Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

    LE VIOLENZE
    Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

    IL REATO PRESCRITTO
    Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

    LA LETTERA DEL PONTEFICE
    Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

    LA CURIA E LE VITTIME
    Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

    Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

    https://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/_copri_gli_abusi_del_prete_pedofilo_denuncia_al_papa_contro_il_cardinale_sepe-157681636/

  • “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    L’arcivescovo di Napoli al centro dell’esposto di una vittima: “Da lui gravi negligenze” È il primo procedimento dopo il motu proprio di Francesco sulla responsabilità dei prelati

    di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI

    “Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

    LE VIOLENZE
    Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

    IL REATO PRESCRITTO
    Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

    LA LETTERA DEL PONTEFICE
    Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

    LA CURIA E LE VITTIME
    Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

    Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

     http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/_copri_gli_abusi_del_prete_pedofilo_denuncia_al_papa_contro_il_cardinale_sepe-157681636/
  • MEGLIO IL DELITTO CHE LA VERGOGNA E IL DISONORE: VINCENZO BRUNZO UCCIDE IL FRATELLO ALDO

    MEGLIO IL DELITTO CHE LA VERGOGNA E IL DISONORE: VINCENZO BRUNZO UCCIDE IL FRATELLO ALDO

    Di Ferdinando Terlizzi

    L’ambigua figura del fratello sacerdote che l’obbligò a sposare la sua amante. Il delitto maturato in un’atmosfera “boccaccesca”. Il sacerdote avrebbe avuto rapporti sessuali con due sorelle, di cui una minorenne e l’altra imposta come moglie al fratello. La pubblica accusa ritenne che ci fu consiglio di famiglia: “Meglio il delitto che la vergogna ed il disonore”. Sequestrata una fitta corrispondenza epistolare tra i due amanti. Mandato  di cattura per il prete (già detenuto per concorso in omicidio) per violenza sessuale ai danni di una minorenne.

    Sangue, soldi e sesso, questi  gli ingredienti di un delitto (fratricida) con al centro l’ambigua figura di un prete, Andrea Brunzo, di anni 38, fratello dell’assassino e della vittima, che provocò il risentimento per la sua scandalosa relazione sessuale con una ragazza, Paolina Dello Iacono, 22enne, bella e precoce contadinotta di Casaluce, che poi “impose” quale moglie al fratello Aldo (32 anni, agricoltore) rimasto ucciso per mano del fratello Vincenzo (47 anni, agricoltore).

    Si pensi, oltretutto, che questa vicenda – che fece un enorme scalpore – si svolse il 21 Aprile del 1953. Ai carabinieri giunse la notizia che alla Vittorio Veneto vi era stata poco prima una sparatoria. I militi giunti sul posto trovarono un gruppo di persone dal quale seppero che il ferito era stato trasportato all’ospedale di Aversa e che era stato fatto oggetto di numerosi colpi di arma da fuoco da un suo fratello. Poiché la sue condizioni di salute si erano notevolmente aggravate, in serata venne trasportato nella sua abitazione alla via Chiesa 28 dove morì verso la mezzanotte.

    Sul posto si recò anche il Vice Pretore Onorario, l’Avvocato Pasquale Farinaro,  e lo sparatore venne identificato per Vincenzo Brunzo che, però, nel frattempo si era dato alla latitanza. Le prime indagini appurarono che, qualche giorno prima del delitto, al sacerdote Andrea Brunzo, insegnante presso il Seminario di Cava dei Tirreni era giunto un telegramma da parte della sorella Angelina (40 anni, casalinga), con il quale lo invitava a rientrare con urgenza per un grave fatto che si era verificato in famiglia.

    Il sacerdote, ottenuto il permesso dei superiori, giunse in serata a Casaluce e andò a casa della sorella che trovò a letto. La stessa – esibendo un certificato medico redatto dal dottor Raffaele D’amore, medico condotto di Casaluce, dal quale si evinceva che la donna aveva riportato lesioni guaribili in vari giorni – raccontò di essere stata presa a calci dal fratello Aldo a causa di una lite avuta con la moglie di quest’ultimo, Paolina Dello Iacono.

    Le cause delle lite tra la Brunzo e la cognata scaturirono dal fatto che la prima era stata sorpresa dalla seconda a prendere del vino da un recipiente di pertinenza di quest’ultima esistente nello stesso scantinato in comune in quanto le due famiglie abitavano in ambienti contigui. Da tale causale, però, le donne trassero motivo per riesumare argomenti gravi di interessi e onore, che avevano sempre costituito il pomo della discordia fra le stesse ed i fratelli Aldo Brunzo e il sacerdote Andrea Brunzo. Quest’ultimo, infatti, oltre che ebbe praticamente a disporre della ripartizione fra tutti i germani dei beni lasciati dal padre alla sua morte, influì anche in modo determinante nelle nozze contratte dal fratello Aldo con la Paolina Dello Iacono. In merito a tali nozze, infatti, varie voci erano sempre corse in Casaluce poiché la giovane in precedenza frequentava con assiduità la chiesa in contrada Aprano, ove il sacerdote Andrea Brunzo esercitava il suo ministero quale vice parroco.

    Vox populi additava la giovane quale amante del sacerdote e le voci si fecero più consistenti allorquando, in occasione delle nozze, il sacerdote non soltanto si decise ad un atto di generosità rinunciando alla sua quota ereditaria del fabbricato paterno in favore del fratello Aldo (convolato a giuste nozze), ma indusse (leggi costrinse) anche la sorella Angelina a fare altrettanto, riservando per tale sorella soltanto l’usufrutto a condizione tuttavia che egli avesse acconsentito a una vita comune con lui e la sorella.

    Dopo le nozze, frequenti divennero le liti fra il reverendo e il fratello Aldo e tra questi e la sorella  Angelina, la quale non era mai andata d’accordo con la cognata contribuendo a mantenere l’atmosfera di sospetto e sordidi rancori in tutti i componenti della famiglia. In ultimo,  da qualche tempo i rapporti fra il sacerdote ed il fratello Aldo erano andati via via intorbidandosi per un complesso di motivi di onore e interesse: Andrea Brunzo aveva, infatti, indotto il germano a sposare il 5 marzo del 1950 la Paolina Dello Iacono che pare non fosse stata trovata “vergine” all’atto della consumazione del matrimonio. Tale circostanza messa in relazione con la voce diffusissima in paese – che rapporti intimi fossero intercorsi fra la Dello Iacono e il sacerdote, sia prima che dopo il matrimonio – aveva ingenerato nello animo di Aldo Brunzo un sordo rancore contro costui che perciò, rendendosi conto della impossibilità della desiderata vita in comune, si era deciso a lasciare la carica di vice parroco della frazione Aprano. Allontanarsi da Casaluce, trasferendosi a Cava dei Tirreni per insegnare matematica in quel seminario.

    Nella casa paterna, ove erano rimasti Aldo, la moglie, e la sorella Angelina, le cose non erano migliorate. I rapporti fra le due donne, e di riflesso quello fra l’Aldo e la sorella, erano andati peggiorando rapidamente tornando di frequente i presunti rapporti della Paolina col sacerdote sulla bocca della Angelina, che anzi aveva finito con l’invitare il fratello e la cognata a rilasciarle la casa, o quantomeno a corrisponderle adeguato compenso. Il dissidio, acuito dalla pretesa dell’Angelina cui l’Aldo aveva dovuto far buon viso per evitare il peggio, era scoppiato in tutta la sua violenza il giorno 11 aprile quando Aldo Brunzo, traendo spunto da un banale incidente verificatosi fra le due donne nel cortile comune, aveva percosso la sorella dandole dei calci all’addome. Tale episodio ed i naturali suoi strascichi avevano finito con l’indurre l’Angelina – che peraltro si era fatta visitare immediatamente dal medico per farsi rilasciare regolare referto – a richiedere l’intervento del fratello Andrea cui difatti aveva telegrafato il successivo giorno richiedendo la sua presenza in Casaluce.

    Il sacerdote la sera stessa era giunto colà e il giorno successivo, dopo aver preso contatto col suo legale Dario Cristiano e con il dottor D’amore, dal quale aveva fatto visitare nuovamente la sorella, aveva tenuto in casa di quest’ultima – verso le ore 20.00 – una riunione alla quale avevano partecipato, oltre alla sorella fattasi trovare a letto e l’Aldo mandato a chiamare anche il fratello Crescenzo, la moglie di costui,  Giovanna Di Costanzo, nonché l’altra cognata Anna Di Martino, moglie dell’altro fratello Salvatore. La riunione, però, non aveva avuto esito felice; anzi gli animi si erano tanto eccitati che il sacerdote aveva finito col minacciare il fratello Aldo di denunciarlo per le lesioni cagionate alla sorella e Aldo Brunzo, che per poco non si era con lui colluttato, si era allontanato minacciando a sua volta di attendere per strada il sacerdote e rendere di pubblico dominio quanto era a sua conoscenza circa la relazione da lui tenuta con la propria moglie.

    Atmosfera incandescente quindi e conseguente consiglio di famiglia: meglio il delitto che la vergogna ed il disonore. Precisavano, infatti, i carabinieri – la cui indagine era stata avocata dalla Compagnia di Aversa e le relative e delicate indagini affidate al capo della Squadra di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica, Brig. Aniello Romanucci (un soggetto passato alla storia per i suoi modi bruschi di fare indagini e di pestare e arrestare innocenti) – che dalle parole lasciatesi sfuggire dalla Di Costanzo e dalla Di Martino era stato dato di assodare altresì che allontanandosi Aldo Brunzo, subito dopo le minacce profferite, i fratelli Andrea e Crescenzo erano discesi subito al pianterreno della casa e quivi si erano incontrati con l’altro fratello Vincenzo col quale si erano trattenuti brevemente a parlare.

    Poi tutti e tre erano usciti in strada seguendo l’Aldo, che su di una bicicletta li aveva sorpassati dirigendosi verso via Monte. Quivi, qualche attimo dopo, Aldo Brunzo era stato sparato e gravemente ferito.

    A questo punto le versioni sono contrastanti: la verità dell’imputato, la verità degli inquirenti? La verità giudiziale? La verità ha più volte affermato il Presidente Giovanni Leone è inafferrabile!

    Giovanni Brunzo ammise subito di essere stato l’unico responsabile materiale dell’uccisione del fratello (scagionando gli altri fratelli, compreso il prete) dovuta, però, a circostanza assolutamente accidentale e conseguente a “legittima” difesa. Pertanto egli precisò che il fratello Aldo ebbe ad ingiungergli di allontanarsi, altrimenti gli avrebbe sparato e, in dipendenza di ciò, egli aveva tentato di disarmarlo afferrandogli la sua mano destra armata di pistola. Ma era accidentalmente partito il colpo che ne aveva provocato la morte.

    Dal delitto – come era ovvio – uscì fuori anche la parte pruriginosa del processo: le frequentazioni sessuali del sacerdote, le corna di fidanzate e mogli infedeli. Anche se poi molte illazioni furono smentite dalle perizie ufficiali. Ve ne furono tre. La autoptica effettuata nel cimitero di Lusciano sulla salma della vittima dai medici sammaritani Pasquale Tagliacozzi e Mario Pugliese, con la consulenza del professore Francesco Tarsitano; quella balistica, sul proiettile rinvenuto nel corpo di Aldo Brunzo, affidata al dottor Vito Amedeo Claps (la pallottola risultò calibro 32 americano, partita da un revolver a tamburo, marca Smith.)

    Nel corso del dibattimento si sviluppò un accanito dibattito tra le parti per il possesso della pistola, che secondo gli inquirenti apparteneva al sacerdote. La terza perizia, la più delicata, fu quella ginecologica affidata al Dottor. Mario Pugliese  sulla ragazza Caterina Dello Iacono, anni 20, nubile, casalinga che – secondo l’accusa – era stata fatta oggetto delle attenzioni del sacerdote, oltre alla moglie del fratello. L’esito però diede un risultato sorprendente: la ragazza era stata oggetto di atti di libidine, non era stata deflorata e non aveva avuto rapporti anali. Ma su questi e su altri episodi “boccacceschi” vi furono denunce specifiche. Secondo i carabinieri il sacerdote aveva avuto rapporti con  le due sorelle Paolina e Caterina Dello Iacono. La prima minorenne, la seconda imposta come moglie al fratello,  vittima del delitto.

    VICENDA GIUDIZIARIA

    Il 13 Agosto del 1954 il Giudice Istruttore – allegando alcuni precedenti penali che avevano interessato sia il sacerdote Andrea Brunzo che la sorella Angelina e Celestina Torrembacco, ex fidanzata di Aldo Brunzo prima che sposasse la Paolina Dello Iacono – su conforme richiesta del Pubblico ministero ordinò il rinvio a giudizio, innanzi alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, del solo Vincenzo Brunzo per rispondere del fratricidio che gli era stato contestato.

    Con la stessa sentenza il giudice dichiarò il “non doversi procedere” a carico del sacerdote Andrea Brunzo e del fratello Crescenzo per concorso in omicidio “per insufficienza di prove”. Assolse il sacerdote dalla violenza carnale nei confronti della Paolina Dello Iacono “perché il fatto non sussisteva” e per gli atti di libidine contro la stessa “perché il fatto non costituisce reato”.

    La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (composta da Giovanni Morfino, presidente; Ugo del Matto, giudice a latere; pubblico ministero Nicola Damiani) con sentenza del 23 Ottobre 1956 condannò Vincenzo Brunzo per il fratricidio con la concessione delle attenuanti generiche ad anni 20 di reclusione.

    Gli imputati e i difensori, per la verità numerosi e tutti valorosi, avevano sostenuto fin dalle prime battute istruttorie che il delitto “non era stato premeditato”, che i rapporti del sacerdote con le donne erano “inventati”, e che l’omicidio era avvenuto “accidentalmente” durante la colluttazione sorta per disarmare il fratello.

    In Appello, infatti, il delitto venne ridimensionato e “ghettizzato” in un omicidio “preterintenzionale”. La Corte di Assise di Appello, infatti,  (composta da Emanuele Montefusco, presidente; Mario Sabelli, giudice a latere; procuratore generale pubblico ministero, Ignazio Custo) in aderenza alle tesi difensive, con sentenza del 10 Dicembre 1960,  ridusse la pena ad anni 14 contro, derubricando il reato in omicidio preterintenzionale.

    La difesa, dopo la derubricazione del delitto da volontario a preterintenzionale, non si accontentò e pretese ancora una diversa configurazione del fatto e cioè insisté per l’omicidio colposo. Infatti, fu inoltrato un ulteriore ricorso in Cassazione con varie motivazioni:

    “La Corte di Assise di Appello – chiarirono i difensori – ha rigettato il motivo di gravame col quale era stata chiesta la definizione del fatto con una motivazione vaga, contraddittoria ed insufficiente, accettandosi, nell’accoglimento dei rilievi difensivi sull’insussistenza della volontà omicida moltissime argomentazioni contenuti nei motivi di appello, ma svalutandosi le stesse argomentazioni che pure avrebbero dovute condurre all’accoglimento del motivo principale proposto. Specificatamente venne dedotto l’errore dei primi giudici che avevano invocato la causale di odio fra il defunto Aldo Brunzo ed il prosciolto prete Andrea Brunzo, per giustificare il primo col convincimento che l’imputato avesse voluto e cagionato la morte. Non causale di odio per interesse o di solidarietà con il prete, non desiderio di occultare lo scandalo (già trapelato), non gelosia di interessi economici delusi, non ‘volontaria adesione a protervi sentimenti’ di altri mossero l’imputato Vincenzo Brunzo che il giudice di appello definisce ‘incensurato, laborioso e onesto padre di famiglia’.”

    La difesa appellante aveva però proposto al giudice di appello una questione di estrema importanza che venne totalmente trascurata: voleva l’Aldo uccidere il fratello prete? Aldo lo aveva minacciato (da ricordare la frase: “Chi mi ha ingannato deve morire!”) già in precedenza e lo minacciò ancora la sera della tragedia (“Ti devo fare la sentinella!”, frase riportata anche nella sentenza di II grado).

    Secondo i riferimenti della Paolina Dello Iacono, ex amante del prete e moglie del fratello vittima del delitto, Aldo iniziò l’attuazione del suo proposito omicida dopo il drammatico colloquio col fratello prelato. Andò a casa se non per armarsi, ne uscì in bicicletta per andare in una via solitaria e attendere il parroco che doveva passare.

    Perché Vincenzo Brunzo (l’assassino) andò verso l’Aldo (la vittima) che era in agguato?

    Pare logico e vero che Vincenzo Brunzo, impensieritosi della più acuta tensione quella sera manifestatosi fra l’Aldo e l’Andrea e indi allarmato a veder Aldo muovere sulla stessa strada ove si erano incamminati Andrea e Crescenzo, abbia voluto intervenire, così come dice con la sola autorità di un fratello maggiore, onde pacificare quegli che appariva in quel momento più arrabbiato e minaccioso, e cioè Aldo, e così lo abbia raggiunto esortandolo ad acquietarsi .

    Ed allora sarà bastato un incauto ingiusto rimprovero dell’uno e una permalosa o minacciosa replica dell’altro scambiati in quelle poche frasi a suscitare l’ira dell’intenzionale paciere e ad armare la mano traendolo al delittuoso sparo.

    Nessuna considerazione hanno avuto i rilievi della difesa sulla scarsa attendibilità dei due ragazzi Saverio Felaco e Valentino Moccia, che in dibattimento “sapientemente” non ricordarono più nulla sui contrasti fra il fatto narrato dai ragazzi (colpo a distanza, offensore in piedi offeso sulla bicicletta) e fra quello ricostruito sulla prova generica (colpo a bruciapelo, ferita da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, offeso ed offensore sullo stesso piano).

    Tutto sommato, sopito lo scandalo, arrivate le sentenze con il dubbio e l’insufficienza di prove anche per i reati “pruriginosi” il delitto venne pagato ben poco. Nei 4 gradi di giudizio, con denunce e querele, con imputati e parti lese, gli avvocati impegnati formarono un cast eccezionale: Luigi Patroni Griffi, Giacinto Mazzucca, Alfredo De Marsico, Pasquale Purificato, Giovanni Porzio, Luciano Numeroso, Vincenzo Romeo, Giovanni Leone e  Giuseppe Marrocco.     

    Fonte: Archivio di Stato di Caserta

    http://www.scenacriminis.com/caserta-crimini-dal-passato/donne-sesso-e-sangue-vincenzo-brunzo-uccide-il-fratello-aldo/

  • Al 7° giorno di sciopero della fame di Diego Esposito, vittima del prete pedofilo napoletano don Silverio Mura, abbiamo scritto a Papa Francesco.

    Al 7° giorno di sciopero della fame di Diego Esposito, vittima del prete pedofilo napoletano don Silverio Mura, abbiamo scritto a Papa Francesco.

    Sua Santità,
    le scrivo mentre il sig. Diego Esposito è al settimo giorno di sciopero della fame, per avere verità e giustizia sugli abusi subiti dal prete pedofilo dell’Arcidiocesi di Napoli, don Silverio Mura. Sono il suo legale e sono anche io in sciopero della fame, come altre vittime e loro sostenitori, assistiti dalla Rete l’Abuso.

    Il sig. Esposito le ha scritto due anni fa per denunciare la giustizia negata dalle istituzioni ecclesiastiche. Aveva denunciato dal 2010, in più occasioni, all’Arcidiocesi di Napoli, gli abusi subiti più di 20 anni prima.

    Ricevette una lettera del suo segretario, mons. Becciu, in cui si chiedeva di pregare per lei, Papa Francesco, nell’attesa che il caso fosse sottoposto agli organi competenti. Intanto don Mura insegnava ai bambini delle scuole medie, ignari, come i loro genitori.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede iniziò le indagini che durano da due anni senza che sappiamo nulla del suo esito, senza sapere se il prete sarà processato.
    Lei ha annunciato l’istituzione di un organo giudicante i vescovi che si sono macchiati di gravi negligenze, che non si è mai insediato, impedendoci di sollevare il caso di 6 anni di vana attesa di giustizia da parte dell’Arcidiocesi di Napoli.

    Lei ha proclamato un Giubileo della Misericordia. Misericordia che non ha il sig. Esposito, che, dopo aver minacciato il suicidio, ha perso il lavoro perché la Curia di Napoli lo ha segnalato alla pubblica sicurezza.
    Il sig. Esposito, padre di famiglia, era l’unico sostegno economico alla propria famiglia, prima di perdere il lavoro.
    Noi non le chiediamo niente altro che dia seguito a suoi annunci, ossia che finalmente alle vittime sia data la possibilità di sapere la verità sui peggiori crimini che possa compiere un sacerdote.

    Chiediamo che i loro responsabili siano giudicati, siano puniti, se responsabili, sia loro impedito di avvicinare minori. Chiediamo la riparazione delle malefatte perché non c’è perdono senza giustizia. Non basta invocare preghiere per ottenerlo.
    Durante questo sciopero della fame, nella nostra richiesta di dialogo, abbiamo anche scritto al card. Muller, Prefetto della Congregazione, senza aver risposta.

    Noi pratichiamo la non violenza, armati solo del nostro corpo, della nostra sofferenza, della fame di verità e giustizia, della consapevolezza che il dolore non si spegne e non sarai mai placato se chi ha il potere della verità e giustizia se ne laverà le mani, come Ponzio Pilato.
    La nostra dignità non ce la toglierà nessuna negligenza. Le lascio i nostri saluti.

    Capua 24 gennaio 2016, nel settimo giorno di sciopero della fame del sig. Diego Esposito.
    Avv. Sergio Cavaliere.

  • SCIOPERO DELLA FAME DI DIEGO ESPOSITO. ABBIAMO SCRITTO AL PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, CHE INDAGA SUI PRETI PEDOFILI.

    SCIOPERO DELLA FAME DI DIEGO ESPOSITO. ABBIAMO SCRITTO AL PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, CHE INDAGA SUI PRETI PEDOFILI.

    Eminenza reverendissima Card. Gerhard Ludwig Muller, sono l’avv. Sergio Cavaliere, il difensore del sig. Diego Esposito, vittima del prete pedofilo dell’Arcidiocesi di Napoli, don Silverio Mura. Circa due anni fa il sig. Esposito scrisse a Papa Francesco per aver giustizia degli abusi commessi dal sacerdote, dopo aver denunciato vanamente i suoi crimini alla Curia di Napoli, sin dal 2010. Dopo aver avuto rassicurazioni dal Vaticano sull’apertura di un procedimento a carico del sacerdote, nel marzo 2014, dopo aver deposto davanti ai delegati della Congregazione per la dottrina della fede nell’arcidiocesi di Napoli, padre Luigi Ortagli e don Orlando Barba, siamo ancora in attesa di conoscere l’esito delle indagini. Dopo quasi due anni di indagini siamo ancora su un binario morto.

    Nel frattempo il sig. Esposito, in preda alla disperazione per la mancata giustizia, avendo minacciato il suicidio, è stato anche segnalato dalla Curia di Napoli alla Pubblica Sicurezza.

    Ci domandiamo quando vedremo quella attenzione e quella giustizia per le vittime tanto esaltata nei discorsi di papa Francesco. Ci domandiamo dove inizia la Misericordia decantata in questo Giubileo dalla Chiesa cattolica per le vittime degli abusi sessuali del clero cattolico. Ci domandiamo quando queste indagini avranno fine, quando inizierà il processo a carico di don Silverio Mura, quando ci sarà riparazione per i suoi crimini.

    Il nostro mezzo per avere risposte è uno strumento non violento di dialogo, lo sciopero della fame, per testimoniare ancora una volta, col proprio corpo, il sacrificio umano di chi chiede verità e giustizia per il più orrendo crimine che possa commettere un sacerdote. Un crimine impunito da quasi 30 anni. Il nostro corpo è offerto al vostro sacrificio. Ve lo lasciamo in pegno in cambio di una risposta, come fame e sete di verità e giustizia.

    Capua 19 gennaio 2016, nel secondo giorno di sciopero della fame del sig. Diego Esposito.

    Avv. Sergio Cavaliere.

  • Capua. Don Pasquale Scarola condannato per molestie a bimba, dice ancora messa a S. Pietro Apostolo

    Capua. Don Pasquale Scarola condannato per molestie a bimba, dice ancora messa a S. Pietro Apostolo

    Capua  (di Antonio Gaudiano) –  Inaugurato questa mattina il campo di calcetto vinto dagli studenti del Liceo Scientifico “L. Garofano” di Capua, classificati tra i primi nella prova creativa di classe sul tema del riciclo come impegno sociale nell’ambito dell’edizione 2013 del progetto Coca-Cola Cup – Get Active.

    Presente all’inaugurazione il sindaco di Capua Carmine Antropoli che ha manifestato tutta la sua ammirazione e soddisfazione per il risultato ottenuto. Soddisfatto, altresì, il dirigente scolastico prof. Giovanni Di Cicco che ha colto l’’occasione per spostare un poco più avanti la ‘linea di confine’, lanciando una sfida alle autorità competenti: “questo deve essere solo il primo passo – ha dichiarato Di Cicco – verso la realizzazione a Capua di un liceo sportivo”.

    Coca-Cola ha riqualificato un’area già esistente, realizzando un campo di calcetto composto per il 45% in PET riciclato (RPET) – pari a oltre 57.000 bottiglie di Coca-Cola da 500 ml – e per il 55% in PET vergine. L’erba sintetica riciclata da PET è ottenuta grazie alle tecnologie di estrusione fornite da FieldTurf Tarkett, leader mondiale nella produzione delle pavimentazioni sportive, che utilizza il sistema Ecozone garantendo massime prestazioni nel pieno rispetto dell’ambiente.

    Il nuovo campetto è stato benedetto dal parroco don Pasquale Scarola. Presenti altresì autorità militari del RUA e del Pirotecnico di Capua e il sindaco di Santa Maria La Fossa Antonio Papa.

    Nato per diffondere tra le giovani generazioni l’importanza della pratica sportiva, di una sana alimentazione e del rispetto delle regole di sostenibilità ambientale, prima fra tutte il corretto riciclo dei rifiuti, Coca-Cola Cup si svolge in diversi Paesi nel mondo, di cui 12 in Europa, interessando oltre 1 milione di ragazzi. Coca-Cola Cup in Italia, nelle tre edizioni, ha coinvolto oltre 330.000 studenti.

  • Scomparso 24 anni fa Si torna a indagare

    Scomparso 24 anni fa Si torna a indagare

     Il caso del piccolo Pasqualino Porfidia si riapre. Ipotesi pedofilia. Nel Casertano al via ricerche in cunicoli.

    Si tornerà ad indagare sulla scomparsa di Pasqualino Porfidia, il bambino di Marcianise di cui si è persa ogni traccia il 7 maggio del 1990, quando aveva 8 anni e mezzo (oggi ne avrebbe 32). Il piccolo fu visto l’ultima volta intorno alle 11.30 nel quartiere di San Giuliano, dove viveva con la famiglia, mentre era seduto su una panchina. A riaprire il caso è stato il Gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere cui si è rivolta la Procura, che ha ritenuto fondati gli elementi contenuti nell’istanza depositata il 7 marzo scorso dai familiari di Pasqualino; dopo venti giorni dalla presentazione della richiesta, infatti, gli inquirenti hanno voluto ascoltare la madre, la sorella e il fratello dello scomparso.

    I carabinieri, delegati alle indagini, cercheranno in particolare le ultime tracce de bambino nei cunicoli sotterranei in cui negli anni non si è mai controllato, si incroceranno con le audizioni degli amichetti di allora di Pasqualino e con il filone investigativo che porta a Milano, al suicidio di un uomo originario di Marcianise che in una lettera scritta prima di uccidersi ha raccontato di aver subito numerosi abusi subito quand’era bambino e risiedeva nella città del Casertano. «La Procura è stata molto celere nel comprendere che c’erano elementi importanti per riaprire il caso – spiega l’avvocato Salvatore Gionti, che assiste la famiglia dello scomparso – dopo due archiviazioni e tante parole e illazioni è arrivato il momento di scrivere la verità su quanto accaduto a Pasqualino; ci sono molti interrogativi da chiarire – prosegue il legale – come quello relativo alla presenza di piccoli tunnel che partono proprio dalla zona di san Giuliano in cui risiedeva Pasqualino con la famiglia; lì non si mai andato a vedere ma oggi, con i geo-radar, è possibile eseguire controlli accurati. È poi necessario risentire gli amici di Pasqualino, oggi sono maggiorenni e potrebbero avere una diversa sensibilità; e bisogna chiarire il ruolo di alcune persone che abitavano nelle vicinanza della famiglia e che in quei giorni si comportarono in maniera piuttosto strana, non partecipando per esempio alla continue ricerche. Nell’istanza comunque la famiglia – che si è rivolta all’Unità Prevenzione Rischio Criminologico guidata dalla criminologa Immacolata Giuliani – non ha mai parlato di pedofilia, e la stessa decisione di riaprire il caso ha tenuto conto solo degli elementi da noi forniti». Più volte però negli anni sulla vicenda si è affacciato l’incubo del giro di pedofili in cui sarebbe finito Pasqualino.

    Nel 2000 «Chi l’ha visto?» intervistò un cugino, suo coetaneo, che riferì come nella sala giochi frequentata dal gruppo di bambini venisse spesso un adulto, di circa trentatrè anni, che cercava di vendere riviste pornografiche ai piccoli frequentatori della bisca. Il ragazzo però raccontò di non ricordare di aver visto Pasqualino uscire dal locale con quest’uomo. Alcuni giornali pornografici furono anche ritrovati in una cassetta degli attrezzi presso la stazione di Marcianise, che i bambini usavano come punto di ritrovo del gruppo. La pista però non ha mai trovato conferme. La madre del piccolo, inoltre, ha tirato più volte in ballo uno dei parroci del paese, dicendosi sicura che il prete sapesse qualcosa ma avesse deciso di non parlare o per paura o per gli obblighi derivanti dal segreto confessionale; lo stesso prelato però ha smentito. Decisiva inoltre per la presentazione dell’istanza sono state le consulenze psicologiche fornite alla mamma e alla sorella di Pasqualino dall’associazione “Noi Voci di Donne”; durante le sedute di ascolto sono emersi gli elementi poi confluiti nella richiesta.

  • Pedofilia, prete condannato Violentò un ragazzino, sentenza definitiva per don Cerullo

    Pedofilia, prete condannato Violentò un ragazzino, sentenza definitiva per don Cerullo

    Marilù Musto

    Solo il dolore, nient’altro che il dolore ha attraversato in due anni, quattro mesi e undici giorni la famiglia della piccola vittima della violenza sessuale da parte di un sacerdote di 33 anni.

    E un silenzio assordante della chiesa, in particolare della diocesi di Aversa che in tutti questi mesi «non ha mai chiesto ufficialmente perdono al bambino violentato dal viceparroco di Casal di Principe», ha spiegato il difensore del ragazzino, Costantino Puocci. Nonostante il fatto che oggi Don Marco Cerullo, sacerdote della chiesa del Santissimo Salvatore, può essere chiamato a tutti gli effetti pedofilo.

    Don Marco – che oggi ha 35 anni – è stato, infatti, condannato con sentenza definitiva dai giudici della corte di Cassazione alla pena di sei anni e otto mesi di carcere per aver abusato sessualmente di un suo alunno della scuola elementare e media di Villa Literno nel dicembre del 2007, durante l’orario scolastico. La sentenza ha rotto il silenzio: «Preferisco aspettare i tempi della giustizia – disse due anni fa il vescovo della diocesi normanna, Mario Milano – non ho altro da dire».

    Nei mesi successivi all’arresto del prete pedofilo, però, venne emessa la sentenza di primo grado dal gip Stefania Amodeo del tribunale di Santa Maria Capua Vetere – il 22 aprile del 2008 – che condannava a sei anni e otto mesi di reclusione Don Marco con l’interdizione perpetua «da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori». Nemmeno allora la chiesa volle pronunciarsi. Il risarcimento per i danni morali subiti, 50mila euro in via provvisoria, non è stato ancora versato dall’insegnante di religione alla famiglia del ragazzo che ora ha tredici anni e che, probabilmente, ha una vita distrutta dal ricordo degli abusi.

    Durante l’incidente probatorio, infatti, il ragazzo aveva rivelato ai giudici di essere stato violentato più volte dal sacerdote e, in un caso, anche nel giorno del suo compleanno dopo una pizza mangiata assieme. Ne aveva solo undici quando nel 2007, il 19 dicembre, i carabinieri di Casal di Principe videro il suo viso bianco, terrorizzato, e una persona che era distesa su di lui in auto. I militari quella mattina si avvicinarono alla vettura parcheggiata in aperta campagna e videro don Marco che stuprava il ragazzo. Il sacerdote cercò di scappare inserendo la marcia, ma si schiantò contro un palo che circondava la piazzola di un distributore di benzina. Venne arrestato. Ammise in lacrime davanti ai carabinieri le sue colpe. Era riuscito a uscire dal plesso scolastico liternese e portare con sé l’alunno con il pretesto di comprare dei colori per dipingere il presepe.

    Poi ritrattò dichiarando che si trattava solo di «un abbraccio affettuoso». Il suo avvocato, Carmine Ucciero – mentre la procura generale precisava che il giudice in primo grado aveva omesso di applicare interdizioni più rigide per Don Marco, previste della legge – presentò ricorso in Appello e poi, dopo la conferma della condanna a Napoli, avanzò istanza in Cassazione. Non c’è stato nulla da fare. Don Marco Cerullo tornerà in carcere. E dovrà restarci, probabilmente, circa due anni grazie a sconti e benefici vari. Anche perché nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere era rimasto solo 13 giorni, dal 19 dicembre a 2 gennaio, prima che il tribunale del riesame di Napoli concedesse il beneficio dei domiciliari per due mesi. Da due anni si trova in una comunità di recupero alle porte di Roma messa a disposizione, pare, dalla stessa chiesa. Sarebbe stato sospeso dal servizio delle sue funzioni di sacerdote, ma la chiesa non ha fatto sapere pubblicamente se è stato spogliato dal suo abito di sacerdote. Resta il silenzio dell’istituzione ecclesiastica. E un’infanzia distrutta per sempre. Per il risarcimento dei danni, i legali della vittima, gli avvocati Puocci e Sergio Cavaliere, fanno sapere: «Ci faremo valere in sede civile».

    L’ipotesi Uscita in orario scolastico l’istituto rischia sanzioni
    Con la sentenza di Cassazione ora i dirigenti della scuola di Villa Literno potrebbero incorrere in sanzioni a causa dell’uscita dalla struttura di un alunno durante l’orario scolastico. Intanto, non ha trovato conferma l’ipotesi che altri alunni della scuola di Villa Literno abbiano subito abusi sessuali.

    Da Il Mattino, edizione di Caserta del 09 maggio 2010

  • PRETE DI AVERSA CONDANNATO PER PEDOFILIA. MA IL VESCOVO CONTINUA A TACERE

    PRETE DI AVERSA CONDANNATO PER PEDOFILIA. MA IL VESCOVO CONTINUA A TACERE

    di Agenzia ADISTA 34923. AVERSA (CE)-ADISTA. Non aveva parlato allo scoppio dello scandalo, né al momento della condanna.

    E continua a tacere anche ora che sono state rese note le motivazioni che hanno indotto il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Chiaromonte, a infliggere a don Marco Cerullo – all’epoca viceparroco della chiesa del Santissimo Salvatore a Casal di Principe e insegnante di religione presso una scuola media inferiore di Villa Literno – la pena di 6 anni e 8 mesi di carcere per abusi sessuali su un minore. Ha preferito tacere il vescovo di Aversa, mons. Mario Milano. E non ha nemmeno espresso solidarietà alla vittima e alla sua famiglia.

    La vicenda ha inizio nel dicembre del 2007 quando don Cerullo viene arrestato in flagranza di reato per abusi sessuali su un suo alunno di 11 anni. “Non è che non voglio dire nulla, – aveva dichiarato allora il vescovo – non posso dire nulla visto che ci sono ancora le indagini in corso”. Ma anche quando le indagini si erano concluse, il processo di primo grado celebrato, la condanna emessa, mons. Milano ha continuato a tacere. Di più: non risulta nemmeno che sia stato aperto alcun procedimento a carico di don Cerullo presso le superiori autorità ecclesiastiche competenti.

    Non è la prima volta, da quando nel 1998 è stato nominato vescovo di Aversa, che mons. Milano è al centro di forti polemiche. Sua fu la decisione, nel marzo del 2007 ‑ nell’ambito delle iniziative promosse dal comitato “Don Peppe Diana” in occasione dell’anniversario della morte del prete antimafia (ucciso dalla camorra il 19 marzo di quindici anni fa) ‑ di vietare la presentazione, prevista nella parrocchia di San Nicola di Bari e poi svoltasi presso la sala consiliare del Comune, del libro Il costo della memoria. Don Peppe Diana. Il prete ucciso dalla camorra, scritto dal sacerdote siciliano Rosario Giuè, ritenuto da mons. Milano troppo critico nei confronti della Chiesa aversana. Nella stessa occasione, la Curia si premurò anche di cancellare l’intervento del vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, invitato a parlare alla manifestazione “Io c’ero” alla quale alla fine, nonostante avesse già dato la sua adesione, non partecipò neppure mons. Milano.

    Sempre del 2007 è la decisione del vescovo ‑ sembra su pressioni di alcuni fedeli ‑ di chiudere il gruppo di preghiera formato da omosessuali credenti, cui aveva dato vita p. Edoardo Capuano nella sua parrocchia di San Giorgio Martire a Pascarola, frazione di Caivano. “Nel nostro unico incontro – aveva allora raccontato p. Capuano – abbiamo pregato assieme. Mai la loro sessualità è stata al centro dei nostri discorsi, anche perché non ho la competenza per affrontare questioni del genere”. Un gruppo che nelle intenzioni del parroco avrebbe dovuto semplicemente “combattere l’emarginazione sociale”, ma che evidentemente “a qualcuno non è piaciuto”.

    Altrettanto zelo censorio mons. Milano non aveva mostrato al momento dell’inaugurazione del centro pastorale di San Cipriano d’Aversa dedicato a Dante Passarelli, imprenditore di riferimento del clan dei Casalesi, arrestato per la prima volta per associazione camorristica negli anni Ottanta e morto in circostanze misteriose nel novembre del 2004. In quella occasione, infatti, mons. Milano non mancò di presenziare all’evento, insieme al parroco e al viceparroco della chiesa, dichiarando: “Se Passarelli ha sbagliato a noi non interessa, noi dobbiamo amare ancor più chi sbaglia”. (ingrid colanicchia)

  • Sacerdote condannato per abusi su un minore, la Congregazione apre un’istruttoria

    Sacerdote condannato per abusi su un minore, la Congregazione apre un’istruttoria

    MARILÙ MUSTO È stata aperta un’istruttoria presso la Congregazione della dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio, sul caso di don Marco Cerullo, il prete di Villa Literno condannato a sei anni e otto mesi di carcere per aver violentato un suo alunno di dodici anni nelle campagne tra Villa Literno e Casal di Principe nel dicembre del 2007, pochi giorni prima di Natale.

    Era stato proprio il pretesto di un progetto scolastico sul Natale a spingere don Marco a portare con sé l’alunno fuori dall’istituto scolastico e ad abusare di lui: «Andiamo a comprare i colori per addobbare il presepe», aveva detto alle insegnanti. Poi, nella segreteria della scuola, pochi minuti dopo, arrivò la telefonata dei carabinieri che avvertiva il vicepreside dell’arresto del sacerdote, colto in flagranza di reato.

    Il consulente della Procura di Santa Maria Capua Vetere nella sua perizia, durante il processo, aveva spiegato che gli abusi erano avvenuti più di una volta, non solo in auto ma anche nell’abitazione del religioso. Don Marco avrebbe inviato «messaggi amorosi al bambino persino paventandogli la possibilità di morire qualora non avesse accondisceso ai suoi approcci sessuali». L’insegnante di religione che tutti consideravano «un giovanotto buono e gentile» e che all’epoca dei fatti aveva trentatré anni, è tuttora ospite di una comunità cattolica in provincia di Frosinone, ma la sua permanenza nel centro di accoglienza potrebbe terminare con l’applicazione, da parte della magistratura, del nuovo provvedimento normativo antiviolenze che ha esteso l’obbligatorietà della custodia in carcere per i reati di violenza sessuale. Il tribunale ecclesiastico di Roma, in modo parallelo, ha aperto a sua volta un’indagine sui fatti contestati al giovane sacerdote al termine della quale a don Marco potrebbe essere vietato, in modo definitivo, di amministrare i sacramenti.

    Un passo in avanti è stato fatto anche da chi fino ad ora aveva taciuto nei confronti di questa vicenda. Il vescovo di Aversa Mario Milano, infatti, ha avviato il procedimento di sospensione «a divinis», cioè la sanzione disciplinare che sospende il sacerdote fino a quando la Congregazione non si pronuncerà in merito. Il caso di don Marco, insegnante di religione nella scuola media di Villa Literno e viceparroco nella chiesa del Santissimo Salvatore di Casal di Principe, si è chiuso con una sentenza in primo grado emessa dal gip Francesco Chiaromonte del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con la condanna a sei anni e otto mesi di reclusione. L’avvocato del sacerdote, Carmine Ucciero, ha impugnato la sentenza dinanzi alla corte di appello e l’avvocato della vittima, Costantino Puocci, in questi giorni dovrà notificare l’esecutività del risarcimento danni riconosciuto alla famiglia del bambino per una somma pari a cinquanta mila euro.

    Ma la pena inflitta al sacerdote è sembrata troppo mite anche per il procuratore generale che è ricorso innanzi alla corte di cassazione contro la condanna emessa dal gip di Santa Maria Capua Vetere ritenendo quest’ultima più lieve di quella dovuta. Il gip sammaritano, infatti, secondo la Procura generale, avrebbe omesso di applicare interdizioni più rigide.

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