Un sopravvissuto di Dunedin agli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica, è stato allontanato dall’ingresso del Vaticano dalle Guardie svizzere.
Darryl Smith è volato a Roma questa settimana per partecipare al raduno dei sopravvissuti, in coincidenza con il summit dei leader delle conferenze episcopali di tutto il mondo.
Il signor Smith aveva sperato in un’udienza con papa Francesco e stava portando con sé una lettera di presentazione dal vescovo cattolico di Dunedin, il reverendo Michael Dooley, che ha anche contribuito a pagare il suo viaggio.
Tuttavia, il Dr Murray Heasley, un portavoce di Auckland per la Rete dei sopravvissuti agli abusi nelle istituzioni basate sulla fede e i loro sostenitori, ha detto che per la visita vi erano dei problemi.
Il dott. Heasley, che è anche a Roma per il raduno, ha dichiarato in un post di Facebook che a Mr Smith era stato “rifiutato l’ingresso in Vaticano per incontrare il Papa”.
“Siamo stati bloccati dalla Guardia svizzera che ha respinto la lettera del vescovo Dooley e ci ha detto che dovevamo seguire un protocollo lungo e che richiede tempo.”
“Non è stato importante dare priorità a un sopravvissuto nella settimana dei sopravvissuti, nonostante un volo di 40 ore da Dunedin.”
“Ci guardavano come se fossimo pazzi, anche solo per aver pensato che un tale incontro fosse possibile.”
Il signor Smith ha visitato la piazza pubblica davanti al Vaticano e ha rilasciato interviste agli organi di stampa australiani e di altri media internazionali riguardo alle sue esperienze, ha detto il dott. Heasley.
Il dott. Heasley, ex prefetto capo della St Paul’s High School – ora parte del Kavanagh College – e laureato all’Università di Otago, è stato nominato rappresentante della Nuova Zelanda nel gruppo Ending Clergy Abuse Global (ECAG), che ha cinque giorni di incontri ed eventi in concomitanza con il summit dei vescovi.
La riunione di questa settimana di circa 130 vescovi, tra cui il cardinale neozelandese John Dew, è stata indetta da Papa Francesco per discutere della crisi degli abusi sessuali che ha travolto la chiesa.
(traduzione con Google)
https://www.odt.co.nz/news/dunedin/survivor-denied-entry-vatican?fbclid=IwAR3XuGln4Y_Gj65feEAJcxARCNPRbl_MQ8GfAxoyLKTg8Gcujh8rKPil3ok
Al vertice delle Conferenze Episcopali “La tutela dei minori nella Chiesa” (21-24 febbraio) presieduto da Papa Francesco, padre Federico Lombardi, moderatore dell’incontro in Vaticano, ha annunciato le iniziative intraprese dalla Santa Sede.
Nuovo Motu Proprio per la protezione dei minori, per le persone vulnerabili, la pubblicazione della Congregazione per la dottrina della fede di «un vademecum per aiutare i vescovi a comprendere doveri e compiti e, infine, la creazione di unità operative (Task forse) di persone competenti per aiutare le diocesi.
Martedì 26 febbraio, è arrivata la notizia “allucinante”: il cardinale George Pell, principale consigliere finanziario di papa Francesco e ministro dell’Economia vaticano, è stato giudicato colpevole da un tribunale in Australia di abusi sessuali su due ragazzini di 13 anni e rischia fino a 50 anni di carcere. Pell sarà detenuto nella Assessment Prison di Melbourne in attesa della sentenza prevista per il 13 marzo 2019.
La Santa Sede passerà finalmente dai pronunciamenti ai fatti? Le vittime sono soddisfatte dal vertice che ha suscitato interesse della stampa internazionale? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Francesco Zanardi, vittima degli abusi di un sacerdote all’età di undici anni e attualmente presidente della Rete L’Abuso — Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.
— Francesco, qual è il Suo giudizio sul summit appena finito?
— Il mio pensiero non è purtroppo positivo. Ci aspettavamo qualcosa di molto più concreto. Per esempio, che dall’incontro dei 191 capi delle conferenze episcopali uscisse già la notizia sulle dimissioni di vescovi che hanno nascosto in tutti questi anni gli abusi. Se Papa Francesco, che dall’inizio del suo pontificato continua a lamentarsi che i vescovi sappiano, davvero ha dei buoni propositi, allora deve annunciare subito le loro dimissioni. Se no, ricadiamo nei soliti giochi quando il Papa da una parte dice che le cose devono essere cosi ma poi non si fa perché dall’altra parte c’è la scusa che i vescovi non ubbidiscono. Direi che questo il primo punto da superare.
— Quindi, si può dire che questo vertice è stato una specie di fiasco?
— E’ stato un enorme fiasco perché io ero tra le otto persone che lunedì scorso sono stati ricevuti dal Comitato organizzatore del summit. Ho parlato per due ore e mezzo con mons. Scicluna, padre Zollner e padre Lombardi. I punti del mio intervento erano ben chiari: l’annuncio del licenziamento di diversi vescovi e l’apertura degli archivi e la loro consegna alla magistratura. Sostanzialmente noi abbiamo chiesto la Chiesa di mettersi nei panni nostri, nei panni delle vittime. Lo scandalo pedofilia nel mondo emerso sui giornali nel 1999. Oggi siamo nel 2019, cioè in questi 20 anni si sono dette un sacco di chiacchiere ma di fatto la Chiesa è ancora qua per cercare un punto di partenza.
— Però non avete incontrato il Papa, come si aspettava, vero? Si sente deluso?
— Esatto, la promessa c’era ma poi in realtà non l’ho abbiamo incontrato. Io non sono cattolico, non sono credente, però devo ammettere che sono deluso per un motivo molto semplice. A mio avviso, il Papa, essendo è il capo dello stato del Vaticano, quindi è la persona che ritiene il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, doveva partecipare all’incontro così importante.
— Comunque durante il vertice il Vaticano ha cercato di mandare al mondo un messaggio molto chiaro, sottolineando che ora si passa alla concretezza di precisi provvedimenti. Ha annunciato un nuovo Motu proprio papale e ha parlato della necessita di rinnovare la formazione dei Seminari. Queste misure, a Suo avviso, potrebbero davvero aiutare a purificare la Chiesa? Sarebbe possibile, utilizzando le parole di Francesco, “trasformare questo male in un’opportunità”?
— Sono oramai da vent’anni che il Vaticano dice queste cose. Papa Bergoglio ha già fatto un Motu proprio in precedenza che però non è stato mai applicato. Per quale motivo io devo essere contento per questo nuovo? È solo una pubblicità. Per il momento non ha fatto niente, solo ha detto che lo farà. Ma dire e fare sono i due verbi diversi. L’unica cosa che io vedo che Francesco non ha parlato con le vittime per vedere insieme con noi come si può non solo cambiare la situazione da oggi e in avanti ma anche di assumere la responsabilità per quello che è stato fatto prima. Anzi, nel comunicato che è uscito dalla sala stampa vaticana la Chiesa addirittura sostiene di essere vittima. Ma io sinceramente credevo di essere io la vittima, invece no, adesso la Chiesa si presenta come una vittima.
— Subito dopo il summit sugli abusi si è scoppiato il caso Pell. Si stratta di una pura coincidenza o la Santa Sede vuole fare di questo prelato un capro espiratorio per far vedere a tutto il mondo che il Vaticano ha iniziato una vera e propria lotta contro gli abusi? Non pensa che per la Santa Sede è più facile mettere Pell alla gogna che portare avanti i cambiamenti concreti?
— Direi che qui il Vaticano non centra niente, perché la condanna non è della Chiesa ma di un tribunale civile in Australia. La Chiesa poteva condannarlo due anni fa, invece non l’ho fatto, per cui questo verdetto non è il merito del Vaticano.
— La Sua “ricetta”: cosa deve fare la Chiesa per porre fine a questo fenomeno pericoloso? La mossa del governo tedesco, che chiede alla Chiesa in Germania di aprire i propri archivi che finora ha secretato, potrebbe essere considerata il primo passo?
— Quello che fa adesso il governo tedesco dovrebbe fare la Chiesa, il Papa. Noi ci aspettavamo lunedì che Francesco ordinasse l’apertura di archivi che venissero consegnati alle autorità giudiziaria dei paesi dove crimini sono stati commessi. Questa è una cosa molto concreta. Le parole che pronuncia fino adesso il Papa sono sempre quelle che fa dal 2013. Siamo veramente stanchi di parole di Papa Bergoglio! Vogliamo i fatti!
— E voi come la Rete d’abuso come pensate di muoversi adesso dopo questo summit?
— Purtroppo siamo costretti a fare opposizione, a protestare. Vediamo come andrà a finire questo nuovo Motu proprio ma vedrà che finirà come quello precedente. Il 22-23 gennaio noi come Associazione abbiamo partecipato all’incontro presso il Comitato per la tutela del fanciullo delle Nazioni Unite di Ginevra. Abbiamo portato l’Italia al processo perché noi riteniamo che lo stesso Stato italiano ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili. Questa la portata degli abusi da noi censiti nella mappa interattiva, che raccoglie solamente i casi italiani passati alla cronaca nell’ultimo decennio. Quasi 300 quelli noti. L’Onu ci ha dato ragione. Per cui vorrei sottolineare che se non ci fossero stati le vittime, che in tutti questi anni protestavano, il summit di Papa, di cui hanno parlato tutti i giornali italiani e quelli stranieri, non sarebbe mai stato. Si stanno scoppiando casi in tutto il mondo e la Chiesa non poteva più fare finta che non succede niente, doveva dire qualcosa…
L’incontro mondiale sul tema degli abusi clericali verso i minori e gli adulti vulnerabili, indetto da Francesco tra il 21 e il 24 febbraio scorso, è stato soprattutto un momento di confronto con la verità delle vittime, che sono state ascoltate dai cardinali radunati in Vaticano.
È da poco noto il video-testimonianza di Alessandro, abusato da don Mauro Galli, prete protetto dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini: «Ho smesso di credere in Dio perché non può esistere un Dio che permette tutto questo… Sono stato abusato dal prete a cui avevo affidato la mia vita, a cui io confidavo tutto». Le parole del giovane ragazzo riconducono al tema dell’abuso psicologico, il grande assente nel summit antipedofilia. Perché, come dichiara Francesco nel documento finale, «È difficile comprendere il tema degli abusi sessuali sui minori senza la considerazione del potere, in quanto essi sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità psicologica e fisica». Se si fosse voluto affrontare il problema della pedofilia clericale in modo risolutivo, tra le azioni prioritarie si sarebbe dovuto mettere mano alla revisione degli statuti e dei Regolamenti interni che legittimano l’azione dei movimenti ecclesiali, come l’Opus Dei, il movimento dei Focolari, Comunione e Liberazione, i neocatecumenali. I ragazzi abusati in queste istituzioni sono vittime di derive settarie che lavorano sulle coscienze. La revisione dei documenti interni è avvenuta per i Legionari di Cristo, ma soltanto dopo l’emersione dello scandalo legato al suo fondatore Marcial Maciel Degollado. Più volte i transfughi hanno raccontato la violazione, che si compie internamente alle istituzioni, nei confronti della loro intimità psicologica, attraverso pratiche come la direzione spirituale, il colloquio fraterno, la confessione sacramentale. L’abuso psicologico, nei movimenti ecclesiali o in contesti chiusi, sembra sistematico e strutturale. Lo stesso padre Giuliano Stenico, presidente dell’Associazione Ministri della Misericordia, durante un’intervista dichiarava, nel 2017 «Le suore, non di rado, sono vittime di abusi di autorità, un abuso psicologico frequente che purtroppo può essere il viatico dell’abuso sessuale». Lunedì 25 febbraio, a conclusione de l’incontro su “La Protezione dei Minori nella Chiesa”, si è svolta la riunione interdicasteriale, fortemente voluta da papa Francesco, per l’adozione di misure concrete nella lotta alla pedofilia clericale; l’individuazione degli ambienti ecclesiastici più inclini alle pratiche abusanti e una riforma dei loro Statuti/Regolamenti sarebbe quella ricaduta operativa che il popolo di Dio si aspetta da Francesco, al di là di proclami e linee guida; il traguardo più imminente, annunciato in queste ore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, sembra invece essere quello della redazione di un vademecum che ha lo scopo di aiutare i vescovi di tutto il mondo a comprendere chiaramente quali siano i loro doveri. Appare poco credibile che, nel 2019, un vescovo non conosca il proprio dovere in merito alle notizie di reato di cui viene a conoscenza.
Per attuare un’azione concreta di contrasto alla pedofilia clericale la Santa Sede dovrebbe uscire dalle stanze vaticane; la Chiesa dovrebbe cominciare a dialogare con interlocutori diversi, come per esempio Eca (Ending Clergy Abuse) o Rete L’Abuso, ma anche con autori di libri denuncia come De l’emprise à la liberté a cura dello psico sociologo belga e professore emerito presso l’Università Cattolica di Lovanio Vincent Hanssens, scritto per édition mols, tradotto in italiano in formato e-book dallo stesso editore; un testo che contestualizza l’origine dell’abuso psicologico. Tra gli autori c’è anche padre Pierre Vignon, sacerdote diocesano e per molti anni giudice ecclesiastico, oramai noto per aver chiesto le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin che avrebbe coperto gli abusi sessuali compiuti da padre Bernard Preynat.
A fronte della tolleranza zero proclamata oramai da qualche anno, non si è trovato tempo, durante il summit, per una discussione sulla revisione di due testi cruciali: il Concordato tra Stato e Chiesa, che prevede per i vescovi italiani l’esonero della denuncia alle autorità civili (art. 4 comma 4) e la lettera De delictis gravioribus, firmata nel 2001 da Ratzinger, indirizzata a tutte le gerarchie ecclesiastiche; il documento afferma che i casi di delitti più gravi, tra cui gli abusi sui minori, «sono soggetti al segreto pontificio». Ci si sarebbe aspettati cioè una risposta di assoluta trasparenza sui procedimenti canonici che coinvolgono i preti pedofili.
Centrale e costante è stato invece il riferimento al demonio, che secondo la tradizionale dottrina della Chiesa cattolica è una persona, non un’idea e nemmeno il peccato. Impossessandosi del corpo di una vittima, agisce attraverso di essa, facendole compiere azioni vergognose e incontrollate. Ne parla, a pochi giorni dall’inizio del summit, il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nonché uomo di fiducia di Francesco, durante il suo intervento al Convegno biennale dell’Associazione Internazionale Esorcisti: «Il diavolo non è un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea», ma «un essere personale che ci tormenta»; in linea con le parole di Francesco che chiudono le giornate dell’evento: il consacrato, scelto da Dio per guidare le anime verso la salvezza, che compie abusi sessuali, è uno strumento di satana. Nasce quindi un problema di imputabilità, perché se l’origine degli abusi clericali fosse davvero il diavolo servirebbero una schiera di esorcisti e non una magistratura pronta a perseguire i crimini. L’esorcista va alla caccia del diavolo, mentre il giudice del carnefice.
Il prefetto della Congregazione del Clero spiega le linee guida del Dicastero applicate nei casi dei preti di rito latino che hanno prole: «Il celibato non è in discussione»
L’esistenza di queste indicazioni era stata resa nota nelle scorse settimane dallo psicoterapeuta Vincent Doyle, che dopo aver scoperto da adulto di essere figlio di un parroco irlandese, ha fondato l’associazione “Coping International” per la difesa dei diritti dei figli di sacerdoti cattolici. Obiettivo di Doyle è far «uscire dall’anonimato» e aiutare psicologicamente «le tante persone nate da una relazione fra una donna e un prete» in varie parti del mondo. Lo psicoterapeuta irlandese in recenti interviste sui media parlava di un documento della Congregazione per il Clero – un documento “tecnico” di uso interno, impropriamente definito «segreto» – riguardante l’atteggiamento da tenere in questi casi di cui lui era a conoscenza dal 2017. La notizia era stata rilanciata poi dal New York Times e confermata dal direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti.
Oggi è Stella, responsabile in Curia del Dicastero che si occupa di sacerdoti, ad affrontare con grande trasparenza e dovizia di particolari un tema spinoso, rimasto per lungo tempo un tabù. Soprattutto in passato, tanto che le conseguenze ricadevano sugli stessi bambini che crescevano senza un padre conosciuto e riconosciuto.
Il cardinale spiega che il Dicastero segue «una prassi» fin dai tempi in cui era prefetto il cardinale Claudio Hummes – da una decina di anni – il quale per primo aveva portato all’attenzione del Papa di allora, Benedetto XVI, «i casi di sacerdoti minori di 40 anni con prole, proponendo di far loro ottenere la dispensa senza attendere il compimento del quarantesimo anno come previsto dalle norme di quel tempo».
Una tale decisione aveva allora e ha tuttora «come obiettivo principale quello di salvaguardare il bene della prole, il diritto cioè dei bambini ad avere accanto a sé un padre oltre che una madre». Anche Papa Francesco, che già si era espresso in questo senso da arcivescovo di Buenos Aires nel famoso dialogo col rabbino Abraham Skorka pubblicato nel libro “Il cielo e la terra”, è stato categorico: «L’attenzione prioritaria da parte del sacerdote deve essere nei riguardi della prole».
E per «attenzione», spiega Stella, «non ci si riferisce soltanto al pur necessario sostentamento economico. Ciò che deve accompagnare la crescita di un figlio è soprattutto l’affetto dei genitori, una adeguata educazione, di fatto tutto ciò che comporta un effettivo e responsabile esercizio della paternità, soprattutto nei primi anni della vita».
Il porporato spiega che «una situazione di questo genere è considerata “irreversibile” e richiede che il sacerdote abbandoni lo stato clericale anche qualora egli si ritenga idoneo al ministero. Un calcolo approssimativo sulle richieste di dispensa fa emergere che circa 1’80% di queste comporta la presenza di prole, benché spesso concepita dopo l’abbandono del ministero stesso».
Un caso del genere viene trattato, di fatto, «come una causa praticamente “automatica” per una presentazione celere del caso al Santo Padre ai fini della concessione della dispensa stessa», spiega ancora il cardinale. «Si cerca dunque di fare il possibile perché la dispensa dagli obblighi dello stato clericale sia ottenuta nel più breve tempo possibile – un paio di mesi – così che il prete possa rendersi disponibile accanto alla madre nel seguire la prole».
Capita però che vescovi e superiori religiosi presentino a volte la situazione di sacerdoti che non intendono chiedere la dispensa, anche di fronte alla presenza di figli, soprattutto quando è cessata la relazione con la madre. «In tali casi – spiega Stella – ci sono, purtroppo, vescovi e superiori i quali pensano che, dopo aver sistemato economicamente la prole, o dopo aver trasferito il sacerdote, il chierico possa continuare a esercitare il ministero. Le incertezze in questa materia, quindi, nascono dalla resistenza dei sacerdoti a chiedere la dispensa, dall’assenza di una relazione affettiva con la donna e a volte dal desiderio di alcuni ordinari di offrire al sacerdote pentito e ravveduto una nuova opportunità ministeriale».
Quando «la situazione richiede che il sacerdote si faccia carico delle responsabilità derivanti dalla paternità, ma non vuole chiedere la dispensa, il caso viene presentato alla Congregazione per la dimissione del chierico dallo stato clericale».
Di fondo c’è sempre una certezza: che «un figlio è sempre un dono di Dio, comunque sia stato generato», evidenzia il cardinale. La perdita dello stato clericale non deve dunque risultare come una “punizione” ma «si dà perché la responsabilità genitoriale crea una serie di obblighi permanenti che nella legislazione della Chiesa latina non prevedono l’esercizio del ministero sacerdotale».
Ogni caso è comunque specifico e va esaminato nel merito, chiarisce il capo Dicastero, «le eccezioni sono in realtà molto rare». Ad esempio ci può essere «un neonato, figlio di un sacerdote, che per determinate situazioni entra a far parte di una famiglia già consolidata, in cui un altro genitore assume nei suoi confronti il ruolo di padre». Oppure, quando si tratta di sacerdoti avanti con gli anni, di «figli in età già “matura”, di 20-30 anni». O ancora «preti che hanno avuto in gioventù dolorose vicende affettive e che hanno poi provveduto ai figli con accompagnamento economico, morale e spirituale, e oggi esercitano il loro ministero con zelo e impegno, dopo aver superato le fragilità affettive precedenti».
In queste situazioni, la Congregazione per il Clero «non obbliga i vescovi a invitare i preti a chiedere la dispensa. Si tratta, mi pare, di casi in cui il Dicastero consiglia un più flessibile discernimento all’interno di una prassi e di linee guida rigorose per la Congregazione».
Stella infine, interpellato da Tornielli a riguardo, risponde anche a quanti affermano che la presenza di figli dei preti sia uno spunto per introdurre il celibato facoltativo per i sacerdoti della Chiesa latina. Il giudizio del cardinale è netto: «Il fatto che alcuni preti abbiano vissuto delle relazioni e abbiano messo al mondo dei figli non tocca il tema del celibato sacerdotale che rappresenta un dono prezioso per la Chiesa latina, sul cui valore sempre attuale si sono espressi gli ultimi Pontefici, da san Paolo VI fino a Papa Francesco. Così come l’esistenza di casi di abbandono del tetto coniugale e della prole ovviamente non tocca il valore sempre attuale del matrimonio cristiano. L’importante – conclude il porporato – è che il sacerdote di fronte a questa realtà sia in grado di comprendere qual è la sua responsabilità di fronte al figlio: il suo bene e la sua cura devono essere al centro dell’attenzione della Chiesa perché non manchino alla prole non soltanto il necessario per vivere, ma soprattutto il ruolo educativo e l’affetto di un padre».
Città del Vaticano – Il cardinale Gualtiero Bassetti ha preso carta e penna per rassicurare l’associazione delle vittime italiane della pedofilia che a maggio i vescovi si riuniranno per deliberare su una «piena collaborazione con le autorità civili, evitando forme di omertà, sia da parte delle vittime o delle loro famIglie, sia parte delle autorità religiose, sempre nel rispetto della verità, della giustizia e del bene dei minori o delle persone vulnerabili, che è il valore da mettere al primo posto». La lettera è arrivata a Francesco Zanardi, vittima quando era bambino di un sacerdote ligure, fondatore della Rete L’Abuso. A dicembre aveva scritto a Bassetti per chiedergli un incontro ma senza avere mai una risposta fino alla lettera odierna in cui promette quella collaborazione con la giustizia italiana che in tanti casi era venuta meno.
Bassetti spiega a Zanardi che il cammino fatto dalla Chiesa per tutelare le vittime è un punto di non ritorno, e che la presenza di «alcune persone che possono dare un contributo positivo, vista l’esperienza traumatica che hanno affrontato, soprattutto se sono riuscite a rielaborarla e reagire in modo costruttivo senza cadere nella disperazione, servirà a tutti». I vescovi italiani daranno disposizioni alle diocesi di includere negli organismi diocesani anche vittime.
L’impegno preso dal presidente dei vescovi italiani è un passaggio importante. Finora la Cei aveva mostrato un atteggiamento ambivalente segnato da ritardi incomprensibili nella lotta agli abusi.
All’inizio di febbraio, la Presidenza Cei ha nominato, per i prossimi 5 anni, i membri del Consiglio Nazionale per la tutela dei minori: Emanuela Vinai (coordinatrice), Carlo Acquaviva, padre Amedeo Cencini, Anna Deodato, don Gianluca Marchetti, padre Luigi Sabbarese, don Gottfried Ugolini. Il Consiglio è presieduto da Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia.
La notizia della condanna del cardinale australiano George Pell – accusato sia di aver protetto i preti pedofili da lui “dipendenti” sia di aver egli stesso abusato di due chierichetti – è giunta molto sgradita alla fine di un maxi-raduno voluto da PapaBergoglio a Romaper discutere delle vicende di pedofilia che affliggono in giro per il mondo la Chiesa Cattolica. Subito qualche giornalista “papalino” si è affrettato a insinuare il sospetto di una “sentenza a orologeria”, volta a gettare un’ombra sulla iniziativa di Bergoglio contro la pedofilianella Chiesa. Un tentativo ingenuo e inutile visto che l’iniziativa del Pontefice è stata comunque giudicata negativamente dalle associazioni dei familiari delle vittime dei preti pedofili, perché non ha portato a proposte concrete per risolvere il drammatico e diffuso problema.
Ma il massimo – per quel che mi riesce di leggere quotidianamente sui giornali – lo ha raggiunto GiulianoFerrara, che sul Foglio parla di “caccia alle streghe”, mette in dubbio “l’attendibilità del reato (i fatti addebitati a Pell) sanzionato 23 anni dopo” e si chiede perché non si conosca il nome del chierichetto che accusa il cardinale “di avergli infilato il pene in bocca in sacrestia” (su questa formula brutale Ferrara torna più volte).
Passi per i vari portavoce del Vaticano, che non hanno molta scelta sulle dichiarazioni da fare, per cui non mi stupisco di nulla. Ma sembra incredibile che un giornalista della levatura di Ferrara non conosca le tante accuse che da molti anni sono state mosse a Pell da decine di vittime dei pretipedofili operanti sotto la sua giurisdizione: accuse riprese dalla stampa di tutto il mondo. Altro che un singolo chierichetto, il cui nome è ovviamente noto ai giudici australiani ma è giustamente tenuto riservato per umana pietà.
Su tutta la vicenda Pell ho avuto la fortuna di essere informato in tempo reale da un caro amico australiano, che mi segnalava via via le nuove accuse che piovevano sul Cardinale, mandandomi i link ai giornali che ne davano notizia. Ricordo in particolare un articolo terribile su AnthonyFoster, il padre di due bambine molestate da un prete (una si suicidò, l’altra è su una sedia a rotelle dopo un incidente causato dall’alcolismo).
Dalle deposizioni di Pell alla Royal Commission governativa australiana che indagava sui preti pedofili e i loro protettori – come ha ricordato uno dei pochissimi giornalisti italiani che dicono le verità scomode sulla Chiesa, EmilianoFittipaldi – emerse un quadro agghiacciante: centinaia di bambini e bambine molestati e stuprati, marchiati per sempre dall’orrore delle loro storie. E dall’altro lato le risposte di Pell, arroganti o al massimo imbarazzate, come quelle di Eichmann raccontate da HannahArendt ne La banalità del male: da quella minimizzante (“forse avrei dovuto essere più attento”) fino a quella da caserma (i preti che molestano i bambini “sono come i camionisti che molestano le autostoppiste: non sarebbe appropriato che i dirigenti di quella compagnia di trasporti fossero considerati responsabili“).
Per queste ragioni ho tentato invano per anni, con alcuni articoli pubblicati dovunque trovavo ospitalità, di denunciare la scelta di Papa Bergoglio di elevare Pell all’incarico di responsabiledelle finanzevaticane, uno dei tre incarichi più importanti nella gerarchia, dove fra l’altro Pell fu accusato di aver sperperato cifre enormi per uso personale. Una scelta compiuta – inspiegabilmente – pur essendo già note, all’epoca, le accuse gravissime che continuavano ad abbattersi sul cardinale.
E mi ha sorpreso – ancor prima di scandalizzarmi, perché non posso dubitare della intelligenza del Papa argentino – la scelta di Bergoglio di rendere omaggio a un altro Cardinale accusato di pedofilia, quel GeorgeLawreso tristemente noto dal film Spotlight. Law era stato chiamato a Roma da Papa Ratzinger, che gli aveva affidato la guida della Basilica di Santa Maria Maggiore. Quando Law è morto è stata organizzata in suo onore (!) una messa solenne in San Pietro, aperta dal CardinaleSodano e chiusa da Papa Bergoglio: quasi un gesto di sfida a chi vorrebbe che la giustizia umana possa raggiungere anche i Cardinali, prima che se ne prenda cura quella Divina.
E mi sono tornate alla mente – ridando fuoco al mio anticlericalismo – le immagini di Wojtyla al balcone con Pinochet a SantiagodelCile e i racconti di mia figlia antropologa sulla vera e propria persecuzione messa in atto prima da Wojtyla e poi da Ratzinger verso i predicatori della “Teologia della Liberazione” nei Paesi più poveri del Sud America: una persecuzione che certamente non ha giovato al capo spirituale di quella teologia degli umili, monsignor Romero, ucciso sull’altare a San Salvador dagli “squadroni della morte” il 24 marzo 1980 e tardivamente beatificato da Papa Bergoglio.
Quando finalmente Pell è stato destituito dal suo incarico, egli è stato costretto a rientrare nel suo Paese, dove è stata dichiarata la sua colpevolezza e ora si attende di conoscere l’entità della condanna: i 50 anni di carcere di cui si parla non sono certo dovuti “solo” allo “stupro orale” di un anonimo chierichetto.
Città del Vaticano – Il caso del cardinale Pell si sta ulteriormente ingarbugliando persino dal punto di vista giudiziario. Colpa di un clamoroso autogol da parte del suo avvocato, Robert Richter, un noto principe del foro australiano che, nell’arringa finale, si è fatto prendere la mano e ha detto che il presunto abuso su un chierichetto di 13 anni, avvenuto al termine di una funzione domenicale nella cattedrale di Melbourne nel 1996, «non era che una semplice penetrazione in cui il bambino non partecipava».
Il termine inglese utilizzato dall’avvocato che oggi è stato costretto a diffondere in Australia un comunicato di scuse e di spiegazioni sulla frase infelice che potrebbe costare molto cara al suo assistito è: plain vanilla sex, l’equivalente di un atto sessuale convenzionale, privo di connotazioni violente. «Dopo una notte insonne ho riflettuto a lungo sulla terribile scelta di questa frase usata in aula, durante un processo particolarmente stressante e complicato. Mi scuso sinceramente se ho urtato e offeso qualcuno, ma non era nelle mie intenzioni. Non intendevo affatto evadere dalla serietà del caso che stavamo trattando». L’avvocato aggiunge che quella frase la ha pronunciata pensando di «mitigare la sentenza». Secondo i giornali australiani il giudice della corte, Peter Kidd ha persino chiarito in tribunale di non essere stato impressionato dalla frase dell’avvocato del cardinale. Ma il legale di Pell avrebbe anche fatto commenti ritenuti spiacevoli dalle associazioni delle vittime. Il clima che si respira in Australia è infuocato. La Chiesa australiana è sotto schiaffo da più di dieci anni, da quando un organismo governativo ha fatto luce sulle violenze che accadevano nelle diocesi e nelle parrocchie e venivano sistematicamente coperte dall’episcopato (di cui Pell è stato un autorevole punto di riferimento).
L’avvocato ha anche aggiunto che la frase infelice di cui si è scusato pubblicamente può essere interpretata male da chi non conosce il sistema giudiziario australiano e non ha dimestichezza con codici, leggi, procedure. Se dal processo erano emersi tanti dubbi sulla dinamica dell’aggressione al ragazzino (in una cattedrale gremita, in appena 6 minuti, dietro colonna con addosso tutte le ingombranti vesti liturgiche), l’autogol dell’avvocato rimescola le carte. Per il Vaticano è l’ennesima batosta.
Pell, tre anni fa, quando si era autosospeso dall’incarico vaticano per affrontare il processo in Australia, imputato per abusi sessuali su due chierichetti, insisteva: «Sono innocente. Queste accuse sono false. Aborro anche solo l’idea di un abuso sessuale».
(ANSA) – ROMA, 1 MAR – Il cardinale australiano George Pell, giudicato colpevole di pedofilia e in attesa della sentenza, ha presentato ricorso per presunte “gravi irregolarità” processuali. Un tribunale dello stato di Victoria ha infatti dichiarato l’ex tesoriere vaticano, nonché ex consigliere di Papa Francesco, colpevole di aver abusato sessualmente di due chierichetti tredicenni nel 1996 e 1997, quando era arcivescovo di Melbourne. Secondo i legali del cardinale Pell, che hanno annunciato di aver depositato il ricorso lo scorso 21 febbraio, una prima irregolarità procedurale non gli avrebbe consentito di dichiararsi non colpevole di fronte alla giuria e quindi di dimostrare la sua innocenza. Inoltre, argomenta il team di avvocati che difende l’alto prelato, il verdetto unanime di colpevolezza della giuria si basava, in modo “irragionevole”, su una singola testimonianza. Cioè su quella dell’unica delle due presunte vittime dei suoi abusi sessuali, in quanto l’altra è morta di overdose di stupefacenti nel 2014.
Close associate of Pope Francis faces jail sentence for child sexual abuse crimes
The Catholic church’s already shaky credibility on sexual abuse was dealt another hammer blow on Tuesday, with its third most powerful figure and a close associate of Pope Francis facing a jail sentence for crimes committed against two choirboys in the 1990s.
The news that Cardinal George Pell – who until the weekend was in charge of the Holy See’s finances and of rooting out corruption at the heart of the church – had been found guilty on five charges of sexual abuse was painful and shocking, said the Vatican.
But survivors and activists were enraged at the church’s decision not to strip Pell of his position as a cardinal, at least until the judicial process was exhausted.
Pell, 77, has said he will appeal against the conviction, for which he will be sentenced on Wednesday. He is expected to face a prison term.
The Vatican said the disgraced prelate had “reiterated his innocence and has the right to defend himself to the last degree”. In the meantime, a ban on Pell exercising ministry or having contact with minors would remain in place.
The cardinal’s five-year term as Vatican treasurer expired on Sunday, and Pope Francis – who previously praised Pell for his honesty and response to child sexual abuse – removed him from his inner council of advisers in December.
The outcome of the trial, which was subject to a gagging order until this week, was “painful news that, we are well aware, has shocked many people, not only in Australia,” said Alessandro Gisotti, the Vatican press spokesman.
He added: “While waiting for the final judgment, we join the Australian bishops in praying for all the victims of abuse, reaffirming our commitment to do everything possible so that the church is a safe house for everyone, especially for children and the most vulnerable.”
The father of one of the boys assaulted by Pell said the cardinal had “blood on his hands”. The man’s son died of a heroin overdose 17 years after being molested by Pell as a 13-year-old chorister at Melbourne’s St Patrick’s Cathedral. The man said he planned to sue Pell or the church.
A mother of another clerical abuse victim, who died of an overdose at the age of 26, said: “The priesthood must stand condemned for what they have done to children.”
Chrissie Foster’s daughter Emma disclosed her abuse to Pell when he was archbishop of Melbourne. Pell “had absolutely no sympathy or understanding or anything. He just was angry and jumping down our throats, telling us to prove it in court,” Foster told ABC. “Now I look at it under this verdict that he’s received, and I think, ‘Oh my goodness, he had a vested interest in shutting us up because he himself was a paedophile as well.’”
Francesco Zanardi, who set up Rete l’Abuso, an Italian network of clerical abuse survivors, said: “A strong signal would have been completely removing Pell two years ago [when he first faced charges].”
Juan Carlos Cruz, a Chilean survivor of clerical sexual abuse, said the outcome of the trial ought to “put bishops and cardinals around the world on notice”.
The news of the guilty verdict, which was reached unanimously by a jury in December, came less than 48 hours after an unprecedented summit at the Vatican on clerical sexual abuse that was intended to signal a turning point on an issue that has gravely damaged the church and imperilled Pope Francis’s papacy.
Although the outcome of the trial was already known by senior figures at the Vatican, the verdict is likely to reverberate across the 1.2 billion-strong global church.
Pell’s disgrace had caused a “deep, deep wound to the entire Catholic church”, said Robert Mickens, the Rome-based editor of the English-language edition of the Catholic daily newspaper La Croix.
“It has to be stated that the hierarchy has never done anything on its own,” he added. “People are still wondering – is [the church] being totally honest about what has happened and the culpability, especially of bishops?”
Australia’s prime minister, Scott Morrison, said: “Like most Australians, I am deeply shocked at the crimes of which George Pell has been convicted. I respect the fact that this case is under appeal, but it is the victims and their families I am thinking of today, and all who have suffered from sexual abuse by those they should have been able to trust, but couldn’t.”
Prof Des Cahill, a former Catholic priest who has become an advocate for survivors of child abuse, said: “This is is a momentous event, as part of the continuing drama of the Catholic catastrophe.”
If his conviction is upheld, Pell will face a canonical trial, at the end of which he could be removed from the priesthood. Less than two weeks ago, another prominent figure in the church, the former cardinal and archbishop Theodore McCarrick, was defrocked after the Vatican found him guilty of sexual abuse.
Il Vaticano attende l’appello di George Pell prima di intraprendere qualsiasi azione
Stretto collaboratore di Papa Francesco si trova in carcere per reati di abusi sessuali su minori
Alla credibilità, già traballante, della Chiesa cattolica sugli abusi sessuali è stato assestato, martedì, un altro colpo di martello, con la sua terza figura più potente e uno stretto collaboratore di Papa Francesco condannato alla prigione per crimini commessi contro due chierichetti negli anni ’90.
La notizia che il cardinale George Pell – che fino al weekend era responsabile delle finanze della Santa Sede e di sradicare la corruzione nel cuore della chiesa – era stato dichiarato colpevole di cinque accuse di abuso sessuale è stato doloroso e scioccante, ha detto il Vaticano.
Ma i sopravvissuti e gli attivisti erano infuriati per la decisione della chiesa di non privare Pell della sua posizione di cardinale, almeno fino a quando il processo giudiziario non si fosse esaurito.
Pell, 77 anni, ha dichiarato che farà appello contro la condanna, per la quale verrà condannato mercoledì. Dovrebbe affrontare una pena detentiva.
Il Vaticano ha detto che il prelato disonorato ha “ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all’ultimo grado”. Nel frattempo, il divieto di Pell esercitarsi nel ministero o avere contatti con minori rimarrebbe in vigore.
Il mandato di cinque anni del cardinale come tesoriere del Vaticano è scaduto domenica, e Papa Francesco – che in precedenza aveva elogiato Pell per la sua onestà e la sua risposta agli abusi sessuali su minori – lo ha rimosso dal suo consiglio interno dei consiglieri a dicembre.
L’esito del processo, che è stato oggetto di un rimprovero fino a questa settimana, è stato “una notizia dolorosa che, siamo ben consapevoli, ha scioccato molte persone, non solo in Australia”, ha dichiarato Alessandro Gisotti, portavoce della stampa vaticana.
Ha aggiunto: “In attesa del giudizio finale, ci uniamo ai vescovi australiani pregando per tutte le vittime di abusi, riaffermando il nostro impegno a fare tutto il possibile affinché la chiesa sia una casa sicura per tutti, specialmente per i bambini e i più vulnerabili
Il padre di uno dei ragazzi abusati da Pell ha detto che il cardinale aveva “sangue sulle mani”. Il figlio dell’uomo è morto per overdose di eroina 17 anni dopo essere stato molestato da Pell quando era un corista di 13 anni nella cattedrale di St Patrick a Melbourne. L’uomo disse che aveva in programma di fare causa a Pell o alla chiesa.
Madre di un’altra vittima di abusi clericali, morta per overdose a 26 anni, ha dichiarato: “Il sacerdozio deve essere condannato per ciò che ha fatto ai bambini.
“La figlia di Chrissie Foster, Emma, ha rivelato il suo abuso a Pell quando era arcivescovo di Melbourne. Pell “non aveva assolutamente alcuna compassione, comprensione o altro. Era solo arrabbiato e ci zittì, dicendoci di dimostrarlo in tribunale “, ha detto Foster alla ABC. “Ora guardo sotto questo verdetto che ha ricevuto, e penso, ‘Oh mio Dio, aveva un interesse particolare a chiuderci la bocca perché anche lui era un pedofilo’”.
Francesco Zanardi, che ha creato Rete l’Abuso, una rete italiana di sopravvissuti agli abusi clericali, ha dichiarato: “Un segnale forte sarebbe stato la rimozione di Pell due anni fa [quando ha affrontato per la prima volta le accuse].”
Juan Carlos Cruz, un cileno sopravvissuto agli abusi sessuali del clero, ha detto che l’esito del processo dovrebbe “mettere al bando vescovi e cardinali in tutto il mondo”.
La notizia del verdetto di colpevolezza, che è stata raggiunta all’unanimità da una giuria a dicembre, è arrivata a meno di 48 ore da un vertice senza precedenti in Vaticano sugli abusi sessuali del clero che intendeva segnare un punto di svolta su un problema che ha gravemente danneggiato la chiesa e messo in pericolo il papato di papa Francesco.
Sebbene l’esito del processo fosse già noto a personalità di spicco del Vaticano, è probabile che il verdetto si ripercuoterà sulla chiesa globale da 1,2 miliardi di persone.
La disgrazia di Pell aveva provocato “una profonda, profonda ferita a tutta la chiesa cattolica”, ha detto Robert Mickens, redattore di Roma dell’edizione in lingua inglese del quotidiano cattolico La Croix.
“Bisogna dire che la gerarchia non ha mai fatto nulla da sola”, ha aggiunto. “La gente si sta ancora chiedendo – la [chiesa] è totalmente onesta su ciò che è accaduto e sulla colpevolezza, in particolare dei vescovi?”
Il primo ministro australiano, Scott Morrison, ha dichiarato: “Come la maggior parte degli australiani, sono profondamente scioccato dai crimini di cui George Pell è stato condannato. Rispetto che questo caso è in appello, ma sono le vittime e le loro famiglie a cui penso oggi, e tutti coloro che hanno subito abusi sessuali da parte di coloro di cui avrebbero dovuto fidarsi, ma che non hanno potuto “.
Il Prof. Des Cahill, un ex prete cattolico che è diventato un sostenitore dei sopravvissuti agli abusi sui minori, ha dichiarato: “Questo è un evento epocale, come parte del dramma continuo della catastrofe cattolica”.
Se la sua convinzione viene confermata, Pell dovrà affrontare un processo canonico, al termine del quale potrebbe essere rimosso dal sacerdozio. Meno di due settimane fa, un’altra figura di spicco nella chiesa, l’ex cardinale e arcivescovo Theodore McCarrick, è stato sconsacrato dopo che il Vaticano lo ha riconosciuto colpevole di abusi sessuali.
Pell con divisa da detenuto e in isolamento, come da prassi per i reati di pedofilia. E intanto parte l’indagine del Vaticano
DOMENICO AGASSO JR
CITTÀ DEL VATICANO
Ieri un furgone bianco è entrato nel carcere di Melbourne. Si è aperto lo sportello ed è sceso un cardinale che fino a qualche giorno prima era ai vertici delle gerarchie della Chiesa. Si sono aperte le porte della prigione per George Pell, condannato per pedofilia. E su di lui parte anche l’indagine interna del Vaticano: un’accelerazione della Santa Sede 24 ore dopo avere dichiarato di voler attendere il giudizio «definitivo», che arriverà il 13 marzo. Segno che ora le accuse sul porporato sono ritenute credibili anche nei Sacri Palazzi.
Quando il giudice gli ha comunicato la revoca della libertà su cauzione e quindi la custodia in carcere, Pell è rimasto impassibile. Non un gesto, non una parola. Il suo sguardo non ha lasciato trapelare alcuna reazione. Tipico del suo stile e carattere da «Cardinale-ranger», come viene chiamato. Non lo hanno smosso né scosso nemmeno le urla della gente che gli gridava insulti e improperi. Ora è nell’Assessment Prison, istituto di massima sicurezza, con divisa da detenuto e in isolamento, come prassi per i reati di pedofilia.
Dunque, un cardinale di Santa Romana Chiesa recluso: un duro colpo assestato al Papa a pochi giorni dal summit per la protezione dei minori.
Pell è stato dichiarato colpevole di abusi sessuali compiuti in sagrestia su due coristi 13enni, dopo una Messa nella cattedrale di San Patrizio a Melbourne, nel 1996. Ed è stato confermato che i suoi cinque capi d’accusa comportano una condanna massima di 10 anni ciascuno, per un totale di potenziali 50 anni. Per Pell, che ha 77 anni, sarebbe una sorta di ergastolo. Lui peraltro continua a dirsi innocente e ricorrerà in appello.
Paradossalmente non lo aiuta il suo avvocato, che ieri è caduto in una gaffe, definita Oltretevere «sconcertante». Come ha scritto The Guardian, Robert Richter ha affermato che uno dei reati «non era più di un semplice episodio di penetrazione sessuale (“plain vanilla sex”, ndr) in cui il bambino non partecipava attivamente». L’intento difensivo era chiedere una condanna meno pesante sostenendo che su Pell non graverebbero «circostanze aggravanti». Ma si è rivelato un clamoroso autogol.
E le traversie giudiziarie non finiscono qui. Il padre di uno dei due coristi starebbe intentando causa di risarcimento sia contro il prelato sia contro la Chiesa, dopo la morte del figlio per overdose di eroina nel 2014. Il genitore sostiene che il figlio abbia sofferto di stress post-traumatico a causa delle violenze subite. Pell «ha le mani sporche di sangue», sosterrà il genitore, come anticipa la sua legale Lisa Flynn.
Intanto, oltre a confermare che Pell «non è più il prefetto della Segreteria per l’Economia» – il mandato quinquennale gli è scaduto quattro giorni fa e non è stato rinnovato – il portavoce della Santa Sede Alessandro Gisotti ha comunicato che «la Congregazione per la Dottrina della Fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica». Significa che parte l’investigazione canonica, cominciando con la richiesta di vedere gli atti giudiziari australiani. L’iter del processo ecclesiastico, nel caso se ne riscontrassero gli elementi, potrebbe anche portare alla dimissione dallo stato clericale.