per la tutela dei minori voluta da Bergoglio nel 2014. Da allora solo tre le riunioni in sede plenaria e tante le critiche di inefficienza. Peter Saunders, già vittima di abusi e membro della commissione, lo scorso febbraio aveva accusato il pontefice di «non aver fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero», ma al contrario di essere anche «lui parte del problema». Nel frattempo Saunders è stato allontanato dal suo ruolo e accusato di aver fornito opinioni del tutto personali. Visti i numeri dell’inchiesta però, l’ex commissario non aveva affatto torto.

    I casi rintracciati da Fittipaldi in Lussuria, infatti, sono ben più numerosi di quelli individuati dall’inchiesta del Boston Globe nel 2002. All’epoca, il nome di “Father John Geoghan”, accusato degli abusi di 84 bambini, innescò un domino che colpì una quantità impressionante di sacerdoti-stupratori. Anche Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston dal 1984, fu costretto a dimettersi.

    In Italia per ora, il vero scandalo è che a scandalizzarsi siano davvero in pochi. Anzi, qualcuno attacca i giornalisti che ficcano il naso dove non dovrebbero. Uno di questi è Giuliano Ferrara che, dopo la pubblicazione di Lussuria, in un editoriale del Foglio, ha scritto: «io quando li penso di carne, i preti, e quando li immagino alle prese con i richiami del mondo, della donna e del fanciullo, nel mondo com’è, io li piango e ho compassione e amore per loro. Perché invece un giornalista […] gli dà la caccia?». Dunque, c’è chi pensa che quella ai preti pedofili sia una sorta di caccia alle streghe, al limite della legittimità.

    Abbiamo chiesto a Emiliano Fittipaldi la sua opinione sull’operato di Bergoglio e dell’apparente scarso interesse dell’opinione pubblica davanti al persistere di questi casi.

    Cosa pensa delle critiche rivolte a papa Francesco riguardo al persistere dell’impunità dei sacerdoti pedofili?

    «Io non credo che Bergoglio sia un ostacolo al cambiamento. Sono un giornalista, però, e bado ai fatti e non alla propaganda: nei primi quattro anni del suo pontificato c’è un enorme spread tra quanto promesso (la politica della zero tolleranza) e quanto fatto in concreto contro il cancro della pedofilia. Non solo le denunce continuano ad arrivare copiose da ogni angolo del mondo, ma le norme vaticane che garantiscono il segreto e processo domestici non sono cambiate. Il Papa si è poi circondato di cardinali che in passato hanno protetto pedofili seriali: non è un bel segnale di cambiamento.»

    Le è capitato di ricevere pressioni nel corso della sua ricerca? E dopo la pubblicazione del libro come sembra che stiano reagendo l’opinione pubblica e la Curia romana davanti all’inchiesta?

    «No, non ho ricevuto pressioni. Faccio un lavoro sotto traccia, e non credo che il Vaticano sapesse a cosa stavo lavorando prima che uscisse Lussuria. L’opinione pubblica italiana non sta reagendo in alcun modo a quello che ho scritto, né i media danno alcuna importanza alla questione: finora il dibattito aperto dal mio libro è molto più vivace all’estero. Ma non avevo dubbi che sarebbe andata così: il tema è duro e complicato e Bergoglio gode di popolarità, tra i miei colleghi, altissima. La curia, tranne un breve comunicato di Pell e del vescovo di Messina che di fatto hanno dichiarato che il libro è opera del diavolo, non hanno fatto alcun commento pubblico. Né smentito un rigo di quanto scritto.»

    Rosa Uliassi

    http://www.liberopensiero.eu/2017/01/26/lussuria-fittipaldi-pedofilia-chiesa/

  • “Vi svelo i casi di 200 preti pedofili che il Vaticano continua a coprire”

    “Vi svelo i casi di 200 preti pedofili che il Vaticano continua a coprire”

    Crimini sessuali e violenze secretati dalla Chiesa che non collabora con i magistrati italiani nonostante il papa proclami trasparenza. E abusi che si moltiplicano

    di Cristiano Sanna

    Il caso di Don Andrea Contin e della parrocchia nel Padovano dove si consumavano orge, con donne ma anche con uomini di colore, e filmando il tutto, è solo la punta di un iceberg sempre più grosso. Sono duecento i casi di abusi sessuali, soprattutto su minori, che vengono documentati nel libro Lussuria del giornalista de L’Espresso Emiliano Fittipaldi. Un’inchiesta che scoperchia un calderone di perversioni, soprusi e omertà della gerarchia ecclesiastica, fino ai più alti gradi in Vaticano.

    Il celebre caso Spotlight, diventato anche un film di grande successo dopo la pubblicazione dell’inchiesta sugli abusi nell’arcidiocesi di Boston, riguardava meno casi di quelli documentati in Lussuria. Siamo a uno scenario italiano di assolutà gravità.
    “Erano un’ottantina i religiosi dello scandalo Spotlight, in Italia solo i casi denunciati negli ultimi dieci anni sono duecento. In gran parte sconosciuti all’opinione pubblica perché in Italia, come negli altri Paesi latini cattolici, vige la cultura del silenzio ed è difficile affrontare l’autorità della Chiesa”.

    Quanto è comprensibile che l’ordinamento giudiziario vaticano preveda che in caso di abuso sessuale, anche su minori, ci sia una giustizia interna alla Chiesa ma non l’obbligo di denuncia alle autorità italiane?
    “Per me non è comprensibile. Soprattutto durante un pontificato come quello di Francesco, che ha proclamato urbi et orbi la trasparenza e la guerra senza quartiere alla piaga degli scandali sessuali. In realtà non sappiamo ancora nulla di come avvengono i processi canonici in Vaticano. Nel mondo solo negli ultimi tre anni, sotto il pontificato di Francesco, ci sono state oltre 1200 denunce verosimili. Noi non conosciamo i nomi dei carnefici né le circostanze dei processi perché coperti da segreto pontificio. Non solo, il Vaticano non è riuscito a cambiare le regole della Cei per obbligare i vescovi a denunciare chi è colpevole di scandali sessuali. Il caso di don Contin vede la Procura padovana sentirsi rispondere dalla curia locale che non avrà i documenti richiesti circa gli abusi sessuali del prete.  In genere i vescovi non vengono considerati pubblici ufficiali, per via dei Patti Lateranensi e cade l’obbligo di denuncia di crimini sessuali. Questo nonostante l’Onu nel 2014 abbia chiesto anche in maniera molto dura al Vaticano e al pontefice di cambiare le regole”.

    Ci sono casi limite, come quello di don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, che fu condannato per abusi, rimosso da papa Ratzinger e dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto papa Francesco.
    “Esatto, questo è uno degli aspetti più incredibili e anche dei meno raccontati dalla stampa, forse perché da fastidio criticate questo papa. Don Inzoli era chiamato dai suoi parrocchiani “don Mercedes” perché ama la bella vita e le auto di lusso. Il magistrato che è riuscito a farlo condannare a quattro anni e nove mesi in primo grado ha documentato quasi cento episodi di abusi sessuali da lui compiuti, finiti in prescrizione tranne nove. La cosa incredibile di questa vicenda è che il magistrato ha chiesto alla Congregazione della dottrina e della fede le carte del processo canonico voluto da Ratzinger in gran segreto, ottenendo un secco no dalla congregazione. Nel 2015 le carte erano ancora sotto segreto pontificio. Alla faccia della trasparenza. Nonostante questa condanna, dopo il ricorso vinto, Inzoli ha riottenuto il sacerdozio e sconta con una pena secondo cui deve vivere in preghiera e riservatezza. Un po’ troppo poco per i crimini commessi”.

    Altro caso eclatante, quello del cardinale Calcagno confermato anche sotto il pontificato di Francesco come presidente dell’Apsa, l’ente che gestisce il patrimonio immobiliare Vaticano, dopo aver semplicemente trasferito di sede don Giraudo dopo le accuse di abusi su minori che poi si sono ripetuti.
    “Ho scoperto che non solo c’è stato il trasferimento, nonostante don Giraudo quasi confessasse di avere un’attrazione per il sesso e dei ragazzini, ma al momento del trasferimento il cardinale Calcagno non ha sporto denuncia. Quando però in un campo scout don Calgagno ha molestato un ragazzino, la vittima lo ha denunciato. Nonostante questa vicenda, il cardinale ha fatto una straordinaria carriera in Vaticano”.

    Mentre le inchieste fanno venire a galla i fatti, che possibilità c’è di scardinare un ordinamento legislativo e giudiziario che permette agli uomini della Chiesa di non collaborare con gli inquirenti italiani?
    “Innanzi tutto bisognerebbe cambiare i Patti Lateranensi, in altri Paesi i sacerdoti sono costretti a rispettare le leggi dello Stato in cui vivono. Nessuno può obbligare il Vaticano a cambiare le regole della Conferenza episcopale, ma se lo facesse sarebbe un passo avanti per dare sostanza alle dichiarazioni di Francesco e i suoi predecessori e trasformarle in fatti”.

    http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/lussuria-preti-pedofili-omerta-vaticano-intervista/

  • “Ecco i 200 preti pedofili d’Italia”, lo scandalo che imbarazza la Curia

    “Ecco i 200 preti pedofili d’Italia”, lo scandalo che imbarazza la Curia

    METTENDO sotto la lente d’ingrandimento cronache di provincia degli ultimi mesi, carte giudiziarie fresche di cancelleria e documenti parrocchiali si scoprono tanti tasselli. Guardando il mosaico da una certa distanza, il disegno diventa più chiaro. Partiamo prendendo un treno verso la punta del tacco d’Italia. In Calabria, vicino a Reggio, c’è don Antonello Tropea, già padre spirituale del seminario di Oppido Mamertina, che nel marzo 2015 viene trovato dalla polizia in un’auto con un diciassettenne conosciuto grazie alla app Grindr usata per incontri gay. Venti euro il costo della prestazione. Indagato per prostituzione minorile, il don continua a fare il prete, confidandosi di tanto in tanto con il suo vescovo, monsignor Francesco Milito. “Evita di parlare con i carabinieri di queste cose” gli suggerisce il superiore senza sapere di essere ascoltato.

    Sempre in Calabria, nella diocesi di Locri, c’è il vescovo Francesco Oliva, nominato da Francesco nel 2014: è lui che nel 2015 manda in una parrocchia a Civitavecchia un suo sacerdote, don Francesco Rutigliano, che la Congregazione per la dottrina della fede ha in passato sospeso per quattro anni, nel 2011, per “abuso di minore con l’aggravante di abuso di dignità o ufficio, commesso nel periodo tra il 2006 e il 2008” obbligandolo alla “celebrazione di 12 Sante Messe con cadenza mensile a favore della vittima e della sua famiglia “.

    A Ostuni, c’è Franco Legrottaglie, condannato nel 2000 per atti di libidine violenta su due ragazzine, mai sfiorato da processi canonici, e in seguito designato nel 2010 dal vescovo emerito Rocco Talucci cappellano dell’ospedale e prete in una chiesa del paese: nel maggio 2016 è stato pizzicato con 2.500 immagini pedopornografiche conservate sul computer in cartelle con i nomi dei santi. Ha lanciato una moda: anche don Andrea Contin, indagato a Padova per induzione alla prostituzione, etichettava i filmini hard a cui partecipavano le sue amanti con i nomi dei papi.

    A Catania c’è un sacerdote che ad agosto 2016, già sospeso dalla curia dalle attività pastorali, avrebbe minacciato con un coltello alla schiena un quindicenne costringendolo a rapporti sessuali. Poi c’è don Siro Invernizzi, che nel 2013 è stato mandato dal vescovo di Como a fare il viceparroco a Cugliate, vicino Varese, nonostante i due anni con la condizionale patteggiati per aver approcciato in strada un ragazzino rom di tredici anni che si prostituiva. E ancora: a Grosseto c’è un sacerdote rinviato a giudizio nel luglio 2016 per molestie a tre ragazzine, a cui avrebbe rivolto “attenzioni troppo intime”. A Pietrasanta, in Versilia, dalla scorsa estate c’è un’altra indagine (ancora in corso) su un prete straniero appartenente all’ordine dei Carmelitani: la curia generalizia di Roma è stata citata in sede civile come responsabile dei danni per non aver esercitato il controllo sul religioso […].

    Negli ultimi due lustri, contando solo i condannati e gli indagati, sono oltre 200 i sacerdoti italiani denunciati per atti di lussuria con adolescenti. Molti di più di quelli che hanno scoperto i cronisti del Boston Globe che diedero il via all’inchiesta Spotlight del 2002… Eppure in Italia lo scandalo non è mai esploso, a differenza che negli Stati Uniti, in Australia, in Irlanda o in Belgio in tutta la sua gravità. “Ciò che mi preoccupa qui è una certa cultura del silenzio”, disse monsignor Charles Scicluna quando faceva il promotore di giustizia della Congregazione della dottrina della Fede. Una tendenza all’acquiescenza che sembra coinvolgere le vittime, le famiglie dei credenti, le gerarchie e anche parte dei media: secondo alcuni osservatori non è un caso che siano proprio i paesi tradizionalmente più cattolici – come l’Italia, la Spagna e quelli del Sud America – quelli in cui il fenomeno della lussuria sui più piccoli sembra avere, nei pochissimi dati ufficiali disponibili, dimensione contenuta.

    In realtà, il “sistema” che copre e protegge gli orchi e le casse della Chiesa funziona anche qui. Ancora oggi. E meglio che altrove. Un esempio su tutti: se l’arcidiocesi di Los Angeles qualche anno fa ha pagato, in un accordo extragiudiziario, 660 milioni di dollari a 508 vittime di molestie da parte di preti (il periodo delle violenze ipotizzate va dal 1950 al 1980) come indennizzo per gli atti di libidine, a Verona i 67 ex allievi dell’Istituto Provolo, sordomuti che hanno denunciato alla curia i mostruosi soprusi di cui sarebbero stati oggetto da parte di venticinque religiosi dal 1950 al 1984, non hanno ricevuto nemmeno un euro. Per la legge italiana i reati sono prescritti e una causa legale è tecnicamente impossibile. La commissione d’inchiesta “indipendente” non ha creduto ai loro racconti. Sarà un caso, ma qualche giorno fa uno dei sacerdoti indicati dai testimoni come presunti aguzzini, don Nicola Corradi, è stato arrestato in Argentina nella sede sudamericana dell’istituto dove si era trasferito qualche tempo fa, con l’accusa di “abuso aggravato ” e “corruzione di minori “.

    Ancora oggi il Vaticano non prevede che sacerdoti e vescovi abbiano l’obbligo di denunciare i colleghi maniaci alla giustizia ordinaria. E i casi gestiti dalla Congregazione preposta restano segretissimi. A Cremona don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, nel 2016 è stato condannato in primo grado a 4 anni e nove mesi di carcere. Spretato da papa Ratzinger, nonostante il processo penale contro di lui ha fatto appello alla Congregazione e l’ha vinto: Francesco l’ha riammesso nel clero. Non è tutto: il magistrato ha chiesto al Vaticano le carte del processo canonico, e dopo mesi d’attesa s’è visto rifiutata la domanda: “Gli atti processuali e istruttori sono “sub segreto pontificio””, è stata l’unica, laconica spiegazione. Stessa dinamica accaduta a Palermo pochi mesi prima.

    Gli insabbiamenti o le difese d’ufficio coinvolgono pezzi da novanta della gerarchia come il vescovo di Brescia, quello di Como, quello di Castellaneta, il vescovo emerito di Palermo, cardinale Paolo Romeo, quello di Savona, cardinali di peso come Antonelli, Bertone e Domenico Calcagno. Quest’ultimo ha fatto carriera con Benedetto XVI, e anche Francesco l’ha confermato sulla poltrona di presidente dell’Apsa, l’ente che gestisce l’immenso patrimonio della Santa Sede. Nonostante una macchia grave, quella di aver spostato nel 2003 da una parrocchia all’altra un prete su cui erano già arrivate pesanti segnalazioni. Uno spostamento a cui non seguirono provvedimenti: peccato che due anni dopo, il sacerdote, don Nello Giraudo, poté molestare in un campo scout un altro ragazzino.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2017/01/16/news/_ecco_i_200_preti_pedofili_d_italia_lo_scandalo_che_imbarazza_la_curia-156114960/?ref=fbpr

  • Non chiamateli Padri

    Non chiamateli Padri

    intervista a Federico Tulli
    di Francesca Palazzi Arduini
    Abusi su minori commessi da sacerdoti e uomini di chiesa. La reticenza della politica e dei media. Le responsabilità degli ultimi tre papi: Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Jorge Bergoglio.
    Ce ne parla Federico Tulli, unico giornalista ad aver condotto un’inchiesta completa sui casi italiani dall’unità ai nostri giorni.

    Federico Tulli, giornalista e scrittore, ha pubblicato nel 2010, per L’Asino d’oro edizioni, il libro Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro. Nel 2014, con la stessa editrice, ha pubblicato: Chiesa e pedofilia, il caso italiano. I due libri inquadrano il problema nel più vasto panorama della corruzione all’interno della Chiesa, a livello mondiale e poi nazionale, esaminando anche i legami del fenomeno della pedofilia del clero con la tradizione culturale religiosa, rispetto allo status del bambino come persona, alla concezione della segretezza e del sacro, alla sessuofobia e omofobia.
    L’abbiamo incontrato per approfondire l’argomento, in quanto unico giornalista ad aver avuto il coraggio di pubblicare due inchieste sui casi italiani, cercando tra silenzi, omissioni e bugie.

    Profilo criminale e patologico

    Il film “Il caso Spotlight” ha vinto lo scorso marzo l’Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura. Ciò ha riportato alla ribalta il tema della pedofilia del clero cattolico nel mondo; abbiamo tutti notato che alla fine del film, nei titoli di coda che riportavano un elenco dei casi internazionali più discussi, non era presente nessun caso italiano. Interpellando il sito che costituisce il database più noto negli USA sui casi di pedofilia, BishopAccountability.org, ci è stato risposto che dall’Italia non ricevevano indicazioni sui casi, in effetti sulla stampa italiana le segnalazioni raramente compaiono in prima pagina e vengono rilanciate in altre lingue. Cosa ne pensi?
    L’attenzione della stampa e la sensibilità dell’opinione pubblica è particolarmente sviluppata nei Paesi in cui le istituzioni hanno fatto luce sulla portata della diffusione di questa tipologia di crimine nella società. Mi riferisco, solo per citarne alcune, alle Commissioni d’inchiesta – governative oppure miste Stato/Chiesa – che in Irlanda, Stati Uniti, Olanda, Belgio, Australia, Germania hanno dato un nome, rimasto segreto per decenni, a migliaia di sacerdoti pedofili. Evidenziando complicità a tutti i livelli, dei vescovi con i preti pedofili, delle autorità civili con i vescovi, e restituendo dignità, purtroppo però raramente giustizia per via della prescrizione, a decine di migliaia di vittime a loro volta inascoltate per decenni.
    In Italia né lo Stato né la Chiesa hanno mai preso in considerazione l’idea di un’indagine su scala nazionale. Nemmeno è stata mai avvertita l’esigenza quanto meno di mappare e monitorare il fenomeno della pedofilia in generale e di quella clericale in particolare, con l’obiettivo di fare prevenzione. Ho chiesto di persona a un ministro per le Pari opportunità (Mara Carfagna) e al portavoce della Santa Sede (mons. F. Lombardi) come mai l’Italia – dove vivono oltre 30mila sacerdoti – non prende esempio da altri Paesi molto simili al nostro per tradizione cattolica: perché da noi il problema non sussiste, mi è stato risposto da mons. Lombardi. Ho scritto Chiesa e pedofilia, il caso italiano pure per verificare la fondatezza della sua replica e dopo quasi 300 pagine di inchiesta e di analisi sono giunto a una conclusione opposta. Avvalendomi, oltre ai pareri di esperti in diverse discipline (storia, psichiatria, giurisprudenza, filosofia politica, ecc.), delle durissime conclusioni della Commissione Onu sui diritti dell’infanzia (febbraio 2014) che nessuno in Italia tranne me si è preso la briga di tradurre integralmente e rendere pubbliche in italiano. Tuttavia anche solo i numeri che si ricavano mettendo insieme le notizie di stampa – invero frammentate, scarne e spesso relegate in cronaca locale – lasciano intuire che c’è un problema serio da affrontare.
    Dal 2000, 170 sacerdoti sono stati condannati in via definitiva per abusi. Oltre 60 sono quelli denunciati oppure in attesa di una sentenza definitiva. La maggior parte delle 226 diocesi italiane è stata interessata da almeno un caso. E questi sono i fatti noti. Ciò che non sappiamo è quanti sono e dove vivono oggi i sacerdoti italiani dimessi dallo stato clericale in seguito a una sentenza di condanna per abusi emessa dalla Congregazione per la dottrina della fede (Cdf). I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e una volta cacciati dalla Chiesa nessuno si prende la briga di fare i loro nomi alla polizia.
    Nemmeno la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia è riuscita a ottenere questa informazione sebbene la Santa Sede (di cui la Cdf fa parte) abbia ratificato la relativa Convenzione che vincola i Paesi aderenti a emanare leggi che tutelino in ogni modo i diritti e l’incolumità dei bambini. È facile immaginare quanto invece siano a rischio diritti e incolumità dei bambini laddove ad un pedofilo è consentito di circolare liberamente mantenendo l’anonimato. Stiamo parlando di un profilo criminale e patologico equiparabile a quello di un serial killer – non si ferma fino a quando non viene preso e isolato -, tuttavia la priorità per la Chiesa e per papa Bergoglio quando annuncia la “tolleranza zero”, è che il prete stia lontano dai luoghi di culto: perché l’abuso di un minore è un peccato in violazione del VI comandamento, quindi un’offesa a Dio. Non c’è un giornale italiano che abbia mai evidenziato questo aspetto che invece è centrale perché la pedofilia non è un delitto contro la morale, ma un crimine violentissimo contro esseri umani in carne e ossa.

    Nel film “Il caso Spotlight” è stato dato rilievo alla linea giornalistica del Boston Globe, per la quale era necessario denunciare il “sistema” di coperture dato ai casi di pedofilia da parte di preti, svelando la responsabilità dei vescovi in questa trama di copertura e spostamenti dei preti predatori verso parrocchie sempre nuove. La denuncia del sistema richiedeva un’indagine completa sui rapporti tra denuncianti, preti, vescovi, autorità di polizia e della magistratura. In Italia è stato mai fatto qualcosa di simile?
    Sono state fatte diverse inchieste su singoli casi, sono state raccontate tante storie in alcuni libri, ma un lavoro d’inchiesta capillare come quello condotto dal team di Spotlight ha scarse possibilità di essere realizzato. Viviamo nel Paese in cui un magistrato, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla pedofilia è stato messo sotto inchiesta dal ministro della Giustizia per aver evidenziato la scarsa propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti casi di cui vengono a conoscenza. È accaduto nel 2010 all’allora capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno.
    Intervistato da Il Giornale nel pieno degli scandali che stavano sconvolgendo mezza Europa, Forno disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Qualche giorno dopo il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio.

    Politica genuflessa e complice

    In Europa il numero delle richieste di sbattezzo è aumentato in seguito agli scandali per pedofilia, anche in coincidenza con inchieste scomode, anche televisive, si pensi al documentario della BBC “Sex Crimes and the Vatican” del 2006. Proprio in Irlanda, nel 2010, dopo aver raccolto centinaia di migliaia di moduli di sbattezzo, il sito “Countmeout” chiude i battenti per il rifiuto della Chiesa irlandese di accettare le notifiche. Quanto pensi avrebbe potuto incidere in Italia, ad esempio rispetto alla campagna omofoba condotta da una parte del clero contro le unioni civili (vedi quella del cardinal Bagnasco), una più esaustiva informazione sui reati di pedofilia commessi da preti omosessuali sessualmente repressi?
    In Italia è cosa rara l’informazione sulle cose di Chiesa indipendente dalla Chiesa stessa. Tutte le notizie principali (politica, economia, finanza e scandali) che passano attraverso i media generalisti sono filtrate dai “vaticanisti”, giornalisti cioè accreditati e formati presso la Sala Stampa vaticana. Il quadro si è ancor più definito negli ultimi tre anni con l’ascesa del gesuita Bergoglio al soglio pontificio. Papa Francesco e il suo staff curano in maniera maniacale la comunicazione perché devono ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa cattolica e apostolica romana devastata dai crimini compiuti durante i pontificati di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger. La mala-gestione della Curia romana, dello Ior e della pedofilia, oltre alla crociata in difesa dei cosiddetti valori non negoziabili il più delle volte condotta sulla pelle delle donne (aborto, fecondazione assistita), sono risultati fatali a Benedetto XVI e hanno acuito notevolmente il distacco dei fedeli dalla Chiesa. Basta citare il caso dell’Irlanda che di recente non a caso ha visto la vittoria dei sì al referendum in favore dei matrimoni gay. Nel 2005, quando Ratzinger si è insediato, il 67% della popolazione irlandese si dichiarava cattolica. Nel 2013 l’indice era sceso al 49%. In mezzo due grandi inchieste governative avevano scoperchiato oltre 50 anni di abusi insabbiati dalla Chiesa irlandese con la complicità di numerose istituzioni laiche, ai danni di circa 35mila piccoli fedeli e studenti delle scuole cattoliche. Uno studio commissionato nel 2012 dalla Pontificia accademia di Roma ha calcolato che il danno d’immagine provocato dalla sola pedofilia nel biennio 2010-2011 è costato alla Santa Sede 2mld di dollari in termini di mancati introiti: meno fedeli = meno offerte, meno testamenti, meno donazioni, ecc. In due parole: meno potere.
    In Italia, nonostante le Chiese vuote e dismesse, il calo inesorabile dei battesimi e dei matrimoni concordatari, l’aumento dei divorzi e delle convivenze, gli esoneri crescenti dall’ora di insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, la pesante ingerenza del Vaticano e della Conferenza episcopale nella vita socio-politica rimane costante. E qualunque dichiarazione di papa Bergoglio ci viene proposta in maniera acritica e senza alcun contraddittorio.
    Complice la politica genuflessa; anche la Rai, in primis, che svilisce il ruolo di servizio pubblico di uno Stato laico ingolfando di papi, preti e monsignori i suoi programmi di intrattenimento e informazione. E complici, come dicevo, i media generalisti che tranne rari casi (il Corriere della Sera ad esempio, riguardo l’affaire Ior) raccontano in maniera del tutto parziale, cioè solo dal punto di vista del Vaticano, le situazioni di criticità che riguardano tutto ciò che accade all’interno e in “prossimità” delle mura leonine. E poi ci sono i giubilei, le beatificazioni e le canonizzazioni. Veri e propri strumenti di auto-promozione a spese del contribuente italiano, glorificati dai media come se si trattasse del primo passo dell’uomo su Marte.

    Una visione distorta della realtà del bambino

    Uno studioso e politico italiano appartenente alla destra tradizionalista cattolica, Massimo Introvigne, ha dichiarato: “L’età della pubertà varia nei singoli casi, ma le stesse fonti – ai fini statistici – considerano “pedofilia” l’attività sessuale con minori di undici anni. Quando si parla di “pedofilia” per tutti i casi di rapporti sessuali di sacerdoti con minorenni si dice, semplicemente, una sciocchezza. Un sacerdote di trent’anni che scappa con una parrocchiana di sedici viola certamente la morale cattolica e secondo le leggi di molti paesi commette anche un reato, ma non è certamente un pedofilo. Né lo è, tecnicamente, chi va con una dodicenne per quanto il suo comportamento sia ripugnante e sia più che giusto sanzionarlo.” Nel tuo libro ci sono pagine importanti sulla concezione del bambino battesimato, sull’età della comunione e sulla confessione…
    Introvigne cita a sostegno delle sue affermazioni sulla pedofilia il Dsm, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Ma Introvigne è un sociologo, non un medico quindi ha una visione molto superficiale. Io nei miei due saggi per chiarire a chi legge cosa è la pedofilia intervisto medici, scienziati e ricercatori. Professionisti che hanno avuto in cura vittime e carnefici. Ad esempio, lo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli evidenzia i tanti errori di fondo del Dsm. In particolare spiega che ciò che conta, secondo gli psichiatri americani, è il controllo razionale cosciente, improntato a valori morali di rispetto per l’infanzia, su di una situazione di conflitto intrapsichico.
    Dall’allusione all’implicazione morale si capisce perché il cattolico Introvigne si ispira al Dsm. E ancora, per farsi un’idea dell’attendibilità di certe fonti, se il Dsm-IV, come sottolinea lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, equipara la pedofilia al voyeurismo – come se fosse la stessa cosa collezionare mutandine e violentare un bimbo di 4 anni – l’ultima versione del Manuale distingue fra pedofili che «“desiderano” fare “sesso” con bambini e quelli che mettono in atto i loro “desideri”». In quest’ultima categoria rientrano i pedofili criminali, colti con le mani nel sacco. Questa distinzione è subdola perché prelude a una normalizzazione della pedofilia da considerare un orientamento sessuale come un altro. Un’idea che coincide niente affatto casualmente con quella del catechismo della Chiesa cattolica che parla di sesso fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». Cioè, Introvigne, il catechismo e il Dsm non distinguono la sessualità umana che in estrema sintesi è rapporto e desiderio, dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità. E soprattutto parlando di pedofilia come di attività sessuale “dimenticano” che il bambino non ha sessualità.
    C’è dunque di fondo una visione distorta della realtà umana del bambino. Un annullamento, per dirla in termini psichiatrici. Perché la sessualità comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili. E qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno.
    È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. Ed è questa una delle tante drammatiche confusioni che sono state fatte sulla figura del bambino, per cui poi può essere torturato, violentato senza che sia considerato un crimine particolarmente grave. Al punto che spesso abbiamo sentito dire a degli uomini di Chiesa che è il bambino che provoca il sacerdote. Difatti come viene raccontato nel film “Spotlight”, c’è chi ha ritenuto sufficiente trasferire i preti violentatori da una diocesi all’altra. Non proprio una manifestazione d’interesse per le vittime.
    A completamento del quadro cito una frase pronunciata nel gennaio del 2014 da papa Francesco durante un’udienza generale: «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato». Questo pensiero discriminatorio se da un lato “stranamente” non ha stimolato l’attenzione dei media, dall’altro ci aiuta a scoprire che le radici della complicità morale e materiale delle istituzioni vaticane con i preti pedofili affondano nella cultura cattolica. In questa frase c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano per cui, appunto, gli si può fare quel che si vuole. Nella quarta di copertina di Chiesa e pedofilia, il caso italiano ho voluto mettere la frase molto significativa con cui la psicoterapeuta e neonatologa Maria Gabriella Gatti commenta l’affermazione del papa: «Il problema è che nel cattolicesimo è sempre mancato il rapporto uomo-donna, e con esso si è sempre annullato il discorso della nascita umana, perché il bambino per la Chiesa non ha identità: l’identità gliela dà il battesimo».

    Ma l’abuso è un crimine seriale

    Nel film “Il caso Spotlight” si racconta dei contatti intercorsi tra la redazione e Richard Sipe, l’ex prete studioso di pedofilia nel clero, autore del libro “Il mondo segreto” sulla sessualità dei preti. Dalle sue ricerche condotte tra il 1960 e il 1985 sul clero, la percentuale di preti pedofili era del 6%, mentre i preti che nonostante il voto di celibato avevano rapporti sessuali con donne era di circa il 25%, e quelli omosessuali era del 15%.
    In una famosa nota sul blog di Alessandro Capriccioli (Metilparaben), nel 2007 si irrideva alla dichiarazione di Don Fortunato Di Noto il quale dichiarava che contrariamente a quanto diceva la stampa, i casi di pedofilia in Italia imputabili a preti erano solo l’1% del totale. Ciò in realtà dava come risultato che i preti erano dieci volte più pedofili dell’italiano medio. Cosa è cambiato da allora nei dati sulla pedofilia nel nostro Paese?
    Mentre all’estero, penso alla Gran Bretagna, per monitorare il fenomeno della pedofilia istituzioni e associazioni private collaborano alla costruzione di reti di conoscenze, di scambio e condivisione dei dati, in Italia, al di là delle dichiarazioni di principio, poco o nulla è stato fatto dai diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Il risultato è che i dati disponibili sono pochi e lacunosi, ottenuti più che altro grazie all’iniziativa di singole associazioni come il Telefono Azzurro. Non rendono pertanto conto di un fenomeno che rimane in larghissima parte sommerso, anche a causa della sua natura, nemmeno le cifre del ministero di Giustizia secondo cui in carcere si trovano oltre 1300 pedofili e i bambini abusati sono circa 150 l’anno.
    Il punto è che l’abuso su minori in molti casi avviene in contesti sociali legati a istituzioni come la scuola o la chiesa, le quali, per tutelarsi dal grave danno di immagine che ne conseguirebbe, hanno spesso la tendenza a insabbiare episodi di questo tipo. Anche le violenze che avvengono in ambito familiare difficilmente vengono segnalate. Telefono azzurro ha stimato che per ogni denuncia che arriva in commissariato ci sono almeno 140 casi che rimarranno per sempre sconosciuti.
    Un discorso simile vale per le statistiche dei pedofili intercettati dalle autorità ecclesiastiche. Come detto in precedenza, la Santa Sede oltre ai nomi dei preti pedofili non fornisce dati globali sul fenomeno. Per farsi un’idea ci si può affidare ad alcuni studi approfonditi realizzati a livello locale, come quello del John Jay College of Criminal Justice di New York pubblicato nel 2004 e commissionato dalla Conferenza episcopale Usa sulla scia dell’inchiesta di Spotlight del 2002. Secondo la ricerca nei 50 anni precedenti oltre il 4% dei sacerdoti americani aveva compiuto almeno un abuso. Le critiche e i distinguo suggeriti da Introvigne riguardano proprio questa statistica. A lui farei rispondere direttamente da papa Francesco: «Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento» dice Bergoglio in un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica (luglio 2014). Vale a dire una percentuale da 20 a 200 volte più elevata di quella stimata riguardo le professioni più a rischio: quelle che si svolgono a contatto con i bambini (educatore, allenatore, maestro, ecc).
    L’affermazione di Bergoglio non è mai smentita dalla Santa Sede a differenza di altre riportate nello stesso articolo da Scalfari. In pratica, in base alla percentuale espressa dal papa, solo in Italia, dove vivono circa 30mila sacerdoti, i pedofili in abito talare potrebbero essere almeno 600. Se pensiamo – come peraltro non fa mai nessuno di coloro che si affrettano a distinguere lo stupro di una bambina di 11 anni da quello di una di 13 – che l’abuso è un crimine seriale e che ci sono preti pedofili che hanno confessato oltre 130 stupri (è il caso di padre Geoghan che ha dato il via all’inchiesta di Spotlight) allora forse si può iniziare a intuire la reale dimensione di un fenomeno che Stato e Chiesa non intendono investigare.

    Dunque non si può ipotizzare il numero del rapporto tra casi denunciati alle autorità ecclesiali e casi denunciati alle autorità giudiziarie in Italia?
    Purtroppo no, come dicevo in precedenza, i casi denunciati all’autorità ecclesiastica sono vincolati al segreto pontificio. Nel 2014 di fronte a due commissioni delle Nazioni Unite (Diritti dell’infanzia, Contro la tortura) gli emissari di papa Bergoglio hanno dichiarato che la Santa Sede ha valutato circa 7000 denunce in dieci anni e che nel periodo in questione oltre 800 sacerdoti sono stati espulsi dalla Chiesa di Roma per aver compiuto abusi su minori. Ma i nunzi della Santa Sede hanno rifiutato di dire i loro nomi e le loro nazionalità.

    “La Santa Sede è la prima a non denunciare”

    Dopo l’elezione di papa Bergoglio, si sono levate alcune voci che informavano sul fatto che in alcuni casi di pedofilia in Argentina, per i quali i familiari delle vittime avevano chiesto aiuto ai vescovi senza essere ascoltati, l’arcivescovo Bergoglio era stato silente, se non addirittura attivo nel proteggere la reputazione dei preti coinvolti. Il cardinale di Boston, Bernard F. Law, nonostante dopo lo scandalo abbia rassegnato le dimissioni, è stato trasferito ad un prestigioso incarico presso Santa Maria Maggiore a Roma e lì è rimasto nonostante le voci che lo volevano cacciato da un Papa da “tolleranza zero”. I segnali più recenti fanno pensare ancora ad un intervento contro la pedofilia più mediatico che concreto?
    Per decenni le autorità ecclesiastiche sono state attente solo a preservare l’immagine pubblica, propria e della Chiesa. In nome di quella cosa che chiamano “ragion di Stato”, in cui non c’è spazio per l’attenzione alla salute mentale e fisica delle giovanissime vittime, hanno adottato come misura più “incisiva” lo spostamento in gran segreto da una parrocchia all’altra dei casi più pericolosi (per la Chiesa), come dimostra con precisione l’inchiesta di Spotlight. La possibilità per dei serial killer di agire indisturbati, addirittura tutelati, si è ovviamente tradotta in una diffusione esponenziale degli abusi. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio danno l’idea che l’ago della bilancia si stia spostando verso un atteggiamento più responsabile. È presto per parlare di effetti concreti ma gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere la carriera clericale.
    Tuttavia anche Benedetto XVI nella seconda metà del suo papato era per la “tolleranza zero” e sappiamo come è andata a finire. Nelle considerazioni conclusive della Commissione Onu per i diritti dell’infanzia elaborate a febbraio 2014 c’è scritto: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».
    È bene chiarire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Quindi, come dicevo, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato e inasprire le norme penali, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani (l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski).
    Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero scarsamente aderente alla realtà. Cioè poco incisive, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione che in questi casi è determinante.
    Ne è la prova la mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. L’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede di chiuderli anche perché è noto che spesso il pedofilo è una persona abusata in giovane età, ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 studenti.
    Un altro deterrente potrebbe essere l’innalzamento della soglia della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione. Nel 1910 è stata abbassata a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste di alcuni Stati europei è emerso che quasi tutte le violenze avvengono nell’ambito di questo rito che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al vincolo di segretezza. Il segreto, insieme al senso di colpa instillato nella vittima dal suo “confessore”, è la chiave dell’impunità. I preti pedofili lo sanno bene.

    La Pontificia commissione per la tutela dei minori, istituita nel 2014, ha di recente tentato di richiamare all’ordine la CEI imponendo per “necessità morale” che i sacerdoti e i vescovi denuncino alle autorità civili i casi di pedofilia di cui vengono a conoscenza. Quanto pesano su questi tentativi di cambiamento il rapporto Onu sui diritti dell’infanzia, non favorevole all’immagine della Chiesa cattolica per quel che concerne la pedofilia, e il nuovo papato?
    La mancata collaborazione delle autorità ecclesiastiche con gli organi di polizia è un altro sintomo di scarsa propensione della Chiesa a voler affrontare fino in fondo il fenomeno della pedofilia. Nel 2011 la Congregazione per la dottrina della fede ha emanato una serie di indicazioni per le conferenze episcopali di tutto il mondo, alle quali attenersi nella redazione delle linee guida anti-pedofilia, il vademecum per i vescovi nella gestione dei casi di abusi. Contrariamente a quanto indicato dalla Cdf, nel 2014 la Cei del card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle linee guida l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per esempio i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”.
    La motivazione fornita dal card. Bagnasco va al di là di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è secondario che in questo modo si sta tutelando anche quella del pedofilo. E che quindi oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, si mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio scorso la Pontificia commissione per la tutela dei minori di recente ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Secondo voi questo monito finora ha avuto qualche effetto? La Pontificia commissione è un organo consulente della Santa Sede. Esorta tutta la comunità ecclesiale a denunciare e ovviamente fa bene.
    Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede è la prima a non denunciare quel che sa, quale credibilità può avere un organismo del genere all’interno della Chiesa (e non solo)?

    A prescindere dai provvedimenti di natura canonico-giuridica della Chiesa, quali sono state secondo te in questi ultimi anni le politiche efficaci della Chiesa per evitare altri casi e altri scandali? C’è una tendenza a non far entrare più in contatto diretto i singoli preti in generale con i singoli bambini? E quanto può pesare invece nel proseguire del “sistema” la vocazione terzomondista del modello di chiesa di Bergoglio?
    Oltre a quanto già detto a proposito della Cei, il caso di don Inzoli mi porta a pensare che pochi per non dire nessuno all’interno della Chiesa si preoccupano concretamente dell’incolumità dei bambini. L’ex parroco di Crema ed ex presidente ciellino della onlus Fraternità che, per inciso, tra le altre cose si occupa dell’affido di bambini provenienti da famiglie in difficoltà, due anni fa è stato condannato per abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede. Cito: «In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale».
    Lo scorso anno a gennaio, cioè sei mesi dopo la sentenza della Cdf, Inzoli se ne stava placidamente seduto in platea al Palazzo della Regione Lombardia dove si svolgeva un convegno sulla tutela dei valori della famiglia tradizionale. L’ex parroco era in seconda fila, davanti a lui sedevano Roberto Formigoni e Roberto Maroni. Si dice che Inzoli sia stato anche il confessore di Formigoni ma non è questo il punto. Il punto è che la condanna a “una vita di preghiera e di umile riservatezza” evidentemente non impedisce a un sacerdote di partecipare alla vita pubblica. E risulta difficile pensare che ad esempio per le vie di Milano non si incontrino bambini.

    “Figli rubati” in Spagna e Argentina

    A proposito di uso, abuso ed educazione dei minori, vuoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro, “Figli rubati”?
    Si tratta di un libro-inchiesta nel quale faccio il punto sulla ricerca dei figli rubati ai desaparecidos durante le dittature sudamericane degli anni ’70. Secondo le Abuelas di Plaza de Mayo almeno 60 “figli rubati” che oggi hanno 35-40 anni potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Ma fino a oggi nel nostro Paese non è mai avvenuto un ritrovamento. Le famiglie a cui vennero venduti, in base al Piano di appropriazione dei bambini ordito dalla dittatura argentina, dovevano essere di provata fede cristiana e cultura occidentale. Perché avevano il compito di rieducarli per interrompere la catena di trasmissione delle idee marxiste di cui erano portatori i loro genitori naturali. Nel libro oltre a spiegare perché non si riesce a trovarli – e di mezzo c’è la Chiesa, la P2 e i cosiddetti servizi segreti deviati – indago sulle radici culturali di questa forma orrenda di violenza sui bambini. La cosa interessante è che l’inchiesta a un certo punto mi porta in Spagna nel bel mezzo della dittatura clerico-fascista di Franco.
    Quello che in pochi forse sanno è che durante i 36 anni di dittatura vennero sottratti alle donne repubblicane circa 30mila figli, i quali come poi avvenne in Sud America sono stati affidati a famiglie contigue al regime per essere rieducati… secondo valori cristiani e occidentali. Quello che è ancora meno noto è che dopo la morte di Franco e la fine della dittatura, l’appropriazione di bambini da strumento di repressione è diventata un vero e proprio business facendo della Spagna uno dei crocevia mondiali delle adozioni illegali. Secondo una stima del magistrato Baltasar Garzon, lo stesso che nel 1998 incriminò e fece arrestare Pinochet a Londra, tra il 1975 e il 1996 almeno 270mila neonati sono stati sottratti con l’inganno alle loro madri naturali. Che non erano più le donne repubblicane – si trattava infatti di ragazze madri, prostitute, figlie di “famiglie perbene” che non potevano abortire, ecc. – tuttavia le cliniche “specializzate” a gestire questi casi rimasero le stesse di cui si serviva Franco: strutture facenti capo in massima parte a congreghe, ordini e sette religiose cattoliche.

    Francesca Palazzi Arduini

    http://www.arivista.org/?nr=409&pag=31.htm

  • Pedofilia: in Europa, in America, ma anche in Australia

    Pedofilia: in Europa, in America, ma anche in Australia

    Secondo un recente rapporto dell’Unione Europea sul maltrattamento e le violenze sui minori, un bambino su otto e una bambina su cinque, sarebbero vittima di abusi sessuali durante l’infanzia. Nell’80% dei casi le violenze avvengono all’interno delle mura domestiche: padri, madri, ma anche zii, nonni e fratelli. Una vera e propria emergenza, aggravata dal crescente numero di siti web pedopornografici. Dal 2003 a oggi sono stati denunciati 125.000 siti pedopornografici, di cui solo 9.800 nel 2015. Un orrore diffuso che non conosce confini.

    Solo una settimana fa, la polizia scozzese ha sgominato una rete di pedofili che usava internet sia per adescare le vittime che per diffondere materiale pornografico. “In almeno tre casi abbiamo visto delinquenti che avevano in memoria nei loro computer più di 10 milioni di immagini di bambini”, ha dichiarato l’ispettore Andy Williams che ha seguito da vicino l’indagine. Casi non isolati nel mondo anglosassone, come dimostrano gli scandali all’interno della chiesa cattolica irlandese.

    Ultimo a farne le spese monsignor Martin Drennan, vescovo di Galway e Kilmacduagh, il cui nome compariva nei rapporti governativi sulla pedofilia che hanno spinto Benedetto XVI ad avviare indagini interne e a rivoluzionare la Chiesa irlandese. Nonostante le resistenze, Papa Francesco è riuscito a costringere Drennan alle dimissioni per chiudere una ferita aperta nel 2010. Una faccenda, però, tutt’altro che chiusa.

    Secondo i media australiani, sarebbe indagato per presunti abusi su minori anche il cardinale George Pell, prefetto agli Affari economici del Vaticano. Secondo l’emittente Abc i casi risalirebbero agli anni ’70 quando Pell era parroco nella città di Ballarat. A denunciare le molestie sarebbero stati due quarantenni per fatti avvenuti tra il 1978 e il 1979. Il cardinale, ascoltato per quattro volte dai magistrati australiani, ha definito le notizie “totalmente false”.

    La pedofilia rappresenta una piaga contro cui Papa Francesco ha preso una posizione dura. Il pontefice ha varato, infatti, una legge “motu proprio” contro i vescovi negligenti che prevede la rimozione dall’ufficio di quanti non denunciano o coprono casi di pedofilia all’interno delle diocesi. Una realtà che riguarda soprattutto Stati Uniti, Australia, Canada e Irlanda. Scandali che in America, ad esempio, hanno creato un vero e proprio caso, soprattutto grazie alla super inchiesta del Boston Globe narrata nel film vincitore del premio Oscar 2016, “Il caso Spotlight”. Un lavoro durato anni e conclusosi nel 2003 con il pagamento da parte dell’Arcidiocesi di Boston di circa 85 milioni di dollari come risarcimento nei confronti delle vittime. I casi di pedofilia non risparmiano l’Italia. I numeri non sono diversi da quelli degli altri paesi europei, ma è difficile fornire cifre precise vista la mancanza di una banca dati nazionale che pure è prevista dalla legge 36 del 2006. I governi spesso ignorano il problema e gli stupratori, una volta condannati, finiscono in breve tempo liberi e senza supporto psicologico, condizione che favorisce la recidività.

  • Brasile, suicida in cella prete pedofilo de ‘Il caso Spotlight’

    Brasile, suicida in cella prete pedofilo de ‘Il caso Spotlight’

    Era stato condannato per abusi su due ragazzini di 9 e 13 anni

    Padre Bonifacio Buzzi, 57 anni, si è impiccato nella cella di un carcere dello stato brasiliano di Minas Gerais, dove si trovava da venerdì scorso. L’uomo era stato condannato per abusi sessuali su due ragazzini di 9 e 13 anni. Il sacerdote nel 2007 era già finito in carcere per violenza sessuale su un bambino di 10 anni ed era uscito nel 2015.

    Il nome di padre Buzzi era comparso nel film ‘Il caso Spotlight‘, premio Oscar 2015, basato sull’inchiesta del Boston Globe nel mondo della pedofilia nella Chiesa e sui tentativi di copertura portati avanti dall’arcidiocesi di Boston.

    Fonte Reuters – Traduzione LaPresse

  • DOVE GIRO PER IL «BOSTON GLOBE»?

    DOVE GIRO PER IL «BOSTON GLOBE»?

    Preti pedofili in Italia? Centinaia a dir poco e sempre ben coperti.

    Incontro per caso un paio di giornalist*, insomma di collegh* (dovrei dire ex, ormai io sono un pensionato) e non resisto: «Scusate se cammino dritto fino a che mi fanno male i piedi arrivo a Boston o a un certo punto devo girare?». Mi guardano straniti, del resto fa caldo. Chiarisco: «Avete visto Spotlight, il film? Ecco si lavora più o meno così. Dunque se voi faceste giornalismo in Italia invece che a Boston potreste andare a Foggia, a Brindisi oppure in molte altre parti d’Italia. Se non avete una cartina per orientarvi vi consiglio quella della rete L’Abuso…

    Chiarisco?

    Il 20 giugno da Foggia arriva la notizia dell’arresto di Giovanni Trotta, ex sacerdote, per abusi sessuali e reati “connessi”. Invece da Brindisi, il 15 giugno si apprende che il parroco Francesco Caramia finisce in manette per atti sessuali continuati e pluriaggravati su un bambino di 10 anni; è il terzo prete brindisino in carcere per abusi su minori, un quarto resta indagato.

    Ma potreste anche andare a Roma o in Sardegna. Sì, adesso – dopo anni di oscuramento quasi totale – le notizie dei preti pedofili italiani arrivano sui media del “Bel Paese” ma durano poco, non vengono approfondite e soprattutto nessuno tenta di vedere quante sono. Perché è evidente – ecco cosa insegna il film «Spotlight» – che se molti casi vengono coperti c’è un”sistema”. Quello bisogna scoperchiare.

    SE NON SAPETE CHE CI SONO IN ITALIA PRETI PEDOFILI, magari toglietevi la sabbia da occhi, bocca e testa. Perfino la regina delle notizie “di corsa” cioè Wikipedia ha una “voce” … seppure confusa. Si parla di don Ruggero Conti, di Giorgio Govoni, di don Lelio Cantini, di don Pierangelo Bertagna – 38 bambini abusati – e di Gualtiero Bassetti, ma anche di don Bruno Puleo cioè di una storiaccia che viene resa nota dall’agenzia Adista ma poi finisce a «Mi manda Raitre» e così per una volta… “Boston” è qui, dietro il primo angolo. Poche notizie e con un plin-plon: «questa voce o sezione sull’argomento religione è ritenuta da controllare». Beh, controlliamola.

    SE NON SAPETE COS’E’ «SPOTLIGHT» partite magari dalla “bottega”: qui Spotlight (Il caso Spotlight) – Tom McCarthy. E se non trovate in giro il film magari comprate il libro.

    Il 17 marzo in “bottega” ho scritto questo post: Preti pedofili: in Italia “200 casi insabbiati” che iniziava così: «Se Spotlight ci riguarda: una mappa – della rete L’abuso – per una riflessione e per indagini quasi tutte da fare». Dopo tre mesi potrei ripubblicarlo pari-pari. Qualcosa non va… Lei, sì lei signore e anche lei signora: sapete mica se c’è una scorciatoia per Boston? Di qua, dite che vado bene o devo prendere quella lì, la strada più dritta?

    Daniele Barbieri

    Dove giro per il «Boston Globe»?

  • Preti pedofili: contro i vescovi negligenti, il pugno di ferro di papa Francesco

    Preti pedofili: contro i vescovi negligenti, il pugno di ferro di papa Francesco

    38578 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Chissà quanti sono i vescovi che, alle prese con casi di pedofilia dei sacerdoti nelle loro diocesi, da qualche giorno si sentiranno malfermi sulle loro sedie episcopali. Si potrebbe supporre non siano pochi, dato che il fenomeno degli abusi sembra non aver risparmiato un lembo del globo terracqueo. A segare le gambe delle loro cattedre è intervenuto, com’è ormai noto, un decreto di papa Francesco, con data 4 giugno 2016, un motu proprio dal titolo di velluto, Come una madre amorevole, per un contenuto di ferro: la rimozione forzata dei vescovi che, di fronte agli abusi sessuali dei loro preti, siano o siano stati negligenti nell’intraprendere misure atte a bloccarne la reiterazione e a punire il colpevole.

    «Il Diritto canonico – premette il papa in apertura di decreto (di soli cinque articoli) – già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto» (ovvero i superiori maggiori degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio). Tutto già codificato nel can. 193 §1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 975 §1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, ma non basta: «Con la presente Lettera – motiva con fermezza il pontefice – intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili». E, di nuovo, non basta: rammentando che il «vescovo diocesano o l’eparca può essere rimosso solamente se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua», prescrive che «nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave».

    In caso «appaiano seri indizi» di tali manchevolezze, «la competente Congregazione della Curia romana può iniziare un’indagine in merito, dandone notizia all’interessato e dandogli la possibilità di produrre documenti e testimonianze». E «qualora ritenga opportuna la rimozione del vescovo, la Congregazione stabilirà, in base alle circostanze del caso», se «dare, nel più breve tempo possibile, il decreto di rimozione» o «esortare fraternamente il vescovo a presentare la sua rinuncia in un termine di 15 giorni. Se il vescovo non dà la sua risposta nel termine previsto, la Congregazione potrà emettere il decreto di rimozione», la quale tuttavia sarà sottoposta «all’approvazione specifica» del pontefice, assistito da «un apposito Collegio di giuristi, all’uopo designati».

    Cardinali e vescovi sotto indizio di negligenza

    Avrà un bel da fare la «competente Congregazione della Curia» (non specificata; Radio Vaticana la cita aggiungendo fra parentesi «vescovi, Evangelizzazione dei Popoli, Chiese orientali, Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica»), perché «seri indizi» necessari per iniziare un’indagine sono emersi per non pochi prelati, che, se innocenti, è bene primario siano “assolti” da sospetti di negligenza o altro. Qualche nome, fra i casi di cui si è parlato recentemente, anche su Adista, relativamente ad episodi di presunta copertura di reati commessi anni addietro e da tempo riferiti dalla stampa.

    L’australiano card. George Pell ha ammesso davanti alla Royal Commission australiana, nell’inchiesta riguardante fra l’altro il suo ruolo e le sue responsabilità di copertura di casi di pedofilia tra gli anni ‘70 e ‘80, di non aver dato seguito alla denuncia di uno studente che accusava p. Edward Dowlan, prete insegnante in una scuola cattolica, di «comportarsi male con i bambini». «Ne parlò di sfuggita durante la conversazione – ha minimizzato il cardinale – non mi ha chiesto di fare nulla». Dowlan è stato poi condannato per aver abusato di 20 bambini in sei diverse scuole, a partire dal 1971. Ma Pell non pare sentirsi in colpa e ha contestualizzato il suo comportamento: «Con l’esperienza di quarant’anni dopo – ha detto – sono certamente d’accordo che avrei dovuto fare di più». «Non ne feci nulla» (v. Adista Notizie n. 12/16).

    Il patriarca maronita del Libano Béchara Raï ha difeso in pubblico, come peraltro davanti al papa, il sacerdote della diocesi di Beirut, Mansour Labaki (che gode del titolo onorifico di “monsignore”), già condannato il 23 aprile del 2012 per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su ragazze minorenni. La condanna fu confermata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel giugno 2013, rigettando il ricorso presentato dall’“orco” abusatore. Il patriarca libanese ha fra l’altro affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo». Labaki sarebbe vittima, secondo il patriarca, di una «campagna diffamatoria» (v. Adista Notizie n. 13/16). All’inizio di maggio, è stato emesso contro il sacerdote libanese un mandato di cattura internazionale, perché, adducendo motivi di salute, non si è presentato al processo per crimini sessuali commessi in Francia (v. Adista Notizie n. 17/16). L’indagine potrebbe o dovrebbe riguardare anche il vescovo di Beirut, mons. Paul Matar. Il quale per esempio non ha mai pubblicato sul bollettino della diocesi le sentenze ecclesiali contro Labaki.

    Il card. Bernard Francis Law è stato arcivescovo metropolita di Boston dall’11 gennaio 1984 al 13 dicembre 2002, quando è stato costretto a dimettersi in seguito allo scandalo dei preti pedofili per non aver denunciato pubblicamente i sacerdoti coinvolti. In una dichiarazione diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede, il card. Law manifestò la speranza che il suo allontanamento potesse «aiutare l’archidiocesi di Boston a trovare la cura, la riconciliazione e l’unità, di cui ha così disperatamente bisogno. A tutti quelli che hanno sofferto per le mie mancanze ed errori, domando scusa e imploro il loro perdono» (v. Adista n. 91/02). Dal 27 maggio 2004 al 21 novembre 2011 è stato arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore.

    Contro l’arcivescovo di Lione card. Philippe Barbarin è stata recentemente depositata una denuncia con l’accusa di aver coperto due preti pedofili. Il cardinale ha negato qualsiasi addebito: «Non ho mai nascosto alcun caso di pedofilia», ha affermato per mezzo di un comunicato stampa della diocesi. «Pur comprendendo il dolore di ogni persona vittima di atti tanto più inammissibili perché commessi da un prete», ha spiegato di non poter «non manifestare la sua profonda incomprensione» di fronte alla denuncia sporta contro di lui, chiedendo «solennemente che si lasci la giustizia indagare con serenità» (v. Adista Notizie nn. 8 e 12/16). Il 25 aprile, parlando al clero lionese, ha riconosciuto «errori della gestione e nomina di certi preti», chiedendo comunque perdono alle vittime. L’8 giugno è stato ascoltato per 10 ore nel quadro dell’inchiesta giudiziaria preliminare.

    Il card. Juan Luis Cipriani, arcivescovo di Lima dell’Opus Dei, all’inizio dello scorso aprile, è stato citato in giudizio da un Tribunale provinciale penale peruviano per non aver denunciato gli abusi sessuali sui minori commessi da Fernando Figari, fondatore nel 1971 della Società di vita apostolica Sodalitium Cristianae Vitae, e da altre persone della stessa istituzione. Risultano indagati ancheVíctor Huapaya Quispe, vicario giudiziale e presidente del Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Lima, e Enrique Elías Dupuy, procuratore di Sodalitium. Secondo una denuncia presentata dall’Istituto per la Difesa dei diritti del Minore, il cardinale, in qualità di moderatore del Tribunale ecclesiastico, era a conoscenza, fin dal 2011 (v. Adista Notizie nn. 11, 12 e 71/11), delle violenze sessuali e psicologiche subite da quattro persone e non avrebbe fatto nulla né per investigare né per prevenire che il delitto si ripetesse (v. Adista Notizie n. 15/16).

    Il card. Angelo Sodano ha svolto il ruolo di Segretario di Stato, su nomina di Giovanni Paolo II, dal 29 giugno 1991 al 15 settembre 2006. È stato un sostenitore di Marcial Maciel, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, condannato dalla Santa Sede nel 2006 per gli atti di pedofilia compiuti su seminaristi della sua congregazione e per averne successivamente assolti alcuni in confessione, delitto punito dal diritto canonico con la scomunica latae sententiae. Destinatario, negli anni, di donazioni milionarie da parte di Maciel, che cercava protezione a Roma, Sodano, ancora nel novembre 2008, dunque due anni dopo la condanna vaticana, e dopo la morte di Maciel, invitava seminaristi e sacerdoti della Legione, nella sede della direzione generale dei Legionari di Cristo a Roma – in occasione del 64° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Marcial Maciel – a mantenere viva la devozione per il loro fondatore: «Dobbiamo avere grande venerazione per il nostro fondatore, se siamo tutti peccatori… Si può affermare: guarda com’è infangato l’anello del cardinale, ma è stato un momento; un diamante è sempre un diamante, quindi posso concludere che mi pare che il piano di Dio per la Legione è che essa continui». A quell’incontro prese parte, fra gli altri, il card. Franc Rodé, anch’egli estimatore di Maciel. Queste alcune sue frasi: «Non dovete giudicare padre Marcial, verrebbe frainteso, lasciate il giudizio al Signore, spetta a Lui. Un fondatore può avere debolezze, anche difetti sul piano psicologico, intellettuale e persino morale, e in questo caso se vivono debolezze sul piano morale, ciò che si impone è la misericordia, la comprensione».

    E veniamo ad uno dei vescovi più invisi agli stessi suoi fedeli: mons. Juan de la Cruz Barros, vescovo di Osorno, in Cile, accusato di complicità con il prete Fernando Karadima (condannato in sede di giustizia civile e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi sui minori), o quanto meno di averlo coperto (ma, da taluno, anche di aver partecipato ad atti di abuso sessuale su minori; v. Adista Notizie nn. 4, 10, 13, 14, 26 e 35/15). Il papa è però convinto dell’innocenza di Barros: lo ha nominato malgrado la contrarietà di laici e preti della sua diocesi e di cileni di altre diocesi (compresi 51 parlamentari nazionali). In un audio “carpito” a Bergoglio mentre parlava con fedeli sostenitori di Barros, lo si sente dire: «L’unica accusa contro il vescovo è stata screditata giudizialmente, perciò non perdano la serenità». «Io sono il primo a castigare e giudicare qualcuno che ha ricevuto accuse di questo tipo, ma in questo caso non c’è prova, al contrario; ve lo dico di cuore». «Osorno soffre, ma per una sciocchezza, perché non apre il cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle frottole che tutta questa gente dice». E ancora: «La Chiesa ha perso la libertà facendosi riempire la testa da politici, giudicando un vescovo senza alcuna prova, dopo 20 anni che è vescovo».

    * Fotografia di Frang2823, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite