Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi sessuali sui bimbi dell’oratorio, arrestato ministrante

    Abusi sessuali sui bimbi dell’oratorio, arrestato ministrante

    Abusi sessuali in sagrestia su tre ragazzini che frequentano l’oratorio. Con questa accusa, i carabinieri hanno arrestato un ministrante della chiesa di San Rocco, nel comune di Pietramelara, in provincia di Caserta.

    Ai domiciliari è finito un 34enne del posto su disposizione del gip Caparco di Santa Maria Capua Vetere. Dopo la denuncia da parte delle piccole vittime, i carabinieri della compagnia di Capua, diretti dal capitano Francesco Mandia, hanno avviato le indagini che hanno portato all’arresto dell’uomo.

    http://www.ilmattino.it/caserta/abusi_sessuali_sui_bimbi_oratorioc-2365178.html#

  • MEGLIO IL DELITTO CHE LA VERGOGNA E IL DISONORE: VINCENZO BRUNZO UCCIDE IL FRATELLO ALDO

    MEGLIO IL DELITTO CHE LA VERGOGNA E IL DISONORE: VINCENZO BRUNZO UCCIDE IL FRATELLO ALDO

    Di Ferdinando Terlizzi

    L’ambigua figura del fratello sacerdote che l’obbligò a sposare la sua amante. Il delitto maturato in un’atmosfera “boccaccesca”. Il sacerdote avrebbe avuto rapporti sessuali con due sorelle, di cui una minorenne e l’altra imposta come moglie al fratello. La pubblica accusa ritenne che ci fu consiglio di famiglia: “Meglio il delitto che la vergogna ed il disonore”. Sequestrata una fitta corrispondenza epistolare tra i due amanti. Mandato  di cattura per il prete (già detenuto per concorso in omicidio) per violenza sessuale ai danni di una minorenne.

    Sangue, soldi e sesso, questi  gli ingredienti di un delitto (fratricida) con al centro l’ambigua figura di un prete, Andrea Brunzo, di anni 38, fratello dell’assassino e della vittima, che provocò il risentimento per la sua scandalosa relazione sessuale con una ragazza, Paolina Dello Iacono, 22enne, bella e precoce contadinotta di Casaluce, che poi “impose” quale moglie al fratello Aldo (32 anni, agricoltore) rimasto ucciso per mano del fratello Vincenzo (47 anni, agricoltore).

    Si pensi, oltretutto, che questa vicenda – che fece un enorme scalpore – si svolse il 21 Aprile del 1953. Ai carabinieri giunse la notizia che alla Vittorio Veneto vi era stata poco prima una sparatoria. I militi giunti sul posto trovarono un gruppo di persone dal quale seppero che il ferito era stato trasportato all’ospedale di Aversa e che era stato fatto oggetto di numerosi colpi di arma da fuoco da un suo fratello. Poiché la sue condizioni di salute si erano notevolmente aggravate, in serata venne trasportato nella sua abitazione alla via Chiesa 28 dove morì verso la mezzanotte.

    Sul posto si recò anche il Vice Pretore Onorario, l’Avvocato Pasquale Farinaro,  e lo sparatore venne identificato per Vincenzo Brunzo che, però, nel frattempo si era dato alla latitanza. Le prime indagini appurarono che, qualche giorno prima del delitto, al sacerdote Andrea Brunzo, insegnante presso il Seminario di Cava dei Tirreni era giunto un telegramma da parte della sorella Angelina (40 anni, casalinga), con il quale lo invitava a rientrare con urgenza per un grave fatto che si era verificato in famiglia.

    Il sacerdote, ottenuto il permesso dei superiori, giunse in serata a Casaluce e andò a casa della sorella che trovò a letto. La stessa – esibendo un certificato medico redatto dal dottor Raffaele D’amore, medico condotto di Casaluce, dal quale si evinceva che la donna aveva riportato lesioni guaribili in vari giorni – raccontò di essere stata presa a calci dal fratello Aldo a causa di una lite avuta con la moglie di quest’ultimo, Paolina Dello Iacono.

    Le cause delle lite tra la Brunzo e la cognata scaturirono dal fatto che la prima era stata sorpresa dalla seconda a prendere del vino da un recipiente di pertinenza di quest’ultima esistente nello stesso scantinato in comune in quanto le due famiglie abitavano in ambienti contigui. Da tale causale, però, le donne trassero motivo per riesumare argomenti gravi di interessi e onore, che avevano sempre costituito il pomo della discordia fra le stesse ed i fratelli Aldo Brunzo e il sacerdote Andrea Brunzo. Quest’ultimo, infatti, oltre che ebbe praticamente a disporre della ripartizione fra tutti i germani dei beni lasciati dal padre alla sua morte, influì anche in modo determinante nelle nozze contratte dal fratello Aldo con la Paolina Dello Iacono. In merito a tali nozze, infatti, varie voci erano sempre corse in Casaluce poiché la giovane in precedenza frequentava con assiduità la chiesa in contrada Aprano, ove il sacerdote Andrea Brunzo esercitava il suo ministero quale vice parroco.

    Vox populi additava la giovane quale amante del sacerdote e le voci si fecero più consistenti allorquando, in occasione delle nozze, il sacerdote non soltanto si decise ad un atto di generosità rinunciando alla sua quota ereditaria del fabbricato paterno in favore del fratello Aldo (convolato a giuste nozze), ma indusse (leggi costrinse) anche la sorella Angelina a fare altrettanto, riservando per tale sorella soltanto l’usufrutto a condizione tuttavia che egli avesse acconsentito a una vita comune con lui e la sorella.

    Dopo le nozze, frequenti divennero le liti fra il reverendo e il fratello Aldo e tra questi e la sorella  Angelina, la quale non era mai andata d’accordo con la cognata contribuendo a mantenere l’atmosfera di sospetto e sordidi rancori in tutti i componenti della famiglia. In ultimo,  da qualche tempo i rapporti fra il sacerdote ed il fratello Aldo erano andati via via intorbidandosi per un complesso di motivi di onore e interesse: Andrea Brunzo aveva, infatti, indotto il germano a sposare il 5 marzo del 1950 la Paolina Dello Iacono che pare non fosse stata trovata “vergine” all’atto della consumazione del matrimonio. Tale circostanza messa in relazione con la voce diffusissima in paese – che rapporti intimi fossero intercorsi fra la Dello Iacono e il sacerdote, sia prima che dopo il matrimonio – aveva ingenerato nello animo di Aldo Brunzo un sordo rancore contro costui che perciò, rendendosi conto della impossibilità della desiderata vita in comune, si era deciso a lasciare la carica di vice parroco della frazione Aprano. Allontanarsi da Casaluce, trasferendosi a Cava dei Tirreni per insegnare matematica in quel seminario.

    Nella casa paterna, ove erano rimasti Aldo, la moglie, e la sorella Angelina, le cose non erano migliorate. I rapporti fra le due donne, e di riflesso quello fra l’Aldo e la sorella, erano andati peggiorando rapidamente tornando di frequente i presunti rapporti della Paolina col sacerdote sulla bocca della Angelina, che anzi aveva finito con l’invitare il fratello e la cognata a rilasciarle la casa, o quantomeno a corrisponderle adeguato compenso. Il dissidio, acuito dalla pretesa dell’Angelina cui l’Aldo aveva dovuto far buon viso per evitare il peggio, era scoppiato in tutta la sua violenza il giorno 11 aprile quando Aldo Brunzo, traendo spunto da un banale incidente verificatosi fra le due donne nel cortile comune, aveva percosso la sorella dandole dei calci all’addome. Tale episodio ed i naturali suoi strascichi avevano finito con l’indurre l’Angelina – che peraltro si era fatta visitare immediatamente dal medico per farsi rilasciare regolare referto – a richiedere l’intervento del fratello Andrea cui difatti aveva telegrafato il successivo giorno richiedendo la sua presenza in Casaluce.

    Il sacerdote la sera stessa era giunto colà e il giorno successivo, dopo aver preso contatto col suo legale Dario Cristiano e con il dottor D’amore, dal quale aveva fatto visitare nuovamente la sorella, aveva tenuto in casa di quest’ultima – verso le ore 20.00 – una riunione alla quale avevano partecipato, oltre alla sorella fattasi trovare a letto e l’Aldo mandato a chiamare anche il fratello Crescenzo, la moglie di costui,  Giovanna Di Costanzo, nonché l’altra cognata Anna Di Martino, moglie dell’altro fratello Salvatore. La riunione, però, non aveva avuto esito felice; anzi gli animi si erano tanto eccitati che il sacerdote aveva finito col minacciare il fratello Aldo di denunciarlo per le lesioni cagionate alla sorella e Aldo Brunzo, che per poco non si era con lui colluttato, si era allontanato minacciando a sua volta di attendere per strada il sacerdote e rendere di pubblico dominio quanto era a sua conoscenza circa la relazione da lui tenuta con la propria moglie.

    Atmosfera incandescente quindi e conseguente consiglio di famiglia: meglio il delitto che la vergogna ed il disonore. Precisavano, infatti, i carabinieri – la cui indagine era stata avocata dalla Compagnia di Aversa e le relative e delicate indagini affidate al capo della Squadra di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica, Brig. Aniello Romanucci (un soggetto passato alla storia per i suoi modi bruschi di fare indagini e di pestare e arrestare innocenti) – che dalle parole lasciatesi sfuggire dalla Di Costanzo e dalla Di Martino era stato dato di assodare altresì che allontanandosi Aldo Brunzo, subito dopo le minacce profferite, i fratelli Andrea e Crescenzo erano discesi subito al pianterreno della casa e quivi si erano incontrati con l’altro fratello Vincenzo col quale si erano trattenuti brevemente a parlare.

    Poi tutti e tre erano usciti in strada seguendo l’Aldo, che su di una bicicletta li aveva sorpassati dirigendosi verso via Monte. Quivi, qualche attimo dopo, Aldo Brunzo era stato sparato e gravemente ferito.

    A questo punto le versioni sono contrastanti: la verità dell’imputato, la verità degli inquirenti? La verità giudiziale? La verità ha più volte affermato il Presidente Giovanni Leone è inafferrabile!

    Giovanni Brunzo ammise subito di essere stato l’unico responsabile materiale dell’uccisione del fratello (scagionando gli altri fratelli, compreso il prete) dovuta, però, a circostanza assolutamente accidentale e conseguente a “legittima” difesa. Pertanto egli precisò che il fratello Aldo ebbe ad ingiungergli di allontanarsi, altrimenti gli avrebbe sparato e, in dipendenza di ciò, egli aveva tentato di disarmarlo afferrandogli la sua mano destra armata di pistola. Ma era accidentalmente partito il colpo che ne aveva provocato la morte.

    Dal delitto – come era ovvio – uscì fuori anche la parte pruriginosa del processo: le frequentazioni sessuali del sacerdote, le corna di fidanzate e mogli infedeli. Anche se poi molte illazioni furono smentite dalle perizie ufficiali. Ve ne furono tre. La autoptica effettuata nel cimitero di Lusciano sulla salma della vittima dai medici sammaritani Pasquale Tagliacozzi e Mario Pugliese, con la consulenza del professore Francesco Tarsitano; quella balistica, sul proiettile rinvenuto nel corpo di Aldo Brunzo, affidata al dottor Vito Amedeo Claps (la pallottola risultò calibro 32 americano, partita da un revolver a tamburo, marca Smith.)

    Nel corso del dibattimento si sviluppò un accanito dibattito tra le parti per il possesso della pistola, che secondo gli inquirenti apparteneva al sacerdote. La terza perizia, la più delicata, fu quella ginecologica affidata al Dottor. Mario Pugliese  sulla ragazza Caterina Dello Iacono, anni 20, nubile, casalinga che – secondo l’accusa – era stata fatta oggetto delle attenzioni del sacerdote, oltre alla moglie del fratello. L’esito però diede un risultato sorprendente: la ragazza era stata oggetto di atti di libidine, non era stata deflorata e non aveva avuto rapporti anali. Ma su questi e su altri episodi “boccacceschi” vi furono denunce specifiche. Secondo i carabinieri il sacerdote aveva avuto rapporti con  le due sorelle Paolina e Caterina Dello Iacono. La prima minorenne, la seconda imposta come moglie al fratello,  vittima del delitto.

    VICENDA GIUDIZIARIA

    Il 13 Agosto del 1954 il Giudice Istruttore – allegando alcuni precedenti penali che avevano interessato sia il sacerdote Andrea Brunzo che la sorella Angelina e Celestina Torrembacco, ex fidanzata di Aldo Brunzo prima che sposasse la Paolina Dello Iacono – su conforme richiesta del Pubblico ministero ordinò il rinvio a giudizio, innanzi alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, del solo Vincenzo Brunzo per rispondere del fratricidio che gli era stato contestato.

    Con la stessa sentenza il giudice dichiarò il “non doversi procedere” a carico del sacerdote Andrea Brunzo e del fratello Crescenzo per concorso in omicidio “per insufficienza di prove”. Assolse il sacerdote dalla violenza carnale nei confronti della Paolina Dello Iacono “perché il fatto non sussisteva” e per gli atti di libidine contro la stessa “perché il fatto non costituisce reato”.

    La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (composta da Giovanni Morfino, presidente; Ugo del Matto, giudice a latere; pubblico ministero Nicola Damiani) con sentenza del 23 Ottobre 1956 condannò Vincenzo Brunzo per il fratricidio con la concessione delle attenuanti generiche ad anni 20 di reclusione.

    Gli imputati e i difensori, per la verità numerosi e tutti valorosi, avevano sostenuto fin dalle prime battute istruttorie che il delitto “non era stato premeditato”, che i rapporti del sacerdote con le donne erano “inventati”, e che l’omicidio era avvenuto “accidentalmente” durante la colluttazione sorta per disarmare il fratello.

    In Appello, infatti, il delitto venne ridimensionato e “ghettizzato” in un omicidio “preterintenzionale”. La Corte di Assise di Appello, infatti,  (composta da Emanuele Montefusco, presidente; Mario Sabelli, giudice a latere; procuratore generale pubblico ministero, Ignazio Custo) in aderenza alle tesi difensive, con sentenza del 10 Dicembre 1960,  ridusse la pena ad anni 14 contro, derubricando il reato in omicidio preterintenzionale.

    La difesa, dopo la derubricazione del delitto da volontario a preterintenzionale, non si accontentò e pretese ancora una diversa configurazione del fatto e cioè insisté per l’omicidio colposo. Infatti, fu inoltrato un ulteriore ricorso in Cassazione con varie motivazioni:

    “La Corte di Assise di Appello – chiarirono i difensori – ha rigettato il motivo di gravame col quale era stata chiesta la definizione del fatto con una motivazione vaga, contraddittoria ed insufficiente, accettandosi, nell’accoglimento dei rilievi difensivi sull’insussistenza della volontà omicida moltissime argomentazioni contenuti nei motivi di appello, ma svalutandosi le stesse argomentazioni che pure avrebbero dovute condurre all’accoglimento del motivo principale proposto. Specificatamente venne dedotto l’errore dei primi giudici che avevano invocato la causale di odio fra il defunto Aldo Brunzo ed il prosciolto prete Andrea Brunzo, per giustificare il primo col convincimento che l’imputato avesse voluto e cagionato la morte. Non causale di odio per interesse o di solidarietà con il prete, non desiderio di occultare lo scandalo (già trapelato), non gelosia di interessi economici delusi, non ‘volontaria adesione a protervi sentimenti’ di altri mossero l’imputato Vincenzo Brunzo che il giudice di appello definisce ‘incensurato, laborioso e onesto padre di famiglia’.”

    La difesa appellante aveva però proposto al giudice di appello una questione di estrema importanza che venne totalmente trascurata: voleva l’Aldo uccidere il fratello prete? Aldo lo aveva minacciato (da ricordare la frase: “Chi mi ha ingannato deve morire!”) già in precedenza e lo minacciò ancora la sera della tragedia (“Ti devo fare la sentinella!”, frase riportata anche nella sentenza di II grado).

    Secondo i riferimenti della Paolina Dello Iacono, ex amante del prete e moglie del fratello vittima del delitto, Aldo iniziò l’attuazione del suo proposito omicida dopo il drammatico colloquio col fratello prelato. Andò a casa se non per armarsi, ne uscì in bicicletta per andare in una via solitaria e attendere il parroco che doveva passare.

    Perché Vincenzo Brunzo (l’assassino) andò verso l’Aldo (la vittima) che era in agguato?

    Pare logico e vero che Vincenzo Brunzo, impensieritosi della più acuta tensione quella sera manifestatosi fra l’Aldo e l’Andrea e indi allarmato a veder Aldo muovere sulla stessa strada ove si erano incamminati Andrea e Crescenzo, abbia voluto intervenire, così come dice con la sola autorità di un fratello maggiore, onde pacificare quegli che appariva in quel momento più arrabbiato e minaccioso, e cioè Aldo, e così lo abbia raggiunto esortandolo ad acquietarsi .

    Ed allora sarà bastato un incauto ingiusto rimprovero dell’uno e una permalosa o minacciosa replica dell’altro scambiati in quelle poche frasi a suscitare l’ira dell’intenzionale paciere e ad armare la mano traendolo al delittuoso sparo.

    Nessuna considerazione hanno avuto i rilievi della difesa sulla scarsa attendibilità dei due ragazzi Saverio Felaco e Valentino Moccia, che in dibattimento “sapientemente” non ricordarono più nulla sui contrasti fra il fatto narrato dai ragazzi (colpo a distanza, offensore in piedi offeso sulla bicicletta) e fra quello ricostruito sulla prova generica (colpo a bruciapelo, ferita da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, offeso ed offensore sullo stesso piano).

    Tutto sommato, sopito lo scandalo, arrivate le sentenze con il dubbio e l’insufficienza di prove anche per i reati “pruriginosi” il delitto venne pagato ben poco. Nei 4 gradi di giudizio, con denunce e querele, con imputati e parti lese, gli avvocati impegnati formarono un cast eccezionale: Luigi Patroni Griffi, Giacinto Mazzucca, Alfredo De Marsico, Pasquale Purificato, Giovanni Porzio, Luciano Numeroso, Vincenzo Romeo, Giovanni Leone e  Giuseppe Marrocco.     

    Fonte: Archivio di Stato di Caserta

    http://www.scenacriminis.com/caserta-crimini-dal-passato/donne-sesso-e-sangue-vincenzo-brunzo-uccide-il-fratello-aldo/

  • Choc alla messa crismale. Le accuse di un ragazzo al vescovo D’Alise: “Ci sono preti pedofili e omosessuali”

    Choc alla messa crismale. Le accuse di un ragazzo al vescovo D’Alise: “Ci sono preti pedofili e omosessuali”

    CASERTA  – Ha aspettato la fine della cerimonia crismale nel duomo di Caserta per lanciare accuse durissime ai parroci presenti, di cui ha fatto nomi, che ha accusato di essere pedofili e omosessuali: così un ragazzo che partecipava alla messa ha denunciato apertamente quanto accadrebbe a Caserta. E poi si è allontanato in bicicletta, lasciando sgomenti coloro che erano presenti. Pare che il giovane, qualche settimana fa, avrebbe chiesto un incontro privato con i prelati che non gli sarebbe stato concesso.

    Red.Cro.

    http://www.casertace.net/cronaca/choc-messa-crismale-accuse-ragazzo-vescovo-dalise-ci-preti-pedofili-omosessuali-20150402.html

  • Pedofilia, prete condannato Violentò un ragazzino, sentenza definitiva per don Cerullo

    Pedofilia, prete condannato Violentò un ragazzino, sentenza definitiva per don Cerullo

    Marilù Musto

    Solo il dolore, nient’altro che il dolore ha attraversato in due anni, quattro mesi e undici giorni la famiglia della piccola vittima della violenza sessuale da parte di un sacerdote di 33 anni.

    E un silenzio assordante della chiesa, in particolare della diocesi di Aversa che in tutti questi mesi «non ha mai chiesto ufficialmente perdono al bambino violentato dal viceparroco di Casal di Principe», ha spiegato il difensore del ragazzino, Costantino Puocci. Nonostante il fatto che oggi Don Marco Cerullo, sacerdote della chiesa del Santissimo Salvatore, può essere chiamato a tutti gli effetti pedofilo.

    Don Marco – che oggi ha 35 anni – è stato, infatti, condannato con sentenza definitiva dai giudici della corte di Cassazione alla pena di sei anni e otto mesi di carcere per aver abusato sessualmente di un suo alunno della scuola elementare e media di Villa Literno nel dicembre del 2007, durante l’orario scolastico. La sentenza ha rotto il silenzio: «Preferisco aspettare i tempi della giustizia – disse due anni fa il vescovo della diocesi normanna, Mario Milano – non ho altro da dire».

    Nei mesi successivi all’arresto del prete pedofilo, però, venne emessa la sentenza di primo grado dal gip Stefania Amodeo del tribunale di Santa Maria Capua Vetere – il 22 aprile del 2008 – che condannava a sei anni e otto mesi di reclusione Don Marco con l’interdizione perpetua «da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori». Nemmeno allora la chiesa volle pronunciarsi. Il risarcimento per i danni morali subiti, 50mila euro in via provvisoria, non è stato ancora versato dall’insegnante di religione alla famiglia del ragazzo che ora ha tredici anni e che, probabilmente, ha una vita distrutta dal ricordo degli abusi.

    Durante l’incidente probatorio, infatti, il ragazzo aveva rivelato ai giudici di essere stato violentato più volte dal sacerdote e, in un caso, anche nel giorno del suo compleanno dopo una pizza mangiata assieme. Ne aveva solo undici quando nel 2007, il 19 dicembre, i carabinieri di Casal di Principe videro il suo viso bianco, terrorizzato, e una persona che era distesa su di lui in auto. I militari quella mattina si avvicinarono alla vettura parcheggiata in aperta campagna e videro don Marco che stuprava il ragazzo. Il sacerdote cercò di scappare inserendo la marcia, ma si schiantò contro un palo che circondava la piazzola di un distributore di benzina. Venne arrestato. Ammise in lacrime davanti ai carabinieri le sue colpe. Era riuscito a uscire dal plesso scolastico liternese e portare con sé l’alunno con il pretesto di comprare dei colori per dipingere il presepe.

    Poi ritrattò dichiarando che si trattava solo di «un abbraccio affettuoso». Il suo avvocato, Carmine Ucciero – mentre la procura generale precisava che il giudice in primo grado aveva omesso di applicare interdizioni più rigide per Don Marco, previste della legge – presentò ricorso in Appello e poi, dopo la conferma della condanna a Napoli, avanzò istanza in Cassazione. Non c’è stato nulla da fare. Don Marco Cerullo tornerà in carcere. E dovrà restarci, probabilmente, circa due anni grazie a sconti e benefici vari. Anche perché nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere era rimasto solo 13 giorni, dal 19 dicembre a 2 gennaio, prima che il tribunale del riesame di Napoli concedesse il beneficio dei domiciliari per due mesi. Da due anni si trova in una comunità di recupero alle porte di Roma messa a disposizione, pare, dalla stessa chiesa. Sarebbe stato sospeso dal servizio delle sue funzioni di sacerdote, ma la chiesa non ha fatto sapere pubblicamente se è stato spogliato dal suo abito di sacerdote. Resta il silenzio dell’istituzione ecclesiastica. E un’infanzia distrutta per sempre. Per il risarcimento dei danni, i legali della vittima, gli avvocati Puocci e Sergio Cavaliere, fanno sapere: «Ci faremo valere in sede civile».

    L’ipotesi Uscita in orario scolastico l’istituto rischia sanzioni
    Con la sentenza di Cassazione ora i dirigenti della scuola di Villa Literno potrebbero incorrere in sanzioni a causa dell’uscita dalla struttura di un alunno durante l’orario scolastico. Intanto, non ha trovato conferma l’ipotesi che altri alunni della scuola di Villa Literno abbiano subito abusi sessuali.

    Da Il Mattino, edizione di Caserta del 09 maggio 2010

  • PRETE DI AVERSA CONDANNATO PER PEDOFILIA. MA IL VESCOVO CONTINUA A TACERE

    PRETE DI AVERSA CONDANNATO PER PEDOFILIA. MA IL VESCOVO CONTINUA A TACERE

    di Agenzia ADISTA 34923. AVERSA (CE)-ADISTA. Non aveva parlato allo scoppio dello scandalo, né al momento della condanna.

    E continua a tacere anche ora che sono state rese note le motivazioni che hanno indotto il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Chiaromonte, a infliggere a don Marco Cerullo – all’epoca viceparroco della chiesa del Santissimo Salvatore a Casal di Principe e insegnante di religione presso una scuola media inferiore di Villa Literno – la pena di 6 anni e 8 mesi di carcere per abusi sessuali su un minore. Ha preferito tacere il vescovo di Aversa, mons. Mario Milano. E non ha nemmeno espresso solidarietà alla vittima e alla sua famiglia.

    La vicenda ha inizio nel dicembre del 2007 quando don Cerullo viene arrestato in flagranza di reato per abusi sessuali su un suo alunno di 11 anni. “Non è che non voglio dire nulla, – aveva dichiarato allora il vescovo – non posso dire nulla visto che ci sono ancora le indagini in corso”. Ma anche quando le indagini si erano concluse, il processo di primo grado celebrato, la condanna emessa, mons. Milano ha continuato a tacere. Di più: non risulta nemmeno che sia stato aperto alcun procedimento a carico di don Cerullo presso le superiori autorità ecclesiastiche competenti.

    Non è la prima volta, da quando nel 1998 è stato nominato vescovo di Aversa, che mons. Milano è al centro di forti polemiche. Sua fu la decisione, nel marzo del 2007 ‑ nell’ambito delle iniziative promosse dal comitato “Don Peppe Diana” in occasione dell’anniversario della morte del prete antimafia (ucciso dalla camorra il 19 marzo di quindici anni fa) ‑ di vietare la presentazione, prevista nella parrocchia di San Nicola di Bari e poi svoltasi presso la sala consiliare del Comune, del libro Il costo della memoria. Don Peppe Diana. Il prete ucciso dalla camorra, scritto dal sacerdote siciliano Rosario Giuè, ritenuto da mons. Milano troppo critico nei confronti della Chiesa aversana. Nella stessa occasione, la Curia si premurò anche di cancellare l’intervento del vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, invitato a parlare alla manifestazione “Io c’ero” alla quale alla fine, nonostante avesse già dato la sua adesione, non partecipò neppure mons. Milano.

    Sempre del 2007 è la decisione del vescovo ‑ sembra su pressioni di alcuni fedeli ‑ di chiudere il gruppo di preghiera formato da omosessuali credenti, cui aveva dato vita p. Edoardo Capuano nella sua parrocchia di San Giorgio Martire a Pascarola, frazione di Caivano. “Nel nostro unico incontro – aveva allora raccontato p. Capuano – abbiamo pregato assieme. Mai la loro sessualità è stata al centro dei nostri discorsi, anche perché non ho la competenza per affrontare questioni del genere”. Un gruppo che nelle intenzioni del parroco avrebbe dovuto semplicemente “combattere l’emarginazione sociale”, ma che evidentemente “a qualcuno non è piaciuto”.

    Altrettanto zelo censorio mons. Milano non aveva mostrato al momento dell’inaugurazione del centro pastorale di San Cipriano d’Aversa dedicato a Dante Passarelli, imprenditore di riferimento del clan dei Casalesi, arrestato per la prima volta per associazione camorristica negli anni Ottanta e morto in circostanze misteriose nel novembre del 2004. In quella occasione, infatti, mons. Milano non mancò di presenziare all’evento, insieme al parroco e al viceparroco della chiesa, dichiarando: “Se Passarelli ha sbagliato a noi non interessa, noi dobbiamo amare ancor più chi sbaglia”. (ingrid colanicchia)

  • Sacerdote condannato per abusi su un minore, la Congregazione apre un’istruttoria

    Sacerdote condannato per abusi su un minore, la Congregazione apre un’istruttoria

    MARILÙ MUSTO È stata aperta un’istruttoria presso la Congregazione della dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio, sul caso di don Marco Cerullo, il prete di Villa Literno condannato a sei anni e otto mesi di carcere per aver violentato un suo alunno di dodici anni nelle campagne tra Villa Literno e Casal di Principe nel dicembre del 2007, pochi giorni prima di Natale.

    Era stato proprio il pretesto di un progetto scolastico sul Natale a spingere don Marco a portare con sé l’alunno fuori dall’istituto scolastico e ad abusare di lui: «Andiamo a comprare i colori per addobbare il presepe», aveva detto alle insegnanti. Poi, nella segreteria della scuola, pochi minuti dopo, arrivò la telefonata dei carabinieri che avvertiva il vicepreside dell’arresto del sacerdote, colto in flagranza di reato.

    Il consulente della Procura di Santa Maria Capua Vetere nella sua perizia, durante il processo, aveva spiegato che gli abusi erano avvenuti più di una volta, non solo in auto ma anche nell’abitazione del religioso. Don Marco avrebbe inviato «messaggi amorosi al bambino persino paventandogli la possibilità di morire qualora non avesse accondisceso ai suoi approcci sessuali». L’insegnante di religione che tutti consideravano «un giovanotto buono e gentile» e che all’epoca dei fatti aveva trentatré anni, è tuttora ospite di una comunità cattolica in provincia di Frosinone, ma la sua permanenza nel centro di accoglienza potrebbe terminare con l’applicazione, da parte della magistratura, del nuovo provvedimento normativo antiviolenze che ha esteso l’obbligatorietà della custodia in carcere per i reati di violenza sessuale. Il tribunale ecclesiastico di Roma, in modo parallelo, ha aperto a sua volta un’indagine sui fatti contestati al giovane sacerdote al termine della quale a don Marco potrebbe essere vietato, in modo definitivo, di amministrare i sacramenti.

    Un passo in avanti è stato fatto anche da chi fino ad ora aveva taciuto nei confronti di questa vicenda. Il vescovo di Aversa Mario Milano, infatti, ha avviato il procedimento di sospensione «a divinis», cioè la sanzione disciplinare che sospende il sacerdote fino a quando la Congregazione non si pronuncerà in merito. Il caso di don Marco, insegnante di religione nella scuola media di Villa Literno e viceparroco nella chiesa del Santissimo Salvatore di Casal di Principe, si è chiuso con una sentenza in primo grado emessa dal gip Francesco Chiaromonte del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con la condanna a sei anni e otto mesi di reclusione. L’avvocato del sacerdote, Carmine Ucciero, ha impugnato la sentenza dinanzi alla corte di appello e l’avvocato della vittima, Costantino Puocci, in questi giorni dovrà notificare l’esecutività del risarcimento danni riconosciuto alla famiglia del bambino per una somma pari a cinquanta mila euro.

    Ma la pena inflitta al sacerdote è sembrata troppo mite anche per il procuratore generale che è ricorso innanzi alla corte di cassazione contro la condanna emessa dal gip di Santa Maria Capua Vetere ritenendo quest’ultima più lieve di quella dovuta. Il gip sammaritano, infatti, secondo la Procura generale, avrebbe omesso di applicare interdizioni più rigide.

    http://sfoglia.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20090322&ediz=CASERTA&npag=42&file=obj_4145.xml&type=STANDARD

  • La vicenda scoperta dai carabinieri a fine 2007 Poi le accuse della vittima

    La vicenda scoperta dai carabinieri a fine 2007 Poi le accuse della vittima

    MARILÙ MUSTO Sei anni e otto mesi di carcere per don Marco Cerullo, il sacerdote di trentatré anni di Villa Literno processato per pedofilia.

    La condanna è arrivata ieri sera al termine dell’udienza preliminare definita con il rito abbreviato e a porte chiuse chiesta dalla difesa dell’insegnante di religione della scuola media liternese, accusato di violenza sessuale aggravata ai danni di un suo alunno di dodici anni.

    La pena inflitta al sacerdote dal giudice Francesco Chiaromonte è superiore alla condanna di cinque anni di reclusione chiesta dal pm della Procura di Santa Maria Capua Vetere Rita De Selva. Le parti civili, Costantino Puocci e Giacomo Cassandra, dopo l’arringa del pubblico ministero, hanno reclamato una pena più severa, esemplare, perché «dagli atti sono emersi insistenti e duraturi ricatti morali che il prete perpetrava ai danni della vittima».

    Schiaccianti le prove raccolte a carico del sacerdote, viceparroco della chiesa Santissimo Salvatore trasferito dieci mesi fa in una comunità religiosa del basso Lazio, ma ancora a piede libero. Ieri mattina in udienza il difensore dell’imputato pare abbia accennato a un «interessamento» della diocesi aversana alla vicenda. Circostanza, questa, smentita, poi, dai legali della famiglia del bambino secondo i quali in un anno la diocesi «non ha mai chiesto scusa alla famiglia del dodicenne violentato dal sacerdote».

    Il rappresentante legale della madre del ragazzo, Puocci, ha chiesto un risarcimento danni morali e psicofisici di trecento mila euro che verrà discusso in sede civile. Per ora la richiesta è stata accordata in via provvisoria con il riconoscimento di cinquanta mila euro. Per don Marco, dunque, potrebbero spalancarsi di nuovo le porte del carcere se la sentenza diventerà esecutiva, ma è possibile che la difesa faccia ricorso in Appello. Il sacerdote ha già goduto dello sconto di un terzo della pena avendo chiesto il rito abbreviato.

    La storia della sua presunta perversione era venuta alla luce il 19 dicembre del 2007 quando una pattuglia dei carabinieri lo aveva colto in flagranza di reato mentre si trovava a bordo della sua auto in un viottolo di campagna in compagnia del dodicenne. Don Marco aveva cercato di fuggire, ma era stato arrestato subito dopo e davanti ai carabinieri della compagnia di Casale, in lacrime, ammise tutte le colpe.

    Il bambino, nel corso di incidente probatorio, aveva fornito un racconto chiaro degli abusi e aveva dichiarato che don Marco gli diceva sempre: «Se non lo facciamo io mi uccido». Il vescovo della diocesi di Aversa non ha mai voluto commentare il fatto né, secondo la difesa del ragazzo. Le indagini non hanno escluso che «l’interessamento» del sacerdote ai ragazzi poteva esserci stato molto prima della scoperta dei carabinieri.

    http://sfoglia.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20081120&ediz=CASERTA&npag=42&file=obj_3389.xml&type=STANDARD

  • Violenza su minore don Marco dal gup

    Violenza su minore don Marco dal gup

    MARILÙ MUSTO – È stata fissata per il diciannove dicembre l’udienza preliminare nella quale il gup del tribunale di Santa Maria Capua Vetere deciderà se ci sono sufficienti e idonei elementi di prova per sostenere in dibattimento l’accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti di don Marco Cerullo, sorpreso in una campagna dai carabinieri di Casal Di Principe il diciannove dicembre del 2007 con un suo alunno in atteggiamenti intimi.

    Non si esclude che il difensore del sacerdote possa chiedere il rito abbreviato che permetterà a don Marco, arrestato a dicembre, di beneficiare dello sconto di pena di un terzo ammettendo, però, le colpe. In questo modo la pena da scontare potrebbe essere al di sotto dei sei anni di carcere o di domiciliari.

    Gli avvocati difensori della vittima di undici anni, Costantino Puocci e Sergio Cavaliere, chiederanno, per conto della famiglia del bambino, la costruzione di parte civile. In pratica reclameranno un risarcimento di danni morali e materiali subiti dal minore. Don Marco Cerullo, trentaquattro anni, insegnante di religione nella scuola media di Villa Literno e viceparroco nella chiesa del Santissimo Salvatore a Casal Di Principe, da un anno, è agli arresti domiciliari in una comunità religiosa del basso Lazio mai resa nota dalla curia. La diocesi di Aversa non ha mai commentato le accuse di pedofilia rivolte al giovane sacerdote colto in flagrante dai carabinieri. Alcune indiscrezioni fanno trapelare, ora, che don Marco non ha mai chiesto scusa alla famiglia del suo alunno, né è mai tornato a Casal Di Principe per prendere le sue cose dalla sua stanza in parrocchia.

    Dalle confessioni del ragazzo sarebbe emerso che le attenzioni dell’insegnante di religione erano rivolte non solo a lui, ma anche ad altri alunni che, però, non hanno mai denunciato l’accaduto. Non solo. In sede di incidente probatorio è emerso che con il pretesto di una pizza o di una visita al seminario vescovile di Aversa o in una festa di compleanno, il sacerdote avrebbe cercato di adescare l’alunno facendolo sentire privilegiato. La presunta inclinazione sessuale è venuta allo scoperto solo a dicembre scorso quando i ragazzi della scuola media ed elementare di Villa Literno erano intenti a preparare un progetto sul Natale.

    A don Marco servivano i pastelli per colorare un albero. Così pensò di andarli a comprare in una cartoleria vicina e di portare con sé il ragazzo di undici anni. Alla cartoleria, però, don Marco non arrivò mai. Si fermò in una strada sterrata tra Cancello Arnone e Casal Di Principe e, stando al racconto della vittima, abusò di lui. In caserma il sacerdote pianse davanti ai carabinieri che lo interrogarono ammettendo, probabilmente, il fatto. Solo in seguito pare abbia dichiarato che si trattava solo di un abbraccio affettuoso. Don Marco venne arrestato, ma uscì di prigione venti giorni dopo. Da allora il ragazzo ha intrapreso una terapia ed è stato aiutato dalla famiglia a superare il trauma.

    http://www.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20081017&ediz=CASERTA&npag=40&file=obj_3803.xml&type=STANDARD

  • Pedofilia: Napoli, prete condannato a pagare vittima abusi

    Pedofilia: Napoli, prete condannato a pagare vittima abusi

    NAPOLI – Un sacerdote di 44 anni e’ stato condannato a versare 44mila euro a titolo di indennizzo a un giovane dei Quartieri Spagnoli di Napoli, vittima dei suoi abusi sessuali, che all’epoca dei fatti – nel 1999 – aveva 12 anni.

    Lo ha stabilito il giudice del tribunale civile di Napoli, Paola Del Giudice, accogliendo parzialmente le richieste dei legali della vittima degli abusi. “E’ la prima volta in Europa che viene avviato un procedimento per responsabilita’ oggettiva nei confronti di una Curia”, ha dichiarato uno dei due avvocati. Nonostante i presunti abusi sul minore fossero stati accertati, il procedimento penale si era concluso con il proscioglimento del prete. (Agr)

    ViviCentro (art. 19 e 21)

    La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).

    10 Lug 2008 01:58
    Oggetto: Re: Pedofilia: Napoli, prete condannato a pagare 40mila euro
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    Ancora una volta il prete è protetto dall’anonimato. Si sa solo che si chiama Padre Ivan P. (Giovanni), 44 anni, ex viceparroco in una chiesa dei Quartieri Spagnoli a Napoli, attualmente cappellano ospedaliero all’ospedale Cardarelli di Napoli. La causa era importante perché i legali del minore chiedevano la condanna anche della Curia di Napoli per omessa vigilanza. La tesi non ha trovato accoglimento non perché in astratto tale responsabilità non è configurabile ma solo perché non è stata provata la conoscenza da parte del card. Giordano delle condizioni psichiche del prete. I legali del minore sostengono la consapevolezza, poiché lo psichiatra del prete avrebbe rilasciato dichiarazioni contraddittorie, oggetto di una futura querela per falsa testimonianza.

    Alcuni vecchi articoli che parlano del caso:

    La perizia ignorata
    La prima causa legale contro una curia, accusata di essere responsabile dell’operato di un suo parroco, è stata presentata a Napoli, dagli avvocati Giuseppe Aulino e Luciano Santoianni. Chiedono 170 mila euro perché l’ex arcivescovo, il cardinale Michele Giordano, “era a conoscenza della malattia di padre Giovanni ma non fece niente per impedire che molestasse sessualmente Gaetano, un ragazzo di 14 anni con lieve ritardo mentale”. Questa settimana il tribunale deciderà se accogliere le motivazioni dei legali di Gaetano e procedere nell’iter che potrebbe costringere la curia a risarcire i danni, morali e psichici, subiti dal ragazzino. Un precedente assoluto che, se accolto, aprirebbe la strada a decine di risarcimenti milionari. La tesi dei legali Aulino e Santoianni si fonda su una lettera che Franco Poterzio, medico psichiatra e docente all’Università Statale di Milano, scrisse al cardinal Giordano. Nella lettera lo psichiatra informava l’arcivescovo che padre Giovanni “è affetto da disturbo bipolare di primo tipo, in fase di grave eccitamento maniacale”. Poterzio segnalava anche l’opportunità che il sacerdote fosse allontanato dai servizi di catechesi e comunque non fosse lasciato solo insieme ai ragazzini. Il professore per tre volte ha parlato al telefono col cardinale. Inutilmente.

    Padre Giovanni aveva delle attenzioni particolari verso i suoi chierichetti. Uno di questi, Gaetano, aveva qualche problema di apprendimento e per questo era seguito dagli assistenti sociali. Sono stati loro a denunciare quel prete alla magistratura. Dagli atti del processo svolto a Napoli si scopre che, nel luglio ’99, durante una gita organizzata dalla parrocchia a Marechiaro, mentre sono tutti in mare, Gaetano viene abbracciato da dietro da padre Giovanni. Alle assistenti sociali e al magistrato, racconterà di aver sentito “il suo pene che struscia sul mio sedere”. In un’altra occasione, il 15 dicembre dello stesso anno, durante un viaggio a Roma, il sacerdote e Gaetano passano la notte nell’istituto dei Padri missionari della Carità, in via di sant’Agapito 8. Secondo il racconto di Gaetano, padre Giovanni si sarebbe accoppiato davanti a lui con altri due ospiti di sesso maschile. Il terzetto avrebbe costretto Gaetano ad assistere, chiedendogli anche di partecipare, ma senza che questo avvenisse. I riscontri della polizia giudiziaria hanno verificato la presenza del sacerdote e del ragazzo nell’istituto religioso, ma non hanno potuto scoprire se l’orgia c’è stata davvero. Il tribunale, al termine di una lunga istruttoria, nel 2002 decreta il non luogo a procedere perché “il fatto è stato commesso in stato di incapacità di intendere e di volere”. In attesa dell’esito della causa civile, la curia non ha adottato alcun provvedimento di cautela. Dopo le parole dei giudici, dopo le perizie psichiatriche, dopo le stesse ammissioni di padre Giovanni, l’unica misura del vescovado, ora retto dal cardinale Sepe, è stato quello di un suo primo trasferimento in una parrocchia del quartiere popolare dell’Arenaccia e la sua successiva destinazione come cappellano in uno dei più importanti ospedali napoletani. Oggi padre Giovanni si sveglia tutti i giorni all’alba, dice la prima messa alle 7.45 del mattino e poi passa a dare parole di conforto e di fede tra le corsie dell’ospedale, anche nel reparto pediatrico, dove 42 lettini ospitano ogni anno 3 mila bambini.

    www.ecpat.it/archivio/archivionov2005.htm

    10 novembre 2005 – PEDOFILIA. INCOMINCIA UN PROCESSO CONTRO LA CURIA DI NAPOLI

    L’azione promossa chiede il coinvolgimento indiretto anche della Chiesa cattolica per la condotta dei propri rappresentanti

    Gli Avvocati LUCIANO SANTOIANNI e GIUSEPPE AULINO del foro di Napoli comunicano che il giorno 15 novembre 2005 iniziera il primo processo civile in Italia, e presumibilmente in Europa, avente ad oggetto un’azione di responsabilita oggettiva a carico della Curia Arcivescovile di Napoli per la condotta posta in essere da un Ministro del Culto nell’esercizio delle sue funzioni,concretizzatesi in atti di libidine su di un minore a lui affidato durante il corso di catechizzazione.

    L’azione promossa chiede il coinvolgimento indiretto anche della Chiesa cattolica per la condotta dei propri rappresentanti che compiono atti di pedofilia e si avvicina a quelle gia poste in essere negli Stati Uniti d’America in situazioni analoghe.

    Sull’argomento e sui temi che hanno dato origine alla promossa azione legale i detti difensori saranno presenti unitamente alla parte, Sig. Russo Gaetano,alla conferenza stampa che avra luogo in Napoli alla via Roma n? 205 presso lo studio dell’Avv. Luciano Santoianni 4? piano il giorno 14 novembre 2005 alle ore 11,30.

    www.uaar.it/news/2005/11/15/…curia-processo/

    Pedofilia a Napoli, prete assolto ma Curia a processo

    Tre anni fa il giudice per l’udienza preliminare chiuse il caso con una sentenza di proscioglimento. Era l’estate del 2002: e per un sacerdote napoletano accusato di reati gravi e infamanti quali la violenza sessuale e gli atti sessuali con un minorenne quella sentenza rappresentò l’uscita di scena da una vicenda giudiziaria scottante. Sembrava un caso definitivamente archiviato, quello che portò un ragazzo che all’epoca dei fatti aveva 14 anni a denunciare i presunti abusi subìti da parte del giovane prete, e invece oggi la vicenda si riapre in maniera assolutamente clamorosa e torna in un’aula di giustizia, questa volta civile, e non penale. I legali del ragazzo – gli avvocati Luciano Santoianni (penalista) e Giuseppe Aulino (civilista) – hanno infatti citato in giudizio la Curia arcivescovile di Napoli, avanzando una richiesta di risarcimento danni. […] La vicenda risale al ’99, quando la Procura aprì un’inchiesta sul comportamento del sacerdote, allora collaboratore in una parrocchia nella zona dei Quartieri spagnoli: secondo l’accusa, il giovane prelato avrebbe riservato «attenzioni» ad uno dei ragazzi che frequentavano la parrocchia dove seguiva i corsi per il catechismo. Il sacerdote, rinviato a giudizio, venne poi prosciolto dal gup che, accogliendo le conclusioni del perito d’ufficio, lo ritenne incapace di intendere e volere nel momento in cui sarebbero stati commessi gli atti denunciati. «Riteniamo che la Curia – dichiara l’avvocato Luciano Santoianni – debba rispondere per la condotta tenuta da un suo sacerdote per una vicenda che richiama molto da vicino quelle accadute negli Stati Uniti. Crediamo infatti che questa vicenda si sarebbe potuta evitare se, a monte, la Curia avesse esercitato una funzione di controllo e verifica psico-attitudinale su quel sacerdote». […]
    L’articolo di Giuseppe Crimaldi è stato pubblicato sul sito de Il Mattino

    Ultima modifica di steve il 10 Lug 2008 14:32, modificato 4 volte in totale
    steve
    10 Lug 2008 13:00
    Oggetto: Re: Pedofilia: Napoli, prete condannato a pagare 40mila euro
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    Martedì 24 Febbraio : 2009 http://stage7.presstoday.com/_Standard/Articles/4527505

    Corriere del Mezzogiorno pag. 11
    “Abusò di un minore, prete pagherà 40 mila euro”
    Data: 10/07/08

    Cronaca Locale

    Corriere del Mezzogiorno – CASERTA –
    sezione: NAPOLI – data: 2008-07-10 num: – pag: 11
    categoria: REDAZIONALE
    Sentenza civile, la vicenda avvenuta nel 1999 ai Quartieri Spagnoli
    Abusò di un minore, prete pagherà 40 mila euro

    NAPOLI — Luca partirà per Reggio Emilia con in tasca un «indennizzo» di 40 mila euro, ché ormai di Napoli ne ha le scatole piene. Il prete che ha più volte abusato di lui, padre Ivan, prosciolto dalle accuse in sede penale perché incapace di intendere e di volere (ma solo al momento di commettere i fatti) continuerà a fare il cappellano all’ospedale Cardarelli di Napoli. La vicenda è quella che vide coinvolti nel ’99 un minorenne che denunciò abusi sessuali da parte di un prete che lavorava in una chiesa dei Quartieri Spagnoli, e nel 2005 la stessa vittima che citò in giudizio la Curia perché — sostenevano i suoi avvocati — i suoi vertici erano a conoscenza dei fatti e non fecero niente per impedire al viceparroco di nuocere al prossimo. Oggi, dopo la sentenza del tribunale penale che prosciolse il prete — e che divenne definitiva perché il pm accolse la richiesta di appello un giorno dopo i termini di scadenza — arriva quella del tribunale civile che da una parte stabilisce l’assenza di responsabilità da parte della Curia, e dall’altra condanna padre Ivan al versamento di un «indennizzo» di 40 mila euro alla giovane vittima, che all’epoca dei fatti era ben lontana dalla maggiore età. Luca subì violenze prima a Napoli, poi a Roma, nella struttura dei Padri missionari della Carità che ospita (normalmente) persone senza fissa dimora di sesso maschile. In quell’occasione, il prete coinvolse nel menage anche un gruppo di clochard.
    «Ma non erano proprio bambini…avevano almeno quattordici-quindici anni», rispose padre Ivan allo psichiatra Pannain che gli domandava perché rivolgesse le sue attenzioni ai bambini, nel corso di una perizia nel 2001. Lo psichatra che invece aveva in cura il prete, lo stesso dottor Poterzio che aveva sostenuto in sede penale di aver più volte avvisato il cardinale Giordano delle condizioni di padre Ivan, «consapevole che dato il ruolo che rivestiva, poteva essere pericoloso per gli altri», in sede civile ha ritrattato quasi del tutto le dichiarazioni rese, scaricando la Curia di ogni responsabilità. Allontanamento dalla scuola, inappetenza per molti mesi con senso di nausea, insonnia e frequenti incubi per oltre tre anni, crisi di pianto, comportamenti regressivi, tendenza all’isolamento: Luca viene «indennizzato» con 40 mila euro. Padre Ivan, fa il cappellano. Gli avvocati Giuseppe Aulino e Luciano Santoianni, che difendono la vittima, ora vogliono querelare per falsa testimonianza lo psichiatra Poterzio in base alla difformità delle due dichiarazioni rese. Poi, appelleranno la sentenza nella parte dove si esclude la responsabilità della Curia.
    Ste. Pie.

    steve
    10 Lug 2008 14:24
    Oggetto: Re: Pedofilia: Napoli, prete condannato a pagare 40mila euro
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    Martedì 24 Febbraio : 2009 http://www.ilmattino.it/mattino/view.php?d…l&type=STANDARD

    10/07/2008

    ELIO SCRIBANI Un prete pedofilo, I.P., 44 anni, è stato condannato dal giudice civile a pagare un indennizzo di 40mila euro (la difesa ne chiedeva 170mila) a favore della sua vittima, un ragazzino minorenne all’epoca dei fatti. Lo stesso prete, però, era già stato prosciolto in sede penale perchè una perizia psichiatrica lo aveva riconosciuto incapace di intendere e di volere al momento degli abusi. Storia torbida e paradossale, che comincia nel 1999 tra i vicoli dei Quartieri spagnoli e vanta almeno un altro paio di aspetti singolari. Il primo è che il prete, nonostante l’etichetta di pedofilo, ha continuato e continua a fare il prete, sia pure in una zona diversa da quella dove commise le violenze sessuali. Il secondo aspetto riguarda l’ipotesi di responsabilità oggettiva da parte della Curia.

    Il magistrato civile, Paola Del Giudice, ottava sezione, pur mandando assolto il cardinale Giordano, arcivescovo dell’epoca, perché in giudizio non è stata raggiunta la prova della consapevolezza della Curia rispetto al «vizietto» del prete, non ha escluso, infatti, compensando le spese tra le parti, che in linea teorica quella responsabilità potesse essere ipotizzata. Gli avvocati della vittima, Luciano Santojanni, penalista, e Giuseppe Aulino, civilista, annunciando battaglia, vantano il record di una sentenza che, a detta loro, sarebbe la prima in Europa a non escludere l’ipotesi di responsabilità oggettiva della chiesa in un caso di pedofilia. «Presenteremo – dice l’avvocato Santojanni – una querela per falsa testimonianza nei confronti del medico che in sede civile, rispetto all’interrogatorio del Pm, non ha confermato di aver avvertito anche per iscritto la Curia della «pericolosità» del prete e poi impugneremo la sentenza di condanna nella parte in cui esclude la responsabilità oggettiva della Curia».

    I fatti, al di là degli aspetti tecnici, grondano la tristezza di ogni vicenda di pedofilia. Il prete, all’epoca vice parroco, commise gli abusi in un paio di occasioni nei confronti di un ragazzino della parrocchia. Una volta al mare, la spiaggia di Marechiaro. Un’altra volta a Roma, un seminario dove il sacerdote, rubando la fiducia del bambino, lo condusse con la falsa promessa di accompagnarlo a vedere la Carrà in tv. Bugie. La voce degli abusi corse tra i vicoli, un’associazione di quartiere, la «Urban», se ne fece carico, sostenendo la famiglia della vittima nel difficile percorso che può condurre dalla vergogna alla denuncia. Cominciò il processo, ma la legge, quella volta, si incanalò su un binario inatteso. Il perito stabilì, infatti, che il prete, peraltro in cura da uno psichiatra, non era in grado di intendere e di volere al momento degli abusi. Il Gip lo prosciolse dalle accuse. Ora, la condanna civile. E torna la voglia di giustizia.

    steve
    14 Lug 2008 17:54
    Oggetto: Re: Pedofilia: Napoli, prete condannato a pagare 40mila euro
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    Stasera, alle ore 19.00, su C6.TV si parlerà del caso di Padre Ivan P. :

    http://laici.forumcommunity.net/?t=17458633

    http://c6postit.blogspot.com/

    steve
    24 Feb 2009 17:28
    Oggetto: Re: Pedofilia: Napoli, prete condannato a pagare 40mila euro
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    Martedì 24 Febbraio : 2009 http://federicotulli.wordpress.com/…ta-in-vaticano/

    Scomode verità in Vaticano

    Pubblicato da Federico Tulli su 23 Gennaio 2009

    Un lungo stillicidio di storie di pedofilia nelle pagine dei giornali. Nuovi libri e vicende giudiziarie offrono per la prima volta la possibilità di approfondire anche in Italia il fenomeno ancora sommerso dei crimini contro i minori commessi da uomini di chiesa di Federico Tulli

    In sede penale è stato riconosciuto colpevole di aver violentato un bimbo di 14 anni. Poi è stato prosciolto perché giudicato incapace di intendere e di volere al momento del fatto. La storia di Giovanni P., il sacerdote che nel 1999 abusò di quel minore, è una delle circa 60 che dal 2000 a oggi nel nostro Paese hanno visto preti protagonisti in crimini di pedofilia. Alcuni di questi sono in attesa di giudizio, molti sono stati giudicati colpevoli di abusi sessuali almeno in primo grado. Quasi tutti indossano ancora l’abito talare e continuano “normalmente” a esercitare il magistero. Ricevendo i bambini in confessionale, facendo catechismo e così via. Padre Giovanni P. è uno di questi. Confessato il “peccato” e ricevuta l’assoluzione del papa, accade raramente che la Chiesa costringa un prete pedofilo ad abbandonare il sacerdozio. priest_collar_apNegli ultimi anni, in Italia, è arrivato sulle pagine di cronaca un unico caso del genere. Quello di don Lelio Cantini, parroco della chiesa Regina della Pace a Firenze fino al 2005, accusato per abusi sessuali avvenuti tra il 1973 e il 1987, denunciato nel 2004 al vescovo dai parrocchiani, e ridotto allo stato laicale, quando ormai era ultraottantenne, lo scorso ottobre. Al contrario di Cantini, Giovanni P. che di anni ne ha 46, è ancora un prete “in attività”. Ma, per diversi motivi, anche il suo è un caso particolare, «anzi, per quanto accaduto nel processo civile addirittura unico» racconta a left l’avvocato Luciano Santoianni, che in sede civile ha difeso la vittima, risarcita nel luglio 2008 dal prelato con oltre 40mila euro. Proprio in questo ultimo processo l’avvocato Santoianni ha posto all’attenzione del giudice l’Istruzione Crimen sollicitationis, per la prima volta in Europa citato nell’aula di un tribunale “laico”. Questo documento, emanato nel 1962 dalla Congregazione per la dottrina della fede e mai pubblicato nell’Acta apostolicae sede (la gazzetta ufficiale vaticana), per quasi mezzo secolo ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia, ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma. Il Crimen, infatti, istruisce i vescovi su come devono comportarsi nel caso in cui vengano a conoscenza di violenze sessuali da parte di appartenenti al clero, imponendo loro, ma anche agli autori della violenza nonché alle vittime, di mantenere il segreto; pena la scomunica. Secondo l’avvocato, riguardo il comportamento del sacerdote ci sarebbe stata «una responsabilità oggettiva della curia di Napoli, in particolare del cardinal Giordano che, come dichiarato in sede penale da un teste, era stato messo al corrente della “stranezza” di certi comportamenti del presunto pedofilo». A quel punto la curia invece di denunciare tutto all’autorità giudiziaria si sarebbe limitata a spostare Giovanni P. in un’altra parrocchia. «Il condizionale è d’obbligo – spiega Santoianni – perché nel corso della causa civile il testimone ha ritrattato parzialmente quanto aveva dichiarato nel primo processo. “Rivedendo” in particolare tutto quello che chiamava in causa proprio la curia». Tutto ciò, prosegue Santoianni, «ha comportato che il giudice si limitasse ad acquisire il Crimen senza approfondirne la valutazione». pedof1L’avvocato è però convinto della responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, e per uno come lui che è sempre stato particolarmente impegnato nel sociale ed è esperto nella difesa di vittime in processi per pedofilia la battaglia non è finita. A questo punto tutto può decidersi nelle prossime settimane in caso di ricorso in appello. Che si fonderà sulla querela per falsa testimonianza presentata dal ragazzo nei confronti dell’autore della ritrattazione e sulla ripresentazione del Crimen sollicitationis quale causa della reticenza del teste. «Sotto l’aspetto processuale le colpe del prete sono acclarate e la presunta “omertà” del testimone non fa che aumentare i sospetti verso l’atteggiamento di chi aveva il potere di fermare padre Giovanni», conclude l’avvocato che a istruttoria in corso «di più non può dire». Così alcuni tasselli mancanti della storia vengono forniti da don Vitaliano della Sala, da sempre voce critica nei confronti della Chiesa anche per il debole atteggiamento verso la piaga della pedofilia. Secondo don Vitaliano, che sul proprio sito ricostruisce gran parte della vicenda, la tesi di Santoianni si fonda su una lettera che il teste, Franco P., un medico psichiatra e docente all’università statale di Milano, avrebbe scritto alla curia sostenendo che padre Giovanni «è affetto da disturbo bipolare di primo tipo, in fase di grave eccitamento maniacale». Una diagnosi che evidenziava la necessità di allontanare il sacerdote da quei servizi di catechesi particolarmente seguiti dai bambini. Il medico, in sede penale, ha quindi sostenuto di aver parlato del caso per tre volte al telefono col cardinale Giordano. Ma a oggi, dopo le due sentenze che hanno accertato la responsabilità del prete e dopo la perizia psichiatrica che ha stabilito che «il fatto è stato commesso in stato di incapacità di intendere e di volere», l’unica misura a cui è stato sottoposto il vice parroco Giovanni P. dai suoi superiori è stato il trasferimento. Per qualche tempo in un’altra parrocchia di Napoli al quartiere dell’Arenaccia. Poi in uno dei maggiori ospedali del capoluogo campano, che ogni anno ospita in media tremila bambini.

  • Emersi altri particolari delle violenze subite Il prete fu arrestato in flagranza nel 2007

    Emersi altri particolari delle violenze subite Il prete fu arrestato in flagranza nel 2007

    Ha confermato le accuse, dalla prima all’ultima, e ha aggiunto particolari inquietanti a tutta la vicenda il bambino vittima di violenza sessuale da parte del suo insegnante di religione.

    Lo ha fatto ieri, aiutato dalla psicologa nominata dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Ora la prova verrà portata al processo.

    Ad assistere all’incidente probatorio, in una stanza vicina, c’erano il gip Stefania Amodeo, il pm Antonio Ricci, i genitori del bambino, l’avvocato Costanti Puocci con gli altri due rappresentanti della famiglia e l’avvocato difensore di don Marco, Carmine Ucciero.

    Per i legali del minore quello tra lui e il viceparroco della chiesa di Casal Di Principe era un rapporto fatto di «ricatti psicologici, di insistenti pressioni con sms sdolcinati e forvianti” del sacerdote che potrebbero essere letti “in chiave mistica e sentimentale».

    Secondo la ricostruzione lucida del bambino fatta di tante pause, le prime attenzioni di don Marco sarebbero state notate in occasione di una festa; prima, però, il sacerdote avrebbe cercato di carpire la fiducia del suo alunno portandolo a mangiare una pizza, a visitare il seminario vescovile di Aversa, facendo dei piccoli regali che spesso venivano rifiutati e prediligendo quello studente un po’ timido rispetto agli altri in modo da poterlo avvicinare da solo.

    Qualcuno, a scuola, se ne era accorto. Si era accorto, probabilmente, si quelle attenzioni così insistenti e del fatto che l’uscita da scuola dei due durante l’orario scolastico poteva nascondere qualcos’altro. Un abuso sessuale. I particolari della violenza sono emersi nel colloquio con la psicologa ieri.

    Il sacerdote, stando ad alcune indiscrezioni, avrebbe avuto un ruolo passivo nel rapporto, ma attivo nelle presunte pressioni psicologiche quando il ragazzino proponeva di allontanarsi, di «non fare certe cose da gay».

    L’incubo è finito il diciannove dicembre del 2007. Una pattuglia dei carabinieri di Casal Di Principe in servizio di perlustrazione aveva notato l’auto del sacerdote ferma sul ciglio della strada tra Casale e Grazzanise. Don Marco che in quel momento avrebbe dovuto trovarsi in aula per il progetto Natale a Villa Literno, era in macchina con il minore. Aveva cercato di fuggire schiantandosi contro un paletto di un distributore di benzina quando i carabinieri si erano avvicinati all’Alfa. Poi, richiuso in carcere, aveva pianto e pregato.

    Ora il ragazzino ha riacquistato la serenità perduta, un equilibrio, forse, anche familiare. Per don Marco si sono aperte le porte di una comunità di recupero gestita da religiosi, ma potrebbero riaprirsi le porte del carcere al termine del processo.

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