Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia: ciò che La Nación non ha detto sulla responsabilità di Francesco

    Pedofilia: ciò che La Nación non ha detto sulla responsabilità di Francesco

    L’inchiesta condotta da La Nación giorni fa lamenta due omissioni e un errore.

    Julian Maradeo

    Innanzitutto, la colpa: sorprendentemente, la Rete dei sopravvissuti all’abuso ecclesiastico dell’Argentina – l’unico attore collettivo nel paese, composto da una équipe multidisciplinare – non è stata consultata. Pubblicato il rapporto, l’avvocato della Rete, Carlos Lombardi, ha chiesto il diritto di replica per le affermazioni del vescovo di San Francisco (Cordova), Sergio Osvaldo Buenanueva, che l’Episcopato ha scelto per progettare la strategia locale su come affrontare il problema da parte della curia.

    Nelle linee che inviò alla Nazione, senza risposta, Lombardi sostenne, fondamentalmente, questi tre punti:
    A) Le dichiarazioni del vescovo Sergio Buenanueva a La Nación sono davvero deplorevoli. Quando dice “C’era un sistema malato nella Chiesa che copriva gli abusi”, è un cinico atroce. Non solo c’era. Attualmente, il sistema di occultamento continua. Fa parte del sistema perché – come sostiene l’ex sacerdote messicano Alberto Athie – esistono tre livelli di responsabilità istituzionale. Il primo è quello del prete abusatore. Il secondo, del vescovo insabbiatore, quello che applica le regole progettate in Vaticano per proteggere gli stupratori. Il terzo livello è quello di coloro che hanno premeditatamente elaborato il sistema, concentrato nel Codice di Diritto Canonico, l’autentico uovo di serpente.

    B) Seguendo l’ordine delle dichiarazioni, quando afferma che “la Chiesa argentina non ha precedenti di maltrattamenti tra i suoi membri”, sta riconoscendo un problema che fa parte della strategia istituzionale: il mantenimento degli archivi segreti, il vaso di Pandora dove si fermeranno, secondo il canone 1339 inc. 3 del Codice Canonico, tutti i reclami e le avvertenze degli abusati.

    C) Ti chiedi come è possibile che abbiamo perso di vista il fatto che il bene da difendere non era la buona immagine della Chiesa, ma il bene di una persona che Cristo ha posto al centro della nostra missione? È un’espressione degna del personaggio di Moliere, Tartufo. Un tale atto di ipocrisia nascosta come Buenanueva stesso fa parte del meccanismo illecito (…) Non c’era coscienza? C’è oggi? Chiediamo al vescovo di La Plata Víctor Manuel Fernández, perché continua a sostenere il sacerdote Eduardo Lorenzo, denunciato per abuso sessuale di un giovane e nominato all’inizio di quest’anno alla scuola “Nostra Signora del Carmen”, a Tolosa. O al vescovo di Mendoza, Marcelo Colombo, che ha usato come motivo per chiedere un’estensione della giurisdizione per giudicare il monaco Diego Roqué – cioè per sbarazzarsi del problema – “la necessità di offrire la più assoluta indipendenza e imparzialità all’imputato” e “evitare, secondo i precedenti già esistenti nell’Arcidiocesi di Mendoza e con risultati negativi per ciò, l’eventuale azione penale, in sede statale, dei procedimenti dei nostri tribunali”.

    Omissioni e prove

    La Nazione ha trascurato gli elementi che dimostrano che Francesco è parte del problema, ostacolando il sistema di copertura dei preti abusatori fino a quando non esplode pubblicamente.
    Il 28 ottobre 2015, il giovane italiano Giuseppe Consiglio si è avvicinato al Santo Padre, nell’Aula Paolo VI. Calvo, con una linea della barba che va da un lobo all’altro e con una giacca nera che supera la vita, stringe la mano destra di Francesco mentre con l’altra consegna una lettera, che descrive il percorso seguito dai 14 sacerdoti che sono stati trasferiti dopo gli abusi commessi presso l’Istituto Próvolo Veronese. È spiegato dalla lingua dei segni. Il successore di San Pietro si scusa timidamente e gli chiede di “pregare per me”.

    Quella consegna istantanea e lo sguardo del giovane / gesto elusivo del Papa – sono stati interpretati per i posteri da Rete L’Abuso. Anni dopo, quella foto fece il giro del mondo.
    Quando? A partire da dicembre 2016, ovvero più di un anno dopo, quando sono iniziati gli arresti di sacerdoti e personale amministrativo negli istituti che Próvolo aveva avuto a La Plata e Luján de Cuyo, Mendoza.
    Anche se le prime lamentele in Italia furono conosciute pubblicamente nei primi anni del 21 ° secolo e credendo che Jorge Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires e cardinale, non lo scoprì mai, essendo il capo del Vaticano non intervenne per nessuno dei due istituti finché non fu insostenibile.

    A cui è necessario aggiungere un altro antecedente che non può essere passato inosservato: nell’agosto 2015, alla conferenza mondiale organizzata da Survivors Network of Those Abused by Priests (SNAP), a Washington, la sopravvissuta Julieta Añazco ha denunciato che i sacerdoti italiani erano stati inviati al Próvolo argentino dopo aver abusato a Verona di ragazzi con problemi di udito. Né il Papa ha fatto nulla lì.

    Inoltre, Juliet ha detto a La Trama, perché ha rifiutato l’invito di Papa Francesco a recarsi in Vaticano, dove avrebbe dovuto scusarsi: “In un caldo pomeriggio di febbraio 2014, sono andato a quello che pensavo sarebbe stato un incontro con uno dei denuncianti del prete Julio César Grassi, poiché avevo bisogno di conoscerli, abbracciarli, condividere il nostro dolore e la nostra lotta. Ero stata in grado di trovarli attraverso diverse persone e quel pomeriggio pensavo che alcuni di loro sarebbero stati a quell’incontro, ma non era così. Ho trovato un invito per andare in Vaticano. Avevo reso pubblica la mia denuncia da 5 mesi, ero in crisi e molto vulnerabile. Si scopre che la persona con cui ho avuto l’incontro conosceva l’ambasciatore argentino a Roma, Eduardo Valdes, che stava organizzando un incontro tra Papa Francesco e le vittime di abusi ecclesiastici in Argentina, per scusarsi.
    Mi disse anche che lo stesso invito era stato dato a un altro sopravvissuto e aveva già detto di sì, che avrebbe viaggiato così che il Papa potesse scusarsi.
    Non ci ho nemmeno pensato e ho anch’io detto di sì, ho pensato di portare tutte le nostre cause, che a quel tempo erano poche, in modo che il Sommo Pontefice lo scoprisse e potesse fare qualcosa.
    Già a quel tempo ci stavamo organizzando come una rete, quindi, quando ho parlato dell’invito, tutti i miei colleghi mi hanno detto automaticamente di no. Fortunatamente, all’interno della Rete, c’erano già il Dr. Carlos Lombardi e la psicologa Liliana Rodríguez, oltre alle mamme e ai sopravvissuti, che hanno combattuto per molti anni. Tutti avevano voluto andare da Bergoglio quando era cardinale a Buenos Aires, tutti gli scrivevano, chiedevano di essere ascoltati e non aveva mai incontrato nessuna vittima. Quindi, ho capito che l’unica cosa che avrebbero fatto con me è scattare foto e pubblicarle con un titolo che dice che Papa Francesco si è scusato con le vittime dell’Argentina, e nel frattempo le suore e i sacerdoti che ci hanno maltrattati sarebbero rimasti in contatto con i bambini, che è ciò che ci preoccupa di più. Così, per posta, ho detto alla persona che intercedeva tra noi e l’ambasciatore a Roma che non avrei viaggiato e ho spiegato il perché”.

    Seconda omissione

    Nel gennaio 2014, quando il Comitato dei diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite ha pubblicato le “Osservazioni conclusive sul secondo rapporto periodico della Santa Sede”. La prima cosa che ha messo in discussione il rapporto è che “purtroppo, poiché il secondo rapporto periodico è stato consegnato con un ritardo significativo, il Comitato non ha avuto l’opportunità di analizzare l’attuazione della Convenzione da parte della Santa Sede per 14 anni “.
    Al punto 29 delle osservazioni formulate nel 2014, in un linguaggio burocratico, il Comitato ha sottolineato che “è particolarmente preoccupato per il trattamento delle segnalazioni di abusi sessuali su minori, la Santa Sede ha sistematicamente posto la conservazione della reputazione della Chiesa e la protezione degli autori al di sopra degli interessi dei bambini, come osservato da diverse commissioni nazionali di ricerca”.
    Quindi, nel 34, si riferiva a un aspetto legato al patto del silenzio, sebbene in questo caso in relazione ai figli di sacerdoti che, a priori, dovevano praticare il celibato: “Il Comitato raccomanda alla Santa Sede di valutare il numero di bambini nati da sacerdoti cattolici, identificare chi sono e adottare tutte le misure necessarie per garantire i diritti di questi bambini alla conoscenza e alla cura dei loro genitori, a seconda dei casi. Il Comitato raccomanda inoltre che la Santa Sede assicuri che gli accordi di riservatezza non siano più imposti nelle chiese fornendo alle madri piani finanziari per sostenere i loro figli”.

    Ma la sezione che ha maggiormente sottolineato ciò che è stato fatto dalla Chiesa cattolica è la D, intitolata “Violenza contro i bambini”. Al paragrafo 43, il Comitato, oltre a riconoscere “l’impegno espresso dalla delegazione della Santa Sede a mantenere inviolabile la dignità e l’integrità personale di ogni bambino”, ha affermato che, di fatto, “La Santa Sede non ha riconosciuto la gravità dei crimini commessi, non ha adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori, né per proteggere i minori e ha adottato politiche e pratiche che hanno portato alla continuazione degli abusi e dell’impunità dei colpevoli”. Successivamente, ha identificato il trasferimento di sacerdoti come una delle strategie per proteggere gli aggressori, che, allo stesso tempo, ha aumentato il pericolo dei ragazzi che mantengono i contatti con i sacerdoti dislocati geograficamente.

    Nell’articolo seguente, il Comitato ha chiesto al Vaticano di fornire dati su tutti i casi di abusi sessuali su minori che gli sono stati resi noti. D’altro canto, pur ammettendo che la Santa Sede ha stabilito la sua piena giurisdizione sui casi di abusi sessuali su minori nel 1962, e li ha posti nel 2001 sotto la competenza esclusiva del CDF, la verità è che si tratta di un “crimine grave contro la moralità”, salvaguardando sempre la riservatezza e il silenzio, in realtà lo ha fatto solo “la stragrande maggioranza degli autori di abusi, e quasi tutti coloro che hanno nascosto l’abuso sessuale di minori, sfuggono ai procedimenti giudiziari negli Stati in cui sono stati commessi gli abusi”. Il Comitato non ha avuto dubbi: il Vaticano ha sviluppato una “legge del silenzio”, imposta al clero sotto la minaccia della scomunica, il che spiega, in parte, che non è denunciato e rimane tale per decenni.

    Tra le altre cose, il Comitato ha dichiarato che prima del 1 ° settembre 2017 il Vaticano doveva presentare una relazione contenente informazioni sull’applicazione delle osservazioni. La procedura è la stessa di tutti gli Stati membri. Fino ad ora non c’è stata risposta alcuna.

    https://www.perfil.com/noticias/politica/pedofilia-lo-que-diario-la-nacion-no-dijo-sobre-responsabilidad-papa-francisco.phtml?rd=1&fbclid=IwAR1PITkQ4MzDNvJND5nhL9kos5YT5lVp9iEeBUpKVrEH-lbyjlLEbdTAuu0

    (Traduzione con Google)

  • ACCUSE DI VIGANÒ A PENA PARRA. CONFERME DA MARACAIBO. — VIGANÒ ACCUSES PENA PARRA. CONFIRMATIONS FROM MARACAIBO.

    ACCUSE DI VIGANÒ A PENA PARRA. CONFERME DA MARACAIBO. — VIGANÒ ACCUSES PENA PARRA. CONFIRMATIONS FROM MARACAIBO.

    Marco Tosatti

    Era di questo periodo, un anno fa, quando mi è arrivata la telefonata di mons. Carlo Maria Viganò, in cui diceva che avrebbe avuto piacere a incontrarmi per un’intervista sul caso McCarrick. Sapete che cosa è accaduto dopo: l’intervista si è trasformata in un memoriale, scritto dall’arcivescovo, apparsa il 26 agosto. Adesso, a un anno di distanza, posso vedere quanto fosse giusta la sua previsione. Quando gli chiesi, dopo che avessimo finito di leggere e fare un po’ di editing al suo memoriale, quale si aspettava sarebbe stata la reazione del Vaticano e del Pontefice, mi rispose più o meno così. Non faranno nulla, mi faranno attaccare personalmente, non risponderanno nel merito e aspetteranno che su tutta la questione cali il silenzio.

    Il che è esattamente ciò che è accaduto. Dopo la prima risposta del Pontefice sull’aereo da Dublino – non dirò una parola -, papa Bergoglio ha lasciato passare molti mesi prima di rispondere a Valentina Alazaraki  di Televisa che non si ricordava se Viganò gli avesse parlato di McCarrick il 23 giugno 2013. Una giustificazione così zoppa, ed evidentemente incredibile (era stato il papa, a chiedere di Viganò; e la risposta era stata di una gravità inaudita) da far tacciare il Pontefice di mentitore da molte persone.

    Nel frattempo McCarrick è stato condannato con un procedimento amministrativo; molto comodo per tutti i suoi complici di ieri e di oggi (Viganò ne ha nominati diversi, nella sua testimonianza; e nessuno di essi ha fiatato, e tanto meno ha detto: lei mente! Come farebbe qualunque persona innocente accusata di omissioni, complicità e silenzi scandalosi).

    Così come è stata insabbiata sul nascere la richiesta, americana, di un’inchiesta apostolica sul caso Viganò, probabilmente per evitare che venissero scoperchiate pietre pericolose.

    È stato promesso, molti mesi fa, una decina, che tutti i documenti del caso Viganò conservati in Vaticano sarebbero stati esaminati, e eventualmente resi pubblici. Ne avete saputo più nulla? Eppure non dovrebbe essere difficile rintracciarli, quei documenti, se, come aveva denunciato l’ex Nunzio, alla Congregazione per i Vescovi c’era un voluminoso dossier su McCarrick…Notte e nebbia. Certo un esempio di trasparenza l’abbiamo avuto dal cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, che è stato appena riconfermato – anche se ha compiuto 75 anni – alla guida della Congregazione. Nella sua filippica contro Viganò, ha ammesso finalmente che in effetti Benedetto XVI aveva imposto restrizioni o sanzioni al cardinale americano. Ma perché non ha detto che esisteva una lettera, scritta dal suo predecessore cardinale Giovanni Battista Re, in questo senso – quindi non solo un richiamo verbale – che di sicuro sarà sia a Roma che a Washington? Curioso, no?

    Nel frattempo ogni singolo documento emerso in relazione al caso McCarrick, incluso il memoriale di mons. Anthony Figuereido, segretario di McCarrick e suo uomo di fiducia a Roma, ha confermato che l’ex Nunzio ha detto al verità, una verità che nessuno nel Vaticano del rinnovamento e della trasparenza vuole vedere. Così come vogliono evitare di vederla i giornalisti che si occupano di Vaticano. Il che è comprensibile: fare domande scomode, indiscrete e che stonino con gli usuali alleluja della stampa, nazionale e internazionale per il Pontefice così innovatore vuol dire guadagnarsi occhiate maligne da parte del Gran Capo e dei suoi giannizzeri…

    McCarrick è roba vecchia, direte voi. Ma di recente mons. Viganò ha lanciato accuse gravi contro il nuovo Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Pena Parra. Il Washington Post, che le aveva ricevute, ha preferito non pubblicarle, dicendo di non essere in grado di aver conferme. E lo stesso ha fatto il Catholic Herald, nella sua nuova vita filo-vaticana. Scusateci, ma questo ci sembra incredibile.

    Mons. Viganò nella sua intervista cita un collega venezuelano, Gastòn Guisandes Lopez, attualmente direttore di “Que Pasa”, a Maracaibo. Molti anni fa Lopez scrisse due articoli, in cui parlava di una lobby gay di preti di Maracaibo, comprendente sedici sacerdoti, fra cui Pena Parra. Guisandes Lopez cercò di farsi ricevere due volte dal nunzio in Venezuela, mons. Dupuy, senza riuscirci. Guisandes Lopez però gli scrisse una lettera, denunciando tutti i fatti contenuti negli articoli. Secondo Viganò questo documento, e i risultati di un’inchiesta fatta in loco sono in Segreteria di Stato: li vide con i suoi occhi.

    Guisandes Lopez è vivo e vegeto. Stilum Curiae e Infovaticana, che non hanno certamente i mezzi delle grandi agenzie internazionali, o dei giornali, sono entrati in contatto con lui. Guisandes Lopez ha confermato personalmente a Gabriel Ariza tutti i fatti raccontati da Viganò, articoli e denuncia al Nunzio compresi. Non vi sembra strano che nessuno abbia avuto – nei grandi mezzi di comunicazione – la curiosità di verificare se quelle notizie scandalose che riguardano una delle più potenti persone del Vaticano, adesso, non trent’anni fa, fossero vere?

    A me sì. E mi chiedo se sarebbe accaduto lo stesso se si fosse trattato di un ministro di Trump, o di Putin, o – perché no – di Salvini. Che pena.

    E intanto, un anno dopo, tutte le domande poste da Viganò attendono ancora una risposta. E non sono questioni minuscole: riguardano la buona fede e l’affidabilità delle massime autorità morali, i vertici della Chiesa cattolica. Ma sembrano non interessare i giornalisti. Che si guardano bene dal porre domande fastidiose ai potenti. Le critiche e i dubbi li riservano per Viganò…

    It was in this season, a year ago, when I received the phone call from Msgr. Carlo Maria Viganò, in which he said he would like to meet me for an interview on the McCarrick case. You know what happened after that: the interview turned into a witness, written by the archbishop, which was published on August 26th.

    Now, a year later, I can see how right his prediction was. When I asked him, after we had finished reading and doing some editing at his text, what he expected the reaction of the Vatican and the Pope to be, he answered me more or less like this. They will do nothing, they will attack me personally, they will not answer on the issues and they will wait, hoping that time and silence will fall on the whole question.

    Which is exactly what happened. After the Pope’s first response to the plane from Dublin – I will not say a word – Pope Bergoglio let many months pass before responding to Valentina Alazaraki of Televisa. He said he did not remember whether Viganò had told him about McCarrick on June 23rd, 2013.  Such a lame, and obviously unbelievable justification (it was the Pope, who asked for Viganò; and the answer had been of an unheard-of gravity) succeeded in having the Pontiff described as a liar by many people.

    Meanwhile McCarrick was sentenced in an administrative proceeding; very convenient for all his accomplices of yesterday and today (Viganò has named several of them in his testimony; and none of them has answered nothing; nor any of them said: she lies! How would any innocent person accused of omissions, complicity and scandalous silences behave like that?

    Just as the American request for an apostolic inquiry into the Viganò case was shelved in the bud, probably to prevent dangerous stones from being uncovered.

    It was promised, many months ago, a dozen more or less, by the Vatican, that all the documents of the Viganò case preserved in the Vatican would be examined, and eventually made public. Have you heard more about it? I did not. Yet it should not be difficult to trace them, those documents, if, as the former Nuncio had denounced, the Congregation for Bishops had a voluminous file on McCarrick … Night and fog.

    Certainly a peculiar example of transparency we have had from Cardinal Marc Ouellet, Prefect of the Congregation for Bishops, who has just been reappointed- even though he is more than 75 years old – at the head of the Congregation. In his tirade against Viganò, he finally admitted that in fact Benedict XVI had imposed restrictions or sanctions on the American cardinal. But why did he not say that there was a letter, written by his predecessor cardinal Giovanni Battista Re, in this sense – so not only a verbal reminder – that will surely be both in Rome’s and Washington’s archives ? Curious, isn’t it?

    Meanwhile, every single document emerged during these twelve months in relation to the McCarrick case, including the memorial of Msgr. Anthony Figuereido, McCarrick’s secretary and his trusted man in Rome, confirmed that the former Nuncio told the truth, a truth that nobody in the Vatican of the renewal and transparency wants to see.

    Just as journalists who deal with the Vatican want to avoid seeing it. This is understandable: asking uncomfortable, indiscreet questions that disregard an are out of tune with  the usual national and international alleluja for the Pontiff means earning evil looks from the Grand Chief and his Janissaries …

    McCarrick is old stuff, you say. But recently Msgr. Viganò has launched serious accusations against the new Substitute at the Secretariat of State, Msgr. Pena Parra. The Washington Post, which had received them, preferred not to publish them, saying it was unable to confirm. And the Catholic Herald did the same, in his new pro-Vatican life. Excuse us, but this seems scarcely credible.

    Mgr. Viganò in his interview quotes a Venezuelan colleague, Gastòn Guisandes Lopez, currently director of “Que Pasa”, in Maracaibo. Many years ago Lopez wrote two articles, in which he spoke of a gay lobby of Maracaibo priests, – sixteen priests,  – including Pena Parra. Guisandes Lopez tried to be received twice by the nuncio in Venezuela, Msgr. Dupuy, without success. However, Guisandes Lopez wrote him a letter, denouncing all the facts contained in the articles. According to Viganò this document, and the results of a survey carried out on the spot are in the Secretariat of State: he saw them with his own eyes.

    Guisandes Lopez is alive and well. Stilum Curiae and Infovaticana, who certainly do not have the means of large international agencies, or newspapers, have come into contact with him. Guisandes Lopez personally confirmed to Gabriel Ariza all the facts recounted by Viganò, articles and denunciation to the Nuncio included. Does it not seem strange to you that no one has had – in the major media – the curiosity to check whether those scandalous news concerning one of the most powerful people in the Vatican, now, not thirty years ago, were true?

    To me, yes. And I wonder if the same would have happened if it had been a minister of Trump, or Putin, or – why not – by Salvini. What a pity!

    And meanwhile, a year later, all the questions asked by Viganò still await an answer. And they are not minuscule topics: they concern the good faith and the reliability of the highest moral authorities, the leaders of the Catholic Church.

    But journalists don’t seem to care. Journalists who are careful not to ask annoying questions to the powerful people. They reserve their critics and doubts for Viganò …

  • Abusi, in Cile esplode lo scandalo di un noto gesuita. La Compagnia di Gesù: perdono per la nostra negligenza

    Abusi, in Cile esplode lo scandalo di un noto gesuita. La Compagnia di Gesù: perdono per la nostra negligenza

    Conclusa l’indagine su padre Renato Poblete, icona nazionale, autore di libri e vincitore di premi, morto nel 2010: raccolte oltre cento testimonianze su 22 casi di violenze sessuali commessi dal sacerdote a danno di donne, anche quattro minorenni

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTÀ DEL VATICANO. Quattro abusi di minori, due relazioni stabili nel tempo e 16 casi di «approccio sessuale inaspettato e violento», con alcune vittime costrette anche ad abortire. Si stenta ancora a credere in Cile che l’autore di tali malefatte sia padre Renato Poblete Bach, il famoso gesuita per oltre 20 anni cappellano dell’istituzione caritativa “Hogar de Cristo” fondata da san Alberto Hurtado, vincitore di numerosi premi e autore di libri, al quale sono state dedicate statue e circoli culturali e pastorali.

    Personaggio amato e carismatico, amministratore di ingenti somme di denaro, il religioso è morto nel 2010 a quasi 86 anni, quarantotto dei quali trascorsi a condurre una doppia vita. Risalgono tuttavia al gennaio scorso le denunce da parte di Marcela Aranda e altre donne che dicono di essere state abusate da lui in modo continuativo e anche violento. Crimini confermati da una indagine indipendente avviata coraggiosamente dalla stessa Compagnia di Gesù che celebra amaramente la memoria del suo fondatore sant’Ignazio di Loyola dovendo chiedere perdono per gli abusi commessi dal confratello.

    Lo fa in un comunicato diffuso dalla provincia cilena della congregazione in cui vengono riportate le oltre «100 testimonianze» raccolte su 22 abusi che padre Poblete avrebbe commesso dal 1960 al 2008. Nel documento di 407 pagine vengono ricordate anche le varie fasi e le conclusioni dell’inchiesta affidata all’avvocato penalista Waldo Bown, dell’Università del Cile. E viene riportata anche una dichiarazione pubblica del superiore provinciale, padre Cristián del Campo, in cui ammette che la Compagnia di Gesù in Cile non ha saputo reagire «con decisione diligenza ed efficacia» a «notizie, informazioni o segnali preoccupanti» non solo nel caso di Probete ma anche di altre vicende di abusi.

    Contro quell’icona nazionale che era “padre Renato”, simbolo di prete brillante, scaltro e generoso ma anche di quel potere clericale che – come spesso affermato dal Papa – sfocia nell’abuso e nell’abuso sessuale, non ci sono infatti solo le confessioni delle vittime ritenute «plausibili e credibili» ma anche le testimonianze di un numero significativo di persone. Si tratta di confratelli gesuiti o altri laici che parlano di «comportamenti inappropriati» da parte del sacerdote che vanno quindi a confermare i fatti denunciati.

    A nessuno però era sorto il dubbio, mentre il gesuita era in vita, che tali comportamenti fossero mai sfociati nelle malefatte sessuali denunciate oggi dalle donne: troppo scaltro ed esposto per commettere gesti simili. Eppure nel report diffuso ieri si legge: «È stato definitivamente dimostrato che Renato Poblete Barth ha abusato in modo ripetuto, serio e sistematico, protetto dal potere conferitogli dal suo sacerdozio».

    Più nel dettaglio tra i 22 casi si è constatato che quattro di essi riguardavano ragazze minori di 18 anni, vittime di baci e palpeggiamenti. «In quei quattro casi di minori – spiega il report -, l’abuso è stato generato in un quadro di dipendenza psicologica, morale o economica con le famiglie delle vittime».

    Altre aggressioni venivano invece rivolte a signore più avanti con l’età e poi ci sono le relazioni “stabili” che il gesuita intratteneva con alcune donne. Come la Aranda che ha denunciato a gennaio di essere stata legata otto anni a Poblete che per tre volte l’avrebbe costretta ad abortire. «Un rapporto stabile e apparentemente consensuale, in cui la vittima ha recentemente sviluppato la situazione di abuso in cui si trovava», si sottolinea nel rapporto.

    In cui, tra l’altro, si legge che sarebbero sei le relazioni stabili avute dal sacerdote ma non tutte «sono presentate come denunce o testimonianze in questo processo», nonostante fossero presenti «aspetti abusivi» in almeno cinque di esse. Non solo, oltre le 22 vittime l’indagine ha raccolto informazioni su presunti abusi di padre Renato anche a danno di altre persone delle quali, tuttavia, per una serie di motivi diversi (chi è morto, chi risultava irraggiungibile o ha rifiutato di denunciare), non è stato possibile ottenere testimonianze dirette.

    Nella stessa inchiesta dell’avvocato Bown si evidenzia inoltre che: «Le condotte di abuso di potere, di coscienza, di reati sessuali e altri delitti commessi da Renato Poblete sono stati sostenuti in una sorta di doppia vita, protetti dalla sua immagine pubblica di persona buona. L’abuso, trasversalmente, è stato compiuto dalla posizione di potere che ha conferito lui quella immagine, la sua enorme rete di contatti e il potere economico che aveva quando gestiva autonomamente somme di denaro importanti per molti anni».

    Sembra che dalla indagine non siano emersi elementi di insabbiamento dei crimini di Poblete ma si è ravvisata, in alcuni casi, una «responsabilità etica» per una non adeguata vigilanza da parte della Compagnia di Gesù. La stessa di cui parla padre del Campo che, nella succitata nota, afferma: «Non abbiamo agito con prontezza e serietà e ci scusiamo con le vittime di abusi. Il danno arrecato è enorme e, in molti casi, è così grande che è difficile misurarlo con parole». A nome di tutti i gesuiti del Cile il superiore aggiunge: «Ci vergogniamo e ci spezza il cuore sapere che ci sono persone che abbiamo ferito. Questo è contrario alla ragione fondamentale della nostra missione… Chiediamo perdono per gli abusi e per la nostra cecità e negligenza».

    Un’altra ferita, insomma, per la Chiesa cilena già messa in ginocchio da scandali di abusi del clero vecchi e nuovi, alcuni risalenti anche a decenni fa ma deflagrati con forza dopo la visita del Papa nel Paese nel gennaio 2018. Un tornado che ha portato anche alle dimissioni dell’arcivescovo di Santiago, il cardinale Ricardo Ezzati, attualmente sotto processo. Con lui anche otto vescovi, oltre 150 sacerdoti e laici legati alla chiesa, mentre le vittime denuncianti superano le 250.

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/07/31/news/abusi-in-cile-esplode-lo-scandalo-di-un-noto-gesuita-la-compagnia-di-gesu-perdono-per-la-nostra-negligenza-1.37279311

  • Vaticano, nuove regole per fare emergere gli abusi (Preseminario dei chierichetti sotto la lente di ingrandimento)

    Vaticano, nuove regole per fare emergere gli abusi (Preseminario dei chierichetti sotto la lente di ingrandimento)

    di Franca Giansoldati Città del Vaticano – Vista la scarsa trasparenza con la quale è stato affrontato al di là del Tevere il caso dei presunti abusi all’interno del preseminario – il collegio dove vivono decine di ragazzini inviati dalle famiglie per verificare se hanno la vocazione a diventare preti – il cardinale Angelo Comastri (dal quale dipende la struttura) ha inviato una lettera a tutti i capi dicastero per annunciare che entro l’anno il territorio di sua competenza (il Vicariato della Città del Vaticano) stabilirà un sistema pubblico, permanente e facilmente accessibile, per la presentazione di rapporti riguardanti crimini e negligenze in materia di abusi su minori e persone vulnerabili.

    La lettera contiene le linee base della procedura da seguire per far emergere eventuali informazioni e accuse di abuso. L’iniziativa recepisce quanto disposto da Papa Francesco con la promulgazione delle norme entrate in vigore lo scorso primo giugno, con il motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabilie (Vos estis lux mundi).

    Il sistema – spiegano il Vaticano – verrà progressivamente integrato con le misure adottate da altri organismi competenti, in particolare quelli individuati nelle Linee guida per la protezione dei minori. A giugno è stato nominato un Referente per la Tutela nella persona di monsignor Robert Oliver, il quale sarà tenuto a rivolgersi chi avesse informazioni o sospetti che un minore o una persona vulnerabile sia a rischio di abusi o li abbia subiti nell’ambito delle attività pastorali del Vicariato, come pure se sapesse di qualsiasi atto di negligenza delle Autorità.

    La lettera contiene le linee base della procedura da seguire per far emergere eventuali informazioni e accuse di abuso. L’iniziativa recepisce quanto disposto da Papa Francesco con la promulgazione delle norme entrate in vigore lo scorso primo giugno, con il motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabilie (Vos estis lux mundi).

    Il sistema – spiegano il Vaticano – verrà progressivamente integrato con le misure adottate da altri organismi competenti, in particolare quelli individuati nelle Linee guida per la protezione dei minori. A giugno è stato nominato un Referente per la Tutela nella persona di monsignor Robert Oliver, il quale sarà tenuto a rivolgersi chi avesse informazioni o sospetti che un minore o una persona vulnerabile sia a rischio di abusi o li abbia subiti nell’ambito delle attività pastorali del Vicariato, come pure se sapesse di qualsiasi atto di negligenza delle Autorità.

    Il caso del Preseminario era esploso in tutta la sua ambiguità nel 2017, a seguito di un libro di Gianluigi Nuzzi. Un testimone (un ex chierichetto polacco) raccontava di morbosità nei confronti dei ragazzini. Il cardinale Comastri aveva smentito che fossero mai avvenute violenze o altri episodi d’abuso. La vicenda è finita dritta al tribunale del vaticano – che ha apposto il segreto su tutto – ma poi la vicenda (come spesso accade) è finita nel silenzio.

    Il preseminario San Pio X, il collegio situato a palazzo San Carlo, dentro le mura leonine, ospita da decenni i cosiddetti «chierichetti» del Papa. Tutti  minorenni. Una prima inchiesta interna aveva portato alla luce uno spaccato piuttosto ambiguo. Più che di abusi sui minori, si trattava di ripicche interne tra omosessuali. Erano anche arrivate lettere anonime che raccontavano di un giro di gay all’ombra della basilica di San Pietro che figurava come una specie di porto delle nebbie. In ogni caso tante chiacchiere e tante voci malevole. A riprova forse che la bonifica di Papa Francesco in Vaticano forse – nonostante gli sforzi – non è riuscita ad essere così radicale.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_vaticano_regole_ultime_notizie-4649413.html

  • Assolto dalle accuse per abusi, don Mura torna a fare il prete

    Assolto dalle accuse per abusi, don Mura torna a fare il prete

    Nel marzo scorso il Tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Milano lo aveva assolto in primo grado dall’accusa di aver commesso abusi su un minorenne a Napoli nel 1989. Ora, scaduto il termine per presentare appello, quella sentenza di primo grado è passata in giudicato: la Curia di Napoli pertanto fa sapere che per don Silverio Mura è stata revocata la misura cautelare di sospensione dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale, disposta nel maggio 2018 dal cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo del capoluogo campano. Nella nota della Curia si evidenzia che la Congregazione per la Dottrina della Fede, titolata a ricorrere contro la sentenza di primo grado, non ha avanzato alcuna richiesta in merito.

    La stessa Congregazione aveva promosso il processo ecclesiastico penale, dopo i ripetuti appelli pubblici promossi da Diego E., una delle presunte vittime degli abusi, che aveva chiesto l’intervento del Papa. Le accuse erano prescritte anche sul piano canonico, ma nella vicenda c’è stata una deroga che ha portato a celebrare ugualmente il processo penale concluso con l’assoluzione di don Mura. «Premesso che l’umana sofferenza va sempre rispettata e compresa, ovunque si possa rinvenire, e che la vicenda giudiziaria in oggetto è stata per tanti motivo di dolore, l’Arcidiocesi di Napoli comunica che il percorso della giustizia ecclesiastica è giunto alla sua conclusione, che accogliamo in spirito di fede e di obbedienza», si legge nella nota della Curia partenopea.

    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/assolto_dalle_accuse_per_abusi_don_mura_torna_a_fare_il_prete-4608521.html

  • Abusi sessuali, don Mura torna a celebrare messa, Borrelli: “Lo aspetterò in chiesa”

    Abusi sessuali, don Mura torna a celebrare messa, Borrelli: “Lo aspetterò in chiesa”

    Assolto dalle accuse di abusi sessuali mosse contro di lui da Arturo Borrelli e un’altra presunta vittima, il prete di Ponticelli torna a officiare. Dopo la sentenza favorevole del Tribunale ecclesiastico, gli è stata revocata la misura cautelare di sospensione dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale, disposta nel maggio 2018 dal cardinale Crescenzio Sepe. Arturo Borrelli, il suo accusatore: “Io e l’altra vittima lo aspetteremo in chiesa”.

    Don Silverio Mura tornerà a dire messa. Dopo la sentenza di assoluzione emessa nei suoi confronti lo scorso marzo dal Tribunale ecclesiastico, è stata revocata contro di lui la misura cautelare di sospensione dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale, disposta nel maggio 2018 dal cardinale Crescenzio Sepe. Il parroco accusato di abusi sessuali su l’allora tredicenne Arturo Borrelli e su un’altra vittima, potrà tornare a officiare grazie alla sentenza pronunciata due mesi fa e ora passata in giudicato dopo il mancato appello da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, titolata a ricorrere contro la sentenza di primo grado, insieme al Borelli, che precisa: “Io invece Intendo presentare ricorso, ma non sono assistito da un legale rotale (un avvocato iscritto all’Albo canonico, la Rota Romana, in grado di patrocinare nel Tribunale ecclesiastico, ndr).Che dire, tuona Borrelli, io l’altra vittima lo aspettiamo in chiesa, speriamo che neanche allora, si sottrarrà a un confronto pacifico con noi”.

    La sentenza del Tribunale Ecclesiastico

    La stessa Congregazione aveva promosso il processo ecclesiastico penale, dopo la battaglia mediatica messa in campo da Arturo Borelli e dal suo legale, Carlo Grezio, per arrivare alla verità sui presunti abusi subiti da Arturo nel 1989, quando era uno studente e Mura, il suo insegnante di religione. La revoca della misura sarà un duro colpo per Arturo Borrelli, che nel corso del suo cammino, era stato ricevuto anche da papa Francesco, in Vaticano. In quell’occasione il pontefico incoraggiò Arturo ad andare avanti nel suo percorso.

    La storia di Arturo Borrelli
    Le accuse contro Mura, mosse da Borrelli 30 anni dopo i fatti, erano prescritte sia per la guustizia penale che per quella canonica, ma nella vicenda c’è  stata una deroga che ha portato a celebrare ugualmente il processo ecclesiastico concluso con l’assoluzione di don Mura. “Premesso che l’umana sofferenza va sempre rispettata e compresa, ovunque si possa rinvenire, e che la vicenda giudiziaria in oggetto è stata per tanti motivo di dolore, l’Arcidiocesi di Napoli comunica che il percorso della giustizia ecclesiastica è giunto alla sua conclusione, che accogliamo in spirito di fede e di obbedienza”, si legge nella nota della Curia partenopea. A scrivere la parola fine, sarà ora il Tribunale Civile per cui la sentenza ecclesiastica non ha alcun valore.

    https://napoli.fanpage.it/abusi-sessuali-don-silverio-mura-torna-a-celebrare-messa-per-la-chiesa-e-innocente/

  • Pedofilia, Padre Bernard Prenyat ‘spretato’/ Lione, condannato per abusi su minori

    Pedofilia, Padre Bernard Prenyat ‘spretato’/ Lione, condannato per abusi su minori

    Tribunale Ecclesiastico di Lione condanna alla massima pena Padre Bernard Preynat: dimesso da stato clericale dopo gli abusi di pedofilia “contro grande numero di vittime”

    Il Tribunale Ecclesiastico di Lione ha emesso la condanna per pedofilia con massimo della pena possibile nei confronti di Padre Bernard Prenyat, il sacerdote che avrebbe abusato di un gruppo scout negli anni tra il 1986 e il 1996: ebbene secondo le regole del Diritto Canonico, il prete è stato dimesso dallo stato clericale e di fatto da oggi non può più considerarsi membro del clero cattolico. «Alla luce dei fatti, della loro persistenza e del grande numero di vittime è stato dimesso dallo stato clericale» si legge nel comunicato diffuso dalla Conferenza Episcopale francese in merito al processo penale contro Padre Preynat. «In seguito alla revoca della prescrizione da parte della Congregazione per la dottrina della fede e all’apertura del processo giudiziario il 6 agosto 2018, il Tribunale ecclesiastico incaricato del caso di padre Bernard Preynat si è riunito oggi per rendere pubblico il suo verdetto. Padre Bernard Preynat è stato condannato per aver commesso reati sessuali contro minori di età inferiore ai 16 anni», spiega la durissima sentenza francese che chiude quantomeno un capitolo della difficile e complessa vicenda legata anche all’Arcivescovo di Lione, il Card. Philippe Barbarin che di recente ha rassegnato le dimissioni a Papa Francesco a seguito della condanna (in data 7 marzo) proprio per la presunta “copertura” di Padre Preynat. «Alla luce dei fatti e della loro persistenza, il gran numero di vittime, il fatto che padre Bernard Preynat abbia abusato dell’autorità conferitagli dalla sua posizione nel gruppo di scout che lui stesso aveva fondato e che dirigeva dalla sua creazione, assumendone la duplice responsabilità di capo e cappellano, la Corte ha deciso di applicare la pena massima prevista dalla legge della Chiesa in tal caso, cioè la dimissione dello stato clericale. Padre Bernard Preynat può, se lo desidera, fare appello al Tribunale della Congregazione per la dottrina della fede entro un mese dalla notifica della sentenza. Dopo questo tempo, la pena diventerà esecutiva», spiega la sentenza del Tribunale Ecclesiastico di Lione.

    “SPRETATO” IL SACERDOTE CHE MISE NEI GUAI L’ARCIVESCOVO DI LIONE

    Da ultimo, la Corte considera la colpevolezza di Padre Bernard Preynat ora del tutto pienamente, con il Tribunale che d’ora in poi può dedicarsi «allo studio di ciascuna delle richieste di risarcimento finanziario delle vittime». Negli anni ’70 e ’80, il sacerdote francese era stato responsabile di un gruppo di scout a Sainte-Foy-lès-Lyon, all’epoca non collegato ai grandi movimento di scoutismo, e quindi non era oggetto di ispezioni. Furono poi decisive le denunce fatte dall’associazione “La Parole Libérée” diversi decenni dopo a rivelare l’entità gravissima degli abusi di pedofilia compiuti in quegli anni: la revoca della prescrizione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, effettuata su richiesta del cardinale Barbarin, «aveva permesso l’apertura di un procedimento giudiziario il 6 agosto 2018, al fine di integrare nel processo le richieste di risarcimento delle parti», riporta Vatican News. Proprio il Cardinale di Lione è stato accusato e condannato in primo grado a 6 mesi di carcere (con sospensione della pena) per la presunta “copertura” delle ignominie fatte da Preynat, con notevoli dubbi però in merito alla vicenda: Papa Francesco ha rifiutato e non accettato le dimissioni di Barbarin, che ha comunque deciso di ritirarsi prima del processo d’appello del prossimo novembre, perché lo ritiene innocente come del resto si è sempre professato il Cardinale. L’Arcivescovo non è stato condannato per aver “direttamente” coperto gli abusi sessuali di Preynat ma perché avrebbe omesso di denunciarlo dopo aver scoperto quel passato, assegnandoli invece incarichi pastorali fino al 2015: al processo l’arcivescovo si è sempre difeso evidenziando il contesto e le ragioni che lo avevano spinto, come guida della Chiesa a Lione, «a non rinnegare bruscamente la linea di condotta dei suoi predecessori, a cominciare dal cardinale Albert Decourtray, in carica a Lione fino alla morte giunta nel 1994» come riportava l’Avvenire diversi mesi fa. La procura lo ha condannato lo stesso, non ritenendo valide quello scambio di lettere nel 2015 tra l’Arcivescovo e il Vaticano dove veniva consigliato il licenziamento del prete Preynat «evitando lo scandalo pubblico», seguito alla perfezione dal cardinale Barbarin.

    Pedofilia, Padre Bernard Prenyat ‘spretato’/ Lione, condannato per abusi su minori

  • Pedofilia, cardinale messicano choc: colpa delle vittime

    Pedofilia, cardinale messicano choc: colpa delle vittime

    Le vittime di pedofilia che accusano gli uomini di Chiesa “dovrebbero avere un po’ di pietà perché hanno una coda molto lunga” e dunque facile da pestare. In altri termini è colpa anche loro.

    Una affermazione choc quella del cardinale messicano Sergio Obeso Rivera, che ha commentato così l’ultimo grande scandalo, quello della Pennsylvania, in Usa. Parole che stridono con il duro comunicato diramato ieri sera dalla Santa Sede che ha parlato invece di “dolore e vergogna”.

    Di “orrori”, di crimini che devono essere denunciati e non coperti e che soprattutto non si devono ripetere. In linea con le dichiarazioni del Vaticano, sono quelle arrivate dal presidente della Conferenza episcopale americana, il cardinale Daniel DiNardo. “Mi scuso e chiedo umilmente perdono per ciò che i miei fratelli vescovi e io abbiamo fatto e non abbiamo fatto”, ha detto non nascondendo il “fallimento” della leadership episcopale.

    “Il risultato è che decine di amati figli di Dio sono stati abbandonati per affrontare da soli gli abusi. Questa è una catastrofe morale”. DiNardo ha annunciato un piano per contrastare la piaga degli abusi con il coinvolgimento di laici, esperti e dello stesso Vaticano; sarà sottoposto all’attenzione dell’assemblea dei vescovi a Baltimora a novembre.

    “Siamo di fronte a una crisi spirituale che richiede non solo la conversione spirituale ma anche cambiamenti pratici”, a partire da nuovi canali per la segnalazione di denunce e una gestione dei casi che veda un maggiore protagonismo dei laici. “Andrò a Roma – annuncia il cardinale – per presentare questi obiettivi e criteri alla Santa Sede”.

    “L’obiettivo principale è una maggiore protezione contro i predatori nella Chiesa e chiunque li protegga”.

    In America, intanto, si fanno sempre più pressanti le richieste di dimissioni ad uno dei prelati più in alto grado negli Usa, l’attuale arcivescovo di Washington, cardinal Donald W. Wuerl, che a Pittsburgh fu vescovo per 18 anni, dal 1988 al 2006 e che dal Gran Giurì della Pennsylvania è accusato di presunte coperture di abusi commessi nella sua diocesi all’epoca dei fatti.

    Il dossier pedofilia dovrebbe essere tra le questioni che saranno affrontate anche nel prossimo viaggio del Papa in Irlanda, il 25 e 26 agosto. Il pontefice in quei giorni potrebbe infatti incontrare alcune vittime di pedofilia del clero. Lo ha detto monsignor Eamon Martin, presidente dei vescovi irlandesi, in una intervista alla Bbc.

    Il vescovo ha detto che resterebbe “sorpreso” se non ci fosse un tale incontro. “Mi piacerebbe pensare che il Papa incontrerà i sopravvissuti agli abusi, ma anche che affronterà questo problema in qualche modo – ha detto Martini – durante la sua presenza tra noi”.

    https://gds.it/articoli/mondo/2018/08/17/pedofilia-cardinale-messicano-choc-colpa-delle-vittime-2a55b175-af19-4614-adbf-f2fd18a02169/

  • L’inedito Viganò investe il numero tre della curia

    L’inedito Viganò investe il numero tre della curia

    L’ex nunzio rende nota una parte dell’intervista al WP non pubblicata. Cita pesantissime accuse su violenze nel pre seminario vaticano gestito dal vescovo di Como, che portarono chi indagò ad essere rimosso. E aggiunge benzina sul conto del già “chiacchieratissimo” arcivescovo Peña Parra, numero tre della curia vaticana. 

    Mons. Viganò è di nuovo in prima pagina. LifeSiteNews ha pubblicato dichiarazioni dell’ex nunzio negli Stati Uniti che chiamano in causa personaggi importanti del Vaticano in storie di abusi, coperti o ignorati, e che toccano oltre al Pontefice regnante i suoi due collaboratori più stretti, e cioè il Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin e il Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Peña Parra. In realtà il testo di mons. Viganò consiste nelle risposte che ha dato in un’intervista di qualche tempo fa al Washington Post, e che il giornale ha tagliato, riservandosi di compiere con esse un’inchiesta più approfondita. Ma le settimane sono trascorse, senza che la seconda parte dell’intervista venisse alla luce. Così l’arcivescovo ha deciso di rendere comunque pubbliche le sue dichiarazioni, uscite su LifeSiteNews.

    «I segni che vedo sono davvero inquietanti. Non solo papa Francesco non fa quasi nulla – ha detto – per punire chi ha commesso abusi, per denunciare e assicurare alla giustizia coloro che hanno, per decenni, facilitato e nascosto i violentatori. Solo per citare un esempio: il cardinale Wuerl, che ha coperto gli abusi di McCarrick e di altri per decenni e le cui menzogne ripetute e sfacciate sono state rese chiare a tutti coloro che hanno prestato attenzione, ha dovuto dimettersi disonorevolmente a causa dell’indignazione popolare. Eppure, accettando le sue dimissioni, papa Francesco lo ha elogiato per la sua “nobiltà”. Quale credibilità può avere il papa dopo questo tipo di dichiarazioni?».

    L’ex nunzio ha poi riferito di due fatti gravi lasciando intendere che siano stati nascosti volutamente. Il primo sarebbe accaduto all’interno delle stesse mura del Vaticano, al Pius X pre-seminario, che si trova a pochi passi dalla Domus Sanctae Marthae, dove vive papa Francesco. Quel seminario forma i minori che servono come chierichetti nella Basilica di San Pietro e nelle cerimonie papali.

    Ebbene: «Uno dei seminaristi – ha detto -, Kamil Jarzembowski, un compagno di stanza di una delle vittime, afferma di aver assistito a dozzine di episodi di aggressione sessuale. Insieme ad altri due seminaristi, ha denunciato l’aggressore, prima di persona ai suoi superiori , poi per iscritto ai cardinali, e infine nel 2014, sempre per iscritto, a papa Francesco. Una delle vittime era un ragazzo, presumibilmente abusato per cinque anni consecutivi, a partire dall’età di 13 anni. Il presunto aggressore era un seminarista di 21 anni».

    Viganò ha spiegato che «quel pre-seminario è sotto la responsabilità della diocesi di Como ed è gestito dall’”Associazione Don Folci”. Un’indagine preliminare fu affidata al vicario giudiziario di Como, don Andrea Stabellini, che trovò elementi di prova che giustificavano ulteriori indagini. «Ho ricevuto informazioni di prima mano – ha detto – che indicavano che i suoi superiori hanno proibito che continuasse le indagini. Egli stesso può testimoniare per se stesso, e esorto ad andare a intervistarlo. Prego che trovi il coraggio di condividere con voi ciò che ha così coraggiosamente condiviso con me».

    Secodo l’ex nunzio «il caso fu immediatamente nascosto dall’allora vescovo di Como, Diego Coletti, insieme al cardinale Angelo Comastri, vicario generale di papa Francesco per la Città del Vaticano». Inoltre «il cardinale Coccopalmerio, allora presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, consultato da don Stabellini, lo ha fortemente ammonito di interrompere le indagini».

    Alla fine il caso sarebbe stato insabbiato: «Il vescovo di Como ha rimosso don Stabellini dalla carica di vicario giudiziario; l’informatore, il seminarista Kamil Jarzembowski, fu espulso dal seminario; i due compagni seminaristi che si erano uniti a lui nella denuncia lasciarono il seminario e il presunto violentatore è stato ordinato sacerdote nel luglio 2017».

    Il secondo caso portato alla luce da Viganò riguarda l’arcivescovo Edgar Peña Parra, che papa Francesco ha scelto come nuovo Sostituto presso la Segreteria di Stato, rendendolo la terza persona più potente nella curia. In tal modo, il Papa ha sostanzialmente ignorato – secondo l’ex diplomatico – un terrificante dossier inviato da un gruppo di fedeli di Maracaibo, dal titolo “Quién es verdaderamente Monseñor Edgar Robinson Peña Parra, Nuevo Sustituto de la Secretarîa de Estado del Vaticano?“. Il dossier è firmato da Enrique W. Lagunillas Machado, nel nome del “Grupo de Laicos de la Arquidiócesis de Maracaibo por una Iglesia y un Clero según el Corazón de Cristo“. Questi fedeli accusano Peña Parra di terribile immoralità, descrivendo in dettaglio i suoi presunti crimini. «Questo – ha commentato – potrebbe anche essere uno scandalo che supera quello di McCarrick, e non deve essere permesso che sia coperto dal silenzio.

    Rispetto ai fatti già resi noti da L’Espresso, Viganò ha aggiunto fatti noti in Segreteria di Stato in Vaticano dal 2002 tra cui l’accusa rivolta a Peña Parra «di aver sedotto, il 24 settembre 1990, due seminaristi minori della parrocchia di San Pablo, che dovevano entrare nel Seminario Maggiore di Maracaibo quello stesso anno. Si dice che l’evento abbia avuto luogo nella chiesa di Nuestra Señora del Rosario, dove il reverendo José Severeyn era parroco. Il Rev. Severeyn fu poi rimosso dalla parrocchia dall’allora arcivescovo mons. Roa Pérez. Il caso è stato denunciato alla polizia dai genitori dei due giovani ed è stato trattato dall’allora direttore del seminario maggiore, Enrique Pérez, e dal direttore spirituale allora, Emilio Melchor. Il Rev. Pérez, interrogato dalla Segreteria di Stato, confermò per iscritto l’episodio del 24 settembre 1990. Ho visto questi documenti con i miei occhi».

    Queste accuse furono segnalate alla Segreteria di Stato nel 2002 dall’allora nunzio apostolico in Venezuela, l’arcivescovo André Dupuy. Ora, Viganò dice che «la documentazione pertinente, se non è stata distrutta, può essere trovata sia negli archivi del personale diplomatico della Segreteria di Stato dove ho ricoperto la carica di Delegato per le Rappresentanze Pontificie, sia negli archivi della nunziatura apostolica in Venezuela, dove i seguenti arcivescovi hanno prestato servizio come nunzi: Giacinto Berloco, dal 2005 al 2009; Pietro Parolin, dal 2009 al 2013; e Aldo Giordano, dal 2013 ad oggi».

    Viganò ribadisce che «avevano tutti accesso ai documenti che riportavano queste accuse contro il futuro Sostituto, così come i cardinali segretari di Stato Sodano, Bertone e Parolin e i sostituti Sandri, Filoni e Becciu.

    Secondo Viganò però, è la posizione di Parolin, attuale Segretario di Stato, ad essere «particolarmente grave». Di fatto non si è opposto alla recente nomina di Peña Parra come sostituto, rendendolo il suo più stretto collaboratore. Ancor di più: anni prima, nel gennaio 2011, come nunzio apostolico a Caracas, Parolin non si è opposto alla nomina di Peña Parra come arcivescovo e nunzio apostolico in Pakistan. «Prima di incarichi così importanti – ribadisce -, viene fatto un rigoroso processo informativo per verificare l’idoneità del candidato; quindi quelle accuse sono state sicuramente portate all’attenzione del cardinale Parolin».

    Infine sul conto di Peña Parra, Viganò documenta come sia «strettamente connesso con l’Honduras e più precisamente con il cardinale Maradiaga e il vescovo Juan José Pineda».

    Fino a qui mons. Viganò. Abbiamo chiesto a Gastòn Guisandes Lopez, che ora è direttore di un giornale a Maracaibo, “Que Pasa” riscontri sui fatti di cui parla Viganò e sui quali a suo tempo scrisse. Siamo in attesa di una risposta. Ma anche il Vaticano, pensiamo, dovrebbe dare una risposta e, se le denunce fatte non corrispondono a verità, dirlo chiaramente. I cattolici hanno il diritto di sapere in che mani sono.

    http://lanuovabq.it/it/linedito-vigano-investe-il-numero-tre-della-curia?fbclid=IwAR2oeqb096n-v4Hr03fnLXuuYR09unRG0N98NGax7AzdgsmW0cbUlEDoLmg

  • Pedofilia, il sacerdote di Lione dimesso dallo stato clericale

    Pedofilia, il sacerdote di Lione dimesso dallo stato clericale

    Il sacerdote Bernard Preynat è riconosciuto colpevole di abusi sessuali su minori

    MILANO – Pedofilia, il sacerdote di Lione dimesso dallo stato clericale. Il sacerdote Bernard Preynat è riconosciuto colpevole di abusi sessuali su minori. E dimesso dallo stato clericale dal Tribunale ecclesiastico collegiale. Dopo che il 73enne è accusato di aver abusato di giovani scout che gli erano stati affidati alla periferia di Lione. Secondo quanto ha riferito Vatican News, in attesa di un processo civile la cui data non è ancora fissata, un tribunale ecclesiastico si è riunito per emettere il proprio verdetto. Il caso ha suscitato grande clamore nella diocesi di Lione e in tutta la Chiesa di Francia. Questo caso ha provocato il ritiro del cardinale Barbarin. Che non era a capo della diocesi di Lione al momento dei fatti, ma aveva lasciato Preynat in carica in parrocchia fino al 2015.

    Padre Preynat “è riconosciuto colpevole di aver commesso atti delittuosi di carattere sessuale su minori di età inferiore ai 16 anni”. Questa è la formula usata dal Tribunale ecclesiastico collegiale incaricato del suo processo penale, in un comunicato diffuso dalla Conferenza dei vescovi di Francia. “Il Tribunale ha deciso di applicare la pena massima prevista dal diritto della Chiesa in questo caso, cioè le dimissioni dello stato clericale”, ha proseguito. Padre Preynat può ancora fare appello al Tribunale della congregazione per la dottrina della fede entro un mese, sottolinea Vatican News, periodo intercorso il quale la condanna diventerà esecutiva.

    (LaPresse)