Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Intransigente coi preti pedofili. Vaticano non invita vescovo di Dublino, all’incontro sul tema a febbraio 2012. Tempi biblici per affrontare il problema

    Intransigente coi preti pedofili. Vaticano non invita vescovo di Dublino, all’incontro sul tema a febbraio 2012. Tempi biblici per affrontare il problema

    7/07/2011
    Vaticano, il mancato invito all’arcivescovo di DublinoDiarmuid Martin
    L’intransigenza del presule irlandese nei confronti dello scandalo pedofilia sarebbe all’origine dell’esclusione tra i relatori al simposio di febbraio a Roma

    Giacomo Galeazzi Città del Vaticano

    Troppo radicale nei metodi usati nella lotta agli abusi sessuali del clero. L’arcivescovo di Dublino e primate d’Irlanda, Diarmuid Martin non è stato invitato all’incontro dedicato ai preti pedofili che avrà luogo a febbraio in Vaticano. Monsignor Martin è vescovo non amato da tutti nei dicasteri della Curia romana per un eccesso di intransigenza e di visibilità pubblica sugli scandali del sesso. Un’impostazione apparsa a molti di stampo giustizialista e non adeguatamente rispettosa delle garanzie degli accusati. L’arcivescovo di Dublino non figura nella lista dei relatori convocati dalla Santa Sede per la conferenza di febbraio sugli abusi sessuali del clero.

    Nell’episcopato europeo monsignor Martin è stato uno dei principale sostenitori della «linea dura», recentemente ribadita anche in un’intervista al «New York Times» nella quale ha criticato la «lentezza» con cui il Vaticano ha portato avanti la visita apostolica nella Chiesa d’Irlanda al fine di valutare quali misure adottare per risolvere il problema della pedofilia nel clero.

    È stata la columnist Maureen Dowd a rendere nota una conversazione avvenuta tra lei e Martin nella quale il presule, mostrando il proprio disappunto per come la Santa Sede ha gestito fino a oggi il problema “molto sentito” della pedofilia, ha offerto la possibilità di dire la sua in merito: «Martin, da sempre dalla parte delle vittime, è un outsider di una gerarchia» dove spiccano in negativo i nomi del cardinale Bernard Law, ex arcivescovo di Boston che a seguito del deflagrare in diocesi del problema pedofilia si trasferì a Roma per divenire arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore, e di Angelo Sodano, l’ex segretario di stato vaticano «che difese il noto pedofilo e padre di più figli Marcial Maciel Degollado», fondatore dei Legionari di Cristo.

    Difficile dire se Martin si senta descritto da queste parole. Di certo c’è che, come ha scritto il National Catholic Reporter, la Dowd «ha trovato in Martin il suo cavaliere nella gerarchia cattolica». E di certo c’è che, rispetto al problema della pedofilia nel clero Martin, che nella curia romana ha reso il suo lungo servizio dal 1986 al 2001 come sottosegretario e poi segretario di Giustizia e pace, è stato lo scorso anno tra i primi a fare propria con forza la linea di maggior rigore voluta da Papa Benedetto XVI. Una linea che ha avvicinato molto Joseph Ratzinger a Martin, tra i vescovi europei uno coi quali il Pontefice ha oggi maggiore confidenza. Comunque non tutti nella Chiesa apprezzano il modo sopra le righe nel quale monsignor Martin ha pubblicamente espresso il proprio disappunto per come la Santa Sede ha gestito fino a oggi l’emergenza-abusi. Alle accuse di Martin, il Vaticano ha reagito a metà giugno replicandogli ufficialmente che «la visita si è conclusa in conformità alle scadenze previste». E che «lo svolgimento della visita è stato molto proficuo, grazie alla collaborazione di tutti coloro che hanno contribuito a tale scopo». Comunque, se «per diocesi e seminari non saranno necessarie altre indagini», dopo un questionario generale inviato a tutti i monasteri, saranno effettuate ispezioni «in loco ad alcune realtà religiose».

    Alle perplessità di Martin il Vaticano oppone che la visita è andata avanti con la giusta tempistica seppure non tutto è oggi concluso. Manca ancora l’ispezione nelle realtà religiose che è stata affidata all’arcivescovo di New York e capo della Conferenza episcopale statunitense, il cardinale Timothy Dolan. Martin, invece, non sarà tra i relatori alla conferenza sugli abusi di febbraio. Una Chiesa, quella irlandese, che ha bisogno di “rinnovamento” e “riconciliazione”, dopo le ferite degli abusi e il “fallimento” dei credenti a “testimoniare una fede coerente”, ma in cui si intravvedono “segni di speranza”. È questa l’analisi non “pessimistica, ma “realistica” della Chiesa irlandese fatta dall’ arcivescovo di Dublino e primate d’Irlanda. Proprio Dublino sarà sede, nel 2012, del Congresso eucaristico internazionale (“Iec” la sigla in inglese) che ha come tema “L’Eucarestia: comunione con Cristo e dell’uno con l’altro”.

    Monsignor Diarmuid Martin è stato Osservatore permanente della Santa Sede presso la sede di Ginevra delle Nazioni Unite. Nato a Dublino, è stato ordinato sacerdote nel 1969 dopo aver concluso gli studi presso l’Università nazionale d’Irlanda. Successivamente proseguì gli studi presso la Facoltà di Teologia Morale all’Università Pontificia di Roma. E’ stato membro del comitato centrale per il Giubileo del 2000 e Segretario del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace. Per conto della Santa Sede ha partecipato al summit mondiale su progresso e ambiente a Rio de Janeiro nel 1992, alla Conferenza internazionale sullo sviluppo delle popolazioni a Il Cairo nel 1994, oltre ad essere stato capo delegazione in numerose missioni. Monsignor Martin ricopre dal 2004 la carica di arcivescovo di Dublino e ha sempre parlato chiaro sulla situazione della Chiesa irlandese anche in relazione agli scandali sulla pedofilia. “Va sottolineato senza ambiguità – ha più volte dichiarato – che lo scandalo dell’abuso sessuale di bambini da parte di sacerdoti e religiosi in Irlanda è veramente uno scandalo e non un’invenzione dei media”. Una chiesa irlandese da ricostruire, un paese che “ha bisogno sia di laici e atei maturi che di cristiani maturi”.

    L’Irlanda, ammette Martin, è duramente colpita dalla secolarizzazione. “Alcuni fuori dall’Irlanda credono ancora che il Paese sia un bastione del cattolicesimo tradizionale”, spiega. “Si sorprendono scoprendo che a Dublino ci sono parrocchie in cui la presenza alla messa domenicale è del 5% della popolazione cattolica, e in alcuni casi non arriva al 2%. In qualche domenica speciale, il 18% della popolazione cattolica dell’arcidiocesi di Dublino assiste alla messa”. Fin dall’inizio del suo mandato, Martin riflette sui cambiamenti nell’economia irlandese e sulle loro conseguenze culturali, e segnala come sua principale preoccupazione una “crescente frattura tra la Chiesa e i giovani”. Precisa: “Fin da un’età relativamente tenera, si allontanano da qualsiasi contatto regolare con la Chiesa e soprattutto con la messa domenicale. E’ vero che la partecipazione alla messa domenicale non è l’unica statistica che indica un’affiliazione alla Chiesa e alla missione di Gesù Cristo, ma difficilmente è possibile continuare ad essere veramente cristiani se non si hanno per anni contatti con l’eucaristia”.

  • “Ho chiesto aiuto al cardinale, ma lui ha coperto il frate che mi aveva stuprata”

    “Ho chiesto aiuto al cardinale, ma lui ha coperto il frate che mi aveva stuprata”

    Dario Ferri 29 giugno 2011

    L’arcivescovo di Vienna Schönborn denunciato per aver nascosto due casi di abusi sessuali da parte di religiosi della sua diocesi

    Pope Benedict XVI (L) and and Cardinal Christoph Schoenborn during a mass at the in Vienna, Austria, 07 September 2007. The German-born pontiff arrived for a three-day visit to Austria earlier in the day. EPA/ROBERT JAEGER +++(c) dpa – Bildfunk+++

    Il cardinale di Vienna Christoph Schönborn è stato denunciato insieme a due altri religiosi della Chiesa cattolica austriaca in merito ad alcuni abusi sessuali che il porporato avrebbe coperto. L’avvocato della vittima, Werner Schostal , lo ha annunciato alla stampa, spiegando come l’arcivescovo di Vienna avrebbe impedito di far intervenire la magistratura per punire un prete ed un frate francescano che avevano violentato ripetutamente una donna.

    MOLESTIE COPERTE – Nel 1994 un’austriaca che oggi ha 45 anni avrebbe confidato a Christoph Schönborn, all’epoca vescovo ausiliario, di essere stata molestata da un frate francescano tirolese durante le giornate mondiali della gioventù svoltesi dieci anni prima a Roma, quando aveva 17 anni. L’incontro col Papa si sarebbe dunque trasformato in un incubo per la donna, stuprata nell’abitazione del religioso, che ha poi subito ulteriori abusi sessuali negli anni successivi. I casi di violenza sono stati confessati anche dal frate molestatore alla diocesi di Innsbruck, che lo ha sospeso dal suo ruolo di consulente spirituale nelle scuole. La Commissione Klasnic, istituita dalla Chiesa austriaca e dal governo per indagare sugli abusi dei religiosi austriaci, ha riconosciuto la donna come vittima di una violenza sessuale, offrendole un percorso terapeutico per mitigare il trauma degli abusi subiti. Christoph Schönborn non avrebbe però, secondo quanto denunciato dalla donna, denunciato il frate tirolese responsabile delle violenze, coprendolo in modo da impedire l’avvio di un’inchiesta della magistratura.

    NUOVO ABUSO – La donna ha inoltre denunciato il responsabile di Missio Austriaca, un’istituzione religiosa, direttamente dipendente dal Vaticano, responsabile dell’evangelizzazione dei popoli. Il direttore, Leo Maasburg, avrebbe abusato della donna negli anni novanta, dopo che lo stesso cardinale Schönborn le ha consigliato di contattarlo per denunciare la violenza subita in precedenza dal frate francescano. Sia il cardinale di Vienna che il responsabile di Missio Austria hanno respinto le accuse, sulle quali ora indagherà la magistratura. Anche la commissione Klasnic ha avviato un’indagine sull’abuso compiuto da Maasburg, noto in Austria e nel mondo cattolico per essere stato a lungo un accompagnatore di Madre Teresa di Calcutta.

    http://www.giornalettismo.com/archives/131…aveva-stuprata/

  • Bagnasco attacca i magistrati: “situazioni inverosimili, forse costruite”

    Bagnasco attacca i magistrati: “situazioni inverosimili, forse costruite”

    di GIUSEPPE FILETTO  Il cardinale e i demoni di don Seppia “Io, tradito dalla sua doppia personalità”

    È il presidente dei vescovi italiani. È l’arcivescovo di Genova, ma il cardinale Angelo Bagnasco è anche un uomo. Un uomo ferito dalla squallida e dolorosa vicenda di don Riccardo Seppia, il parroco della chiesa di Spirito Santo di Sestri Ponente, in carcere dal 15 maggio scorso perché accusato di pedofilia, di cessione di droga e di induzione alla prostituzione.

    “È una vicenda incredibile, non si crede a quanto si legge nei verbali, nessuno di noi poteva immaginare così tanto. Pensi che due anni fa, quando sono andato in visita pastorale in via Ludovico Calda, mi ha fatto trovare la chiesa piena di bambini e di bambine, di tanta gente. Nessuno di noi avrebbe potuto pensare… Tanto che una donna della parrocchia, dopo che è scoppiato lo scandalo, un giorno ha detto ai giornalisti: “Ma cosa volete capire voi di questa storia? Noi non l’abbiamo capito in 17 anni””.

    Il Cardinale, ieri, a margine della processione del Corpus Domini effettuata tra i viali dell’ospedale Gaslini, parla con il cronista. Sulla vicenda di don Seppia esce allo scoperto per la prima volta. Davanti a testimoni. Ne ha voglia. Si capisce: i suoi occhi diventano lucidi ad ogni passaggio che ha offeso la Chiesa da lui guidata. Il presidente della Cei che finora in merito ha rifiutato le interviste, sceglie Repubblica. L’Arcivescovo è un alto prelato che sa comunicare, quando vuole e come vuole. Sa che questo colloquio sarà pubblicato: “Forse è un po’ prematuro – è però il suo timore – ma spero che non siano strumentalizzati e che non escano fuori e siano messi in evidenza soltanto gli aspetti più polemici. Mi posso fidare?”.

    Al quinto piano del padiglione 17 delle Chirurgie, sul terrazzo dell’alloggio dei frati Cappuccini che guarda il mare liscio come l’olio e il cielo terso uscito da un acquerello, il Cardinale parla per 40 minuti. Più da uomo sanguigno, fatto di carne, che da freddo porporato. Parla da uomo di fede, ma provato. Tradito.

    Per 17 lunghi anni don Seppia è stato parroco. Durante i quali da una parte ha praticato la sua omosessualità, ha avuto un amico-amante (l’ex seminarista Emanuele Alfano, in carcere anche lui per le medesime ragioni) conosciuto dentro la chiesa di Sestri Ponente, ha avuto rapporti sessuali anche con minori, ha tentato di adescare pure un chierichetto. Tanto che al suo ingresso in carcere ha dichiarato spontaneamente di essere omosessuale, tossicodipendente e sieropositivo. Nessuno si era mai accorto di nulla? Pure, certi particolari sono “diabolici”.

    “Dall’altra parte è descritto come prete inflessibile, ligio al suo dovere: solo una mente malata, un soggetto da curare poteva avere questo sdoppiamento della personalità – sottolinea il Cardinale – e aldilà degli aspetti penali che questa vicenda avrà, occorrerà ricostruire la personalità di lui”. Sua Eminenza non cita mai il nome di don Riccardo, ma confida che nelle scorse settimane ha ricevuto il papà del sacerdote (sospeso dalla Curia). Un uomo distrutto, che gli ha detto di sperare tanto che il figlio si curi interiormente.

    Sua Eminenza non nasconde il proprio rammarico e il disappunto nei confronti della stampa: “Ha fatto emergere le cose più morbose, spesso non contestualizzandole e strumentalizzandole”. A cosa si riferisce? “Ad esempio alle fantasie inventate sulla chiesa di Carignano”, risponde monsignor Angelo Bagnasco, stringendo l’anello cardinalizio tra l’indice e il pollice. Agli atti dell’inchiesta c’è un verbale dei carabinieri del Nas di Milano, dove don Pier Carlo Casassa (ex parroco di Carignano) e Bernardina Masia (Dina, sua ex perpetua volontaria) hanno dichiarato che in un locale del campanile di questa chiesa c’era un giro di ragazzini messo su da don Capurro. Incontri chiacchierati dagli stessi parrocchiani. “Ma vi sembra che queste testimonianze possano essere attendibili?”, si chiede il Cardinale. Che preferisce non parlare di don Casassa e di Dina: “Per carità, nulla tra i due, potrei mettere non solo una mano, ma due sul fuoco”.

    Non sono attendibili le intercettazioni e le dichiarazioni raccolte nella voluminosa inchiesta scattata a Milano e trasmessa per competenza al pm Stefano Puppo? “Sono cose a cui non è facile credere, difficilmente attribuibili a una persona sana di mente – ammette Bagnasco – ci sono frasi che sembrano dettate dal delirio. Qui non siamo in presenza delle debolezze dell’uomo, il che si potrebbe capire, ma ci sono situazioni inverosimili, forse costruite, probabilmente pronunciate soltanto in preda all’eccitazione”.

    Per un uomo che ha scelto il sacerdozio, non è facile credere che un prete, don Seppia, durante un’intercettazione telefonica, abbia detto ad Alfano: “Quel ragazzino me lo farei sull’altare…”. L’Arcivescovo lascia intuire di aver letto e riletto tutte le 900 pagine, che hanno violentato la sua Chiesa. “Questa storia ci fa capire e ci insegna molte cose – precisa il capo della Curia di Genova – : da una parte mi colpisce il parrocchiano che mi chiede se è valido il battesimo di suo figlio, celebrato da questo sacerdote. Gli ho risposto che i sacramenti sono impartiti da Dio. Dall’altra trovo eccezionale la risposta arrivata dalla gente di via Calda: nel giorno di Pentecoste ho trovato la chiesa piena, di fedeli che vogliono cancellare questo brutto capitolo. Questa cosa la trovo straordinaria, il segno del bene che prevale sul male. Sempre”.

    (23 giugno 2011)

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/06/23/news/il_cardinale_e_i_demoni_di_don_seppia_io_tradito_dalla_sua_doppia_personalit-18099810/

  • Pedofilia, Zanardi incontra il cardinal Bagnasco “Molte vittime nell’ombra”

    Pedofilia, Zanardi incontra il cardinal Bagnasco “Molte vittime nell’ombra”

    Savona. Sostenitore dei diritti gay, ma nella veste di rappresentante della rete “L’Abuso” che raggruppa le vittime dei sacerdoti pedofili, il savonese Francesco Zanardi ha incontrato questa mattina il cardinale Angelo Bagnasco.

    Il colloquio si è svolto nella Curia di Genova, segnando un passo storico nei rapporti sempre più delicati tra autorità ecclesiastiche e vittime di molestie sessuali ad opera del clero. E’ la prima volta che un presidente della Cei incontra un portavoce dei patimenti subiti a causa di religiosi pedofili.

    “Il cardinale è stato molto cordiale e interessato agli argomenti, facendo domande su diversi dettagli della questione savonese che abbiamo ricostruito con aspetti di cui non era a conoscenza — spiega Zanardi, dopo l’incontro durato quarantacinque minuti — Ha voluto conoscere meglio la situazione di alcune vittime del Savonese che avevo segnalato come persone con patologie molto gravi, in particolare un giovane di 27 anni costretto ad assumere morfina per i gravi problemi psicologici”.

    E’ stato lo stesso Zanardi ad aver chiesto in forma privata l’incontro con il presidente della Cei e arcivescovo di Genova. “E’ stato un momento storico perché, benché il pontefice abbia già incotrato le vittime di pedofilia, è dai cardinali Bagnasco e Bertone che può partire l’attenzione e l’attuazione delle linee guida contro i presti pedofili — commenta Zanardi — Sono anni che segnalo la situazione della chiesa. Ho portato al cardinale alcuni scambi di lettere con il vescovo di Savona-Noli, monsignor Vittorio Lupi, facendo rilevare come i ritardi hanno effetto sui processi e conducano alle prescrizioni, oltre che ai mancati risarcimenti per le vittime.

    Ho portato al cardinal Bagnasco anche un elenco di sacerdoti dei quali abbiamo prove di comportamenti pedofili, sui quali però la legge laica non potrà fare nulla in quanto i reati sono prescritti. Ho chiesto a sua eminenza che almeno vengano allontanati dalle parrocchie e dai bambini”. “Il caso di don Seppia — aggiunge Zanardi — è grave come altri, ma più impattante perché accaduto a Genova nella diocesi del cardina Bagnasco e dimostra come sia stata leggera la chiesa nell’affrontare il problema. Non credo che, al momento, la chiesa abbia i requisiti per garantire uno sportello anti-pedofilia, che, al contrario, rischia di apparire un’ulteriore macchinazione per nascondere, insabbiare, dal momento che la magistratura è il vero sportello”.

    “Se ci sono sospetti — precisa — è sufficiente fare un esposto alla magistratura che, nel caso non vi fossero riscontri, procederà ad archiviare. Non è mai accaduto che quanto detto ai vescovi arrivasse alla magistratura: l’anello mancante è qui, come nei casi savonese e genovese, tutto si ferma al vescovo”. L’esponente delle vittime dei sacerdoti pedofili torna infine su don Nello Giraudo, l’ex parroco di Spotorno ridotto allo stato laicale, sotto inchiesta dai primi mesi del 2010 per abusi su ragazzini, fra i quali lo stesso Zanardi.

    “Don Giraudo suscita qualche problema: abita in un appartamento che quasi sicuramente appartiene alla diocesi, fa il cuoco per i frati benedettini di Finalborgo — afferma — Il fatto che tuttora quest’uomo, ridotto allo stato laicale, sia ancora di fatto nella chiesa, non torna. E proprio dietro al convento è nato il primo gruppo scout a Finale: questo fa molto pensare. Giraudo è nello stesso convento di Josef Dominic, sacerdote fuggitivo portato in Italia da monsignor Domenico Calcagno nel 2003, che è apparso ad Albisola dove è stato rintracciato dal New York Times. La diocesi di Savona lo ha nascosto nel convento dei benedettini che dicono sia morto in passeggiata, mentre io ho l’atto di morte secondo cui è arrivato vivo al pronto soccorso di Pietra Ligure a mezzogiorno e venti”.

  • Don Seppia, l’Hiv curato nell’ospedale della Curia dal 2003

    Don Seppia, l’Hiv curato nell’ospedale della Curia dal 2003

    Nel corso del colloquio avvenuto di fronte agli inquirenti il 21 maggio don Seppia dichiara anche di avere un compagno: «Ho una relazione stabile da anni con un uomo». Il prete, secondo quanto dichiarato, avrebbe avuto anche rapporti con l’ex seminarista Emanuele Alfano, ma solo dopo la sua uscita dal seminario.
    Genova – Don Riccardo Seppia curava da otto anni l’Hiv al Galliera, l’ospedale della Curia. Nonostante questo, il prete ha continuato a ricoprire il suo incarico nella parrocchia di Santo Spirito, a Sestri. È stato lo stesso religioso ad ammetterlo nel corso di un interrogatorio, da cui emerge un nuovo inquietante interrogativo: la terapia svolta proprio in quell’ospedale poteva essere un’avvisaglia della condotta del sacerdote? E i vertici della chiesa genovese – presidente del Galliera è sempre il cardinale del capoluogo ligure – potevano esserne informati, o le rigidissime regole che disciplinano la tutela della privacy hanno impedito qualsiasi informazione?

    Il nuovo risvolto investigativo emerge dai verbali d’un confronto fra il prete (in cella per droga e prostituzione minorile da quasi un mese) e il pubblico ministero Stefano Puppo. Sono le 10.30 del 21 maggio scorso. Don Seppia, difeso dall’avvocato Paolo Bonanni, dopo essersi difeso dall’accusa di aver adescato ragazzini in cambio di coca, si ferma qualche secondo. Ma la domanda che gli viene posta alla ripresa del colloquio è diretta: «Quando ha saputo di essere sieropositivo?». Il sacerdote, che aveva già ammesso di avere il virus prima di entrare in cella, risponde: «L’ho saputo nel 2003 e da allora sono seguito al reparto malattie infettive del Galliera. Nel 2006 ho iniziato una terapia particolare».

    È un dettaglio fondamentale, mai emerso fino ad oggi, perché di lì a poco i militari sequestreranno alcune sue cartelle cliniche. Il fine degli investigatori, guidati da l capitano Paolo Belgi, è quello di capire se don Seppia può essere accusato anche di lesioni colpose o di tentato omicidio: un reato che si potrebbe configurare se venisse provato che il parroco ha avuto rapporti sessuali non protetti con persone che non sapevano della malattia, e che dopo un eventuale contagio lo denuncino. Gli inquirenti lo avevano incalzato pure su questo punto. «Ha avuto rapporti non protetti con persone che non sapevano del virus?». «Ho avuto rapporti non protetti, ma solo dopo aver palesato la mia condizione e soltanto con persone malate come me». Nega invece in modo secco, e così fa il suo legale, la possibilità di aver avuto altri tipi di incontri non protetti

    Ma aldilà degli aspetti strettamente penali, è indubbio che don Ricardo Seppia non si curava in un ospedale qualunque, per un prete. Per volere della Duchessa di Galliera, che lo donò alla città, l’istituto di Carignano (sul piano tecnico un «ente ospedaliero di diritto pubblico») deve avere sempre come presidente l’arcivescovo pro tempore di Genova, oggi il cardinale Angelo Bagnasco. E questi, in seno al cda, dev’essere affiancato in ogni mandato dal priore della Fondazione magistrato di misericordia, un ente religioso.

    L’indagine aveva già mostrato come fossero stati numerosi i campanelli d’allarme sulla condotta del parroco. Prima erano arrivate le rivelazioni di don Riccardo Casassa, che fu suo superiore a Recco: «Non era adatto al sacerdozio, lo segnalai ma nessuno mi ascoltò». Frasi che l’indagato definisce attacchi personali, facendolo mettere a verbale: «Don Casassa dice quelle cose perché non mi sopportava e io ero un prete migliore di lui». Si è aggiunta quindi la denuncia di un medico i cui figli, d’età inferiore ai dieci anni, subirono molestie telefoniche da un numero che proveniva dalla parrocchia di Quinto, la stessa in cui era assegnato al tempo don Seppia che fu trasferito subito dopo: «Quel telefono lo potevano usare in molti», la sua difesa. Fatto sta che la Curia allontanò proprio lui, dal quartiere. Ma nulla più.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2011/06…_ospedale.shtml

  • Don Seppia curato nell’ospedale della Curia Il sacerdote era malato di Hiv

    Don Seppia curato nell’ospedale della Curia Il sacerdote era malato di Hiv

    Genova, dagli interrogatori emergono dettagli scioccanti sull’ex parroco di Sestri

    11:12 – L’Hiv curata nell’ospedale della Curia, al Galliera di Genova, fin dal 2003. E’ questo il particolare shock che emerge dall’interrogatorio tra don Riccardo Seppia e il pm Stefano Puppo. E’ quanto riporta oggi un articolo de Il Secolo XIX.

    Don Riccardo era dunque in cura al Galliera da anni, ma contemporaneamente non ha smesso di ricoprire la carica di parroco nella chiesa di S.Spirito a Sestri. Non che la malattia possa essere una discriminante in quanto tale, tuttavia resta da chiedersi se la dirigenza dell’ospedale della diocesi non abbia avuto qualche dubbio sull’origine dell’infezione contratta da don Seppia e sulla sua condotta di vita. Un particolare da non sottovalutare, perché il presidente della struttura ospedaliera è proprio il cardinale Bagnasco.

    Nel filone delle indagini che vedono don Riccardo Seppia accusato di prostituzione minorile, tentata violenza sessuale, offerta plurima di stupefacenti a minorenni e detenzione di materiale pedopornografico, gli investigatori hanno sequestrato le cartelle cliniche del sacerdote perché i capi d’accusa potrebbero estendersi anche al tentato omicidio. Questo, nel caso in cui don Riccardo avesse avuto rapporti sessuali non protetti con partner ignari del suo stato di salute.

  • Dopo l’arresto di don seppia I fedeli a Bagnasco: «Vorremmo un parroco buono»

    Dopo l’arresto di don seppia I fedeli a Bagnasco: «Vorremmo un parroco buono»

    12 giugno 2011

    Genova – «Vorremmo solo un parroco normale, buono». È la richiesta al presidente della Cei e arcivescovo di Genova cardinale Angelo Bagnasco dei fedeli della parrocchia di Sestri Ponente dove è stato arrestato don Seppia. Dopo la messa celebrata dal cardinale, i parrocchiani sono rimasti circa venti minuti con Bagnasco in una sala per un rinfresco. Qualcuno si aspettava già la nomina del nuovo parroco, ma sa attendere: «sappiamo che è complicato e abbiamo pazienza» ha detto uno di loro.

    «Questa non è una comunità disperata, ha solo voglia di lavorare – ha aggiunto un altro fedele -. Non c’è disperazione, solo voglia di continuare a lavorare, di fare tutte le cose che per sono mancate». A distanza di un mese alcuni sono ancora incapaci di accettare quanto accaduto: «come prete – ha aggiunto un’altra parrocchiana – non si poteva dire niente, era scrupoloso, esagerato nella precisione. Siamo tutti scioccati. Ci eravamo visti al giovedì con gli anziani per festeggiare la chiusura dell’anno e l’indomani abbiamo visto i carabineri». Un altro fedele ha ribadito che la vicenda è stata «un fulmine a ciel sereno. Era bravissimo, facevamo le riunioni la sera, andavamo a mangiare fuori. Speriamo che con l’intervento del cardinale ci mandino un parroco buono, ne abbiamo proprio bisogno».

    Due ragazze, che hanno partecipato alla funzione, hanno affermato: «è stato bello trovare qui il cardinale Bagnasco. La comunità è sempre unita e si spera per il meglio. Vorremmo un parroco normale, che tenga la comunità unita. Dopo tutto questo – hanno sottolineato – ci serve una persona che sappia reggere la situazione e sia d’esempio per tutti, soprattutto per noi ragazzi».

    «Noi oggi interpretiamo la sua presenza come un segno di grande speranza per il futuro della nostra parrocchia» ha affermato Bruno Biancardi, rappresentante del Consiglio Pastorale della parrocchia di Via Calda, nel saluto, pronunciato a nome della comunità, indirizzato all’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, all’inizio della Messa. «La comunità – ha affermato Biancardi – si stringe intorno a lei per trarne sostegno e conforto. Interpretiamo la sua presenza come un segno di grande speranza per il futuro della nostra parrocchia».

    «Questo – ha proseguito – è anche un momento di riflessione per noi e può farci crescere in una maggiore vicinanza di ciascuno verso tutti gli altri in modo che il cammino della vita sia meno solitario e meno smarrito. Eminenza, noi fin da ora la ringraziamo per tutto quello che potrà fare per la nostra riorganizzazione parrocchiale e le chiediamo di continuare ad esserci sempre vicino con le sue preghiere. A nome di tutti, grazie di cuore».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2011/06…_vorremmo.shtml

  • Don Seppia, le accuse del parroco “Ho parlato, la Curia mi emargina”

    Don Seppia, le accuse del parroco “Ho parlato, la Curia mi emargina”

    Il calvario di don Casassa nei verbali dei carabinieri. “Ho notato che il vescovo Bagnasco era molto freddo nei miei confronti, ha tentato di allontanarmi da Recco”
    di GIUSEPPE FILETTO e MARCO PREVE

    Don Seppia, le accuse del parroco “Ho parlato, la Curia mi emargina” Don Riccardo Seppia

    Proibito celebrare messa per don Pier Carlo Casassa, il parroco di Recco che ha denunciato gli strani comportamenti di don Riccardo Seppia, quando questo era suo curato in San Giovanni Battista, nella cittadina del levante. Don Piero lamenta di essere stato allontanato da tutte le chiese della zona. “Da quando ho dichiarato alcuni trascorsi di don Seppia, i parroci non vogliono che mi rechi in chiesa, e se ci vado, lo faccio di nascosto”, si legge in uno dei passaggi di interrogatorio, rilasciato il 3 giugno scorso.

    C’è di più nel verbale “di sommarie informazioni testimoniali”. Il primo giugno don Pier Carlo e Bernardina Masia (Dina, la sua ex perpetua) sono stati chiamati da monsignor Luigi Palletti, vescovo vicario di Genova. “Ci ha detto di recarci dall’arcivescovo Angelo Bagnasco, alle 16… Ci recavamo presso la Curia… In questa circostanza ho notato che il Vescovo era molto freddo nei miei confronti e ha tentato di allontanarmi da Recco…”. A don Casassa è stato offerto un appartamento a Genova. Lui, però, ha preso tempo.

    Don Piero è stato sentito (per la seconda volta) dai carabinieri del Nas di Milano, delegati dal pm Stefano Puppo sulla delicata indagine riguardante don Riccardo, il parroco di via Ludovico Calda in carcere dal 13 maggio scorso, accusato di tentata violenza sessuale (un abbraccio troppo affettuoso ad un chierichetto), tentata induzione alla prostituzione minorile e offerta di cocaina. In cella a Marassi pure il suo amico ed amante: l’ex seminarista Emanuele Alfano.
    L’interrogatorio, a casa di Dina, dovrebbe far luce sul passato di don Seppia, ricostruendo i suoi primi anni di sacerdozio (dall’ottobre 1985) a Recco.

    Anzi, dalla sua frequenza al seminario vescovile del Chiappeto, tanto che i carabinieri del Ministero della Salute sarebbero intenzionati ad interrogare i suoi ex compagni di stanza, coloro che potrebbero conservare qualche segreto. Il timore degli investigatori, però, è che chi parla, sia messo in un angolo.

    Ufficialmente, la Curia dice di offrire massima collaborazione all’indagine. Di fatto, però, intorno a don Casassa è stato alzato un muro di riprovazione. “Il 16 maggio 2011 veniva da me don Pasquale Revello, attuale parroco di San Giovanni Battista di Recco, e mi diceva di non andare a celebrare messa… Quello di Bogliasco, don Silvio Grilli, minacciava Dina (Bernardina Masia) di non andare in chiesa e di rimanere chiusi in casa perché era una vergogna…”. Dina, l’ex perpetua, da quando il parroco è in pensione ed è rimasto senza la casa assegnata dalla Curia, lo ospita nella sua abitazione di piazza Mameli.

    Don Grilli, il direttore del Cittadino (l’ex Settimanale Cattolico della Curia) avrebbe anche detto che “i genitori di don Seppia ed i carabinieri potrebbero denunciare” don Casassa e Dina “perché non avete denunciato i fatti prima”. Cioè nell’85, quando don Riccardo, da giovane vice parroco, avrebbe avuto comportamenti equivoci nei confronti dei ragazzini che frequentavano la chiesa di Recco. Sul verbale di don Casassa si legge: “Ricordo che in confessionale alcuni di loro mi hanno riferito delle cose… delle quali non posso parlare per la riservatezza del sacramento della confessione… Ricordo che dopo una gita al mare con i bambini, effettuata dal Seppia, molti di loro mi manifestarono la volontà di non volere più andare in gita con don Riccardo… Di questi comportamenti ne parlai con l’allora cardinale Siri”.

    Le dichiarazioni spontanee del parroco di Recco (forse) hanno poca rilevanza penale, però sono imbarazzanti per la Chiesa di Genova. “In data 19 maggio 2011 presso il santuario di Nostra Signora della Guardia, don Antonio Servetto (parroco della chiesa di San Rocco di Recco) mi rimproverava, dicendo che mi ero inventato tutto – dichiara don Casassa -. Il 20 maggio, chiedevo a don Pietro Lupo, rettore del Santuario di Nostra Signora del Suffragio in Recco, se potevo concelebrare ed ha risposto negativamente perché ho la donna in casa. Domenica, 22 maggio, sono andato nella Chiesa dei Frati Francescani, lì padre Ilario mi ha detto che siamo su tutti i giornali, mi ha lasciato celebrare, dicendomi però di allontanarmi per tre mesi, perché potevano arrivare ordini dall’alto…”.

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/0…rgina-17482534/

  • Lo scandalo di don Seppia rende più forte CL

    Lo scandalo di don Seppia rende più forte CL

    Michele Tornabuoni – Più di uno scandalo, più di un caso imbarazzante. L’arresto di don Riccardo Seppia, sacerdote tossicodipendente e sieropositivo accusato di ripetuti abusi sessuali su minori, è una vera e propria bomba per la Chiesa cattolica italiana.

    Il primo e più ovvio motivo è che la vicenda del parroco di Sestri Ponente ha messo il dito nella piaga di una Chiesa, quella italiana, in netto ritardo rispetto sul problema della pedofilia. Tutte le Conferenze episcopali mondiali, in realtà, hanno adottate nuove misure di contrasto e prevenzione solo incalzate dalle denunce, dalle perquisizioni di forze dell’ordine e magistratura, dalla prospettiva di un danno economico dovuto quando ai risarcimenti pagati alle vittime quando – è il caso della Germania – alla fuoriuscita dalla Chiesa dei fedeli e dei loro contributi fiscali. Dall’anno scorso, però, è divenuto palese che quella degli abusi sessuali sui minori è una piaga strutturale che riguarda solo una piccola minoranza dei sacerdoti ma ha attecchito – ed è stata insabbiata – sistematicamente in tutti i paesi del mondo.

    Eppure, fino a pochi mesi fa, i vertici della Conferenza episcopale italiana minimizzavano, contestualizzavano, rimandavano l’adozione di un pacchetto di misure d’emergenza. Fino al caso di don Seppia. Prima del suo arresto, neppure le ripetute pressioni vaticane erano riuscite a smuovere di un millimetro la Conferenza episcopale italiana. Non c’era riuscito il “promotore di giustizia” della Congregazione per la Dottrina della fede, mons. Charles J. Scicluna, che già l’anno scorso aveva denunciato, su Avvenire, “una certa cultura del silenzio ancora troppo diffusa nella Penisola”. Non c’era riuscita la recente lettera circolare dello stesso dicastero vaticano a tutti i vescovi del mondo. Le uniche risposte erano nate dall’iniziativa personale di qualche singolo presule, come il vescovo di Bressanone e Bolzano Karl Golser, che ha visto il numero verde creato nella sua diocesi contattato anche da altre regioni d’Italia, tanto è carente il quadro generale delle misure anti-pedofili.

    Ma, dopo l’arresto choc di Seppia un rilancio, nel quartier generale della Conferenza episcopale a via Aurelia, viene ritenuto non più rinviabile. L’assemblea generale della Cei in corso in questi giorni a Roma è chiamato a discutere – non senza divergenze tra “riformatori” e fautori dello status quo – proposte come uno sportello diocesano per le denunce, una banca dati nazionale, un delegato Cei unico per tutto il paese, un più stretto controllo dei singoli vescovi da parte della stessa Cei. Nulla – è la promessa – dovrebbe essere più come prima.

    Perché – ed è la seconda ragione per cui il caso di don Seppia rappresenta uno spartiacque – Genova è la diocesi del presidente della Cei Angelo Bagnasco. Il quale, infatti, ha reagito immediatamente, sospendendo il sacerdote e recandosi nella sua parrocchia per confortare i fedeli. La vicenda, però, allunga un’ombra pesante. Nella Curia genovese si insiste sul fatto che Bagnasco sia caduto dalle nuvole. L’arresto, in effetti, è avvenuto all’improvviso, gli inquirenti sono incappati nel giro di sfruttamento sessuale del prete indagando su un traffico di stupefacenti. Più passano i giorni, tuttavia, e più emergono le testimonianze di chi – uomini di Chiesa e semplici fedeli – sospettava di don Riccardo già da tempo. Perché nessuno ha parlato? All’orecchio di Bagnasco non era giunta nessuna voce? E all’orecchio dei suoi predecessori? L’interrogativo attraversa come un brivido il corpo dell’episcopato italiano, perché, prima di Bagnasco, sono stati arcivescovi di Genova il cardinale Tarcisio Bertone (dal 2002 al 2006), attuale Segretario di Stato vaticano, il cardinale Dionigi Tettamanzi (1995-2002), arcivescovo uscente di Milano, il cardinale Giovanni Canestri (1987-1995) e il mitologico cardinale Giuseppe Siri, faro dei conservatori in Conclave, papabile per eccellenza, porporato che andò in pensione nel 1987, due anni dopo aver ordinato al sacerdozio don Riccardo Seppia.

    Il pasticciaccio brutto di Sestri Levante, allora, avvolge nel dubbio alcune delle figure di maggior spicco dell’episcopato italiano di ieri e di oggi. I dubbi potrebbero essere infondati, i diversi cardinali che si sono susseguiti a Genova potrebbero essere sinceramente all’oscuro delle accuse, o, comunque, potrebbero aver agito, negli anni scorsi, con una superficialità non superiore a quella che accomuna praticamente tutti i vescovi del mondo negli anni passati in un’adeguatezza nei confronti della pedofilia colpevole, sicuramente, ma altrettanto sicuramente in via di superamento. Ora, però, questi dubbi, magari utilizzati in malafede, rischiano di avere un impatto sugli equilibri interni all’episcopato italiano. E, ad esempio, cambiare il gioco di bilanciamento della corsa del cardinale legato al movimento di Comunione e Liberazione Angelo Scola per Milano, scoraggiata, tra gli altri, proprio da Bertone, Tettamanzi e Bagnasco.

    C’è poi un ultimo motivo per il quale la brutta storia di don Seppia rappresenta una bomba nella vita della Chiesa italiana. Sinora nessun caso aveva avuto tanta risonanza nel nostro paese. Neppure il caso del prete fiorentino Lelio Cantini, arrestato e ridotto allo stato laicale. Neppure il caso del sacerdote romano Ruggero Conti, di recente condannato in primo grado a diciotto anni dal tribunale di Roma. Ora l’arresto del prete genovese può essere utilizzato dai nemici della Chiesa per screditarla in diatribe meramente politiche. E’ già accaduto, negli anni scorsi. Quando, ad esempio, il Giornale della famiglia Berlusconi ha attaccato il direttore d’allora di Avvenire Dino Boffo per la sua presunta omosessualità; quando lo stesso quotidiano insistette sulla vicenda di padre Evaldo Biasini, soprannominato “don bancomat” per il ruolo svolto negli affari della “cricca” dei grandi appalti; quando Panorama dedicò un lungo servizio al giro dei preti gay di Roma. Articoli di giornale quando fondati quando meno fondati, scritti sicuramente con l’intento di informare, ma capaci anche di indebolire l’immagine pubblica di una Chiesa che aveva osato criticare il Presidente del Consiglio per le sue notti ardenti. Una Chiesa, soprattutto, largamente finanziata dai fondi dell’otto per mille che ogni anno i contribuenti le riservano.

    In Cei, dove i dati arrivano tramite il ministero delle Finanze con tre anni di ritardo rispetto alla dichiarazione dei redditi, l’allarme, per quanto riservatamente, è già alto. Si teme che l’affaire pedofilia faccia crollare il gettito, si iniziano a fare i conti con un bilancio decurtato, si ragiona su come rilanciare l’immagine della Chiesa. E il caso di don Seppia certo non aiuta.

    www.linkiesta.it/scandalo-don-seppia-rende-piu-forte-cl

  • Don Seppia, forse qualcuno sapeva e ha nascosto la verità

    Don Seppia, forse qualcuno sapeva e ha nascosto la verità

    Don Riccardo Seppia, il prete accusato di violenza su minori, nonché di uso di stupefacenti, non è stato mai accusato fino ad ora, anche se ci sono molti sospetti che qualcuno sapesse già qualcosa. Risulta, infatti che nel 1994 un medico avesse sporto denuncia per una serie di telefonate a sfondo erotico giunte ai suoi figli. Si scoprì che erano partite dal telefono dell’allora viceparroco. Ma questa storia finì stranamente nel dimenticatoio e non si seppe più nulla. Dopo la denuncia dei carabinieri le telefonate cessarono e don Seppia venne trasferito. Ma già don Piercarlo Casassa aveva denunciato anni fa le continue assenze del prete, soprattutto la mattina, e il disagio che provavano i ragazzi che lo frequentavano. Anche, in questo caso, subito dopo la lamentela di don Casassa con il cardinale, don Seppia fu trasferito.

    L’uomo verrà spostato dal carcere di Marassi alla casa circondariale di Sanremo, in serata. Lui stesso ha fatto richiesta di essere spostato a causa degli insulti delle minacce ricevute più volte dagli altri detenuti.

    http://www.newslive24.com/don-seppia-forse…-la-verita.html

    23.5.2011

    Don Seppia, dubbi per alcune telefonate hard
    Genova, chiamate scurrili e blasfeme dalla sua canonica

    CENTRI ANTIPEDOFILI NELLE DIOCESI

    16:03 – Su don Riccardo Seppia, il prete arrestato con l’accusa di violenza sessuale su minore e cessione di stupefacenti, si concentrano altri sospetti. Nel 1994 un medico nel Levante genovese denunciò una serie di telefonate a contenuto erotico verso i propri figli. Gli investigatori accertarono che le telefonate erano partite dall’apparecchio di don Riccardo, all’epoca viceparroco. Delle indagini non si seppe più nulla.
    L’episodio è stato portato alla luce da Il Giorno. Il telefono in questione venne messo sotto controllo. Gli investigatori scoprirono che le telefonate blasfeme e volgari partivano dalla parrocchia di San Pietro, dove allora don Riccardo era viceparroco. Dopo la denuncia ai carabinieri, non vi furono più telefonate.La curia genovese decise allora di trasferire il sacerdote.

    Verrà trasferito stasera dal carcere di Marassi alla casa circondariale di Sanremo don Riccardo Seppia. Era stato lo stesso parroco a chiedere al direttore del carcere di Marassi di essere trasferito: nonostante il prete sia in una cella della sezione protetti, gli altri detenuti lo hanno insultato e minacciato più volte. Don Seppia domenica non ha preso parte alla messa celebrata dal cappellano del carcere, che pure avrebbe incontrato più volte, nella cella e nel suo studio, il sacerdote sospeso dalla curia.

    www.tgcom.mediaset.it/cronaca/artic…nate-hard.shtml