Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: cassazione

  • Pedofilia, abusi su disabile. Dopo 17 anni la Cassazione annulla condanna a frate

    Pedofilia, abusi su disabile. Dopo 17 anni la Cassazione annulla condanna a frate

     5 giu 2012 | 21:43

    A quasi 17 anni dalle accuse, la corte di Cassazione ha assolto un frate dall’imputazione di violenza sessuale aggravata su un ragazzo all’epoca quindicenne, affetto da handicap. Il sacerdote, oggi 45enne, di era accusato di avere costretto con la violenza a rapporti sessuali, il ragazzo che era ospite del “Villaggio del fanciullo” di Pergusa dove il religioso lavorava come educatore.
    I supremi giudici hanno annullato la sentenza con la quale la Corte d’appello di Caltanissetta aveva confermato la condanna a 6 anni di reclusione, emessa in primo grado dal tribunale di Enna.

    Pedofilia, sacerdote di Menfi assolto in Cassazione
    Scritto da Redazione Cronaca martedì, giugno 5th, 2012

    Dopo quasi 17 anni un religioso, frate Luigi Butera, 45 anni, di Menfi, è stato assolto dalla Corte di Cassazione dall’imputazione di violenza sessuale aggravata su un ragazzo, all’epoca quindicenne, affetto da handicap. La suprema Corte ha ritenuto sussistente l’ipotesi di abuso dei mezzi di correzione, capo di imputazione per il quale ha pronunciato il non luogo a procedere per sopravvenuta prescrizione. Teatro dei presunti abusi il Villaggio del Fanciullo a Pergusa (Enna). L’imputato era accusato di avere costretto con la violenza a rapporti sessuali il ragazzo che era ospite dell’istituto dove il frate lavorava come educatore. La Corte di appello di Caltanissetta aveva confermato la condanna a 6 anni di reclusione, emessa in primo grado dal tribunale di Enna, adesso annullata dalla Cassazione. Don Butera era stato allontanato da Enna, ma in questi anni ha continuato a svolgere il suo ministero sacerdotale. Al religioso all’inizio era stato contestato l’abuso su due quindicenni ospiti della struttura, capo di imputazione che già in primo grado era caduto per mancanza di prove. La condanna era stata emessa dopo le dichiarazioni del ragazzo disabile, ritenuto in un primo momento incapace di rendere testimonianza, e successivamente dopo una ulteriore perizia psichiatrica ritenuto attendibile.

    www.grandangoloagrigento.it/?p=32721

     

  • Che dite, spreteranno finalmente “sborra boy”?

    Che dite, spreteranno finalmente “sborra boy”?

    Il comunicato della Diocesi sulla vicenda di don Mauro: “Conforto umano e sostegno per le vittime”
    Mercoledì 23 Maggio 2012
    Il prete questa mattina si è costituito spontaneamente nel carcere di Bollate, scelto dopo essersi consultato con i propri legali

    In merito alla condanna di don Mauro Stefanoni, ecco il comunicato stampa della Diocesi di Como giunto in redazione: “La Diocesi di Como prende atto delle decisioni assunte dalla Corte di Cassazione nel giudizio di terzo grado relativo alla vicenda che riguarda don Mauro Stefanoni. In questo momento la paterna sollecitudine del Vescovo si rivolge a tutte le persone coinvolte nella complessa vicenda. In particolare a coloro che il dispositivo della sentenza penale ha riconosciuto come vittime del comportamento addebitato a don Mauro. Sinceri sono il conforto umano e il sostegno nella preghiera”. E si legge ancora: “Per chi è stato riconosciuto responsabile, accanto al rigoroso rispetto della sentenza emessa dalla giurisdizione civile, non può venir meno il senso di vicinanza fraterna da parte di tutta la comunità diocesana. Verranno fatte le opportune valutazioni per la ripresa del procedimento canonico già avviato a carico di don Mauro Stefanoni. L’intera Chiesa locale è chiamata alla preghiera umile e fiduciosa, che ottenga dal Signore una grazia rinnovata di penitenza, di amore alla giustizia e di perdono. Don Mauro intanto si è presentato spontaneamente nel carcere di Bollate fin da questa mattina, senza attendere a casa l’arrivo dei carabinieri. Una struttura scelta in precedenza dopo essersi confrontato con i propri legali.

  • Don Mauro già in carcere a Bollate

    Don Mauro già in carcere a Bollate

    Mercoledì 23 Maggio 2012

    Si è costituito spontaneamente questa mattina nel carcere milanese di Bollate, don Mauro Stefanoni, 40enne ex parroco di Laglio, condannato in via definitiva ieri in cassazione a 8 anni di reclusione per molestia sessuale su un ragazzino minorenne del paese del centro lago dove lui ha esercitato anni fa. Una presenza volontaria in carcere la sua, che ha evitato così che i carabinieri lo accompagnassero direttamente nella cella dove ora rimarrà per i prossimi anni. Ha già scontato 5 mesi don Mauro Stefanoni gli restano 7anni 6mesi e 8 giorni da scontare. Non avrà l’indulto quindi dovrà farli interamente. Lui, per la cronaca, si è sempre professato innocente ha sempre negato ogni addebito. Questa mattina con grande amarezza ha salutato i propri familiari ed è andato da solo proprio in carcere dove lo attendevano gli agenti di polizia penitenziaria.

  • Ricorso respinto, per don Mauro otto anni di cella

    Ricorso respinto, per don Mauro otto anni di cella

    Mercoledì 23 Maggio 2012

    Tutto confermato. Il ricorso di don Mauro Stefanoni, 40enne canturino, ex parroco di Laglio, è stato ritenuto inamissibile dai giudici della Cassazione di Roma (nella foto a lato il suo ingresso). Che solo a tardissima ora – praticamente nella notte – hanno emesso il verdetto dopo che i legali del religioso, attualmente sospeso da ogni incarico dalla Diocesi, avevano chiesto la riapertura del caso. Tutto confermato, come detto. Restano gli otto anni da scontare per don Mauro, ritenuto colpevole in due gradi di giudizio di violenza sessuale su un ragazzino minorenne di Laglio quando lui era parroco nel paese del lago. Circostanze che Stefanoni ha sempre respinto.

    Lui, l’ex parroco di Laglio, è rimasto a Cantù ad aspettare il verdetto. Chi lo ha visto sostiene con ormai la certezza di finire in carcere. Cosa che avviene oggi. Stamane, infatti, i carabinieri sono andati a casa sua: la sentenza a suo carico, a questo punto, è definitiva ed immediatamente esecutiva. Otto anni di carcere per la violenza denunciata dal ragazino a casa del religioso.

    www.ciaocomo.it/notizie-como/cronac…i-di-cella.html

     

  • Revocati i domiciliari a Don Marco Baresi

    Revocati i domiciliari a Don Marco Baresi

    17 maggio 2012 (red.) Revocati gli arresti domiciliari a Don Marco Baresi, l’ex vicerettore del seminario di Brescia, accusato di detenzione di materiale pedopornografico e di violenza sessuale a danni di un seminarista minorenne.

    Il sacerdote era sottoposto alla misura di detenzione dal novembre del 2007. Mercoledì, la Corte d’Appello di Brescia si è pronunciata su una parte delle contestazioni, ovvero due presunti abusi subiti dal giovane dopo il dicembre del 2004.

    La Corte ha ritenuto non provate le violenze sessuali oggetto del procedimento e, limitatamente a questa accuse, ha assolto don Baresi, ridefinendo la pena che è passata a 7 anni e 4 mesi, con due mesi di sconto sulla precedente, per detenzione di materiale pedopornografico e per le violenze sessuali commesse prima del dicembre 2004.

    Ma la parola fine non è ancora scritta perchè i legali del sacerdote hanno presentato un ricorso straordinario in Cassazione (una sorta di quarto grado di giudizio) per un presunto errore di fatto.

    L’inchiesta che vede coinvolto l’ex vicerettore del seminario risale novembre del 2007, quando il giovane seminarista presentò denuncia per i fatti accaduti tre anni prima. Vennero quindi perquisiti l’ufficio e il personal computer del sacerdote e venne sequestrata una memoria esterna su cui vennero rinvenute le immagini incriminate e per le quali don Baresi si è sempre difeso sostenendo di non essere l’unico utilizzatore del pc.

    Il sacerdote ottenne subito (restò in carcere solo un giorno) gli arresti domiciliari mentre si svolgeva il processo: il primo grado si era chiuso con la condanna a 7 anni e 6 mesi, il secondo con la conferma della pena, il terzo invece aveva prodotto un rinvio che si è poi concluso con la sentenza di mercoledì.

    Revocati i domiciliari a Don Marco Baresi

    Assoluzione parziale per Don Marco Baresi. E basta arresti domiciliari

    (a.c.) Don Marco Baresi dopo 4 anni e 6 mesi di arresti domiciliari, e due giorni di carcere, è tornato il libertà. Ieri la Corte d’Appello di Brescia ha ridotto la pena da sette anni e sei mesi a sette anni e quattro mesi, ed ha annullato il provvedimento restrittivo nei confronti del parroco accusato di violenza e sessuale e detenzione di materiale pedopornografico.

    Ieri don Marco era in aula assieme ai legali Stefano Lojacono e Luigi Frattini. L’appello conclusosi ieri riguardava due episodi contestati al parroco, ma verificatisi quando la vittima che lo ha accusato aveva già lasciato il seminario dove insegnava don Marco. Per questi episodi il parroco è stato assolto.

    Don Marco in tutti questi anni è sempre stato sostenuto a gran voce da fedeli suoi amici, convinti sempre e comunque della sua innocenza e totale estraneità dai fatti contestati. Questo il loro blog: http://donmarcobaresi.it/blog.php?anno=2012.

  • Violenza sessuale su un minore,  prete in carcere dopo sette anni

    Violenza sessuale su un minore, prete in carcere dopo sette anni

    Don Mauro Stefanoni si è presentato spontaneamente dopo la conferma della condanna in Cassazione

    LAGLIO (Como) – Sette anni dopo la denuncia di violenza sessuale ai danni di un ragazzino allora 14enne, per l’ex parroco don Mauro Stefanoni, si sono aperte le porte del carcere. Il sacerdote si è presentato spontaneamente al carcere di Bollate dopo la sentenza della Cassazione, che ha confermato in via definitiva la condanna a 8 anni di reclusione comminata in primo e secondo grado. Don Mauro, oggi 43enne, era il parroco di Laglio quando, nel maggio del 2005, è stato accusato di violenza sessuale su un adolescente della parrocchia. Gli abusi si sarebbero verificati in modo continuato dall’estate del 2003 all’autunno del 2004. Dopo un breve periodo di arresti domiciliari, il sacerdote aveva ottenuto la revoca della custodia cautelare e da allora è sempre stato libero. Ora, pur ribadendo la sua innocenza, ha preferito presentarsi in carcere per non essere prelevato dai carabinieri, anche per evitare telecamere e fotografi che lo attendevano fuori dall’abitazione dei genitori a Cantù.

    Il processo a suo carico è iniziato a ottobre 2006 e dopo circa un anno e mezzo è arrivata la prima sentenza, una condanna a 8 anni di reclusione. Solo dopo il pronunciamento dei giudici del Tribunale di Como, il vescovo di Como monsignor Diego Coletti ha sospeso da ogni incarico don Mauro, che dopo l’avvio della clamorosa inchiesta era stato solo spostato da Laglio in una parrocchia del Lecchese. Il sacerdote, che si è sempre professato innocente, ha presentato anche una perizia che attesterebbe un disturbo fisico che impedirebbe normali rapporti sessuali. Il documento non è bastato a evitare a don Mauro la conferma della condanna a 8 anni anche in Appello. Il sacerdote è comunque rimasto libero in attesa della Cassazione.

    Per la sentenza definitiva, l’attesa è durata fino alla notte tra il 22 e 23 marzo scorsi, quando i giudici della Suprema Corte hanno confermato la condanna a 8 anni di reclusione per il sacerdote. Poche ore dopo, per evitare un arresto clamoroso, don Mauro Stefanoni si è presentato spontaneamente al carcere di Bollate. Immediata la reclusione in cella, dove dovrebbe rimanere per i prossimi anni. «Resto convinto dell’innocenza di don Mauro ma rispetto la decisione presa dai giudici – ha commentato uno dei suoi legali, Guido Bomparola -. Ora spero solo che cali il sipario su questa vicenda triste, lunga e drammatica per tutti».

    Anna Campaniello

    http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_maggio_23/parroco-laglio-violenza-sessuale-pedofilia-carcere-201309725874.shtml

  • Don Luciano si prepara al processo ecclesiastico: inizierà dopo il pronunciamento della Cassazione

    Don Luciano si prepara al processo ecclesiastico: inizierà dopo il pronunciamento della Cassazione

    Alassio. Il silenzio “epistolare” di don Luciano Massaferro è durato 28 giorni. Giusto il tempo per riordinare le idee e prepararsi al futuro processo ecclesiastico nei confronti del quale il parroco alassino pare avere grandi aspettative.

    “In questi giorni sono stato molto occupato nel redigere i preparativi per il processo ecclesiastico che da tempo invoco accoratamente – scrive il sacerdote ai domiciliari con l’accusa di aver abusato di una ragazzina, sua parrocchiana – Esso inizierà, presumo, dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione e vedrà una prima fase istruttoria svolta in Diocesi per poi approdare a Roma al Dicastero della Congregazione per la Dottrina e la Fede. Finalmente ci sarà qualcuno demandato a prendere in mano le carte relative alla mia assurda vicenda giudiziaria per leggerle attentamente ed esprimersi in merito”.
    Un’”assurda vicenda”, come la definisce don Luciano, che lo vede condannato a a sette anni e otto mesi di reclusione per abusi sessuali su una minore e per la quale il parroco si è sempre proclamato innocente. Ad oggi, sono ventotto le missive inviate ai propri “fedelissimi” che, in Rete, hanno costituito un gruppo in sua difesa, pubblicando anche le carte di un processo che ritengono frettoloso e ingiusto.
    “E’ molto importante per me, e dovrebbe esserlo per ogni cittadino, che le carte processuali vengano lette in quanto è da esse che dipende la condanna o l’assoluzione di una persona (in una situazione normale) e non certo solo da percezioni, idee personali, pre-concetti, teorie psicologiche o quant’altro di esterno all’analisi del dato reale e concreto” sostiene don Luciano che, in passato, ha definito la sua vicenda un “accanimento terapeutico giudiziario”.
    In attesa del terzo grado di Giudizio della giustizia ordinaria il sacerdote alassino si prepara quindi ad affrontare il giudizio ecclesiatico. Chissà se questo “tribunale”, dopo aver analizzato il caso, arriverà ad una conclusione diversa da quella che ora costringe il prete ai domiciliari.
    Redazione
    Fonte IVG.IT
  • Preti pedofili. Il primate del Belgio sapeva. Ma alla polizia negò, Cardinale Godfried Danneels informato almeno 40 volte

    Preti pedofili. Il primate del Belgio sapeva. Ma alla polizia negò, Cardinale Godfried Danneels informato almeno 40 volte

    11 aprile 2012
    Danneels sapeva, atto di accusa di 20 vittime

    Bruxelles- Nuove rivelazioni della stampa belga nel quadro dell’operazione “Calice” sugli abusi sessuali compiuti da preti in Belgio. Il cardinale Godfried Danneels, ex primate del Paese – scrive oggi il quotidiano popolare fiammingo Het Laatste Nieuws – sarebbe stato informato «almeno quaranta volte» di casi di abusi sessuali in seno alla Chiesa sulla base delle lettere emerse dal dossier dell’inchiesta. Interrogato nel 2010 dalla polizia giudiziaria di Bruxelles «Godfried Danneels aveva indicato che non era al corrente di casi di abusi sessuali nella sua diocesi».

    Immediata la reazione del Cardinale che, tramite il suo legale, ha fatto sapere che non ha più nulla da aggiungere alle risposte già date alla commissione per gli abusi sessuali. Per l’avvocato, Fernand Keuleneer, l’articolo «è un cattivo piatto riscaldato, non pubblicato a caso, in quanto è solo di qualche giorno la sentenza della Corte di Cassazione nella quale l’illegalità delle perquisizioni e dei sequestri è stata definitivamente confermata».

    In un comunicato il Cardinale e il suo consiglio annunciano che presenteranno un nuovo ricorso presso il giudice d’istruzione «al fine di determinare se, ancora una volta, si è di fronte a un problema di disinformazione e di manipolazione dell’istruzione, e di violazione del suo segreto».

    La decisione del cardinale Godfried Danneels e del suo consiglio di presentare ricorso per determinare se c’è stata violazione del segreto d’istruzione nasce anche dal fatto che Het Laatste Nieuws, si riferisce «a delle fonti vicino all’istruzione giudiziaria; che il quotidiano riporta informazione sullo stato dell’istruzione e su quello che la giustizia avrebbe già concluso o no». L’articolo precisa che «nella più parte dei casi esistono scambi di lettere tra il cardinale e le vittime, le loro famiglie, e le persone a loro vicine».

    Lettere di denuncia a cui Danneels «ha a volte risposto scrivendo che pregava per le vittime. In un caso ha allontanato un prete pedofilo dalla parrocchia, ma senza informarne la Giustizia».

  • Bologna, processo a don Dessì Condanna si riduce a sei anni

    Bologna, processo a don Dessì Condanna si riduce a sei anni

    Il sacerdote di Villamassargia era stato condannato in primo grado a 12 anni, ridotti a 9 e, dopo un annullamento della Corte Suprema, diventati 7 al secondo processo d’appello. LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO SU L’UNIONE SARDA

    Ancora uno sconto di pena per don Marco Dessì al termine del quarto processo per gli abusi sessuali commessi su alcuni minori ospiti della sua missione in Nicaragua. Ieri mattina la terza sezione della Corte d’appello di Bologna gli ha ridotto la pena a 6 anni, uno in meno rispetto alla precedente pronuncia di secondo grado che era stata annullata dalla Cassazione. In precedenza il religioso originario di Villamassargia era stato condannato a 12 anni in primo grado e a 9 nel primo processo d’appello, che fu a sua volta annullato dalla Suprema Corte.

    Sabato 31 marzo 2012 07:24

    http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/260078

  • CASO PER CASO. NOME PER NOME. LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA IN ITALIA /2

    CASO PER CASO. NOME PER NOME. LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA IN ITALIA /2

    36592. ROMA-ADISTA. Insistiamo. Dopo aver passato in rassegna i principali casi di pedofilia clericale verificatisi in Italia nel 2009 e nel 2010, proseguiamo con il 2011 e con quest’inizio di 2012. Le ragioni di questa nostra ricognizione le abbiamo già spiegate (v. Adista n. 10/12): non è né per morbosità né per alimentare «chiacchiericci» di sodaniana memoria. L’intento è, semmai, quello di fare il punto della situazione e di stimolare un dibattito. Se continuano a presentarsi casi sempre nuovi, riteniamo che la ragione non vada cercata tanto nel «disordine morale» del singolo (la cui condotta va ovviamente indagata e, se necessario, punita), quanto piuttosto nell’intero sistema che quel disordine favorisce e alimenta. Questa è l’idea che fa da sfondo al nostro dossier, di cui pubblichiamo nelle pagine che seguono la seconda ed ultima parte.

    Il prete nero Il 3 marzo del 2011, don Ruggero Conti, ex parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima a Selva Candida, periferia occidentale di Roma, viene condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione e al pagamento di 200mila euro di risarcimento per le parti civili (v. Adista nn. 53 e 65/08, 37/10 e 21/11). La sentenza di primo grado attribuisce a don Ruggero, già «garante per la famiglia e per le periferie» dell’aspirante sindaco Gianni Alemanno, «condotte di una gravità inaudita, insidiose e insistenti». Le violenze si sarebbero consumate tra il 1998 e il 2008 ai danni di sette minori della parrocchia. Oltre che per l’alto numero di violenze perpetrate e per le amicizie influenti, il caso del “prete di An” aveva destato scalpore per via dell’atteggiamento a dir poco omertoso assunto nei suoi confronti da mons. Gino Reali, vescovo di Porto S. Rufina, la diocesi suburbicaria dalla quale dipende la parrocchia di Selva Candida. Durante un interrogatorio di fronte ad uno dei magistrati responsabili dell’inchiesta, il prelato aveva infatti ammesso di essere al corrente delle accuse nei confronti di don Conti già da due anni prima del suo arresto, avvenuto il 30 giugno del 2008. La notizia che il vescovo «sapeva», data ai media internazionali dall’Associated Press il 26 aprile del 2010, aveva avuto pochissima risonanza nel nostro Paese, e confermava del resto quanto andava sostenendo da tempo don Claudio Brichetto, il viceparroco della Natività di Maria Santissima, che già da un anno aveva denunciato ai superiori gli abusi del collega e che per questo era stato temporaneamente sospeso dall’incarico.

    Alla scuola di don Cantini Ai primi di maggio del 2011, diversi organi di informazione riportano la notizia dell’avvenuta archiviazione dell’inchiesta giudiziaria a carico di don Lelio Cantini, parroco della chiesa della Regina della Pace di Firenze dal 1973 al 2005 (v. Adista n. 29, 65 e 67/07, 37 e 75/08, 39 e 97/10). Il Pm fiorentino Paolo Canessa motiva la sua richiesta al Gip spiegando che le violenze sessuali «ci sono state e sono gravi», che si sono protratte per circa vent’anni nel silenzio assordante dei vertici della Chiesa fiorentina, ma che i reati sono da considerarsi prescritti e che in molti casi mancano le relative querele. I fatti risalgono in effetti a molti anni prima, ovvero al periodo fra il 1973 e il 1987, ma le vittime, per lo più bambine e adolescenti che all’epoca degli abusi avevano fra i 10 e i 17 anni, hanno trovato la forza di denunciare all’autorità ecclesiastica i misfatti di don Lelio solo nel 2004. Nel corso di tutta la vicenda, la Curia fiorentina, nelle persone dell’ex arcivescovo Ennio Antonelli e del suo ausiliario Claudio Maniago (quest’ultimo allievo e «pupillo» di don Cantini), ha sempre osservato un atteggiamento volto ad occultare la verità e ad evitare le ripercussioni mediatiche. Don Cantini verrà infatti ridotto allo stato laicale solo nell’ottobre del 2008, quando il caso era ormai trapelato sugli organi di informazione nazionali. Nell’inchiesta sull’ex parroco, era stato coinvolto ad un certo punto anche lo stesso Maniago, accusato di aver preso parte nel 1996 ad un festino sadomaso nel quale sarebbe stato abusato un giovane toscano. Sebbene fossero emerse nel corso dell’indagine delle conferme rispetto a quanto riferito dal testimone, la mancanza di una querela, spiegava Canessa nella richiesta di archiviazione, aveva impedito alla procura di procedere contro Maniago. Quest’ultimo è stato confermato nel suo incarico dal card. Giuseppe Betori, succeduto ad Antonelli alla guida dell’arcidiocesi di Firenze nel settembre del 2008. Don Lelio Cantini è morto il 15 febbraio del 2012.

    Il cocainomane e il rockettaro È del maggio 2011 anche l’arresto di don Riccardo Seppia, parroco della chiesa di Santo Spirito a Sestri Ponente. Ad incastrarlo è un’indagine sul traffico di cocaina effettuata dal Nucleo Antisofisticazioni e Sanità dei carabinieri. Le intercettazioni evidenziano infatti come don Riccardo fosse al centro di un giro di spaccio e di prostituzione minorile. Lo scorso 13 febbraio si è svolta la prima udienza del processo, con rito abbreviato, ma il dibattimento è stato aggiornato a fine marzo. Giugno 2011: don Jesus Vasquez, sacerdote peruviano cinquantacinquenne, ex parroco di San Nicola Manfredi in provincia di Benevento, viene condannato in primo grado a 7 anni e al pagamento di una provvisionale di 7.500 euro per ciascuna delle parti civili. Il giudice lo riconosce colpevole di aver costretto due ragazzi, uno di 13 e l’altro di 14 anni, a subire atti sessuali. Dopo che i genitori delle vittime lo avevano denunciato all’autorità giudiziaria, la curia arcivescovile lo aveva rimosso tanto dall’incarico di parroco quanto da quello di insegnante di religione in una scuola media della città. Il 23 giugno 2011, la Cassazione chiede un nuovo processo di appello per don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario diocesano di Brescia, già condannato in secondo grado a 7 anni e 6 mesi (v. Adista n. 65/08 e 58/09). Per gli avvocati della difesa, tuttavia, si tratta di una vittoria a metà: la suprema corte riconosce infatti la colpevolezza di don Marco, accusato di violenza sessuale ai danni di un suo ex allievo e di detenzione di materiale pedopornografico, per il periodo precedente il dicembre del 2004. Per i fatti successivi a quella data, i magistrati ritengono invece necessario un supplemento di inchiesta e pertanto decidono di rinviare il processo ad altra sezione della corte di appello di Brescia. Tanto dopo il primo arresto, avvenuto il 26 novembre 2007, quanto dopo le condanne in primo e secondo grado, al sacerdote non era mai mancato l’appoggio della diocesi e del gruppo degli «amici di don Baresi», convinti sostenitori dell’innocenza del religioso. Quello a carico di don Marco Baresi non è l’unico processo per pedofilia clericale che vede impegnata la Corte di Cassazione nell’estate del 2011. A metà luglio, i giudici del “palazzaccio” esaminano il caso di don Marco Dessì, ex missionario della Confraternita Gesù Divino Operaio accusato di abusi sessuali su alcuni bambini del Nicaragua. Anche in questo caso, il reinvio del procedimento in appello ha a che fare con singoli aspetti della sentenza di secondo grado che gli alti magistrati ritengono inadeguati, ma non mette sostanzialmente in discussione l’impianto accusatorio. La lunga e complessa vicenda giudiziaria di don Dessì aveva preso le mosse, nel 2006, dalla denuncia delle associazione umanitarie «Rock no war» e «Solidando», che avevano raccolto, con concerti e manifestazioni, fondi per la missione «Betania» di Chinandega, gestita da don Marco. Alle due associazioni erano giunte voci inquietanti sul comportamento del sacerdote, tanto che un volontario si era recato in Nicaragua e aveva raccolto su un dvd le denunce filmate di sei ragazzini. Sul computer del religioso erano state in seguito scoperte 1.440 immagini pedopornografiche. Don Dessì è stato dimesso dallo stato clericale nel febbraio del 2010.

    Cercasi referenziatissimi, preferibilmente condannati Settembre 2011, Brindisi: la stampa locale riporta la notizia secondo cui all’interno dell’ospedale «Antonio Perrino» lavora come cappellano un prete condannato per pedofilia nel 1992. All’epoca il religioso era stato ritenuto colpevole di atti di libidine violenta nei confronti di due bambine e, dopo un periodo di custodia cautelare, gli era stata comminata una pena inferiore ai due anni, motivo per cui aveva in seguito potuto beneficiare della condizionale. Il sacerdote era stato assunto nel 2010 dalla Asl su indicazione della diocesi per effettuare l’assistenza spirituale ai malati. Sempre nel settembre 2011, il Pm di Lecce Stefania Mininni richiede e ottiene dal Gip l’archiviazione dell’inchiesta su don Stefano Rocca, l’ex parroco di Ugento da sempre in prima fila nel chiedere giustizia per l’assassinio del consigliere provinciale dell’Idv Peppino Basile (v. Adista n. 75/08). Don Rocca, amico ed estimatore di Basile e del suo impegno politico a favore della legalità, era stato accusato di aver avuto dei rapporti sessuali con quattro minorenni che frequentavano la sua parrocchia. Nel corso di un lungo interrogatorio, aveva ammesso i fatti, sostenendo però che si era trattato di rapporti consenzienti e fra maggiorenni. La richiesta di archiviazione è motivata dal magistrato leccese con la mancanza della condizione di procedibilità: i quattro ragazzi implicati non avevano mai sporto querela. Il 19 ottobre del 2011, la quarta sezione della Corte di appello di Palermo conferma la condanna a 6 anni e 6 mesi inflitta in primo grado a don Paolo Turturro, ex parroco della chiesa di Santa Lucia nel capoluogo siciliano (v. Adista nn. 63/93

    e 35/06). Il sacerdote, che per anni è stato un prete antimafia riconosciuto in città, venne accusato di molestie da due minori che frequentavano la chiesa. I fatti si sarebbero verificati fra il 2000 e il 2001, ma don Paolo, lontano parente dell’attore italoamericano John e fondatore dell’associazione «Dipingi la Pace», si è sempre dichiarato innocente. In un primo momento, il religioso era stato allontanato dalla provincia di Palermo, per poi tornare in città nel 2006 in qualità di cappellano ospedaliero. Dopo la sentenza di secondo grado, i suoi legali hanno annunciato di voler fare ricorso in Cassazione. Circa un mese dopo la condanna in appello di don Turturro, è invece il turno di don Luciano Massaferro, ex parroco di San Giovanni e San Vincenzo ad Alassio, in provincia di Savona. Anche don Luciano affronta il secondo grado di giudizio e viene riconosciuto colpevole di molestie nei confronti di una sua ex chierichetta dodicenne, che aveva rivelato gli episodi durante un colloquio con gli psicologi dell’ospedale Gaslini. Quando, nell’aula della Corte di Appello del Tribunale di Genova, il presidente Giorgio Odero legge la sentenza di condanna a 7 anni e 8 mesi, gli amici e i supporter di «don Lu» scatenano il putiferio. Il religioso, del resto, aveva sempre potuto contare sul sostegno, oltre che di una parte dei parrocchiani, anche dell’allora sindaco di Alassio, il pidiellino Marco Melgrati, e della Curia savonese, che nei giorni successivi all’arresto aveva scatenato un duro attacco contro i magistrati dalle pagine locali di Avvenire.

    2012
    Cassazione mon amour Ha assunto invece contorni surreali, nel gennaio del 2012, la vicenda giudiziaria di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, in provincia di Como, riconosciuto in primo e secondo grado colpevole di aver abusato di un sedicenne con lieve disabilità mentale (v. Adista n. 35/06 e 41 e 65/08 e 46/10). La condanna a 8 anni di reclusione inflittagli dalla Prima Corte di Appello di Milano doveva essere infatti esaminata dalla Cassazione già ai primi di ottobre del 2011, ma quel giorno i giudici romani si erano trovati in agenda ben 28 cause, riuscendo ad esaminarne solo la metà. Tutto rinviato al 20 gennaio, quando però gli avvocati difensori di don Mauro hanno fatto appello ad un cavillo burocratico per ottenere un nuovo rinvio: uno di loro, Massimo Martinelli, aveva infatti ricevuto la notifica della convocazione in Cassazione con soli undici giorni di anticipo, e non un mese prima come previsto dalla legge. La nuova udienza, che stavolta dovrebbe essere definitiva, è stata fissata per il prossimo 22 maggio. In seguito all’esplosione dello scandalo, don Mauro era stato prima spostato da Laglio a Colico, e poi anche da quest’ultima località, dopo esser stato spogliato di ogni incarico pastorale. Il processo canonico contro di lui, avviato dopo la sentenza di primo grado, è stato in seguito sospeso in attesa del pronunciamento della Cassazione. Nel corso della lunga vicenda giudiziaria di Stefanoni, l’ex arcivescovo di Como, mons. Alessandro Maggiolini, era stato temporaneamente iscritto nel registro degli indagati dalla procura con l’accusa di favoreggiamento. La sua posizione è stata poi archiviata. Torniamo ora a Savona. Il 4 febbraio 2012, don Nello Giraudo, prete pedofilo reo confesso, più volte denunciato pubblicamente dal portavoce della Rete L’abuso Francesco Zanardi (egli stesso vittima di Giraudo, v. intervista allegata), patteggia una pena di un anno di reclusione con la condizionale per aver molestato un giovane scout nel 2005. Al sacerdote savonese vengono in realtà attribuiti diversi altri episodi di abuso, ma si tratta di fatti verificatisi tempo addietro, caduti in prescrizione. Il 9 febbraio viene notificata inoltre la richiesta di archiviazione del procedimento penale nei confronti di mons. Dante Lafranconi, ex vescovo di Savona accusato di non aver agito per evitare che don Nello reiterasse i suoi crimini (v. Adista n. 7/12). Anche in questo caso, l’archiviazione non è motivata dal merito dei fatti contestati al prelato, ma dal raggiungimento dei termini di prescrizione. Dieci giorni dopo, tuttavia, la Rete L’abuso deposita nuovi oggetti di indagine a carico di Lafranconi e un’ulteriore querela da parte di una vittima già sentita in passato come teste dai magistrati. L’udienza durante la quale il Gip Fiorenza Giorgi deciderà se accogliere o meno la richiesta di archiviazione presentata dal Pm si svolgerà probabilmente ai primi di maggio.
    «Io ti salverò» Un ulteriore caso di pedofilia esploso in questi primi mesi dell’anno è quello riportato dal mensile siciliano S (25 febbraio). Al centro dell’inchiesta di Andrea Cottone e Antonio Condorelli è un sacerdote della diocesi di Acireale, di cui ancora non si conosce l’identità. I due giornalisti, nel realizzare il servizio, si sono avvalsi della collaborazione di un uomo in passato abusato dal prete. Dopo anni, la vittima si è infatti presentata di fronte al religioso nascondendo una piccola telecamera: nel colloquio fra i due, che può essere facilmente ascoltato su internet, il prete ammette i rapporti sessuali e afferma di essersi comportato in quel modo per «liberare» il ragazzino.

    Pochi giorni dopo che la notizia era diventata di dominio pubblico, il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, ha ordinato al sacerdote di «allontanarsi dalla sua sede» per «riflettere e ritirarsi in meditazione», mentre la procura della Repubblica di Catania ha aperto un fascicolo sui fatti portati alla luce da S. A giorni, l’associazione La Caramella Buona e l’uomo molestato dal prete di Acireale dovrebbero tenere una conferenza stampa durante la quale sveleranno tanto l’identità della vittima, quanto quella del prete sotto accusa. L’ultimo caso ci riporta in provincia di Como, dove lo scorso 7 marzo don Marco Mangiacasale, ex parroco quarantottenne di San Giuliano, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale continuata nei confronti di una ragazzina, oggi sedicenne, che frequentava il suo oratorio. I fatti risalirebbero al 2008, quando fra don Marco, in seguito diventato economo della diocesi, e la minore (aveva all’epoca 13 anni) era cominciata una vera e propria relazione sentimentale. La frequentazione fra i due era poi proseguita per tre anni a base di sms e e-mail, incontri periodici nell’abitazione del sacerdote, scambi di baci e di effusioni. A metà febbraio, tuttavia, la vittima avrebbe confidato al nuovo parroco, al momento della confessione, il proprio segreto. Don Roberto Pandolfi (questo il nome del sacerdote chiamato a sostituire Mangiacasale) avrebbe poi convinto l’adolescente a rendere partecipi della vicenda i suoi genitori, dai quali sarebbe poi partita la denuncia. Il 12 marzo scorso, nel corso di un interrogatorio di fronte al giudice per le indagini preliminari Maria Luisa Lo Gatto, don Marco ha confermato tutti i fatti che gli sono stati contestati dall’accusa. (marco zerbino)

    Marco Zerbino ADISTA