Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 13 del 2 dicembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 13 del 2 dicembre

    Federica Tourn – La Conferenza episcopale spagnola (Cee) ha annunciato che risarcirà tutte le vittime di abusi

    Madrid , 24 nov 14:06 – (Agenzia Nova) – La Conferenza episcopale spagnola (Cee) ha annunciato che risarcirà tutte le vittime di abusi, anche nei casi in cui il colpevole sia deceduto, quando la Chiesa avrà la “convinzione morale” che ciò sia avvenuto.

    “Dovrà essere studiato caso per caso. E se si arriva a questa conclusione morale, ci sarà una riparazione morale”, ha spiegato il portavoce e segretario generale della Cee, Cesar Garcia Magan, nel corso della conferenza stampa seguita all’assemblea plenaria dell’episcopato spagnolo, pur non specificando i tempi previsti per l’approvazione del piano né in merito all’entità dell’indennizzazione.

    “In linea di principio, la riparazione deve essere pagata dagli autori del reato e, se del caso, dalle istituzioni coinvolte. Ad esempio, se il colpevole è deceduto, l’istituzione. Se si tratta di una diocesi o di un istituto di vita consacrata. In linea di principio, non la Conferenza episcopale”, ha chiarito il portavoce.

    “La Chiesa farà sempre delle riparazioni. Se viene creato un fondo per risarcire tutte le vittime, noi parteciperemo. Se si tratta di risarcire le vittime della Chiesa, sia con una sentenza giudiziaria, sia senza sentenza giudiziaria, sia dal punto di vista dell’obbligo di risarcimento, parteciperemo”, ha ribadito Garcia Magan.


    Pierelisa Rizzo – Gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie

    Una lettera anonima contenente gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie sarebbe stata recapitata all’associazione Rete l’Abuso, unica associazione in Italia che si occupa di sopravvissuti agli abusi clericali, e poi tramessa dal presidente dell’associazione, Francesco Zanardi, alla Procura di Enna.

    Nella lettera, scritta al computer, si accuserebbe la moglie del carabiniere, vicina ad una associazione cattolica di Gela e sorella di una donna che ricoprirebbe un incarico delicato all’interno della Diocesi piazzese, di schierarsi apertamente a favore del vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, coinvolto nella vicenda di Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo al Tribunale di Enna per violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    Secondo l’anonimo, il carabiniere invece di indagare, si sarebbe posto a fianco della moglie in questa battaglia a difesa di Gisana, non perdendo occasione di schierarsi sul social o nelle parrocchie che frequenta, mentre andrebbe segnalato e trasferito in altra città. E’ questa l’ennesima esasperazione di una vicenda che intreccia Enna con Gela e che ha come fil rouge proprio il vescovo Gisana.

    Alla stazione dei carabinieri di Piazza Armerina è stato, infatti, trasferito da qualche mese un militare di Gela accusato di violenza sessuale ai danni del figlio minore, visto e fotografato in più occasioni proprio accanto a Gisana. E qualche giorno fa , a Gela, dopo la richiesta di rinvio a giudizio di qualche settimana fa, si sarebbe dovuta tenere l’udienza preliminare contro un formatore-catechista , per anni impegnato in attività alla chiesa Madre gelese.

    A denunciare il catechista sarebbe stato un giovane, allora minorenne, che ha raccontato alla Squadra Mobile di Caltanissetta come si sarebbero consumati gli atti sessuali, alcuni avvenuti anche nei locali di una chiesa. Il ragazzo ha riferito di avere informato delle violenze sia il vescovo Gisana che Vincenzo Cultraro, ex direttore del seminario ed ora parroco alla chiesa Madre di Gela che però nulla avevano fatto.

    Sarà dunque il gup a valutare gli elementi acquisiti dalla polizia contro il catechista , tra i quali finti profili social e conversazioni che comproverebbero le violenze.

    Pierelisa Rizzo


    Alessio Di Florio – Una rete di abusi?

    Formatasi attorno alle comunità giovanili, alle scuole e in particolare alle parrocchie e alle case famiglia, una sinistra rete di pedofili è stata stesa. Si è rafforzata sfruttando rapporti instauratisi all’interno di una importante associazione cattolica, gode di protezioni o quantomeno di una significativa tolleranza. Così Repubblica ha descritto quel che è emerso in un’inchiesta giudiziaria a Tivoli: una rete di abusi con un diacono e un ex dirigente cattolico. Alla luce di una serie di elementi, che man mano che procede il lavoro degli inquirenti si stanno sommando l’uno all’altro, è l’ipotesi che sta facendo perdere il sonno a magistrati e carabinieri prosegue l’articolo. Primo allarme a gennaio, indagini e domiciliari per un prof di religione impegnato anche in una casa famiglia e in parrocchie. Le indagini sono poi arrivate ad un altro insegnante e al diacono.

    Riporta ancora l’articolo di Repubblica. A uno dei minori che ha riferito di aver subito violenze sessuali ignoti hanno bruciato il citofono di casa. E alla garante per l’infanzia, che segue anche il caso di Tivoli, è stata danneggiata per due volte l’auto. Il procuratore del centro tiburtino, Francesco Menditto, ha utilizzato parole dure: «Il clima di omertà ambientale è molto simile a quello mafioso. I genitori non vogliono accettare la violenza che può avere patito il loro figlio e spesso si rivolgono all’autorità religiosa che tende a tenere la vicenda al suo interno».


    Federico Tulli – Il peccato originale

    Anche oggi proseguiamo nella nostra ricerca sulle radici ideologiche della pedofilia, un crimine che in Occidente si consuma da 2500 anni sotto la copertura culturale che comincia con Platone, Socrate e Aristotele e prosegue nel mondo romano prima e quello a tradizione cristiana e cattolica poi fino ai nostri giorni.

    Disse lo psichiatra Massimo Fagioli durante un dibattito pubblico nel 2010: “Una madre deve essere consapevole che il figlio ha nascita e identità. Non è identità adulta, non ha la parola, non cammina, però è un’identità. Quella del bambino è una identità di pensiero. Mentre nella cultura millenaria il

    bambino al massimo è considerato un animale. Con il conseguente, terribile, battesimo dei cattolici. Come se il neonato fosse una bestia che soltanto loro rendono umano”.

    È questa la violenza invisibile che nega la realtà umana del bambino che sta alla base di quella cultura che ancora oggi giustifica e quindi legittima la pedofilia.

    Riguardo gli «stupratores puerorum», il Cristianesimo segna una cesura radicale nella cultura romana molto ben raccontata da Eva Cantarella nei suoi libri, ma solo perché per la dottrina dei cristiani l’unico rapporto secondo natura è quello che porta alla procreazione. L’aver avuto dei rapporti “con” bambini o poco meno che adolescenti non deve essere stato però così tanto esecrabile nemmeno per i cattolici della prima ora poiché non impediva di diventare Papa. Lo stanno a testimoniare i diciassette pontefici pedofili (tra cui pure qualche santo) che si contano tra il 336, con san Damaso, e il 1555 con Giulio III di cui abbiamo parlato in una delle precedenti puntate.

    Del resto la sanzione stabilita nel Concilio di Elvira del 305, cui vanno incontro gli «stupratores puerorum», consiste nel divieto perpetuo di fare la comunione. Una sanzione già blanda di per sé che non facciamo fatica a immaginare raramente applicata. Perché? Ma perché l’essere umano è peccatore per natura. Quindi ogni violenza che subisce è considerata un’espiazione.

    A chi chiedeva: «Perché Iddio permette la morte degli innocenti?» Bartolomeo Spina, maestro del Sacro Palazzo, nel 1523 rispondeva: “Dio opera con giustizia. Perché se essi non muoiono a causa dei peccati commessi, muoiono pur sempre perché colpevoli del peccato originale”.

    Se alla parola “morte” sostituiamo “stupro” (idea niente affatto peregrina stante il livello di distruzione psichica che subisce un bimbo o una bimba violentata), l’equazione è risolta. La pedofilia è un omicidio psichico ha detto la pediatra e psicoterapeuta della scuola di psicoterapia Bios e Psiche Maria Gabriella Gatti.

    Con l’idea di peccato originale ogni omicidio, ogni violenza trova nella cultura che propala questa idea di peccato originale, una sua giustificazione. E ogni omicida e violentatore, trova riparo.

  • Lettera anonima – Gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie

    Lettera anonima – Gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie

    Una lettera anonima contenente gravi accuse ad un sottoufficiale dei carabinieri di Piazza Armerina e alla moglie sarebbe stata recapitata all’associazione Rete l’Abuso, unica associazione in Italia che si occupa di sopravvissuti agli abusi clericali, e poi tramessa dal presidente dell’associazione, Francesco Zanardi, alla Procura di Enna.

    Nella lettera, scritta al computer, si accuserebbe la moglie del carabiniere, vicina ad una associazione cattolica di Gela e sorella di una donna che ricoprirebbe un incarico delicato all’interno della Diocesi piazzese, di schierarsi apertamente a favore del vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, coinvolto nella vicenda di Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo al Tribunale di Enna per violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    Secondo l’anonimo, il carabiniere invece di indagare, si sarebbe posto a fianco della moglie in questa battaglia a difesa di Gisana, non perdendo occasione di schierarsi sul social o nelle parrocchie che frequenta, mentre andrebbe segnalato e trasferito in altra città.

    E’ questa l’ennesima esasperazione di una vicenda che intreccia Enna con Gela e che ha come fil rouge proprio il vescovo Gisana.

    Alla stazione dei carabinieri di Piazza Armerina è stato, infatti, trasferito da qualche mese un militare di Gela accusato di violenza sessuale ai danni del figlio minore, visto e fotografato in più occasioni proprio accanto a Gisana.

    Ed oggi , a Gela, dopo la richiesta di rinvio a giudizio di qualche settimana fa, si terrà l’udienza preliminare nei confronti di un formatore-catechista , per anni impegnato in attività alla chiesa Madre gelese.

    A denunciare il catechista sarebbe stato un giovane, allora minorenne, che ha raccontato alla Squadra Mobile di Caltanissetta come si sarebbero consumati gli atti sessuali, alcuni avvenuti anche nei locali di una chiesa.

    Sarà dunque il gup a valutare gli elementi acquisiti dalla polizia, tra i quali finti profili social e conversazioni che comproverebbero le violenze.

  • Padova, prete accusato di violenza sessuale: le vittime due ragazzini di 15 e 16 anni.

    Padova, prete accusato di violenza sessuale: le vittime due ragazzini di 15 e 16 anni.

    Padova 09 Novembre 2023, aperta l’inchiesta in Procura, dopo la querela presentata a fine Ottobre, da una delle presunte vittime, un ragazzino di 16 anni, che avrebbe subito violenza sessuale, da parte di un’anziano sacerdote.

    Secondo la ricostruzione i due ragazzini, rispettivamente di 15 e 16 anni, si sarebbero incontrati per trascorrere un pomeriggio insieme, mentre camminavano lungo la strada, sono stati avvicinati da un’automobile, da cui è sceso un uomo anziano, che avrebbe molestato il 16enne, palpeggiandolo nelle parti intime.

    La Ricostruzione

    Dapprima i due ragazzini, pensando che l’anziano prete avesse bisogno di qualche indicazione stradale, si sono fermati, a quel punto il sacerdote avrebbe rivolto degli apprezzamenti espliciti al 16enne, e poi lo avrebbe palpeggiato toccandogli le parti intime, il ragazzino, sottraendosi dalla mano del prete, insieme all’amico, avrebbero intimato al prete di allontanarsi immediatamente, e di lasciarli in pace.

    A quel punto il sacerdote sarebbe risalito in auto, per allontanarsi.

    Poco dopo i due ragazzini riconoscendo l’auto del presunto molestatore, parcheggiata lungo la strada del paese, hanno preso a calci la portiera dell’automobile.

    L’anziano sacerdote, li avrebbe raggiunti nuovamente, per minimizzare l’accaduto, avvenuto poco prima.

    Dopo una breve discussione in strada, i ragazzini sono rientrati a casa, a quel punto il 16enne, ha raccontato tutto ai suoi genitori.

    Il padre del ragazzino si è recato in caserma con il figlio minorenne, per sporgere querela, raccontando tutto ai Carabinieri.

    Il molestatore sarebbe un sacerdote sull’ottantina, in visita al paese, nell’Alta padovana, per motivi personali.

    Il pubblico ministero che sta seguendo l’inchiesta è Sergio Dini.

    Il prete, ora è indagato con l’ipotesi di reato di violenza sessuale, posizione che potrebbe essere aggravata dalla minore età delle vittime.

    Gli inquirenti stanno procedendo con gli accertamenti del caso. (fonte Il Gazzettino)

  • “Non c’è nulla di male, lo fa anche il don”: così il diacono pedofilo convinceva i ragazzini mostrando il video porno col sacerdote

    “Non c’è nulla di male, lo fa anche il don”: così il diacono pedofilo convinceva i ragazzini mostrando il video porno col sacerdote

    «Non c’è nulla di male nel fare queste cose. Come vedi lo fa anche don….».

    Emergono ulteriori elementi inquietanti dalle indagini sul diacono pontino accusato di violenza sessuale su una serie di minori e arrestato. Gli inquirenti sospettano che l’indagato, che era anche un insegnante di religione al liceo scientifico «Majorana» di Latina e che prima di finire sotto accusa era impegnato in una casa famiglia di Terracina, abbia mostrato ad alcune vittime un video porno realizzato con un sacerdote per convincere i minori a fare sesso con lui.

    Il caso è esploso nel gennaio scorso, quando la garante per l’infanzia e l’adolescenza Monica Sansoni ha raccolto le confidenze di alcuni studenti del capoluogo pontino. La Procura di Latina ha aperto un’inchiesta e il vescovo Mariano Crociata ha così sospeso il diacono.

    Accusato di aver abusato di un minore vicino alla sua famiglia e di alcuni giovani del liceo, il 50enne Alessandro Frateschi a luglio è stato messo ai domiciliari. I carabinieri hanno poi raccolto le denunce di altri minori. Frateschi, vicino anche all’Azione Cattolica, anche se non era un iscritto e non aveva ruoli nell’associazione, secondo gli investigatori aveva tra l’altro mostrato un video porno a una delle vittime, in cui si vedeva un prete.

    Gli inquirenti sospettano ora che non si trattasse di un anonimo sacerdote o sedicente tale, ma di un prete del posto con cui l’indagato avrebbe fatto sesso, riprendendo quegli incontri all’insaputa dello stesso. Il dubbio è poi quello che quei video siano stati usati per evitare che i minori facessero resistenza, convincendoli che se compiva determinati atti un prete che loro conoscevano bene, non c’era nulla di sbagliato nel fare determinate cose.

    Un’ipotesi ovviamente ancora da verificare, mentre il sacerdote, estraneo alle accuse e non indagato, è stato da qualche tempo spostato in un altro centro pontino rispetto a quello dove operava al momento in cui avrebbe avuto rapporti con Frateschi, che in passato era entrato in seminario, dal quale sarebbe però stato allontanato.

    Gli inquirenti sospettano però anche che vi fosse una rete di pedofilia che si muoveva tra parrocchie, case famiglia e scuola, e che la stessa godesse di una serie di protezioni, visto anche che alcune persone, insospettabili compresi, avrebbero avvicinato alcune vittime per spingerle a ritirare le denunce e avrebbero compiuto atti intimidatori. Un dubbio maturato soprattutto alla luce dei contatti emersi tra Frateschi e Mirko Campoli, ex dirigente di Azione Cattolica, anche lui accusato di violenze su minori a Tivoli e arrestato.

    E su quest’ultimo oggi il giudice per l’udienza preliminare del tribunale tiburtino, Emanuela Maria Francini, dovrà decidere se disporre il rinvio a giudizio. Campoli è accusato di violenza sessuale aggravata e continuata nei confronti di due minori, che gli erano stati affidati dai genitori in un campo scuola.

    Oggi chiederà al giudice Francini di costituirsi parte civile anche la garante per l’infanzia e l’adolescenza. Una scelta quest’ultima fatta considerando che determinati reati sono considerati una lesione dei diritti dei minori e dei coincidenti diritti ed interessi dell’istituzione del Garante, soprattutto quando i diritti sarebbero stati lesi da figure educative e formative che dovrebbero garantire educazione e crescita e ai quali è diretta anche l’attività formativa del Garante.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2023/11/09/news/alessandro_frateschi_diacono_pedofilo_latina-419923436/

  • Pedopornografia online e sesso con minori, almeno 10 vittime: arrestati animatore oratorio e camionista

    Pedopornografia online e sesso con minori, almeno 10 vittime: arrestati animatore oratorio e camionista

    In alcuni casi avevano adescato i minorenni facendogli credere di parlare con una loro coetanea, o con un loro coetaneo, inducendoli a inviare materiale pornografico autoprodotto. In altri erano riusciti anche a incontrare nel mondo reale le giovani vittime, con le quali, approfittando della loro ingenuità e riuscendo a guadagnare la loro fiducia, hanno consumato rapporti sessuali. Due le persone arrestate, almeno 10 le vittime tra le province di Monza Brianza, Milano e Treviso.

    La Polizia postale di Milano e i Carabinieri di San Donato Milanese hanno smantellato un vero e proprio sistema criminale finalizzato all’adescamento di minori – volto sia alla produzione di materiale pedopornografico sia a costringere (o convincere) i minori ad atti sessuali con i due adulti – dopo una complessa e articolata attività di polizia giudiziaria durata quasi un anno e conclusasi a fine settembre con l’applicazione della custodia cautelare in carcere per due giovani uomini, uno italiano e uno di origini ecuadoregne – rispettivamente residenti in provincia di Cremona e Monza Brianza.

    L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano, è partita dalla denuncia ai Carabinieri di Peschiera Borromeo da due genitori preoccupati per gli improvvisi cambiamenti nelle abitudini e nei comportamenti del proprio figlio, adolescente. I militari, intuendo che il ragazzo poteva essere vittima di un adescamento su internet, ne davano subito notizia all’Autorità giudiziaria di Milano.

    Nonostante gli accorgimenti tecnici adottati dagli adescatori per occultarsi nel web, le indagini hanno permesso prima di arrestare il ventisettenne dell’Equador R.L.L.F., rider e animatore presso un oratorio monzese (persona già gravata da pregiudizi di polizia per reati della stessa natura) e, in un secondo momento, il trentanovenne B.M., incensurato, impiegato presso una ditta di autotrasporti milanese. Entrambi i soggetti sono stati colti in possesso di un’ingente quantità di materiale pedopornografico, che in parte si scambiavano e cedevano a terzi.

    I successivi sviluppi investigativi hanno inoltre consentito di scoprire una vera e propria rete di abusi in danno di numerosi minorenni di età compresa tra gli otto e i diciassette anni. In svariati episodi gli arrestati avevano adescato i minorenni facendogli credere di parlare con una loro coetanea, o con un loro coetaneo quando intuivano che dall’altra parte vi era un minore con tendenze omosessuali, così inducendoli a inviare materiale pornografico autoprodotto.

    Tale era il livello di perfezionamento delle tecniche adottate che gli arrestati sono riusciti anche a incontrare nel mondo reale tre delle giovani vittime, con le quali, approfittando della loro ingenuità e riuscendo a guadagnare la loro fiducia, hanno consumato rapporti sessuali.

    https://www.notizienazionali.it/notizie/cronaca/51006/pedopornografia-online-e-sesso-con-minori-almeno-10-vittime-arrestati-animatore-oratorio-e-camionista

  • L’ex di Azione Cattolica e il diacono pedofilo nella stessa rete di abusi

    L’ex di Azione Cattolica e il diacono pedofilo nella stessa rete di abusi

    di Clemente Pistilli – Formatasi attorno alle comunità giovanili, alle scuole e in particolare alle parrocchie e alle case famiglia, una sinistra rete di pedofili è stata stesa.

    Si è rafforzata sfruttando rapporti instauratisi all’interno di una importante associazione cattolica, gode di protezioni o quantomeno di una significativa tolleranza.

    Molti preferiscono voltarsi dall’altra parte e alcuni sono pronti addirittura a correre in soccorso a chi inaspettatamente finisce in altre maglie, quelle della giustizia. Lo fa chi è legato ai sospettati in maniera affettiva, ma anche chi ha ruoli importanti nella società, che dovrebbe collaborare con chi indaga e che invece si scopre entrare di soppiatto nel campo avverso.

    Appare un’ipotesi suggestiva quella che sta prendendo forma attorno alle inchieste a Latina e Tivoli su due uomini, un diacono e un ex dirigente di Azione cattolica. Quasi azzardata. Ma alla luce di una serie di elementi, che man mano che procede il lavoro degli inquirenti si stanno sommando l’uno all’altro, è quella che sta facendo perdere il sonno a magistrati e carabinieri.

    La Procura pontina ha messo ai domiciliari il diacono e prof di religione Alessandro Frateschi. A gennaio il primo allarme, lanciato dagli studenti del liceo scientifico “Majorana” di Latina, la denuncia della garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Monica Sansoni, e la pesante ipotesi di violenza sessuale, a danno degli studenti e di altri minori con cui il 50enne era entrato in contatto nel corso del tempo.

    Poi i domiciliari e il lavoro incessante degli investigatori, che temono vi siano anche altre vittime rispetto a quelle che sinora hanno riferito di aver subito abusi. Ma Frateschi non era solo un prof di religione. Era impegnato in una casa famiglia di Terracina e nelle parrocchie. E in contemporanea a Tivoli è stata aperta un’altra inchiesta, già sfociata in una richiesta di rinvio a giudizio.

    Sempre per violenza sessuale e sempre a carico di un altro prof di religione, anche lui impegnato nel mondo cattolico, nella stessa associazione frequentata da Frateschi, e soprattutto attivo nelle case famiglia, dove al pari del terracinese avrebbe abusato dei più fragili. Si tratta in questo caso di Mirko Campoli, ugualmente arrestato e ugualmente trovato in possesso di una mole notevole di materiale pedopornografico, scovato sui dispositivi informatici dell’indagato.

    Scoperta analoga a quella fatta dopo aver perquisito il diacono di Terracina. Un materiale raccapricciante che ha però convinto gli inquirenti che i due si conoscessero e che fossero in contatto. La Procura di Latina, che ha raccolto anche informazioni su pressioni fatte alle vittime del diacono per convincerle a ritrattare, e quella di Tivoli si stanno muovendo nella stessa direzione.

    A uno dei minori che ha riferito di aver subito violenze sessuali ignoti hanno bruciato il citofono di casa. E alla garante per l’infanzia, che segue anche il caso di Tivoli, è stata danneggiata per due volte l’auto. Il procuratore del centro tiburtino, Francesco Menditto, ha utilizzato parole dure: «Il clima di omertà ambientale è molto simile a quello mafioso. I genitori non vogliono accettare la violenza che può avere patito il loro figlio e spesso si rivolgono all’autorità religiosa che tende a tenere la vicenda al suo interno».

    La diocesi di Tivoli ha negato di aver coperto il prof, sostenendo di aver invece subito denunciato. Stessa collaborazione con le autorità assicurata da quella di Latina. Ma mentre le inchieste delle Procure proseguono quelle ecclesiastiche non avrebbero ancora avuto sviluppi. Casi a cui è interessata anche la Procura di Roma. Troppo ipotizzare una rete? Gli inquirenti sembrano essere convinti del contrario.

    Considerando anche un particolare: Frateschi avrebbe camuffato il volto dei minori coinvolti in atti sessuali nei video che gli sono stati sequestrati, al fine di renderli irriconoscibili. Solitamente quel materiale viene girato in Paesi noti come mete di turismo sessuale e dove i bambini subiscono atti indicibili. Minorenni che è difficile, pressoché impossibile, identificare.

    Sono stati nascosti i volti perché forse quei video non sono stati girati in altri continenti ma in luoghi ben più vicini? Al momento è solo un sospetto, terribile di chi indaga. Ma l’appello fatto dagli investigatori sia di Latina che di Tivoli è lo stesso: chi sa parli, chi ha subito violenze denunci.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2023/11/05/news/diacono_pedofilo_latina-419654608/?ref=RHLF-BG-P12-S2-T1

  • Violenze sessuali del clero sui minori: Protetti gli “abusatori” non le vittime

    Violenze sessuali del clero sui minori: Protetti gli “abusatori” non le vittime

    La presente inchiesta giornalistica ‘inGiustizia Vaticana’, la cui prima parte è stata pubblicata il 14 ottobre scorso (qui), prende le mosse dalla condanna, frutto come abbiamo documentato di una sentenza assurda e ingiusta, inflitta dall’autorità vaticana nell’ambito di un processo canonico a Nello Dell’Agli, teologo e psicoterapeuta, fondatore a Ragusa della fraternità di Nazareth e membro del clero diocesano.

    Cercando la spiegazione è emersa la matrice ritorsiva del provvedimento emesso per punire l’unico vero ‘delitto’ commesso dal sacerdote colpito con la pena massima, la amissio status clericalis: avere testimoniato, in sede ecclesiastica e in un procedimento penale della procura di Roma, su fatti riguardanti Giovanni Salonia, influente frate cappuccino nominato vescovo il 10 febbraio 2017 e poi non consacrato per effetto di rinuncia in seguito alle denunce su tali vicende.

    In proposito, dentro questo tassello del puzzle, nella prima parte dell’inchiesta abbiamo lasciato la cronologia dei fatti al 27 aprile 2017, data della rinuncia di Salonia ampiamente illustrata. Pertanto dovremo analizzare gli accadimenti successivi tra i quali il processo penale a carico di Salonia imputato di violenza sessuale (concluso, dopo la richiesta della procura di rinvio a giudizio, con sentenza di non luogo a procedere il 28 febbraio 2020 per tardiva presentazione della querela), le testimonianze in tale processo tra le quali quella di Dell’Agli e gli sviluppi ulteriori fino alla  sua ‘condanna’: temi oggetto delle prossime puntate dell’inchiesta.

    In questa ci soffermiamo su un altro aspetto perchè la ricostruzione documentale del travisamento della realtà operato dagli organi giudiziari vaticani pervenuti a tale condanna – dalla quale la nostra ricerca prende le mosse – nonché le vicende collegate e certe dinamiche sottostanti, ci hanno fatto conoscere, tra gli altri, il ruolo e gli atti compiuti dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice e dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana.

    Il primo – abbiamo visto – a febbraio 2017 preme fortemente su papa Francesco per chiedere una commissione chiamata a giudicare la fondatezza di tali denunce, commissione che ottiene il 2 marzo quando il pontefice la istituisce; il secondo la capeggia e la guida al proscioglimento di Salonia: conclusione in palese contrasto con i dati di realtà per ammissione stessa (un anno e mezzo dopo, in sede penale) del prosciolto.

    Successivamente Dell’Agli riceve, da altro ‘tribunale ad hoc’ vaticano, la condanna, infondata e assurda quanto il ‘non luogo a procedere’ canonico sancito dall’invocata commissione a beneficio del vescovo ‘eletto’ Salonia il quale tuttavia, come abbiamo visto, rinuncia alla carica, in apparenza per libera scelta, nei fatti per diktat papale.

    Gisana, Lorefice, Salonia: relazioni, esperienze, carriere

    di tre vescovi nominati, ma solo i primi due ‘consacrati’

    Per la cronaca Gisana, Lorefice e Salonia sono nati in provincia di Ragusa, rispettivamente a Modica, Ispica e Ragusa, dove si sono anche formati, tra le diocesi di Ragusa e Noto.

    Nel tempo, dagli anni ’80 e soprattutto dall’ordinazione sacerdotale dei primi due, rispettivamente nell’86 e nell’87 (il terzo è sacerdote già nel ’71) incrociano personalmente e condividono una molteplicità di esperienze. Gisana e Lorefice per l’attività espletata nella diocesi di Noto – dove tra l’altro in un periodo il secondo è vice del primo nel rettorato del seminario vescovile – e nella chiesa di Modica che ne fa parte. Il terzo, Salonia, nella qualità, di fatto per quasi vent’anni dal ’92 al ‘10, di ministro provinciale dei frati cappuccini con base nel convento di Modica, città che è anche il centro più importante della diocesi netina. La carica di ministro, comunque preceduta e seguita nel tempo, dal ’78 e fino al momento della nomina al soglio episcopale, da incarichi di massima responsabilità nell’ordine religioso fondato sulla regola francescana, riguarda la ‘provincia cappuccina’ di Siracusa, per 448 anni dal 1574 al 2022, una delle tre di Sicilia, comprendente un vasto territorio comprendente le province (politico-istituzionali) di Ragusa, Siracusa, Catania, Enna e Caltanissetta, con una sede importante a Modica.

    Nella storia questa provincia ‘Syracusana’ (le altre due sono Messanensis e Panormitana) a lungo è la più importante al punto da inglobare per un secolo e mezzo anche l’isola di Malta, da mandare i propri frati in servizio nel mondo, da ottenere in affidamento la missione di Rio de Janeiro dove impianta l’ordine, e da elevare diversi propri membri alla carica di ministro generale, nel Seicento ben tre in meno di cinquant’anni: Clemente Di Lorenzo e Giammaria Minniti da Noto, Innocenzo Marcinò, prossimo beato, da Caltagirone. E a un passo dalla carica di ministro generale, vertice dell’ordine, giunge anche durante la sua ‘carriera’ di frate, prima della nomina episcopale, Giovanni Salonia da Ragusa, ma l’ascesa non si concretizza.

    Tornando ai fatti oggetto di quest’inchiesta, egli nel 2017 è responsabile della formazione permanente della ‘provincia cappuccina di Siracusa’, che oggi come abbiamo visto non esiste più, confluita nel 2022 nell’unica provincia siciliana.

    A questo punto dobbiamo soffermarci su Gisana, che abbiamo visto  non solo a capo della commissione che a marzo 2017 scagiona Salonia, ma anche suo vescovo co-consacrante designato, nella celebrazione che Lorefice avrebbe presieduto se il futuro braccio destro dell’arcivescovo di Palermo non si fosse visto costretto a ‘rinunciare’ a tale consacrazione la quale sarebbe dovuta avvenire perentoriamente entro il 10 maggio.

    E ciò perché, sempre per la cronaca, in questo caso ben più nota, Gisana da oltre due anni, e tuttora nella calda attualità di questi giorni, è investito dallo scandalo giudiziario della copertura data alle violenze sessuali commesse da sacerdoti della diocesi di cui da oltre nove anni è vescovo: Piazza Armerina, comprendente parte dei comuni delle province di Enna, compreso il capoluogo, e di Caltanissetta.

    Rosario Gisana di Modica, vescovo di Piazza Armerina

    insabbiatore seriale di scandali e abusi sessuali del suo clero

    Il caso eclatante è quello culminato nell’arresto, il 27 aprile 2021, del sacerdote Giuseppe Rugolo, oggi quarantaduenne, accusato di violenze sessuali su minori e sotto processo dinanzi al tribunale di Enna che il mese prossimo emetterà la sentenza dopo quindici udienze ed una fitta istruttoria dibattimentale. E’ solo uno di tanti casi simili, clamoroso perché l’unico segnalato – alla polizia giudiziaria, con gli sviluppi conseguenti, appunto eclatanti – da una vittima tenace la quale, dopo sette anni di reiterate e inutili denunce alle autorità ecclesiastiche, non si arrende al sistema clericale di menzogna e omertà che protegge i preti abusatori e sacrifica i minori abusati.

    Emerge infatti che quando il sacerdote viene arrestato, il vescovo da cinque anni è a conoscenza dei fatti oggetto d’accusa, dal 2016 quando una delle vittime finalmente può raccontargli tutto dopo averci a lungo provato invano. E’ Antonio Messina, quindicenne nel 2009 al tempo degli abusi nella chiesa di San Giovanni Battista di Enna proseguiti fino al 2013. Infatti già nel 2014, sempre con Gisana vescovo – nominato da papa Francesco il 27 febbraio e ordinato il 5 aprile di quell’anno – il giovane denuncia ad altri sacerdoti le violenze subite, ma trova un muro di gomma. Comincia con l’anziano parroco che l’ha visto crescere, Pietro Spina (vicario parrocchiale della chiesa in cui avvengono gli abusi), il quale non fa nulla. Quindi si rivolge ad un altro prete, Vincenzo Murgano, vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico ed anche responsabile diocesano del ‘servizio di tutela dei minori’: <<non parlarne con nessuno e dimentica>> è la risposta, scioccante se viene da un giudice canonico nonché garante delle vittime in materia. Un terzo parroco, per fortuna diverso dagli altri, informa il vescovo il quale però, dinanzi alla mancata ammissione di Rugolo, fa passare due anni prima di ascoltare la vittima. Solo in seguito Rugolo, nuovamente convocato, questa volta ammette qualcosa, proprio quando sta per insediarsi come parroco della Chiesa di San Cataldo di Enna.

    In proposito fa impressione leggere oggi le notizie e i comunicati della diocesi in quel periodo. Per esempio il 18 settembre 2018 Gisana officia la messa, in una chiesa gremita, per annunciare il nome del nuovo parroco dopo il ritiro del titolare per limiti d’età. Negli articoli che ne riferiscono e nei comunicati riportati leggiamo: << Il vescovo Rosario Gisana ha deciso che a ricoprire la veste di parroco della comunità, nominato dopo accurato discernimento, sarà padre Giuseppe Rugolo, vice parroco della chiesa madre di Enna. La solenne funzione religiosa d’insediamento, con la firma del verbale di nomina, si svolgerà nel mese di novembre>>.

    Da oltre due anni, in quel momento, il vescovo sa delle violenze e degli abusi di cui il vice parroco è accusato. Eppure, ‘dopo accurato discernimento’ (del quale sarebbe interessante conoscere l’oggetto) lo promuove e gli offre un pulpito superiore, insieme a strumenti più potenti ed efficaci di prima per la sua opera: quale che essa sia.

    Dopo quest’annuncio sale la tensione negli ambienti diocesani e la funzione d’insediamento perde la solennità annunciata. Ma Rugolo comunque diventa parroco e può agire forte di questo status. Solo per un anno però, perché, al precipitare degli eventi, Gisana, a ottobre 2019, lo trasferisce nell’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: è questo il suo primo e unico atto compiuto da capo della diocesi ‘contro’ gli abusi, tre anni dopo averne avuto notizia, anni durante i quali addirittura promuove e premia l’accusato rendendolo più forte ed invasivo di prima proprio nell’ambito potenziale delle sue scorribande. Neanche lo sfiora l’idea di segnalare immediatamente i fatti all’autorità giudiziaria, come sarebbe preciso dovere di ogni persona proba e responsabile, laica o clericale, ‘fedele’ o no che sia: tranne che fedele voglia esserlo al male, alla violenza, all’abuso.

    Il caso-Rugolo scopre nella diocesi un verminaio:

    25 mila euro in cambio del silenzio della vittima

    L’omissione prosegue anche dopo l’entrata in vigore, l’1 giugno 2019, del ‘Vos estis lux mundi’, il Motu proprio di Bergoglio che cancella il segreto pontificio sugli abusi sessuali commessi da uomini del clero in danno di minori e di persone fragili.

    Anzi, non solo il vescovo non asseconda le nuove prescrizioni papali, ma da testimonianze processuali si apprende che in quel periodo offre alla vittima (versione da lui contestata) 25 mila euro in contanti, da prelevare, secondo quanto avrebbe detto ai genitori del ragazzo abusato, dai fondi della Caritas (dal 2017, in virtù di una riforma da lui disposta, egli stesso ne è direttore) purchè con falsa causale e con segretezza assoluta sull’affare transattivo in cambio del silenzio tombale. Ma, come vedremo, non se ne fa niente.

    Il vescovo quindi ‘risolve’ il caso, secondo una prassi dura a morire nonostante le nuove disposizioni del Papa, trasferendo il prete pedofilo in altra sede: Ferrara come detto, ‘per motivi di salute’ e senza alcuna inibizione sicchè, sempre secondo prassi consolidata, può tranquillamente svolgere ogni attività, comprese quelle che lo tengono in contatto con minori, tant’è che nell’estate 2020 nella parrocchia di Vigarano Mainarda organizza un campo con centinaia di ragazzi. E’ questa la sua specialità del resto, come sa bene chiunque lo abbia visto all’opera ad Enna dove, giovane prete, nel 2015 fonda un’associazione, ‘Progetto 360’, con centinaia di ragazzi.

    Dopo appena un anno a Ferrara, dove le relazioni sessuali che intrattiene – e delle quali gli inquirenti per effetto delle indagini abbiano notizia – riguardano adulti, il sacerdote, convinto di averla fatta franca, briga per tornare a Piazza Armerina, fa pressioni, vuole organizzare il Grest dell’anno successivo ma il 27 aprile 2021, in terra emiliana, per lui scattano le manette perché la vittima, dopo un settennale calvario di inutili tentativi di farsi ascoltare, finalmente si rivolge alla polizia giudiziaria. Nel seminario dell’arcidiocesi Rugolo vive la condizione di detenuto agli arresti domiciliari, disposti dal giudice delle indagini preliminari per il rischio di reiterazione del reato e <<la tendenza dell’indagato a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata>>: misura convertita dopo tredici mesi in obbligo di permanenza notturna.

    Gisana intercettato: io ho insabbiato questa storia,

    eh vabbè pazienza, vediamo come poterne uscire

    Il processo, in corso da due anni, rivela al mondo e dilata a dismisura l’entità dello scandalo, ben più ampio di quanto si potesse credere. Le vittime sono tante e la condotta di vari componenti del clero diocesano sconcertante. Peraltro Gisana, intercettato, ammette: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Ma le ‘storie’ sono numerose – di abusi sessuali e di sistematiche coperture da parte dei vertici ecclesiali – e proiettano della diocesi di piazza Armerina l’immagine di un luogo, per i preti pedofili, sicuro, ospitale, amico nonchè molto generoso verso le loro pretese di ordinaria impunità.

    In un’altra intercettazione il vicario generale della diocesi Antonino Rivoli si esercita in un turpiloquio, inimmaginabile ma reale (ne omettiamo le espressioni testuali per rispetto delle nostre lettrici e dei nostri lettori) per insultare un collega sacerdote, Giuseppe Fausciana, che apostrofa ‘bestia’ per avere ascoltato la vittima (definita ‘bastardo’) ed essersi fatto portavoce, l’unico, della sua denuncia.

    Dal processo emerge con nettezza lo spaccato di un clero e di un vertice diocesano schierati, con poche eccezioni, nettamente dalla parte dei preti pedofili, e contro le vittime degli abusi delle quali sembra non importare niente agli uomini in abito talare, con o senza zucchetto. Quando Gisana, intercettato, ammette di avere insabbiato la denuncia, neanche per un istante sembra toccato dal pensiero per la vittima, concentrato piuttosto sui rimedi per sè, sulla propria ‘salvezza’: <<eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire>>. Quale sia l’uscita, nei suoi piani, lo rivelano alcune testimonianze: 25 mila euro in contanti da sottrarre alla Caritas, merce di scambio per il silenzio e il salvacondotto giudiziario della rinuncia a denunciare.

    «Dovevano essere in contanti – racconta in udienza il ragazzo abusato, ormai adulto e valente archeologo – il vescovo disse ai miei genitori che li avrebbe presi dai fondi della Caritas. Chiesero di firmare una clausola extragiudiziale di riservatezza in cui, in cambio di questa somma, io mi impegnavo a non parlare più con nessuno di quanto mi era successo. Ho avuto la sensazione di essere comprato». La diocesi nega: «Il riserbo  – dichiara il difensore della curia vescovile – era una richiesta della famiglia, non è stata fatta alcuna offerta di denaro con l’intento di comprare il silenzio della parte offesa. Anzi, la trattativa parte proprio dalla famiglia, in un primo momento come sostegno per le spese sostenute e poi a titolo risarcitorio».

    Su questa circostanza la parte civile chiama a deporre l’avvocato rotale Federico Marti indicato come persona informata dei fatti in quanto avrebbe seguito la trattativa tra la diocesi e la famiglia del minore abusato. Il teste, prima di essere comunque ammesso dal tribunale, comunica la propria indisponibilità per motivi di salute e, in ogni caso, fa presente che si sarebbe avvalso del segreto professionale. Silenzio dunque in udienza, ma il silenzio, come abbiamo visto, spesso racconta più d’ogni esercitazione verbale!

    Gisana al giornalista: a cosa si riferisce? I casi sono tanti! E c’è anche quello

    della bambina abusata in sacrestia dal prete che ha l’età del suo bisnonno

    Finora si sono tenute 15 udienze dibattimentali, alcune anche della durata di 10-12 ore, fino a tarda sera. Il processo verte sui fatti imputati a Rugolo (violenza sessuale aggravata in danno di tre minori) ma fa emergere altri abusi da parte di sacerdoti della diocesi su bambini e ragazzi sia di sesso maschile che femminile. Del resto quando, esploso il caso, il vescovo viene chiamato da un giornalista dell’Ansa che gli chiede degli abusi, non comprende a quale vicenda si riferisca: <<mi scusi, non ho capito di chi si parli, abbiamo tanti casi».>>. Tanti e di sua conoscenza!

    Infatti il lungo dibattimento smaschera una linea diocesana di difesa dei pedofili, di sostanziale allineamento ai loro interessi di impunità e di pretesa di conservazione del loro modus operandi all’interno della chiesa. Per esempio emerge che Gisana sa delle violenze su una bambina di undici anni a Gela ad opera di un anziano prete, Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019. E lo sa anche Murgano che si dice invece ignaro, nonostante il suo ruolo di responsabile del servizio di tutela dei minori, di altri casi noti al vescovo.

    Peraltro è Gisana a settembre 2018 a nominare Iannì, che oggi ha 82 anni, vice parroco della Chiesa di Santa Lucia di Gela, in un quartiere con grave disagio sociale, e a riabilitarlo dopo che il predecessore Michele Pennisi, vescovo a Piazza Armerina da aprile 2002 ad aprile 2013, lo ha allontanato a causa dei suoi precedenti specifici. Inoltre Gisana a maggio 2017, un anno prima di mandarlo a Gela, lo nomina vice cancelliere vescovile.

    Il caso, che troviamo citato nella relazione della corte d’appello di Caltanissetta pronunciata nella cerimonia d’apertura dell’anno giudiziario 2021, è clamoroso. Un prete, Iannì appunto, all’epoca ultrasettantenne, adesca una bambina di undici anni e l’attira in una trappola in canonica, quando non c’è nessuno, approfittando dello stato di grave indigenza della famiglia, nonché di vulnerabilità, di fragilità psicologica, di bisogno e di disperata richiesta d’aiuto della ragazzina la quale ripone fiducia in quell’anziano prete che ha l’età del proprio bisnonno.

    In dibattimento video shock e intercettazioni eloquenti:

    un parroco predatore sessuale tra i minori a lui affidati

    Nel processo-Rugolo in aula vanno in scena la proiezione di video scioccanti e l’ascolto di audio inequivocabili sull’agire quotidiano del sacerdote, anche al di là dei fatti oggetto d’imputazione: spavaldo, eccentrico, temerario, incline al turpiloquio con i ragazzi che dovrebbe educare, privo di scrupoli e mosso da pulsioni sessuali continue e incontrollabili – che ostenta regolarmente ai minori che influenza, coinvolge, irretisce e adesca – affetto da porno-dipendenza compulsiva come attestato dalle migliaia di suoi accessi ai siti web, una media di oltre sessanta al giorno: oltre venti mila in dieci mesi, il periodo marzo 2020-gennaio 2021 oggetto d’indagine.

    In aula la sua difesa fa ascoltare la registrazione di un colloquio con il vescovo Gisana il quale, ignaro di orecchie esterne, sostanzialmente lo assolve e lo ‘beatifica’ (questa almeno è la tesi dell’imputato) dicendogli addirittura: <<caro Giuseppe, per te ci sono tutti i presupposti per diventare santo>>. In una lettera ad organi di stampa i quali riportano la frase, Gisana chiede di rettificare cercando di spiegare di non avere inteso usare alcuna indulgenza né approvazione dei comportamenti sotto accusa ma solo dire che anche nella vita dei beati possono esserci stati momenti oscuri. <<Il colloquio se complessivamente ascoltato appare chiaramente volto ad esortare nel Rugolo una profonda riflessione sui fatti … ricordandogli che anche i santi hanno attraversato e superato momenti in cui hanno peccato o sono stati tentati>>: parole del vescovo il quale inoltre definisce  ‘letteralmente inventata’ l’analogia tra la vicenda di Rugolo e suoi trascorsi personali richiamati in quella conversazione. Il parroco infatti nel colloquio, che registra a propria difesa, invita più volte il vescovo a raccontare la sua vicenda personale, facendo intendere che abbia molti punti di contatto con la sua. Quali punti di contatto? Dal colloquio intercettato non si evince. Gisana comunque nella richiesta di rettifica alla stampa nega ogni analogia.

    Un vertice diocesano compatto a difesa degli abusatori,

    aggressivo contro le vittime e contro l’unico sacerdote che se ne cura

    In un altro brano del colloquio risuonato in udienza, secondo l’imputato il vescovo  dice al prete pedofilo che nella diocesi c’era un altro sacerdote <<che ha fatto cose molto peggiori delle tue, ma non viene fuori. Nessuno lo denuncia e, certo, non posso farla uscire io. Invece tu, un giovane di 38 anni stai passando tutto questo>>.

    In ogni fase della vicenda il ragazzo abusato subisce, da uomini di chiesa e dai loro entourage, una sistematica aggressione intimidatoria, persecutoria e discriminante, volta anche ad estrometterlo dalle attività parrocchiali nelle quali è impegnato. Eloquente la fitta rete di messaggi, emersa in dibattimento, tra l’imputato e Vincenzo Murgano, il vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico che di fatto diventa fidato consigliere del prete abusatore nella gestione degli aspetti scabrosi dello scandalo.

    Come si apprende dalle udienze <<mons. Murgano, con cadenza quotidiana, forniva indicazioni e consigli strategici, avallando anche l’attività di controllo attraverso i social attivata da Rugolo ai danni della giovane vittima dell’abuso sessuale, colpevole, a dire dei due, di collaborare con il parroco di Sant’Anna (Fausciana, n.d.r.) nelle attività pastorali, nonché di svolgere attività professionali nel contesto della città di Enna>>. Perciò Murgano suggerisce a Rugolo: <<chiama incazzato il vescovo e fai una foto della schermata e gliela mandi, ma proprio incazzato>>. Il sacerdote posto a tutela dei minori dagli abusi commessi dai preti pedofili aizza uno di questi contro il minore-vittima che lui per primo dovrebbe difendere!

    La verità è come il ‘diavolo’ per gli uomini in abito talare:

    smemorati in udienza, balbettano, si contraddicono, mentono

    In udienza, dinanzi al materiale probatorio che l’inchioda, Murgano tenta di negare fatti documentati, si contraddice, viene più volte ammonito dal tribunale come quando risulta evidente che egli sia a conoscenza di altri casi di abuso su minori ad opera di altri sacerdoti della diocesi nella quale è responsabile del servizio per la tutela dei minori (incarico conservato fino a dicembre 2022) senza avere adottato mai alcun provvedimento.
    Il processo racconta inoltre che Rugolo <<godeva anche del pieno sostegno del monsignore Pietro Spina (il primo sacerdote cui la vittima si rivolge, n.d.r.)  disposto a dargli fiducia anche qualora fosse risultato colpevole, confidando sulla prescrizione del reato e minimizzando gli episodi di abuso>> definiti, al pari di <<ogni atto sessuale diverso dalla penetrazione, semplici, normali e innocenti affettuosità>>, leciti quindi anche se nei confronti di minori e con l’abuso d’autorità dell’abito sacerdotale: è questa la tesi, singolare e ripugnante, illustrata al tribunale con ostentata convinzione dal prete novantenne.

    Tale sostegno in favore di Rugolo e contro la vittima, a parte Fausciana, è corale: rispondendo alle domande della parte civile la quale gli chiede da chi avesse avuto il testo della denuncia ecclesiastica presentata dalla vittima alla diocesi e rinvenuta dagli investigatori nel suo pc, l’imputato spiega di averla ricevuta dalla segretaria del vescovo.

    Ne scrive ampiamente la giornalista Pierelisa Rizzo, autrice di attenti reportages sulla vicenda e sulle oltre cento ore di udienze alle quali non è consentito assistere ma che certo non è vietato raccontare: anzi è preciso dovere dei giornalisti farlo, in nome di quella verità laica e civile alla quale dovrebbero aspirare anche gli uomini di chiesa, mossi da un motivo in più, almeno nella sfera della fede e della testimonianza evangelica: la frase di Gesù, nei vangeli di Giovanni <<… et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos (…e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi)>>. E invece qui dalla verità fuggono peones e graduati del clero, e quando loro malgrado essa comunque li raggiunge, la ignorano, la nascondono, la mascherano. Quanto alla libertà, l’unica che sembra loro interessare è quella dalla verità stessa, dal dovere, dalla responsabilità, dal valore del bene.

    Querele contro la verità pubblica, in difesa della menzogna e dell’omertà

    Due elementi vanno tenuti presenti in questa vicenda e in molte altre simili, a proposito di verità: lo strumento della querela e quello della petizione con migliaia di firme per modellarla, forzarla, ribaltarla se necessario, a proprio piacimento.

    Pierelisa Rizzo, giornalista di rigore etico e valore professionale, viene querelata da Rugolo per avere diffuso sul proprio profilo fb alcune chat a sfondo sessuale – materiale processuale – riguardanti il sacerdote e le sue imputazioni. La sua difesa ne domanda, e dal gip ottiene, l’oscuramento. Provvedimento cancellato dalla corte di cassazione, mentre il pubblico ministero chiede l’archiviazione del procedimento per diffamazione: a marzo prossimo sarà un giudice a decidere in seguito all’opposizione dell’imputato.

    Eloquenti le parole della giornalista, il 3 maggio ’21, una settimana dopo l’arresto e cinque mesi prima del via al processo.

    <<Leggo di una petizione ‘solidarietà al vescovo Gisana’, ma solidarietà di che? Che ha offerto 25 mila euro della Caritas alla famiglia della vittima? Che ha ammesso che sapeva delle violenze seppure quando Rugolo era seminarista e, dunque, ampiamente maggiorenne, e la vittima era certamente minorenne? Solidarietà perché ha provato ad insabbiare tutto? Solidarietà perché non avendo sospeso il parroco, come dice invano il ‘Motu proprio’ di Papa Francesco, dopo che era venuto a conoscenza del reato, non ha impedito che altri ragazzi venissero abusati? Mi chiedo perché di fronte a queste prove, che non ho certo costruito io, la Chiesa continui a coprire. Ho atteso ore per incontrare l’avvocato di Rugolo. Ho atteso perché, credo giusto sentire tutti i protagonisti. Ho atteso perché volevo raccontare l’altra faccia della medaglia. Ma mi interrogo a cosa serva raccontare una verità che sembra non incidere. Faccio la giornalista da trent’anni, da oltre trenta lavoro per l’Ansa. Mi sono occupata di tantissimi casi, brutti, pieni di orrore ma mai mi ero imbattuta in un caso in cui le evidenze dei fatti fossero negate così. Per prima cosa c’è un arresto. La procura non chiede, né un giudice dispone, un arresto così, a cuor leggero. Ci vogliono fatti gravi, che siano comprovati. E poi c’è l’inchiesta che racconta l’orrore allo stato puro. Questi i fatti che coinvolgono il vescovo della diocesi di piazza Armerina Rosario Gisana, due monsignori di Enna, e tanti e tantissimi preti ad Enna ed in tutta la diocesi. E questi sono responsabili come e quanto Rugolo. Che si sarebbe potuto fermare e forse aiutare. Dunque cari parroci, animatori parrocchiali, chierici, perpetue, monsignori e quanti altri che state condividendo anche sui gruppi privati la petizione di solidarietà a Rugolo, guardate dentro, interrogatevi sul perché venti o quarant’anni fa anni fa avete indossato quell’abito e provate a servire quel Dio che ora vi guarda con dolore. Non il vostro. Ma quello delle vittime che state sacrificando per il potere, per l’indifferenza, per l’ipocrisia di una Chiesa che, ad Enna, crolla a pezzi>>.

    Le petizioni con migliaia di firme di solidarietà

    al sacerdote abusatore e al vescovo insabbiatore

    In quel periodo scatta una petizione sia in favore del vescovo che dello stesso parroco imputato. Firmano volentieri migliaia di fedeli, sicchè vien da chiedersi: ‘fedeli’ a cosa? Al vescovo ‘insabbiatore’ e al parroco’ abusatore’ arrestato per violenza sessuale in danno di minori? Non certo fedeli alla verità che peraltro, in relazione ai fatti contestati a Rugolo, solo chi non volesse non vedeva: almeno in riferimento ai comportamenti esibiti, al di là della sentenza di colpevolezza o meno che scaturirà dal processo penale.

    Altro che ‘Vos estis lux mundi’, il Motu proprio pontificio entrato in vigore due anni prima dell’arresto di Rugolo e tre anni dopo che Gisana sia a conoscenza delle accuse. E che introduce precise procedure interne alle quali <<i vescovi devono attenersi rigidamente nel caso di una denuncia, anche anonima, che riguardi episodi di molestie sessuali da parte di un sacerdote>>. E qui, stando alle imputazioni, non si tratta di molestie, ma di atti reiterati di violenza sessuale.

    Al contrario Rugolo e Gisana sono impegnati a ricevere attestazioni di solidarietà per la loro condotta: di asserita violenza il primo, di insabbiamento delle denunce il secondo.

    Ovviamente non tutti i ‘fedeli’ sono uguali e tanti altri, al contrario, proprio perché prendono sul serio il provvedimento di papa Francesco, si chiedono, stupiti, perché un pontefice come lui lasci indisturbato quel vescovo al suo posto.

    Petizioni e querele le armi in campo. Delle prime abbiamo detto. Quanto alle seconde Rugolo, con i soldi dell’otto per mille come vedremo, ne scaglia una anche al presidente della rete ‘l’abuso’ ed anche in questo caso la procura (di Savona) chiede l’archiviazione ma il querelante, sempre a spese dei fedeli, si oppone: deciderà il giudice delle indagini preliminari. Presidente dell’associazione, che ha sede in Liguria ed è parte civile nel processo di Enna, è Francesco Zanardi il quale, vittima da bambino di abusi sessuali in parrocchia, da anni si batte contro le violenze compiute da membri del clero. In questa lotta pro o contro la verità c’è poi la ‘giurisdizione interna’ con i suoi tribunali ecclesiastici che dentro la Chiesa hanno sempre la prima e l’ultima parola.

    In Liguria il caso del parroco arrestato e condannato, tornato a dir messa

    proprio laddove aveva violentato una bambina: <<la Chiesa è sovrana>>

    Per esempio, per restare in Liguria, suscita ancora scalpore il caso del sacerdote Luciano Massaferro, riapparso tre anni fa a celebrare la messa in una parrocchia della stessa diocesi (Albenga, considerata refugium peccatorum di preti pedofili, uno dei tanti) in cui aveva violentato una bambina di undici anni. La condanna definitiva, a sette anni e otto mesi di reclusione inflittagli dalla giustizia penale italiana con interdizione perpetua dai pubblici uffici, una volta scontata la pena, non è bastata – vigente il Motu proprio di papa Francesco – ad impedirgli di tornare a celebrare l’eucaristia nello stesso luogo in cui aveva commesso quei turpi crimini. E ciò perché il tribunale ecclesiastico, dopo la sentenza dello Stato italiano, invece lo assolve perché ai giudici in abito talare <<non risulta che don Massaferro abbia commesso i delitti ascritti>>: cinque parole di … motivazione senza motivazioni, punto. Una sorta di aristotelico ipse dixit nelle tesi di Averroè. Con tante lodi allo stupratore, insieme al caldo invito a proseguire.

    Infatti il vescovo, pur dopo una serie infinita di scandali abbattutisi su quella diocesi, spiega: <<Don Massaferro non sarà più parroco perché è interdetto dai pubblici uffici, ma può dir messa perché la Chiesa è sovrana>>.

    L’assoluzione ecclesiastica di questo prete, che per la giustizia italiana è un pericoloso pregiudicato per avere violentato una bambina, all’interno della Chiesa cattolica è l’epilogo ‘regolare’ di vicende di questo tipo. Esiti diversi sono una rara eccezione.

    Rugolo, sentenza penale a novembre ma la ‘giustizia’ ecclesiastica

    lo ha già prosciolto. E i pessimi esempi sono sempre la regola

    Tornando al caso-Rugolo, l’imputato, per la giustizia italiana sarà giudicato dal tribunale di Enna con la sentenza prevista il 7 novembre prossimo. Tale sentenza, se anche fosse di assoluzione, sarebbe comunque la risultante di un dibattimento che, sia rispetto ad un rudimentale e laico ethos morale che soprattutto ai valori della Chiesa (se li prendiamo sul serio), lo ha già condannato con infamia senza appello. Eppure egli è già stato assolto dalla cosiddetta giustizia ecclesiastica. Con una decisione di non luogo a procedere perché i fatti si sarebbero svolti quando era ancora seminarista e dunque ritenuti non di pertinenza della congregazione per la dottrina della fede.  Da rilevare che, come chiariscono in proposito le norme del diritto canonico (qui), l’asseritamente esclusa pertinenza è segno di comprovata sussistenza dei fatti oggetto d’accusa: eppure quel parroco esuberante risulta canonicamente ‘prosciolto’ e rimane libero di dare sfogo alle sue pulsioni sui minori a lui affidati.

    Come chiarisce il testo di cui al link sopra richiamato, la cosiddetta ‘indagine previa’ dà il via al procedimento. Nel caso di quello riguardante Rugolo avviene anche che la sua vittima, come da essa dichiarato in dibattimento, prima di trovarsi costretta a rivolgersi alla magistratura penale italiana, <<sin dai primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa>> segnali <<un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna. Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori». L’ennesima denuncia caduta nel vuoto, come tutte le altre.

    A Gela, la città più popolosa della diocesi, un carabiniere, catechista della chiesa madre – rivela l’inchiesta di Federica Tourn sul tema ‘la violenza nella chiesa’ pubblicata dal quotidiano Domani – è sotto processo per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua 2022, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela>>. Quell’inchiesta esce su Domani il 14 novembre 2022, quattro giorni prima che la Cei (Conferenza episcopale italiana) affronti il tema in occasione della giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Interpellato dal quotidiano nell’occasione Gisana preferisce non rispondere.

    In diocesi e parrocchie tanti nipotini-epigoni del don Gaetano di Todo modo,

    e per Gisana <<è una fortuna che la vittima non abbia denunciato>>

    Il processo-Rugolo porta alla luce una realtà che sembra popolata da tanti nipotini del don Gaetano tratteggiato da Leonardo Sciascia in Todo Modo. Realtà che non è certamente presente solo a Piazza Armerina ma che qui questo accidentale dibattimento fa emergere forse senza troppi veli. Da un’intercettazione letta in aula si apprende che un sacerdote ha abusato di un minorenne, in seguito divenuto prete. Nella telefonata Gisana dice espressamente  <<è una fortuna che la vittima non lo abbia mai denunciato (sic! n.d.r.) perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale>>: la pena massima, come quella comminata all’innocente Nello Dell’Agli il quale però non aveva fatto nulla per essere accusato, né, tanto meno, condannato. Sembra che secondo questi uomini di chiesa investiti d’alta responsabilità debbano essere condannati gli innocenti e prosciolti i colpevoli: meglio se con la minore fatica offerta in dono da una mancata denuncia. E se il dono spontaneo non c’è, pazienza, lo si acquista o lo si ottiene con ogni mezzo.

    Dinanzi al tribunale il ragazzo abusato da Rugolo aggiunge: «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza. La vittima, insomma, premiata per il suo silenzio>>. E alla richiesta di spiegazioni da parte del difensore di parte civile il vescovo si sottrae di scatto: «E questo che c’entra?». E’ l’udienza fiume del 10 ottobre 2022: Gisana esita, si confonde, non ricorda. Di fronte alle contestazioni delle sue dichiarazioni intercettate e rilette in aula si contraddice, annaspa e il procuratore lo richiama più volte ammonendolo «a mettersi d’accordo con sé stesso».

    E’ incredibile come tutto questo emerga unicamente perché in un caso, uno solo dei tanti (altrimenti non sapremmo niente) la vittima non si sia fermata all’uscio della ‘sua’ chiesa, dopo avere bussato per sette anni invano alla porta e abbia finalmente cambiato strada e scelto l’indirizzo giusto: la magistratura penale che in territorio italiano (dove si trovano Enna e Piazza Armerina che, come ogni canonica e sacrestia in Italia e nel mondo, non sono zone franche né repubbliche sovrane) ha competenza esclusiva nell’accertare e perseguire i reati. Da quarant’anni è così anche per il diritto canonico, da quando nel 1983 viene abolito il privilegium fori che, da Costantino in poi per oltre mille e seicento anni, ha sottratto i chierici alla giurisidizione, civile e penale, del giudice statale.

    E senza di quella denuncia all’unico giudice dimostratosi degno, non sapremmo neanche come vengano utilizzati i fondi dell’otto per mille, un miliardo di euro l’anno donati alla Chiesa cattolica dai contribuenti italiani.

    Soldi dell’otto per mille per la difesa del prete imputato di abusi sessuali

    e per l’avvocato del vescovo-testimone (che bisogno ha del legale?)

    Dal processo di Enna si apprende che Gisana <<ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2021 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta>>. Inoltre le spese legali di Rugolo e l’anticipo di quelle per l’avvocato del vescovo: altri venti mila euro, prelevati sempre dai fondi dell’otto per mille, mentre i 25 mila euro per il silenzio della vittima come abbiamo visto, se il supposto accordo fosse andato in porto, sarebbero stati prelevati dalle casse della Caritas e versati in contanti.

    Singolare anche pagare migliaia di euro per un avvocato di cui Gisana non dovrebbe avere bisogno. Egli non è indagato ma solo testimone: se avesse a cuore solo la verità e la tutela delle vittime di eventuali abusi, nonché i giusti interessi della diocesi (i quali non dovrebbero potere risiedere in nient’altro che nella verità e in tale tutela), che bisogno avrebbe di un legale per rendere testimonianza nel processo intentato dallo Stato italiano contro un prete accusato di abusi sessuali su minori?

    Lo scudo della confessione, da sacramento a strumento di omertà

    e menzogna giudiziaria: le istruzioni a Gisana dal consigliori in Vaticano

    Qualche risposta alla domanda ce la dà un altro tema scabroso emerso dal processo: lo scudo giudiziario della confessione, ‘sacramento’ ridotto a strumento di omertà e menzogna giudiziaria. Sentito come persona informata dei fatti nel gennaio 2021, Gisana dichiara di non avere avuto altre segnalazioni a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Antonio Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo già nel 2015 è andato da lui a denunciare abusi ad opera dello stesso don Rugolo.

    Le intercettazioni ci consegnano un vescovo preoccupato per questa sua reticenza, tanto da sentire il bisogno di parlarne con il fidato vicario Rivoli e concordare la strategia più utile per celare la verità: «E quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Ma non si sente totalmente tranquillo e cerca, prima e dopo l’interrogatorio, ulteriori consigli e rassicurazioni. Che trova – documentano le intercettazioni –  in un tale don Paolo il quale risponde da un’utenza del Governatorato di Città del Vaticano. Il prezioso consigliere pontificio prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di quell’ulteriore denuncia del 2015, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore – ricostruisce Federica Tourn nell’inchiesta di Domani –  il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di avere parlato con il ragazzo il quale gli ha segnalato gli abusi ma, appunto, solo in confessione, ma la circostanza è smentita in udienza dall’interessato: <<no, non solo in confessione, anche in un colloquio privato, in curia>>.

    Il campione di lotta alla pedofilia don Fortunato Di Noto invita il vescovo

    a vigilare, non sull’abusatore ma sulla vittima: “traccia i colloqui”

    Le indagini degli inquirenti e l’impietoso bagno di realtà offerto dalle intercettazioni ci consegnano un campione di lotta ai crimini della pedofilia e della pedopornografia come don Fortunato Di Noto, il missionario delle periferie digitali, nella veste di ‘spalla’ del vescovo insabbiatore. Intercettato dice a Gisana <<ti voglio un bene dell’anima>> e gli consiglia << vigilanza>>. A tutela dei minori abusati e contro gli abusatori? Non proprio. E’ lui stesso a spiegare al vescovo su cosa e in che modo debba essere vigile: <<se ci riesci traccia almeno i colloqui (con Messina, la vittima di Rugolo, e la sua famiglia, n.d.r) perché questi qua come stanno montando la cosa, capisci…>>.

    I guai per Gisana sono sempre in agguato, forse al di là delle sue colpe. Ce lo dicono sempre le intercettazioni, pur nel breve periodo in cui esse sono eseguite. Apprendiamo così che un giorno gli chiede udienza, tramite il fido vicario Rivoli, un colonnello dei carabinieri, Saverio Lombardi, all’epoca al vertice del comando provinciale di Enna. Un incontro riservato al quale l’ufficiale si presenta in abiti comuni. Motivo e tema dell’incontro? Lo spiega Gisana agli inquirenti: <<Lombardi venne a suggerirmi di cambiare avvocato in quanto quello che avevo era coinvolto in un’inchiesta per associazione mafiosa>>. Parola di colonnello il quale però – apprendiamo da Gisana – non offre i suoi servigi disinteressatamente ma chiede qualcosa in cambio: i favori del vescovo per entrare nell’ordine dei cavalieri del Santo sepolcro.

    Vero o no che il legale di Gisana, prescelto pare su indicazione di Rivoli, sia coinvolto in indagini per mafia, inquieta la richiesta dell’ufficiale, poi trasferito a causa dell’improvvida missione in curia e processato per corruzione: inquieta non tanto per lui, quanto per il vescovo.

    L’ufficiale dei carabinieri, il vescovo e i cavalieri del santo sepolcro:

    ordine ridotto ad una specie di P2 con affaristi, mafiosi e uomini di chiesa

    La storia e numerosi atti d’indagine, nonché relazioni di commissioni parlamentari antimafia, dicono che, almeno in Sicilia, dagli anni ’70 del secolo scorso e fino a tempi recenti, l’ordine dei cavalieri del Santo sepolcro è una specie di P2, una stanza degli scambi tra affaristi di ogni tipo, alti prelati, mafiosi, politici, uomini dello Stato: a decine colonnelli, generali, questori, prefetti. A lungo ne è luogotenente Arturo Cassina, monopolista quarantennale degli appalti pubblici a Palermo in ‘quota mafia’ ai tempi della Dc di Giovanni Gioia, Salvo Lima e Vito Ciancimino, nonché pilastro a Palermo della rete stesa da Cosa nostra nelle cui trame è possibile imbattersi nel parroco mafioso Agostino Coppola o nel vescovo in odor di mafia (di Cefalù e poi di Monreale) Salvatore Cassisa il quale dei cavalieri del Santo sepolcro ne è all’epoca grand’ufficiale.

    Giovanni Falcone colloca questi improbabili ‘difensori della cristianità’ in un sistema di potere marcio che comandava più d’ogni altro a Palermo. Le sue parole, diversi anni dopo la morte, ispirano alle vedove di mafia Agnese Borsellino e Rita Bartoli Costa, nonché alla sorella Maria Falcone un accorato appello al Vaticano perché ripulisca quell’ordine, chiudendo le porte girevoli del transito interno con la mafia e ciò che rimane della P2, facendone cessare la disinvolta coabitazione: appello inascoltato.

    Non sappiamo cosa Gisana abbia risposto a quella richiesta di raccomandazione dell’ufficiale dei carabinieri, né se l’abbia assecondata, ma certo è che alcuni guai lo raggiungono senza che si possa dire che abbia fatto poi così tanto per procurarseli. Come, c’è da presumere, nella vicenda dell’arresto per corruzione, a maggio 2022, di don Giovanni Tandurella, parroco della cattedrale di Piazza Armerina sede del vescovado, che egli tre anni prima ha nominato e poi, nonostante da tempo si sappia delle indagini, mantenuto nel prestigioso incarico fino all’arresto. Quando viene indagato, quel parroco così importante nella diocesi si dimette solo dalla gestione dell’otto per mille che è nelle sue mani. L’inchiesta ruota intorno alla gestione della casa d’ospitalità ‘Antonietta Aldisio’ di Gela, l’ex Opera pia oggi istituto pubblico d’assistenza e beneficenza, e riguarda quindici indagati, con il parroco in posizione centrale a rispondere, per dei lasciti utilizzati a fini personali, anche di falso, circonvenzione d’incapace, appropriazione indebita, riciclaggio.

    E’ lecito definire relazioni sessuali quelle tra un prete e minori?

    L’inciampo di Gisana che gli costa anche l’accusa di omofobia

    In questa stessa categoria di guai  per così dire ‘preterintenzionali’ possiamo collocare l’effetto di certe dichiarazioni sul conto degli omosessuali. Le riprende Federica Tourn nella sua inchiesta dopo che esse risuonano in dibattimento.

    A differenza delle versioni ufficiali <<al telefono con sacerdoti amici – annota la giornalista – è però tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo. Qui la torbida vicenda assume i toni del più crudo neorealismo. Il vescovo Gisana al telefono spaccia a un altro prete, tale don Angelo, la teoria che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo>>

    E qui torniamo all’intercettazione: «Tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri – dice Gisana – veniamo da Marte, sono fatti così: amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta».

    Una frase detta per minimizzare, forse, la portata del caso che però la vittima di Rugolo segnala al tribunale come discriminatoria: «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omosessuali. Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».
    Omofobia e pregiudizi vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie. Eppure Gisana, alla fine degli anni ’80, quando era un giovane prete ordinato da poco – dà atto Federica Tourn – aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale» testimonia Carmelo Roccasalva, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non ha ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana gli mette a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del ‘Santissimo crocifisso della buona morte’ a Catania. È talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile – conclude Tourn – far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalva con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo vittima di abusi.

    Quante tegole su Gisana: l’arresto del sacerdote, frate francescano

    che in convento nasconde soldi in contanti, armi e passamontagna

    Cinque mesi dopo l’arresto del parroco della cattedrale di Piazza Armerina Giovanni Tandurella, il 13 ottobre 2022 ecco una nuova tegola sulla testa del vescovo: l’arresto di un altro sacerdote della diocesi, Rosario Buccheri, ex carabiniere, francescano dell’ordine dei frati minori conventuali che ad inizio dell’anno Gisana nomina cappellano del carcere di Enna. Proprio in questa funzione viene sorpreso a cedere ad un detenuto un panetto di hashish. E nella sua stanza in convento gli vengono sequestrati un fucile a canne mozze con matricola abrasa, una pistola, tantissime munizioni, un taser, un passamontagna e 35 mila euro in contanti. Difficile pensare che siano il ricavato di elemosina, risorsa naturale e preziosa – fin dalla regola del 1223, esattamente ottocento anni fa – di questo ‘ordine mendicante’ fondato da Francesco d’Assisi.

    Tornando alla linea principale del percorso seguito, riprenderemo nella prossima puntata il filo, anche cronologico, dei fatti del cosiddetto affaire-Salonia. A conclusione di questa digressione dettata dalle figure in campo e – in questo caso soprattutto – dalla bufera giudiziaria del caso-Enna che investe il vescovo Gisana, è giusto ricordare che tutto ciò accade – rectius, continua ad accadere – anche dopo e nonostante i passi importanti compiuti da papa Francesco rispetto ai predecessori. Abbiamo citato il Motu proprio ‘Vos estis lux mundi’ che fa cadere l’obbligo del segreto sugli abusi: ‘semplicemente doveroso’ si deve osservare. Ma come è stato possibile che tale obbligo avesse legittimazione e sanzione pontificia fino al 2019, settimo anno del papato di Bergoglio che comunque ha il merito di averlo rimosso, mentre i predecessori lo hanno sempre pervicacamente mantenuto?

    Da due anni peraltro nelle chiese locali il 18 novembre si celebra la Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili: istituita nel 2021 in corrispondenza della Giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale.

    Nel contempo in alcune diocesi si coglie un fermento positivo di cambiamento con iniziative, centri di ascolto, l’uso aperto di parole nuove, sensibilizzazione delle vittime alla denuncia, nonchè del clero a cambiare abitudini, con l’ausilio di dati, dossier statistici, percorsi tracciati e direttive da parte di organismi vaticani in coerenza con il nuovo corso annunciato. Ma in tante altre realtà, centrali e locali, si continua a remare nella stessa direzione di sempre.

    In proposito il focus sulla diocesi di Piazza Armerina risuona impietoso, forte e chiaro, come un allarme angosciante e rivoltante: sarebbe un errore considerarlo una spiacevole eccezione e non, quale invece è, la spia di un fenomeno ordinario, capillare e diffuso in gran parte delle 226 diocesi, delle 25 mila parrocchie e delle cento mila chiese italiane. Esso ci racconta molto anche sul tema generale della vera realtà interna della Chiesa, della sua comunità, delle sue lotte interne tra certe spinte al bene e vecchie, oscure, ciniche logiche di potere capaci di piegarlo con ogni delitto. Tra i più gravi e imperdonabili figura quello delle violenze e degli abusi sessuali su minori e persone fragili, nonchè della sistematica copertura dei responsabili come regola immutabile di vita e di sopravvivenza: ecco perchè si è resa necessaria, sul tema della giustizia (inGiustizia Vaticana), questa tappa nell’inchiesta partita dall’ingiusta condanna canonica di un sacerdote e approdata a quella del giallo intorno alle vicende del ‘quasi vescovo’ costretto a rinunciare al soglio episcopale, proprio per tali vicende, affiorate anche in sede penale, sulle quali il primo testimonia.

    2 – continua

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 6 del 14 ottobre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 6 del 14 ottobre

    • Federica Tourn – Crescono i casi di pedofilia in Bolivia

    La Compagnia di Gesù in Bolivia ha negato la presunta responsabilità istituzionale nei casi di pedofilia commessi da alcuni sacerdoti e per i quali martedì alcune vittime hanno sporto denuncia contro il superiore dell’ordine del paese.

    “I crimini che alcuni gesuiti potrebbero aver commesso sono interamente di loro responsabilità e la Compagnia di Gesù in Bolivia sarà la prima a prevedere le sanzioni che meritano (…) e non vede alcun senso nella causa presentata”, si legge nell’ordinanza.

    Gli ex alunni del collegio Juan XXIII, della città di Cochabamba, hanno presentato una denuncia contro il superiore provinciale dei gesuiti, Bernardo Mercado, ritenendo che la congregazione cattolica avesse una responsabilità “istituzionale” nel caso dei nove gesuiti accusati di pedofilia.

    Ci sono anche otto ex provinciali che, secondo i denuncianti, erano a conoscenza degli abusi commessi dai gesuiti e che devono rispondere come “complici”.

    La denuncia si basa sul fatto che i membri dell’organizzazione religiosa hanno commesso “violazioni sistematiche” nei confronti di una popolazione specifica e sono considerati “contro l’umanità”, quindi non si prescrivono.

    A questo proposito, la Compagnia di Gesù ha sottolineato che i delitti denunciati “sono di carattere personale” e che tali responsabilità individuali “devono essere punite, determinate e sanzionate dalla giustizia”.

    I casi di pedofilia nella Compagnia di Gesù sono venuti alla luce lo scorso maggio quando il media spagnolo El País ha pubblicato in un’inchiesta il contenuto del diario del gesuita spagnolo Alfonso Pedrajas, in cui racconta i presunti abusi da lui commessi contro minori in Bolivia.

    In quel testo, il religioso, morto nel 2009, fa riferimento ai presunti abusi da lui perpetrati su decine di bambini quando era responsabile della scuola Juan XXIII di Cochabamba, dal 1971.

    Nel 2019, è emerso il caso del sacerdote Luis Roma, ora deceduto, attraverso la denuncia di un ex membro della Compagnia di Gesù, che ha chiesto l’anonimato, e che ha basato le accuse su trenta fotografie esplicite in cui affermava di riconoscere l’aggressore di numerosi minori tra i 6 ed i 12 anni.

    In seguito a questi avvenimenti, la Procura boliviana ha avviato un’indagine in diversi dipartimenti del Paese per denunce di pedofilia che coinvolgono soprattutto preti cattolici.

    Lo scorso maggio, il governo del presidente Luis Arce ha presentato un disegno di legge affinché i reati sessuali contro i minori non siano prescritti, progetto respinto dal Parlamento pochi giorni fa tra le proteste di diversi settori che difendono l’infanzia e l’adolescenza.

    Fonte: EFE/La Vanguardia


    • Francesco Zanardi – Comunicato stampa dell’Ufficio di Presidenza in riferimento alle affermazioni diffuse dal blog “Silere non possum” il 3 ottobre scorso

    Il 3 ottobre scorso, sulla pagina Facebook del blog “Silere non possum”, un post recitava testualmente quanto segue, in riferimento al report sulle omissioni al motu proprio della CEI elaborato da Rete L’Abuso, :

    “La Conferenza Episcopale Italiana non ha recepito dossier da parte di associazionuncole idiote perché non hanno alcun fondamento scientifico e probatorio.

    Questo per chiarezza.”

    Non avendo alcun interesse a entrare nel merito dell’affermazione, Rete l’Abuso, associazione italiana che dal 2010 opera in rappresentanza e a sostegno delle vittime della pedofilia clericale, non può esimersi in questa sede da un commento politico sulla triste espressione utilizzata da “Silere non possum” che offende nella dignità una fascia debole, di entità non irrilevante nel nostro Paese e a oggi discriminata, in attesa di una giustizia che ovunque viene ottenuta, tranne che nella nostra penisola, dove il problema, che pure ha radici antiche e costituisce una grave realtà, pare invisibile, persino inesistente.

    L’associazione intende rimarcare come le espressioni utilizzate dal blog (peraltro non nuovo all’uso di offendere pubblicamente anche giornalisti professionisti, per controbattere a posizioni differenti) esprimano, secondo lo schema più classico della rivittimizzazione in ambito clericale, l’intento di far tacere, screditandolo, chi è già vittima di un abuso.

    L’Ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO


    • Ludovica Eugenio – “Abuso dell’autorità spirituale – Come affrontare l’abuso spirituale”

    Un sussidio dedicato all’abuso spirituale è stato presentato il 26 settembre scorso dalla Conferenza episcopale tedesca. Il documento, intitolato “Abuso dell’autorità spirituale – Come affrontare l’abuso spirituale”, elaborato sotto la guida del vescovo di Dresda, del gruppo di lavoro su abusi e violenza, è stato discusso all’assemblea della scorsa  primavera e ha l’intento di mettere a punto gestione e prevenzione del fenomeno. «siamo solo all’inizio dello studio», spiega nella prefazione il vescovo, che appartiene al Movimento dei Focolari, a sua volta non esente da problemi di abusi. Rispetto al versante degli abusi, qui non si risponde a una pressione esterna: «Purtroppo c’era e c’è ancora troppo poco interesse pubblico» per questo versante, spiega il vescovo. Con il sussidio di 47 pagine, ora i vescovi tedeschi intendono fare un ulteriore salto di qualità, definendo il fenomeno dell’abuso spirituale in modo più preciso nelle sue diverse dimensioni e nel suo essere spesso il primo anello di una catena che sfocia nella violenza sessuale, con conseguenze che possono essere psicologiche e fisiche. Le persone colpite, afferma il dossier, devono poter rivolgersi a consulenti indipendenti presso punti di contatto ad hoc per ottenere aiuto, e gli autori dei reati essere ritenuti responsabili.

    Uno dei motivi infatti per il quale l’abuso spirituale è stato finora poco affrontato è che non è stato ancora definito come un crimine né dal diritto canonico né dal diritto penale. Ed è dunque difficile che si avviino procedimenti giudiziari se non si accompagna all’abuso sessuale. Non esiste inoltre alcun obbligo di denuncia ai sensi del diritto canonico; «Le vittime di abusi spirituali continuano ad avere difficoltà a far sentire la loro voce».

    La novità, secondo la teologa Barbara Haslbeck, intervistata da katholisch.de,  «è che finalmente ci sono norme chiare da parte della Conferenza episcopale. Il problema degli abusi spirituali è diventato una “massima priorità”. Ma l’argomento non è nuovo. Le persone denunciano da tempo come sono state manipolate, svalutate e rese dipendenti nelle relazioni pastorali e nelle comunità religiose».

    Uno degli aspetti positivi del sussidio, afferma la teologa, è che si basa sulle esperienze delle persone colpite, che indicando i “segnali” degli abusi spirituali, hanno consentito di redigere una lista di domande che aiutano a identificare e classificare il problema. Ma il fatto che l’abuso spirituale non sia descritto né nel diritto canonico né nel diritto statale è problematico: «Laddove i vertici di una comunità o diocesi non classificano un evento come abusivo, non esistono strumenti per imporre sanzioni. I requisiti per la prevenzione e l’intervento sugli abusi spirituali menzionati nel sussidio sono molto pragmatici, ma diventa presto chiaro alle persone colpite e al loro sistema di supporto quanto poco possono ottenere perché non esistono norme giuridiche e i relativi diritti».


    • Alessio Di Florio – Commissione Orlandi-Gregori, un altro rinvio

    Rinviato tutto alla settimana prossima, agonia infinita. Le prime parole affidate ai social da Pietro Orlandi riassumono quanto sta accadendo intorno all’istituzione della commissione d’inchiesta sulla “scomparsa” della sorella Emanuela e di Mirella Gregori. La discussione in aula al Senato era prevista per martedì 10. Rinviata ad altra data, da fissare, per l’informativa del ministro degli esteri Tajani e il voto sulle mozioni parlamentari sulla guerra tra Israele e Hamas.

    I disegni di legge istitutivi delle Commissioni parlamentari di inchiesta sull’emergenza SARS-CoV-2 e sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, già previsti all’ordine del giorno della seduta odierna, sono rinviati ad altra data. Restano confermati gli altri argomenti previsti in calendario. È la comunicazione del rinvio pubblicata su facebook da Pietro Orlandi. Rinviate queste due discussioni, non c’era tempo. Che c’era invece per “gli altri argomenti”.

    La discussione poteva durare anche solo un’ora, ha sottolineato Pietro Orlandi. Un’ora che “non si trova”. E si dovrà nuovamente riunire la conferenza dei capigruppo per stabilire una nuova calendarizzazione. A quando? Quando finirà questa sconcertante agonia, questo rinvio continuo? Per una commissione che fino alla primavera aveva a favore un’ampia maggioranza trasversale. Aveva, ora? Dopo le parole di Diddi, dopo l’intervento di Mattarella nei mesi scorsi, qualcuno ha cambiato posizione? Almeno lo dica esplicitamente, abbia il coraggio delle proprie posizioni, senza nascondersi dietro continui rinvii…


    • Federico Tulli – Non è un Paese per bambini

    «Chi vede un bambino non vede nulla»; «Felice chi ha dei figli, ma non infelice chi non ne ha»; «Piccolo è il bambino, piccolo è il lutto»; «Non si deve dire un segreto a una donna, a un pazzo o a un bambino». Si tratta di una breve antologia di detti popolari coniati nell’attuale Europa tra il XV e il XVI secolo e raccolti dallo storico Jean Delumeau in uno dei suoi saggi più famosi, Il peccato e la paura (Il Mulino, 2006). «Quando ebbe inizio l’età moderna europea – spiega Delumeau – l’atteggiamento d’incomprensione nei riguardi dell’infanzia si rivela ancora largamente diffuso e riveste due aspetti tra loro complementari: la scarsa sensibilità per la freschezza e l’innocenza del fanciullino, la scarsa emozione per la sua fragilità; e la tendenza a vedere il fanciullo in età scolare (come diremmo noi oggi) come un insieme di difetti, un essere cattivo e maligno che occorreva necessariamente disciplinare affinché non diventasse adulto malvagio».

    Questa antologia di proverbi, «per quanto contenuta, ci fa capire che il bambino non era riconosciuto come tale. Si tratta di una creatura che acquisterà valore solo quando sarà stata disciplinata, diventando uomo», osserva lo storico francese. La sua chiave di lettura del rapporto del mondo adulto con quello dell’infanzia nella cultura occidentale e cristiana al termine del Medioevo, può essere utile per osservare anche alcuni fatti di estrema attualità. L’annullamento dell’identità umana del bambino non è infatti una dinamica che appartiene solo al passato, né tanto meno – purtroppo – è stata definitivamente consegnata alla Storia della nostra civiltà. L’idea violentissima che scaturisce dalla “fusione fredda” tra il logos – il bambino non è un essere umano finché non entra nell’età della ragione (paideia) – e il pensiero religioso cattolico – il bambino è malvagio per natura (peccato originale) -, ne porta con sé un’altra altrettanto criminale: se non è essere umano, lo si può violentare e /o uccidere tranquillamente.

    Va ricercata qui, in estrema sintesi, la radice “culturale” della pedofilia e della protezione riservata ai preti pedofili dai loro superiori. Non solo. Contro questo crimine orrendo tante parole vengono spese e tanti impegni sono propagandati anche nel mondo laico, ma poi, nei fatti, raramente si traducono in qualcosa di concreto. È questo il caso dell’Italia che come è tristemente noto, diversamente da tutti i più grandi Paesi a tradizione cattolica, non ha mai realizzato una indagine sulla pedofilia nella Chiesa. Ma non ha mai nemmeno risposto, per quanto riguarda il governo, alla diffida di Rete L’Abuso, in cui si contesta di non aver mai adottato le misure necessarie per contrastare le violenze su minori di matrice ecclesiastica sul territorio italiano. Violando così la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e la Convenzione di Lanzarote.


    • Pierelisa Rizzo – Escort ricatta frate

    “Riguardo la vicenda che ha coinvolto un religioso dell’Ordine dei Frati Minori, lo stesso Ordine, per mio tramite precisa che il confratello appare rivestire la qualifica di persona offesa e, comunque, verranno svolti tutti i necessari accertamenti e verifiche “. Così l’avvocato Luca Gentili prova a spiegare fatti che però sembrerebbero raccontare altro, suscitando almeno qualche dubbio . Siamo a Perugia , protagonisti di questa storia, un trentenne albanese, un escort che vive di incontri a luci rosse, e un religioso di Assisi . Il frate avrebbe incontrato l’escort e usufruito delle sue prestazioni sessuali prima che il giovane albanese mettesse tutto in chiaro. ”O mi dai altro denaro o diffondo questo video e lo vedranno tutti” avrebbe minacciato l’escort. Così il frate, ob torto collo, è andato dai carabinieri di Assisi a denunciare il tentativo di estorsione che stava subendo. Una scelta non facile per il religioso, l’escort è stato arrestato . Naturalmente sulla vicenda viene mantenuto il massimo riserbo da parte di inquirenti ed investigatori . Ma, secondo indiscrezioni, il rapporto sessuale tra il frate e l’escort si sarebbe consumato tra fine agosto e i primi di settembre di quest’anno. I due si contattano sul web e dopo il loro incontro il giovane escort albanese chiede centinaia di euro al frate, sostenendo di avere filmato il loro appuntamento con un telefono nascosto. Un tentativo di ricatto bello e buono, proprio per evitare che quelle immagini vengano diffuse. Così la denuncia del frate che, su indicazioni dei carabinieri, organizza un secondo incontro, sempre a Perugia. Ed è a questo punto che l’escort viene arrestato in flagranza . L’interrogatorio di garanzia si è svolto, nei giorni scorsi, al carcere di Capanne. L’arresto è stato convalidato ma il trentenne albanese è stato rimesso in libertà con obbligo di firma.

    Fonti Seguo News Caltanissetta

    Pierelisa Rizzo


    Lo speciale di questa settimana

  • Tre anni a don Galli, prete abusatore

    Tre anni a don Galli, prete abusatore

    di Giorgio Gandola – Dodici anni per restituire un orizzonte di pace e una famiglia distrutta. Tanto è durata la vicenda di abusi che si è conclusa ieri in corte d’Appello bis a Milano (al quarto procedimento), con alla sbarra don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano già condannato in passato a cinque anni e sei mesi. Il risultato processuale è il patteggiamento dell’imputato a tre anni, deadline che gli consente di non andare in carcere ma di scontare la pena con “detenzione domiciliare” in un istituto ecclesiastico lombardo.

    Il reato è stato riqualificato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con “abuso della situazione di cura e affidamento”. Infatti il sacerdote aveva in consegna l’allora quindicenne parrocchiano e gli propose di “dormire nel lettone” con lui. La difesa, sostenuta dal legale dell’Arcidiocesi professor Mario Zanchetti, ha puntato sul risarcimento del danno (la vittima e la famiglia non si sono costituiti parte civile) e sul “tardivo disvelamento della presunta violenza”, avvenuto due anni dopo perché la famiglia – molto cattolica – ha chiesto invano, a più riprese, alla curia di prendere posizione e di assumersi responsabilità prima di denunciare in proprio i fatti ai carabinieri.

    La realtà delle carte processuali sottolineano che la prima denuncia degli abusi alla diocesi di Milano era avvenuta due giorni dopo la vicenda (quindi subito); che la vittima non ha mai cambiato versione; che la famiglia ha chiesto il sostegno della Chiesa. In questo senso esistono ampi carteggi con il cardinale Angelo Scola e con il Vaticano.

    Nella storia ha una parte non secondaria anche l’attuale arcivescovo Mario Delpini, che al tempo era vicario episcopale e invece di aprire un’indagine previa – arrivata solo quattro anni dopo i fatti – si limitò a spostare nell’immediato il sacerdote in un’altra parrocchia (a Legnano), sempre a contatto con adolescenti. Lui sapeva, era stato informato da don Carlo Mantegazza al quale la vittima aveva segnalato subito i presunti abusi; a questo proposito esiste un verbale di polizia firmato da monsignor Delpini e acquisito nel dibattimento. Un atteggiamento che secondo i canoni di papa Francesco, messi nero su bianco nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, oggi sarebbe da considerarsi omissivo, quindi da condannare.

    Su questo punto la famiglia della vittima non intende arrendersi. Nel libro che ripercorre gli angosciosi anni, scritto dalla madre del ragazzo e dal titolo eloquente Chiesa, perché mi fai male?, c’è un passaggio che non ammette dubbi: “La famiglia, che continua a professarsi cattolica e praticante, vuole che il Pontefice mantenga le promesse rimuovendo l’arcivescovo e sottoponendolo a processo ecclesiastico”. La richiesta prende spunto dalla lettera apostolica del Santo Padre pubblicata nel 2019, comprensiva di 19 articoli, fra i quali spicca quello relativo all’omissione da parte di vescovi e cardinali, “per i quali su questi casi non c’è immunità”.

    Se il processo in nome del popolo italiano si conclude definitivamente qui, il patteggiamento (tecnicamente un concordato) lascia inalterati forti dubbi sull’esito del processo canonico, che due anni fa aveva mandato assolto don Galli con formula dimissoria (non constat) per “mancanza di certezza morale sulla colpevolezza”, praticamente per insufficienza di prove. Tre anni; ora le responsabilità morali sono acclarate. Poiché non c’è prescrizione, in caso di riapertura del fascicolo il sacerdote rischierebbe la riduzione allo stato laicale.

    (Trascrizione da La Verità del 27 settembre 2023)

  • Abusi, condannato dal tribunale di Milano ma assolto dalla Chiesa. Il brutto caso Galli ora interroga il Papa

    Abusi, condannato dal tribunale di Milano ma assolto dalla Chiesa. Il brutto caso Galli ora interroga il Papa

    di Franca Giansoldati

    E’ stato condannato in via definitiva dalla giustizia italiana per avere abusato di un ragazzino in una parrocchia nell’hinterland milanese ma il sacerdote in questione era stato misteriosamente assolto dalla giustizia ecclesiastica di un tribunale regionale. Per Papa Francesco il caso di don Mauro Galli rischia di diventare emblematico della scarsa trasparenza che esiste nella Chiesa italiana in materia di abusi poiché sembra mettere in evidenza come la giustizia della Chiesa sembra non funzionare poi tanto bene. Almeno in Italia.

    Oggi a Milano si è chiuso in via definitiva a distanza di quasi 12 anni dai fatti contestati il processo all’ex parroco di Rozzano che era stato accusato di violenza sessuale per un episodio avvenuto nel dicembre del 2011, su un ragazzo che all’epoca aveva solo 15 anni. Oggi in un appello ‘bis’ i giudici hanno accolto la proposta di concordato, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado in accordo tra accusa e difesa, con una pena definitiva di 3 anni da scontare in «detenzione domiciliare». Il patteggiamento è stato riconosciuto dalla seconda sezione penale della Corte d’Appello milanese con l’attenuante del risarcimento del danno (il giovane e i familiari non erano parti civili) e con le attenuanti generiche. E soprattutto con la riqualificazione del reato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con «abuso della situazione di cura e affidamento», e con il riconoscimento anche dell’attenuante della «minore gravità» dei fatti. Una pena così concordata non porta in carcere il sacerdote anche se è stata sostituita, stando alla sentenza, con quella della detenzione domiciliare.

    In primo grado don Galli era stato condannato a 6 anni e 4 mesi di reclusione, poi in appello la pena era stata ridotta a 5 anni e 6 mesi e, infine, la Cassazione aveva annullato, con rinvio ad un altro processo di secondo grado, la condanna.

    Per la Chiesa il caso è particolarmente imbarazzante. Il parroco Galli, infatti, fu denunciato prima alla Chiesa (la diocesi di Milano inizialmente si limitò a spostarlo da una parrocchia ad un’altra) e poi nel 2015 ai carabinieri. La quinta sezione penale del Tribunale di Milano lo condannò in primo grado a 6 anni e 4 mesi di carcere, ma la giustizia ecclesiastica (che nel frattempo si era avviata) aveva di fatto assolto il sacerdote condannato. La famiglia della vittima ha sempre lottato contro i silenzi della Chiesa e nemmeno era riuscita ad ottenere gli atti del processo canonico anche se Papa Francesco con un decreto alcuni hanno fa ha tolto il segreto pontificio sui casi relativi agli abusi sessuali.

    Volendo conoscere i motivi per i quali don Mauro Galli era stato ritenuto dal tribunale ecclesiastico parzialmente non colpevole dei fatti, la vittima aveva fatto richiesta alla diocesi lombarda che, per tutta risposta, aveva spiegato alla vittima di non potere consegnare nessun documento in quanto la legge approvata da poco da Papa Francesco (relativa alla abolizione del segreto pontificio) non ha il carattere della retroattività. Ad oggi è impossibile conoscere i motivi che portarono i giudici del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo a formulare una sentenza del genere.

    «Stante dunque la vigenza del segreto pontificio il tribunale non ha potuto dare informazioni (…) né rispondere ad eventuali richieste» si leggeva nella lettera ricevuta dal ragazzo. Don Mauro Galli aveva avuto una sentenza dimissoria, ossia non assolutoria piena. Gli atti del processo canonico sono ancora in Vaticano, alla Congregazione della Fede, per una ulteriore verifica di cui nessuno ha più saputo nulla. Il porto delle nebbie.

    Il caso Galli per la Chiesa tira in ballo anche il ruolo avuto da monsignor Delpini, oggi arcivescovo di Milano ma all’epoca dei fatti, dirigente della diocesi. Don Galli fu denunciato alla curia nel 2012 ma, per tutta risposta, l’anno successivo il prete, don Mauro Galli, fu spostato in una altra parrocchia lombarda e sempre a contatto con dei minori.

    La mamma del ragazzo, con il coraggio di una leonessa, ha scritto reiteratamente al Papa, ai presidenti della Cei che nel frattempo si sono succeduti, ma senza mai avere avuto con loro né un conforto, né una udienza.

    La diocesi di Milano, sul suo sito, riferisce che «dal punto di vista dell’ordinamento ecclesiale, mentre si attende l’esito del processo canonico in corso» ora sotto la responsabilità della Santa Sede, al Dicastero della Fede, «don Mauro Galli resta sospeso dall’esercizio pubblico del ministero, condizione in cui si trova fin dall’avvio del procedimento».

    La diocesi di Milano si dice “colpita e addolorata per una vicenda che ha provocato grande sofferenza per la vittima, per i suoi familiari e per tutte le altre parti coinvolte. Nel riconoscersi bisognosa di conversione e mai al riparo da scandali e fragilità, la Chiesa ambrosiana – come tutta la Chiesa universale – è inoltre consapevole che la prevenzione e il contrasto di ogni forma di abuso (sessuale, ma anche di potere e di coscienza) non possono ammettere ritardi e incertezze. Per questo la Diocesi negli ultimi anni ha intensificato l’impegno per la formazione, la prevenzione e il contrasto degli abusi, in particolare nei confronti dei minori, in linea con le indicazioni della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_caso_don_galli_papa_francesco_delfini_condanna_tribunale_chiesa_segreto_pontificio-7655483.html