Il calvario della milanese Jolanda è iniziato quando il figlio, a 14 anni, ha raccontato di aver subito dall’età di 12 anni abusi sessuali nel seminario di Gozzano, da parte di un sacerdote della congregazione dei Legionari di Cristo. “A Milano frequentavo la parrocchia – racconta – e quando abbiamo scelto di denunciare siamo rimasti isolati. Mio figlio, che ora vive a Valencia, ha tentato per due volte il suicidio. Il sacerdote è stato condannato ed è stato mandato in Messico, noi stiamo ancora portando avanti una causa civile perché, dopo tutto quello che è successo, non abbiamo ottenuto neanche un risarcimento”.
Raccontano il loro dramma i genitori di Eva Sacconago, che nel 2011 si è tolta la vita all’età di 26 anni dopo aver subito, da quando era ancora minorenne e frequentava l’oratorio a Busto Arsizio, violenze sessuali da parte di Maria Angela Faré, ormai ex suora: “Cercate di stare vicini ai vostri figli – è il loro messaggio – perché noi abbiamo perso la nostra Eva, e ci restano solo i ricordi. Quattro pacchi, con le sue cose e i suoi scritti, non li abbiamo ancora aperti”.
Storie che si incrociano, seguendo un drammatico copione, tra i genitori che fanno parte del neonato Coordinamento famiglie sopravvissuti, promosso da Rete L’Abuso, associazione che da anni tutela le vittime di violenze sessuali in ambiente ecclesiastico (la rete ha censito solo in Lombardia 370 casi in 15 anni e 30 preti condannati in via definitiva). Un progetto “unico in Italia”, che per ora riunisce una trentina di famiglie di diverse regioni, coordinato da Cristina Balestrini e dedicato alla memoria di Alessandro Giacoletto e Cristina Masera, coppia che si è tolta la vita dopo il suicidio della figlia Chiara, abusata da un parente. Si incontrano online, si confrontano sui drammi vissuti dai figli, offrono supporto a chi non ce la fa (per contattare il gruppo: coordinamento@retelabuso.org).
“In Italia nessuno pensa ai genitori dei sopravvissuti– spiega Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso – che da un giorno all’altro vengono messi di fronte a una situazione impensabile”. Genitori che hanno pagato la scelta di denunciare con l’isolamento. Poi lunghi processi, tentativi di insabbiare i casi mentre le ferite dei figli non si rimargineranno mai. “Nostro figlio è stato molestato da un sacerdote che era amico di famiglia – racconta una coppia – ora va in giro come se non fosse successo niente, mentre noi viviamo chiusi in casa”.
Tra loro c’è anche una ex suora, stuprata quando era missionaria in Congo da parte di un sacerdote africano. “Non ne parlai con nessuno – racconta – e avevo il terrore di essere rimasta incinta”.
Francesco Zanardi – Confermata la condanna a 8 anni per Don Livio Graziano
La sentenza di condanna per Don Livio Graziano, il sacerdote alla guida di una comunità di Prata Principato Ultra, è diventata definitiva. Don LIvio era stato condannato ad otto anni di reclusione per gli abusi su un minore. I magistrati della I Sezione Penale della Corte di Cassazione hanno confermato la condanna emessa nei confronti del sacerdote in primo grado dal tribunale di Avellino ed in appello a otto anni di reclusione, rigettando per inammissibilità l’appello dei difensori. Il tredicenne e i genitori costituiti parte civile nel processo sono stati rappresentati dall’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma mentre il sacerdote è stato difeso dagli avvocati Carlo Di Casola e Giampiero De Cicco.Dopo la condanna definitiva ora Don Livio Graziano dovrebbe tornare in carcere.
La famiglia, come si legge in una nota apparsa sulla pagina ufficiale delle Rete L’Abuso: ”ha espresso gioia per questa patita sentenza che gli ha reso quella giustizia che la chiesa non ha reso”.
Francesco Zanardi – Sei anni e sei mesi a don Tempesta
Sei anni e sei mesi. Questa la condanna di primo grado emessa dal collegio del tribunale di Busto Arsizio (Varese) nei confronti di don Emanuele Tempesta, 32 anni. L’ex parroco vicario di Busto Garolfo, nel Milanese, era arrestato il 15 luglio 2021 ed ora è stata confermata in primo grado l’accusa di abusi sessuali su minore. Il pubblico ministero Martina Melita aveva chiesto una condanna a 11 anni al termine della requisitoria. Tra le pene accessorie anche il divieto di avvicinarsi a scuole o luoghi frequentati da minori. Oltre 20 le parti civili con risarcimenti compresi tra i 750 e i 2mila euro. L’avvocato del sacerdote, il legale Mario Zanchetti, è pronto molto probabilmente a fare ricorso in appello.
Stando a quanto emerso già dalle indagini, gli abusi si sarebbero consumati nell’abitazione del sacerdote dove solo alcuni dei piccoli sarebbero stati invitati per giocare ai videogiochi o fare due chiacchiere. Qui poi sarebbero avvenuti gli abusi quando il don aveva 29 anni. I minori vittime invece delle sue violenze avevano un’età compresa tra i 7 e gli 11 anni: i bambini sono stati sentiti dalle controparti con la formula dell’incidente probatorio. Ora si attendono le motivazioni della sentenza che saranno depositate in 60 giorni.
Ludovica Eugenio – Conferenza CEI; nulla di nuovo e dati di analisi meno ampi
Il tema degli abusi sui minori nella Chiesa diluito nel mare degli abusi sui minori nella società, su internet, nello sport; un elogio delle iniziative della Chiesa italiana e del Vaticano per contrastarli, iniziative parziali, lente, astratte, farraginose, che nascono già vecchie. E l’ennesimo no a una commissione indipendente d’inchiesta. Può essere sintetizzato così il senso del convegno organizzato dalla CEI e dall’Ambasciata italiana presso la Santa Sede il 29 maggio dal titolo “Abusi sui minori. Una lettura del contesto italiano 2001-2021”. Diversi gli esperti invitati a parlare, ma le informazioni più rilevanti sono quelle fornite da alcuni degli intervenuti ai giornalisti in margine al convegno. A proposito del processo contro l’ex gesuita Rupnik, mons. Kennedy, segretario della sezione disciplinare del DDF ha detto che «È iniziato veramente bene e passo dopo passo, stiamo tenendo conto di tutti gli aspetti, quello delle accuse contro di lui, l’aspetto delle vittime, quello dell’impatto sulla Chiesa. È delicato, in questo momento non posso dire di più», Peraltro, il prelato irlandese ha sottolineato che la strumentalizzazione di immagini spirituali a fini sessuali, utilizzata anche da altri abusatori, e normalmente definita “falso misticismo”, un crimine contro la fede, non costituisce ancora una fattispecie giuridica nel diritto canonico e dunque allo stato attuale non prevede una pena.
Quanto alla collaborazione tra Cei e Dicastero che, nelle parole pronunciate dal presidente CEI card. Matteo Zuppi nel 2022, doveva consistere nella trasmissione dei 613 dossier di abusi sessuali esaminati dal Dicastero tra il 2001 e il 2021, essa non esiste nella forma in cui era stata illustrata: ha affermato infatti Kennedy: «di per sé il nostro lavoro non è con le Conferenze episcopali, è con il vescovo singolo e con il superiore generale di ogni ordine religioso: sono loro i nostri interlocutori. Se una conferenza episcopale vuole avere delle statistiche, può chiedere alle diocesi di fornirle. Non è un lavoro che facciamo noi».
Venuto a mancare il contributo del Dicastero vaticano nella trasmissione diretta alla Cei dei 613 dossier riguardanti casi di abusi sessuali, la Chiesa italiana ha dovuto “ricalcolare il percorso”, come fanno i navigatori. Di qui lo «studio pilota» illustrato dalla neopresidente del Servizio Tutela minori della Cei Chiara Griffini, uno studio che, ha detto, consentirà di svolgere delle ricerche che consentiranno di avere una fotografia del periodo 2001-2021»; un’analisi«qualitativa e quantitativa» nella quale saranno – appunto – i singoli ordinari del luogo a fornire i dati. Due le fasi del progetto: la prima «una ricerca multidisciplinare» dapprima su un campione e poi estesa alle altre diocesi; la seconda una fase di analisi e riflessione. Il tutto sarà condotto da due enti «indipendenti»: l’Istituto degli Innocenti (Azienda pubblica di Firenze) e il Centro interdisciplinare sulla vittimologia e sulla sicurezza dell’Università di Bologna.
Tutto appare dominato dall’incertezza e dalla speranza: si auspica, ma non è certo, che il lavoro sia completato entro la fine del 2025; si spera «che da questo studio si possano definire i criteri per poter affinare qualcosa che intercetti la realtà ancora sommersa». L’obiettivo: non avere dati nuovi ma, spiega Griffini, «offrire una lettura qualitativa e quantitativa» dei dati già esistenti. Un compito che appare piuttosto limitato e parziale in confronto a quanto avvenuto in altri Paesi, che taglia fuori ad esempio i dossier approdati alla giustizia civile e si ferma a quella piccola parte dell’emerso denunciata dai vescovi al Dicastero, fermandosi a tre anni fa. (ludovica eugenio)
Alessio Di Florio – Svizzera, chiese riformate lanciano studio sugli abusi
Alla fine di gennaio è stato pubblicato lo studio del Forum sugli abusi nella Chiesa evangelica in Germania. I risultati di tale analisi dimostrano la dimensione sistemica dell’abuso sessuale e spirituale al suo interno: almeno 2200 vittime accertate, che sommate ai casi in fase di accertamento, potrebbero portare a oltre 9 mila i minori vittima di abusi nella Chiesa evangelica dal 1946 a oggi, con un numero di presunti abusatori che supererebbe le 3 mila unità.
Di fronte a questi risultati, la Chiesa evangelica riformata della Svizzera (Cers) e le sue chiese membro si sono poste diverse domande: in che misura lo studio può essere trasposto nel contesto svizzero? Quali sfide ecclesiali e teologiche pongono i risultati? Quali questioni aperte potrebbero essere chiarite da uno studio condotto in Svizzera? Quali lezioni è possibile imparare dallo studio per rendere le Chiese uno “spazio sicuro”? In vista del sinodo annuale che si terrà dal 9 all’11 giugno a Neuchâtel è stato organizzata lunedì 27 maggio una intera giornata di studio sul tema delle violenze e degli abusi nelle istituzioni ecclesiastiche. Il convegno organizzato dal gruppo “Donne e genere” della Cers si è interrogato sull’importanza di questi risultati per la Svizzera. Questi dimostrano in particolare la dimensione sistemica dell’abuso sessuale e spirituale all’interno della Chiesa tedesca.
Il Consiglio della Chiesa riformata svizzera propone al Sinodo di realizzare uno studio sugli abusi sessuali. Lo studio, della durata di tre anni, che il Consiglio intende affidare all’Università di Lucerna, consisterà nello svolgimento sia di un sondaggio rappresentativo della popolazione generale sia di uno studio partecipativo. Il mandato di questo studio comprende tre obiettivi: Da un lato, un sondaggio telefonico rappresentativo su 20.000 persone della popolazione svizzera dovrebbe aiutare a offrire la possibilità di presentare stime attendibili sull’entità degli abusi sessuali commessi nell’ambiente ecclesiale e di confrontarle con altri ambiti della Compagnia. Sarà necessario identificare la forma e l’intensità degli atti, gli autori e le circostanze specifiche in cui si verificano gli abusi sessuali nelle Chiese, nonché le conseguenze per le persone interessate. Inoltre, tutti gli interessati che lo desiderano potranno riportare le proprie esperienze ed esprimersi sui temi sopra menzionati garantendo il proprio anonimato nell’ambito di uno studio partecipativo non rappresentativo. Questo approccio mira a rivelare fatti e casi ancora sconosciuti, non documentati in nessun fascicolo fino ad ora. I risultati dello studio dovrebbero essere utili non solo per le chiese, ma per la società nel suo insieme, al fine di identificare i rischi, prevenire il più possibile gli abusi e sostenere adeguatamente le persone colpite.
«Abbiamo bisogno di questo studio per poter identificare e prevenire gli abusi sessuali nella Chiesa e nella società. L’argomento è molto importante e non dovrebbe più essere un tabù. Insieme, abbiamo il dovere di agire adesso. Lo dobbiamo alle persone colpite e a tutti coloro che, di conseguenza, potranno sfuggire alla condizione di vittima» dichiara Rita Famos, presidente della Chiesa evangelica riformata svizzera, sul sito internet della chiesa stessa. A questo scopo il Consiglio della Cers richiede un budget di 1,6 milioni di franchi svizzeri.
La differenza con la Chiesa cattolica svizzera, che aveva aperto i suoi archivi, appare quindi netta. Si sceglie una via nuova, quella di un sondaggio anonimo. Basandosi su un numero di persone scelte con criteri di rappresentatività dell’intera popolazione, basterà un sondaggio del genere per far luce su questa spinosa questione? E quanto si chiede il giornale Réformés, cercando di fare chiarezza con Pierre-Philippe Blaser, vicepresidente del Consiglio della Cers: «Negli archivi delle Chiese riformate della Svizzera, che sarebbe stato molto difficile reperire a causa del nostro funzionamento federalista, avremmo forse trovato degli elementi riassuntivi sui casi di abusi, sulle decisioni prese per darvi seguito, ma ciò non sarebbe andato abbastanza lontano. Attraverso un sondaggio rappresentativo è possibile comprendere le costellazioni che rendono possibili gli abusi nei nostri ambienti ecclesiali riformati. Questo metodo potrebbe rivelare casi precedentemente sconosciuti e consentire di valutarne l’entità».
(fonte Riforma.it)
Federico Tulli – La santa disinformazione
Due o tre cose da tenere a mente quando si legge una notizia di cronaca che riguarda membri della Chiesa o della Santa Sede sui principali giornali del nostro Paese, oppure quando viene data su uno dei Tg della Rai. In Italia è cosa rara l’informazione sulle cose di Chiesa indipendente dalla Chiesa stessa.
Quasi tutte le notizie più importanti che passano attraverso i media generalisti arrivano direttamente dalla sala stampa della Santa Sede o sono filtrate dai “vaticanisti”, giornalisti cioè formati e accreditati presso la Sala Stampa vaticana. E che rischiano di perdere l’accredito in caso di articoli non graditi da Casa Madre. A parte rare eccezioni, le inchieste o gli approfondimenti sui lati oscuri della Chiesa quasi mai vengono approcciati con una visione realmente laica, indipendente e deontologicamente ineccepibile. Al contrario, si raccontano in maniera del tutto parziale, cioè solo dal punto di vista della Chiesa, le situazioni di criticità che riguardano tutto ciò che accade all’interno e in “prossimità” delle mura leonine.
Un altro elemento fortemente indicativo è rappresentato dal numero di testate giornalistiche riconducibili alla Chiesa che usufruiscono dei fondi pubblici all’editoria. Come ho ricostruito in un’inchiesta sulla rivista Nessun Dogma, su 117 giornali e periodici che si spartiscono i contributi, ben 55 (il 47%) sono testate e riviste di chiara matrice cattolica, se non addirittura organi di stampa che fanno capo ad alcune delle 224 diocesi italiane. In pratica quasi un giornale su due finanziato dallo Stato ha come editore di riferimento la Chiesa. Poiché tre indizi fanno una prova, ne cito un altro. Mi riferisco al solido accordo, di recente rinnovato, tra la Rai e la Conferenza episcopale per la trasmissione di contenuti religiosi nella televisione pubblica. Un’intesa che ha rafforzato il numero di trasmissioni a contenuto religioso e di religiosi nelle trasmissioni della tv pubblica, in un palinsesto zeppo di fiction a sfondo religioso e dove già la Chiesa cattolica sfiora il 100% di presenze sul totale dei soggetti confessionali, e dove nei tre Tg nazionali, ma anche nei principali Tg privati, il papa è più presente del presidente Mattarella.
E poi ci sono i giubilei e le beatificazioni. Veri e propri strumenti di auto promozione a spese del contribuente italiano che oramai vengono utilizzati con scadenze sempre più ravvicinate. Come ricordano diversi studiosi, dato che per quattro secoli in età moderna e contemporanea i papi sono stati quasi tutti italiani, il nostro Paese è divenuto una terra “privilegiata” di destinazione del messaggio e di formazione di una mentalità religiosa collettiva. E abbiamo i principali quotidiani che quando scrivono del papa usano l’epiteto “sua santità” o analoghi, accettando acriticamente la dimensione clericale che è insita in questa terminologia, contribuendo a far attecchire questa mentalità.
E così a poco a poco l’opinione pubblica perde di vista alcune cose fondamentali per sviluppare il proprio senso critico. Per esempio? Per esempio è bene ricordare che la Santa Sede è una monarchia assoluta governata da una casta maschile celibe di circa 200 cardinali. Il papa detiene il potere assoluto nella chiesa cattolica e nella dimensione politica riassume i tre poteri nella sua persona esercitati generalmente tramite delega (legislativo, esecutivo e giudiziario). Tutti gli devono obbedienza attraverso le vie gerarchiche. Il pontefice è colui che insieme a quella casta decide le regole morali a cui si devono attenere loro stessi, il clero e soprattutto l’enorme numero di fedeli nel mondo. La prima conseguenza di una struttura organizzata in questo modo è la mancanza di trasparenza che nell’informazione e nell’attività giudiziaria della Santa Sede raggiunge i livelli più elevati. Perché a monte c’è l’idea che il papa, cioè la chiesa cattolica, non deve giustificarsi con nessuno di ciò che fa e dice. Delle proprie azioni e decisioni il pontefice risponde solo a Dio e a se stesso al di là della coerenza con le cosiddette sacre scritture, la tradizione e il magistero della chiesa.
Pensiamo a quanto accaduto in Irlanda il 20 luglio 2011. Ecco cosa affermò il premier irlandese, Enda Kenny, in un drammatico discorso in Parlamento davanti alla Camera Bassa, dopo la conclusione di un’indagine governativa sulla pedofilia nella Chiesa: «Il rapporto della commissione Cloyne ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano, non più tardi di tre anni fa, non trent’anni fa». Per poi aggiungere: «Il Rapporto Cloyne fa emergere la disfunzione, la disconnessione e l’élitarismo che dominano la cultura del Vaticano. Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». Quanto descritto fin qui è accaduto durante il pontificato di Benedetto XVI. Con papa Francesco poco o nulla è cambiato anche se nel 2019 è stato eliminato il segreto pontificio.
Nel 2014, quando il segreto ancora era in vigore, gli ambasciatori di papa Francesco presso le Nazioni Unite opposero un netto rifiuto a due diversi Comitati Onu (per i Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e Contro la tortura) che chiedevano la lista con i nomi dei circa 900 sacerdoti pedofili ridotti allo stato laicale nel decennio precedente dopo essere stati condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede, ed espulsi dalla Chiesa. Ad oggi, quei nomi risultano ancora ignoti e 900 pedofili circolano liberamente nella più totale inconsapevolezza di chi li frequenta. E nessun giornalista ha mai chiesto di questo al pluripresente e celebratissimo in tv e sui media italiani papa Francesco.
Sei anni e sei mesi. Questa la condanna di primo grado emessa dal collegio del tribunale di Busto Arsizio (Varese) nei confronti di don Emanuele Tempesta, 32 anni. L’ex parroco vicario di Busto Garolfo, nel Milanese, era arrestato il 15 luglio 2021 ed ora è stata confermata in primo grado l’accusa di abusi sessuali su minore. Il pubblico ministero Martina Melita aveva chiesto una condanna a 11 anni al termine della requisitoria. Tra le pene accessorie anche il divieto di avvicinarsi a scuole o luoghi frequentati da minori. Oltre 20 le parti civili con risarcimenti compresi tra i 750 e i 2mila euro. L’avvocato del sacerdote, il legale Mario Zanchetti, è pronto molto probabilmente a fare ricorso in appello.
Gli abusi nella casa di Don Tempesta
Stando a quanto emerso già dalle indagini, gli abusi si sarebbero consumati nell’abitazione del sacerdote dove solo alcuni dei piccoli sarebbero stati invitati per giocare ai videogiochi o fare due chiacchiere. Qui poi sarebbero avvenuti gli abusi quando il don aveva 29 anni. I minori vittime invece delle sue violenze avevano un’età compresa tra i 7 e gli 11 anni: i bambini sono stati sentiti dalle controparti con la formula dell’incidente probatorio. Ora si attendono le motivazioni della sentenza che saranno depositate in 60 giorni.
Don Tempesta arrestato mentre era in vacanza con la parrocchia
Gli abusi risalgono a qualche anno fa: Don Tempesta era arrivato in paese a fine del 2018 prima come seminarista e poi, una volta preso i voti, come prete in appoggio al parroco. Lui si occupava un po’ di tutto, dall’oratorio ai centri estivi tanto che per lui le manette sono scattate mentre si trovava in Piemonte con alcuni ragazzini della parrocchia in vacanza. Gli abusi però venivano commessi nella casa di Don Tempesta. Le indagini era partire quando le vittime avevano trovato il coraggio di raccontare quanto accaduto e così sono scattate le denunce.
Milano, 4 novembre 2022 – Il 95% degli abusi sessuali denunciati dalle vittime non possono neanche sfociare in un processo.
Quando la denuncia arriva ad anni di distanza dagli episodi, come avviene nella maggior parte dei casi di pedofilia nell’ambiente ecclesiastico, la prescrizione del reato «crea un solco insuperabile» nelle aule giudiziarie. «L’offerta da parte della chiesa di un indennizzo di 25mila euro con il vincolo di riservatezza è un meccanismo maledetto – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione Rete L’Abuso – il sacerdote viene lasciato a contatto con i giovani, che diventano altre potenziali vittime».
Una denuncia che arriva dal Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica #ItalyChurchToo che ieri, per la prima volta, ha organizzato un incontro a Milano, in collaborazione con il Municipio 1, dando voce alle vittime per «rompere il silenzio». «Chiediamo che le vittime e le loro famiglie siano ascoltate, accolte e risarcite – si legge nel documento rivolto ai vertici della Chiesa – e che vi facciate promotori dell’eliminazione dei termini di prescrizione per gli abusi.
Chiediamo di estendere anche al clero e al volontariato nella Chiesa l’obbligatorietà del certificato antipedofilia».
Eva, il suicidio e la suora alla sbarra «Siamo andati fino in fondo per lei»
Giovanna Bozzolini torna con la memoria a quando il dramma ha avuto inizio, a un bigliettino scritto dalla figlia, all’epoca minorenne: «Che strano, questa donna mi ha toccato il seno… avrà fatto per sbaglio».
Era il 1998 e la ragazzina, Eva Sacconago, aveva appena conosciuto una suora carismatica che «sembrava aver portato una ventata di aria fresca» in oratorio a Busto Arsizio, nel Varesotto. Da allora ha subito abusi sessuali fino a quando, nel 2011, si è suicidata all’età di 26 anni.
Nessuno ha fermato in tempo Maria Angela Faré, ormai ex suora, che è stata condannata a tre anni e sei mesi di reclusione per violenza sessuale. Il 4 settembre del 2021 la donna è tornata in libertà, «proprio il giorno del com pleanno della nostra piccola Eva».
Giovanna Bozzolini, che ricordo resta di sua figlia?
«Eva era una persona splendida, e quella donna ha approfittato della sua fragilità quando aveva solo 14 anni. Quando ho trovato delle scritte nel diario di mia figlia che non mi sono piaciute sono andata subito a parlare con le superiori della suora, che faceva parte della congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice».
Che cosa è successo?
«Maria Angela Faré è stata trasferita a Catania, ma da lì continuava a perseguitare mia figlia.
Mandava lettere, bigliettini, foto. Era riuscita ad allontanarla da noi. Poi è tornata in Lombardia, è diventata preside dell’Istituto Maria Ausiliatrice a Cesano Maderno. Eva, anche quando è diventata maggiorenne, era succube di lei. Quando nostra figlia ha deciso di andarsene, quella tragica mattina, hanno cominciato a indagare. Lei aveva lasciato tracce ovunque, come Pollicino, che portavano alla donna che le aveva rovinato la vita. Poi è iniziato il calvario dei processi».
Maria Angela Faré l’anno scorso è tornata in libertà.
«Non sappiamo neanche dove si trova, che cosa fa. Nonostante la sentenza definitiva, da parte sua non abbiamo ricevuto neanche un euro di risarcimento, anche se i soldi sono l’ultimo dei nostri problemi. Noi siamo andati fino in fondo e non ci fermeremo, perché è nostra figlia che lo vuole».
Andrea G
Ripartire dalle vittime del clero e arrivare a formulare delle proposte di intervento.
Italy Church Too organizza a Milano il 3 novembre un convegno su “Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità”.
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Ripartire dalle vittime del clero, per fare luce su quello che in Italia non funziona sul fronte della giustizia e della prevenzione e arrivare a formulare delle proposte di intervento.
A due settimane dall’annunciata presentazione del primo report della Conferenza episcopale sul lavoro degli Sportelli diocesani per la tutela dei minori, il coordinamento Italy Church Too organizza a Milano il 3 novembre un convegno su “Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità”.
Nato lo scorso febbraio dall’iniziativa di diverse associazioni di donne e movimenti cattolici proprio per sostenere i sopravvissuti alle violenze sessuali, psicologiche, spirituali ed economiche all’interno della chiesa, il coordinamento continua a denunciare la mancanza di un’adeguata risposta di chiesa e stato alla piaga degli abusi.
L’INIZIATIVA
A Milano saranno presenti tra gli altri Antonio Messina, abusato da don Giuseppe Rugolo, che al momento è sotto processo a Enna per violenza sessuale (abbiamo raccontato questo caso su Domani del 3/7/22); ci saranno anche i genitori di Eva Sacconago, la ragazza di Busto Arsizio che si è suicidata in seguito alle ripetute molestie di una ex suora, Mariangela Farè, condannata a tre anni e sei mesi per violenza sessuale, uno dei pochissimi casi noti di religiose abusanti.
In Italia parlare di questi fatti è ancora un tabù: «Il nostro obiettivo è proprio quello di far sapere quello che succede nella Chiesa attraverso i racconti delle vittime – dichiara Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso – e anche mostrare perché in Italia il sistema non funziona: in Spagna la stampa fa un’inchiesta giornalistica e la magistratura apre un fascicolo, mentre da noi le vittime denunciano e non cambia nulla».
IL RUOLO DELLO STATO
Lo stato italiano, infatti, è inadempiente sotto il profilo della protezione dei minori: l’Unione europea ha già segnalato più volte la mancata attuazione di convenzioni e trattati internazionali sulla tutela dei diritti dell’infanzia.
È il caso della Convenzione di Lanzarote del 2010, il primo strumento internazionale che considera reato gli abusi sessuali contro i bambini e prevede anche misure preventive nel reclutamento del personale che lavora a contatto con i minori, come il “certificato antipedofilia”, un documento che garantisce al l’assenza di denunce o condanne per abuso. Il legislatore in Italia, contrariamente alla norme europea, esonera però da questo certificato l’intera categoria del volontariato, quella notoriamente più a contatto con i minori, compresi preti e catechisti.
Si parlerà quindi degli ostacoli che le vittime incontrano nel denunciare e dei possibili adeguamenti normativi sulla scorta delle pratiche già portate avanti in altri paesi; gli aspetti giuridici e psicologici saranno affrontati in particolare da Pietro Forno, già procuratore aggiunto di Milano, da Dante Ghezzi, psicoterapeuta che si è focalizzato sulla rielaborazione del trauma, e dall’avvocato Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio permanente della Rete L’Abuso.
«Lo stato ha abdicato al suo dovere, affidando alla chiesa e al diritto canonico il monopolio della gestione dell’abuso clericale sui minori – spiega Caligiuri – Se la chiesa fosse davvero intenzionata a proteggere efficacemente i minori, le donne e gli adulti vulnerabili, il diritto canonico dovrebbe rendere obbligatoria quanto meno una segnalazione alle procure civili dei preti sospettati di violenze».
Invece, come ribadisce il motu proprio papale“Vos estis lux mundi”, i membri del clero sono soltanto obbligati a riferire eventuali casi di abuso ai propri superiori e tutto rimane all’interno della chiesa.
«Le istituzioni ecclesiastiche non pensano alle vittime ma a proteggere i sacerdoti abusanti, spesso con conseguenze drammatiche – aggiunge Caligiuri – lo vediamo con l’insabbiamento intenzionale delle violenze da parte di alcuni vescovi, che organizzano l’allontanamento dei responsabili verso un’altra parrocchia, senza curarsi del fatto che questi possano di nuovo essere a contatto con bambini e adolescenti».
Il coordinamento chiede invece un’inchiesta indipendente, sul modello di quelle già avviate in altri paesi, sostegno e accompagnamento per le vittime e un adeguato risarcimento per gli abusi subiti, indipendentemente dalla prescrizione.
L’appuntamento è per il 3 novembre dalle 14 alle 19 presso la sala del Centro di aggregazione multifunzionale in via S. Marco 45 a Milano. I lavori saranno anche trasmessi in diretta Facebook sui canali di Domani.
E’ tornato libero, dopo circa un anno agli arresti domiciliari, don Emanuele Tempesta, il sacerdote arrestato dalla squadra mobile di Milano nel mese di luglio del 2021 per presunti abusi sessuali su cinque ragazzi tra i 10 e i 16 anni. All’epoca dei fatti il sacerdote era vicario parrocchiale a Busto Garolfo. Gli abusi sarebbero avvenuti tra febbraio 2020 e maggio 2021 nella sua abitazione di Busto Garolfo, durante i mesi del lockdown. Don Tempesta ha sempre negato con forza le accuse che gli sono state mosse.
Il gup Tiziana Landoni, accogliendo l’istanza del pm Flavia Salvatori di Busto Arsizio, ha stabilito che Il sacerdote avrà l’obbligo di dimora nel comune di Rho, dove ha trascorso il periodo ai domiciliari, e non potrà incontrare le vittime e i loro familiari. Il processo a suo carico dovrebbe aprirsi a settembre. La curia di Milano potrebbe entrare nel processo come responsabile civile e in questo caso sarebbe chiamata a un risarcimento alle vittime in caso di condanna del sacerdote.
Tre minori sono stati ascoltati ieri in Tribunale a Busto Arsizio, in audizione protetta, perché presunte vittime di abusi sessuali da parte di don Emanuele Tempesta (nella foto), 29 anni, nativo di Cornaredo, sacerdote a Busto Garolfo ai domiciliari dal luglio 2021 con l’accusa di molestie sessuali ai danni di 7 minori, di età compresa tra gli 8 e i 12 anni. La prossima settimana si concluderanno le testimonianze dei ragazzini, dopodiché la Procura deciderà come procedere. Assistito dall’avvocato Mario Zanchetti, don Tempesta si è sempre professato innocente respingendo accuse definite “false e infamanti”.
A far partire le indagini sono state le denunce di alcuni dei genitori dei piccoli, dopo aver raccolto le loro testimonianze. Sotto esame scrupoloso anche tutte le tracce presenti sui dispositivi elettronici usati dal sacerdote. Gli abusi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbero avvenuti durante la pandemia, quando i bimbi sono stati invitati a casa del sacerdote in piccoli gruppi. Durante i pomeriggi tra chiacchiere e videogiochi don Tempesta avrebbe approfittato di alcuni di loro.
Le famiglie delle vittime, i sette minori fra gli 8 e i 12 anni protagonisti secondo l’accusa di otto episodi di violenza, non parlano. L’audizione protetta dei bambini è per ora la pietra angolare dell’inchiesta.
La comunità, invece, prova già a voltare pagina. Nel silenzio. Dopo lo sconcerto dei primi giorni seguiti alla notizia diffusa direttamente dalla Diocesi di Milano, tra i cittadini di Busto c’è già chi fa esercizio di incredulità. C’è chi pensa al prete, fermato dalla Mobile di Milano a Bardonecchia dove era in vacanza con i ragazzini dell’oratorio, come a un “tradizionalista religioso” ma “incapace di fare male ai bambini” che – secondo l’accusa – sarebbero stati invece attirati nell’appartamento al primo piano dell’oratorio di via Mazzini con la scusa della playstation. L’ipotesi dell’orrore fatica a farsi strada in una comunità da sempre molto vicina alla Chiesa.
E anche la parrocchia, con difficoltà, cercò di ripartire. Le attività estive 2021 si sono tenute regolarmente grazie anche ad alcuni sacerdoti venuti in soccorso del 71enne don Ambrogio Colombo, che si trovò nel giro di poche ore a guidare una comunità di poco meno di 14mila persone.
Cornaredo (Milano) – Tre minori sono stati ascoltati ieri in Tribunale a Busto Arsizio, in audizione protetta, perché presunte vittime di abusi sessuali da parte di don Emanuele Tempesta, 29 anni, nativo di Cornaredo, sacerdote a Busto Garolfo ai domiciliari dal luglio 2021 con l’accusa di molestie sessuali ai danni di sette minori, di età compresa tra gli 8 e i 12 anni. La prossima settimana si concluderanno le testimonianze dei ragazzini, dopodiché la Procura deciderà come procedere.
Assistito dall’avvocato Mario Zanchetti, don Tempesta si è sempre professato innocente respingendo accusedefinite “false e infamanti”. A far partire le indagini sono state le denunce di alcuni dei genitori dei piccoli, dopo aver raccolto le loro testimonianze. Sotto esame scrupoloso anche tutte le tracce presenti sui dispositivi elettronici usati da don Emanuele. Gli abusi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbero avvenuti durante la pandemia, quando i bimbi sono stati invitati a casa del sacerdote, in piccoli gruppi. Durante i pomeriggi trascorsi tra chiacchiere e videogiochi don Tempesta avrebbe approfittato della situazione per abusare di alcuni di loro.
Le famiglie delle vittime, i sette minori fra gli 8 e i 12 anni protagonisti secondo l’accusa di otto episodi di violenza, non parlano. L’audizione protetta dei bambini è per ora la pietra angolare dell’inchiesta. La comunità, invece, prova già a voltare pagina. Nel silenzio.
Dopo lo sconcerto dei primi giorni seguiti alla notizia diffusa direttamente dalla Diocesi di Milano, tra i cittadini di Busto c’è già chi fa esercizio di incredulità. C’è chi pensa al prete, fermato dalla Mobile di Milano a Bardonecchia dove era in vacanza con i ragazzini dell’oratorio, come un “tradizionalista religioso” ma “incapace di fare male ai bambini” che – secondo l’accusa – sarebbero stati invece attirati nell’appartamento al primo piano dell’oratorio di via Mazzini con la scusa della playstation. L’ipotesi dell’orrore fatica a farsi strada in una comunità da sempre molto vicina alla Chiesa.
AGI Maria Angela Faré, l’ex suora che abusò di Eva Sacconago, la ragazza di Busto Arsizio che si suicidò a 26 anni nel 2011, è libera ‘per fine pena’.
La notizia è stata diffusa dal sito ‘Rete L’Abuso’, che raccoglie i casi di violenze in ambito clericale, e confermata all’AGI dall’avvocato Daniela Cultrera dalla quale si apprende che l’ordine di scarcerazione risale al 4 settembre del 2021. Nessuna conferma invece dal legale di Faré, l’avvocato Fabrizio Busignani: “È una notizia riservata, non possa confermare se sia o meno vera”. La condanna definitiva a 3 anni e sei mesi risale al 21 dicembre 2019 e l’intera pena, che comprende anche la custodia cautelare prima del processo, è stata scontata in carcere, senza alcun beneficio.
“Libera il giorno del compleanno di Eva”
“Noi lo abbiamo saputo il primo febbraio – racconta Roberto Sacconago, il padre di Eva, che solo oggi ha deciso di divulgare la notizia assieme alla moglie -. Appena arrivati nella nostra casa di montagna, il nostro rifugio dell’anima così come lo era anche per nostra figlia, c’è stato detto dall’avvocato. E la liberazione è stata proprio il 21 settembre, il giorno del compleanno della nostra piccola. Che coincidenza. Per noi saperlo è stato un colpo e un dispiacere al cuore”.
“Il conteggio della pena è giusto al 99 per cento, i nostri avvocati lo stanno controllando – prosegue il padre della ragazza che, quando aveva 14 anni, subì “violenze sessuali vere e proprie nel 2010 e 2011 e comportamenti che avrebbero minato la stabilità psichica di chiunque”, scrissero i giudici – Tuttavia siamo arrabbiati perché non sappiamo dove sia la signora Faré dalla quale non abbiamo mai ricevuto delle scuse personali e che non ci ha mai versato il risarcimento di 50 mila euro previsto dal giudice. Sappiamo che i giudici le hanno inflitto come pena accessoria l’interdizione dal frequentare ambienti con minori ma non siamo tranquilli e abbiamo paura che possa rifare con nostra figlia quello che ha già fatto”.
Il mancato risarcimento perché è “incapiente”
Ai legali della famiglia, la difesa dell’ex suora ha fatto sapere che non può risarcire perché è “incapiente”. “Mi domando allora chi le ha pagato gli avvocati e il perito e credo sia stato il clero, come sempre accade”, continua il padre della ragazza che, dicono le sentenze, fu vittima delle ‘attenzioni’ dell’imputata, che apparteneva alle Figlie di Maria Ausiliatrice, già quando era minorenne, per poi instaurare con lei una relazione, fino al 2011, quando si tolse la vita.
L’Ordine a cui apparteneva è stato assolto. “Non sapevo nemmeno che fosse libera, ma è normale. Ha scontato la sua pena”, è il commento del difensore dell’Ordine, l’avvocato Mario Zanchetti.