Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Primo risarcimento della Chiesa a una vittima – Ma il prete accusato di pedofilia è al suo posto

    Primo risarcimento della Chiesa a una vittima – Ma il prete accusato di pedofilia è al suo posto

    di Niccolò Zancan – Don Giorgio Carli è al suo posto. Come se nulla fosse mai accaduto. “Non ho niente da dire e sono in pace, sto benissimo così”, dice soltanto. Nella penultima chiesa prima del confine austriaco, l’oratorio Maria Schutz, il prete condannato per pedofilia e poi prosciolto “per avvenuta prescrizione” fa catechismo ai bambini e distribuisce cibo ai bisognosi. Nuvoloni neri gravano sulla strada in salita. Quattro persone sono in attesa di essere ricevute. E il signor Ferri, imprenditore e volontario da 40 anni in questa parrocchia, sta sulla porta come un guardiano: “Se pensate di venire e rimestare nel torbido avete sbagliato indirizzo. Don Giorgio ha tutta la mia stima e l’affetto della comunità. Sono state dette solo cose false sul suo conto. È una persona squisita, a cui vogliamo un gran bene. Qui gode della fiducia di tutti”.

    Se questa storia iniziata nel 1989 e chiusa solo nel 2015 con il pagamento di un risarcimento alla vittima è oggi di attualità, è proprio perché quel risarcimento costituisce un caso unico in Italia. L’unica volta in cui la Chiesa cattolica ha riconosciuto i danni biologici a una vittima di pedofilia con un accordo extragiudiziale. Ed infatti, quell’unico precedente viene citato da altre cinque presunte vittime di pedofilia, che hanno chiesto i danni alla diocesi di Savona per un totale di 4 milioni e 700 mila euro. La cosa importante è che la curia di Bolzano pagò in solido con il suo prete. Cioè: se ne assunse la responsabilità. Il che potrebbe diventare un precedente per sostenere che il vescovo è sempre garante dell’operato dei suoi sacerdoti.

    Fino a qui, in teoria. Perché poi in pratica è tutto molto più complicato di così. Infatti a Bolzano la Curia pagò e fece firmare un patto di riservatezza alla vittima non perché intendesse in quel modo riconoscere l’esito finale di tre sentenze: assoluzione in primo grado, condanna a 7 anni e mezzo in appello, Cassazione che prescrive e conferma l’impianto accusatorio. Al contrario. “La Curia di Bolzano pagò per chiudere la vicenda ed evitare il processo civile, ma ha sempre creduto all’innocenza di don Giorgio Carli”, dice adesso l’avvocato Gianni Lanzinger che difese la vittima. Non ci fu ammissione di responsabilità. Don Giorgio Carli non si è mai ritirato dal sacerdozio. Per due anni non ha più assunto incarichi pastorali. Poi è tornato. “Qui a Vipiteno nessuno ha dubbi sul suo conto”, dice il signor Franz. Eppure i reati sono stati accertati. “Questo lo dite voi”, interviene il sig. Ferri. Lo dice un giudice. “Accertati un cavolo!”, ribattono entrambi prima di chiudere il cancello.

    Il caso Savona

    È vero che un reato prescritto non macchia il certificato penale. Ma è altrettanto vero che per i giudici don Giorgio Carli ha abusato di un’adolescente dal 1989 al 1994. Ed è talmente vero, che persino la Curia di Savona attraverso gli avvocati con cui sta organizzando la sua difesa scrive negli atti: “L’unico precedente che ha visto la condanna di una Diocesi al risarcimento dei danni subìti dalla vittima di un fatto di abusi sessuali perpetrati da un prete attiene ad un caso nel quale tali fatti erano stati accertati in sede penale, con valenza di giudicato”. Fatti accertati. La curia di Savona sostiene, quindi, che a Bolzano sia stato commesso un reato. Mentre lì, dalle sue parti, nella vicenda che riguarda l’ex parroco di Spotorno don Nello Giraudo, non c’è una sentenza definitiva che dia ragione alle cinque persone che si dichiarano vittime. Tutti i reati sono prescritti. Eppure, altra complicazione: don Giraudo a Savona ha firmato la riduzione allo stato laicale. Mentre don Carli è “in pace” al suo posto di parroco in Alto Adige. Tutta Vipiteno lo difende. Il vicario generale della diocesi Eugen Runggaldier dice: “Non abbiamo nulla da aggiungere e nulla da commentare. Per noi le cose sono chiare”.

    Lo hanno sempre considerato innocente, continuano a considerarlo tale anche dopo avere pagato il risarcimento alla vittima. La cifra di partenza era 760 mila euro. Ma non è possibile sapere con precisione quanto è stato versato. “Tutte le parti hanno firmato un vincolo di assoluta riservatezza”, dice ancora l’avvocato Lanzinger.

    Ed è proprio questo genere di “riservatezza” che ha sempre caratterizzato la vicenda. Il procuratore capo di allora oggi è giudice dell’Aja, si chiama Cuno Tarfusser e ricorda molto bene quell’indagine: “A Bolzano ci trovammo di fronte a un muro. La chiusura della Curia fu totale. Ricordo che fu difficile persino avere accesso agli atti. Ricordo interrogatori pieni di reticenza”.

    La vittima si è sposata, ed ora sta meglio. Era riuscita a far riemergere le violenze anche grazie a 350 sedute di psicoanalisi. La sua testimonianza è stata ritenuta dai giudici “una deposizione estremamente lunga e al contempo lucida, lineare e coerente, assolutamente immune da vizi logici”.

    Don Carli vive al secondo piano dell’oratorio Maria Schutz di Vipiteno, oggi ha 56 anni. Accanto al suo nome, sul citofono c’è scritto: “Sala giovani”. Di lui dicono: “Nessuno può permettersi di parlarne male”. Viene buio, e torna silenzio. Quello stesso silenzio che accomuna tutte queste storie.

    (trascrizione da LA STAMPA del 9-11-19)

  • RANDAZZO: LA PRIMA MESSA DOPO 5 ANNI PER DON ENZO CALA’: «LONTANO SOLTANTO SPIRITUALMENTE»

    RANDAZZO: LA PRIMA MESSA DOPO 5 ANNI PER DON ENZO CALA’: «LONTANO SOLTANTO SPIRITUALMENTE»

    A saperlo erano in parecchi. Per molti fedeli però è stata una sorpresa. Ieri mattina la messa della domenica delle 10, nella basilica di Santa Maria, è stata officiata da don Enzo Calà, ritornato nella sua Randazzo a celebrare messa dopo 5 anni di assenza, ovvero da quel 5 luglio del 2014, quando fu condannato a 4 anni di carcere perché ritenuto colpevole di aver tentato di usare violenza sessuale dei confronti di un giovane che allora aveva 17 anni. Ed oggi che la Cassazione ha accolto il suo ricorso, anche se solo per prescrizione, ma soprattutto dopo che il processo canonico lo ha giudicato non colpevole «Perché non consta che egli abbia compiuto il delitto», padre Enzo, randazzese di 53 anni, è tornato nella sua Basilica a celebrare messa, accolto dalla comunità e dalla sua famiglia e dal sindaco, Francesco Sgroi in veste ufficiale. Gremita la basilica, con l’attuale parroco, padre Domenico Massimino, che ha introdotto la celebrazione. Tanti gli attestati di stima a padre Enzo. «Rivederla celebrare – hanno affermato i giovani – in questa chiesa ci riempie di gioia. In questi anni siamo stati vicini con la preghiera e con la speranza, credendo sempre nella sua rettitudine e nella sua onestà». Poi la messa con padre Enzo che nell’omelia ha spiegato il vangelo di Luca sul fariseo ed il pubblicano. Solo alla fine, senza mai fare accenno alla vicenda giudiziaria, ha ringraziato tutti, descrivendo la tristezza della sua lontananza: «Solo fisica – ha affermato –mai questa lontananza è stata spirituale. Oggi non posso trattenere la gioia di essere qui con voi in questo tempio. Per questo non voglio ricordare gli ultimi 5 anni, ne gli eventi che mi hanno segnato. Oggi, con voi, voglio vivere un nuovo giorno radioso e splendido».

    «Le sentenze – ci ha detto il sindaco Francesco Sgroi alla fine – siano esse laiche o canoniche, vanno rispettate. La Cassazione ha accolto il ricorso di padre Enzo anche se per prescrizione, ed il Tribunale ecclesiastico, a mio avviso ben più severo e meticoloso, lo ha assolto. Com’è giusto che le condanne abbiano risalto sui media, è giusto che si sappia che padre Enzo è stato dichiarato dal processo canonico totalmente innocente». GAETANO GUIDOTTO Fonte “La Sicilia” del 28-10-2019

  • Don Gino Temporin: la corte di cassazione rende definitiva l’assoluzione

    Don Gino Temporin: la corte di cassazione rende definitiva l’assoluzione

    Ieri, mercoledì 6 novembre 2019, la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sentenza assolutoria – perché il fatto non sussiste – del Tribunale di Padova, confermata dalla Corte di Appello di Venezia, nei confronti del presbitero diocesano don Gino Temporin, assistito in questi anni dall’avvocato penalista Paolo Marson.

    Come Chiesa di Padova abbiamo seguito – certo con trepidazione, ma con fiducia e con vicinanza a don Gino Temporin – la vicenda e i tempi della lunga procedura giudiziaria, sempre convinti dell’insussistenza dei fatti e dell’innocenza del sacerdote, come anche giuridicamente ora è stato definitivamente confermato. Sono stati anni di fatica che don Gino ha vissuto con serenità interiore e fiducia, e noi con lui. Questa sentenza restituisce, anche pubblicamente, piena dignità a un uomo, a un prete, a un educatore, ma anche a un’istituzione formativa così importante come il Seminario minore.

    Fonte: Ufficio stampa Diocesi di Padova

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  • Forteto, ora la sentenza è definitiva Fiesoli condannato a 14 anni e 10 mesi

    Forteto, ora la sentenza è definitiva Fiesoli condannato a 14 anni e 10 mesi

    È definitiva la condanna per Rodolfo Fiesoli, 78 anni, il «profeta» e fondatore della comunità Il Forteto per minori disagiati a Vicchio del Mugello, in provincia di Firenze, al centro di una vicenda di maltrattamenti e abusi.
    La quarta sezione penale della Cassazione ha rigettato il ricorso di Fiesoli, contro la condanna nell’appello bis a Firenze, il 26 ottobre dello scorso anno, a 14 anni e dieci mesi. Definitiva anche la condanna a 6 anni e quattro mesi per Daniela Tardani, una delle madri affidatarie.
    Il caso era approdato in Cassazione il 22 dicembre 2017, in quella occasione la Suprema Corte aveva confermato la responsabilità penale di Fiesoli, rinviando ad un appello bis per la rivalutazione di un singolo capo di imputazione. Dopo quella sentenza, il «guru» venne arrestato, ma poi rilasciato perché la condanna non era ancora definitiva.
    https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/19_novembre_06/forteto-ora-sentenza-definitiva-fiesoli-condannato-14-anni-10-mesi-f295a588-00c1-11ea-8732-be7de5ed3bbc.shtml
  • “Gli abusi del sacerdote e la festa fuori luogo”

    “Gli abusi del sacerdote e la festa fuori luogo”

    Leggo con autentica sorpresa che il sacerdote accusato di violenza sessuale (avendo tentato più volte e in luoghi diversi di abusare sessualmente tra il 2005 e il 2007 di un minorenne), domenica scorsa ha ricominciato a celebrare Messa, accolto festosamente dalla comunità parrocchiale di Randazzo. Ciò è stato possibile perché la Cassazione, dopo la condanna subìta dallo stesso in primo piano e secondo grado, ha dichiarato estinto il reato per avvenuta prescrizione.

    Ma la prescrizione non significa per nulla assoluzione, perché una cosa è essere assolti ne merito, tutt’altra è essere prescritti. Il dubbio resta, anche perché il condannato non ha rinunziato, pur potendolo, alla prescrizione.

    Né convincono le motivazioni con cui il sindaco, nell’intervista riportata, ha liquidato la delicata questione, giustificando in toto il comportamento del prete, sol perché il tribunale ecclesiastico (cui ha attribuito una più che discutibile patente di superiorità rispetto a quello ordinario), lo avrebbe giudicato non colpevole. Molto probabilmente senza nemmeno aver letto tale statuizione, il cui contenuto non è stato reso pubblico dalla Diocesi, la quale si è limitata a diffonderne unicamente le conclusioni (“non consta che egli abbia compiuto il delitto”).

    “Non consta”, però, non ha il medesimo significato di “non ha”: indica semplicemente l’impossibilità da parte del giudicante di appurare la veridicità dei fatti, tanto da non aver ritenuto che gli elementi a carico dell’imputato potessero condurre a un totale proscioglimento. Quindi, una specie di assoluzione per insufficienza di prove.

    A questo deve aggiungersi che la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso agli effetti civili, condannando il ricorrente (cioè il sacerdote) al pagamento delle spese per il grado di giudizio di legittimità, dandogli la possibilità di promuovere l’azione risarcitoria in sede civile. E ciò è fonte di ulteriori dubbi sul comportamento dell’imputato, peraltro, è bene ribadire, sanzionato da parte dei giudici del merito (gli unici che hanno affrontato la questione sotto il profilo giuridico), con una condanna, confermata in appello.

    E allora, fermo restando che soltanto i due protagonisti della vicenda possono sapere quale sia stata la verità, di cui dovranno principalmente rispondere alla loro coscienza, forse sarebbe stato più confacente che la Chiesa, “se proprio” doveva reintegrare il religioso nelle sue funzioni sacerdotali, lo avesse destinato ad altra parrocchia geograficamente distante, e che i fedeli, “se proprio” volevano il ritorno di quel parroco, si fossero limitati ad una accoglienza meno entusiastica, anche per il rispetto dovuto alla vittima di questo drammatico evento.

    Claudio Melchiorri

    (trascrizione da La Sicilia, spazio “Lo dico alla Sicilia”, del 3 novembre 2019)

  • Perché don Vincenzo Calà non ha rinunciato alla prescrizione e chiarito la sua posizione ?

    Perché don Vincenzo Calà non ha rinunciato alla prescrizione e chiarito la sua posizione ?

    A Randazzo fa molto discutere il ritorno di don Vincenzo Calà, allontanato per cinque anni a seguito di una denuncia di abusi ai danni di un giovane del posto, all’epoca dei fatti quindicenne.

    Da parte della diocesi davvero poco tatto nei confronti della vittima e dei suoi familiari che, dopo l’incubo, se lo ritrovano a dire messa come se nulla fosse, anzi, accolto dagli applausi dei fedeli che insieme al primo cittadino inneggiano alla sua innocenza.

    L’euforia è tale nel paese, da trasformare un’archiviazione per intervenuti termini di prescrizione, in un’assoluzione, confermata poi da un’ulteriore assoluzione canonica, che con una sentenza penale di un tribunale italiano, non ha nulla a che spartire: infatti nei tribunali canonici non si giudica il crimine commesso contro la persona (la vittima), ma l’offesa a Dio, in quanto i processi canonici si basano sul sesto comandamento, non commettere atti impuri.

    Bene, la chiesa ha semplicemente assolto il prete per non aver arrecato offesa a Dio, mica perché non ha commesso un crimine sul ragazzino.

    Per quanto invece riguarda la giustizia civile, don Calà fu condannato nel 2014 in primo grado a quattro anni, sentenza confermata in appello e ridotta a tre.

    La Cassazione non ha affatto assolto don Vincenzo Calà per non aver commesso il fatto, ma diversamente da come è stata strumentalizzata la sentenza “Annulla agli effetti penali senza rinvio la sentenza impugnata (quella di appello che lo condannava a tre anni) per essere i reati estinti per prescrizione”. Questo vuole dire che il reato non è più procedibile e non che il fatto non sussiste anzi, “Dichiara inammissibile il ricorso (fatto da don Calà) agli effetti civili e condanna il ricorrente (don Vincenzo Calà) alla rifusione delle spese per il grado di giudizio alla parte civile…..”.

    In tutto questo va anche detto che don Vincenzo Calà, se avesse voluto veramente chiarire la sua posizione di innocenza, era suo diritto rinunciare alla prescrizione – tra le altre cose intervenuta per soli 9 giorni – ma non lo ha fatto, vedendosi così rigettato anche “il ricorso agli effetti civili” che lo porterà nuovamente in tribunale, questa volta in una sede civile, dove dovrà risarcire la vittima.

    Francesco Zanardi

  • Il prete dopo la condanna “Io come il Cristo in croce”

    Il prete dopo la condanna “Io come il Cristo in croce”

    Guidolin, dopo il nostro articolo, ha inviato tramite il difensore una lettera in redazione.

    CATANIA – È stato condannato in appello a 12 anni di reclusione, Padre Pio Guidolin, il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata. Una sentenza arrivata dopo una precisa confessione da parte dell’ex parroco del Villaggio Sant’Agata che “ha ammesso i fatti dicendo di aver fatto molto male alle vittime”. L’avvocato Vittorio Lo Presti attende le motivazioni per preparare il ricorso per Cassazione. Al difensore Guidolin ha affidato una lettera che è stata inviata in redazione, a seguito dell’articolo pubblicato il giorno dopo il verdetto della Corte d’Appello di Catania.

    “Alla luce di ciò che hanno scritto i media in relazione alla vicenda che mi riguarda, dichiaro di essere rimasto molto deluso – scrive Guidolin – per il fatto che una dichiarazione che doveva rimanere nell’ambito processuale sia stata divulgata facendomi finire nel tritacarne mediatico”. Il sacerdote, inoltre, dice “di aver dichiarato il pentimento per evitare altre sofferenze e lacerazioni. Ho capito che questa è la mia Croce e quindi devo portarla con forza”.

    Guidolin parla della sua esperienza da detenuto. “In carcere ho visto troppa sofferenza che porta le persone ad essere prigioniere nel cuore e nello spirito per colpa di tante forme di ingiustizia come è la mia esperienza che sto vivendo. Lo Stato dovrebbe riabilitare e reinserire la persona nella Società. La Giustizia dovrebbe, nella trasparenza e chiarezza dei fatti, dare luce ad una nuova vita e libertà; infine la Chiesa dovrebbe abbracciare e sostenere coloro che soffrono e coloro che restano soli”.

    E aggiunge ancora: “Non ho paura di una lettera che non doveva essere pubblicata ma ho solamente paura di chi fa del male distruggendo non solo la persona ma anche la stessa Chiesa che amo. Finisco con una frase di Nelson Mandela, anche lui provato e pentito e che alla fine diventò Presidente della stessa Nazione e disse così: “Io non ho paura, non ho paura del male che ho ricevuto ma degli amici e fratelli che non mi hanno sostenuto capito e soprattutto amato per quello che sono”.

    Guidolin continua la lettera. “Io che vengo da un paese lontano e offro la mia vita e la mia esperienza amara del carcere per gridare al mondo ed alla storia: mai più queste cattiverie e mai più queste infamità per fare delle persone non degli orchi ma uomini di speranza e di amore che amano la libertà. Auguro a tutti di trovare la forza di combattere fino alla fine dove io padre Pio “quello vivo”, con la lettera che ho scritto non sono andato nella bocca del leone ma mi sono messo in croce come quel Cristo che mi ha fatto nascere, crescere, educare e consacrare. Statemi vicini con la preghiera e con tutta l’umanità che Cristo ci ha insegnato con la sua stessa vita”.

    E conclude: “Spero che tutto questo possa essere da sprone a tante altre persone che qui in carcere trattengono le lacrime per tutte le amarezze della vita dove si perde famiglia, amici e dignità. Ringrazio la direttrice e tutto il personale carcerario, i miei fratelli carcerati per l’affetto e la stima che mi dimostrano, la forza che mi danno facendo di me un testimone della Croce. Grazie a tutti”.

    Il commento di Fernando Massimo Adonia.
    https://catania.livesicilia.it/2019/10/24/il-prete-dopo-la-condanna-io-come-il-cristo-in-croce_510934/

  • Abusi su minore, processo canonico “scagiona” prete della diocesi di Acireale

    Abusi su minore, processo canonico “scagiona” prete della diocesi di Acireale

    Il processo canonico nei riguardi di don Vincenzo Calà Impirotta, accusato di abuso sessuale, si è concluso giudicando non colpevole il sacerdote perché non consta che egli abbia compiuto il delitto. A comunicarlo, con una nota, è la Diocesi di Acireale.

    Il sacerdote, già parroco della Basilica Santa Maria Assunta, la Chiesa Madre di Randazzo, nel luglio 2018 era stato condannato a tre anni di reclusione dalla prima Corte d’appello di Catania, per avere, secondo le accuse, tra il 2005 ed il 2007, tentato più volte e in luoghi diversi, di abusare di un minorenne.

    Il sostituto procuratore generale, Rosa Miriam Cantone, aveva chiesto la conferma della condanna a quattro anni inflitta in primo grado col rito abbreviato dal gup Flavia Panzano. Le indagini del commissariato di Adrano vennero avviate dopo la denuncia della vittima, quando diventò maggiorenne.

    Nel giugno scorso la Cassazione aveva annullato “gli effetti penali senza rinvio la sentenza impugnata per essere i reati estinti per prescrizione”. La sentenza di secondo grado era stata depositata, infatti, nove giorni dopo l’avvenuta prescrizione.

    http://www.cataniatoday.it/cronaca/prete-abusi-sessuali-acireale-processo-11-ottobre-2019.html

  • Il tribunale lo condanna, il vescovo Antonio Raspanti invece “assolve da ogni accusa”

    Il tribunale lo condanna, il vescovo Antonio Raspanti invece “assolve da ogni accusa”

    “Dichiaro non colpevole il Rev.do Sac. Vincenzo Calà IMPIROTTA in ordine alla commissione dei delitti di cui al can. 1395, §2 C.D.C. e art. 6 §1, 1° Normae gravioribus delicti, oggetto di imputazione e, per l’effetto, lo assolvo da ogni accusa.”

    L’ennesima di una lunga serie di assoluzioni – secondo la chiesa – per inattendibilità delle vittime. Tra le più assurde e bizzarre degli ultimi periodi, ricordiamo quella di don Luciano Massaferro, condannato in via definitiva a 7 anni e otto mesi dallo Stato italiano, assolto e riabilitato da Bagnasco; don Paolo Turturro, immediatamente riabilitato – dalla chiesa si intende – dopo aver scontato tre anni di carcere; don Felix Cini e via dicendo…

    Oggi aggiungiamo alla lista anche don Vincenzo Calà, condannato in appello a tre anni di reclusione, confermata anche dalla Cassazione, che però, per soli 9 giorni, dovrà fare i conti con l’intervento dei termini prescrittivi.

    Nella sentenza di appello, sono tuttavia documentati ben sei episodi in cui il Calà avrebbe abusato sessualmente della sua giovane vittima, malgrado ciò, per la chiesa e per il vescovo di Acireale, Antonio Raspanti, che nei suoi confronti non intervenne neppure con una temporanea sospensione a divinis, il sacerdote Vincenzo Calà Impirotta, è assolto da ogni accusa e totalmente riabilitato.

    Un’altra sentenza canonica, che getta seri dubbi sulla serietà e sull’attendibilità dei giudizi canonici tanto acclamati dalla c.d. “tolleranza zero”, avviata da papa Francesco.

    Francesco Zanardi

  • Pena ridotta al sacerdote che abusò di una 13enne. Procura Generale: “Don Marino ha usato violenza ed è stato subdolo”

    Pena ridotta al sacerdote che abusò di una 13enne. Procura Generale: “Don Marino ha usato violenza ed è stato subdolo”

    Depositate le motivazioni con le quali i giudici dell’Appello di Campobasso illustrano la condanna di don Marino Genova, l’ex parroco di Portocannone che ha abusato di una ragazzina fin da quando la stessa aveva 13 anni. Al sacerdote, oggi 63enne, è stata inflitta una condanna più lieve del primo grado, che lo aveva condannato a 6 anni di reclusione.

    La Corte ha deciso di riconoscere l’attenuante della “minore gravità” perché la violenza non è stata consumata fino in fondo attraverso atti completi. (altro…)