Ad Afragola, in provincia di Napoli, una vicenda torbida di violenza e ricatti. Avrebbero costretto due uomini a subire abusi sessuali, minacciandoli di non aiutarli più economicamente e di far perdere loro il lavoro che svolgevano nelle chiese e luoghi di culto dove di volta in volta prestavano servizio. Si tratta di due religiosi, che sono stati arrestati: uno è l’ex parroco della Basilica di Sant’Antonio da Padova di Afragola, don Domenico Silvestro, l’altro è un frate di un convento della stessa zona, padre Nicola Gildi. Quando hanno avuto timore di essere denunciati, poi, padre Nicola avrebbe commissionato una rapina per nascondere le prove. Le due vittime, infatti, avevano mandato ai frati una lettera tramite un legale, Carlo Grezio, e qui potrebbe essere scattato il timore di una denuncia. Nella lettera, i due sollecitavano il pagamento di quanto dovuto per lavori nel Monastero e nella Basilica, e poi facevano riferimento a presunti rapporti sessuali in cambio di assistenza. E’ quanto hanno ricostruito i Carabinieri nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli Nord, diretta dal procuratore capo Maria Antonietta Troncone.
Le accuse: violenza sessuale e rapina
L’accusa per i due religiosi è di violenza sessuale e per il frate anche rapina aggravata. Per portare a termine la rapina, sono state ingaggiate quattro persone: due imprenditori della zona, che avrebbero offerto supporto logistico e due giovani di 19 e 20 anni. Questi ultimi avrebbero sfondato la porta di casa delle vittime e, minacciandole di morte con una mazza da baseball e un coltello, sono riusciti a prendere uno dei due cellulari che contenevano video e messaggi compromettenti per i religiosi. Ci sarebbe anche un testimone: un altro frate, interrogato dai Carabinieri, che era a conoscenza sia delle violenze, sia della rapina. Una delle due vittime ha denunciato di essere stato costretto anche a organizzare rapporti sessuali di gruppo una volta al mese, tramite app di incontri, sotto la minaccia di perdere lavoro e aiuto economico.
La reazione dell’arcivescovo di Napoli
“È con molto dolore che ho avuto notizia questa mattina dell’arresto di due Frati Minori della Provincia Napoletana, di cui uno operante nel territorio diocesano – scrive in una nota l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia – Il dispiacere e la tristezza non sono causate soltanto dall’apprendere delle infelici vicende in cui i due frati sono implicati, ma dallo smarrimento e dal turbamento che tale notizia provocherà nel cuore dei fedeli della Parrocchia – Santuario di S. Antonio in Afragola in cui uno dei due svolgeva il ministero di parroco e dell’intera comunità diocesana ferita da quanto accaduto. Nel comunicare a tutti che ho immediatamente provveduto a sospendere il parroco dal suo ministero, voglio esprimere ai fedeli di Afragola e a quanti sono legati per affetto e devozione al Santuario di S. Antonio la mia personale vicinanza, accogliendone il disorientamento e condividendo con loro la fiducia nel Signore, Pastore Buono, la cui Parola affidabile, giusta e misericordiosa è l’unico fondamento su cui costruire la nostra vita. Invito tutti ad avere fiducia nel lavoro della Magistratura e a ricordare nella preghiera coloro che a vario titolo sono coinvolti in questa triste vicenda”.
Una rapina in casa, come purtroppo se ne vedono tante, ha svelato una storia di abusi sessuali nei quali sono coinvolti preti e frati: sono sei le persone arrestate dai carabinieri, tra cui padre Nicola Gildi, frate del Convento di Santa Maria Occorrevole a Piedimonte Matese, nel Casertano e padre Domenico Silvestro, parroco della Basilica di Sant’Antonio da Padova ad Afragola, nella provincia di Napoli, accusate a vario titolo di violenza sessuale e rapina aggravata. I due prelati, infatti, sono accusati degli abusi sessuali nei confronti delle due vittime della rapina, che sarebbe stata commissionata proprio da padre Gildi per coprire le tracce delle violenze.
Tutto comincia dalla denuncia di due uomini di Afragola, che riferiscono ai militari dell’Arma di aver subito una rapina in casa: due soggetti armati di mazza e coltello hanno fatto irruzione e hanno portato via i telefoni cellulari delle due vittime. Le indagini dei carabinieri della stazione di Afragola, coordinate dalla Procura di Napoli Nord, in poco tempo hanno permesso di individuare i responsabili della rapina, nonché il movente: nei cellulari erano documentati, con video e chat, gli abusi sessuali subiti dalle due vittime per mano dei due prelati arrestati.
Le violenze sessuali in cambio di favori e aiuti
L’attività investigativa dei carabinieri ha permesso così di svelare plurimi episodi di violenza sessuale commessi dai due religiosi in danno ai due uomini di Afragola. Padre Gildi, allora, per paura che lui e padre Silvestro potessero essere denunciati, si era rivolto a due conoscenti, che hanno ingaggiato poi i due autori materiali della rapina. Inoltre, le indagini hanno rivelato l’esistenza di una lettera, inviata dall’avvocato delle due vittime ai Frati Superiori, nella quale venivano citati gli abusi sessuali, avvenuti in cambio di assistenza lavorativa e sociale che i due religiosi avrebbero promesso alle due vittime.
Pertanto, alle prime luci di questa mattina, giovedì 1° agosto, i carabinieri hanno arrestato i due frati, nonché un 52enne e un 43enne di Afragola, a cui padre Gildi si è rivolto per commissionare la rapina, oltre a un 20enne di San Vitaliano e un 19enne di Marigliano, che hanno poi materialmente commesso la rapina.
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Era stato arrestato con la pesante accusa di pedofilia, condannato a 7 anni e ora, padre Carlos Alberto Pérez, il missionario colombiano aggregato alla chiesa del Sacro cuore di Carpineto Romano, comune di 4 mila anime, andrà in carcere.
Il Tribunale di Velletri lo aveva condannato a 8 anni, dopo un’istruttoria lunga e complessa, basata su testimonianze e interrogatori protetti a minori. Poi la condanna era stata riformata a 7 in Corte di appello e il 17 luglio scorso è arrivato l’ordine di carcerazione. Per il sacerdote sudamericano, arrivato nel paesino incastonato nei Monti Lepini assieme ad altri confratelli appartenenti alla congregazione dei padri eudisti, si sono aperte le porte del carcere di Velletri.
I carabinieri della stazione di Carpineto lo hanno rintracciato nel pomeriggio del 17 luglio in una comunità di recupero di Alatri, in provincia di Frosinone, dove il prete colombiano, finito nella rete della giustizia per atti sessuali su minori , stava scontando la pena ai domiciliari dopo l’arresto avvenuto il giorno di Venerdì Santo (15 aprile) del 2022.
La vicenda
Padre Perez, giunto a Carpineto poco prima del 2020, era già finito in carcere subito dopo l’arresto in esecuzione di un ordine di custodia cautelare emesso dal giudice per le indagini preliminari di Velletri; successivamente, aveva ottenuto un beneficio nella pena ed era stato trasferito nella comunità del frusinate.
Il prete, i cui atteggiamenti avevano sollevato dubbi e perplessità tra i residenti fin dal suo arrivo in paese, era stato denunciato nel dicembre 2021 dai genitori di due minorenni, avvicinati al di fuori della parrocchia, dove il sacerdote celebrava solo messe e funerali, così era stato chiarito dalla Diocesi Alatri – Anagni, «senza svolgere attività di catechismo», come a voler allontanare i dubbi sulla possibilità che potessero esserci altre vittime.
Sulla torbida vicenda delle attenzioni sessuali rivolte ai due ragazzini erano intervenuti anche i carabineri del Ris, il Reparto Investigazioni Scientifiche, che avevano svolto accertamenti tecnici sui cellulari. Anche due minori erano stati ascoltati in presenza di psicologi. Gli investigatori avevano trovato, sui telefonini esaminati, messaggi inequivocabili spediti dal religioso straniero, che aveva anche inviato più di una offerta di denaro ai due giovanissimi di età inferiore ai 14 annu, a quanto pare accompagnata da richieste di incontri nel bosco e in paese, durante le quali c’erano allusioni sessuali e “massaggi” sul corpo.
Erano stati proprio questi messaggi a insospettire i genitori dei ragazzi, che senza esitare avevano deciso di sporgere denuncia ai carabinieri. Carpineto era stata sconvolta dall’arresto, lo scompiglio e l’allarme tra i parrocchiani era stato inevitabile, nonostante i tentativi di minimizzare, per evitare di infangare gli ambienti di chiesa nel loro complesso. Qualcuno in paese, dopo la diffusione dell’ordine di carcerazione del sacerdote, ha anche commentato «poverino, non si meritava tanto», precisando che padre Carlos era riuscito anche a farsi benvolere, con atteggiamenti miti e disponibili.
“Era un sabato e io il sabato stavo in cantiere fino alle cinque. Andavo al bar, stavo lì per il totocalcio e poi andavamo via”: Fabio De Rosa sembra ricordare tutto come fosse ieri e invece sono trascorsi 41 anni da quando Mirella Gregori, la 15enne di via Nomentana, è stata inghiottita dal nulla in quel pomeriggio romano del 7 maggio del 1983. È il sito di informazione di Fanpage a riportare le sue dichiarazioni di questa mattina, rese alla commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulle misteriose scomparse, avvenute a poche settimane di distanza, di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi. Ma occorre spiegare chi sia De Rosa e soprattutto perché è stato chiamato a testimoniare dalla bicamerale d’inchiesta.
All’epoca della scomparsa di Mirella, Fabio era il fidanzato (ed è l’attuale marito) di Sonia De Vito, l’amica del cuore di Mirella nonché figlia dei proprietari del bar in via Nomentana, a due passi dal portone di casa dei Gregori. Mirella, lo ricordiamo, andò via da casa per “dieci minuti” che poi sono diventati tragicamente interminabili, quel sabato pomeriggio intorno alle tre, dopo che un suo compagno delle medie, tale Alessandro, le citofonò per chiederle di incontrarsi alla statua del bersagliere a Porta Pia. O almeno è ciò che la ragazza disse a sua madre. Prima di scomparire nel nulla, Mirella fece tappa al bar di Sonia e ci rimase per circa 15 minuti in cui si appartò con l’amica, come ha raccontato a FqMagazine tempo fa la sorella di Mirella, Maria Antonietta Gregori. Interrogata dagli inquirenti, Sonia disse le stesse parole che rilasciò a Maria Antonietta: Mirella le aveva detto che sarebbe andata a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Eppure, una volta uscita dal bar, andò a destra verso porta Pia e non a sinistra, come dichiarato dal dipendente del bar Giuseppe Calì alla commissione, pochi giorni fa.
Una storia in cui di chiaro c’è ben poco ma qual è il ruolo di Fabio in questo scenario? A tirarlo in ballo, furono le dichiarazioni rese agli inquirenti di un’amica di Mirella riportate e trasmesse durante l’ultima puntata de programma Chi l’ha visto. In base a quanto emerso durante il programma, quest’amica dichiarò che “Fabio aveva fatto delle avances a Mirella” ma il ragazzo all’epoca negò e su di lui non c’è stato più nessun sospetto. Oggi dichiara: “Quel 7 maggio quando sono arrivato erano già passate la mamma di Mirella Gregori e la sorella Maria Antonietta a chiedere di Mirella”.
Eppure queste dichiarazioni non avrebbero trovato riscontro con le quelle rilasciate all’epoca, quando aveva spiegato di essere passato al bar intorno alle 15. Nel corso del suo intervento il presidente della commissione Andrea De Priamo ha fatto notare a De Rosa questa incongruenza: “È quanto ha riferito al giudice istruttore Ilario Martella, nella qualità di testimone durante l’interrogatorio del 16 ottobre 1986”. Ma De Rosa ha replicato dicendo di non aver mai rilasciato alcuna dichiarazione. “Assolutamente no – ha sentenziato –, non credo che Martella mi abbia mai interrogato. Non sono mai stato ascoltato dal giudice. Sono stato chiamato a parlare soltanto trenta anni dopo dai giudici Maisto e Capaldo. Io non sono stato mai interrogato da nessun altro”, ha ribadito prima di rammentare di essere stato all’epoca al comando dei carabinieri di via in Selci. “Non indagarono abbastanza”, ha aggiunto il marito di Sonia De Vito –, potrebbe essere successo qualcosa nel condominio in cui viveva Mirella. Ma non mi sono mai spiegato come sia stato possibile non indagare anche lì“. (fonte: Fanpage). Il giudice Ilario Martella ha già rilasciato le sue dichiarazioni, nei giorni scorsi, alla commissione bicamerale d’inchiesta ma la sua audizione è stata secretata.
Scompare per sempre un altro tassello della misteriosa vicenda di Emanuela Orlandi. Pochi giorni fa è venuto a mancare uno dei testimoni più importanti sul caso della cittadina vaticana sparita dal centro di Roma il 22 giugno del 1983 e mai più ritrovata. Si tratta di Maurizio Giorgetti che ha legato per primo la sua scomparsa alla banda della Magliana. Il suo primo appello risale al 2010, quando ancora non era stata rinvenuta la tomba di Enrico “Renatino” de Pedis, capo della fazione testaccina del gruppo criminale, nei sotterranei della Basilica di Sant’Apollinare.
Giorgetti rilasciò delle dichiarazioni al programma televisivo “Chi l’ha visto” in merito alla “ragazza con la fascetta” e fu convocato in seguito dalla Procura. Ai magistrati romani rivelò di aver sentito parlare del rapimento della ragazza da due membri della banda ma le sue dichiarazioni non vennero ritenute attendibili dai magistrati. Mancavano riscontri materiali e testimoniali. L’uomo finì anche imputato per falsa testimonianza ma lui non si arrese e tentò in tutti i modi di portare avanti la sua ipotesi. Giorgetti arrivò anche a evadere i domiciliari per recarsi dai carabinieri a riferire ciò che riteneva di sapere su Emanuela Orlandi. Ha presentato esposti sul caso anche negli ultimi suoi anni di vita. Il titolare della seconda inchiesta sul caso Orlandi, il magistrato Giancarlo Capaldo, lo ha indicato come “completamente inaffidabile”.
Chi era Giorgetti? Maurizio Giorgetti era vicino agli ambienti di estrema destra di Paolo Signorelli e Adriano Tilgher (Movimento Sociale, Ordine Nuovo). Gravitava intorno a quella zona grigia comune a crimine romano ed estremismo politico, in cui convivevano banditi e militanti. Fu lo stesso Capaldo a dichiarare all’epoca delle indagini: “Siamo Convinti che la banda della Magliana sappia che fine abbia fatto Emanuela Orlandi” (da “Repubblica” dell’8 ottobre 2010). Agli inquirenti, Giorgetti disse di aver ascoltato le conversazioni su Emanuela Orlandi al ristorante “Il Porto” di Lungotevere a Ripa e all’”Antica Pesa”, in due distinte occasioni. Fece i nomi degli interlocutori coinvolti: Giuseppe “Sergione” de Tomasi, che dalle indagini emerse come colui che si celava dietro al telefonista “Mario” e Angelo Cassani detto “er Ciletto”. Quest’ultimo, Cassani, fu tirato in ballo anche dall’amante di de Pedis, Sabrina Minardi che lo indicò come uno dei presunti responsabili del rapimento al procuratore Capaldo. Giorgetti riferì di aver sentito che de Pedis aveva in passato detto loro di aver partecipato al rapimento di una ragazza per recuperare del denaro appartenuto a Manlio Vitale, detto “Er ngappa”. Raccontò anche di essere stato, nel 1983, a cena con de Pedis e Franco Giuseppucci, altro membro di spicco della banda, pochi giorni prima del rapimento di Emanuela. Durante quella serata di 41 anni fa, sentì – ha poi dichiarato agli inquirenti durante la seconda inchiesta – i due banditi discutere di un appartamento vicino al Vaticano dove poter segregare la ragazza nei primi giorni della sua prigionia.
La morte
Giorgetti è deceduto nella sua casa di Soriano nel Cimino all’età di 70 anni. Con la sua dipartita svanisce la relativa possibilità di fare luce su uno degli innumerevoli misteri che caratterizzano quest’assurda vicenda. “Con la sua morte cala definitivamente il silenzio su qualche verità sul rapimento di Emanuela”, commenta Pietro Nicotera, l’avvocato che lo ha seguito negli ultimi, difficili, tempi. La sua scomparsa chiude un capitolo ma lascia aperte tante, troppe domande.
PALERMO – Don Vincenzo Esposito resta in carcere. Il Tribunale di Sorveglianza di Palermo respinte le istanze della difesa per la concessione della detenzione domiciliare e dell’affidamento in prova ai servizi sociali.
Nel primo caso lo vieta la legge, nel secondo è necessario un percorso di riabilitazione e valutazione scientifica della personalità della durata di un anno che il detenuto, rinchiuso nel carcere Ucciardone, non ha ancora iniziato.
Gli avvocati Giovanni Di Trapani e Renato Vazzana avevano anche ricevuto il benestare dal priore di un monastero disposto ad accogliere il sacerdote, nel frattempo sospeso. Nei mesi scorsi è diventata definitiva la condanna a cinque anni per induzione alla prostituzione minorile.
Dopo il verdetto della Cassazione Esposito, che si trovava ai domiciliari, fu condotto in carcere. Originario di Caltavuturo, in provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, Esposito fu intercettato dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese mentre effettuava delle videochiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni.
In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre comprese fra 10 e 30 euro, utilizzati per andare a mangiare la pizza con gli amici o recarsi dal barbiere.
Pena rideterminata per l’ex parroco di Belcastro, nelle Presila Catanzarese, dal 2007 al 2010, don Roberto Mastro, accusato di diversi casi di pedofilia. che si sarebbero consumati, secondo l’accusa, in un oratorio parrocchiale. La Corte di appello di Catanzaro, presidente Loredana De Franco, a latere Gianfranco Grillone e Ippolita Luzzo hanno sentenziato una pena a undici anni e sei mesi di reclusione in luogo dei tredici anni e sei mesi incassati il 10 luglio 2020, dal Tribunale collegiale. Uno sconto di pena dovuto al fatto che la Corte ha dichiarato il non luogo a procedere per alcuni capi di imputazione, estinti per intervenuta prescrizione. I giudici hanno inoltre condannato l’imputato alla refusione delle spese di costituzione e difesa sostenute dalle parti civili, rappresentate dagli avvocati Vincenzo Ranieri, Paolo Carnuccio, Giovanni Scarpino, Antonello Talarico, Concetta Stanizzi, Maria Rotundo, della sentenza e a risarcire le stesse parti compreso il Comune di Belcastro, indicando in 45 giorni il deposito della motivazione della sentenza.
Confermate le statuizioni civili
Restano quindi confermate le statuizioni civili, l’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, curatela e amministrazione di sostegno nonché interdetto in via perpetua da qualsiasi incarico nelle scuole di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori, e ancora interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e legalmente per la durata della pena. Nominato presbitero della parrocchia di San Michele Arcangelo in Belcastro il 1 ottobre 2007, la notte del 1 dicembre 2010, in fase di indagini, ha abbandonato in tutta fretta la casa canonica senza dare più notizia di sé.
Le accuse
Pesanti le contestazioni mosse al sacerdote che, avrebbe violentato 17 minorenni, tutti di età inferiore a 14 anni, frequentanti la parrocchia di San Michele Arcangelo, secondo le risultanze di un’inchiesta scattata in seguito alla denuncia presentata da alcuni genitori delle giovanissime vittime. Segnalazione cui se ne aggiunsero altre nel corso delle indagini, durante le quali i carabinieri raccolsero le dichiarazioni di decine di persone. Furono anche acquisiti nelle forme dell’incidente probatorio i racconti dei minorenni costretti a subire in una serie di violenze e abusi dal sacerdote, rinviato a giudizio nel 2015 dal gup, che aveva accolto la richiesta della Procura di mandare l’imputato sul banco degli imputati. Poi l’epilogo del processo di primo grado a luglio 2020 e oggi la fine dell’appello, conclusisi entrambi con un duplice verdetto di condanna.
Francesco Zanardi – Don Livio Graziano si proclama innocente
Denunciò il padre della vittima 13enne, il suo avvocato e il presidente della Rete L’abuso e malgrado la condanna in terzo grado di giudizio a otto anni, si proclama ancora innocente e si appella al giudizio divino.
L’avvocato Della Rete L’ABUSO Mario Caligiuri ha replicato a quanto don Livio Graziano, attualmente in carcere, fa sapere attraverso il suo avvocato.
“Lascia basiti la sfrontatezza delle parole che il religioso ha affidato al suo difensore con cui, poco dopo la sentenza definitiva, si autoproclami innocente, rimettendosi con fiducia alla Giustizia Divina.
A riguardo sono d’obbligo, senza alcuna pretesa di completezza, le seguenti osservazioni.
La denuncia, tempestivamente presentata dal padre del tredicenne, ha consentito ai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Avellino, l’avvio di indagini dall’esisto granitico in grado di resistere nel prosieguo del procedimento ad ogni successivo tentativo di confutazione in fatto ed in diritto.
Basti considerare la sequela di segnali emotivi colti sul figlio, comprovati dal numero impressionante di messaggi inviati dal sacerdote sul cellulare del ragazzino.
Ciò ha consentito agli inquirenti, oltre che approdare ad importanti elementi di prova, di poter desumere quei tratti di personalità del sacerdote inclini al controllo compulsivo ossessivo permanente.
Il minore è stato ascoltato in ambiente protetto e ritenuto attendibile.
A questo punto si rivolgono due domande.
La prima è su quale sia stato il movente che ha animato un’intera famiglia a sostenere il falso.
La seconda se sia il caso di appellarsi alla Giustizia Divina in considerazione dell’alta rischiosità di ottenere questa volta una pena perenne.”
Ludovica Eugenio – Prosciolto dalle accuse di abuso sessuale su minore il cardinale canadese Gérald C. Lacroix
E’ stato prosciolto dalle accuse di abuso sessuale su minore il cardinale canadese Gérald C. Lacroix, arcivescovo del Quebec. Si è conclusa così l’indagine canonica preliminare a suo carico commissionata da papa Francesco e finalizzata a stabilire la plausibilità delle accuse e a decidere se avviare un processo. Poco più di un anno fa il papa aveva nominato Lacroix tra i membri del C9, il Consiglio dei cardinali che lo aiuta nell’opera di riforma della Curia. Le accuse contro Lacroix sono emerse lo scorso gennaio, nell’ambito di una class action intentata all’arcidiocesi, come responsabile di presunta violenza sessuale su una diciassettenne avvenuta tra il 1987 e il 1988 nella città di Québec. Per condurre l’indagine il papa ha nominato un giudice in pensione della Corte Superiore del Québec, André Denis.
La class action era stata autorizzata dalla Corte Superiore del Québec nel 2022 e copriva chiunque avesse subito violenze sessuali da parte del clero o del personale laico della diocesi, a partire dal 1940; raccoglie le testimonianze di 147 persone.
Il cardinale ha sempre negato «categoricamente» le imputazioni a suo carico, ma si è temporaneamente dimesso dalle sue attività in attesa che la situazione si chiarisse.
L’indagine condotta da André Denis non ha però soddisfatto gli avvocati che hanno condotto la class action, che hanno espresso dubbi sulla credibilità e sull’indipendenza delle indagini. Il rapporto di Denis, ha detto l’avvocato Arsenault, «non significa nulla» (La Presse canadienne, 24/5). I documenti d’archivio hanno mostrato – lo ha detto lo stesso Denis – che Lacroix non era ancora prete nel 1987, e questo è un motivo per il quale il cardinale non è canonicamente perseguibile.
Inoltre, le dichiarazioni del giudice in pensione evidenziano incompletezze e supposizioni, l’indagine si è chiusa con la conclusione che «non c’erano prove che collegassero Lacroix alle ac-
cuse contro di lui». Tuttavia, lo stesso giudice ha ammesso che «Si potrebbe dire» che l’indagine è incompleta. Se la querelante decidesse di testimoniare, l’indagine potrebbe essere riaperta.
Da parte sua, l’arcivescovo del Québec, dopo la chiusura dell’indagine, ha tirato direttamente in causa la donna che lo ha accusato, deplorando il suo rifiuto di collaborare con l’investigatore e invitandola «a sporgere denuncia penale contro di lui affinché si possa svolgere un processo adeguato». Per questo, dice, resterà sospeso dal suo incarico episcopale.
Una mossa che è stata giudicata una ritorsione dall’avvocato della presunta vittima. «Spetta a lei – ha spiegato – scegliere dove presentare denuncia. Ha scelto di farlo nell’ambito dell’azione collettiva». Non si fida delle parole del cardinale, secondo cui le vittime di abusi meritano «che si faccia il necessario per ricevere una riparazione che le aiuti a guarire e ricostruirsi». L’arcidiocesi e le istituzioni associate in questa azione collettiva «hanno una sola preoccupazione ed è molto semplice»: «Sono i soldi. Vogliono pagare il meno possibile. E tutte le tecniche sono buone».
Alessio Di Florio – Appello urgente della Rete L’ABUSO
C’è una storiella che gira sul web da tanti anni che racconta di un lavoro che tutti potevano fare, ognuno si aspettava che qualcuno lo facesse e alla fine non lo fa nessuno. Sarà anche solo un po’ di ironia in libertà ma descrive plasticamente tante dinamiche dell’Italia di oggi. Tra le maggiori dimostrazioni ci sono l’attivismo e l’informazione libera. Tutti si lamentano del disinteresse generale, del Paese che va allo sfascio mentre nessuno alzerebbe la voce. Puntando il dito sugli altri, sempre e solo sugli altri. I social pullulano di tastieristi compulsivi indignati, che denunciano le grandi manovre mondiali e si mostrano come non allineati, fuori dal sistema, che si scagliano contro un mondo marcio e corrotto. Identificato sempre lontano, molto lontano. Poi quando bisogna metterci la faccia, rischiare, denunciare con nomi e cognomi, documentare, prendere posizioni tutto questo si trasforma in quel che la storiella racconta.
«Probabilmente già quest’anno saremo costretti a tagliare moltissimi servizi, ad unico danno delle potenziali vittime, dei sopravvissuti, della prevenzione e della vostra stessa consapevolezza. Nessuno di voi se pur oggi adulto è estraneo al tema, in quanto tutti abbiamo figli, nipoti e affetti, oltre al dovere civico di tutelare i più piccini ed indifesi. Le potenziali vittime di stupro da parte di pedofili che dalle proiezioni, solo nel clero italiano, arrivano a un milione di vittime. Per questa che riteniamo una emergenza che rischia di far cessare l’unico punto di riferimento e osservazione in Italia, abbiamo promosso come da anni tante altre realtà, una campagna di emergenza per la raccolta di fondi che puoi sostenere con una donazione a tua scelta, sia “ una tantum” sia “mensile ricorrente” – è l’appello lanciato da Francesco Zanardi – bastano solo 5€ al mese; ovvero 4 caffè o meno di un pacchetto di sigarette, per poter continuare».
A riguardo sono d’obbligo, senza alcuna pretesa di completezza, le seguenti osservazioni.
La denuncia, tempestivamente presentata dal padre del tredicenne, ha consentito ai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Avellino, l’avvio di indagini dall’esisto granitico in grado di resistere nel prosieguo del procedimento ad ogni successivo tentativo di confutazione in fatto ed in diritto.
Basti considerare la sequela di segnali emotivi colti sul figlio, comprovati dal numero impressionante di messaggi inviati dal sacerdote sul cellulare del ragazzino.
Ciò ha consentito agli inquirenti, oltre che approdare ad importanti elementi di prova, di poter desumere quei tratti di personalità del sacerdote inclini al controllo compulsivo ossessivo permanente.
Il minore è stato ascoltato in ambiente protetto e ritenuto attendibile.
A questo punto si rivolgono due domande.
La prima è su quale sia stato il movente che ha animato un’intera famiglia a sostenere il falso.
La seconda se sia il caso di appellarsi alla Giustizia Divina in considerazione dell’alta rischiosità di ottenere questa volta una pena perenne.
La sentenza di condanna per Don Livio Graziano, il sacerdote alla guida di una comunità di Prata Principato Ultra, è diventata definitva. Don LIvio era stato condannato ad otto anni di reclusione per gli abusi su un minore. I magistrati della I Sezione Penale della Corte di Cassazione hanno confermato la condanna emessa nei confronti del sacerdote in primo grado dal tribunale di Avellino ed in appello a otto anni di reclusione, rigettando per inammissibilità l’appello dei difensori. Il tredicenne e i genitori costituiti parte civile nel processo sono stati rappresentati dall’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma mentre il sacerdote è stato difeso dagli avvocati Carlo Di Casola e Giampiero De Cicco.Dopo la condanna definitiva ora Don Livio Graziano dovrebbe tornare in carcere.
La parte civile
La famiglia, come si legge in una nota apparsa sulla pagina ufficiale delle Rete L’Abuso: ”ha espresso gioia per questa patita sentenza che gli ha reso quella giustizia che la chiesa non ha reso”.
La ricostruzione
La sentenza di Appello per Don Livio era stata emessa dai magistrati della IV sezione della Corte di Appello di Napoli nel giugno del 2023. La sentenza di primo grado era stata emessa il 24 novembre 2022, dal Tribunale di Avellino. Il Pubblico Ministero aveva chiesto la pena di undici anni di reclusione. Le indagini dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Avellino, erano state avviate dopo la denuncia presentata dal padre del ragazzo di tredici anni. Il 13enne, ascoltato in ambiente protetto con il sostegno di psicologi, era stato ritenuto attendibile dai professionisti e dagli inquirenti, con una serie di riscontri, in primis i messaggi a sfondo sessuale inviati dal sacerdote sul cellulare del ragazzino.