Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, il Vaticano è ancora timido a denunciare

    Pedofilia, il Vaticano è ancora timido a denunciare

     Il comitato dell’Onu per i diritti dell’infanzia prova a far luce sui ritardi e le omissioni della Santa Sede.

    di Marina Zenobio

    Nonostante gli sforzi di papa Francesco per migliorare la percezione dell’operato della chiesa cattolica, sulla santa sede pesa ancora lo scandalo degli innumerevoli casi di pedofilia commessi dai suoi sacerdoti in diverse parti del mondo.

    Questa volta a riparlarne è il comitato dell’Onu per i diritti dell’infanzia che venerdì scorso, a Ginevra, ha criticato energicamente le modalità con cui la curia ha gestito uno scandalo di dimensioni globali. In questa prima interpellanza pubblica all’Onu, la santa sede ha dovuto rispondere ad alcune domande imbarazzanti relative ad abusi sessuali su minori commessi da diversi sacerdoti. Dopo di che il Comitato per i diritti dell’infanzia ha chiesto chiarimenti su una disattesa convenzione che impegnava la santa sede a prendere le misure necessarie e appropriate per proteggere i bambini.

    Esistono denunce che dimostrano come la Chiesa abbia nascosto la verità per difendere la sua reputazione e i suoi preti pedofili, permettendo così ulteriori violenze su migliaia di bambini. Sara Oviedo, ricercatrice del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, ha ricordato che nella maggior parte dei casi, dopo la denuncia i sacerdoti abusanti sono stati solo trasferiti in un’altra parrocchia e non consegnati alle forze dell’ordine per un giusto processo. Perché, chiede Oviedo, tanti sforzi per occultare questi crimini orrendi? Se si continua così quanti altri bambini subiranno abusi? Monsignor Charles Scicluna, ex procuratore della santa sede in materia di reati sessuali, ha riconosciuto che il Vaticano ha tardato a rispondere alla crisi, ma che ora vuole collaborare e incoraggiare i pubblici ministeri ad agire contro coloro che ostacolano la giustizia affinché tutti i sacerdoti responsabili rispondano dei loro reati.

    Per quando riguarda la convenzione sottoscritta dalla santa sede nel 1990, con cui si impegnava a prendere tutte le misure necessarie per proteggere i bambini, a parte una prima relazione presentata nel 1994 non è stata presentata più alcuna informativa. Lo ha fatto solo 22 anni dopo, quando esplose lo scandalo degli abusi sessuali in Europa e in altri paesi. Per questo gli avvocati delle vittime insistono che la chiesa ha protetto i preti pedofili e ci sono prove circostanziante provenienti in particolare da Messico Gran Bretagna, Canada, Stati uniti e Irlanda.

    Inconcepibile la difesa della santa sede secondo cui i sacerdoti colpevoli di pedofilia non sono dipendenti del Vaticano ma cittadini dei paesi dove risiedono e sono soggetti alle forze dell’ordine locale e che i responsabili di quei sacerdoti sono i vescovi della diocesi di appartenenza, non il papa. Ma i difensori delle vittime e i comitati per la difesa dei diritti umani hanno presentato al comitato dell’Onu documenti dello stesso Vaticano che dimostrano come la santa sede scoraggiò i vescovi a denunciare i preti pedofili alla polizia locale.

  • Abusi su minori, mandato d’arresto in Canada per prete francese

    Abusi su minori, mandato d’arresto in Canada per prete francese

    Ricercato dal 1998: i fatti contestati risalgono al 1968/70 per l’aggressione di tre minori.

    Montreal, 29 nov. (TMNews) – Un prete francese della Congregazione degli Oblati ha ricevuto un mandato di arresto in Canada per aggressione sessuale su tre minori: lo ha riferito l’ufficiale Yvonne Niego della Gendarmeria reale del territorio del Nunavut, nell’Artico.
    Padre Joannis Rivoire è ricercato dal 1998 per abusi sessuali su tre minori locali tra il 1968 e il 1970, quando era un missionario della comunità cattolica degli Oblati a Rankin Inlet, un villaggio a nord-ovest della baia di Hudson nel Canada settentrionale. “Abbiamo un mandato di arresto in buona e debita forma”, ha spiegato Yvonne Niego.

    http://plutopaperino.blogspot.it/2013/11/abusi-su-minori-mandato-d-in-canada-per.html

  • LE IMMAGINI CHOC DI UN PRETE PEDOFILO

    LE IMMAGINI CHOC DI UN PRETE PEDOFILO

    Tra alcune settimane , il processo al prete pedofilo Eric Dejaeger si terrà a Nunavut ( territorio nel nord del Canada ) . Il sacerdote è sospettato di atti di libidine multipla e stupro di bambini a partire dal 1970.
    Una troupe televisiva ha visitato il villaggio di Igoolik , dove ha fatto più di 40 vittime. Ha acquisito il filmati di repertorio terribilmente scioccantidove si vede il sacerdote giocare coi bambini sulle ginocchia, in mutande, baciandoli sulla bocca, senza che nessuno interviene, nemmeno l’autore del video.

    “Ero così spaventata che ho obbedito ”
    “Ho dovuto toccare perchè lui mi ha sempre minacciato con un coltello . Non potevo dirlo a nessuno ed ho dovuto procurargli altri bambini. Ero così spaventata che ho taciuto e ho obbedito ” dice una vittima . Per oltre 30 anni il prete ha imposto la sua legge nella comunità Inuit , dove era una figura molto rispettata . “E ‘stata la prima volta che abbiamo visto un uomo bianco , che è più di un prete “, dice un abitante.

    La Chiesa era a conoscenza delle azioni del prete , ma fu tenuto nel silenzio . Per la prima volta , i Padri Oblati nelle Fiandre riconoscono i fatti. Per anni , la congregazione alla quale apparteneva il sacerdote l’ha coperto ed ha fatto in modo che potesse fuggire dal paese . Cardinal Danneels anche lui accusato per complicità nella relazione perchè era a conoscenza del caso dal 2001, arcivescovo emerito di Malines -Bruxelles aveva ignorato una lettera in cui venivano denunciati gli abusi.

    Articolo originale in francese:

    DANS QUATRE SEMAINES, LE PROCÈS DU PRÊTRE PÉDOPHILE ERIC DEJAEGER SE TIENDRA DANS LE NUNAVUT (TERRITOIRE DES INUITS À L’EXTRÊME NORD DU CANADA). CET HOMME, ORIGINAIRE DE ROULERS, EST SUSPECTÉ DE MULTIPLES ATTOUCHEMENTS ET VIOLS SUR DES ENFANTS INUITS À PARTIR DES ANNÉES ’70.

    UNE ÉQUIPE DE TÉLÉVISION DE VTM S’EST RENDUE DANS LE VILLAGE D’IGOOLIK, OÙ IL AURAIT FAIT PLUS DE 40 VICTIMES. ELLE S’EST PROCURÉ DES IMAGES D’ARCHIVES TERRIBLEMENT CHOQUANTES. ON Y VOIT LE PRÊTRE EN TRAIN DE TRIPOTER DES ENFANTS ET EN TRAIN DE LES EMBRASSER SUR LA BOUCHE, SANS QUE PERSONNE N’INTERVIENNE, PAS MÊME L’AUTEUR DE LA VIDÉO.

    “J’AVAIS TELLEMENT PEUR QUE J’OBÉISSAIS”
    “JE DEVAIS LE TOUCHER ET APRÈS, IL ME MENAÇAIT TOUJOURS AVEC UN COUTEAU. JE NE POUVAIS RIEN DIRE À PERSONNE. ET JE DEVAIS ALLER CHERCHER D’AUTRES ENFANTS POUR LUI. J’AVAIS TELLEMENT PEUR QUE JE ME TAISAIS ET J’OBÉISSAIS”, TÉMOIGNE UNE VICTIME. PENDANT PLUS DE TRENTE ANS, L’INDIVIDU A IMPOSÉ SA LOI DANS CETTE COMMUNAUTÉ INUIT, OÙ IL ÉTAIT UNE FIGURE TRÈS RESPECTÉE. “C’ÉTAIT LA PREMIÈRE FOIS QU’ON VOYAIT UN BLANC, QUI PLUS EST UN PRÊTRE”, EXPLIQUE-T-ON LÀ-BAS.

    L’EGLISE ÉTAIT AU COURANT DES AGISSEMENTS DU PRÊTRE, MAIS S’EST MURÉE DANS LE SILENCE. POUR LA PREMIÈRE FOIS, LES PÈRES OBLATS EN FLANDRE RECONNAISSENT LES FAITS. PENDANT DES ANNÉES, LA CONGRÉGATION À LAQUELLE APPARTENAIT LE PRÊTRE L’A COUVERT ET A FAIT EN SORTE QU’IL PUISSE FUIR LE CANADA. LE CARDINAL DANNEELS EN PREND AUSSI POUR SON GRADE DANS LE REPORTAGE. AU COURANT DE L’AFFAIRE DEPUIS 2001, L’ARCHEVÊQUE ÉMÉRITE DE MALINES-BRUXELLES AURAIT ENTRE AUTRES IGNORÉ UNE LETTRE D’ACCUSATION.

    LE REPORTAGE DE TELEFACTS EST À SUIVRE CE MARDI À PARTIR DE 21H40 SUR LA CHAÎNE NÉERLANDOPHONE VTM

  • Il genocidio dei nativi canadesi. Kevin Annet per Rete L’ABUSO – VIDEO (ITA)

    Il genocidio dei nativi canadesi. Kevin Annet per Rete L’ABUSO – VIDEO (ITA)

    *Chiusi a forza nelle scuole cristiane. Abusati. Uccisi. è la sorte toccata agli aborigeni dello Stato. Ora il governo riconosce il genocidio. E risarcisce* Per ogni anno passato nella scuola ognuno riceverà 13 mila dollari per la perdita della lingua, della cultura e della vita di famiglia. Chi dichiarerà di avere subito violenze sessuali, fisiche e psicologiche dovrà affrontare un processo supplementare e potrà ricevere fra i 5 mila e i 275 mila dollari in più.

    A questo risarcimento avranno diritto gli allievi delle scuole residenziali cristiane di Stato del Canada, nelle quali, a partire dal Federal Indian Act del 1874 che le ha istituite, oltre 150 mila bambini indiani sono stati rinchiusi d’autorità per ‘venire civilizzati’ dopo essere stati strappati alle famiglie. Il fine era quello di “uccidere l’indiano che è dentro l’indiano”.

    Non meno di 50 mila di quei bambini sono stati uccisi per davvero, torturati e abusati dal personale insegnante o dai religiosi, preti e suore, che li ‘accudivano’ e di cui hanno anche fatto sparire i cadaveri. La legge del 1874 definiva gli indiani, cioè gli aborigeni, “individui selvaggi, privi della conoscenza di Dio e di qualsiasi stabile e chiaro credo religioso”, definizione che ha permesso l’incredibile strage degli innocenti durata fino al 1997.

    Da quell’anno il governo canadese ha chiuso le scuole. è iniziata una trattativa con l’Atlantic Policy Congress of First Nation Chiefs (Apc) che si è conclusa ora con l’accordo per un risarcimento di 1,9 miliardi di dollari ai circa 80 mila superstiti rinchiusi in quei lager di Stato dal 1920 al 1997. Il primo ministro Stephen Harper in Parlamento ha chiesto ufficialmente perdono, stando in piedi, al delegato dell’Apc, rimasto seduto, Phil Fontaine: nome francese, ma inequivocabile copricapo di piume.

    Nel suo discorso Harper ha tra l’altro detto: “è stato un errore separare i bambini da culture ricche e vibranti. Ciò ha creato un vuoto in molte vite e in tante comunità. Chiediamo perdono”. “La vostra domanda di perdono è accolta”, ha risposto Fontaine. “Il risarcimento ammette una verità che è più profonda dei soldi”, ha commentato Paul Viola, un altro rappresentante dell’Apc: “Nelle scuole cristiane si veniva chiusi in tenera età, così da non conoscere i propri genitori, e si imparava solo la violenza fisica e gli abusi sessuali”.

    Il 62enne Paul Fredda, ‘uomo della medicina’ della tribù Passamaquoddy, ha potuto raccontare di quando lui e suo fratello furono deportati nella scuola di Shubenacadie, dove con altri bambini vennero abusati sessualmente da preti cattolici e dove hanno assistito, tra l’altro, all’agonia di un bambino picchiato, legato a un albero per due notti e lasciato morire. E’ stata l’Apc a prendere a suo tempo con altri gruppi l’iniziativa di citare in tribunale il governo canadese e le chiese anglicana, battista, metodista, presbiteriana, cattolica e unitaria canadese, le chiese cioè che hanno gestito il centinaio di mattatoi per bambini chiamati scuole residenziali perchè gli ‘scolari’ erano costretti risiedervi. Il governo ha dovuto così istituire l’ente investigativo pubblico chiamato Commissione per la verità del genocidio in Canada, che a sua volta ha proseguito i lavori di altri due tribunali, la Commissione d’inchiesta sui crimini contro il popolo aborigeno e il Tribunale sulle scuole residenziali canadesi.

    Ne è uscita una galleria di orrori con 15 tipi di violenze fisiche compresa l’inoculazione di virus e bacilli di malattie mortali. Il segretario della prima Commissione, reverendo Kevin Annet, non ha esitato a parlare di “crimini contro l’umanità” e a scrivere nella relazione finale: “A differenza del popolo tedesco dopo la Seconda guerra mondiale, noi canadesi dobbiamo ancora venire a conoscenza e fare ammenda del genocidio che abbiamo perpetrato contro le popolazioni da noi sottomesse: uomini, donne e bambini indigeni deliberatamente sterminati dal nostro Stato e dalla nostra Chiesa convinti della propria supremazia razziale”.

    dall’Espresso – Di Giuseppe Nicotri

  • Il genocidio dei nativi canadesi. Kevin Annet per Rete L’ABUSO (ITA)

    Il genocidio dei nativi canadesi. Kevin Annet per Rete L’ABUSO (ITA)

    *Chiusi a forza nelle scuole cristiane. Abusati. Uccisi. è la sorte toccata agli aborigeni dello Stato. Ora il governo riconosce il genocidio. E risarcisce* Per ogni anno passato nella scuola ognuno riceverà 13 mila dollari per la perdita della lingua, della cultura e della vita di famiglia.

    Chi dichiarerà di avere subito violenze sessuali, fisiche e psicologiche dovrà affrontare un processo supplementare e potrà ricevere fra i 5 mila e i 275 mila dollari in più. A questo risarcimento avranno diritto gli allievi delle scuole residenziali cristiane di Stato del Canada, nelle quali, a partire dal Federal Indian Act del 1874 che le ha istituite, oltre 150 mila bambini indiani sono stati rinchiusi d’autorità per ‘venire civilizzati’ dopo essere stati strappati alle famiglie. Il fine era quello di “uccidere l’indiano che è dentro l’indiano”.

    Non meno di 50 mila di quei bambini sono stati uccisi per davvero, torturati e abusati dal personale insegnante o dai religiosi, preti e suore, che li ‘accudivano’ e di cui hanno anche fatto sparire i cadaveri. La legge del 1874 definiva gli indiani, cioè gli aborigeni, “individui selvaggi, privi della conoscenza di Dio e di qualsiasi stabile e chiaro credo religioso”, definizione che ha permesso l’incredibile strage degli innocenti durata fino al 1997. Da quell’anno il governo canadese ha chiuso le scuole. è iniziata una trattativa con l’Atlantic Policy Congress of First Nation Chiefs (Apc) che si è conclusa ora con l’accordo per un risarcimento di 1,9 miliardi di dollari ai circa 80 mila superstiti rinchiusi in quei lager di Stato dal 1920 al 1997.

    Il primo ministro Stephen Harper in Parlamento ha chiesto ufficialmente perdono, stando in piedi, al delegato dell’Apc, rimasto seduto, Phil Fontaine: nome francese, ma inequivocabile copricapo di piume. Nel suo discorso Harper ha tra l’altro detto: “è stato un errore separare i bambini da culture ricche e vibranti. Ciò ha creato un vuoto in molte vite e in tante comunità. Chiediamo perdono”.

    “La vostra domanda di perdono è accolta”, ha risposto Fontaine. “Il risarcimento ammette una verità che è più profonda dei soldi”, ha commentato Paul Viola, un altro rappresentante dell’Apc: “Nelle scuole cristiane si veniva chiusi in tenera età, così da non conoscere i propri genitori, e si imparava solo la violenza fisica e gli abusi sessuali”. Il 62enne Paul Fredda, ‘uomo della medicina’ della tribù Passamaquoddy, ha potuto raccontare di quando lui e suo fratello furono deportati nella scuola di Shubenacadie, dove con altri bambini vennero abusati sessualmente da preti cattolici e dove hanno assistito, tra l’altro, all’agonia di un bambino picchiato, legato a un albero per due notti e lasciato morire.

    E’ stata l’Apc a prendere a suo tempo con altri gruppi l’iniziativa di citare in tribunale il governo canadese e le chiese anglicana, battista, metodista, presbiteriana, cattolica e unitaria canadese, le chiese cioè che hanno gestito il centinaio di mattatoi per bambini chiamati scuole residenziali perchè gli ‘scolari’ erano costretti risiedervi. Il governo ha dovuto così istituire l’ente investigativo pubblico chiamato Commissione per la verità del genocidio in Canada, che a sua volta ha proseguito i lavori di altri due tribunali, la Commissione d’inchiesta sui crimini contro il popolo aborigeno e il Tribunale sulle scuole residenziali canadesi.

    Ne è uscita una galleria di orrori con 15 tipi di violenze fisiche compresa l’inoculazione di virus e bacilli di malattie mortali. Il segretario della prima Commissione, reverendo Kevin Annet, non ha esitato a parlare di “crimini contro l’umanità” e a scrivere nella relazione finale: “A differenza del popolo tedesco dopo la Seconda guerra mondiale, noi canadesi dobbiamo ancora venire a conoscenza e fare ammenda del genocidio che abbiamo perpetrato contro le popolazioni da noi sottomesse: uomini, donne e bambini indigeni deliberatamente sterminati dal nostro Stato e dalla nostra Chiesa convinti della propria supremazia razziale”. dall’Espresso Di Giuseppe Nicotri

  • Nuovo Papa, per rete sopravvissuti agli abusi dei preti sono 12 i non papabili

    Nuovo Papa, per rete sopravvissuti agli abusi dei preti sono 12 i non papabili

    Da Maradiaga (Honduras) a Timothy Dolan (New York), da Angelo Scola (Italia) a Marc Ouellet (Quebec Canada). Per la Snap non sono degni del soglio pontificio per le omissioni che hanno fatto nel denunciare i responsabili e per le giustificazioni che hanno dato nonostante le prove. Padre Federico Lombardi: “Non spetta a loro dire chi va in conclave”

    Dodici cardinali non devono essere considerati “papabili” per rispetto alle vittime di abusi sessuali, soprattutto bambini, da parte di esponenti del clero, per le omissioni che hanno fatto nel denunciare i responsabili e per le giustificazioni che hanno dato nonostante le prove documentate. E’ l’opinione dello Snap, la rete americana dei sopravvissuti agli abusi dei preti, che in un hotel romano ha convocato una conferenza stampa con i giornalisti internazionali per fornire i nomi della “dirty dozen” ovvero la ‘sporca dozzina’.

    I cardinali da non eleggere papa nel conclave sono, secondo l’associazione: Norberto Rivera Carrera (Messico), Oscar Rodriguez Maradiaga (Honduras), Timothy Dolan (New York), Angelo Scola (Italia), George Pell (Australia), Dominik Duka (Rep.Ceca), Tarcisio Bertone (Italia), Donald Wuerl(Washington D.C.), Marc Ouellet (Quebec Canada), Sean O’Malley (Boston), Leonardo Sandri (Argentina), Peter Turkson (Ghana).

    Forse perché sono americani, gli esponenti della Snap Barbara Doris e David Clohessy ritengono che il cardinale più compromesso sia quello di New York, Dolan, che a loro dire avrebbe addirittura ideato un piano “per pagare 20 mila dollari ai preti coinvolti negli abusi sessuali pur di abbandonare l’abito talare”. Secondo lo Snap “alla fine si è saputo che almeno 12 preti hanno ricevuto soldi”. Esponenti dell’associazione hanno accusato il cardinale Scola “di aver voluto minimizzare lo scandalo e il ruolo della Chiesa”, ricordando che durante la sua omelia del 2010 nella basilica di S.Pietro disse che “riguardavano ambiti diversi e categorie diverse di persone”. E sempre Scola, hanno sostenuto i due rappresentanti, disse che tutte queste accuse rispetto al ruolo di Benedetto XVI nella crisi degli abusi sessuali erano “un’iniqua umiliazione”.

    Critiche sono state mosse dallo Snap anche nei confronti del cardinale Maradiaga, che, sempre in occasione dello scandalo degli abusi sessuali, disse: “Io andrei volentieri in galera prima di far male ai miei preti. Io non sono un poliziotto”. Gli esponenti dello Snap hanno poi ricordato quanto detto dal cardinal Ouellet, il quale sostenne che “soltanto il 10% delle accuse contro i preti sono state provate”. L’idea dell’associazione è che il peggio di questa vicenda deve ancora arrivare: “Solo di recente – hanno sostenuto – la vicenda è stata veramente portata alla luce. Negli Usa cominciò più o meno 10 anni fa e in pochi Paesi europei è ancora più recente. Lo scandalo, secondo noi, si deve ancora rivelare nella maggioranza dei Paesi” facendo intendere che quanto si sa attualmente è solo la punta dell’iceberg.

    Barbara Doris e David Clohessy vogliono spingere questi prelati cattolici “a smettere di far finta che il peggio sia passato. Tragicamente, il peggio quasi sicuramente deve ancora arrivare”. Ed è per questo che fanno un appello perché, durante le congregazioni in corso di svolgimento, tutti i cardinali interroghino “senza remore e timori questi 12 porporati per conoscere la verità. Desidereremmo vedere i loro colleghi parlare apertamente degli abusi sessuali e di pedofilia e mettere pressione su questi 12 cardinali”.

    Per lo Snap “se c’è qualcosa da imparare nel pontificato di Benedetto XVI è che la conoscenza di questa crisi non garantisce un’adeguata reazione concreta” e lo hanno accusato di “tante parole ma pochi fatti”, perché quando era cardinale “non c’era nessuno più informato di lui sugli abusi sessuali. Queste parole e questi gesti – hanno concluso – non hanno fatto nulla per proteggere ogni singolo bambino”.

    “Crediamo che non tocchi a Snap dire chi deve venire in conclavené dare una qualifica ai cardinali: dipende dai cardinali stessi giudicare chi è adatto a fare il Papa senza bisogno di chiedere consiglio a Snap –  ribatte il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi – . Le posizioni prese da Snap le conosciamo da molto tempo e crediamo che non tocchi a Snap dire chi deve venire in conclave e dare una qualifica ai cardinali che vi si riuniscono. Credo che dipenda dai cardinali stessi  giudicare chi è adatto e chi non è adatto, senza chiedere consigli alla Snap”.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/nuovo-papa-per-associazione-sopravvissuti-abusi-sono-12-non-papabili/522233/

  • Papabili, un fratello pedofilo per il cardinale Marc Ouellet

    Papabili, un fratello pedofilo per il cardinale Marc Ouellet

    21 febbraio 2013

    Il Globe and Mail di sabato 17 febbraio ha dedicato un ritratto all’arsenico al cardinale quebecchese e primate del Canada, Marc Ouellet, considerato da molti uno dei più probabili papabili dopo le clamorose dimissioni di Benedetto XVI.

    In un articolo che apre la prima pagina del più prestigioso quotidiano canadese e rimanda a tre pagine interne della sezione “Focus”, l’articolo mette anzitutto in luce il fatto che la parrocchia dove Ouellet ha iniziato il suo percorso di fede e poi la sua carriera ecclesiastica è oggi una chiesa sconsacrata, trasformata in un centro civico dove “nello spazio del confessionale oggi si serve birra per 4.25$ e porto per 5$“, mentre dal pulpito centrale oggi “si svolgono spettacoli dal vivo” e “la religione è stata relegata dietro a una pesante tenda di taffeta lunga 22 piedi, che viene aperta una domenica sì e l’altra no per permettere a un prete itinerante d’ottant’anni di servire messa dinanzi a un pubblico di non più di 15-20 fedeli“.

    Il Globe and Mail ritiene questa come la notizia principale su Marc Ouellet, al punto da dedicargli l’apertura del giornale con una grande foto in prima della parrocchia del villaggio quebecchese di La Motte e un titolo malizioso che recita: “Il cardinale non potè salvare questa chiesa. Potrà forse salvare il Vaticano?” Titolo malizioso perché Ouellet ha lasciato il Quebec dal 1970 per trasferirsi prima in Sud America e poi a Roma, quindi chiaramente non ha una responsabilità diretta sul destino della sua parrocchia natale.

    Tuttavia, la notizia che appare come più dirompente, in particolare per le chance del cardinale canadese di divenire Papa, è che nel 2009 suo fratello minore Paul Ouellet, all’epoca 63enne, fu condannato a 15 mesi di libertà vigiliata per pedofilia, in quanto reo confesso di aver assalito sessualmente due ragazzine di 13 e 15 anni. Il fratello cardinale sull’intera vicenda ha mantenuto un silenzio criticato da molti. Due settimane dopo la sentenza, il fratello del cardinale ha perfino comprato un annuncio a pagamentosul quotidiano quebecchese La Frontiere per spiegare pubblicamente il suo punto di vista sulla sua reo-confessione, per rivendicare che tra lui e le due ragazzine esisteva – a suo dire – un amore consenziente e per respingere altre accuse di pedofilia che gli erano piovute addosso, come spesso accade in questi casi.

    Per il resto, l’articolo del Globe and Mail sottolinea a più riprese l’inesorabile processo di secolarizzazione che ha reso da decenni la provincia canadese (e francofona) del Quebec da una delle più ferventemente cattoliche a una delle più laiche e moderne. In questo senso stride la battaglia di retroguardia combattuta da Marc Ouellet contro il progredire dei tempi del suo una volta tradizionale luogo natio. Ouellet si è guadagnato l’attenzione dei media canadesi soprattutto negli ultimi anni, quando ha reso pubbliche le sue idee reazionarie in tema di aborto, diritti civili e posizione della donna nella società.

    Nel novembre 2007 Marc Ouellet firmò e rese pubblica su vari quotidiani francofoni una lettera in cui chiedeva scusa alla societàper gli “errori” di “alcuni cattolici” in Quebec, in particolare ammettendo atteggiamenti anti-semiti, anti-nativi canadesi, omofobici e anti-femminili, ma limitando il tutto all’epoca “precedente il 1960”. La limitazione temporale destò, nel Canada del 2007, fiere critiche, in particolare da parte delle associazioni che difendono direttamente le categorie citate dal cardinale, che hanno ricordato quanto forte sia stato l’impegno dello stesso Ouellet contro il riconoscimento del matrimonio per tutti.

    Nel 2010, ricorda sempre il Globe and Mail, Marco Ouellet definì l’aborto “un crimine morale sempre e in ogni caso, anche dopo uno stupro” e la cosa gli portò un diluvio di critiche, sia istituzionali che private, all’interno di uno dei Paesi più occidentali del mondo. In quella circostanza, ricorda il giornale canadese, il cardinale fu equiparato all’imam dell’Iran Kazem Sedighi, che aveva da poco accusato le donne di essere responsabili di una serie di calamità naturali accadute.

    Il Globe and Mail intervista poi Pierre Labrèche, “un capellone che dirige il nuovo centro civico sorto al posto della vecchia chiesa cattolica di La Motte” il quale difende la sconsacrazione della parrocchia del cardinale dicendo: “Abbiamo salvato la chiesa adattandola ai tempi. Viviamo in una società che è sempre più secolarizzata e la chiesa [cattolica] deve adattarsi ai tempi per sopravvivere; se non l’avessimo presa in gestione noi, forse la nostra chiesa sarebbe stata demolita e al suo posto oggi ci sarebbe un condominio“. Il messaggio del “capellone” Labrèche sembra essere giustapposto nell’articolo sul cardinale, dal momento che il Vaticano, in pura teoria, dovrebbe cercare fra le sue fila un nuovo papa in grado di capire e adattare la Chiesa cattolica alla realtà dei tempi, mentre il profilo del primate del Canada racconta, al contrario, di un uomo addirittura molto critico del Concilio Vaticano II, in riferimento al quale ha sostenuto che “troppi dentro alla Chiesa hanno interpretato in modo esageratamente progressista, disconnettendosi dal nucleo della fede cattolica e aprendosi a uno sbagliato processo di relativizzazione“.

    L’articolo termina dando la parola a un altro dei molti fratelli Ouellet, Roch, un preside di scuola in pensione, che ha abbandonato la religione cattolica da alcuni anni. Roch dipinge del fratello cardinale il seguente ritratto: “Penso sia un nostalgico dei tempi in cui il Quebec era animato da un fervore cattolico di tutto rispetto. Ma che piaccia o no, i tempi sono cambiati, e quella realtà oggi non esiste più. Non vale solo per me, ma per molti altri quebecchesi“.

    Considerati i tempi difficili per la Chiesa Cattolica, e le motivazioni che hanno spinto Ratzinger ad abdicare, l’articolo del Globe and Mail sembra porre un serio freno alle possibilità del primate del Canada di succedere a Benedetto XVI.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/21/papabili-fratello-pedofilo-per-cardinale-marc-ouellet/506771/

  • USA e Canada. I boy scout cattolici protessero migliaia di pedofili, Si conferma la regola omertosa tra le istituzioni cattoliche

    USA e Canada. I boy scout cattolici protessero migliaia di pedofili, Si conferma la regola omertosa tra le istituzioni cattoliche

    17/09/2012 – Pubblicati i file segreti di Tommaso Caldarelli

    Il Los Angeles Times sgancia la bomba sui Boy Scouts of America, definiti “una delle associazioni più autorevoli di tutti gli Stati Uniti”. Il prestigioso giornale della città californiana è venuto in possesso di un registro di oltre 1600 casi in cui capi scout nei ranghi dell’associazione si sarebbero resi colpevoli di violenze sessuali a danno dei ragazzi a loro affidati.

    Questi soggetti sono stati allontanati dall’associazione – anche se, come vedremo, non è affatto detto che essi siano stati permanentemente banditi dal servizio con i ragazzi – ma in ben pochi casi i responsabili dell’associazione scout hanno alzato il telefono e hanno avvisato le pubbliche autorità. Tutt’altro, in effetti, emerge dai dati. “Ai volontari e agli impiegati sospettati di abusi sessuali veniva concesso di lasciare l’associazione pubblicando motivazioni false come “motivi d’affari”, piuttosto che “problemi cerebrali cronici” e “impegni al festival di Shakespeare” – ma non solo: in alcuni casi, il soggetto è stato salutato con i migliori onori e con “il massimo dispiacere per questo tipo di dimissioni”. La blacklist, definita dal LA Times “perversion list”, viene regolarmente aggiornata dal 1919 da parte di BSA e viene, con lo stesso zelo, tenuta lontana dall’occhio pubblico.

    INSABBIAMENTO – L’associazione ha risposto, come vedremo, al giornale, prendendosi ogni responsabilità per la mala gestio di questi eventi e chiedendo scusa. Il minimo, vista l’imponenza delle rivelazioni. “Gli uomini espulsi per gli abusi spesso potevano rientrare, solo per essere accusati di nuove molestie. Ora, una rassegna più estesa mostra che gli scout hanno addirittura protetto i molestatori tenendo le accuse sotto le coperte. Nella maggioranza dei casi, gli scout hanno saputo degli abusi dopo che essi sono stati comunicati alle autorità. In più di 500 casi, però, i capi hanno saputo tutto dai ragazzi, dai genitori, dai membri degli staff, da segnalazioni anonime”: e che hanno fatto? Nell’80% di questi casi non risulta che gli scout d’America si siano mossi per avvertire la polizia, e in 100, addirittura, si sono prodigati “per coprire lo scandalo o permettere ai sospetti di nasconderlo”.

    IL CASO HUMPHRIES – Per vero, prima del 2010 non esisteva una policy dell’associazione che imponeva la denuncia “al minimo sospetto”: la politica era quella del rispetto delle normative nazionali, che non sempre imponevano la denuncia dei soggetti. Tuttavia, anche quando le normative esistevano, le prove indicano che BSA non le abbia rispettate (alcuni casi in New Jersey negli anni ’70). Una storia su tutti: Arthur W. Humphries era capo in Virginia da oltre 50 anni, un educatore ritenuto modello. Era anche, però, un molestatore seriale. Dopo il suo arresto nel 1984, gli scout dissero che non “avevano alcun sospetto su di lui”, ma questo non è affatto vero, perché nel 1978 un bambino di 12 anni raccontò che l’uomo lo costrinse a praticare sesso orale. Gli scout non raccontarono nulla alla polizia, e gli scrissero anche una magniloquente lettera di referenze due anni dopo.

    LA RISPOSTA – Insabbiare, dunque; iscrivere in lista nera, allontanare dall’associazione – a volte con parole dure ma con garanzia di impunità: “Ti chiediamo di interrompere la tua relazione con i Boy Scout of America. Non rilasceremo alcuna informazione a nessuno” – mantenere alto il buon nome dell’associazione. Ma di mezzo si è messo un giudice nell’Oregon che lo scorso giugno ha ordinato l’esibizione di oltre 1600 documenti dell’associazione, invischiata in un caso di violenza da 20 milioni di dollari. Fra i documenti, appunto, questa blacklist. A stretto giro il comunicato di Bsa: “Boy Scouts of America crede che anche solo un singolo sintomo di abuso sia inaccettabile, e ci dispiace che in altri tempi non abbiamo fatto sforzi sufficienti a proteggere i bambini. Siamo molto dispiaciuti ed estendiamo le nostre più profonde simpatie alle vittime”. Per il futuro si continuerà “a migliorare le nostre policy multi-approccio, che ora includono test attitudinali, addestramento programmato, programmi di sicurezza. Ci siamo sempre messi a disposizione delle autorità e oggi chiediamo ai nostri membri di riportare anche solo i sospetti di abuso alle forze dell’ordine”.

    http://www.giornalettismo.com/archives/497959/i-boy-scout-americani-coprirono-migliaia-di-pedofili/

    26/06/2012 – Bufera sul movimento canadese che ora promette trasparenza
    Lo scandalo pedofilia degli scout

    di Tommaso Caldarelli
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    Lo scoutismo canadese è una delle poche associazioni dello scoutismo mondiale ad essersi dotata fin dal 1992 di una politica esplicita per trattare eventuali casi di pedofilia che dovessero capitare nei suoi ranghi: radiazione immediata e deferimento alla polizia. Secondo l’inchiesta che la società di revisione Kpmg ha promosso, pare che questa nuova politica sia stata male applicata, male interpretata, lasciata alla gestione delle singole unità territoriali e male insegnata, se è vero che un quinto dei casi di pedofilia non denunciati hanno avuto luogo proprio dopo il 1992.

    LUCI ED OMBRE – E’ estesa la raccolta dati che Scouts of Canada ha promosso, scrive il Globe and Mail, dalla sua documentazione.

    Tutti i casi di pedofilia che sono emersi, dopo la pubblicazione dei risultati dello studio, sono stati consegnati alla polizia e il leader dello scoutismo ha chiesto scusa a tutte le vittime con un lungo messaggio su Youtube.

    “Stiamo mettendo a nudo tutte le luci e le ombre della nostra storia”, ha detto Steve Kent, capo commissario dello scoutismo canadese. Dall’inchiesta di Kpmg sono emersi quasi 500 nomi di capi educatori “allontanati o espulsi” per condotta sessuale impropria: per questi casi nella stragrande maggioranza non c’era bisogno di denuncia da parte del movimento scout perché la polizia era già a conoscenza della condotta.

    LA LISTA CONFIDENZIALE – In ben pochi casi, quasi 30, lo scoutismo si è attivato per contattare le forze dell’ordine; in quasi 130 casi lo scoutismo o non si è attivato, o non esistono dati sufficienti per confermare che si sia effettivamente attivato per una denuncia.

    Scrive il Globe and Mail che “l’inchiesta di Kpmg arriva all’indomani del pagamento da parte di Boy Scouts of America di milioni di dollari in patteggiamenti e segue la rivelazione da parte della CBC dell’esistenza di una “lista confidenziale” di capi possibili pedofili” nello scoutismo canadese. Lo studio del revisore conferma in ogni caso che le linee guida del 1992 hanno contribuito ad aumentare il numero delle denunce di capi presunti pedofili, e che dal 2001 la situazione è grandemente migliorata.

    Non solo preti: gli scout pagano 1,4 milioni di dollari a una vittima di abusi
    14/04/2010 – Negli Usa si conclude un processo all’organizzazione di Baden Powell. Che non ha cacciato uno scoutmaster colpevole di aver violentato 17 ragazzi. E teneva nascosti i “perversion files”, una lista di accusati di pedofilia. I Boy Scout d’America dovranno pagare

    di Redazione
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    Negli Usa si conclude un processo all’organizzazione di Baden Powell. Che non ha cacciato uno scoutmaster colpevole di aver violentato 17 ragazzi. E teneva nascosti i “perversion files”, una lista di accusati di pedofilia.

    I Boy Scout d’America dovranno pagare 1,4 milioni di danni ad un uomo che, quando era ragazzo, è stato molestato da un capo scout. Lo ha deciso una giuria di Portland che ha anche stabilito che l’organizzazione, che ha la sua sede principale ad Irving, in Texas, potrebbe essere condannata, in una seconda fase del processo, a pagare ulteriori indennizzi, fino a 25 milioni di dollari, per non aver protetto il giovane vittima di abusi rimuovendo dal suo incarico lo «scoutmaster».

    NEGLIGENZA COLPEVOLE – È stata così accolto il ricorso di Kerry Lewis, ora 38enne, che ha accusato gli Scout di negligenza per aver permesso all’ex capo scout Timur Dykes di continuare a svolgere la sua attività anche dopo che l’uomo nel 1983 aveva confessato ad un vescovo della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, la chiesa mormone che negli anni ’80 coordinava un terzo dell’intera organizzazione degli scout americani, che aveva molestato 17 ragazzi. Decisiva è stata la presentazione alla giuria dei cosidetti «perversion files», cioè la lista dei nomi delle persone interne all’organizzazione accusate di pedofila dal 1965 al 1984, che veniva tenuta segreta nella sede centrale dei Boy Scout.

    UN SEGRETO INCONFESSABILE – L’organizzazione ha cercato in tutti i modi di continuare a tenerla segreta ma la lo scorso febbraio la Corte Suprema dell’Oregon ha ordinato che i circa mille documenti fossero utilizzati nel processo di Portland. L’organizzazione nazionale dei Boy Scout si è sempre difesa delle accuse di negligenza, rivendicando invece una sua azione per proteggere sempre i ragazzi da eventuali abusi. «Siamo rattristati per quello che è successo a Lewis, le azioni dell’uomo che ha commesso questi crimini non rappresentano i valori e gli ideali dei Boy Scouts di America» ha detto il portavoce Deron Smith annunciando il ricorso contro la sentenza. Anche perchè la decisione della giuria di Portland potrebbe essere seguita da altre analoghe, dal momento che vi sono altre nove cause del genere in questo momento in corso negli Stati Uniti.

    (AdnKronos)

    http://www.giornalettismo.com/archives/59174/solo-preti-gli-scout-pagano-14/

    La capo scout e il quindicenne: non è un B-movie, è tutto vero
    11/12/2009 – Quando si dice “parola di scout” si intende sottolineare le virtù di lealtà e sincerità di chi appartiene all’associazione: ma la realtà a volte è un’altra Chi non si fiderebbe a mandare i propri figli in un bel campeggio scout?

    di talentosprecato
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    Quando si dice “parola di scout” si intende sottolineare le virtù di lealtà e sincerità di chi appartiene all’associazione: ma la realtà a volte è un’altra

    Chi non si fiderebbe a mandare i propri figli in un bel campeggio scout? Sì, è vero, può capitare che i ragazzi una volta in tenda non imparino solamente a fare ogni tipo di nodo, o ad accendere un fuoco in condizioni difficili, ma almeno lo fanno in mezzo alla Natura, e sorvegliati da adulti responsabili. Capita a volte però che una divisa, un ruolo, una posizione di responsabilità, servano proprio a nascondere devianze e debolezze. E che siano proprio quegli adulti ai quali un genitore affida tranquillo il proprio ragazzo a essere quelli da cui difendersi; pensare che atteggiamenti scorretti, soprattutto in campo sessuale, siano confinati al mondo maschile, è quanto meno miope: la pedofilia è anche “donna”e non ci si può, non ci si deve fidare nemmeno degli scout.

    INDOVINA CHI C’E’ IN CAMERA DA LETTO – E’ questo il succo di quanto di grave è stato svelato nei giorni scorsi nel profondo e bigotto Sud degli Stati Uniti, ad O’ Fallon, Missouri,: una capo scout trentanovenne, Wendy R. Rogers è stata infatti incriminata per abusi sessuali su minore, per aver fatto sesso con un adolescente di 15 anni:i due sono stati scoperti domenica scorsa nella camera da letto del ragazzo in flagranza di un rapporto, mentre si scaldavano reciprocamente, dagli stessi genitori del ragazzo che sentendo dei rumori si sono allarmati; hanno bloccato la porta così che la donna non potesse uscire, ancora scioccati nel riconoscere nella partner del figlio non una ragazzina, ma il capo scout che lo aveva accompagnato nell’ultimo campeggio. “C’è uno stupro in corso”. Così, con una telefonata nel primo pomeriggio della giornata, qualcuno ha avvisato la polizia. Non si sono fatti attendere troppo tre agenti che hanno repentinamente effettuato un sopralluogo nell’abitazione del ragazzino. Insieme ai suoi genitori hanno verificato con i propri occhi l’atto “pedofilo” in corso, interrompendolo. Arrestata la donna, dopo averne evitato la fuga, l’hanno condotta in prigione, mentre la sua macchina, parcheggiata nel vialetto davanti alla casa del suo piccolo amante, veniva portata via. Per capire come era considerata nel quartiere la Rogers, basta leggere la dichiarazione di un vicino, Mitch Sorrell: “Utilizzava tutto il suo tempo libero per fare volontariato, è stato uno shock” e ha aggiunto dicendo di aver fatto in modo che il proprio figlio di 9 anni non potesse avvicinarsi ad un televisore dopo l’arresto, “Non so cosa dire a nostro figlio, è solo una cosa terribile“.

    SOTTO LA TENDA – “Siamo rimasti scioccati e profondamente rattristati nell’apprendere le accuse contro lavolontaria scout“, ha detto Alicia M. Lifrak, il capo scout esecutivo scout del Lewis and Clark Council Boy Scouts of America. La donna, al servizio di un campo scout dell’Illinois dal 2004 come volontaria, non aveva mai destato infatti perplessità o dubbi su eventuali perversioni sessuali. Comunque la sua collaborazione con la Troop 35, la cellula scout di cui faceva parte, è stata interrotta. Il punto non è che un quindicenne faccia sesso, sarebbe un non notizia: la questione è invece che un adulto utilizzi la propria posizione di leader per ottenere attenzioni particolari, anche quando non si parla di bambini, anche quando il primo commento che viene in mente è qualcosa di simile a “sicuramente si sarà divertito, che guastafeste!”. Infatti al momento i fatti indicano che tra i due esista qualcosa che ha il carattere di una relazione prettamente esclusiva più che di una vera e propria violenza, insomma di un amore, per così dire, “diverso”. Pedofilo, in ogni caso, certo. Malato, sicuramente. Martedì scorso Wendy è stata incriminata, ma solo ieri la stampa ne ha diffuso le generalità e la foto. In lacrime, disperata, distrutta. Così appare la bionda americana, sicuramente diversa da come appariva mentre guidava il suo gruppo. Perché è proprio sotto le tende montate all’aperto che si immagina abbia avuto inizio la sua relazione con il quindicenne. Al momento le indagini sono ancora in corso. Il ragazzo è stato sottoposto ad una visita medica per accertarne gli abusi, presto sarà effettuato un esame del DNA della donna, ed inoltre più saranno ascoltate delle registrazioni telefoniche. Non la testimonianza del ragazzo, per il momento almeno, per cercare di tutelarlo, di proteggerlo. Gli investigatori hanno tentato di capire se ci sono altre vittime, ma pare che nel corso di questi anni la capo scout non abbia rivolto le medesime attenzioni amorose nei confronti di altri piccoli ospiti del camping. Ad oggi, comunque, son stati sentiti almeno altri 10 altri ragazzi e le loro rispettive famiglie. Per ora niente. Solo paura.

    http://www.giornalettismo.com/archives/44103/la-capo-scout-e-il-quindicenne-non-e-un-b-movie-e-tutto-vero/

  • Canada, condannato ex vescovo per pedo-pornografia

    Canada, condannato ex vescovo per pedo-pornografia

    Condannato a 15 mesi Raymond Lahey, ex vescovo cattolico della diocesi di Antigonish in Canada. Si era dimesso dal suo incarico nel 2009, dopo che nel suo pc erano stati scoperti centinaia di immagini e video pedopornografici, tra cui diversi a sfondo bondage e ‘religioso’. La scoperta, durante un controllo nel suo pc portatile all’aeroporto di Ottawa. Il prelato, che ha 71 anni, ha ammesso il reato nel maggio del 2011, parlando di una vera e propria “dipendenza” da porno-pedofilia. Ha già passato otto mesi in cella prima della sentenza e per questo non sarà carcerato di nuovo, ma gli sono state imposte restrizioni, come il non poter avere più contatti coi bambini. Lahey ha chiesto al Vaticano di essere ridotto allo stato laicale ma, scrive l’AFP, il Vaticano non è ancora pronunciato.

    Ma il religioso viene accusato anche di abusi sessuali. Un uomo, Roger Touchette, denuncia di essere stato violentato all’età di 11 anni in una macchina parcheggiata nei dintorni dalla cattedrale di Notre Dame. Anche altre persone, ospiti in un orfanotrofio negli anni Ottanta, sostengono di aver subito abusi da Lahey quando questi era ancora prete, ma lui respinge le accuse. L’orfanotrofio in questione è stato chiuso nel 1990, dopo che erano stati scoperti casi di violenze sistematiche. Poco prima del suo arresto, l’allora vescovo aveva proclamato in tv che la diocesi avrebbe risarcito le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    http://www.uaar.it/news/2012/01/05/canada-condannato-ex-vescovo-pedo-pornografia/

  • Sei anni per pedofilia: fa ancora il prete

    Sei anni per pedofilia: fa ancora il prete

    PALERMO
    «Esci dal sospetto. Io apro le pagine dell’infanzia. Le pagine della coscienza ancora invincibilmente immacolate. Io uccido la sfiducia in me stesso e persino nella morte». Lo scrive su un giornale online diretto da Vincenzo Noto, un sacerdote suo amico, padre Paolo Turturro, ex parroco palermitano condannato a sei anni e sei mesi per pedofilia, in tribunale, ma mai sospeso dal suo incarico ecclesiastico. Il processo è andato avanti molto lentamente: era iniziato nel 2004 e dopo la sentenza di primo grado (luglio 2009) ci sono voluti due anni e mezzo per iniziare l’appello.

    Adesso il procuratore generale Carmelo Carrara ha chiesto la conferma della pena per il presunto pedofilo. Non ha dubbi, il rappresentante dell’accusa: Turturro, prete un tempo impegnato nell’antimafia militante, è «un ministro del culto in cui albergava il mostro della pedofilia». Eppure per lui nessuna sospensione, nemmeno un intervento della chiesa sulla sua vicenda, né un provvedimento cautelare delle autorità ecclesiastiche: mentre in Austria, Canada, Baviera, Stati Uniti, ma anche in Italia, le sospensioni scattano a decine, per semplici sospetti e per indagini appena avviate, mentre il Papa chiede perdono alle vittime della pedofilia, Turturro, lontano parente dell’attore americano John, è sempre rimasto ad amministrare i sacramenti.

    Per tre anni i giudici penali lo avevano «esiliato» da Palermo, obbligandolo a risiedere fuori provincia, e lui si era stabilito a Messina. Poi la misura cautelare è venuta meno e l’ex parroco della chiesa di Santa Lucia è tornato nel capoluogo dell’Isola. Non guida più la parrocchia che sta di fronte al carcere dell’Ucciardone, nei pressi del porto, e dove aveva dato vita a una serie di talvolta controverse iniziative antimafia, ma si è trasferito come rettore alla Madonna del Ponticello, nel centro storico.

    «È un cittadino come tutti gli altri – sostiene il vescovo ausiliare di Palermo, monsignor Carmelo Cuttitta – e per tutti i cittadini si presuppone l’innocenza fino alla sentenza definitiva. Le situazioni vanno valutate caso per caso». Ma la cautela e la severità della chiesa per gli scandali della pedofilia? «I giudici stanno facendo il loro lavoro e Turturro ha la possibilità di difendersi, finché non verrà accertata la sua responsabilità».

    L’imputato ha seguito di persona tutto il processo in tribunale e ora in appello anche la requisitoria e l’arringa dell’avvocato di parte civile, Paola Rubino. La difesa ha più volte puntato sulla tesi dell’accordo per fare fuori il prete antimafia che nel popolare quartiere del Borgo avrebbe dato fastidio: «Nessuna congiura», ribatte il pg Carrara, anzi tutto il contrario, con le famiglie che in alcuni casi non denunciarono e si chiusero a riccio. Molti dei 67 testi ascoltati in tribunale ritrattarono. Il magistrato chiede anche la conferma dell’interdizione dai pubblici uffici. Il quartiere si era diviso: nella scuola in cui il sacerdote insegnava e in cui venne fuori, per caso, uno dei due episodi di violenza (le vittime avevano 10 anni a testa), qualcuno ancora difende l’imputato. Ma il Borgo in generale ha girato le spalle al suo ex parroco. E pure la chiesa attende la sentenza, prevista per il 13 ottobre.

    «Padre Paolo si comporta da persona molto corretta – dice don Vincenzo Noto, già direttore del mensile cattolico Novica e oggi alla guida di un sito che porta il suo nome – continua le opere di carità e raccoglie alimenti per i poveri. Va ai mercati e glieli regalano perché conoscono lui e gli attivisti della sua associazione, “Dipingi la pace”. Il processo? Non lo so come finirà. Va avanti da tanto tempo». «Sono indignato – scrive don Turturro in un’altra riflessione scritta per www.vincenzonoto.it – su come si possa fare informazione sul dolore degli altri. Sono indignato della privacy spiaccicata su tutti i giornali. Non posso divorziare dalla parola. Non posso divorziare dall’indignazione».