Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete accusato di pedofilia e sospeso ma non c’è denuncia: la famiglia nega

    Prete accusato di pedofilia e sospeso ma non c’è denuncia: la famiglia nega

    Inviato a Trentola Ducenta

    Tanto tuonò che infine piovve. Incomprensioni, pettegolezzi, critiche sempre più feroci. Confronti aspri, porte sbattute, l’addio di una parte dei parrocchiani. Dalla contesa sul tabernacolo, all’accusa (infondata) di aver interrotto il restauro del campanile e di aver fatto sparire 30mila euro dal fondo della chiesa, fino al comunicato choc che, nella notte di giovedì, ha lasciato tutti, forze dell’ordine incluse, senza parole.

    Perché, del presunto caso di pedofilia di cui la Diocesi di Aversa accusa Michele Mottola, al momento, né la Procura, né i carabinieri e la polizia, sanno nulla. Di denunce non ce ne sono. Eppure, il procedimento canonico avviato dopo il fatto, che sarebbe accaduto il 24 maggio, ha portato in un lampo, a un provvedimento netto. Don Mottola è stato interdetto. E allontanato dalla sua parrocchia, la «San Giorgio Martire» di Trentola Ducenta. Della sua partenza i fedeli hanno appreso venerdì mattina quando, in via Roma, si sono radunati per partire per Pompei e il prete non si è visto. Solo ieri, dopo che la notizia divulgata dalla Diocesi è rimbalzata di sito in giornale, i parrocchiani hanno appreso il motivo della misteriosa partenza del prete. E, per inciso, nessuno di loro aveva mai sospettato di don Mottola. O almeno, pur criticandone le scelte, così dicono. Stupore, incredulità, qualche lacrima. Le reazioni della comunità di Ducenta sono diverse. E c’è chi dice che i modi «accentratori» di don Mottola alla comunità di San Giorgio non sono mai piaciuti. Giunto in paese nel settembre del 2017, dopo diciassette anni alla chiesa di Santa Barbara di Caivano, ha avviato una riorganizzazione della parrocchia, dell’oratorio, del catechismo. Che non è piaciuta a tutti. Tanto che qualcuno azzarda: «Volevano farlo cacciare e l’hanno sparata grossa». Che sia una ripicca? E per cosa, poi? Don Mottola ha azzerato i ruoli precedentemente affidati ai laici. Dalla catechesi al coro, fino alla Caritas. Ha messo mano anche nel Comitato festa. Tutto doveva fare capo a lui. E sono stati mal di pancia, tanto che qualcuno, dopo anni di «onorata» carriera al servizio della parrocchia, se n’è andato. Ma, nello stesso tempo, un numero crescente di bambini e ragazzi è andato ad affollare sia la parrocchia che l’oratorio. Segnale che le iniziative di don Mottola ai bambini piacevano. Ma è proprio tra di loro, tra i giovanissimi, che c’è la ragazzina che oggi punta il dito contro don Mottola. Dodici anni, frequenta la scuola media, figlia di un operaio edile. Ha detto ai genitori che il prete ha avuto verso di lei atteggiamenti sessualmente aggressivi. In un primo momento suo padre è diventato una furia. E, furibondo, ha minacciato il prete urlando sotto la casa canonica che gliela avrebbe fatta pagare. E ha minacciato il vescovo Spinillo che lo ha ascoltato. E, a quanto pare, ha messo le parti a confronto. È uno dei rari casi in cui un procedimento legato alla segretezza finisce alla mercé pubblica. Si sa che il sacerdote non «ha convinto» il suo vescovo. Che nella sorta di interrogatorio cui è stato sottoposto, «non si è difeso energicamente» e che «non ha smentito» le gravi accuse mosse dalla ragazzina. E che, proprio per questo, l’esito delle consultazioni finora condotte ha portato alla interdizione di don Michele Mottola che non può più dire messa, confessare, incontrare i fedeli. Vive in un convento, appartato, in attesa che del suo caso si occupi la Santa Sede. E la Procura di Napoli Nord che, appresa la notizia dal comunicato della Diocesi, avvierà le indagini del caso benché la famiglia della ragazzina non abbia al momento sporto alcuna denuncia. E, gracchiando dal citofono, la madre abbia negato tutto. Affermando di essere «una cattolica non praticante» e di non «sapere nulla di quanto successo al prete».

    Nelle prossime ore, sia il prete che la ragazzina e la sua famiglia saranno convocati dagli inquirenti. E dovranno spiegare, questa volta dinanzi a un magistrato.

    https://www.ilmattino.it/caserta/prete_accusato_di_pedofilia_e_sospeso_ma_non_c_e_denuncia_e_la_famiglia_nega-4528799.html

  • Presunti abusi, parroco sospeso Lui si difende: «Qui inviso ai fedeli»

    Presunti abusi, parroco sospeso Lui si difende: «Qui inviso ai fedeli»

    Quel parroco non è mai stato simpatico ad alcuni fedeli. Ora, è stato sospeso. Don Michele Mottola della chiesa di San Giorgio Matire a Trentola Ducenta è stato raggiunto da un provvedimento disciplinare cautelativo a firma della diocesi di Aversa. «Dopo la segnalazione di una minore di 14 anni e della famiglia di quest’ultima in diocesi di atti configurabili come abuso su una persona di minore età – si legge nel comunicato stampa della Diocesi – nei confronti del sacerdote il 25 maggio è stato emanato un provvedimento disciplinare con immediata interdizioni dalle funzioni di parroco. Nello stesso tempo sono state avviate tutte le procedure previste dal Codice canonico per accertare la gravità delle responsabilità del sacerdote per assicurare ogni tutela alla persona minore coinvolta in questa situazione».

    LO SHOCK
    Un macigno sulla parrocchia di San Giorgio, molto cara ai fedeli di Trentola Ducenta. «Non ho parole, non ho mai avuto problemi nelle altre parrocchie in cui sono stato, da Crispano a Cardito, da Qualiano ad Aversa – spiega don Michele raggiunto al telefono – da quando sono qui sono arrivati persino i carabinieri che si occupano di tutela dei beni archeologici perché io avevo fatto restaurare un tabernacolo. E alcuni cittadini aveva segnalato la cosa alla Soprintendenza. Finalmente in quel caso la verità venne a galla e poi ho anche ricevuto i complimenti in seguito».

    L’ACCUSA
    Ma perché stavolta son Michele è stato addirittura interdetto? Stando al racconto di una bambina che frequentava la chiesa e i corsi, il parroco avrebbe abusato di lei nei giorni di metà maggio. La piccola si sarebbe confidata con una coetanea che avrebbe poi raccontato il tutto ai genitori. E così, la famiglia della piccola si è in seguito recata in curia per segnalare al vescovo Angelo Spinillo l’accaduto. Il vescovo il 25 maggio ha convocato in Diocesi don Michele chiedendo spiegazioni. Dopo il colloquio Spinillo avrebbe così deciso di intraprendere il provvedimento disciplinare, allontanando il sacerdote dalla parrocchia.

    LA DENUNCIA
    Una mossa che ha un duplice effetto: la sospensione dalle funzioni di don Michele ma anche una denuncia ufficiale. La Curia, dunque, fa la sua parte. Non è ancora chiaro se la famiglia della piccola si sia però rivolta alle forze dell’ordine per sporgere denuncia nei confronti del sacerdote.

    IL PRECEDENTE
    Intanto, don Michele si dice sereno. Ha cambiato la sua immagine su Facebook e ha scritto una frase di Madre Teresa di Calcutta sulla sua bacheca multimediale, ieri sera. E pensare che solo nel 2018 i grattacapi gli erano arrivati per colpa del restauro del tabernacolo antico del 1777 che la Soprintendenza bloccò. Ai fedeli Mario Andolfi, dalla Soprintendenza casertana ai beni culturali, dichiarò: «Il parroco non ha chiesto ai nostri uffici nessuna autorizzazione per il restauro. Inoltre, non doveva estrapolare il tabernacolo per l’intervento di restauro, non è la tecnica indicata, ma al contrario il lavoro va effettuato sul posto». L’episodio acuì le incomprensioni tra il parroco, giunto da poco nella parrocchia di Ducenta, anche se è originario del posto, e i fedeli. Ma i dissapori sembravano terminati, col tempo. Ora, don Michele dovrà vedersela con accuse ben più pesanti.

    https://www.ilmattino.it/caserta/ha_abusato_di_una_minorenne_parroco_sospeso-4527145.html?fbclid=IwAR03Z_XZc_EE4jwDBPttoVkRToybf231F0w2aMyLwZuRw_bNwAIekCo1zuo

  • ABUSI CIOE’ STUPRI

    ABUSI CIOE’ STUPRI

    In questi tempi di falsificazione, chiarezza e verità sono rivoluzionarie. Ma per ottenerle servono fatti empirici da analizzare, dati certi da consultare. E per quanto riguarda i casi italiani di pedofilia nella chiesa, questi due elementi mancano. Non ci sono. Nessun dato ufficiale, solo il risultato di inchieste giornalistiche fatte negli ultimi anni (in Italia, principalmente dal giornalista Federico Tulli), a cui si aggiunge l’attività della Rete L’Abuso, che dal 2010 raccoglie dati sugli abusi di minori commessi da sacerdoti.

    “Ci basiamo sulle condanne emesse dai tribunali, ma i nostri dati hanno chiaramente dei difetti. Sono parziali, non tengono conto del sommerso,” mi dice Francesco Zanardi, presidente della Rete. “In questi anni abbiamo contato più di 140 casi – mi riferisco a condanne in via definitiva per abusi su minori – e altrettanti, circa 160, attualmente in attesa di giudizio.”

    Mi spiega però Francesco che i dati raccolti dalla Rete L’Abuso non sono affatto in linea con le proiezioni del fenomeno. “Purtroppo lo sottostimano,” precisa.

    In assenza di elementi certi, c’è chi ha stilato delle proiezioni statistiche sui possibili casi italiani di pedofilia nella chiesa, basandosi sui dati forniti dalle commissioni di inchiesta di altri paesi (Australia, Stati Uniti, Canada, Belgio, Polonia, Gran Bretagna, Germania, Irlanda), ma anche sulle dichiarazioni di Hans Zollner, psicologo membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori che, in un’intervista, ha affermato che sarebbe stupido pensare che in Italia le cose siano andate diversamente rispetto al resto del mondo. Stando a queste proiezioni, in Italia – come negli altri paesi dove sono state istituite delle commissioni d’inchiesta – la percentuale di sacerdoti pedofili potrebbe variare dal 2 all’8%, che per l’Italia si tradurrebbe in un numero di vittime di abusi che varia da cinquantamila a un milione. “Se guardiamo a queste proiezioni statistiche,” mi dice Francesco “i dati raccolti fino ad ora dalla Rete L’Abuso non dicono niente del fenomeno reale.”

    Ma nonostante questo, La Rete continua la sua attività di raccolta. “Lo facciamo perché ci interessa offrire questo servizio alla comunità. Sul nostro sito (test.retelabuso.org/), proprio con l’obiettivo di denunciare ma anche di informare, è presente una mappa dell’Italia con segnalati tutti i casi con condanne definitive e non definitive.” Dunque basarsi solo sulle condanne emesse dai tribunali non è sufficiente per fornire un quadro completo. Anche perché, mi spiega Francesco, “molte denunce cadono nel vuoto e non portano a nessun esito. E questo succede perché nei Patti Lateranensi è scritto che la magistratura si impegna a comunicare al vescovo l’apertura di un fascicolo su un prete. E questo vuol dire che, nel momento in cui la vittima va dai carabinieri a denunciare e la denuncia arriva in procura, prima di aprire il fascicolo la procura dice al vescovo che un prete verrà indagato. E così, molto spesso, le prove spariscono.”

    Per questo la Rete L’Abuso non si limita a raccogliere dati sul fenomeno della pedofilia ecclesiastica, ma assiste le vittime di abusi nella fase di denuncia tramite una rete di ventuno avvocati, sparsi sul territorio italiano. “La Rete L’Abuso è nata inizialmente come una specie di gruppo di auto-aiuto per persone che avevano subito abusi. Dopo un primo incontro a Roma, abbiamo continuato a sentirci e da lì è nata la voglia di cercare di ottenere giustizia e di far condannare i preti che hanno abusato di noi. Ci siamo confrontati sul come: come agire, come fare. Ora ci avvaliamo di procedure che abbiamo acquisito nel tempo. Perché il problema nei casi di abusi sessuali è che, dopo la denuncia, si fa fatica a trovare le prove e la chiesa è molto brava a far cadere le accuse. Purtroppo la persona che vuole denunciare si deve preparare prima, e noi l’aiutiamo a reperire prove e testimonianze. Altrimenti, se non lo fa, ha già perso in partenza.”

    Le interviste – di Carlotta Pedrazzini – a Federico Tulli e Francesco Zanardi sono riprese dal numero di maggio di «A rivista anarchica».

  • Monsignore americano ricercato da 13 anni per violenze su minori arrestato a Roma

    Monsignore americano ricercato da 13 anni per violenze su minori arrestato a Roma

    Un monsignore della Chiesa cattolica americana è stato arrestato dai carabinieri in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nel 2006. L’uomo era stato condannato nel 2003 per violenze sessuali su minorenni, in America, tra il 1979 e il 1981.

    Fu arrestato nel 2005 a Roma e collocato ai domiciliari. Presentò opposizione all’estradizione in America che gli fu rigettata un anno dopo, nel 2006, quando fu emessa ordinanza. A lui però non fu mai notificata perché si allontanò, facendo perdere le sue tracce.

    Il 24 maggio scorso il 70enne si è presentato a un centro di accoglienza di Roma Capitale, in via Assisi, chiedendo di essere accolto. Insospettiti dalle documentazioni che l’uomo aveva presentato, sono state allertate le forze dell’ordine e i carabinieri hanno identificato il latitante. L’uomo è stato arrestato.

  • Bassetti mente sul caso di pedofilia a Milano

    Bassetti mente sul caso di pedofilia a Milano

    Il presidente della Cei ha detto di non sapere nulla dell’abuso su un minore da parte di don Galli, coperto dall’arcivescovo Delpini. Una lettera lo smentisce. Caso archiviato secondo Tarquinio, direttore dell’ “Avvenire”. Ma il prete accusato è stato condannato

    di Giorgio Gandola

    “Chi segue me non camminerà nelle tenebre”. È sconfortante che un sacerdote si sia dimenticato del potente insegnamento di Gesù nel Vangelo di Giovanni e spenga la luce davanti alla verità. Lo è ancora di più se non si tratta di un parroco di campagna in un momento di smarrimento personale, ma di Gualtiero Bassetti, cardinale, arcivescovo di Perugia e presidente della Conferenza episcopale italiana, in una conferenza stampa internazionale. Il contesto è l’assemblea generale della Cei, il tema è quello scottante degli abusi dei preti sui minori. E l’effetto è il solito senso di straniamento davanti alla fragilità comunicativa delle tonache e alla loro insopprimibile determinazione a nascondere la polvere sotto il tappeto.

    IL MOTU PROPRIO DEL PAPA

    Al termine dell’assemblea è consuetudine dei vertici spiegare in un incontro con i giornalisti le linee guida che hanno ispirato l’augusto consesso e le decisioni prese. In questo caso l’occasione è molto importante perché la Cei ha deciso di applicare concretamente il motu proprio di papa Francesco Vos Estis lux mundi, che prevede  tra l’altro la messa in stato d’accusa degli alti prelati che insabbiano gli atti di pedofilia nelle diocesi. Per dare un perimetro al fenomeno i vescovi italiani hanno introdotto un protocollo che rappresenta (in teoria) una svolta: l’obbligo morale di fare un esposto alle autorità civili. Morale, non giuridico, quindi esiste sempre un margine di discrezionalità nel quale muoversi “secondo coscienza”, come se la coscienza di un prete non coincidesse automaticamente con le sensibilità dell’istituzione da difendere. Si sa che la coscienza – come cantava Giorgio Gaber – qualche volta è un salvagente, qualche altra un canotto.

    In ogni caso, se la denuncia è verosimile dopo l’indagine previa (prevista dal diritto Canonico) e la famiglia del minore non si oppone per ragioni sue, il fascicolo è bene che finisca sulla scrivania dei carabinieri o della polizia. Con trasparenza e rispetto per la verità dei fatti, come accade già in numerosi paesi del mondo ma non in Italia senza prima una modifica del Concordato. “È un passo avanti importante”, lo definisce il cardinal Bassetti davanti ai giornalisti. Qualche minuto dopo però lui stesso compie due passi indietro. Accade quando la vaticanista del Messaggero, Franca Giansoldati, prende il microfono e fa una domanda del tutto legittima sul caso di Mario Delpini, l’arcivescovo di Milano accusato dalla famiglia di un ragazzo abusato di avere coperto don Mauro Galli, semplicemente spostandolo da una parrocchia all’altra della stessa diocesi, sempre a contatto con adolescenti. Il quesito riguarda in pieno il tema dibattuto. Chi controlla i controllori?

    Il presidente della Cei si innervosisce, risponde di non sapere nulla della vicenda, di non essere al corrente e che “di questo caso non si è parlato, non spetta a noi”. Tutto questo davanti ad accuse precise e a una richiesta scandita dalla mamma del giovane: “Delpini  ha insabbiato, adesso si dimetta”. È del tutto inverosimile che il cardinal Bassetti non sia a conoscenza dell’imbarazzante situazione perché i giornali ne hanno parlato (non tutti). Ma anche se fosse stato incline all’ascetica meditazione, egli stesso – su carta intestata della Conferenza episcopale italiana e a sua firma – il 20 febbraio scorso ha risposto al presidente dell’associazione Rete l’abuso, Francesco Zanardi, che per conto della famiglia aveva esposto al suo ufficio la vicenda e altre simili in un j’accuse che facilmente si può lettere sul web.

    Il carteggio si è sviluppato dopo che i genitori del ragazzo avevano scritto più volte al Vaticano, prima agli uffici della Congregazione per la dottrina della fede, poi alla Segreteria del Papa. Documenti protocollati con risposte in genere evasive ma con benedicenti formule finali. La lettera di Bassetti comincia con una frase che, letta oggi, suona imbarazzante: “La questione degli abusi costituisce un gravissimo reato, che è anche un gravissimo peccato”.

    GIORNALISTA REDARGUITA 

    Però non è al corrente. Gelo in sala alla Cei, con la giornalista che si ritrova avvolta dal silenzio dei colleghi. Tutto ciò in un clima surreale perché è relativamente semplice condannare gli abusi in astratto, meno quando bisogna fare i conti con il volto di un ragazzo distrutto e con alle spalle tentativi di suicidio, di una mamma coraggiosa e di un arcivescovo avvolto dal proprio inattaccabile potere. Alla fine dell’incontro, mentre le telecamere si accalcano attorno al cardinal Bassetti, la giornalista viene affrontata da Marco Tarquinio, direttore di Avvenire e intellettuale di indubbia sensibilità, che con aria da reprimenda le spiega: “Ti devi informare meglio perché la vicenda è stata archiviata”. Così archiviata che don Galli è stato condannato in primo grado per abuso sessuale a 6 anni e 4 mesi di carcere, come ha scritto anche il suo giornale. Purtroppo l’istinto manzoniano del troncare e sopire non passa mai di moda sul pianeta della fede. “Chi segue me non camminerà nelle tenebre”. Per qualcun altro, dopo 2000 anni, serve la pila.

    (trascrizione da La Verità del 25 maggio 2019)

  • Festini a luci rosse in parrocchia, era tutto falso

    Festini a luci rosse in parrocchia, era tutto falso

    Il dossier che mise nei guai don Mario D’Orlando e don Giovanni Varriale sarebbe stato confezionato ad arte da un carabiniere e un altro sacerdote

    Era tutto falso. Don Mario D’Orlando, 66 anni, ex parroco di Pizzofalcone, e don Giovanni Varriale, 46 anni, sono stati assolti dalle false accuse di aver organizzato festini gay con escort. La Procura ha, come riporta un articolo del ‘Corriere del Mezzogiorno’, altresì rinviato a giudizio don Alessandro Grimaldi, 44 anni, sacerdote e presidente della onlus ‘Meter’ di Benevento, e Ciro Muti, 47 anni, appuntato dei carabinieri e diacono.

    A entrambi vengono contestati l’accesso abusivo a sistema informatico e la rivelazione di segreto. Al sacerdote anche la calunnia. Grimaldi andrà a dibattimento, mentre Muti ha chiesto il rito abbreviato.

    Tutto è cominciato il 23 febbraio 2017, quando don Alessandro Grimaldi deposità in Procura un esposto anonimo senza busta che asseriva di aver ricevuto e che insinuava il coinvolgimento di D’Orlando e Varriale in episodi gravi dal punto di vista penale: dallo sfruttamento della prostituzione alla violenza su minori.

    Le indagini, a partire dall’analisi dei rispettivi computer, però, riuscirono a ribaltare quelle accuse e a spazzare via il clima di sospetto intorno ai due religiosi. Fu subito chiaro, quindi, come quell’esposto fosse stato preparato da don Grimaldi con la complicità di Muti, introdottosi abusivamente nelle banche dati per cercare notizie su don D’Orlando, don Varriale e altre due persone. Dati poi distorti per confezionare il dossier. Si attende il processo per far luce sulla vicenda e sul movente.

    https://www.stylo24.it/cronaca/festini-chiesa-falso-dossier/

  • Abusi in Chiesa, Giada denuncia: “Insulti e bullismo contro di me, ma la vittima sono io”

    Abusi in Chiesa, Giada denuncia: “Insulti e bullismo contro di me, ma la vittima sono io”

    Quando Giada Vitale ha denunciato il parroco di Portocannone (oggi condannato a 4 anni in appello) per abusi sessuali, il paese si è schierato con lui. “Nonostante le sue ammissioni mi accusavano di aver inventato o di essere stata consenziente, mi hanno aggredita, insultata, giudicata. “Una volta un gruppo di ragazzini ha cominciato a prendermi in giro davanti alla scuola, gli insegnanti sono rimasti a guardare”.

    Aggredita, insultata, isolata. Così è stata trattata dai suoi compaesani Giada Vitale, la ragazza di 23 anni che ha denunciato i presunti abusi subiti da don Marino Genova, oggi condannato in appello a 4 anni di carcere. Lo scenario è il comune di Portocannone, duemila anime a un’ora da Campobasso, in Molise, una piccola comunità che conserva ancora una forte dimensione di tradizione e folklore, una comunità chiusa che nutre per il sacerdote una inossidabile e cieca reverenza, così assoluta da vedere di lui solo l’abito e non l’uomo.

    È in questo contesto che Giada Vitale, che ha denunciato il suo presunto abusatore all’età di 17 anni, è stata isolata, giudicata, insultata, tacciata di essere una calunniatrice. “La maggior parte dei miei compaesani mi accusava di aver inventato tutto – dice Giada a Fanpage.it – nonostante ci fossero le ammissioni di don Marino, mentre una parte di loro, quella che credeva realmente a quanto si diceva, mi incolpava di aver voluto quei contatti sessuali, di averli cercati, di aver condiviso quello che stava accadendo”. “Hanno perfino tentato di organizzare una fiaccolata di solidarietà, ma per lui”.

    “Una volta – continua – sono stata aggredita da una parrocchiana mentre mi trovavo in compagnia di Francesco Zanardi, dell’associazione ‘L’abuso’, in quell’occasione sono stata costretta a chiamare i carabinieri. In un’altra occasione sono stata anche bullizzata da alcuni ragazzi davanti a una scuola. Io mi trovavo da quelle parti perché ero appena uscita dallo studio del medico, appena mi hanno visto hanno cominciato a insultarmi e prendermi in giro, addirittura in presenza dei loro insegnanti, che sono rimasti a guardare senza intervenire”.

    All’epoca Giada era solo un’adolescente ed era all’inizio del percorso di denuncia, tuttavia, anche oggi che è una adulta e che le sue accuse hanno trovato conferme in due gradi di giudizio, le persone continuano a insultarla. “La maggior parte mi critica per non essermi ribellata, mi accusa di essere consenziente, so che queste persone non conoscono i meccanismi dell’abuso e ignorano totalmente le dinamiche”.


    https://www.fanpage.it/abusi-in-chiesa-giada-denuncia-insulti-e-bullismo-contro-di-me-ma-la-vittima-sono-io/

  • Secondo il motu proprio sugli abusi Delpini dovrebbe indagare sé stesso

    Secondo il motu proprio sugli abusi Delpini dovrebbe indagare sé stesso

    Nel 2011 sorvolò sulle molestie di un prete. Oggi avrebbe l’obbligo di autoaccusarsi

    di Giorgio Gandola

    Più che Vos estis lux mundi, il motu proprio di Papa Francesco contro la pedofilia nella Chiesa avrebbe dovuto intitolarsi più prosaicamente Repetita iuvant. Perché dogmi, indicazioni e regole dell’ultima lettera vaticana in realtà non sono altro che la riproposizione con differenti termini (e qualche invito operativo in più) del motu proprio precedente sul tema, quel Come una madre amorevole del luglio 2016 che avrebbe dovuto porre argine al dilagare del peccato in tonaca. Se fossimo in Parlamento, li chiameremmo i decreti attuativi di principi tante volte ripetuti e altrettante volte calpestati.

    “Voi siete la luce del mondo”, scriveva Matteo nel suo vangelo. E la luce dovrebbe illuminare la verità nei drammi personali di minorenni abusati da preti, troppo spesso messi in un angolo dalle diocesi di riferimento in attesa che entrino nel dimenticatoio. La luce di un percorso virtuoso determinato – come sottolinea quest’ultima lettera apostolica – dall’obbligo di denuncia dei presunti abusi da parte di sacerdoti e chierici alle autorità religiose. Ma tre anni fa il pontefice sottolineava con insolito vigore: “Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico per cause gravi; ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto. Fra le cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare nei casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”. Morale: chi insabbia, chi intorbida le acque, sarà punito. L’obbligo di segnalazione era esplicito anche nel 2016. Cosa che non si è quasi mai verificata.

    A fare realmente la differenza in difesa delle vittime di violenze sessuali da parte dei preti sarebbe una frase che il Papa non firmerà mai: “I sacerdoti a conoscenza di abusi sui minori dovranno denunciare i fatti contestualmente all’autorità religiosa locale e a quella giudiziaria”. Fino a quel giorno nessun passo in avanti potrà essere considerato tale. E non si tratta di pretese originali, perché in numerosi Paesi del mondo l’ordinamento giudiziario prevede l’obbligo di denuncia per i prelati. Per introdurlo in Italia si dovrebbero rivedere i Patti Lateranensi.

    Nel motu proprio di Papa Francesco la vera novità è l’identificazione di un coordinatore delle indagini, l’arcivescovo metropolita che riceve dalla Santa Sede il mandato ad investigare nel caso del coinvolgimento di un vescovo per comportamenti omissivi, per coperture indebite, per non avere voluto perseguire l’abuso di cui era venuto a conoscenza. Molti giornali, nell’esemplificare il ruolo centrale in questo tipo di indagine, hanno fatto l’esempio dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini. E è giusto perché nel caso in cui avvenisse un abuso coperto da un suo sottoposto sarebbe proprio lui a dover raccogliere gli indizi e “trasmettere alla Santa Sede un’informativa sullo stato delle indagini entro 30 giorni”.

    Tutto ciò ha un aspetto singolare perché proprio Delpini,  nel caso dell’abuso su un ragazzo di 15 anni da parte di don Mauro Galli (condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi), in qualità di vicario episcopale spostò il prete da Rozzano a Legnano senza approfondire la vicenda e senza aprire l’obbligatoria indagine previa. A tal punto da venire criticato dall’allora arcivescovo Angelo Scola. L’abuso, risalente al 2011, venne alla luce sono quattro anni dopo, quando la vittima lo denunciò ai carabinieri.

    Secondo il motu proprio del Papa, oggi monsignor Delpini dovrebbe indagare sé stesso. Qualche volta la luce del mondo passa dalle fessure più inattese.

    (trascrizione da La Verità del 11 maggio 2019)

  • LECCE – altre due presunte vittime denunciano don Rampino. Per una si configurerebbe anche il sequestro di minore

    LECCE – altre due presunte vittime denunciano don Rampino. Per una si configurerebbe anche il sequestro di minore

    Sarebbero tre, ma per il momento siamo riusciti a rintracciare soltanto due, delle presunte vittime di don Carmelo Rampino, che nei giorni scorsi, tramite l’Associazione Rete L’ABUSO, hanno formalizzato altre due querele a carico del sacerdote.

    La narrazione delle due presunte vittime ritrae caratteristiche comuni agli altri racconti, per cui si ritiene fondata. Ma quello che emerge in modo preoccupante è profilo di don Carmelo Rampino, che oltre alla spudoratezza, viene descritto come un uomo violento durante gli abusi e docile subito dopo.

    È soprattutto una delle due deposizioni a farmi gelare il sangue mentre la raccolgo. In questo caso le presunte vittime sarebbero due, all’epoca undicenni, che nei fatti sarebbero state sequestrate dal sacerdote.

    “Entrato nella stanza, mi si presentò di fronte una scena raccapricciante; vidi il mio amico accovacciato sul tavolo e don RAMPINO Carmelo dietro che lo sodomizzava.

    Appena don RAMPINO mi ha visto, si è staccato per un attimo dal mio amico Xxxxx e ha chiuso a chiave la porta della stanza, poi è tornato verso Xxxxx e ha continuato quello che stava facendo.

    Ad un certo punto, impaurito minacciai don RAMPINO, che se non avesse lasciato stare Xxxxx gli avrei tirato una seggiola che era vicino a me.

    Lui rispose che se non avessimo fatto i bravi non ci avrebbe aperto la porta, e chiaramente, ci disse che se avessimo raccontato qualcosa, nessuno cui avrebbe creduti. Avrebbero creduto a lui che è un sacerdote.

    Poi continuò e terminò il suo ignobile atto con il mio amico Xxxxx. Una volta terminato, don RAMPINO Carmelo divenne mansueto come un agnello, ci offrì dei dolci, che però rifiutammo”.

    “Così io e Xxxxx andammo a casa. Ricordo che durante il tragitto non ci siamo detti nemmeno una parola, avevamo persino vergogna di guardarci in faccia”.

    Il racconto continua, ed è qui, che già trenta anni fa, don Rampino poteva essere fermato. Quell’episodio fu denunciato a Carabinieri. Da quanto emerge dal racconto, i due ragazzini arrivarono a casa in visibile stato di shock e i genitori si resero immediatamente conto. Il ragazzo che aveva subito direttamente la violenza crollo, raccontando tutto al padre, il quale, si recò immediatamente a casa dell’amico, che gli confermò l’accaduto.

    A questo punto, dopo un primo momento in cui il padre della presunta vittima voleva andare a prendere don Carmelo, i genitori del secondo ragazzo, riuscirono a farlo ragionare e decisero di andare in caserma. Raccontarono l’episodio, ma alla fine il maresciallo li dissuase a depositare la denuncia. Si incaricò invece di andare a parlare con il vescovo, che all’epoca era mons. Michele Mincuzzi.

    Era l’aprile del 1984, nell’agosto dello stesso anno, il vescovo Mincuzzi, trasferirà don Carmelo che successivamente sarà reintegrato a Pisignano.

    Zanardi

  • Faceva spogliare i ragazzini e li fotografava: catechista accusato di violenza su minori

    Faceva spogliare i ragazzini e li fotografava: catechista accusato di violenza su minori

    L’incubo per un sedicenne era iniziato durante un raduno spirituale, organizzato da alcuni suoi familiari in una struttura di Mosso. Il ragazzino, affetto da un disturbo dello sviluppo e da un lieve deficit cognitivo, unico minorenne presente, era infatti stato messo in camera con un catechista cinquantenne della zona, che durante la notte lo aveva convinto a spogliarsi per scattare fotografie molto spinte, inquadrando soprattutto i genitali e indicandogli le pose in cui lo voleva ritrarre. Soltanto qualche giorno dopo, con molto imbarazzo, il giovane aveva rivelato quanto accaduto al nonno. Il pensionato a sua volta ne aveva parlato al parroco, e questo, sapendo come già in precedenza lo stesso catechista, che svolgeva sempre in ambito parrocchiale anche i ruoli di operatore pastorale e di ministro straordinario dell’Eucaristia, fosse stato denunciato qualche mese prima per un episodio molto simile, aveva deciso di chiedere consiglio al vescovo. La risposta era stata netta: bisognava denunciare tutto e subito alle autorità. Soltanto a quel punto l’uomo era stato definitivamente allontanato dall’attività della parrocchia, che, anche per i vari ruoli sostenuti, lo mettevano spesso a contatto con minori.

    Il caso, risalente all’estate del 2016, era quindi finito nelle mani esperte dei carabinieri della sezione di polizia giudiziaria, con il luogotenente Tindaro Gullo che, con tutte le cautele del caso, aveva iniziato a cercare i primi riscontri. Sempre Gullo si era infatti occupato un anno prima dell’episodio riguardante lo stesso uomo, accusato di aver portato un altro ragazzo alla Brughiera di Trivero, riuscendo a convincerlo a fare da modello per consentirgli di scattare ancora una volta delle fotografie molto spinte. In pochi giorni, come prevede il protocollo a tutela delle vittime, che richiede indagini rapide e precise, erano stati sentiti i testimoni presenti al raduno spirituale, oltre al parroco, davanti a cui il catechista aveva ammesso l’accaduto, chiedendo di essere aiutato perché gli episodi non si ripetessero, cosa che poi si era invece rifiutato di fare in presenza degli investigatori, che dal canto loro avevano però già raccolto tutte le prove necessarie per concludere le indagini. Il passaggio più delicato aveva riguardato l’incidente probatorio, in cui era stata sentita la vittima. Il ragazzo, in presenza di uno psicologo, aveva rievocato davanti ai carabinieri della Procura, abili nel trovare risposte senza causare ulteriori traumi, terribili ricordi di quella notte da incubo.

    Il meglio delle opinioni e dei commenti, ogni mattina nella tua casella di posta Ieri il catechista, accusato di violenza sessuale, difeso dall’avvocato Domenico Duso, è stato rinviato a giudizio dal gip Paola Rava. Il processo comincerà a inizio giugno ed è possibile che venga riunito con quello relativo all’episodio precedente, dato che si tratta di reati piuttosto simili.