Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Una lettera della Congregazione per la dottrina della fede, datata marzo 2016, dimostra che Roma conosceva la pessima gestione in occasione del caso del sacerdote accusato di molestie. Il pasticcio è stato insabbiato?

    di Giorgio Gandola

    “Codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici”. Protocollo numero 3304/16, lettera su carta intestata della Nunziatura apostolica in Italia, spedita da Roma il 22 marzo 2016 destinazione Rozzano, in provincia di Milano. È la missiva del Vaticano in cui si risponde alle numerose sollecitazioni di due genitori disperati, che vedono il loro figlio in preda a depressione, incubi e volontà autodistruttiva, incapace di metabolizzare la notte più buia della sua vita.

    Era quella in cui, a pochi giorni dal Natale di cinque anni prima, il giovane prete don Mauro Galli lo aveva invitato a casa sua per confessarlo, lo aveva fatto dormire “nel lettone” (pur essendoci nell’appartamento una camera per gli ospiti e un divano letto in soggiorno) e avrebbe tentato di abusare di lui. Il ragazzo aveva 15 anni. La vicenda, oggetto in questi mesi di un processo in tribunale a Milano, ha attirato ancor più l’attenzione per il coinvolgimento dell’arcivescovo milanese Mario Delpini e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, allora rispettivamente vicario di zona e responsabile dei giovani sacerdoti della diocesi. I due alti prelati decisero di non denunciare l’abuso e si limitarono a spostare don Mauro da Rozzano a Legnano, togliendolo dalla pastorale giovanile di due oratori per mandarlo a contatto con gli adolescenti in quattro. Sono nel gennaio 2015, sette mesi dopo la denuncia della famiglia ai carabinieri, partì l’iter dell’indagine previa, conclusa con un processo il cui esito è ignoto.

    La lettera ha un valore particolare perché dimostra che il 7 luglio 2017, quando papa Francesco nominò Delpini arcivescovo di Milano, i suoi uffici erano a conoscenza della gestione censurabile della delicatissima vicenda, che il cardinale Angelo Scola (in uno scritto di scuse alla famiglia della vittima) aveva definito frutto di “scelte maldestre”.

    È il periodo in cui i genitori chiedono giustizia inviando la documentazione al Vaticano senza conoscerne il destino. Un primo contatto avviene via mail il 6 maggio 2015, quando l’ufficio del cardinal Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione, risponde: “Accusiamo ricezione della documentazione relativa alla dolorosa vicenda concernente vostro figlio, che verrà sottoposta in andata odierna al cardinal Müller”. Passa quasi un anno ed ecco che il 22 marzo il nunzio apostolico Adriano Bernardini scrive che le lettere sono arrivate a destinazione e messe agli atti.

    “Le vostre missive sono regolarmente lì giunte (alla Congregazione per la dottrina della fede, ndr), codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici ed essa rimane la suprema istanza decisionale cui si potrà adire nei termini previsti dalla legge”, spiega Bernardini. “Inoltre, circa le accuse da voi mosse a collaboratori dell’arcivescovo, esse saranno debitamente esaminate a tempo debito al termine dell’istanza in corso e raccolte le necessarie informazioni”. Dopo la precisazione procedurale, ecco le rassicurazioni morali: “La Congregazione ha preso a cuore il vostro caso, come fa con tutti i casi che vengono lì quotidianamente presentati. Il vostro dolore è compreso e condiviso e vi si ringrazia per la vostra sincera apertura e il vostro coraggio, mentre ogni giorno le vittime vengono affidate al Signore nella preghiera perché esser e i loro famigliari possano ritrovare equilibrio e serenità”.

    Il Vaticano sa che a Milano c’è una pesantissima accusa di abuso. Sa che Delpini e Tremolada erano stati informati subito dai parroci di Rozzano. Sa che in un interrogatorio alla polizia, Delpini spiega: “E’ stata mia la decisione di spostare don Mauro Galli dopo che don Carlo Mantegazza al telefono mi aveva detto che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”. Il Vaticano sa anche altro. Per esempio che monsignor Tremolada dovette dare una motivazione al decano di Legnano, trovatosi ad accogliere un sacerdote a gennaio, mese inusuale per un trasferimento. Così l’attuale vescovo di Brescia spiega ai genitori della vittima in un colloquio privato: “Gli ho raccontato quello che è successo, però questa cosa ce la teniamo per noi. Questa cosa del letto. Gli ho detto: te la tieni per te. Abbiamo una persona che non può essere buttata in pasto…”. Così a Legnano di diffonde la storia assurda di “una famiglia di disgraziati con un figlio problematico scappato di casa” che don Mauro aveva ospitato, tentando di ricucire i rapporti.

    Nonostante tutto questo il Santo Padre ritiene che non ci siano ostacoli alla promozione di Delpini e Tremolada con un dubbio impossibile da sciogliere: Francesco era stato reso edotto di tutto ciò da chi lo circonda? Proprio lui che negli ultimi anni si è speso contro il silenzio e l’omertà nei casi di pedofilia. Proprio lui che ha inaugurato un tribunale per i vescovi che si macchiano dell’abuso d’ufficio. Proprio lui che nel motu proprio “Come una madre amorevole” definisce cause gravi (passibili di rimozione) anche negligenze e omertà. Proprio lui che il 22 giugno 2017 tuona: “Il buon prete sa denunciare con nomi e cognomi”. Due mesi e mezzo dopo monsignor Delpini celebra la sua prima messa da arcivescovo in Sant’Ambrogio.

    (Trascrizione dal quotidian La Verità, 4 maggio 2018)

  • Pedofilia nella Chiesa di Napoli, le vittime: “Parliamo solo con il Papa” (di G. Cesareo)

    Pedofilia nella Chiesa di Napoli, le vittime: “Parliamo solo con il Papa” (di G. Cesareo)

    Dopo il comunicato del 7 aprile scorso, che ufficializzò la riapertura delle indagini ecclesiastiche, da parte di Papa Francesco, sui presunti casi di pedofilia a carico di don Silverio Mura, la Curia di Napoli ha emesso ieri un nuovo comunicato nel quale ha spiegato che “nelle settimane scorse, sono state avviate le procedure relative all’indagine previa, riascoltando il sacerdote accusato. Ora, però, tale indagine presenta qualche difficoltà perché non risulta pervenuta alla Cancelleria della nostra Diocesi alcuna nuova denuncia di persona diversa dal primo accusatore”.

    “Si sa soltanto – continua il comunicato – di un’intervista fatta da un giornale quotidiano, nello scorso mese di febbraio, a un nuovo accusatore del quale, però, vennero indicate soltanto le iniziali G.S. Si invitano, pertanto, tutti coloro che sono in possesso di elementi utili per le indagini a darne comunicazione alla Cancelleria della Curia di Napoli”. Una vera e propria richiesta d’aiuto, quindi, è arrivata da Largo Donnaregina per “proseguire e concludere l’indagine previa che, una volta ultimata, sarà inviata alla Congregazione della Dottrina per la Fede per le competenti valutazioni e determinazioni”.

    Tali parole, però, hanno indignato e non poco le presunte vittime, soprattutto “il primo accusatore”, quel Diego Esposito (nome di fantasia) che ormai combatte da oltre otto anni per avere chiarezza sulla faccenda e che vede, con questo comunicato, delegittimare la sua diretta testimonianza.

    Queste le sue dichiarazioni al Faro di Roma: “Questo comunicato è vergognoso e non significa nulla. Abbiamo manifestato fuori al Duomo per due giorni, perchè non ci hanno chiesto chiarimenti? Ora cosa si aspettano di sapere? Nessuno si presenterà a testimoniare perchè le altre vittime hanno giustamente paura, soprattutto dopo aver visto che la faccenda a me ha rovinato la vita. Parleranno solo con Papa Francesco, della Curia non si fidano più”.

    Infatti, come informa sempre Diego, è stata inviata una e-mail, a nome delle vittime, alla Curia partenopea, alla Segreteria di Stato Vaticana e alla Congregazione della Dottrina per la Fede, per chiarire che le vittime parleranno solo con il vescovo di Roma, che in questi giorni ha incontrato le prime vittime di abusi del Cile, tranne Diego che apre anche ad un possibile incontro personale con Sepe. “Sogniamo di incontrare il Papa perchè sta facendo tante cose buone. Per noi sarebbe importante perchè non possono esserci vittime di serie A o di serie B nel mondo”, ha detto Diego.

    “Io personalmente – ha continuato – voglio incontrare Francesco per portargli tutto il dolore che mi è stato causato in questi anni. Domenica scorsa ho incontrato, in occasione di una celebrazione, il cardinale Sepe e gli ho chiesto un incontro. Saprò, però, solo nei prossimi giorni quando questo incontro avverrà. Tuttavia se non dovessi ricevere le risposte che mi aspetto, sono pronto ad andare a Roma e ad iniziare uno sciopero della fame, fino a quando il Papa non mi riceverà”.

    “Voglio precisare – ha concluso – che tutto quello che faccio non è contro la Chiesa, ma per il bene e il futuro della Chiesa, delle altre vittime, di altri bambini. Non può passare il messaggio che se denunci un prete che sbaglia, poi ti viene rovinata la vita. Voglio che non accadano più cose del genere e combatterò fino alla fine, fino a quando non avrò giustizia. Ci sono tanti preti nella Chiesa che fanno il loro dovere, sono vicini ai poveri e a chi soffre, immagine sana della Chiesa”.

    La lotta di Diego, come lui stesso racconta, comincia nel 2010 quando decise di denunciare per abusi don Silverio Mura, suo ex insegnante di religione, quando lui aveva solo 13 anni. Diego si rivolse con diverse lettere alla Curia di Napoli, ma la prima vera denuncia fu fatta ai carabinieri di Ponticelli, cosa che non portò a nulla perchè ormai il reato era in prescrizione. Dopo tanti tentativi Diego riuscì ad avere un doppio incontro con mons. Lucio Lemmo, vescovo ausiliare di Napoli, nel 2011, ma dopo tante rassicurazioni non gli pervenne più alcuna notizia sul caso.

    Nel 2013, però, Diego venne a sapere che don Mura continuava ad insegnare, non più a Napoli, ma a Cicciano, dove era stato trasferito. L’amarezza per la notizia lo spinge, quindi, a scrivere a Papa Francesco che sembra prendere subito a cuore il suo caso. La cosa porta al contatto con padre Luigi Ortaglio, cancelliere della Curia partenopea, al quale Diego consegna una nuova denuncia, ma anche questa volta non arrivano risposte.

    Nel 2015, allora Diego, pensa di lanciare un segnale forte e minaccia il suicidio con la sua arma di ordinanza, ma la scelta non paga, anzi gli rovina definitivamente la vita, perchè gli viene ritirato il porto d’armi e perde il suo lavoro di guardia giurata. Nel 2016, dopo la pubblicazione del motu proprio “Come una madre amorevole”, Diego scrive nuovamente al Papa denunciando il cardinale Sepe per aver insabbiato, a sua detta, il suo caso.

    Intanto, Diego sta male, subisce più ricoveri, e la notizia inizia a fare il giro di giornali e televisioni. In risposta a tanto rumore mediatico, la Curia pubblicherà una nota, ma usando il suo vero nome, subendo una denucia per violazione della privacy. Nel 2017 Diego, insieme alle altre vittime e con il sostegno di Rete L’abuso, farà aprire anche un procedimento civile, che inizierà nell’autunno del 2018, a carico della Curia, i suoi esponenti e don Silverio Mura, e al quale testimonieranno anche altre vittime, tra cui il nuovo nome, quel F.S. citato nel comunicato.

    Il resto è storia recente. Il 7 e l’8 aprile scorso tutte le vittime si riunirono per un sit-in di protesta davanti al Duomo di Napoli dove chiesero non solo chiarezza, ma anche la rimozione del cardinale Sepe che intanto aveva ricevuto la notizia del prolungamento della nomina ad Arcivescovo di Napoli per altri due anni, dal prossimo giugno. Fu proprio durante la manifestazione, che da Largo Donnaregina uscì fuori il comunicato che, come detto sopra, ufficializzò la riapertura del caso per volontà di Papa Francesco.

    Giuseppe Cesareo

  • Pedofilia, la Chiesa è troppo egoista per sconfiggerla davvero

    Pedofilia, la Chiesa è troppo egoista per sconfiggerla davvero

    di Marco Marzano

    Quella raccontata da Andrea Cattaneo ed Ersilio Mattioni sull’ultimo numero di Fq Millennium è una storia di ordinaria pedofilia clericale: in una sera di dicembre del 2011, a Rozzano, periferia milanese, il giovane prete don Mauro Galli convinse la famiglia di Davide, un ragazzino quindicenne che frequentava l’oratorio, a lasciarlo dormire nei locali della parrocchia. Il sacerdote persuase i genitori del giovane che a trascorrere quella notte in parrocchia ci sarebbero stati parecchi coetanei di Davide. E invece ad un certo punto i ragazzi andarono via tutti, Davide rimase da solo e don Mauro se lo portò nel letto facendolo accomodare accanto a sé sotto le lenzuola. Il giorno seguente, la mamma e il papà di Davide vennero avvisati dalla scuola che il ragazzo non stava bene, che c’era qualcosa che non andava. Seguirono la scoperta di quello che era avvenuto la sera prima, il tentativo di ottenere giustizia dalla diocesi, un tentativo di suicidio del ragazzo, la denuncia ai carabinieri, il processo a don Mauro.

    La vicenda suggerisce alcune considerazioni:

    1. La burocrazia ecclesiale ha operato avendo a cuore soprattutto il proprio bene. Il bene di non perdere un suo funzionario è quello che spiega il precipitoso trasferimento del prete in una parrocchia pochi chilometri più a Nord. A quel primo spostamento ne seguiranno altri: a Roma, in vari ospedali milanesi e nella nuova sconosciuta residenza di oggi. Mettere al riparo dai guai una propria preziosa pedina in tempi di difficile reclutamento di nuovi effettivi sembra essere stato, almeno all’inizio, un obiettivo prioritario, in nome del quale, lo si legge nell’articolo di Cattaneo e Mattioni, si è potuto anche arrivare a dire alla comunità di fedeli di Legnano dove il giovane sacerdote era stato ricollocato (come responsabile della pastorale giovanile di quattro oratori!) dopo l’episodio increscioso, che il povero prete transfuga da Rozzano stava tentando di sfuggire alla persecuzione messa in atto dalla famiglia di un adolescente difficile scappato di casa che lui aveva generosamente accolto in parrocchia. La famiglia persecutrice sarebbe quella di Davide, il perseguitato don Mauro.

    Una sollecitudine analoga per la sorte del proprio funzionario è quella che ha portato l’attuale vescovo di Milano (allora vicario di Scola) Mario Delpini, in un primo tempo a ringraziare i familiari per non essersi rivolti alla magistratura e poi, quando le cose si sono messe male per il giovane prete, a cercare più volte di incontrarlo e a metterlo infine in contatto con l’avvocato della Curia. Protezione della risorsa umana minacciata e tutela dell’immagine e del decoro dell’istituzione ecclesiale. I principi guida dell’istituzione paiono essere stati questi.

    2. Il vertice del cattolicesimo non sembra particolarmente sensibile al tema della lotta alla pedofilia dei propri uomini. Pochi mesi fa, Mario Delpini è stato nominato vescovo di Milano e nel gennaio di quest’anno, nel corso della sua visita in Cile, papa Francesco ha esplicitamente dichiarato che quelle contro il vescovo Barros, accusato di aver ripetutamente protetto un prete pedofilo, erano tutte calunnie, che contro l’alto prelato non c’era uno straccio di prova.

    Jorge Mario Bergoglio ha poi fatto, nelle settimane successive e in seguito alla fortissima reazione negativa che le sue parole hanno prodotto tra i fedeli e nell’opinione pubblica cilena e mondiale, una vigorosa marcia indietro, sostenendo di essere stato male informato. Intanto quelle parole sono state pronunciate e non potevano certo nascere da un giudizio improvvisato. Io credo che molti dirigenti ecclesiali siano, da un lato, perfettamente consapevoli dell’enorme minaccia che proviene, per la reputazione della loro organizzazione, dall’esplosione di casi come quello di Rozzano, ma che dall’altro non riescano a modificare davvero le loro reazioni e i loro comportamenti. E non vi riescono perché al fondo non vogliono e non possono, a mio parere, accettare l’idea che si diffonda nel pubblico, tra i credenti, l’idea che l’istituzione “sacra” per eccellenza, la mediatrice di salvezza per tutti i peccatori, accolga, educhi e promuova così tanti autori di un crimine orrendo come la pedofilia, perché non vogliono e non possono prendere in considerazione l’idea che il modo in cui formano il clero nei seminari sia una delle cause che produce la patologia successiva.

    In attesa che la Chiesa inizi a riflettere su tutto questo, ai genitori di ragazzini che disgraziatamente finissero nella situazione di Davide mi sento di consigliare di rivolgersi subito alla “Rete l’ABUSO”, l’associazione che ha aiutato i genitori di Rozzano e tante altre vittime di preti pedofili, e soprattutto ai carabinieri. E di esigere dallo Stato e dall’intera comunità civile che venga fatta, e al più presto, giustizia. Nell’interesse loro e di noi tutti.

    L’inchiesta completa di Andrea Cattaneo ed Ersilio Mattioni è sul numero Fq Millennium di aprile, per gli ultimi giorni in edicola e disponibile sullo shop online

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/27/pedofilia-la-chiesa-e-troppo-egoista-per-sconfiggerla-davvero/4320658/

  • Brescia, abusi su un minore: pm chiede 10 anni per sacerdote

    Brescia, abusi su un minore: pm chiede 10 anni per sacerdote

    Brescia, 24 aprile 2018 – E’ accusato di aver abusato di un ragazzino di 14 anni. Il pm di Brescia Ambrogio Cassiani ha chiesto la condanna a dieci anni per don Angelo Blanchetti, l’ex parroco di Corna di Darfo, in Valcamonica, arrestato nel 2016.

    La vicenda era emersa alla fine della primavera del 2016 quando il ragazzino aveva deciso di confidarsi prima a un religioso e quindi alla famiglia raccontando quello che avrebbe subito da don Blanchetti che lo stava seguendo nel percorso verso il battesimo. L’adolescente aveva poi confermato il suo racconto anche agli inquirenti. “Gli abusi avvenivano nella cucina dell’appartamento del parroco – aveva spiegato il giovane descrivendo anche la coperta su cui erano consumati i rapporti – Il don mi diceva che se avessi raccontato quello che accadeva tra di noi sarei finito all’inferno»” Tutto sarebbe durato per 18 mesi: a metter fine a tutto l’intervento dei carabinieri che nel giugno del 2016 hanno fermato il parroco inizialmente finito ai domiciliari, poi sottoposto all’obbligo di dimora e quindi nuovamente ai domiciliari dopo essere stato sorpreso lontano dal Comune dove avrebbe dovuto risiedere.

    Don Blanchetti ha sempre negato ogni addebito. Dopo la denuncia fatta dal ragazzino un’altra persona aveva raccontato di essere stata abusata dal parroco. “Avevo nove quando ho subito gli abusi, adesso ne ho 35 – aveva scritto prima su un social network l’uomo ribadendo il tutto anche agli inquirenti – Il quel periodo don Angelo era viceparroco ad Artogne”. Per queste eventuali violenze don Blanchetti non potrebbe essere processato in quanto ampiamente prescritte.

  • SAVONA; minori potenzialmente a rischio in alcune scuole impossibilitate a fare prevenzione

    SAVONA; minori potenzialmente a rischio in alcune scuole impossibilitate a fare prevenzione

    Di Francesco Zanardi

    Pochi giorni fa si è rivolto alla Rete L’ABUSO un gruppo di genitori allarmati per la presenza – nella scuola frequentata dai figli – di un inserviente (bidello) già denunciato nel 2016 perchè sorpreso mentre sbirciava le ragazzine nei bagni di una scuola presso cui lavorava. Una preoccupazione legittima, a fronte della quale, però, non vi è soluzione, tranne quella di togliere i figli da scuola.

    Malgrado l’episodio già denunciato nel 2016 sia stato portato ancora una volta all’attenzione dei dirigenti della scuola, questi non hanno modo di intervenire e, come loro, i Carabinieri che raccolsero la denuncia all’epoca. L’unica rassicurazione data ai genitori dai dirigenti della scuola, è stata “sappiamo e lo teniamo d’occhio”.

    Un pò poco non vi pare?

    Vale la pena di esaminare questo episodio sotto l’aspetto del diritto e confrontarlo con altre situazioni analoghe che, però, non si comprende per quale motivo, reagiscono con dinamiche opposte.

    La Costituzione Italiana dà ai cittadini una serie di garanzie, le c.d. garanzie costituzionali, dalle quali derivano i nostri diritti. Le priorità sono chiarissime: per avere dei diritti occorrono delle garanzie, e appare ovvio che il diritto non può prevaricare le garanzie, altrimenti queste vengono meno.

    Nel caso in questione però vediamo che il diritto dell’inserviente, prevarica abbondantemente le garanzie dei minori, fino ad annullarne totalmente il diritto alla tutela, cioè la prevenzione.

    Nella sostanza, l’inserviente non può essere allontanato dalla scuola – non dico licenziato ma messo a lavorare dove non ci sono minori – perché il lavoro è un suo diritto. Al tempo stesso però, è potenzialmente pericoloso per i minori, ha già una denuncia, ma questo non basta per la legge italiana ad avviare precauzioni preventive, perché il delitto non si è di fatto consumato.

    Vediamo il rovescio della medaglia: il diritto alla tutela per i minori, un diritto che viene palesemente infranto già solo per la mancata prevenzione.  Stando ai fatti, in questo caso una persona con un precedente – non di reato, ma di palese potenzialità a commetterlo – non viene allontanata dalle potenziali vittime.

    IL PARADOSSO.

    Trattiamo ora sullo stesso piano una situazione analoga, la prevenzione degli incidenti stradali.

    Come dovrebbe essere per i potenziali molestatori, nel caso della prevenzione stradale, se guidi con un tasso alcolico superiore allo 0,6 puoi essere un potenziale rischio per la collettività, quindi, per evitare che tu possa fare danni, ti viene tolta la patente.

    Analizziamo e confrontiamo: ti tolgono la patente non perché hai consumato il reato, anzi, magari in tutta la tua vita non hai avuto mai neppure un incidente (situazione quasi analoga a quella dell’inserviente, che a differenza, è già stato denunciato), ma perché il tuo comportamento potrebbe essere rischioso per la collettività.

    Il ragionamento in questo caso non fa una piega e le garanzie costituzionali funzionano a dovere perché negano un diritto, quello di guidare (nel caso del bidello sarebbe limitato solo al lavoro con i minori) per tutelare la collettività, il diritto quindi non prevarica in questo caso le garanzie, ma le rafforza.

    Considerato che i minori, proprio per la minore età, hanno diritto (per gli adulti un dovere) ad una maggiore tutela, perché non vengono trattati e tutelati dallo Stato con lo stesso principio?

    Francesco Zanardi

    Presidente Rete L’ABUSO

  • Tieni la bocca chiesa

    Tieni la bocca chiesa

    di Ersilio Mattioni e Andrea Cattaneo

    Un ragazzo di quindici anni che denuncia abusi sessuali da parte di un sacerdote, tre anni di bugie e di depistaggi, un tentato suicidio, un risarcimento da 150.000 euro. Poi, davanti al tribunale di Milano, comincia un processo a porte aperte, dove decine di cronisti ascoltano e prendono appunti. Emergono, carte alla mano, le responsabilità dei vertici della Chiesa, che hanno mentito e cercato di insabbiare lo scandalo di don Mauro Galli, prete novello in quel di Rozzano, nel Milanese. Ma sulla vicenda cala l’imbarazzante silenzio di tutti i media, salvo piccole eccezioni. Un articolo sulle pagine locali de “Il Giornale”, un servizio su “Fanpage” e un gruppo di giornalisti inviperiti per aver subito la censura. Fine. Eppure i nomi coinvolti sono altisonanti, a cominciare da monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano e all’epoca del fatti vicario episcopale. È lui a gestire l’emergenza, a decidere di spostare don Mauro a Legnano, in un altro oratorio a pochi chilometri di distanza, di nuovo a contatto coi ragazzini. È lui a mentire alla famiglia della vittima, premurandosi però di ringraziarla per non essersi rivolta all’autorità giudiziaria. Ed è sempre lui a contattare il prete accusato di pedofilia, procurandogli un avvocato e raccomandandogli di stare «attentissimo», di non parlare al telefono.

    Una figura poliedrica e controversa, quella di monsignor Delpini. Che nel luglio 2017, quando lo scandalo è noto persino in Vaticano, viene nominato da Papa Francesco arcivescovo di Milano, con un chiosa che sembra non lasciare dubbi circa il suo profilo: «È l’uomo giusto al posto giusto». Delpini, in effetti, sa come muoversi, tesse rapporti e proietta all’esterno una precisa immagine di sé, quella del sacerdote in mezzo alla gente. Da capo della Chiesa ambrosiana, si fa fotografare mentre esce dalla Curia in sella alla sua bici, tra i flash dei fotografi e la gloria terrena, il giorno dopo, su tutti i giornali. Quando i politici parlano, lui ascolta. E se risponde, come al leader della Lega, Matteo Salvini, che in campagna elettorale giura sulla Bibbia, lo fa con prudenza: «Nei comizi si parli di politica». Segue un democristianissimo consiglio ai neo diciottenni, che lascia aperta ogni possibilità: «Fate del vostro voto il segnale di un’epoca nuova». Per Delpini, gli applausi a scena aperta sono tanti e sono noti. I fischi dietro le quinte, invece, vengono soffocati. Anche se le critiche piovono da tutte le parti, dai superiori e dai sottoposti. Don Giorgio De Capitani, un prete scomodo, lo definisce «la mummia imbalsamata» e si chiede se la diocesi più grande del mondo «riuscirà mai a uscire a testa alta da questa insostenibile situazione». Il cardinale Angelo Scola lo definisce «maldestro» nella gestione dell’ennesimo caso di pedofilia. Mentre don Carlo Mantegazza e don Alberto Rivolta, parroci a Rozzano, dove si sarebbe consumato l’abuso, parlano così al telefono: «Aspettiamo cosa, che ci arrestino tutti per pedofilia? (…) Lui (Delpini, ndr) la fa sempre facile (…) Sì, è un minimalista del cazzo».

    Tutto ha inizio il 19 dicembre 2011. Davide – nome di fantasia – viene invitato a passare la notte in parrocchia da don Mauro, suo padre spirituale, che da sei mesi è incaricato di gestire la Pastorale giovanile. Gli impegni in vista del Natale sono molti e il sacerdote chiede ai genitori del ragazzo di lasciarlo dormire in oratorio. La famiglia accetta, pensando che la proposta sia estesa a tutti gli adolescenti. Ma così non è. Dopo cena i ragazzi se ne vanno e Davide scopre di essere l’unico ad aver ricevuto l’invito per la notte. La casa è grande. C’è una stanza degli ospiti, un soggiorno con divano letto e una camera matrimoniale. Eppure don Mauro e il quindicenne dormono nello stesso letto.

    Il giorno dopo la madre di Davide riceve una chiamata dalla scuola, suo figlio sta male. Quando la donna arriva, lo trova in stato di choc: non parla e ha lo sguardo perso nel vuoto. Una volta in macchina, la mamma riesce a ottenere una reazione: «È successo qualcosa stanotte?», chiede. «Quello che puoi immaginare», risponde Davide. I genitori allarmati chiamano i parroci, don Alberto e don Carlo. Quest’ultimo incontra don Mauro, che ammette di aver passato la notte con il giovane nello stesso letto e di averlo abbracciato per evitare che cadesse. Nega di aver avuto rapporti sessuali con lui. I sacerdoti allertano i loro superiori. È la vigilia di Natale e Delpini, all’epoca vicario di zona, si precipita a Rozzano. Alla Polizia, che lo interroga tre anni dopo, racconterà: «Don Carlo mi disse al telefono che Davide aveva segnalato presunti abusi sessuali commessi da don Mauro». A Delpini, dunque, viene riferita ogni cosa. Ma lui decide – e rivendicherà poi la scelta – di spostare don Mauro a Legnano, dove lo nomina, il primo marzo 2012, vicario nella parrocchia di San Pietro e responsabile della Pastorale giovanile nelle parrocchie di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. Sembra più una promozione che una punizione, se si considera che gli oratori da gestire non sono più due, bensì quattro.

    Mentre la Curia si adopera per archiviare lo scandalo, i genitori di Davide vengono a sapere cinque mesi dopo, quasi per caso, che don Mauro è ancora a contatto con gli adolescenti. Così chiedono un incontro ai vertici della Diocesi. Parlano prima con monsignor Pierantonio Tremolada (responsabile della formazione permanente del clero) e poi con Delpini, divenuto nel frattempo vicario generale.

    La famiglia registra gli incontri di nascosto e gli audio finiscono nelle carte del processo. Dai colloqui emerge un particolare inedito sullo spostamento di don Mauro. Ai parrocchiani di Legnano viene raccontato che questo giovane prete ha bisogno di cambiare aria: a Rozzano ha accolto in oratorio Davide, un ragazzo difficile scappato di casa. Da allora i genitori dell’adolescente lo perseguitano, accusandolo di assecondare il comportamento del figlio. Una colossale bugia per tenere nascosti i presunti abusi. Le voci però circolano e arrivano all’orecchio di un parroco, don Piero Re. Il sacerdote indaga e svela le menzogne raccontate dalla Curia ai parrocchiani legnanesi. Tremolada lo rimbrotta: «Doveva tenere il segreto, non avrebbe potuto dirlo». I genitori di Davide non sono soddisfatti, chiedono spiegazioni più convincenti e il 24 settembre 2012 vengono convocati da Delpini. Il registratore è sempre acceso. L’allora vicario generale li mette in guardia: «Basta una notizia di un abuso per farlo diventare un titolo sul giornale. Questa è una cosa che ci ferisce molto, perché noi preti non ci sentiamo tutti pedofili». Poi ringrazia la famiglia per «aver scelto questa strada invece che l’altra», cioè il dialogo al posto della denuncia. Poco dopo quest’incontro don Mauro lascia Legnano e viene trasferito al Seminario Pontificio Lombardo di Roma.

    Rassicurata la famiglia, per Delpini il caso è chiuso. Ma le condizioni di Davide peggiorano e il 10 luglio 2014 il giovane tenta il suicidio. Sul posto, oltre ai medici, arrivano anche i Carabinieri. Agli uomini dell’Arma il ragazzo confida: «Sono stato abusato da un prete». Parte, finalmente, la denuncia. Mentre Davide è ricoverato, trova la forza di confidarsi anche con mamma e papà. Chiede di non essere interrotto né guardato, tira il lenzuolo sopra la testa e racconta: «Di notte, mentre lui credeva che io dormissi, mi ha lentamente tolto i pantaloni del pigiama e le mutande”. Poi il quindicenne descrive ogni dettaglio, anche il più scabroso. E conclude: “È andato avanti per almeno due ore».

    Iniziano le indagini della Procura e le intercettazioni telefoniche. Agli amici don Mauro confida l’interessamento dell’attuale Arcivescovo di Milano per levarlo dagli impicci: «Ho ricevuto una mail da Delpini, che diceva: “Sei da queste parti? Telefonami, scrivimi, che ho bisogno di vederti”. Allora io, anche se ero all’estero, l’ho chiamato subito. Mi ha detto: “No, dai, fissiamo un appuntamento. Così ci vediamo giovedì, che ho bisogno di dirti delle cose”. La prima domanda che gli ho fatto è stata: “Mi devo preoccupare? Ho combinato ancora qualcosa?”. E lui: “No no, il problema non è quello che hai combinato tu, ma quello che hanno combinato gli altri (la telefonata arriva un mese dopo la denuncia, ndr). Non è il caso che ne parliamo per telefono. Dobbiamo stare molto attenti”. Ha chiuso così». Don Mauro tradisce un certo nervosismo: «Sono cazzi amari». Ma Delpini non lo abbandona. Anzi, gli fissa un appuntamento con l’avvocato della Curia, Mario Zanchetti, che già difende diversi sacerdoti accusati di molestie sessuali, tuttora suo legale di fiducia.

    A dispetto delle bugie, la fede non vacilla. La famiglia di Davide, cattolica fervente, non smette di credere che, dentro la Chiesa, qualcuno possa fare giustizia. Decine di lettere vengono spedite alla Curia di Milano e al Vaticano. Giungono le risposte, alcune nette e rassicuranti, ma alle parole non seguiranno i fatti. Il 16 novembre 2015 il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano prima di Delpini, informa che don Mauro sarà sottoposto a processo ecclesiastico, del cui esito non si avranno mai notizie. Scola non spiega invece perché, dal 2011 al giorno della denuncia, nessun provvedimento venga assunto nei confronti del prete sospettato di pedofilia, sospeso soltanto dopo lo scoppio dello scandalo. L’allora arcivescovo, tuttavia, non lesina critiche a Delpini: «Non è stato valutato con adeguato rigore il fatto già di per sé assai grave che don Mauro abbia passato la notte con un minore condividendo lo stesso letto. Improvvida è stata la scelta di trasferire don Mauro in un contesto pastorale che gli consentisse ancora una volta il contatto coi minori».

    Ma anche in Vaticano sanno tutto. La prova è in una lettera del 22 marzo 2016, firmata dal nunzio apostolico del Papa, Adriano Bernardini, che risponde alla famiglia di Davide: «Le vostre missive sono regolarmente giunte alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Inoltre, circa le accuse mosse ai collaboratori dell’arcivescovo (Delpini e Tremolada, ndr) esse saranno debitamente esaminate». Eppure, nonostante bugie e depistaggi siano acclarati, il 2017 è anno di promozioni: Tremolada viene nominato vescovo di Brescia e Delpini arcivescovo di Milano. Papa Francesco ha sempre mostrato i muscoli, quando c’è di mezzo la pedofilia. Viene da chiedersi perché abbia promosso Delpini, elogiandolo: finge di essere all’oscuro oppure non è stato informato dai suoi più stretti collaboratori?

    Intanto a Milano comincia il processo, con una prima sorpresa: 150.000 euro vengono versati alla famiglia di Davide, che il 12 dicembre ritira la costituzione di parte civile. Di questi soldi, 50.000 euro sono il risarcimento per le spese legali e mediche già sostenute. Le difficoltà sono molte, i conti da pagare salati. Davide e i suoi cari, al loro fianco, hanno “Rete l’Abuso”, l’unica associazione italiana che da anni si batte per tutelare le vittime dei preti pedofili. Da notare che alla somma di 150.000 euro si arriva dopo un’estenuante trattativa, perché all’inizio sul tavolo vengono messi 15.000 euro e non un centesimo di più. Poi una perizia quantifica i danni subiti dal ragazzo in 416.000 euro. Così l’offerta si moltiplica per dieci. Ma chi ha pagato? La Curia nega di aver scucito un quattrino. A risarcire è stato don Mauro in persona, consegnando un assegno circolare, cioè denaro contante, emesso da una filiale UBI Banca di Cislago, in provincia di Varese, dove il prete è nato e cresciuto, nonché ancora residente. Curioso che il sacerdote, identificato come “nullatenente” nell’interrogatorio del 14 dicembre 2016, sia riuscito ad accumulare una tale liquidità nel volgere di un solo anno.

    Tanto più che don Mauro non sembra condurre una vita propriamente monastica. Dai fatti del 2011 a oggi è impossibile ricostruire tutti i suoi spostamenti: Legnano nel 2012 e Roma nel 2013, ma anche Milano, prima come cappellano all’ospedale Niguarda e poi alla clinica San Giuseppe, infine di nuovo Roma, dove ha sede quella che dovrebbe essere la sua attuale dimora: il Seminario Pontificio Lombardo. Condizionale d’obbligo, perché da qualche mese non risulta più lì. Risultano invece le sue vacanze sia in Italia nell’Alto Lazio sia all’estero, al mare in Croazia e in Romania. E, dalle telefonate, spuntano le serate mondane. Una volta al concerto di Max Gazzé a Milano, un’altra al ‘Verve’ di Solaro, nel Varesotto. Oppure in Brianza, al ‘Pork ‘N’ Roll’ di Carnate. Qui però il sacerdote declina l’invito, ma solo per ragioni tecniche: non ha la macchina e gli servono i mezzi pubblici per tornare. Troppo complicato.

    In ore e ore di intercettazioni telefoniche, tra don Mauro e tanti altri sacerdoti, non si sente una parola di conforto, o anche solo di solidarietà, per Davide e il suo dramma. L’impressione è che Santa Romana Chiesa sia impegnata nella solita ‘grande’ missione: salvaguardare se stessa e il suo buon nome agli occhi del mondo. Il resto sono seccature.

    di Ersilio Mattioni e Andrea Cattaneo

    per FQ MILLENNIUM aprile

  • Abusi sessuali per mano di un sacerdote? Inizia l’ascolto della presunta vittima

    Abusi sessuali per mano di un sacerdote? Inizia l’ascolto della presunta vittima

    È cominciato in mattinata, presso il Tribunale dei Minorenni l’incidente probatorio. Nella prossima udienza camerale, il pm, gli avvocati ed i consulenti tecnici potranno rivolgere alla 13enne, le domande che riterranno più opportune per far luce sulla delicata vicenda.

    È cominciato, in mattinata, l’incidente probatorio per ascoltare la 13enne, presunta vittima di abusi sessuali per mano di un sacerdote. Innanzi al gip Cinzia Vergine, presso il Tribunale dei Minorenni, ha, dunque, preso inizio “l’ascolto protetto” alla presenza di una psicologa. La giovane, per circa cinque ore, ha risposto alle domande, ma sul contenuto delle risposte vige il massimo riserbo. Il giudice ha rinviato al 31 maggio prossimo, per continuare a sentire la ragazza. Nella prossima udienza camerale, il pubblico ministero, gli avvocati ed i consulenti tecnici potranno rivolgere alla 13enne, tramite il gip, le domande che riterranno opportune per far luce sulla delicata vicenda. Le dichiarazioni verranno poi vagliate dal consulente tecnico nominato dal giudice ( dr.ssa Francesca Panico), per accertarne l’attendibilità. Nel frattempo, anche i legali e la Procura hanno nominato un proprio consulente di parte.

    L’inchiesta

    Nella richiesta d’incidente probatorio inoltrata al gip, a firma del pm Stefania Mininni, comparivano i nomi dei tre indagati: il prete risponde di violenza sessuale aggravata, con riferimento a palpeggiamenti, avances di natura sessuale ed anche a rapporti “completi” con la ragazzina.

    La madre è accusata dello stesso reato, ma per presunte “molestie” che si sarebbero consumate tra le mura domestiche. Si tratterebbe anche in questo caso, di un’accusa tutta da verificare. Inoltre, il genitore risponde delle ipotesi di reato di false informazioni al pubblico ministero e favoreggiamento personale. Avrebbe riferito di non aver più avuto contatti telefonici con il sacerdote, dal momento in cui la figlia era stata allontanata da casa, dopo il provvedimento del Tribunale dei Minori. In realtà, ritiene la Procura, la donna avrebbe mantenuto contatti quasi quotidiani con il prete, anche attraverso una terza persona. Non solo, poiché la signora lo avrebbe aiutato ad eludere le indagini, consigliandogli di non utilizzare i social network o schede telefoniche che già utilizzava.

    Infine, risulta indagata la nonna della ragazzina, sempre con l’accusa di false informazioni al pubblico ministero, poiché non avrebbe detto tutta la verità al pm, sulla presunta relazione tra il sacerdote e la madre della presunta vittima. In particolare, “tacendo” su una vacanza al mare di cinque giorni, trascorsa dalla figlia con il sacerdote.

    Le accuse al prete

    Le accuse al prete hanno preso avvio dalla denuncia di una zia (parente del padre) residente in Campania della 13enne, depositata nell’agosto scorso.

    I fatti contestati si sarebbero verificati tra dicembre del 2016 e giugno del 2017, in un paese dell’hinterland di Lecce. Il sacerdote non è stato mai sospeso dalla Curia che lo ritiene assolutamente estraneo ai gravi addebiti contestatigli.

    Durante le indagini, condotte dai Carabinieri del Norm di Lecce, sono stati sequestrati il telefonino del parroco e della presunta vittima, per essere analizzati da un perito informatico nominato dalla Procura. Nel frattempo sono stati depositati gli esiti della consulenza, eseguita dal dr. Claudio Leone.

    La ragazza è stata anche sentita, attraverso un primo “ascolto protetto”, alla presenza di una psicologa. Per due volte. Anzitutto, subito dopo la denuncia, ma anche in seguito alla visita ginecologica che non avrebbe riscontrato i segni di una violenza sessuale.

    Il ruolo della famiglia

    Dunque, sulla scorta di questi accertamenti, la Procura intende verificare la fondatezza delle accuse. Anche nei confronti della madre. Ciò che è certo, è che ci si trova di fronte ad un contesto familiare degradato, caratterizzato da un’accesa conflittualità e segnato anche da difficoltà economiche. I genitori sono da tempo separati e il padre ha una recente condanna penale alle spalle.

    Sullo sfondo di questo complesso quadro, emergerebbe il ruolo del prete. Una figura di “supporto” ad una famiglia segnata da enormi difficoltà e conflittualità,con un continuo “rimpallo” di responsabilità? Il sacerdote, infatti, pur non essendo un “amico di famiglia” in svariate occasioni si sarebbe offerto di dare una mano anche dal punto di vista economico. Oppure, il prete avrebbe approfittato della fiducia incondizionata accordatagli dalla famiglia per molestare la 12enne? Domande a cui daranno una risposta nei prossimi mesi gli inquirenti.

    Il sacerdote è assistito dai legali Stefano De Francesco e Vittorio Vernaleone. La madre e la nonna della minore sono invece difese dall’avvocato Francesco Cavallo. Invece, il padre della persona offesa, è assistito dal legale Benedetto Scippa. È stata invece nominata nelle vesti di curatrice speciale della 13enne, l’avvocato Agnese Caprioli.

    http://www.leccenews24.it/cronaca/abusi-sessuali-inizia-ascolto-vittima-sacerdote.htm

  • Presunti abusi in gita da parte di un prete: la denuncia arriva 16 anni dopo

    Presunti abusi in gita da parte di un prete: la denuncia arriva 16 anni dopo

    „A raccogliere la testimonianza del 30enne è stata la Rete L’ABUSO, mentre la Procura sta indagando per fare luce sulla vicenda che si sarebbe verificata intorno alla metà degli anni ’90”

    Solamente oggi ha trovato la forza per denunciare ciò che avrebbe subito nella metà degli anni ’90, quando nel corso di una gita estiva con la parrocchia in una villa del veronese avrebbe subito abusi da un prete, e ora toccherà alla Procura fare luce su questa vicenda.

    È stata la Rete L’ABUSO a raccogliere la testimonianza della vittima (indicata come Giorgio, nome di fantasia), che quella notte si sarebbe recata nella camera del religioso insieme ad un amico. 

    Dal racconto della vittima emerge che il prete era piuttosto chiacchierato tant’è che quando abbiamo verificato le testimonianze fornite dalla presunta vittima, è emerso, proprio da una di quelle persone che in quella gita erano i responsabili dei ragazzi, il ricordo chiaro proprio di quella sera. La prima risposta che da il testimone appena gli viene fatto il nome del prete è “ il maniaco? ”, poi racconta che ci fu un’accesa discussione quando il prete comunicò allo staff che i due ragazzi avrebbero dormito con il prete, lui si oppose, ma poi intervennero altre due persone dello staff e finirono a dormire con il prete. Ricorda che la mattina successiva Giorgio e il suo amico erano “sconvolti”.

    Sempre secondo l’associazione, Giorgio avrebbe portato con sé le problematiche dell’episodio avvenuto quando aveva 14 anni e, al loro riemergere dopo la nascita di suo figlio, ha deciso di affrontare il prete.

    Qui il racconto si fa quasi rocambolesco perché dopo quella visita nella quale Giorgio non cercava nulla di più che l’ammissione del prete, viene convocato dai carabinieri e scopre che il prete lo ha querelato.

    Sarà dunque la Procura ad indagare sul caso per cercare di stabilire se ci sia o meno un fondo di verità. 

     

    http://www.veronasera.it/cronaca/presunti-abusi-prete-gita-denuncia-14-anni-dopo-23-marzo-2018.html

  • PESCARA; Presunti abusi durante una gita nel veronese, la presunta vittima affronta il prete, lui lo querela.

    PESCARA; Presunti abusi durante una gita nel veronese, la presunta vittima affronta il prete, lui lo querela.

    “Allora io avevo 14 anni e avevo appena conseguito la licenza media e mia madre per premiarmi mi mando li”.

    Di Francesco Zanardi

    Inizia così il racconto di Giorgio (nome di fantasia) oggi trentenne, il ricordo di quella gita che oggi, dopo la nascita di suo figlio è riemersa nei suoi ricordi.

    I fatti risalgono alla metà degli anni 90 e sarebbero avvenuti durante una gita estiva con la parrocchia in una villa del veronese e non riguarderebbero solo Giorgio, ma anche un suo amichetto di allora che verso gli ultimi giorni di quella settimana in gita con la parrocchia, fu invitato insieme a Giorgio a dormire nella camera del prete.

    Dal racconto della vittima fatto alla Rete L’ABUSO emerge che il prete era piuttosto chiacchierato tant’è che quando abbiamo verificato le testimonianze fornite dalla presunta vittima, è emerso, proprio da una di quelle persone che in quella gita erano i responsabili dei ragazzi, il ricordo chiaro proprio di quella sera. La prima risposta che da il testimone appena gli viene fatto il nome del prete è “ il maniaco? ”, poi racconta che ci fu un’accesa discussione quando il prete comunicò allo staff che i due ragazzi avrebbero dormito con il prete, lui si oppose, ma poi intervennero altri due persone dello staff e finirono a dormire con il prete. Ricorda che la mattina successiva Giorgio e il suo amico erano “sconvolti”.

    Dopo quella gita neppure Giorgio fu graziato dalle tante problematiche che l’abuso sessuale porta a chi lo subisce, ma poco dopo la nascita del figlio, il riemergere di quel ricordo lo ha portato a voler approfondire ed è così che ha affrontato il prete.

    Qui il racconto si fa quasi rocambolesco perché dopo quella visita nella quale Giorgio non cercava nulla di più che l’ammissione del prete, viene convocato dai carabinieri e scopre che il prete lo ha querelato.

    Al momento ci riserviamo di fare il nome del prete nei confronti del quale è stata sporta formale querela, ci limitiamo a dire che il sacerdote è ancora in servizio e sia lui, sia la diocesi di Pescara – Penne sono state messe in mora, quindi sono informate.

    Francesco Zanardi

  • Abusi sui chierichetti, Don Peschiulli trasferito nel carcere di Brindisi per scontare la pena

    Abusi sui chierichetti, Don Peschiulli trasferito nel carcere di Brindisi per scontare la pena

    BRINDISI- Don Peschiulli, l’ex parroco della Chiesa di Santa Lucia, è stato arrestato e trasferito nel carcere di Brindisi. L’uomo condannato per violenza sessuale su minore con abuso di autorità dovrà scontare tre anni e otto mesi di reclusione. L’ordinanza di  esecuzione della carcerazione è stata eseguita lo scorso 6 marzo dai carabinieri della Stazione Centro di Brindisi. Pare che Peschiulli alla vista dei militari abbia accusato un malore tanto da richiedere l’intervento del 118. Don Giampiero Peschiulli, già sottoposto alla misura degli arresti domiciliari,  era  stato giudicato con  rito abbreviato. La sentenza era stata emessa dal gip Giuseppe Licci. Per il prete la pubblica accusa, sostenuta da Giuseppe De Nozza, aveva chiesto 3 anni e 4 mesi.

    La storia delle attenzioni di Peschiulli su alcuni minori era venuta fuori dalla trasmissione le Iene che aveva anche mandato alcuni ganci per verificare  l’atteggiamento del parroco sui ragazzi, anche minorenni, proprio come i due chierichetti che lo hanno accusato. Dopo la puntata infatti un altro ragazzino, minorenne, avrebbe raccontato tutto ad una docente. Avrebbe parlato delle particolari attenzioni, con abbracci e baci da parte del prete. Ad avallare la tesi dei denuncianti anche alcune intercettazioni telefoniche. La difesa, sostenuta dall’avvocato Roberto Cavalera, aveva chiesto l’assoluzione.

    I fatti. I  due ragazzini che avrebbero raccontate delle particolari attenzioni del prete servivano messa nella chiesa di Santa Lucia e quando tutto è iniziato non avevano neanche 14 anni. Nel primo caso denunciato il ragazzino avrebbe subito atti sessuali per cinque anni sino al 2012. L’altro più recente racconta delle attenzioni di Don Giampiero Peschiulli per 4 anni sino ad ottobre 2015. Atti sessuali, che si sarebbero perpetrati prima e dopo la messa.  “atti sessuali consistiti nel dare al ragazzo baci sulle guance, nel farsi baciare dal ragazzo sulle guance, nell’abbracciarlo dopo averlo tirato a sé con forza, nel dargli la mano incrociando le sue dita con quelle della mano del ragazzo, nell’accarezzargli le cosce e le braccia, nell’infilare la sua mano – nella prima delle due occasioni nel mentre il ragazzo era seduto innanzi a lui e si stava confessando e nella seconda nel mentre il ragazzo si accingeva a prelevare dal luogo in cui erano riposti, il calice ed i paramenti sacri – al di sotto dei pantaloni e delle mutande del ragazzo e nel toccargli e palpeggiargli il sedere ed, infine, consistiti nel prendere il capezzolo sinistro del ragazzo e nello stringerlo al punto da provocargli un forte dolore”.

    Abusi sui chierichetti, Don Peschiulli trasferito nel carcere di Brindisi per scontare la pena