Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Usa, i vescovi riuniti per votare nuove norme anti-abusi: si discute sul ruolo dei laici

    Usa, i vescovi riuniti per votare nuove norme anti-abusi: si discute sul ruolo dei laici

    Al via ieri la plenaria della Usscb a Baltimora, preceduta dagli scandali che hanno visto protagonisti il presidente DiNardo e il vescovo Bransfield. Al centro dei lavori l’approvazione di protocolli contro la pedofilia alla luce del recente motu proprio del Papa

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    Si è aperta tra le scintille l’assemblea plenaria di Baltimora della Conferenza episcopale statunitense, chiamata a formulare nuove proposte per la lotta agli abusi sessuali che, mai come negli Usa, sembrano una ferita difficile da rimarginare. I giorni precedenti all’appuntamento dei vescovi al Marriott Waterfront Hotel sono stati animati da scandali e polemiche. Da un lato le accuse al cardinale Daniel DiNardo, presidente dei vescovi, di aver protetto il suo vice a Houston colpevole di presunti abusi su una donna (qualcuno parlava addirittura di dimissioni del porporato).

    Dall’altro l’inchiesta del Washington Post sul vescovo di Wheeling, in West Virginia, Michael J. Bransfield, accusato di violenze sessuali su giovani e seminaristi, che avrebbe utilizzato milioni dalle casse della diocesi per condurre uno stile di vita sontuoso e per elargire cifre a cinque zeri come «regali» a vescovi e cardinali di cui voleva assicurarsi la protezione (nelle scorse ore è stata annunciata la corsa dei prelati beneficiari a restituire le donazioni). In mezzo, poi, l’immancabile ex nunzio negli Usa Carlo Maria Viganò che, in vista della riunione, è tornato a far sentire la sua voce sulla “storia infinita” che è il caso McCarrick.

    Gravati da questi vecchi e nuovi clamori, sommersi dalle critiche di media e laici (soprattutto cattolici) ormai scettici sull’operato della Chiesa e la reale volontà di combattere la pedofilia, i vescovi americani hanno avviato ieri i lavori – che si concluderanno domani, giovedì 13 giugno – con l’intervento dello stesso DiNardo, il quale ha affermato che la riunione è volta a «promuovere il lavoro di estirpare il male dell’abuso sessuale dalla nostra Chiesa». «Questa settimana – ha aggiunto – proseguiamo un viaggio che non si concluderà fino a quando ci sarà un solo caso di abuso sessuale nella nostra Chiesa».

    Al centro della plenaria c’è l’approvazione di documenti contenenti nuove misure e punti di azione anti-abusi. Gli stessi che i presuli nordamericani erano pronti a votare nella plenaria dello scorso novembre; ma una lettera del Vaticano, a firma del cardinale prefetto dei vescovi Marc Ouellet, recapitata nel giorno d’apertura aveva chiesto il rinvio della votazione. Dietro a questa indicazione – interpretata all’epoca, per una serie di equivoci, come un atto di forza da parte della Santa Sede – c’erano motivi procedurali (la Santa Sede informata solo quattro giorni prima dell’iniziativa, errori canonici nei testi ecc.) e anche di opportunità: a febbraio tutti i vescovi del mondo si sarebbero riuniti in Vaticano per il Summit sulla protezione dei minori convocato dal Papa volto proprio a formulare strategie universali per la Chiesa globale.

    Bisognava, quindi, attendere quelle indicazioni tradotte poi nel motu proprio del 9 maggio scorso Vos estis lux mundi . Il documento rappresenta ora la traccia alla base delle riflessioni dei vescovi, in particolare l’obbligo per tutte le diocesi del mondo di dotarsi entro giugno 2020 di uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni riguardanti abusi sessuali commessi da chierici e religiosi, l’uso di materiale pedopornografico e la copertura degli stessi abusi.

    Su questo punto si è soffermata la discussione dei vescovi Usa che hanno dedicato la prima giornata al tema del coinvolgimento e dell’eventuale ruolo di laici esperti in tali strutture, i quali coadiuverebbero anche l’arcivescovo metropolita nelle successive indagini. Una indicazione, questa, che nel testo papale rimane una raccomandazione e non un obbligo.

    Sulla questione è intervenuto “a distanza” il nunzio negli Usa, Christophe Pierre,nel suo messaggio in apertura della plenaria (il nunzio è in questi giorni a Roma per la riunione con il Papa, ndr) in cui sottolinea che: «Un vescovo non può pensare che le questioni che riguardano la Chiesa possono essere risolte agendo da soli o esclusivamente tra pari». C’è bisogno, ha aggiunto, «di ascoltare le voci e le intuizioni dei fedeli laici, di rendere visibile la ricchezza multiforme della Chiesa e di impegnarsi in un processo condiviso con responsabilità diversificate».

    In aula, tra i diversi interventi sul tema, anche quello del cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, che ha suggerito di «istituzionalizzare» il coinvolgimento dei laici in tali strutture e processi. Spunto raccolto e approfondito, in un intervento molto apprezzato, da Francesco C. Cesareo, presidente del National Review Board, organismo creato nel 2002 dalla Usscb per monitorare il lavoro di prevenzione degli abusi sessuali del clero sui minori come stabilito della cosiddetta “Carta di Dallas” (Charter for the protection of children and young people) siglata nel 2002 e revisionata tre volte.

    «Non c’è alcun ruolo da svolgere per i laici in termini di disciplina di un vescovo. Possono solo essere coinvolti nell’indagine e fare raccomandazioni sulle conseguenze penali», ha spiegato, «ma alla fine è tutto nelle mani del Papa». In tal modo, ha espresso il dubbio Cesareo, «viene permesso ai vescovi di esaminare le accuse contro altri vescovi… Significa sostanzialmente che i vescovi controllano i vescovi».

    Secondo il presidente del NRB, «Laici ed episcopato possono essere corresponsabili del bene della Chiesa… Il coinvolgimento dei laici è la chiave per ripristinare la credibilità della Chiesa che include un impegno per la trasparenza. Non coinvolgere i laici con competenza ed esperienza nella conduzione del processo di revisione – ha detto – sarebbe un segnale di voler perseverare in una cultura dell’autoconservazione che suggerirebbe una complicità». Cesareo ha inoltre esortato i presenti a studiare le modalità, all’interno dei parametri del Diritto canonico e delle strutture della Chiesa, «per consentire quel tipo di trasparenza e responsabilità che darebbe alla gente fiducia in ciò che stiamo facendo».

    Da parte dei vescovi degli Usa è, infatti, forte il desiderio di dimostrare di “star facendo qualcosa” ai fedeli, molti dei quali, scoraggiati dagli scandali, hanno diminuito la loro presenza nelle parrocchie. Come ha affermato, infatti, amaramente l’arcivescovo di Baltimora, monsignor William Lori (nominato amministratore apostolico della diocesi di Wheeling per sovrintendere alle indagini su Bransfield). «Alcuni vescovi hanno fallito nel mantenere le promesse fatte durante la loro ordinazione episcopale e hanno commesso atti di abuso o hanno manifestato una cattiva condotta sessuale. Altri hanno fallito non rispondendo moralmente, pastoralmente ed efficacemente alle accuse di abusoo cattiva condotta perpetrati da altri vescovi, sacerdoti e diaconi… Sono questi insuccessi ad aver lasciato i fedeli indignati, inorriditi e scoraggiati».

    Per questo ora «i vescovi vogliono essere reattivi», ha evidenziato il portavoce della Usccb, James Rogers. Certo, «si rendono conto che non risolveremo tutto questa settimana, ma dobbiamo iniziare a costruire bene qualcosa sulle fondamenta della protezione dei bambini che già sono esistenti».

    Nell’ultimo giorno dell’assemblea, i presuli voteranno un documento dal titolo “Riconoscere i nostri impegni episcopali”. Intanto, in occasione della riunione di Baltimora, è stato lanciato un nuovo sito web usccbprevention.org per rimarcare l’importanza della prevenzione, della protezione e della responsabilità nello sforzo in atto per sradicare gli abusi sessuali del clero. Il portale riporta documenti importanti, come il motu proprio del Papa del 26 marzo 2019 sulla «protezione dei minori e degli adulti vulnerabili» e la già citata “Carta di Dallas”, e rappresenta un’utile risorsa che descrive i passi compiuti dai vescovi statunitensi per affrontare la grave piaga.

  • Monsignor Viganò e il papa “smemorato”

    Monsignor Viganò e il papa “smemorato”

    Il nuovo intervento di monsignor Carlo Maria Viganò dopo le risposte di papa Francesco a una tv messicana sul caso McCarrick, mettono il dito sulla piaga: il papa «mente», la copertura dello scandalo continua. È una situazione inquietante; più che condivisibile l’esortazione a pregare e fare penitenza per il papa.

    «Siamo in un momento veramente oscuro per la Chiesa universale». Difficile non concordare con questa lapidaria affermazione di monsignor Carlo Maria Viganò, l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti che lo scorso agosto ha pubblicato un lungo memoriale in cui denunciava le coperture vaticane che avevano consentito la carriera del cardinale “predatore” Theodore McCarrick e tirava direttamente in ballo anche papa Francesco. Due giorni fa monsignor Viganò si è rifatto vivo con una lunga intervista al Washington Post; e ieri con una dichiarazione che riportava integralmente la sua risposta alle affermazioni del Papa sul caso McCarrick nell’intervista concessa alla tv messicana Televisa (clicca qui per i testi integrali in italiano).

    «È immensamente triste leggere le risposte di papa Francesco sul caso McCarrick, per non parlare di tutto il resto», afferma monsignor Viganò: «Prima, dice di aver risposto già molte volte; secondo, che non sapeva nulla, assolutamente nulla di McCarrick; e in terzo luogo, che non ricordava della mia conversazione con lui». Tutte «sfacciate menzogne», dice monsignor Viganò, che spiega:

    «Primo, per nove lunghi mesi non ha detto una parola sulla mia testimonianza, e si è persino vantato, e continua a farlo, del suo silenzio, paragonandosi a Gesù. Quindi, o ha parlato o ha taciuto. Quale dei due?
    Secondo, tutti conoscevano il comportamento predatorio di McCarrick, dal più giovane seminarista di Newark ai prelati di alto rango in Vaticano.
    Terzo, ripeto di fronte a Dio quello che ho affermato nella mia testimonianza dello scorso agosto: il 23 giugno 2013 lo stesso papa Francesco mi ha chiesto di McCarrick, e gli ho detto che c’era un enorme dossier sui suoi abusi nella Congregazione dei Vescovi, e che ha corrotto generazioni di seminaristi. Come potrebbe qualcuno, specialmente un papa, dimenticarlo? Se davvero non sapeva nulla fino a quel giorno, come poteva ignorare il mio avvertimento e continuare a fare affidamento su McCarrick come uno dei suoi più stretti consiglieri?».

    Non eravamo certo presenti alla conversazione del 23 giugno, per cui non possiamo testimoniare nulla al proposito. Sulla fama del cardinale McCarrick invece ci sono molte evidenze e già diversi “smemorati”, come il cardinale Wuerl, sono stati clamorosamente sbugiardati da quanto finora emerso, inclusi i documenti recentemente pubblicati dall’ex segretario di McCarrick (e del resto nel suo memoriale, Viganò chiama in causa molte persone, negli Stati Uniti e a Roma); dato tutto questo risulta difficilmente credibile che il papa non sapesse «assolutamente nulla». Ma è sul primo punto che le contraddizioni di papa Francesco sono evidenti e verificabili da chiunque. Così come nell’intervista a Televisa sono evidenti le contraddizioni e le reticenze rispetto al caso Zanchetta – il vescovo argentino suo amico accusato di abusi sessuali e “promosso” in Vaticano dopo le denunce – e l’insostenibilità della difesa d’ufficio del cardinale Maradiaga davanti alle tante circostanziate accuse di copertura di abusi sessuali e gestione disinvolta delle finanze.

    Peraltro le accuse lanciate da monsignor Viganò lo scorso agosto e che riguardano – lo ripetiamo – diverse personalità della Curia Romana, passate e presenti, hanno già trovato riscontro in dichiarazioni e documenti successivi. Vale a dire che la copertura su tutto quanto riguarda il caso McCarrick continua ancora, malgrado le promesse e le dichiarazioni di trasparenza che più volte abbiamo sentito in questi mesi. Ma ovviamente, a rendere tutto più grave e doloroso è il coinvolgimento in prima persona del Papa regnante.

    Peraltro la situazione diventa sempre più insostenibile anche tra i giornalisti che pure hanno sempre seguito con simpatia e aperto sostegno papa Francesco: basti pensare al noto vaticanista americano John Allen, che ha nei giorni scorsi raccontato di come l’apparato della comunicazione vaticana abbia fatto in modo di evitare domande scomode proprio sulla intervista a Televisa nella tradizionale conferenza stampa al ritorno dal viaggio in Romania (clicca qui).

    La conclusione è inquietante, monsignor Viganò non usa giri di parole: «Il Sommo Pontefice ora sta apertamente mentendo al mondo intero per coprire le sue cattive azioni». Si possono avanzare ipotesi sul perché il papa si comporti così e su quanto sia tutto farina del suo sacco e non frutto di manipolazione da parte di altri personaggi, ma il fatto purtroppo resta. Non sappiamo se ci siano precedenti del genere, ma è chiaro che oggi dobbiamo fare i conti con un papa che su questioni su cui egli stesso punta per la credibilità della Chiesa, ha strani “vuoti di memoria” e contraddice la realtà.

    Cosa dire, cosa fare? Crediamo che sia da seguire l’indicazione di monsignor Viganò che, nel frattempo, dichiara al Washington Post di essersi pentito di aver chiesto a suo tempo le dimissioni del papa, e invece invita a preoccuparsi essenzialmente del momento in cui compariremo davanti al Signore o, come ripete, della «dimensione spirituale (…), completamente assente da qualsiasi dichiarazione su McCarrick o da qualsiasi conferenza stampa al vertice».

    È una preoccupazione che Viganò ha innanzitutto per se stesso, ed è con questo sguardo che giustifica la sua battaglia per la verità; poi per McCarrick e gli altri coinvolti negli abusi, ed è su questa base che critica anche le sanzioni imposte all’ex cardinale americano; e soprattutto per il Papa, per il quale esorta «tutti i fedeli a pregare con fervore e fare penitenza». Perché il momento è «veramente oscuro per la Chiesa universale».

    http://lanuovabq.it/it/monsignor-vigano-e-il-papa-smemorato

  • Nei casi di pedofilia la Chiesa rinunci al diritto canonico

    Nei casi di pedofilia la Chiesa rinunci al diritto canonico

    Nonostante alcuni passi in avanti fatti soprattutto sul fronte della formazione, in ambito giudiziario continua a esistere una separazione fra mondo cattolico e mondo ‘esterno’. Un doppio binario che mette a rischio il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

    La settimana scorsa è iniziato a Melbourne, in Australia, il processo di Appello che vede come imputato il cardinale George Pell, condannato in Primo grado a 6 anni di reclusione per aver commesso violenze sessuali su due minori di 12 e 13 anni nel 1996 e nel 1997.

    Due gli episodi al centro del procedimento, avvenuti a distanza di poco tempo l’uno dall’altro. Il processo ha fatto molto discutere e ha diviso l’opinione pubblica fra innocentisti e colpevolisti, poiché la sentenza di condanna è stata emessa principalmente in forza della testimonianza di una delle due vittime, l’altra è morta nel 2014 per overdose.

    PELL, UN UOMO POTENTE AMICO DI POLITICI E UOMINI DI FINANZA

    D’altro canto sono state pure ascoltate alcune decine di testimonianze che in parte hanno avvalorato l’accusa, mentre altre mettevano fortemente in discussione le colpevolezza del cardinale. Di certo Pell, che ha 78 anni, ha sempre difeso con forza la sua innocenza e si è battuto con determinazione per una sentenza di assoluzione. Tuttavia non può essere tralasciato un aspetto in questa vicenda: il cardinale è stato uno degli uomini più potenti d’Australia, amico di governanti, banchieri, capitani d’industria, proprietari di grandi media. Di fronte a lui c’è un’ex vittima (l’identità della qual è protetta dalla legge australiana per tutelarne la privacy) i cui ricordi mostrano inevitabilmente qualche crepa a distanza di vent’anni dai fatti.

    Difficile credere fino in fondo a una sorta di ‘complotto’ contro la chiesa australiana ordito da forze anticlericali

    Se questi erano e sono i rapporti di forza nel procedimento, resta difficile credere fino in fondo a una sorta di ‘complotto’ contro la chiesa australiana ordito da forze anticlericali come pure è stato paventato da settori cattolici ed ecclesiali in Australia, a Roma e in America. C’è di vero che la gravità dello scandalo abusi sessuali commessi da sacerdoti emerso negli ultimi anni in Australia ha scosso profondamente l’opinione pubblica e non ha certo favorito la posizione di Pell già coinvolto, per altro, in vicende di insabbiamenti e coperture di abusi sessuali, un aspetto questo che non l’ha certamente aiutato.

    PELL ALL’ATTACCO DELL’ACCUSA: NEL MIRINO «13 INCONGRUENZE»

    Se tale è il quadro generale, il procedimento segue giustamente le sue regole e la colpevolezza deve essere provata nelle sedi processuali. La difesa di Pell ha messo in luce ben 13 incongruenze rilevanti nella ricostruzione dell’accusa, chiedendo che venga sollevato un «ragionevole dubbio» in merito alla condanna a sei anni. Nelle prossime settimane è atteso un nuovo giudizio che deciderà della sorte del cardinale chiamato nel 2014 da papa Francesco a ricoprire il ruolo di ‘ministro delle Finanze vaticane’. Dopo la sentenza di primo grado il porporato australiano è decaduto dall’incarico, ma in Vaticano sono comunque in attesa di un appello dal quale in molti si aspettano un rovesciamento del verdetto; fra i sostenitori del cardinale si respira in merito un certo ottimismo.

    LA RISPOSTA DELLA CHIESA: IL SUMMIT SULLA PEDOFILIA E IL MOTU PROPRIO DEL PAPA

    Di sicuro il processo al cardinale rappresenta uno dei punti più drammatici dello scandalo che ha investito la Chiesa a livello globale; il dilagare della crisi legata agli abusi sessuali ha anzi indotto Francesco a convocare un vertice straordinario su una materia tanto incandescente con tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo nel febbraio scorso. Ne è uscito, fra le altre cose, un ulteriore aggiornamento legislativo, sotto forma di motu proprio del pontefice (Vos estis lux mundi il titolo, ossia «Voi siete la luce del mondo») pubblicato il 7 maggio, con il quale la Santa Sede ha voluto rafforzare l’impegno della Chiesa nel contrasto alla piaga della pedofilia. Vi si stabiliscono procedure dettagliate anche nei confronti di chi mette in pratica attività tese a eludere indagini civili o canoniche, vescovi compresi; è l’ambito appunto degli insabbiamenti, il più complesso.

    IL DUALISMO FRA LEGGE CIVILE E LEGGE CANONICA

    Resta il dubbio circa la possibilità che dei vescovi indaghino sul serio su altri vescovi; ancora viene affermato il principio dell’obbligo di denuncia interno alla Chiesa qualora vengano alla luce notizie di abusi e violenze. Di sicuro si tratta di un altro passo avanti normativo che testimonia una volontà chiara, anche perché non si esclude affatto la possibilità di portare – contemporaneamente – la denuncia davanti alle autorità civili. E proprio questo rimane però la nota dolens di tutta la questione, almeno da un punto di vista giudiziario.

    È forse arrivato il momento che lo straordinario deposito legislativo e storico del diritto canonico venga un po’ alla volta messo da parte

    Non si comprende infatti perché non prevalga in modo netto la legge civile su quella canonica di fronte a reati tanto gravi che hanno ripercussioni così profonde sulla vita delle vittime e su quelle dei loro familiari. È forse arrivato il momento che lo straordinario deposito legislativo e storico del diritto canonico venga un po’ alla volta messo da parte lasciando che siano le corti di giustizia civili a fare i processi, nel bene e nel male; le procedure interne infatti, per quanto ispirate da sensibilità sempre più avanzate e consapevoli, sembrano mantenere una sorta di reticenza, di separazione, fra Chiesa cattolica e mondo ‘esterno’, una sorta di doppio binario giudiziario di cui altre istituzioni e soprattutto i cittadini comuni, non godono.

    IL RISCHIO DI USARE DUE PESI E DUE MISURE PER LAICI E PRELATI

    Se pure la tendenza da Benedetto XVI in poi è positiva, nel senso che la Chiesa si è mossa per far fronte allo scandalo mettendo a punto norme interne sempre più concrete e articolate, resta la sensazione che, per esempio, fra un insegnante abusatore di minori in una scuola materna o elementare e un prete che commette lo stesso reato, il primo, una volta scoperto, venga indagato direttamente dai carabinieri e arrestato, nel secondo caso magari la conclusione sarà la stessa ma quasi certamente prima verrà l’indagine interna condotta da parte di altri chierici.

    Il rischio, insomma, non sembra tanto essere quello della caccia alle streghe paventato da alcuni prelati circa il diffondersi delle denunce a macchia d’olio, quanto il fatto che rispetto al principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, alcuni, per dirla con George Orwell, restano,  o almeno rischiano di restare, «più uguali degli altri». Forse sarebbe utile, a questo punto, una norma più semplice da anteporre a tutte le altre in ragione della quale ogni abuso di minore va in primo luogo denunciato alle autorità civili, poi viene tutto il resto. D’altro canto è anche vero che in questi anni moltissimi casi sono stati affrontati dalla giustizia vaticana, centinaia di preti cacciati dalla Chiesa, e tuttavia nella grande maggioranza delle vicende l’intervento delle autorità ecclesiali è venuto dopo l’avvio di indagini da parte della magistratura civile o i rapporti di commissioni governative.

    LA CHIESA SI MUOVE SUL PIANO DELLA FORMAZIONE

    Al contrario, il grande lavoro che la Chiesa sta portando avanti in quest’ambito è invece soprattutto di tipo formativo e educativo, a cominciare dai seminari ma non solo. Inaspettatamente, lo scandalo delle violenze sessuali sta riaprendo un dibattito reale nelle comunità ecclesiali e cattoliche su sessualità, affettività, sentimenti, differenze di genere, ruolo delle donne e dei laici. Ben oltre la prospettiva puramente processuale, a entrare in discussione, in modo critico e positivo, è una parte considerevole della tradizione della Chiesa.

  • Pedofilia, coprì un prete: nuove accuse a cardinale Pell in sede civile

    Pedofilia, coprì un prete: nuove accuse a cardinale Pell in sede civile

    SYDNEY – Il cardinale australiano George Pell, già condannato per pedofilia, rischia nuovi guai con la giustizia perché è stato accusato in sede civile di avere coperto un prete, del quale avrebbe saputo che commetteva abusi su bambini. Secondo quanto riportano i media locali, la denuncia è stata presentata venerdì presso la Corte suprema dello Stato australiano di Victoria da un uomo che afferma di essere stato vittima di abusi da parte di padre Edward ‘Ted’ Dowan durante la scuola a Melbourne, all’inizio degli anni ’80. George Pell, ex numero tre del Vaticano, che all’epoca era vescovo vicario per l’istruzione nella regione di Ballarat, nel sud, è accusato di avere permesso al religioso di passare da una scuola all’altra mentre era al corrente dei fatti che gli vengono rimproverati. “Pell deve rispondere non solo dei suoi crimini ma anche di quelli commessi da altri preti e fratelli dei quali ha autorizzato lo spostamento da una scuola all’altra e da una parrocchia all’altra”, ha detto Michael Magazanik, l’avvocato della vittima, citato dal giornale The Australian.
    Gli indagati

    Oltre a George Pell, nella denuncia sono menzionati la Commissione cattolica per l’istruzione, il vescovo di Ballarat Paul Bird e l’arcivescovo di Melbourne Peter Comensoli, riferisce sempre The Australian. Il caso dovrebbe essere oggetto di una mediazione. George Pell ha presentato ricorso in appello contro la sua condanna penale per atti di pedofilia. Al termine di un’udienza giovedì, i tre magistrati della Corte suprema hanno preso tempo per deliberare e non si sa quando verrà annunciata la decisione. Possono confermare la condanna, ordinare un nuovo processo o assolvere il prelato. A dicembre Pell era stato riconosciuto colpevole di cinque capi d’accusa relativi ad aggressioni sessuali commesse contro due bambini coristi nel 1996 e 1997. A marzo era poi stato condannato a sei anni di carcere.
    LaPresse

  • Abusi: quanto è grave il problema in Argentina

    Abusi: quanto è grave il problema in Argentina

    L’Argentina ha circa 5600 sacerdoti. Secondo le indagini di LA NACION, negli ultimi 20 anni ci sono stati 63 casi con denunce di abusi sessuali. In 17 casi c’è una condanna giudiziaria e in 22 un processo giudiziario in corso. A questi dobbiamo aggiungere il 24 con accuse coerenti, ma non sono mai stati perseguiti (in quattro di essi c’è stato un processo troncato).

    Come si confrontano questi numeri con quello che è successo in altri paesi? In relazione al numero di religiosi coinvolti negli Stati Uniti , in Cile , in Irlanda, in Australia o in Germania , le cifre dall’Argentina sembrano minori. Ma c’è una grande differenza: in Argentina non c’è mai stata un’indagine globale, come in quei paesi. Né della Chiesa né della giustizia. La dimensione del problema, quindi, può essere molto più grave di quanto indicato dai primi numeri rivelati da LA NACION.

    Non ci sono referenti globali. Non è nemmeno possibile sapere esattamente cosa succede in un determinato paese perché quelli che hanno avviato indagini, come gli Stati Uniti, sono sempre stati parziali. In alcuni casi, i pubblici ministeri erano stimolati; in altri, le diocesi. “È impossibile sapere quanti casi ci sono in tutto il mondo perché la Chiesa ha cercato di nasconderli per secoli, ma quello che sappiamo è che ciò che è noto è solo la punta dell’iceberg”, dice Carlos Lombardi, avvocato specializzato in diritto canonico. e un riferimento della Rete di sopravvissuti di abuso ecclesiastico.

    Il procuratore Gustavo Stroppiana è colui che porta avanti il ​​caso per abuso di bambini sordi nell’Istituto del Próvolo di Mendoza. Sebbene il caso sia stato ramificato nel quartier generale di La Plata, la sua indagine non può superare i limiti della provincia. “Non riesco a indagare su ciò che accade al di fuori della mia giurisdizione, non ho la concorrenza. Ci sono coinvolte che ha chiamato satelitely, ma non possiamo indagare, osserva. Sì possiamo, ad esempio, mostrare la sistematicità delle spedizioni, ma poi funzionerà dal procuratore di La Plata Cecilia Cordfield per indagare su ciò che è successo lì, la nostra funzione ci limita “.

    Stroppiana aggiunge un altro elemento: la mancanza di collaborazione della Chiesa. “La Chiesa potrebbe portare un’indagine per scoprire chi e dove sono i preti denunciati. Non abbiamo avuto collaborazione da parte della Chiesa. Due inviati dal Vaticano si sono presentati, abbiamo avuto due colloqui, abbiamo inviato una lettera ufficiale per chiedere informazioni, ma non ci ha mai risposto” dice.

    In altri paesi

    “Noi, membri di questa grande giuria, abbiamo bisogno che tu ascolti”,  inizia così il rapporto che la Giustizia della Pennsylvania  ha rilasciato il 15 agosto dello scorso anno. Continua: “Ci sono state altre segnalazioni di bambini abusati sessualmente all’interno della Chiesa cattolica, ma mai di questa portata Per molti di noi, tutte quelle storie stavano accadendo altrove, lontano ora conosciamo la verità … Succede ovunque” .

    In tutte le 1356 pagine, il rapporto dettaglia i nomi di 301 sacerdoti accusati di abuso. Le sue vittime, in oltre sette decenni, sono più di 1.000.

    Dati Pennsylvania incontrati un mese dopo che l’Autorità di proseguimento nazionale del Cile rivelano la portata del problema in questo paese: 158 persone legate alla Chiesa, sacerdoti e laici, sono stati indagati per abusi sessuali.

    Così, uno per uno, vennero a conoscenza di rapporti che rendevano conto di una tragedia in cui gli aggressori venivano contati in centinaia.

    Il rapporto della Pennsylvania, un mese dopo, fu seguito da quello tedesco: a settembre un’indagine scoprì che tra il 1946 e il 2014 i sacerdoti denunciati per abuso nella Repubblica federale di Germania erano 1670. Di tutti questi nomi, solo 88 erano sanzionati con l’espulsione. I dati erano nati da un’indagine richiesta dall’Episcopato tedesco a tre università e alla quale avevano accesso i quotidiani Der Spiegel e Die Zeit .

    Pochi giorni dopo, l’arcidiocesi di Los Angeles ha pubblicato una lista con i nomi di 309 sacerdoti accusati di abuso. Le accuse erano così convincenti che le testimonianze sono state consegnate alla polizia e ai religiosi a cui è stato vietato di esercitare il sacerdozio nelle loro parrocchie.

    L’anno 2018 non era iniziato nel modo migliore per papa Francesco. La sua storica visita in Cile il 15 gennaio è stata contaminata dalle affermazioni delle vittime di abusi ecclesiastici, la cui perseveranza si è conclusa con una richiesta di scuse da parte del Papa stesso e nella decisione della giustizia di andare avanti in un’indagine. Era il primo passo di una serie di rapporti che mostravano la grandezza degli abusi.

    Nel 2009, il governo irlandese ha stabilito che “non c’è dubbio che gli abusi sessuali su minori nel clero sono stati coperti” da gennaio 1975 a maggio 2004. Il governo di quel paese aveva deciso di affrontare la propria indagine sulla Diocesi di Dublino. Invece, è stata un’indagine del giornale del Boston Globe – ricevuto in seguito dal film Spotlight –che ha mostrato la trama del cover-up nella diocesi di Boston e ha costretto le dimissioni del cardinale Bernard Law.

    Nel 2017, una commissione del governo australiano ha stabilito che il 7% dei preti di quel paese sono stati accusati di abusi tra il 1950 e il 2015. Tra questi c’era il numero tre del Vaticano, il cardinale George Pell, di 76 anni, che a dicembre Nel 2018 fu condannato per cinque casi di pedofilia.

    https://www.lanacion.com.ar/sociedad/abusos-iglesia-argentina-nid2250045

  • Vaticano, Zanchetta sotto accusa anche in Argentina: “Abusi sessuali aggravati”

    Vaticano, Zanchetta sotto accusa anche in Argentina: “Abusi sessuali aggravati”

    L’addebito contro l’ex vescovo emerito di Oran chiamato nel 2017 da Papa Francesco a dirigere l’Apsa è stato formalizzato in tribunale dal procuratore della provincia di Salta, Monica Viazzi. Il 28 maggio Bergoglio aveva annunciato l’apertura di un’indagine nei suoi confronti dinanzi alla Congregazione per la Dottrina della Fede

    Ora l’accusa è stata formalizzata in un tribunale. Ed è la prima volta. Monsignor Gustavo Oscar Zanchetta, dimessosi dalla diocesi di Oran nel 2017 e successivamente chiamato in Vaticano da Papa Francesco, è stato accusato da un pubblico ministero in Argentina di avere abusato sessualmente di seminaristi. Il procuratore della provincia argentina di Salta, Monica Viazzi, sostiene che il prelato ha commesso “abusi sessuali continui aggravati“.

    Il 19 dicembre 2017 Jorge Mario Bergoglio aveva nominato Zanchetta assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). A inizio di gennaio erano emerse sulla stampa le prime notizie circa le accuse mosse al prelato. Pochi giorni prima, a fine dicembre 2018, il giornale argentino El Tribuno aveva scritto che tre sacerdoti avevano puntato il dito contro il monsignore davanti al Nunzio a Buenos Aires, accusandolo di abuso di potere, economico e sessuale all’interno del seminario. Il Vaticano aveva immediatamente precisato che gli addebiti erano giunte mesi dopo la nomina all’Apsa.

    Il 20 gennaio in un’intervista all’Associated Press il reverendo Juan Jose Manzano aveva sostenuto che il Vaticano era a conoscenza dei comportamenti inappropriati di Zanchetta fin dal 2015: “Nel 2015 abbiamo inviato un ‘supporto digitale’ con foto selfie” in cui l’ex vescovo di Oran era in pose “oscene e inappropriate”, ha raccontato il sacerdote. “È stato un allarme che abbiamo lanciato alla Santa Sede attraverso alcuni vescovi in via informale. La Nunziatura non è intervenuta direttamente, ma il Santo Padre ha convocato Zanchetta e lui si è giustificato dicendo che il suo cellulare era stato violato, e che c’erano persone che volevano danneggiare l’immagine del Papa”.

    Manzano aveva aggiunto che Bergoglio conosceva bene Zanchetta in quanto quest’ultimo era stato sottosegretario della conferenza episcopale argentina. Lo stesso religioso nell’intervista aveva sostenuto che da cardinale Jorge Bergoglio era stato il confessore di Zanchetta e lo trattava come “un figlio spirituale”. Ma allo stesso tempo il reverendo aveva difeso il pontefice considerandolo una vittima delle “manipolazioni” del vescovo argentino sotto indagine.

    Il 28 maggio Papa Francesco ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su Zanchetta. “Circa quindici giorni fa mi è ufficialmente arrivata l’indagine preliminare – ha spiegato Bergoglio in un’intervista a Televisa – L’ho letta, e ho visto che era necessario fare un processo. Allora l’ho passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede – aggiunge il pontefice – stanno facendo il processo”.

    Ripercorrendo la vicenda, il Papa ha sottolineato che “c’era stata un’accusa e, prima di chiedergli la rinuncia, l’ho fatto venire subito qui con la persona che lo accusava. Un’accusa con telefono”. “Si’, ma alla fine si è difeso dicendo che lo avevano hackerato, e si è difeso bene – ha spiegato Francesco – Allora di fronte all’evidenza e a una buona difesa resta il dubbio, ma in dubio pro reo. Ed è venuto il cardinale di Buenos Aires per essere testimone di tutto”.

    “Io ho chiamato la Nunziatura e il Nunzio mi ha detto: ‘Guardi, la questione della denuncia per maltrattamenti è seria’. L’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia. Bello e chiaro. L’ho mandato in Spagna a fare un test psichiatrico. Alcuni media hanno detto: ‘Il Papa gli ha regalato una vacanza in Spagna’. Ma è stato lì per fare un test psichiatrico, il risultato del test e’ stato nella norma, hanno consigliato una terapia una volta al mese. Doveva andare a Madrid e fare ogni mese una terapia di due giorni, per cui non conveniva farlo tornare in Argentina. Alcuni lo hanno interpretato qui in Italia come un ‘parcheggio’”.

    “Perché ho raccontato tutto questo? Per dire alla gente impaziente, che dice ‘non ha fatto nulla’, che il Papa non deve pubblicare ogni giorno quello che sta facendo, ma fin dal primo momento di questo caso, non sono rimasto a guardare – ha sottolineato Francesco – Ci sono casi molto lunghi, che hanno bisogno di più tempo, come questo, e ora spiego il perché. Perché, per un motivo o per l’altro, non avevo gli elementi necessari, ma oggi è in corso un processo nella Congregazione per la Dottrina della Fede. Cioè non mi sono fermato”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/08/vaticano-zanchetta-sotto-accusa-anche-in-argentina-abusi-sessuali-aggravati/5240742/

  • Pedofilia, per il cardinale Pell ora arriva una denuncia civile

    Pedofilia, per il cardinale Pell ora arriva una denuncia civile

    Il cardinale australiano George Pell, condannato a sei anni per pedofilia e alla sbarra in un processo d’appello, è stato accusato pure di coperture

    Giuseppe Aloisi

    Il cardinale australiano George Pell dovrà difendersi da ulteriori accuse relative a presunte coperture su abusi ai danni di minori.

    L’alto porporato, già prefetto della Segreteria per l’economia del Vaticano, è impegnato in un processo d’appello nella sua nazione di origine. Il procedimento – come ricorderete – è successivo a una condanna in primo grado a sei anni per pedofilia, ma quella non è l’unica circostanza giudiziaria in cui questo consacrato è destinato a essere chiamato in causa.

    È di poche ore fa, infatti, una notizia riportata pure dall’Agi secondo cui l’alto ecclesiastico dovrà rispondere anche rispetto a casi, tutti ancora da verificare, d’insabbiamento. La vicenda dell’uomo che papa Francesco aveva scelto come “ministro dell’Economia” della Santa Sede pare indirizzata verso altre complicazioni: una battaglia processuale è già in corso, mentre un’altra, quest’ultima, avrà luogo in sede civile.

    Sono due vicende distinte per gravità e merito. La denuncia civile riguarda il fatto che George Pell, quando era incaricato come presule in Australia, avrebbe consentito ad alcuni sacerdoti accusati di abusi sessuali di cambiare diocesi. Si parla pure di “scuole”. E questo nonostante la presunta consapevolezza che George Pell avrebbe avuto del quadro accusatorio di quei consacrati.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/pedofilia-cardinale-pell-ora-arriva-denuncia-civile-1707934.html?mobile_detect=false

  • Ragazzo abusato dal prete, il presidente della Cei: “Amarezza”. La famiglia: “Ora deve denunciare”

    Ragazzo abusato dal prete, il presidente della Cei: “Amarezza”. La famiglia: “Ora deve denunciare”

    Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha inviato una lettera alla famiglia di Alessandro, ragazzo che all’età di 15 anni venne abusato da un prete a Rozzano (Milano), manifestando “sconcerto e amarezza” per la vicenda. Ma alla famiglia del giovane non basta: “Siamo attoniti e increduli per una lettera così banale. Se davvero ha letto con attenzione i documenti ha il dovere e l’obbligo di denunciare il comportamento gravemente omissivo dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e del Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada”.

    Sono rimasti “attoniti e increduli” di fronte a una lettera banale che non risponde alle loro domande, a quel desiderio di giustizia che, già soddisfatto in primo grado dalla magistratura ordinaria, cerca delle risposte anche dalle autorità ecclesiastiche. I famigliari di Alessandro, il ragazzo che nel dicembre del 2011, all’età di 15 anni, subì abusi sessuali da parte di don Mauro Galli a Rozzano, nel Milanese, hanno ricevuto una lettera firmata dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana e datata 5 giugno. Potrebbe essere considerata un piccolo passo in avanti nella vicenda in quanto il cardinale, che solo pochi giorni fa aveva detto di non essere al corrente dell’accaduto, ammette finalmente di aver “letto con attenzione” tutti i documenti relativi “alla vicenda di don Mauro Galli dell’Arcidiocesi di Milano e alla pesante sofferenza che ha provocato sulla vostra famiglia”. Non solo: il cardinale si dice sconcertato e amareggiato per quanto accaduto.

    La famiglia: Il cardinale ora ha il dovere di intervenire
    Ma le parole dell’alto prelato sono suonate “di circostanza” ai famigliari di Alessandro che nella loro replica al presidente della Cei, datata 6 giugno, lo inchiodano alle sue responsabilità: adesso che è al corrente della vicenda ha “il dovere, e l’obbligo perentorio imposto dal Santo Padre Papa Francesco tramite il Motu Proprio ‘Vos estis lux mundi’, entrato in vigore il primo giugno 2019, di denunciare il comportamento gravemente omissivo dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e del Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada”. Delpini e Tremolada, che all’epoca dei fatti accaduti ad Alessandro non ricoprivano ancora le attuali cariche, dopo la denuncia da parte dei famigliari del ragazzo si limitarono a spostare don Mauro Galli da Rozzano a Legnano, lasciandolo sempre a contatto con i ragazzi. Una decisione incomprensibile agli occhi di una famiglia di cattolici come quella di Alessandro e che è stato anche il motivo che ha spinto i parenti del ragazzo ad andare a fondo nella loro battaglia contro gli abusi nella Chiesa e anche contro chi, con il proprio comportamento, copre questi abusi.

     

    Le domande al cardinale Bassetti

    La famiglia del ragazzo negli scorsi giorni aveva chiesto con una lettera aperta le dimissioni dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, non reputandolo idoneo al compito – la segnalazione e la prevenzione di episodi di pedofilia all’interno della Chiesa – assegnato da Papa Francesco ai vescovi metropoliti con il Motu proprio “Vos estis lux mundi”. Adesso, anche sulla base di quanto scritto dal cardinale Bassetti, i famigliari di Alessandro hanno rivolto delle precise domande al presidente della Cei: “Non le stiamo chiedendo di fare il giudice, le stiamo semplicemente chiedendo se per Lei, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è ammissibile che un Vescovo, un ‘suo’ Vescovo, soprassieda al fatto che un prete abbia il vizio di portarsi a letto, con l’inganno e il plagio (altro che abuso di potere), i bambini? È ammissibile che sposti il prete da una parrocchia all’altra, mettendo a rischio altri bambini e altri genitori ignari della gravità di tale spregiudicato e colpevole comportamento di cui Lei si renderebbe palesemente complice?”. Domande precise alle quali Bassetti non potrà più sottrarsi dicendo di non essere a conoscenza dei fatti: i documenti relativi alla vicenda (su cui la magistratura ordinaria italiana si è già pronunciata condannando in primo grado don Mauro Galli a sei anni e quattro mesi di reclusione) li ha ricevuti e li ha letti, come da lui stesso scritto. E adesso i famigliari di Alessandro si aspettano che il cardinale agisca di conseguenza.

    La lettera del cardinale Gualtiero Bassetti

    Gentile signora Balestrini, ho letto con attenzione la documentazione che mi ha inoltrato, relativa alla vicenda di don Mauro Galli dell’Arcidiocesi di Milano e alla pesante sofferenza che ha provocato sulla vostra famiglia. Ho, quindi, appreso che del caso è stata interessata la Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha disposto un procedimento giudiziario. Davanti a ogni forma di abuso non si può non provare sconcerto e amarezza. Come uomo e come ministro della Chiesa, Le assicuro la vicinanza solidale nella preghiera. Come Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nell’esercizio delle mie responsabilità, ho accompagnato l’iter di predisposizione delle Linee guida per la tutela dei minori; altresì, ho sostenuto la costituzione del Servizio Nazionale e sto promuovendo in ogni Regione ecclesiastica e in ogni Diocesi — con il coinvolgimento di laici disponibili e competenti — strutture e iniziative di prevenzione, formazione e contrasto agli abusi: abusi di potere, di coscienza e sessuali. Confido che questo impegno mio e delle comunità cristiane possa costituire un segno e uno strumento concreto, a servizio di una Chiesa che sia davvero casa sicura per tutti, a partire dai minori e dalle persone vulnerabili.

    La risposta della famiglia
    Sua Eminenza Cardinale Gualtiero Bassetti, leggendo la sua risposta del 5 giugno 2019 non possiamo che rimanere attoniti e increduli. Forse il silenzio le avrebbe restituito una maggiore dignità ai nostri occhi. Lei sostiene di aver letto con attenzione la documentazione che le abbiamo inviato. Se così fosse avrebbe il dovere, e l’obbligo perentorio imposto dal Santo Padre Papa Francesco tramite il Motu Proprio “Vos estis lux mundi”, entrato in vigore il primo giugno 2019, di denunciare il comportamento gravemente omissivo dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e del Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada. Infatti, la nostra articolata e ben documentata segnalazione, da Lei stesso letta con attenzione, denuncia con tanto di prove inconfutabili, rilasciate dallo stesso mons. Delpini sotto giuramento alla Polizia di Stato, che lo stesso Vescovo Delpini in concorso con il Vescovo Tremolada, consapevoli e consci del fatto certo che don Galli avesse portato a letto nostro figlio/nipote, evento segnalatogli dall’allora parroco don Carlo Mantegazza e confessatogli dallo stesso don Mauro Galli (come testimoniano le registrazioni audio di entrambi i Vescovi!), si precipitarono a insabbiare il caso spostando immediatamente il prete dalla nostra parrocchia di Rozzano (MI) a quella di Legnano sempre nel milanese e sempre nella pastorale giovanile, come nulla fosse, senza avviare alcuna indagine canonica.

    Ora Voi siete la luce del mondo, Lei ha le prove di tutto ciò, ha ricevuto la segnalazione e la documentazione e il Papa impone a qualsiasi Chierico di procedere obbligatoriamente e tempestivamente alla segnalazione, secondo le modalità previste e descritte dallo stesso Motu Proprio. La luce del mondo… non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio! Ricevere da Lei una lettera così banale ci ha profondamente feriti. Feriti non come famiglia di una vittima di un prete, ma come CRISTIANI CATTOLICI. Solo questo è riuscito a dirci come Pastore? Cosa potremmo farcene delle sue parole? Quale insegnamento? Quale sostegno? Siamo troppo duri? Può darsi, ma in OTTO anni non abbiamo ancora trovato nessuno, nella gerarchia, che fosse in grado di esprimersi con reale vicinanza… Nessun contenuto di spessore, nessun contenuto di Fede vera. Tante frasi di circostanza.

    Lei non ha risposto ad alcuna delle nostre domande. Afferma che, come presidente della CEI, sta promuovendo in ogni Diocesi strutture di contrasto agli abusi di potere, coscienza e sessuali per la tutela dei minori, con il coinvolgimento di laici competenti e disponibili. Ebbene noi le abbiamo segnalato nelle diverse precedenti che mons. Delpini ha già provveduto a creare la struttura da lei auspicata dedicata all’ascolto delle vittime e delle loro denunce, esistono gli atti ufficiali di costituzione protocollati e disponibili on line. Ha nominato anche un laico competente, l’avvocato Zanchetti, da oltre quindici anni impegnato con la Diocesi di Milano nella tutela Civile e Penale dei preti pedofili, pagato per scagionare a tutti i costi i preti colpevoli, anche con il tentativo di convincere o “comprare” il silenzio delle vittime, anche minacciandole formalmente di chiedere i danni se non mettono a tacere la stampa, come è capitato a noi. Questo sarebbe il suo auspicato e rimarcato impegno come ci ha esplicitamente scritto? Questa sarebbe la sua responsabilità attiva, concreta e di vigilanza, quale presidente della Conferenza Episcopale Italiana di cui mons. Delpini fa parte? Nella precedente lettera ci annunciava che si sarebbe fatto promotore affinché la Commissione Diocesana, di cui fa parte appunto l’avvocato Zanchetti difensore di don Mauro Galli (in primo grado condannato a sei anni e quattro mesi di carcere per aver violentato nostro figlio/nipote), ci ricevesse per apprendere la nostra denuncia… Ma non si vergogna? L’avvocato Zanchetti già conosce bene tutti gli atti processuali e tutte le nostre denunce, dispone di tutto il materiale, registrazioni, intercettazioni, interrogatori, incluso quello di mons. Delpini. È lo stesso mons. Delpini che gli segnala il caso e gli presenta il prete da difendere con tanto di scritto per altro ancora prima della notifica dell’avviso di garanzia. Dispone dell’interrogatorio di mons. Delpini che già ha ammesso candidamente, e impunemente, alla Polizia, la sua responsabilità, probabilmente convinto di essere comunque protetto dalle autorità ecclesiastiche corresponsabili nella copertura, esattamente come Lei.

    Invece di riceverci – nonostante glielo abbiamo chiesto in tutte le salse – invece di essere indignato e scandalizzato, invece di informarci circa la denuncia dei due Vescovi, Lei ci parla del procedimento Canonico di don Mauro, senza tuttavia informarci sull’esito del processo, nonostante la nostra esplicita richiesta. Voi siete la luce del mondo. Lei confida, nel suo scritto, che il suo personale impegno possa costituire un segno e uno strumento concreto, a servizio di una Chiesa che sia davvero casa sicura per tutti. Ma quale impegno? L’impegno di lasciare al loro posto i Vescovi che insabbiano? Lasciare che nominino gli avvocati (difensori dei pedofili contro i minori, contro le vittime) nelle commissioni che dovrebbero accogliere e ascoltare in anteprima le denunce, magari e possibilmente ancor prima che si rivolgano ai Carabinieri o alla Procura della Repubblica? E’ questo il suo segno concreto? Come lo definisce Lei, per essere segno e luce del mondo nella lotta agli abusi di potere e sessuale ai danni dei minori? E’ vergognoso. Oltre che esplicitamente contro il volere del Papa. Altro che trasparenza. Altro che accoglienza. Altro che Tolleranza Zero. Le chiediamo ancora una volta, alla luce di tutta la documentazione che sostiene di aver letto con attenzione:

    • è ritenuto lecito, normale e tollerabile, che un prete si porti a letto un bambino?

    • è ritenuto lecito, normale e tollerabile che il Vescovo si limiti semplicemente a spostare da una parrocchia all’altra, da un oratorio all’altro, da un gruppo di bambini all’altro il prete con il vizio di portarsi a letto i minori?

    • è ritenuto lecito, normale e tollerabile che non si avvii alcuna indagine?

    • è ritenuto lecito, normale e tollerabile che i vescovi che insabbiano possano continuare a svolgere il loro ministero senza essere rimossi?

    Non ci risponda che non è sua competenza. Se legge attentamente come sostiene, è perfettamente in grado di comprendere le domande, non le stiamo chiedendo di sostituirsi al Prefetto della Congregazione per la Dottrina Della Fede (che, tuttavia, dal 2015 a oggi, proprio nell’ottica della medesima “trasparenza”, nel medesimo “sistema di coperture”, nella stessa capacità di essere la “luce del mondo”, ha pensato bene di non risponderci mai!). Non le stiamo chiedendo di fare il giudice, le stiamo semplicemente chiedendo se per Lei, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è ammissibile che un Vescovo, un “suo” Vescovo, soprassieda al fatto che un prete abbia il vizio di portarsi a letto, con l’inganno e il plagio (altro che abuso di potere), i bambini? È ammissibile che sposti il prete da una parrocchia all’altra, mettendo a rischio altri bambini e altri genitori ignari della gravità di tale spregiudicato e colpevole comportamento di cui Lei si renderebbe palesemente complice?

    A questo ci deve rispondere, non può più sottrarsi o temporeggiare come è avvenuto per le precedenti innumerevoli raccomandate. Essendo ormai appurato che Lei è perfettamente a conoscenza degli eventi descritti relativi al caso don Mauro Galli e alla maldestra gestione dei Vescovi Delpini e Tremolada, ci deve illuminare e dire al mondo – “voi siete la luce del mondo” – se è tollerabile, rendendo false e vane tutte le azioni, i documenti, le linee guida, i summit, la tolleranza zero, la coerenza, che i preti possono tranquillamente portarsi a letto i bambini in modo che noi, i genitori, il mondo ne possiamo essere consapevoli. Attendiamo una sua risposta, e la attendiamo anche celermente, perché una sua non risposta equivale a sottoscrivere la Tolleranza degli Abusi che siano di potere, di coscienza o sessuali, sancendo la fine della Tolleranza Zero voluta dal Pontefice.

    https://milano.fanpage.it/ragazzo-abusato-dal-prete-il-presidente-della-cei-amarezza-la-famiglia-ora-deve-denunciare/

  • Argentina, sotto processo il vescovo Zanchetta per “abusi sessuali aggravati”

    Argentina, sotto processo il vescovo Zanchetta per “abusi sessuali aggravati”

    Le accuse contro l’ex vescovo di Oran chiamato nel 2017 dal Papa come assessore dell’Apsa formalizzate per la prima volta in tribunale. Nelle scorse settimane Bergoglio aveva annunciato l’apertura di un’indagine nei suoi confronti presso la Dottrina della Fede

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Abusi sessuali continui aggravati». Con questa accusa del procuratore della provincia argentina di Salta, Monica Viazzi, finisce sotto processo in Argentina monsignor Gustavo Zanchetta, 54 anni, il vescovo protagonista di uno strano caso di dimissioni dalla diocesi di Oran tre anni fa, nominato dal Papa assessore dell’Apsa. Il giudice Claudio Parisi ha accusato ieri formalmente il presule di aver molestato sessualmente due seminaristi mentre era ordinario diocesano e quindi prima di lasciare la carica ed essere trasferito in Vaticano presso l’importante ufficio che amministra il patrimonio della Santa Sede. Inoltre il tribunale ha dichiarato che il vescovo sarebbe colpevole di reati «continui e aggravati» poiché ministro del culto.

    È la prima volta che vengono formalizzate in un tribunale le accuse contro Zanchetta. Quelle finora mosse dai media locali, in testa El Tribuno, con un’accesa campagna in questi mesi. A Zanchetta il giudice ha ritirato il passaporto e tutti i documenti che potrebbero aiutarlo ad uscire dal Paese: deve infatti restare a disposizione della giustizia in ogni momento. Più nel dettaglio al vescovo sono stati imposti numerosi obblighi di reperibilità e domicilio nonché disponibilità per essere sottoposto a perizia psichiatrica. Già il prossimo mercoledì 12 giugno dovrebbe presentarsi per i primi accertamenti psichiatrici. Durante l’udienza monsignor Zanchetta era accompagnato dal suo avvocato difensore.

    LEGGI ANCHE – Sotto indagine per abusi il vescovo argentino assessore dell’Apsa

    Il suo “caso” era iniziato il 29 luglio 2017 quando si era dimesso improvvisamente da Oran, diocesi al nord dell’Argentina caratterizzata da povertà, minacce costanti da parte dei narcos e altre problematiche, dove Bergoglio lo aveva posto nel 2013 tra le sue prime nomine episcopali. La scelta delle dimissioni era motivata da un «problema di salute» che non gli permetteva di «svolgere pienamente il ministero pastorale». Dopo alcuni mesi in cui, di fatto, era sparito dalla circolazione, era riapparso a Roma nel ruolo inedito di consigliere dell’Apsa «in considerazione della sua capacità di gestione amministrativa». Una posizione che non figurava precedentemente nell’organigramma del Dicastero e che non ha mai implicato alcuna responsabilità di governo.

    Su di lui pesava l’accusa di aver abusato sessualmente e psicologicamente di seminaristi adulti. Al momento della nomina in Vaticano tuttavia non era emerso nulla di tutto questo. Era stato nel dicembre del 2018 che alcune testate parlavano di foto osé o in atteggiamenti compromettenti che un funzionario della curia di Oran aveva trovato sul cellulare del vescovo, scaricate quasi casualmente con il sistema Cloud. A queste si erano aggiunte presto le testimonianze di tre seminaristi, mentre un’altra decina di sacerdoti puntava il dito contro Zanchetta per la cattiva gestione delle finanze della diocesi.

    Sull’assessore dell’Apsa è stata avviata quindi un’indagine presso la Congregazione per la Dottrina della Fede agli inizi di gennaio. Intanto il prelato era stato sospeso dal suo incarico in Vaticano, come informava a gennaio il direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti. Nuove polemiche, circoscritte perlopiù in Argentina, si erano scatenate però a marzo dopo che il volto di Zanchetta era apparso tra quello dei vescovi e cardinali che accompagnavano il Pontefice negli Esercizi spirituali di Quaresima ad Ariccia.

    Sulla sua vicenda era calato per un po’ di tempo il silenzio, finché non è stato lo stesso Francesco a chiarirne alcune dinamiche nella lunga intervista alla emittente messicana Televisa. Alla giornalista Valentina Alazraki che chiedeva al Pontefice delucidazioni sul fatto se sapesse o meno della montagna di accuse che il vescovo si portava dietro dall’Argentina e, se sì, perché lo avesse portato a Roma, Bergoglio ha spiegato: «C’era stata un’accusa e, prima di chiedergli la rinuncia, l’ho fatto venire subito qui con la persona che lo accusava. Un’accusa con il telefono. Alla fine si è difeso dicendo che lo avevano hackerato, e si è difeso bene. Allora di fronte all’evidenza e a una buona difesa resta il dubbio, ma in dubio pro reo. Ed è venuto il cardinale di Buenos Aires per essere testimone di tutto. E l’ho continuato a seguire in modo particolare».

    «Certo – ammetteva il Papa – aveva un modo di trattare, a detta di alcuni, dispotico, autoritario, una gestione economica delle cose non del tutto chiara, sembra, ma ciò non è stato dimostrato. È indubbio che il clero non si sentiva trattato bene da lui. Si sono lamentati, finché hanno fatto come clero una denuncia alla Nunziatura». Francesco ha quindi contattato il nunzio che gli ha detto: «Guardi, la questione della denuncia per maltrattamenti è seria». «Abuso di potere, potremmo dire», ha commentato il Papa a Televisa. «Non l’hanno chiamata così, ma questo era. L’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia. Bello e chiaro. L’ho mandato in Spagna a fare un test psichiatrico. Alcuni media hanno detto: “Il Papa gli ha regalato una vacanza in Spagna”. Ma è stato lì per fare un test psichiatrico, il risultato del test è stato nella norma, hanno consigliato una terapia una volta al mese… L’ho tenuto qui perché il test diceva che aveva capacità di diagnosi di gestione, di consulenza. Alcuni lo hanno interpretato qui in Italia come un “parcheggio”».

    Nulla di tutto ciò, ha chiarito il Papa. Così come era falsa la critica che la nomina all’Apsa fosse quasi una promozione perché «si era comportato bene». «Non è stato così», ha precisato il Pontefice. «Economicamente era disordinato, ma non ha gestito male economicamente le opere che ha fatto. Era disordinato ma la visione è buona».

    Circa quindici giorni fa (al momento dell’intervista, ndr) a Francesco erano giunti «ufficialmente» i risultati dell’indagine preliminare» affidata all’arcivescovo di Tucumán, monsignor Carlos Alberto Sánchez. «L’ho letta, e ho visto che era necessario fare un processo», ha annunciato il Papa. «Allora l’ho passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, stanno facendo il processo». Tutto per dire che si sbaglia chi critica il fatto che Bergoglio fosse stato accomodante con il vescovo, sua conoscenza dai tempi del suo episcopato a Buenos Aires: «Non mi sono mai fermato», ha affermato lo stesso Francesco. Ora che il processo canonico è quasi giunto al termine «lo lascio nelle loro mani», ha detto. «Di fatto, come vescovo, devo giudicarlo io, ma in questo caso ho detto no. Facciano un processo, emettano una sentenza e io la promulgo».

  • Pedofilia, causa contro cardinale Pell

    Pedofilia, causa contro cardinale Pell

    Il cardinale australiano George Pell, già condannato per pedofilia, deve affrontare una causa civile in cui è accusato di aver coperto un prete che abusava dei bimbi.La denuncia alla Corte Suprema di Victoria è di un uomo che sosteneva di essere stato abusato dal ‘Fratello cristiano’ Edward “Ted” Dowan durante gli studi a Melbourne nel 1980. Pell,ex numero 3 del Vaticano, allora vescovo vicario per l’istruzione, è accusato di aver permesso al sacerdote di spostarsi in varie scuole pur sapendo dei fatti a lui addebitati.

    http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-9146f329-7ad9-4477-9a6a-cfc35c77ef0c.html?refresh_ce