Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia asilo Vallo della Lucania, otto anni a suor Soledad: i bambini avevano ragione

    Pedofilia asilo Vallo della Lucania, otto anni a suor Soledad: i bambini avevano ragione

    Condannata a otto anni la giovane suora peruviana e a un anno e quattro mesi due consorelle per favoreggiamento.Assolti gli altri due imputati.

    Di Roberta Lerici

    Dopo sei ore di camera di consiglio, ieri sera (12 gennaio 2012) è arrivata l’attesa sentenza per il caso di pedofilia scoppiato nel 2006 all’asilo Paolo VI di Vallo della Lucania.Una quarantina i bambini coinvolti e una suora peruviana la principale imputata.Il processo vedeva imputate per favoreggiamento anche altre due suore dell’asilo, un fotografo e un muratore. Condannata a otto anni suor Soledad e a un anno e quattro mesi le due consorelle.Assolti, invece, gli altri due imputati, muratore e fotografo. Gli avvocati di suor Soledad avevano sostenuto la tesi del contagio fra genitori, ma le testimonianze dei bambini hanno convinto i giudici. Ogni volta che alla sofferenza di bambini così piccoli (dai 3 ai cinque anni quelli coinvolti), viene resa giustizia, si compie un passo avanti verso quella tutela dei minori tanto invocata ma molto poco praticata.

    Che i terribili racconti di ciò che accadeva all’asilo di Vallo fossero frutto di un contagio fra i genitori o della fantasia di bambini che hanno da poco imparato a parlare, è una tesi che, come ha anche stabilito la Cassazione in una recente sentenza, deve essere dimostrata. Evidentemente, in questo processo la fantasia era da ricercarsi più nelle tesi difensive, che nelle dure e sofferte parole dei bambini.

    Autore Roberta Lerici-13 gennaio 2012 www.bambinicoraggiosi.com

    http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node%2F2603

    fonte della notizia Il mattino 13 gennaio 2012

    Le principali tappe dell’indagine

    Il 29 maggio 2006 i genitori di alcuni bambini, che frequentavano l’asilo “Paolo VI” di Vallo della Lucania, denunciano in Procura casi di violenza sessuale sui loro bambini. Sotto accusa finisce una suora peruviana di 23 anni, suor Soledad, che opera nell’asilo.
    Il 17 giugno 2006 Suor Soledad viene arrestata per evitare che la suora fugga all’estero.
    Il 21 giugno 2006 il giudice interroga la suora per le indagini preliminari.
    Il 23 giugno 2006 alla suora sono concessi gli arresti domiciliari presso la casa romana della congregazione delle Ancelle di S.Teresa del Gesù Bambino
    Il 22 settembre vengono sentiti in sede di incidente probatorio i bambini e per evitare dei traumi il Tribunale viene trasformato in asilo.
    Il 13 ottobre 2006 scatta un nuovo filone dell’inchiesta, teso ad appurare il coinvolgimento di alcune persone in un giro pedopornografico.
    La Corte di Cassazione ha confermato la decisione assunta dal giudice del Tribunale del Riesame che aveva concesso gli arresti domiciliari alla suora.
    I giudici della Cassazione osservano che il contenuto delle dichiarazioni dei bambini e i modi di rappresentarle, anche mediante la simulazione dei gesti compiuti appaiono indicativi della partecipazione ad un vissuto effettivo, inoltre tra gli altri elementi concorrenti atti a far ipotizzare il reato di pedofilia ci sarebbero anche i fenomeni di disagio psicologico rilevati in alcuni bambini e infiammazioni degli organi genitali e anali degli stessi.

    http://www.giornaledelcilento.it/it/13-01-…ione-10827.html

    Vallo della Lucania. Processo Suor Soledad: condannata la suora ad 8 anni di reclusione

    Di Marianna Vallone • 13 gennaio 2012 11:20

    Appena emessa la sentenza di primo grado per il caso di Vallo della Lucania: condannata ad 8 anni di reclusione la suora peruviana accusata dal 2006 di atti sessuali a danno di circa 30 bambini dell’istituto religioso Santa Teresa di Vallo della Lucania.

    E’ quanto si apprende dall’avvocato Suadoni, parte civile per una delle famiglie dei minori. In seguito all’incidente probatorio durante il quale i minori sono stati sentiti in aule protette e in videoconferenza da neuropsichiatri infantili c’è stato il rinvio a giudizio e l’inizio del processo.

    Sono stati ascoltati circa 200 testimoni che avrebbero confermato gli abusi sessuali compiuti a danno dei minori da parte di Suor Soledad e dopo aver sentito il testimonio della difesa, tra i quali spicca il nome del criminologo Bruno, è arrivata la sentenza di primo grado con la quale il collegio di Vallo della Lucania avrebbe condannato parzialmente Soledad ad 8 anni di reclusione e a 16 mesi due suore, suor Romana e suor Agnese, per favoreggiamento personale.

    Assolto il muratore con formula dubitativa e assoluzione piena per il fotografo, anch’essi coinvolti nella vicenda.

    Inoltre, su 21 persone costituite parte civile solo a 10 è stato riconosciuto un risarcimento dei danni dal tribunale con una provvisionale di 10.000 euro anche per quanto riguarda le spese legali.

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    http://www.infoagropoli.it/notizie/Vallo-d…ione_12389.html

    Vallo della Lucania: Suor Soledad condannata a 8 anni di reclusione
    (Pubblicato il 13/01/2012 alle 13:55)

    E’ stata condannata a 8 anni di reclusione in primo grado Suor Soledad, la suora peruviana accusata nel 2006 di aver compiuto atti sessuali a danno di circa 30 bambini dell’istituto religioso Santa Teresa di Vallo della Lucania. Sedici mesi invece la condanna per suor Romana e suor Agnese accusate di favoreggiamento. Il tribunale di Vallo della Lucania ha riconosciuto anche un risarcimento danni per alcune famiglie costituitesi parte civile.

  • Don Luciano Massaferro confermata la condanna

    Don Luciano Massaferro confermata la condanna

    I 7 anni e 8 mesi di reclusione inflitti in primo grado dal Tribunale di Savona sono stati confermati dalla Corte d’Appello di Genova: don Luciano Massaferro, 46 anni, parroco di San Giovanni e San Vincenzo di Alassio, è stato condannato per molestie sessuali nei confronti di una chierichetta di 12 anni

    di LUCIA MARCHIO’

    Don Luciano Massaferro condannato anche in appello. Il pg Lorenzo Ferretti aveva chiesto la conferma della pena di primo grado per il parroco di Alassio, condannato dal tribunale di Savona a 7 anni e 8 mesi con l’accusa di molestie sessuali nei confronti di una chierichetta di 12 anni. E cosi è stato. Alla lettura della sentenza – decretata dopo sei ore di camera di consiglio poiché la Corte presieduta da Giorgio Odero non ha ritenuto necessari ullteriori supplementi di istruttoria – i parrocchiani amici di “Don Lu” giunti dal ponente savonese nell’Aula della Corte d’Appello del Tribunale di Genova per assistere al verdetto e supportare il prete hanno urlato frasi concitate: “Vergogna, vergogna: questa la giustizia italiana!”, mentre un’altra fedele, in lacrime, ha aggiunto: “Non se lo merita, sono esterrefatta per una sentenza del genere”. Don Massaferro, attualmente agli arresti domiciliari nell’alloggio della canonica della parrocchia alassina di San Vincenzo Ferreri, non era presente al processo. Arrestato il 29 dicembre del 2009 e rinchiuso nel carcere di Valle Armea a Sanremo, aveva poi ottenuto il trasferimento nel convento di suore di clausura a Diano Castello e conseguentemente gli arresti domiciliari. Almeno tre gli episodi di molestie sessuali che gli vennero attribuiti ai tempi verso la ragazzina. Il ricorso al secondo grado di giudizio era stato richiesto dagli avvocati difensori di Don Luciano, Alessandro Chirivì e Mauro Ronco di Torino, i quali avevano depositato un documento di 174 pagine con la ricostruzione

    della vicenda sostenendo la non attendibilità della chierichetta, rappresentata in giudizio dall’avvocato di parte civile Mauro Vannucci. La sentenza di primo grado era stata emessa lo scorso 17 febbraio; oltre alla condanna a sette anni e otto mesi di reclusione al religioso era anche stata inflitta l’interdizione perpetua dall’esercizio dei pubblici servizi e dei servizi a fini educativi, nonché disposto un risarcimento alla vittima di 180 mila euro.
    “La Corte d’Appello non ha potuto fare altro che confermare la sentenza di primo grado, dopo aver analizzato tutti i riscontri emersi nel processo precedente che si era svolto a porte chiuse e che portavano alla colpevolezza dell’imputato”, ha sottolineato l’avvocato Vannucci, che assiste la minore e la mamma di questa. Dal canto loro, i difensori del parroco hanno ribadito di non condividere la sentenza d’appello: “Siamo certi e sicuri dell’estraneità di don Luciano, adesso faremo ricorso in Cassazione per acclarare la verità dei fatti”.

    (18 novembre 2011)

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/11/18/news/don_luciano_massaferro_confermata_la_condanna-25242384/

  • Pedofilia, Don Seppia: la Procura di Genova valuta il giudizio immediato

    Pedofilia, Don Seppia: la Procura di Genova valuta il giudizio immediato

    Articolo n° 21987 del 25/10/2011 – 18:54

    Pedofilia, Don Seppia: la Procura di Genova valuta il giudizio immediato

    Genova. Sia per l’ex parroco di Sestri Ponente, Don Riccardo Seppia, sia per l’ex seminarista Emanuele Alfano sono prossimi alla scadenza i termini di carcerazione preventiva, e per questo la Procura sta valutando la possibilità di chiedere il giudizio immediato. Entrambi sono stati arrestati nell’ambito dell’inchiesta su presunti abusi sessuali su minori, tentata induzione alla prostituzione e cessione di stupefacenti.

    Don Seppia è detenuto nella sezione “sex offenders” del carcere di Sanremo, riservata a chi è accusato di reati sessuali, mentre Alfano si trova nella casa circondariale di Marassi, a Genova. Ieri la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del difensore di Don Seppia che aveva chiesto l’annullamento dell’ordinanza del tribunale del riesame che, nel luglio scorso, aveva respinto la richiesta di arresti domiciliari. Oggi invece doveva svolgersi l’incidente probatorio tra Alfano e uno dei minorenni che avrebbero subito abusi. L’esame davanti al gip è stato rinviato al 15 novembre a causa dell’impedimento di uno degli avvocati dell’ex seminarista.

    www.genova24.it/2011/10/pedofilia-d…immediato-21987

  • Don Mauro, troppe cause La sentenza rinviata di mesi

    Don Mauro, troppe cause La sentenza rinviata di mesi

    La chiesa parrocchiale di Laglio, dov’era in servizio don Mauro Stefanoni (Foto by archivio)

    LAGLIO Troppe cause da discutere in Cassazione e i giudici della terza sezione sospendono tutto e rimandono la sentenza sull’ex parroco don Mauro Stefanoni a data da destinarsi.

    Suona come un vero e proprio colpo di scena la decisione, giunta nel primo pomeriggio, dei giudici romani di non discutere neppure il ricorso contro la condanna del sacerdote, riconosciuto colpevole di violenza sessuale nei confronti di un ragazzino del paese e a carico del quale era stata emessa una pena a 8 anni di reclusione.

    La terza sezione della Cassazione doveva discutere, oltre al ricorso dei legali di don Mauro, anche altri 27 fascicoli. Molti dei quali delicati. La discussione si è dunque protratta fino al pomeriggio e, giunto il momento di parlare del caso di Laglio, i giudici hanno deciso di rinviare la discussione a nuovo ruolo, dunque a data da destinarsi.

    Questo significa che l’attesa sentenza non arriverà, molto probabilmente, prima del 2012 o, al più presto, entro la fine dell’anno.

    http://www.laprovinciadicomo.it/stories/Cr…nviata_di_mesi/

  • Fiaccolata per don Marco Baresi

    Fiaccolata per don Marco Baresi

    26 settembre 2011

    (red.) Una fiaccolata a sostegno di don Marco Baresi, ex vicedirettore del Seminario Vescovile di Brescia, arrestato per di pedofilia e abusi sessuali nei confronti di un giovane seminarista minorenne e di detenzione di materiale pedopornografico il 26 novembre 2007 e condannato a sette anni e mezzo, sentenza confermata anche in Appello nel giugno del 2010.
    Gli avvocati difensori del sacerdote, Stefano Lojacono e Luigi Frattini, hanno presentato ricorso in Cassazione e hanno ottenuto la ripetizione del processo in una diversa sezione della Corte d’appello di Brescia, ma solamente per i fatti contestati successivi a dicembre 2004.
    La manifestazione a sostegno del prete è in programma il prossimo 4 ottobre ed è promossa dal Comitato Liberi nella verità, freeDON!, ex-Alunni, Parenti e Amici.
    Il programma prevede alle 20 il raduno davanti alla stazione di Brescia e, alle 20,30 il corteo che si muoverà verso piazza Loggia dove, alle 21,30 si svolgerà una raccolta firme per chiedere la revisione del processo.
    In merito alla fiaccolata, il vescovo di Brescia Luciano Monari, in una nota, ha precisato la sua posizione. Il vescovo si era già espresso in occasione della condanna del sacerdote, con una lettera ai sacerdoti in cui esprimeva il proprio dolroe per la vicenda.
    Nella sua nota Monari afferma che “per il 4 ottobre gli amici di don Marco Baresi hanno organizzato una fiaccolata che vuole esprimere vicinanza e fiducia in lui. Può essere naturale domandarsi quale sia la posizione del Vescovo. Sono molto contento che gli amici di Marco gli manifestino una stima intatta. Sono, infatti, convinto, e l’ho anche scritto, che Marco sia innocente. Forte di questa certezza morale considero mio dovere astenermi da qualsiasi comportamento che sia o possa sembrare un’indebita pressione sulla magistratura. Ritengo, pertanto, sia bene che io eviti ogni forma di presenza che possa essere interpretata in modo scorretto e, quindi, anche solo in ipotesi, nuocergli”.

    http://quibrescia.it/cms/?p=55670

  • Violenza sessuale, la Cassazione: il prete deve denunciare abusi

    Violenza sessuale, la Cassazione: il prete deve denunciare abusi

    Se un sacerdote che presiede una struttura d’accoglienza viene a conoscenza del fatto che nella sua comunità si stanno verificando episodi di abusi sessuali, deve immediatamente adottare «i provvedimenti più opportuni». È con questa sentenza che la Corte di Cassazione annulla l’assoluzione di monsignor Renzo Cavallini, ex direttore della struttura d’accoglienza “Casa del giovane la Madonnina”, accusato di concorso in violenza sessuale e condannato in primo grado a 4 anni.

    Cavallini infatti, ai tempi in cui dirigeva la comunità, non avrebbe impedito a un operatore laico, Massimiliano Azzolini, di abusare di due giovani di 17 e 18 anni, ospiti della struttura milanese. Per i giudici della Suprema Corte, che hanno accolto il ricorso del sostituto pg di Milano Laura Barbaini, ciò che conta infatti è il «ruolo di autorità e di responsabilità» che Cavallini aveva nella struttura.

    «Già di fronte alla prima e anche più modesta segnalazione di abusi», scrivono i giudici, «deve scattare la responsabilità del preposto che deve intervenire, chiarire e adottare i provvedimenti più opportuni del caso per prevenire il rischio di ripetersi di episodi del genere (e ciò ancor prima che si valichi la soglia del penalmente rilevante)».

    Per Cavallini era arrivata poi l’assoluzione in appello, poiché i giudici avevano ritenuto che il sacerdote non era consapevole degli effetti causati dalla sua inerzia, nonostante le molte segnalazioni ricevute. La Cassazione, invece, sottolinea proprio «la totale inerzia dell’imputato Cavallini a qualsiasi livello (anche il più modesto intervento verbale censorio)».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2010/09/06/AM8Lsg1D-denunciare_sessuale_cassazione.shtml

  • Rovigo. Prete ricattato dall’amante marocchino. 3 anni e 5 mesi, Preti gay sempre più fonte di ricatti a luci rosse

    Rovigo. Prete ricattato dall’amante marocchino. 3 anni e 5 mesi, Preti gay sempre più fonte di ricatti a luci rosse

    ROVIGO – Sulle prime aveva pagato. Poi, dopo aver consegnato a un giovane marocchino decine di migliaia di euro, si era ribellato. Alla fine dell’agosto dello scorso anno un attempato sacerdote che vive in un paese del Delta, stanco di essere ricattato con la minaccia di rendere pubbliche immagini hard, foto e filmati di rapporti omosessuali, si era rivolto ai carabinieri. Ora la vicenda giudiziaria che ne è seguita finisce in Cassazione.

    Quando il religioso aveva presentato denuncia, l’estorsione a luci rosse andava avanti da mesi. I pagamenti erano avvenuti a tranche ma non per questo erano stati meno impegnativi. Il conto in banca si era a poco a poco assottigliato e il sacerdote non sapeva più come far fronte alle esigenze crescenti del suo tormentatore. A un certo punto, di fronte a quelle richieste senza fine, deve aver capito che esaudirle non faceva che alimentarle. Probabilmente ha anche vinto la vergogna per dover rendere pubblica una vicenda così scabrosa che lo vedeva coinvolto.

    La “confessione” ai carabinieri. Fatto sta che è uscito dalla canonica e si è diretto in caserma. Ai militari della stazione del paese il prete ha raccontato ogni cosa. I carabinieri lo hanno istruito a preparare una trappola per il ricattatore. Quando il marocchino si è fatto vivo, quindi, il religioso ha finto di acconsentire e si è detto disposto, ancora una volta, a pagare. I due si erano dati appuntamento in un luogo appartato. Allo scambio, nascosti, c’erano anche i militari che avevano studiato la regia nei dettagli.

    La trapola per il ricattatore. Il marocchino si era presentato accompagnato da un amico romeno. Nel momento i cui il sacerdote ha passato al giovane le banconote concordate, i carabinieri sono usciti allo scoperto. Per i due stranieri, il marocchino, M.S, e il romeno, G.G, sono scattate le manette. I due compari hanno avuto sorti diverse. Il romeno, interrogato dopo l’arresto, era riuscito a dimostrare allo stesso pubblico ministero, Stefano Longhi, di essere estraneo all’estorsione. Aveva semplicemente incontrato l’amico e l’aveva accompagnato. A questo punto era stato prosciolto dalle accuse. Sorte diversa per il marocchino, incastrato dalla testimonianza del sacerdote e da numerose circostanze. A giudizio, il giovane aveva deciso di patteggiare tre anni e cinque mesi di reclusione. Ma ora il legale che lo assiste ci ha ripensato e contro quella decisione ha presentato il ricorso in Cassazione.
    Domenica 07 Agosto 2011 – 10:13 Ultimo aggiornamento: 18:06

    www.gazzettino.it/articolo.php?id=158799&sez=NORDEST

  • Don Dessì, il processo torna in appello

    Don Dessì, il processo torna in appello

    Monica Tiezzi
    La Cassazione annulla per la seconda volta la sentenza di condanna della Corte d’Appello nei confronti di Marco Dessì, l’ex missionario sardo della Confraternita «Gesù divino operaio», accusato di abusi sessuali su alcuni bambini del Nicaragua, e rinvia di nuovo il procedimento ai giudici di secondo grado.
    Il nuovo colpo di scena nell’intricata vicenda giuridica è arrivato ieri sera dalla quarta sezione penale della Cassazione, chiamata a giudicare la sentenza di appello che, nel luglio 2010, aveva condannato Dessì a sette anni per abusi sessuali su minori.
    La motivazione della Cassazione sarà depositata nei prossimi giorni, ma dal dispositivo della sentenza sembrano essenzialmente tre i punti che, accogliendo le motivazione della difesa, hanno indotto i giudici supremi ad annullare la condanna: il non dovuto risarcimento danni e pagamento delle spese processuali nei confronti di uno dei ragazzi denuncianti, previsto invece dalla sentenza d’appello; la caduta dell’aggravante di atti di violenza su infraquattordicenni; una valutazione errata del computo della pena nella continuazione dei reati.
    Il primo punto fa riferimento alla denuncia di una vittima che aveva sostenuto di essere stata molestata durante un tour del coro fondato dall’ex missionario, a Houston, mentre la difesa ha dimostrato, con documenti doganali, che il ragazzo non si trovava negli Usa quando sarebbero avvenuti i fatti. Le vittime quindi avrebbero tutte compiuto i 15 anni all’epoca degli abusi e, anche in considerazione di questo, cadrebbe un’aggravante e sarebbe sbagliato il computo della pena.
    «Siamo soddisfatti, la Cassazione ci ha dato ragione», ha commentato ieri sera a caldo Massimo Jasonni, legale di Dessì assieme a Pierluigi Concas.
    Marco Dessì, 63 anni, – che nel febbraio 2010 è stato «dimesso dallo stato clericale» da papa Benedetto XVI in seguito all’inchiesta interna del Vaticano – ha atteso la sentenza nella casa di famiglia in Sardegna, dove si trova da circa sei mesi, quando – scaduti i termini della custodia cautelare – ha lasciato il carcere di Saluzzo.
    Resterà libero finchè non sarà messa la parola fine alla sua vicenda processuale.
    L’inchiesta aveva preso le mosse nel 2006 dalla denuncia delle associazione umanitarie «Rock no war» e «Solidando» – rappresentate dall’avvocato reggiano Marco Scarpati – che avevano raccolto, con show e manifestazioni, fondi per la missione «Betania» di Chinandega gestita da don Dessì, e alle quali erano giunte voci inquietanti sul comportamento del sacerdote.
    Le denunce di sei ragazzini – raccolte su dvd da un volontario che si era recato in Nicaragua – erano quindi approdate alla procura di Parma.
    La complessa inchiesta del pm Lucia Russo aveva scoperto, tra l’altro, che Dessì aveva archiviato nel suo pc 1440 file con immagini pedopornografiche, scaricate fino a due giorni prima dell’arresto, il 4 dicembre 2006.
    Il sacerdote era stato condannato in primo grado il 23 maggio 2007 dal gup Roberto Spanò a 12 anni per violenza sessuale su tre ragazzi, ed era stato rinchiuso nel carcere di Saluzzo. Pena ridotta a otto anni in appello.
    La Cassazione però, nel maggio 2009, aveva annullato senza rinvio la sentenza di condanna per tutte le imputazioni relative a fatti avvenuti prima dell’agosto ’98, e stabilito che si doveva tornare al giudizio della Corte d’Appello per i restanti episodi. La seconda sentenza dei giudici di Bologna, nel luglio 2010, aveva ulteriormente ridotto la pena a sette anni.
    Ora, dopo il secondo pronunciamento della Cassazione, il procedimento torna, per la terza volta, in Corte d’Appello.

    http://www.gazzettadiparma.it/primapagina/…n_appello_.html

     

  • PEDOFILIA: DIFESA DON SEPPIA RICORRE IN CASSAZIONE

    PEDOFILIA: DIFESA DON SEPPIA RICORRE IN CASSAZIONE

    16:27 04 LUG 2011

    (AGI) – Genova, 4 lug. – Dopo il rigetto del ricorso al tribunale del Riesame di Genova, il difensore di don Riccardo Seppia, il parroco genovese in carcere dal 13 maggio per tentata violenza sessuale su un chierichetto, offerta di droga e tentata induzione alla prostituzione minorile, il suo difensore Paolo Bonanni ha fatto ricorso in Cassazione. Chiede l’annullamento dell’ordinanza del Riesame genovese, che giudica non adeguatamente motivato. La richiesta e’ quella della scarcerazione o, in subordine, dell’attenuazione della misura cautelare in arresti domiciliari o nel trasferimento in una struttura di cura. “Si e’ qui in presenza di un pericolo di recidiva particolarmente elevato. L’indagato – avevano sottolineato i giudici del Riesame – dimostra di non preoccuparsi affatto della sofferenza che la sua condotta puo’ causare nelle vite altrui (e’ significativo, in proposito, il fatto che pur sapendo di essere sieropositivo dal 2003, nel concordare incontri, richieda che il rapporto sessuale avvenga senza protezione); ne deriva che egli non appare in grado di contenere i propri impulsi piu’ negativi e pericolosi, pur essendo consapevole del danno che da cio’ puo’ derivare ad altri”. In relazione alla tentata violenza sessuale sul chierichetto, i giudici avevano scritto: “Non vi e’ dubbio circa la sussistenza a carico dell’indagato di gravi indizi di colpevolezza”. Per quanto concerne la tentata induzione alla prostituzione minorile e l’offerta di droga, e’ opinione dei giudici che il sacerdote avrebbe portato a termine i suoi incontri con giovani extracomunitari gia’ organizzati, anche in cambio di soldi e droga: “Le sue offerte di stupefacente hanno il carattere della serieta’ e non possono quindi essere valutate come mere vanterie” cosi’ come aveva sottolineato la difesa. Avendo don Seppia avvicinato due ragazzini stranieri che vivevano in una comunita’ alloggio, sottolineano i giudici: “Seppia ha dimostrato di voler scegliere le vittime dei suoi particolari desideri sessuali tra coloro che per l’eta’ e/o per le condizioni di vita erano meno in grado di difendersi”. (AGI) ge1

    http://www.agi.it/genova/notizie/201107041…e_in_cassazione

  • La Cassazione: per Don Baresi un appello bis, ma parziale

    La Cassazione: per Don Baresi un appello bis, ma parziale

    IL PROCESSO. Accolto in parte il ricorso della difesa: nuova discussione ma solo sui fatti dopo il dicembre 2004. Gli abusi ci sono stati e anche la diffusione di files hard ma i giudici devono approfondire un determinato periodo
    24/06/2011

    L’ingresso del palazzo romano dove ha sede la Corte di Cassazione

    Un nuovo processo d’appello per don Marco Baresi, l’ex vicerettore del Seminario diocesano condannato in secondo grado a 7 anni e 6 mesi per violenza sessuale su un ragazzino e per diffusione di materiale pedopornografico. Lo ha disposto la Cassazione che l’altro giorno, dopo una infinta camera di consiglio, ha parzialmente accolto il ricorso delle difese, annullando la sentenza con rinvio a una diversa sezione della corte d’appello, ma solamente per i fatti contestati successivi a dicembre 2004. Un «successo» a metà per la difesa, gli avvocati Stefano Lojacono e Luigi Frattini, che sostengono l’assoluta innocenza del sacerdote: l’annullamento solo per un aspetto è, in sostanza, conferma degli abusi (almeno fino al dicembre 2004) e della diffusione di files pedopornografici.
    PER I GIUDICI della Cassazione alcuni aspetti vanno rivisti e proprio su questi si concentreranno i giudici della corte d’appello di Brescia, senza entrare nel merito dei fatti contestati prima del dicembre 2004.
    Don Baresi, che sta ancora scontando gli arresti domiciliari nella comunità delle Suore operaie di Botticino, ha saputo ieri mattina della decisione dei giudici romani e l’ha accolta con serenità.
    Nel primo processo d’appello, il 16 giugno dello scorso anno, il sacerdote era stato condannato a 7 anni e mezzo. I giudici avevano confermato completamente, senza alcuno sconto, la condanna di primo grado del 20 maggio 2009.
    LA VICENDA era iniziata il 27 novembre 2007 creando non poco scalpore: don Marco Baresi era stato prelevato dal Seminario di via Bollani, dove era vicerettore, e portato in isolamento nel carcere di Canton Mombello. Sull’ordinanza di custodia cautelare un’accusa da brivido: violenza sessuale su minore e diffusione di materiale pedopornografico. In cella don Baresi era rimasto solo per una notte, il giorno successivo all’arresto il gip Silvia Milesi aveva accolto la richiesta dei difensori e concesso gli arresti domiciliari. Il sacerdote era tornato a casa dei genitori e aveva atteso il processo con il sostegno dei familiari, ma soprattutto di un gruppo di giovani che aveva creato in Rete il sito «FreeDon» per dimostrare l’innocenza del sacerdote e chiedere la sua assoluzione. Anche ieri il gruppo ha ribadito «Chi condanna don Marco, condanna un innocente».
    A inchiodare don Marco c’erano le accuse di un ragazzo che due anni prima dell’arresto, in cura da una psicologa, si era confidato raccontando di aver avuto rapporti sessuali con il sacerdote quando frequentava le medie al Seminario e non aveva ancora compiuto 14 anni. Dalla scuola del Seminario il ragazzino era stato allontanato per una serie di problemi, ma in precedenza non aveva raccontato nulla. La psicologa, ricevuta la confidenza, aveva subito avvisato i genitori del ragazzino che si erano rivolti alla polizia. La credibilità del ragazzino era stata valutata da esperti, le accuse avevano retto e il 27 novembre 2007 erano scattate le manette. Dopo l’arresto l’abitazione del sacerdote in Seminario era stata perquisita dagli investigatori della Mobile.
    IL COMPUTER aveva riservato una serie di sorprese. Nell’hard disk del portatile, senza alcuna password d’accesso, in uso al sacerdote – ma utilizzabile anche da altre persone come è stato sostenuto nel corso dei processi dall’imputato e dai difensori – l’esperto aveva trovato traccia di ben seicento files dal contenuto pedopornografico. I files erano stati cancellati, ma in modo non perfetto, nei giorni immediatamente precedenti all’arresto.
    NEL PROCESSO d’appello la difesa aveva sostenuto che il giorno in cui vennero scaricati 180 files (l’ordine era partito dal computer alle 12.30 del 28 aprile 2007) don Baresi non era al Seminario, ma era ospite a pranzo. A don Marco non è mancato il sostegno della Diocesi. Il giorno della condanna in appello il vescovo monsignor Luciano Monari si era detto fiducioso che don Marco potesse dimostrare la sua innocenza.
    Wilma Petenzi

    http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/264…is_ma_parziale/